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:: Recensione di Marmellata di prugne di Patrizia Fortunati (Ali&no edizioni, 2013)

8 dicembre 2013

marmellataAvevo poco più di diciassette anni quando, nella primavera del 1986, successe il disastro nucleare di Chernobyl. Mentre la nube radioattiva attraversava l’Europa, ci dissero di non uscire di casa, di non mangiare l’insalata cresciuta negli orti in quei giorni, che sarebbe stata contaminata, e ci suggerirono per radio e televisione altri accorgimenti che ora suonano come mettere un cerotto su una ferita aperta, ma probabilmente fare così fu una buona pratica che tutti diligentemente seguimmo. Ci fu paura, molta paura, ma rassegnata, contenuta. Si sa che questi incidenti possono accadere, è il prezzo da pagare per voler tenere in vita le centrali nucleari, sicure e controllate almeno finché non succede l’imprevisto. E Fukushima ci ha riportato alla mente quei giorni.
Errore umano, imperizia, cedimento strutturale, fatalità. Allora non ci interrogammo troppo sulle cause ma sugli effetti e pian piano giunsero le scarne notizie dalla zona dell’incidente. Il reattore da seppellire nel cemento, i danni da contenere e sussurrate le conseguenze di quella catastrofe. Le vittime che avrebbero continuato ad ammalarsi e morire ancora per molti anni, per lo più bambini. Ricordo che diverse associazioni organizzarono i viaggi dei bambini di Chernobyl, anche nella mia città, per permettere a molti di loro di vivere alcuni mesi in zone non radioattive, per respirare aria buona, mangiare cibo non contaminato, depurarsi dal maledetto cesio137.
Patrizia Fortunati, autrice di Marmellata di prugne, edito da Ali&no editrice di perugina, fece parte di queste famiglie generose, che fecero dell’accoglienza e della condivisione, una fattiva pratica di solidarietà. Il suo romanzo non è una cronaca di quell’esperienza, forse i nomi sono stati cambiati, non ci sono foto a testimoniare abbracci, arrivi o partenze, ma tuttavia da quell’esperienza di accoglienza trae ispirazione per raccontarci la vita di Lyudmila, che noi incontriamo nel 2077, nel distretto di Lelchitsy, ormai vecchia, seduta davanti ad una tazza di tè e una fetta di pane nero ricoperto di marmellata di prugne. L’autrice proietta la sua vita così lontana del tempo per dare un futuro a vite che molto probabilmente si spengono e si spegneranno molto presto. Per potere rivedere il percorso che la portò da bambina, a donna, a vecchia, sotto il filtro di una sincera confessione tesa a raggiungere uno stadio di consapevolezza e di pace.
Lyudmila vuole fare pace con il suo passato prima di morire e ci racconta la sua infanzia in un povero villaggio nella Bielorussia meridionale, al confine con l’Ucraina. La durezza della povertà, se non proprio miseria, la ruvidezza di una madre, l’alcolismo di un padre assente, quasi sempre lontano nei campi o addormentato tra i fumi alcolici. Le violenze domestiche, l’anaffettività, i disagi, la mancanza di sorrisi e tenerezza. E poi i viaggi in Italia, dieci estati meravigliose, trasfigurate forse dai ricordi, ma capaci di cambiare la sua vita. L’incontro con una famiglia di italiani che l’aiuterà finanziariamente per tutta la vita, che andrà a trovarla in Bielorussia, che manterrà rapporti di affetto e di tenerezza. Il sapore dei primi gelati, le scarpe della sua misura, le gita al parco, la prima volta che vide il mare.
E poi la sua vita di donna, il suo “matrimonio” con Ivan, così simile a suo padre, le sue due figlie, la solitudine, il vero matrimonio con Vladimr, e la sua drammatica conclusione. Patrizia Fortunati ci racconta tutto questo ripercorrendo sentieri fatti di memoria e di esperienza vissuta, dandogli le cadenze di un romanzo intimista e malinconico, delicato e sincero. Della tragedia di Chernobyl poco traspare, è più una conseguenza, una macchia lontana, che ha portato una bambina di 8 anni a trascorrere le sue estati fino alla maggiore età nella parte giusta del mondo. Forse una parte giusta del mondo non c’è, e drammi e sofferenza ci accompagnano in Italia come in Bielorussia, ma è certo che la povertà di certe realtà non permette spiragli di speranza e di miglioramento. Patrizia Fortunati ne delinea le conseguenze, con un tono accorato e forse didascalico ma sicuramente sincero e mai cosparso di arroganza o giudizi sommari. Una lettura edificante, come si diceva una volta, consigliata anche ad un pubblico di lettori adolescenti. Un romanzo scritto inaspettatamente bene, con giusto ritmo narrativo, scorrevolezza e una punta di inattesa poesia.

Patrizia Fortunati vive e lavora a Terni. Laureata in Lettere e appassionata di scrittura, ha lavorato per oltre dieci anni nell’ambito delle politiche sociali, del volontariato e dell’associazionismo. “Marmellata di prugne” tratto da una storia vera, è il suo romanzo d’esordio.

:: Recensione di Serve una casa per amare la pioggia, Ingrid Thobois, (Keller editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

7 dicembre 2013

serve una casaSembra la cronaca di un matrimonio in crisi, ma Serve una casa per amare la pioggia di Ingrid Thobois, in realtà è qualcosa di più. Il libro edito da Keller è un vero e proprio thriller psicologico che indaga nelle profondità della mente e del cuore dei protagonisti, dimostrando quanto a volte il sentimento e la passione amorosa possano destabilizzare la vita di coppia e il fragile animo umano. Norma-Jean, la protagonista, è un’affascinate filosofa francese che perde la testa per Marco Conti, un giovane italiano. Lui ha brutalmente ammazzato la giovane moglie senza avere un briciolo di pietà ed ora deve scontare la condanna per il massacro compiuto. Norma-Jean è così infatuata da Conti da riuscire a convincere il marito a trasferirsi in Toscana, ma lui, psicanalista di successo, questa volta non riescirà a capire cosa tormenta l’animo della consorte e deciderà di acconsentire alla proposta di lei. La donna, una volta in Italia, potrà dare il via al suo progetto e l’autrice ce la mostra a svolgere costanti visite settimanali nel carcere di Sollicciano dove l’assassino Marco Conti è rinchiuso a scontare la pena dell’ergastolo. Queste incursioni sono alternate a vari flashback che raccontano da diversi punti di vista – quello di Norma-Jean, quello del marito e anche del carcerato – cosa è accaduto nelle loro vite passate. A tratti la trama potrebbe apparire contorta, complicata, fatta da sovrapposizioni, ma questi accavallamenti di stati d’animo e di punti di vista a mio parere incarnano lo shock emotivo che ha per sempre messo in crisi la vita di Norma-Jean, del marito e del detenuto Conti. Leggendo con attenzione Serve una casa per amare la pioggia si ha l’impressione di trovarsi davanti ad una serie di schegge impazzite, ma ci si accorge che questi frammenti di ricordi e racconti, uniti gli uni agli altri ricostruiscono il dramma esistenziale della protagonista. Norma-Jean è sì una donna passionale e seducente, tanto è vero che il coniuge e pure l’ergastolano sono travolti da un forte attrazione per lei, ma Norma nel suo io profondo ha  tormenti scatenati da traumi vissuti in passato e mai del tutto superati. Queste angosce emergeranno pagina dopo pagina, diventando sempre più opprimenti per la donna che, sotto la maschera di bellezza e fascino, nasconde in realtà una vicenda esistenziale segnata da una profonda fragilità. Il fulcro di attenzione di Serve una casa per amare la pioggia è la protagonista Norma-Jean, ma il valore narrativo dei personaggi comprimari è fondamentale per comunicare al lettore quanto claustrofobica possa diventare la vita di ogni giorno, quando una persona non riesce più a comprende in modo razionale i sentimenti del proprio cuore e a distinguere il vero dal falso. Ingrid Thobois ci traccia con fermezza incisiva il ritratto di una donna in perenne bilico tra passione e pazzia, un equilibrio precario dovuto alla mancata comprensione da parte di Norma Jean che il sentimento d’amore provato nel suo presente è solo una mera illusione. Serve una casa per amare la pioggia è un vortice di azioni, di parole e di emozioni dal quale si comprende quanto dolore, dispiacere e per qualcuno anche cattiveria e cinismo si possano nascondere dietro una facciata di apparente tranquillità.

Ingrid Thobois nasce nel 1980 à Rouen. Insegna francese in Afghanistan, è stata giornalista in Iran e ad Haiti. Ha partecipato a missioni di monitoraggio elettorale e di sviluppo in diversi paesi (Moldova, Azerbaijan, Indonesia, ecc.). È anche autrice di svariati romanzi memorabili per lo stile, la costruzione e l’acutezza dell’analisi psicologica come Le roi d’Afghanistan (Prix du premier roman 2007) e L’Ange anatomique (2008). Nel 2011 è uscito Sollicciano per Zulma.

:: Recensione di Un giorno a Milano di AA.VV. (Novecento editore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2013

un giono a milanoGli eredi di Scerbanenco tornano a raccontarci la Milano noir degli anni Duemila, gli anni della crisi, smesse le luci sfolgoranti del boom degli anni 60 o foss’anche delle luminarie al neon della Milano da bere degli anni ‘80 di Pillitteri. Ma la pioggia, sempre un po’ grigia, la nebbia, le case di ringhiera, i bar malfamati, le fabbriche dimesse, i capannoni abbandonati, i quartieri periferici a due passi dal nulla, sono sempre gli stessi, con lo stesso sobrio e feroce squallore, con lo stesso odore di terra e smog, con la stessa povertà accanto alla più arrogante ricchezza.
È cambiata la gente, la fauna silenziosa di un sottobosco criminale che conserva come un eco lontano le cadenze della parlata gergale della mala di un tempo e ricorda quale quartiere diede i natali a Vallanzansca, quasi un eroe, o meglio un antieroe di una mitologia metropolitana sbiadita e impolverata. Ora le puttane si chiamano ‘escort’ e molte vengono dall’est con i loro nomi esotici e i passaporti confiscati da vecchie ‘battone’ in pensione reciclatesi maîtresse, le cameriere dei bar hanno gli occhi a mandorla e i capelli lisci, lucidi e neri come inchiostro. Cinesi, coreane, tailandesi, chi può dirlo in questa confusione di etnie, dialetti, imbastardite tracce di una nuova razza che si afferma, più forte, più vitale e forse spietata.
Ora ci sono i negozi di kebab, i cambia valute o le agenzie dove spedire i soldi a casa, quando non vai direttamente in posta e ti trovi al centro di una rapina, i parrucchieri cinesi che per pochi euro copiano i tagli più alla moda, i locali per esuli ed espatriati dove dai juke-box  ti può capitare di sentire l’ex moglie del comandante Arkan che canta.
Milano con le sue strade, con i suoi quartieri, con la metropolitana sempre in funzione, resta geografia muta di un disagio, di un malessere, che non spiega del tutto il volto nuovo della criminalità stratificata e integrata come un male necessario e inevitabile. E questo volto descrivono gli autori reclutati da Andrea Carlo Cappi, per seguire un’idea di Paolo Roversi. E l’antologia Un giorno a Milano, prima pubblicazione della collana di gialli e noir metropolitani ‘Calibro 9′ di Novecento Editore, introduzione di Andrea G. Pinketts, è il risultato. Nove racconti scabri, aspri, intrisi di un realismo non di maniera e diversi per stile e sensibilità, a seconda della mano che li ha scritti. Racconti disomogenei se vogliamo, ognuno figlio di percorsi umani e creativi differenti. Unico filo conduttore, un giorno di novembre, un giorno di nebbia e pioggia, screziato di nero, come nera è l’anima del poliziotto che organizza una rapina e tira con sé due balordi, come è nera l’anima di una donna che organizza un piano per sfuggire a un creditore, come è nera l’anima della ‘battona’, che sfrutta e ricatta, uccisa nel quartiere di Lambrate.
Alcuni personaggi sono noti, figli di altre storie come il Professionista di Stefano Di Marino o il Bruno “Butch” Moroni di Giancarlo Narciso, o ancora il giornalista in Vespa gialla e Clarks ai piedi Enrico Radeschi di Paolo Roversi. Poi ci sono autori che non conoscevo come Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone, Francesco G. Lugli, Francesco Perizzolo. E vecchie conoscenze come Andrea Carlo Cappi, Giuseppe Foderaro e Ferdinando Pastori. Immagino la faccia di Scerbanenco se fosse vivo e avesse a disposizione il materiale sociologico e umano con cui questi autori si sono confrontati. Ma lo stile di questi autori è personale e non apocrifo. Non hanno ricalcato il grande maestro del noir, hanno camminato con le loro gambe con scelte stilistiche a volte coraggiose, penso al “tu” di Ferdinando Pastori, (lo usa anche nei suoi romanzi, è si può dire sia un suo marchio di fabbrica). Un’antologia con i controfiocchi (mi limito, non dico parolacce nelle mie recensioni, almeno ci provo) merita il successo che sta riscuotendo.

Gli autori: Stefano Di Marino (Kanun – Codice della vendetta), Giancarlo Narciso (Un nome su una lista), Ferdinando Pastori (Un diamante non è per sempre), Paolo Roversi (Ai confini della metropoli), Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (Chi non risica non rosica), Andrea Carlo Cappi (Yo no soy marinero), Giuseppe Foderaro (Ex abrupto), Francesco Perizzolo (La persona sbagliata) Francesco G. Lugli (Maledetto anticipo).

:: Recensione di Quando si spengono le luci di Erika Mann (Il Saggiatore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2013

quandoÈ piuttosto impegnativo chiamarsi Erika Mann, figlia prediletta dell’universalmente noto Thomas Mann, premio Nobel per la Letteratura nel 1929 e autore di opere come La montagna incantata, Morte a Venezia, I Buddenbrook. Come è altrettanto impegnativo essere un’intellettuale di origini ebraiche (da parte di madre) nella Germania nazista, scegliere l’esilio e abbracciare la letteratura militante come strumento di lotta politica, etica, filosofica, morale. Molti intellettuali tedeschi, artisti, scienziati, matematici lasciarono la Germania agli albori dell’era hitleriana e scelsero chi la Gran Bretagna, chi la Svezia come Bertolt Brecht, chi la Svizzera, o gli Stati Uniti come Thomas Mann stesso, come terra di rifugio e di esilio, prima che l’essere oppositori o anche solo ebrei diventasse un biglietto sicuro per i treni diretti verso i campi di sterminio o più sbrigative esecuzioni sul posto.
Anche la figlia di Mann scelse l’esilio e oltre a spingere suo padre ad opporsi alla dittatura nazista, fu lei stessa una strenua paladina di quell’intellighenzia che non aveva accettato la “barbarie” o si era prostituita al regime come il fratello Klaus accusa il poeta Gottfried Benn, durante uno scambio di punti di vista piuttosto vivaci. Troverete questo accenno nella postfazione di Agnese Grieco, Un nuovo tipo di scrittrice,  curatrice di Quando si spengono le luci (The Lights Go Down, 1940), per la prima volta proposto in italiano da Il Saggiatore, come numerosi altri spunti di riflessione e informazioni biografiche su Erika Mann e il periodo in cui visse.
Comunque non è solo impegnativo trovarsi ad essere l’erede morale di un genio della letteratura tedesca, e un’ intellettuale impegnata, in un certo senso combattere è anche necessario e inevitabile. Un intellettuale naturalmente non utilizza armi, la sua unica forza è il pensiero e Erika Mann scelse anche la forma del racconto per poterlo trasmettere a più persone possibili. Quando si spengono le luci è infatti una raccolta di racconti, l’ultimo dei quali da il titolo al libro, pubblicata in America da Farrar & Rinehart nel 1940, e solo nel 2005 in versione tedesca col titolo Wenn die Lichter ausgehen. E dobbiamo aspettare appunto il 2013 per leggerne l’edizione in lingua italiana grazie alla ricercatrice, scrittrice e drammaturga Agnese Grieco. Condizione bizzarra per un libro che ci riporta indietro nel tempo, quasi fotografando squarci di vita “reale” di personaggi anch’essi reali anche se filtrati dalla sensibilità artistica dell’autrice.
Paragoni col padre è ingeneroso farne, e li eviterò con cura,  tuttavia un respiro di epica drammaticità soffia sulle pagine dandogli vita. Con stile secco, tagliente, quasi corrosivo quando usa l’ironia per difendersi dalla disperazione di un mondo troppo sinistro e inquietante, Erika Mann ci tratteggia vite normali, personaggi normali, imprigionati in vicende dominate dal caos morale e materiale che caratterizzò la Germania ante guerra. Gente comune che si trova a fare i conti con la propria coscienza, a volte anestetizzata, a volte colpevolmente incapace di avvertire il baratro che si nasconde dietro l’accettazione di un regime inutilmente feroce, caparbiamente dispotico.
Lo straniero che si muove ne La nostra città, racconto introduttivo, sorta di prefazione, ci da il benvenuto in un viaggio didascalico nell’orrore, raggelante e raggelato proprio perché comune, rassegnato, privo di picchi di coscienza. Lo straniero attraversa una tipica città bavarese (che sarà scenario di tutti i dieci racconti) al crepuscolo, sentendo una voce lontana che scambia per il latrato di un cane. E’ la voce di Hitler che tutti i tedeschi sono obbligati ad ascoltare se non vogliono incorrere in spietate repressioni, controllati da una polizia che si aggira furtiva, che ascolta le delazioni di nemici e rivali, che impone scelte forse non condivise, ma inevitabili. Come le trombe del giorno del giudizio, della fine del mondo, la voce di Hitler pervade le coscienze dei tedeschi, alcuni vittime e alcuni complici, e ci apre le porte dell’abisso.
Così veniamo a conoscenza della storia di Peter e Marie, due giovani fidanzati che sognano di fare lei la maestra e lui l’avvocato, protagonisti di A causa di un deplorevole errore… I nomi sono cambiati, lo scenario è differente per non creare problemi ai protagonisti o a chi per loro ne ha raccontato la storia a Erika Mann, (in appendice la curatrice spiega le ragioni che hanno spinto l’autrice a scegliere alcune storie invece che altre e che il titolo originale era appunto Fatti, prima di scegliere il più poetico Quando si spengono le luci) ma appunto la consapevolezza che fosse una storia realmente accaduta mi ha accompagnato durante tutta la lettura assieme all’ammirazione per lo stile della Mann. E’ una storia tragica la loro, e la tragedia è tanto più dolorosa quanto appunto comune, quotidiana. Non sono ebrei né comunisti Peter e Marie, non sono oppositori politici, né eroici paladini di cause nobili o pericolose. Forse hanno qualche dubbio, almeno Marie li ha, ma sono due semplici ragazzi che si troveranno a vivere una vicenda che l’assurdo che la sovrasta rende ancora più tragica.
In Checks and Balances è il sospetto un sentimento sporco e paralizzante il vero protagonista. Un commerciante dalla faccia onesta e pulita, anche se i suoi tratti vagamente semiti gli hanno causato qualche guaio, decide di falsificare i libri contabili della sua drogheria che gestisce per dichiarare una cifra sufficiente a non fargli chiudere il negozio, ma non ha calcolato la reazione della moglie. E di nuovo l’assurdo e il grottesco entra prepotentemente in scena con il suo amaro sapore di fiele.
In Herr Huber proprietario di fabbrica è lo sforzo bellico analizzato sotto la lente di ingrandimento, con le sue contraddizioni e quel grottesco nome di “angeli della pace” dato alle armi. Materiali scadenti, ritmi di lavoro sfiancanti, Herr Huber ha seri dubbi che tutto questo possa portare a qualcosa di buono e mentre si confida con la segretaria e anzi le dichiara il suo amore, riceve la notizia che lei per metà è ebrea. “Tragica” fatalità che stempera i suoi sogni d’amore. E intanto l’ubbidienza sembra la sola legge che governa le coscienze.
In Giustizia è ciò che serve alla nostra causa, un professore universitario di diritto penale guida moralmente la sua aula in un atto di “sabotaggio” che porta a deridere con pungente sarcasmo e ironia l’azione di due SA venute ad arruolare studenti da mandare nella Prussia dell’Est.
In A ricordo di un eroe tutto inizia con una direttiva del capo della polizia municipale di arrestare gli ebrei di sesso maschile, di nazionalità tedesca, benestanti, non in età avanzata, che occupano una posizione rilevante nella società.
Il sesto racconto intitolato Un contadino fugge in città narra le peripezie di un giovane contadino che lascia la campagna per trasferirsi in città, che dista solo quattro ore di treno ma che per lui è un mondo sconosciuto, sullo sfondo della Germania trasformata nel Terzo Reich. Fa parte del fenomeno denominato “esodo dalle campagne” e intanto sente dentro di sé la sensazione di stare fuggendo.
In Compagni di sventura il contadino del racconto precedente si trova in cella con l’accusa di aver dato da mangiare mangime pregiato alle sue galline.
In L’ultimo viaggio Max Murks, giovane marinaio, parte per il suo viaggio verso NewYork e la madre lo prega di portarle un poco di caffé tostato, perché lì in città non se ne trova più. Ma il giorno in cui Max avrebbe dovuto tornare a casa per Natale si presenta un suo amico alla porta.
In Su indicazione medica il dottor Scherbach si trova a dirigere l’ospedale della città e si vede sostituite le suore che prima lavoravano da infermiere, con infermiere di provata fede nazista.
Infine nell’ultimo racconto, che dà il titolo alla raccolta, il membro del partito Hans Gottfried Eberhardt, redattore culturale presso “Der Anzeiger”, decide quasi per scherzo di correggere gli errori grammaticali, trentatrè gravi errori stilistici e grammaticali, di un discorso del Fuhrer del quale doveva scrivere la trionfale introduzione, chiudendo così per sempre la seppur modesta carriera di giornalista. Per sei anni aveva scritto quello che voleva il regime e passato sotto silenzio ciò che al regime non piaceva. E ora invece il visto d’ingresso per lui e la sua famiglia per gli Stati Uniti diventa l’unica cosa importante.

Erika Mann (Monaco di Baviera, 1905 – Zurigo 1969), saggista, performer, scrittrice e giornalista, figlia primogenita di Thomas Mann e Katja Pringsheim, abbandona la Germania del Terzo Reich nel 1933 assieme al fratello Klaus, scegliendo la via dell’esilio che la porterà in Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti. Corrispondente per radio e giornali inglesi e americani, autrice di fortunati libri per l’infanzia, reporter di guerra, conferenziera di successo, curatrice del lascito letterario del padre e del fratello, Erika Mann attraversa anni cruciali all’insegna di un instancabile impegno intellettuale. Tra le pubblicazioni in italiano, Caro Mago. Lettere e risposte 1922-1969 (il Saggiatore 1990), che raccoglie la corrispondenza con il padre.

:: Recensione di Il labirinto ai confini del mondo, Marcello Simoni, (Newton Compton, 2013) a cura di Viviana Filippini

2 dicembre 2013

labirintoIn principio fu l’Ute Vetorum, il raro libro contenente alcuni importanti precetti della cultura talismanica orientale, capace di evocare gli angeli. Poi arrivò la Turba philosophorum, l’antico manoscritto attribuito ad un discepolo di Pitagora contenente la formula alchemica per violare la natura degli elementi. Ora, quale sarà il nuovo reperto che incrocerà il suo destino con l’eroico Ignazio da Toledo? Per scoprirlo basta leggere Il labirinto ai confini del mondo, il terzo romanzo di Marcello Simoni con protagonista il saggio viandante. In questa occasione l’avventura prende il via da una cruenta scia di omicidi nella Napoli del 1229. L’unica cosa certa è che il sicario di queste uccisioni brutali ed efferate è un misterioso cavaliere che miete vittime su vittime, riuscendo sempre a farla franca. L’inquisitore Konrad von Marburg vuole porre fine a questa sterminata serie di morti e comincia ad indirizzare le sue indagini attorno ad un setta devota ad un antico culto astrale conosciuta con il nome di Luciferiani. I primi sospetti della ricerca si accentrano attorno a Suger de Petit- Pont, un noto magister medicinae cacciato dall’università di Notre-Dame, ma presto l’interesse degli investigatori e dell’inquisitore si accentrano su Ignazio da Toledo giunto a Napoli per vendere un’antiqua reliquia. L’avventuriero nato dalla penna di Simoni inizierà un ardito e insidioso viaggio di ricerca che lo porterà fino in Sicilia, alla Corte dei miracoli di Federico II di Svevia, per comprendere chi sono davvero i Luciferiani e dimostrare la propria innocenza al temibile inquisitore. Il labirinto ai confini del mondo è l’ultima avventura di Ignazio da Toledo e ancora una volta Simoni costruisce un perfetto mix tra documentazione storica e ’invenzione letteraria che evidenzia quanto l’epoca del Medioevo sia ricca di argomenti ideali per creare fiction narrative. Tanti sono i personaggi che il protagonista incontrerà in questa sua impresa, tra i quali Federico II di Svevia – storicamente vissuto e noto alle cronache per essere stato un abile stratega spesso in conflitto con il papato-, un regnante dal carattere allo stesso tempo geniale e un po’ oscuro, ma marchiato da quella voglia di conoscere che lo avvicina molto a Ignazio da Toledo. La suspense, i colpi di scena e l’azione incedono pagina dopo pagina portandoci a fianco di Ignazio che emerge dal libro di Simoni con la sua personale identità di personaggio letterario munito di pensieri, riflessioni e sentimenti umani che lo rendono simili a noi lettori e poi, la presenza nella sua vita di aspetti oscuri e non del tutto chiari sono gli elementi lo presentano misterioso agli occhi del lettore. Il labirinto ai confini del mondo è la conferma dell’abile capacità di Marcello Simoni di costruire romanzi storici ricchi di dinamismo e colpi di scena, nei quali la trama e l’ordito dell’intreccio narrativo sono determinati dal perfetto equilibrio tra il vero e la fantasia, che amalgamandosi originano enigmatiche e appassionanti storie d’avventura capaci di conquistare chi legge, dando informazioni su realtà storiche non sempre a tutti note. Con questo libro termina il ciclo dedicato all’eroico Ignazio da Toledo, ma vista la fervente creatività dell’autore ex archeologo laureato in Lettere e bibliotecario, credo che non dovremo aspettare molto tempo per compiere un nuovo viaggio nelle misteriose trame dell’epoca medievale.

Marcello Simoni, ex archeologo laureato in Lettere, nato a Comacchio nel 1975, lavora come bibliotecario e ha pubblicato diversi saggi e romanzi storici. Con Il Mercante di libri maledetti, romanzo d’esordio, con oltre 500mila copie vendute, ha vinto il 60° Premio Bancarella, è stato selezionato al premio Fiesole 2012 e finalista al Premio Emilio Salgari 2012. I diritti di traduzione sono stati acquistati in 18 Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato anche La biblioteca perduta dell’alchimista, secondo capitolo della trilogia del famoso mercante, e L’isola dei monaci senza nome. Per la collana Live è uscito I sotterranei della cattedrale, che ha venduto oltre 150.000 copie.

:: Un’intervista con Linda Castillo a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2013

vicolo ciecoCiao Linda. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Linda Castillo? Punti di forza e di debolezza.

Ti ringrazio tantissimo per avermi invitato. Sono cresciuta in una piccola comunità agricola in Ohio, un paio di ore da Amish Country. Mio marito ed io attualmente risiediamo nella regione di Texas Panhandle, in un piccolo ranch. Abbiamo due cavalli, quattro cani presi dal canile e un gatto domestico. Sono una grande amante degli animali e passo tutto il tempo che posso con i miei cavalli a cavalcare. Vorrei dire che la mia forza più grande è la perseveranza. La mia maggiore debolezza è che a volte tendo ad essere una maniaca del lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Ho scritto il mio primo romanzo quando avevo tredici anni. Era un romanzo young adult dal titolo The Long Journey, scritto a mano in un quaderno a spirale. Che ancora conservo. Certo era scritto male, ma ho sempre amato scrivere storie e creare personaggi. Mi è sempre piaciuto mettere quei personaggi in situazioni difficili o pericolose.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Ho scritto diversi libri prima di riuscire a venderli. Il mio primo libro pubblicato si intitolava Remember the Night. Era un romanzo romantic suspense edito da Harlequin nel 2000.

Quali sono per te le qualità tipiche che caratterizzano un buon scrittore?

L’ editoria è un business difficile in cui avere successo. E scrivere un romanzo è un lavoro talvolta lungo e difficile. Penso che uno scrittore, sia uomo che donna, che voglia avere successo debba prima di tutto essere perseverante. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore prendere lezioni di scrittura e imparare quanto più possibile non solo i segreti della scrittura, ma anche come funziona il business vero e proprio. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore essere appassionato del suo lavoro.

La serie di thriller con protagonista Kate Burkholder è ambientata nella terra degli Amish. La comunità Amish è un’ ambientazione insolita per un romanzo. Come ha influenzato la tua scrittura? Penso al film Il testimone con Harrison Ford. Ti ha influenzato in qualche modo?

Mentre mi è piaciuto molto il film, Witness in realtà non ha influenzato in alcun modo il mio lavoro. Una visita nell’ Amish Country nel 2004 mi ha suggerito l’ idea di base e l’ambientazione per Sworne to silence (Costretta al silenzio, 2010). Non riuscivo a pensare ad un’ ambientazione più interessante per il mio libro. Come scrittrice ho voluto esplorarne la cultura. Volevo scrivere di una protagonista da poter inserire in quel mondo. Un personaggio diviso tra due culture,  che molte volte si scontrano. Ho voluto iniettare qualcosa di terribile in questa piccola città sana per vedere come questo personaggio eterogeneo gestisse quel tipo di stress. Amo la giustapposizione di ciò che è sano posto contro il male.

Ti sei ispirata ad eventi reali per creare le tue trame? Dove trovi di solito le idee?

La maggior parte delle mie idee vengono da notizie che apprendo dai giornali, dalla tv e c’è un rifornimento apparentemente senza fine. Ci sono omicidi e sparizioni e sparatorie che nascondono una parte di mistero. Ho sempre voglia di sapere chi è stato e perché. E così prendo una notizia interessante – di una persona scomparsa, per esempio-, e cerco tutti gli attori coinvolti, do un’occhiata a tutti i possibili scenari e le motivazioni, e mi metto al lavoro. Cerco anche di pensare a come i crimini influenzano la vita delle persone e di come la gente reagirà. Chi ha qualcosa da nascondere? Chi sta mentendo? E’ un processo disordinato nella fase iniziale, ma alla fine ottengo di solito qualcosa che posso davvero utilizzare per i miei romanzi.

Hai anche scritto numerosi romance e romantic suspense. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Ho venduto il mio primo libro nel 1999 a Harlequin e ho scritto 27 libri da allora. Scrivere romantic suspense mi ha insegnato alcune cose molto importanti per quanto riguarda la scrittura. Ho imparato a dare importanza al conflitto emotivo e ho imparato a creare personaggi forti, che sono entrambi elementi vitali in ogni buon libro. Scrivendo thriller l’approccio differisce in quanto sono in grado di concentrarmi maggiormente sul lato mystery rispetto al rapporto tra i personaggi. Sono anche in grado di esplorare gli elementi più oscuri di una storia. In termini di voce non ci sono sottili differenze tra i due generi per quanto riguarda la scelta delle parole e il livello di intimità o di sesso esplicito. Mentre mi sono divertita a scrivere quei miei primi libri, l’idea di scrivere un thriller mi ha sempre attirato. E’ stata una sfida scrivere ad un altro livello ed esplorare qualcosa di nuovo.

Breaking silence, ora pubblicato in Italia da Time Crime con il titolo In un vicolo cieco, è il tuo terzo libro della serie Kate Burkholder. Potresti dirci qualcosa della trama?

Mi è piaciuto molto scrivere questo libro, in particolare l’aspetto mystery. Ecco la trama : La piccola città di Painters Mill viene scossa quando una coppia di Amish, – genitori di quattro figli – sono trovati morti nella fossa del letame nella loro fattoria, apparentemente vittime di asfissia. Inizialmente le morti sembrano essere il risultato di un tragico incidente. Tutto cambia invece quando l’autopsia rivela che una delle vittime ha subito un colpo alla testa poco prima della morte. Che tipo di mostro sarebbe capace di uccidere una coppia Amish e lasciare quattro bambini orfani? Consapevole della natura dolce degli Amish, il capo della polizia Kate Burkholder approfondisce il caso sospettando una vendetta, solo per rendersi conto che niente è come sembra.

Potresti dirci qualcosa sui tuoi protagonisti principali?

La protagonista della serie, Kate Burkholder, è nata Amish, ma ora è il capo della polizia in una piccola cittadina dell’Ohio. Penso che una delle cose di Kate che maggiormente amino i lettori è il fatto che sia così imperfetta. Lei è fallibile. Fa errori. A volte si sente troppo coinvolta. Penso che la sua stessa umanità è una caratteristica che attiri i lettori. L’uomo di cui è innamorata, John Tomasetti, è un agente della Polizia di Stato del Bureau of Criminal Identification and Investigation. Questi due personaggi non sono perfetti. Sono stati danneggiati dal loro passato. Ma sanno che il loro rapporto è una parte importante del processo di guarigione. Amo la chimica tra questi due personaggi.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi ha influenzato maggiormente la tua scrittura ?

Sto sempre leggendo qualcosa e ci sono tanti autori meravigliosi tra cui scegliere. Alcuni dei miei preferiti sono Tana French, Gillian Flynn, Lisa Gardner, Tami Hoag.

Cosa stai leggendo in questo momento ?

Ho appena finito di leggere Through The Evil Days di Julia Spencer- Fleming ed è stato incredibile!

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Amo scrivere i romanzi della serie di Kate Burkholder e ho ancora molto da esplorare con questo personaggio. Finché i miei lettori leggeranno e apprezzeranno la serie di Kate Burkholder, io continuerò a scrivere.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Scrivere ogni giorno. Prendere lezioni di scrittura. Leggere molto. Sognare in grande. E non mollare mai. .

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Io amo fare tour promozionali. Mi piace interagire con i lettori e parlare di libri. Mi piace conoscere i librai e i bibliotecari. Durante il mio primo tour, ero a Dallas all’aeroporto Ft . Worth proveniente dall’ Ohio per il mio primo evento. Ero appena scesa dal Skylink, dopo il mio arrivo al terminal. Mentre stavo scendendo giù per la scala mobile, ho guardato giù e ho visto una famiglia composta da una dozzina di Amish, seduta in un gruppo di sedie alla base della scala mobile. Vederli è stato  talmente inaspettato che per un paio di secondi ero assolutamente certa che i miei libri avessero in qualche modo offeso la comunità locale Amish ed che fossero usciti per protestare contro l’uscita del mio libro. Inutile dire che non hanno fatto la minima attenzione a me. Due anni fa, ho viaggiato nei paesi Amish dell’Ohio e ho avuto la fortuna di trascorrere del tempo con un paio di famiglie Amish. Ho anche avuto modo di guidare un buggy! E ‘stata un’esperienza meravigliosa e molto divertente.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi ?

Mi piacerebbe visitare l’ Italia! Non solo per parlare con i lettori di libri, ma per incontrare la gente davvero incantevole che vive in Italia e vedere il bel paese. Avete tanta  storia, voi. Non ho mai avuto l’opportunità di viaggiare in Italia, ma mia sorella l’ ha recentemente visitata e le è piaciuta davvero molto. Spero, un giorno, di visitare l’ Italia anche io.

Parlaci del tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Mi piace moltissimo sentire i lettori! Non parlo italiano (scusate!), ma posso sempre usare google per tradurre. Il modo migliore per i lettori di raggiungermi è tramite e-mail: books@lindacastillo.com. È anche possibile raggiungermi via mail attraverso il mio sito: www.lindacastillo.com.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando in questo momento ?

Ho appena completato il sesto libro della serie Kate Burkholder. Si intitola The Dead Will Tell e uscirà negli Stati Uniti l’8 luglio. Sono molto entusiasta di condividerlo con i miei lettori .

:: Recensione di Il cerchio di Sara Elfgren e Mats Strandberg (Salani, 2012) a cura di Elena Romanello

30 novembre 2013

il_cerchio_sara_elfgren_mats_strandbergTorna la letteratura scandinava in libreria, proponendo questa volta un romanzo urban fantasy, primo di una serie (una costante di questo genere, nel bene e nel male), e cioè Il cerchio, scritto da Sara Elfgren e Mats Strandberg ed uscito in italiano per Salani, storico editore presente da decenni ma divento emblematico per chi legge il genere fantastico per aver proposto la saga di Harry Potter.
All’apparenza Il cerchio può sembrare l’ennesima proposta rivolta ad un pubblico adolescenziale, visto che fa leva su un tema abbastanza comune negli ultimi decenni, quello del gruppo di adolescenti di sesso femminile che scopre la magia, la sua forza ma anche i pericoli ad essi connessi, usandola come un mezzo per superare i propri disagi e drammi, sempre presenti in misura più o meno elevata nell’adolescenza e capaci spesso di influenzare tutta una vita.
Ci sono però alcuni punti di interesse in questo romanzo, non poi così scontato come ormai purtroppo questo tipo di letteratura sembra aver abituato i lettori, anche se le premesse sembrerebbero simili, con tanto di ragazze compagne di scuola che scoprono di dover combattere le forze del male, e non solo per il Paese scelto, la Svezia e non luoghi inflazionati come Gran Bretagna e Stati Uniti.
Il cerchio racconta una storia di fantasia, ma parla di cose anche molto reali e realistiche e abbastanza scomode, quali le famiglie disgregate, l’omosessualità, il bullismo, la droga, i disturbi alimentari. Tematiche non poi così scontate nel genere urban fantasy, soprattutto quando si rivolge ad un pubblico di adolescenti, ma che qui vengono trattate senza compiacimenti, con uno stile non certo idealizzante e molto crudo.
Del resto, anche autori di altri generi letterari, come lo Stieg Larsson della trilogia Millenium, il Lindqvis di Lasciami entrare e la nuova autrice romance Simona Arhnstedt avevano mostrato come si poteva essere realistici fino ad essere spietati non solo in un thriller dai contorni disturbanti, ma anche in una storia di vampiri e in un romance storico, mettendo in luce il lato oscuro dei Paesi scandinavi, visti da molti dal dopoguerra in poi come esemplari per il welfare e la costruzione di una società civile e solidale, ma incapaci di risolvere fino in fondo drammi e problematiche come le violenze familiari, il maschilismo, l’odio verso il diverso, emerse tra l’altro anche recentemente nelle cronache nazionali rimbalzate in tutto il mondo.
Detto questo Il cerchio magico, pur con premesse interessanti, non sa poi decidersi tra realtà e fantasia, tra critica sociale e storia di un’iniziazione magica, mentre gli altri autori scandinavi sapevano comunque poi essere convincenti. Detto questo, è un primo capitolo comunque interessante di una possibile trilogia, di cui viene voglia di conoscere i prossimi sviluppi, con le avventure di queste ragazze magiche dell’estremo nord, non tanto supereroine ma molto piene di problemi e non solo sovrannaturali.

Sara Bergmark Elfgren, classe 1980, è un’ autrice svedese di romanzi fantasy rivolti ad un pubblico  young adult. Ha lavorato precedentemente come sceneggiatrice sia per il cinema che per la televisione. Il suo primo romanzo Il cerchio è stato scritto nel 2011 assieme a Mats Strandberg.  Il cerchio è stato nominato all’  August Prize nella categoria dedicata alla narrativa per ragazzi.

Mats Strandberg, classe 1976, è uno scrittore e giornalista svedese. Strandberg lavora per il  Aftonbladet. Ha debuttato nel 2006 con il romanzo d’esordio  Jaktsäsong.  Ha pubblicato nel 2011 con Sara Elfgren il fantasy young adult Cirkeln (Il Cerchio).

:: Recensione di Nulla resta nell’ombra di Claudia Vilshöfer (Giano editore, 2013) a cura di Elena Romanello

29 novembre 2013

nulla resta nell'ombraDopo aver popolato per anni gli schermi televisivi con gialli in salsa teutonica, sono arrivati anche in libreria gialli scritti da autori tedeschi e austriaci, per certi versi ancora più efficaci dei loro omonimi televisivi e non meno avvincenti di quelli ambientati in altre zone più classiche, come il mondo anglosassone.
Ne è un esempio Nulla resta nell’ombra di Claudia Vilshofer, dove si fa i conti con uno dei temi del giallo forse meno trattato dalla finzione, se si esclude il telefilm a stelle e strisce Senza traccia: la scomparsa di una persona e tutto quello che può avere a che fare con questo, un tema che ha dato vita a trasmissioni popolari come Chi l’ha visto ma che forse la finzione non ha ancora sviscerato del tutto, e che resta uno dei più angoscianti, forse più di un omicidio palese.
Il romanzo racconta la storia di Sarah e Mark, giovane coppia tedesca appena sposatisi, che decidono di venire in viaggio di nozze nel nostro Paese e che si trovano senza benzina su una stradina deserta della Val Bormida, in Piemonte. Mark si allontana in cerca di rifornimenti e sparisce nel nulla, Sarah inizia a cercarlo ma si scontra contro il disinteresse delle forze dell’ordine e con alcune inquietanti verità che viene a scoprire su quest’uomo di cui è innamorata ma su cui scopre di sapere relativamente poco. Mark si infatti è licenziato dallo studio fotografico in cui lavorava per alcune foto compromettenti, ha ritirato tutti i suoi soldi dal conto corrente, ma soprattutto per tutta la sua vita ha vissuto per pochi anni in vari posti, sparendo ogni volta di colpo, come se nascondesse un segreto.
Claudia Vilshofer intreccia due misteri, uno contemporaneo, legato ad un serial killer che agisce nelle colline piemontesi, tanto belle ma tanto inquietanti, e uno legato ad un fatto del passato di Mark, che non ha mai smesso di turbare la sua vita.
Il risultato è una trama tesa, intorno ad un’investigatrice per caso, Sarah, non aiutata da nessuno se non dal suo intuito, in cerca di una verità su se stessa, la propria vita e la persona con cui vorrebbe passarla, pronta a scontrarsi con chi liquida il suo caso come uno dei tanti e lei come la possibile vittima di un inganno.
A differenza di altri libri del genere, Nulla resta nell’ombra  riesce a mescolare bene le varie carte, il passato e il presente, e non porta ad un finale affrettato pur portando avanti in parallelo due trame di investigazione distinte tra di loro, accomunate solo dal fatto che in qualche modo hanno avuto a che fare con il personaggio di Mark.
Claudia Vilshofer, tedesca, descrive ottimamente il suo Paese di origine, con i suoi segreti nascosti e le sue contraddizioni, ma dà il suo meglio quando porta i suoi lettori in mezzo alle colline piemontesi, ultimamente molto amate dai tedeschi, proprio perché così diverse dalla loro madre patria, ma proprio per quello luogo estraneo e misterioso, così ricche di nascondigli e lontane da una certa idea di ordine e regolarità tipicamente teutonica.
Ma non ci sono frecciatine al nostro Paese e alla sua cultura: leggendo questo giallo anzi si potrà scoprire un aspetto che magari non si era considerato da una zona rinomata finora soprattutto per l’enogastronomia e il paesaggio, ma capace di nascondere un lato oscuro, anche in un’assolata giornata d’estate.

Claudia Vilshöfer è nata in Brasile nel 1968. Appassionatasi alla scrittura fin dai tempi della scuola, si è dedicata al suo primo libro solo anni dopo, scegliendo la strada del thriller psicologico. L’ispirazione le è venuta dalla sua attività lavorativa nel campo del turismo e dai numerosi soggiorni trascorsi all’estero. Oggi Claudia Vilshöfer vive con la sua famiglia nei pressi di Colonia. Nulla resta nell’ombra è il suo secondo romanzo.

:: Recensione di Cosa vuoi fare da grande di Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni (Del Vecchio Editore, 2013) a cura di Micol Borzatta

27 novembre 2013

cosa vuoi fare da grandeNarra la storia di due bambini senza genitori che a scuola vengono presi di mira sia dai compagni che dagli insegnanti.
La loro storia si interseca con la storia di un altro ragazzo diventato famoso per una sua invenzione e con quella degli insegnanti.
Ogni vita viene descritta nei minimi particolari raccontando le varie problematiche che ogni protagonista deve affrontare, descrivendo nei minimi particolari i sogni e le difficoltà di ognuno.
Un romanzo breve e di veloce lettura che trasmette al lettore le problematiche che devono affrontare tutti in tutte le epoche tra cui il bullismo, la difficoltà di trovare lavoro, il rapporto difficoltoso tra bambini e genitori, e con i docenti, in modo profondo ma nello stesso tempo comico e ironico, riuscendo così ad avvicinare ogni tipo di lettore.
Lo stile scherzoso riesce a coinvolgere il lettore che durante la lettura riesce a trovare un momento di svago dai problemi quotidiani, ma fa in modo che a fine lettura la sua mente automaticamente ripensa a quanto letto e prende coscienza effettivamente delle problematiche che affliggono il mondo di oggi.
Nella lettura sono stati riscontrati alcuni errori ortografici che devono essere scappati durante la fase di editing prima della pubblicazione.

Ivan Baio nasce a Siracusa, ma nella vita ha vissuto a Milano, Roma e infine a Berlino.
Scrittore e inventore attualmente segue un social network.

Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa.
Scrittore, attualmente segue un blog che ha scelto di colore verde perché è il colore della speranza e dell’ecologia.

:: Recensione di Gratitude di Lorenzo Cherubini (Einaudi, 2013) a cura di Valeria G.

27 novembre 2013

gratitude“Sono a Riccione, in un residence di fronte al porto turistico. Sono qui per scrivere le mie memorie di 25 anni. A Riccione è iniziato tutto. Non è vero, qui c’è stato uno dei miei inizi… O forse è iniziato tutto quando mi sono trovato di fronte all’Estasi di santa Teresa del Bernini…”

Quando e in che modo tutto ebbe inizio? Questa è la domanda di apertura della storia di vita di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti.
Tale dubbio potrebbe essere svelato: forse l’avventura incominciò con un incontro molto particolare.
Lorenzo era solo un bambino quando partecipò ad una gita scolastica nella città di Roma, l’opera che vide era una scultura di Gian Lorenzo Bernini.
La scultura è la famosissima “Transverberazione di Santa Teresa d’Avila” e lui stesso scrive di aver pensato per giorni all’energia che l’opera sprigionava. Inconsciamente forse, il nome Teresa fu per lui di forte ispirazione infatti, molti anni dopo, lo scelse come nome di battesimo per sua figlia.
Nel 1600 il cardinale Federico Cornaro decise di affidare la realizzazione della cappella funeraria della propria famiglia all’interno della chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, al grande Gian Lorenzo Bernini. Il Bernini realizzò una delle sue più belle e intese opere barocche. Lo scultore fece realizzare una finestra alle spalle dell’opera in modo da ottenete un ingresso di luce che si riflette dall’alto e che crea un effetto palcoscenico per ottenere maggiore enfasi ed effetto teatrale. Come non collegare questo altro elemento al nostro Lorenzo? Lui ci vivrebbe su di un palcoscenico.
L’ultima sorprendente analogia tra l’opera e Lorenzo è la seguente. Avete presente la scultura? La santa in estasi ha il viso sollevato verso un cherubino dal viso dolcissimo.
Se si crede ai segni del destino, questo non può essere che un inizio.
La scrittura di Lorenzo è semplice, ma efficace. Con estrema facilità riesce a coinvolgere il lettore nelle sue esperienze di vita più importanti, e lo trascina nel profondo della sua essenza. E’ Lorenzo che parla in prima persona e che racconta, con la sua straordinaria energia, tutte le esperienze più significative della sua vita: l’affetto verso la famiglia d’origine, le scelte lavorative rischiose, il successo, i viaggi, l’incontro con la moglie e la nascita della figlia. E poi naturalmente la musica. Le pagine suonano al ritmo delle sue più famose canzoni.
Ma la musica, sebbene sia l’universo che spinge l’artista all’espressione massima del suo io, non è tutto.
Lorenzo si mette a nudo e racconta ciò che più lo ha cambiato nella sua ricchissima esistenza: il viaggio in Sudamerica e Sudafrica, l’amicizia con i colleghi, l’affetto delle persone, il dolore per l’improvvisa morte del
fratello, l’impegno politico, la malattia della mamma, la relazione con la sua compagna. E’ estremamente interessante come usa rivolgersi alla moglie: utilizza l’articolo davanti al nome, lo fa sapendo di commettere un errore grammaticale ma si prende questa licenza per sottolineare in modo molto romantico
l’importanza della persona in questione, non è una Francesca qualunque, è” La Francesca” : lei ,l’unica Francesca che lui possa amare, l’unica che possa stare al suo fianco, il completamento della sua persona.
Lorenzo appare come un uomo che ha saputo mantenere l’umiltà del cuore e che sa ancora sorprendersi davanti alle bellezze che la vita gli propone.
Il suo messaggio arriva forte e chiaro: il suo “pensiero positivo” e il suo affidarsi alla vita sono il suo più grande successo.
Gratitudine, quindi, a Lorenzo per aver aperto la sua anima e per averci donato la poesia del suo cuore.

Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti, nasce a Roma nel 1966, terzo di quattro fratelli. Inizia giovanissimo la sua esperienza lavorativa come dj a Roma, approda a Milano e, diventa in pochi anni, con la sua musica ed il suo modo inconfondibile di “narrare ” le canzoni uno dei più famosi artisti italiani conosciuti in tutto il mondo.

:: Recensione di Joyland di Stephen King (Sperling & Kupfer, 2013) a cura di Giulietta Iannone

25 novembre 2013

joylandRicordo ancora la giornata di Mike e di Annie al parco come se fosse ieri, ma ci vorrebbe un narratore molto più dotato di me per farvi capire che cosa provai e per spiegarvi perché da quel momento in poi Wendy Keegan non fu più padrona del mio cuore e delle mie emozioni. Posso solo confermarvi un fatto risaputo: certi giorni valgono più dell’oro. Non sono molti, ma nel corso di quasi ogni vita ne esistono almeno un paio. Quello fu uno dei miei giorni e ogni volta che sono giù di corda e il mondo non mi sorride e tutto mi sembra finto e dozzinale come la passeggiata di Joyland in un pomeriggio di pioggia, io ritorno con la memoria a quel martedì di ottobre, anche solo per ricordare a me stesso che la nostra esistenza non è sempre un gioco da spennapolli. Talvolta i premi sono reali. Talvolta hanno un valore immenso.

È la prima volta che recensisco Stephen King, anche se naturalmente Joyland non è il primo libro di King che abbia letto. Non che la cosa mi imbarazzi, tutt’altro, ho recensito Euripide, Arthur Miller e Graham Greene tanto per dire, recensire i mostri sacri della letteratura è un’ esperienza stimolante e istruttiva, che consiglio a  tutti i lettori. Comunque recensire King è anche un’ esperienza catartica ed è bizzarro che abbia avuto questa sorta di battesimo del fuoco proprio con una storia di iniziazione e struggente nostalgia, ricca degli stessi spunti narrativi presenti bene o male in tutti i suoi romanzi, horror compresi.
Che Joyland non sia un horror è già stato detto, anche che si ricollega in un certo senso alla poetica de Il corpo, da cui è stato tratto il film generazionale Stand by me – Ricordo di un’ estate, stessa cosa che non è un vero thriller e men che meno un giallo classico di tipo deduttivo, un whodunit come sembra averlo definito Charles Ardai editor di Hard Case Crime (l’editore americano del romanzo), sebbene ci sia una ragazza morta, ultima di una serie di vittime di una specie di serial killer, e parte del romanzo si riveli essere un’ indagine condotta dal protagonista per smascherarlo, che comunque si riduce ad essere una ricerca per biblioteche e vecchi quotidiani condotta da Erin, dalla quale il protagonista ricaverà l’intuizione fatale. Ben poco, concorderete con me, per definirlo appunto un whodunit.
Potremmo a questo punto giocarci la carta della ghost story, e qui abbiamo ben due fantasmi che giocano un ruolo fondamentale nella storia, sebbene il primo, quello della ragazza Linda Gray, sembra solo capace di segnare il destino di Tom Kennedy, spegnendo un po’ della sua contagiosa allegria (il protagonista non arriverà mai a vederlo, limitandosi a notare un cerchietto azzurro, appartenuto alla ragazza). A questo punto ritengo che la cosa più onesta da fare sia definire Joyland un romanzo senza classificazioni, forse tutt’al più un romanzo di formazione che segue con amorevole cura il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di un giovane universitario americano che sogna di fare lo scrittore e finirà per fare il giornalista, con un groppo alla gola per l’estate dei suoi ventun’anni, relegata nel 1973 in un parco di divertimenti sulle coste della Carolina del Nord.
Pubblicato in Italia, in contemporanea con l’America, da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, e tradotto da Giovanni Arduino, Joyland (Joyland, 2013) è un romanzo come dicevo prima profondamente kinghiano. Parla di nostalgia, dell’ingenuità degli anni ’70, sorta di Eden dorato in cui anche King era giovane e i parchi di divertimento erano ancora quasi a gestione famigliare, sorta di ribellione contro l’avvento omologante e massivizzante di parchi di divertimento modello Disney World. (Se Devin Jones vive in quell’estate gli ultimi scampoli della sua adolescenza, anche Joyland vive una delle sue ultime stagioni, prima del fallimento.)
Parla del passaggio dall’adolescenza all’età adulta con conseguente perdita di innocenza, sostituita da una dolente accettazione per le regole, a volte crudeli, di cui è fatta la vita. Parla d’amore, corrisposto, fugace, infelice, tradito, del rapporto tra padri e figli, velato ma presente nel legame tra Devin e suo padre e in quello tra Devin e il piccolo Mike, per citare i modelli positivi, e in quello doloroso tra Annie e il predicatore.
Parla d’amicizia, di malattia, di morte, del soprannaturale (perché nei romanzi di King il soprannaturale anche sfumato c’è sempre) nascosto nelle pieghe di una quotidianità così spesso avvilente, fatta di sacrifici, perdite, sconfitte, povertà, desiderio di riscatto.
Parla della magia di un parco di divertimenti in riva al mare, di quelli simili alle giostre paesane itineranti che ogni anno ancora oggi toccano la mia città. Il tirassegno, la ruota panoramica, le tazze ballerine, il Castello del Brivido, la cartomante vestita come una gitana magiara, segnata dal forte accento di Brooklyn, quando si distrae, che legge la mano e predice la fortuna e forse è realmente dotata del “dono”.
Parla dei codici di comportamento, di cosa significhi essere figli del carrozzone, della loro bizzarra parlata, del senso di appartenenza ad una comunità coesa e bislacca. Hot dog, zucchero filato, il regno dell’infanzia di molti, forse di tutti.
King è un maestro nel rendere epico qualcosa di così radicato nell’immaginario comune, e sebbene qui descriva l’America di provincia degli anni ’70, Heavens Bay, Carolina del Nord, non è difficile rivivere le stesse sensazioni, gli stessi odori, la musica (i Doors, i Pink Floyd) i falò sulla spiaggia fissi nei ricordi dei lettori, almeno di quelli che erano ragazzi negli anni ’70.
King schiaccia il pedale della nostalgia e di una certa buona dose di sano sentimentalismo, soprattutto nel rapporto tra Devin e Mike, ragazzino malato di distrofia muscolare ma quasi mitico per la sua forza, e il suo accecante sorriso, (difficile non piangere e commuoversi nel finale, soprattutto se avete avuto l’esperienza nella vostra vita di accompagnare un bambino malato) e gioca con le ombre trasfigurate di un allora quasi più candido, coraggioso, giocoso, onesto (Devin arriva a rifiutare l’assegno di un genitore che vuole ricompensarlo per avere salvato la vita di sua figlia), fatto di scintillante polvere di stelle.
E poi per non scadere nello sdolcinato e nel melenso a  tutti i costi, o forse per non commuoversi troppo, innesta la trama quasi thriller, (badate dico quasi), con un tocco di macabro, quando ci presenta Linda Gray, ovvero il fantasma della ragazza sgozzata quattro anni prima che vaga chiedendo di essere liberata per il Castello del Brivido e appare solo ai lavoranti del luna park, terrorizzandoli a morte.
Naturalmente sarà Devin Jones, voce narrante del lungo flashback di cui è costituto il romanzo, a scoprire quasi per caso il suo assassino, e a scoprire qualcosa di ancora più importante: il potere dei sentimenti, catturati in una goccia d’ambra come l’immagine di una soleggiata estate in cui il senso della vita si materializza privandoci forse dell’innocenza, ma donandoci in cambio qualcosa di ancora più prezioso.
Succede poco, la lentezza della prima parte è quasi biblica, il finale mystery un po’ artificioso, sembra di sentire il rumore di King che si arrampica sui vetri, l’addio al fantasma, personaggio che per tutto il romanzo sembra di vitale importanza, un po’ improvviso e deludente, è stato detto che le parti più deboli dei romanzi di King siano i finali, un po’ come se esaurita la carica creativa, vada avanti per inerzia e chiuda il tutto senza eccessiva cura, ma pur tuttavia è anche evidente che a King non interessa aderire ad un genere o superarlo, parla decisamente d’altro, di una materia molto più fluttuante e indefinibile, parla di sogni, di aspirazioni, di come da vecchi guarderemo indietro con rimpianto e malinconia l’altro noi stesso di allora.
È stato definito nient’altro che una sorta di young adult d’autore, e chi lo fece non voleva fare certo un complimento, pur tuttavia credo sia vero, credo sia davvero un regalo che King abbia fatto ai suoi più giovani lettori o a quelli che non ostante l’età anagrafica abbiano conservato la giovinezza del cuore. Forse i suoi lettori storici ameranno di più le sue storie horror, presto ci sarà il seguito di Shining, pur tuttavia se amate la poetica kinghiana ne riconoscerete i tratti distintivi.

Stephen King, acclamato genio della letteratura internazionale, vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie da incubo sono clamorosi bestseller internazionali che hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. www.stephenking.com

:: Recensione di I giorni chiari, Zsuzsa Bánk, (edizioni BEAT, 2013) a cura di Viviana Filippini

22 novembre 2013

i_giorni_chiariI giorni chiari di Zsuzsa Bánk è un romanzo corale nel quale tutti i personaggi sono protagonisti di questo lungo film temporale della vita. Aja, Evi e Zigi, Seri, Karl e le loro famiglie sono i tanti personaggi principali di questa umana vicenda ambientata nella Germania degli anni’60. Qui, dopo un lungo periodo di pellegrinaggio, troveranno riparo Aja ed Evi. La casa dove madre e figlia vivono è nella periferia di uno sperduto villaggio di campagna. Non è un’abitazione di lusso, anzi è povera, ha gli infissi rotti e non esistono serrature alle porte e al cancello, ma questa miseria alle due giovani donne non importa, perché per Aja e sua madre ciò che conta è il solido legame d’amore che le unisce, così profondo che nulla sembra poterlo scalfire. Manca solo Zigi, il padre vagabondo, sempre in giro per il mondo a far conoscere la sua arte circense per guadagnare qualche soldo da spedire alle donne della sua vita. Lui ogni tanto torna a casa, ma per la maggior parte del tempo è in viaggio e ad Aja rimangono fitte lettere provenienti da ogni parte del globo che la madre analfabeta guarda solo senza poterle leggere. Accanto ad Aja, vittima di un brutto incidente che le lascerà segni indelebili nel corpo e nell’anima, compaiono due suoi amici: Seri e Karl. Come la protagonista, i due ragazzini hanno subìto dei traumi infantili che segneranno per sempre la loro esistenza. Seri è rimasta orfana di padre, morto all’improvviso, mentre Karl ha assistito impotente alla scomparsa del fratello salito su un’automobile e mai più tornato a casa. Accanto a loro ci sono quelle madri e quei padri che traumatizzati da ciò che è accaduto ai figli, faticano a vivere la vita in modo tranquillo. Evi è ossessionata dalla paura che ad Aja possa accadere un nuovo infortunio, la madre di Seri rimasta vedova farà di tutto per aiutare Evi a dare una degna esistenza alla figlia, il padre di Karl, dopo la scomparsa del figlio, si chiuderà sempre più in sé stesso, recidendo i legami con i familiari e con la società. I giorni chiari del titolo, corrispondenti ai momenti di intensa felicità e spensieratezza provata dai protagonisti durante la loro esistenza, fanno del libro della Bánk un romanzo di formazione, nel quale attraverso un lungo viaggio dal passato al presente scopriamo da cosa è stata caratterizzata la via di Aja e dei suoi amici. I tre ragazzi sono sì molto diversi tra loro, ma la rivelazione di alcune verità riguardanti il loro vissuto li renderà simili, tanto che tra loro si instaurerà un’amicizia così profonda e solidale che nemmeno il peggior ostacolo riuscirà a intaccarla. La voce narrante è quella di Seri e ci porta dentro al mondo di Aja dove lei stessa ha vissuto. Pagina dopo pagina si accumulano in una piacevole sequenza i ricordi, i traumi, le verità dolorose e le importanti prese di coscienza che hanno fatto diventare adulti i tre compagni, permettendogli di trovare il loro posto nel mondo, senza mai dimenticare i sacrifici compiuti da chi li ha messi al mondo e cresciuti.  Il romanzo della Bánk attua una vera e propria indagine sull’importanza dei legami tra amici e tra genitori e figli, dimostrando quanto le verità nascoste, una volta venute a galla possono cambiare per sempre l’atteggiamento verso la vita di chi le ha scoperte. I giorni chiari sono quelli dell’infanzia, sono spogli da qualsiasi dubbio e preoccupazione, essi sono momenti di pura felicità che dovranno confrontarsi e fare i conti con le disillusioni, il dolore e le incomprensioni che l’età adulta porta in dote.

Zsuzsa Bánk, nata nel 1965, dopo aver lavorato come libraia, ha intrapreso gli studi di giornalismo, scienze politiche e lettere nelle università di Mainz e di Washington. Vive a Francoforte con il marito e due figli. Il suo primo romanzo, Der Schwimmer, ha ricevuto grande consenso di critica e pubblico e numerosi premi, tra cui il Deutscher Buchpreis.