D. Bentornato Maurizio su Liberi di scrivere. Vorrei dedicare questa nuova intervista principalmente al tuo nuovo romanzo Buio, per i bastardi di Pizzofalcone che esce sempre per Einaudi a pochi mesi dal tuo romanzo precedente. Era giugno, infatti, quando è uscito I Bastardi di Pizzofalcone. Tutti si aspettavano una nuova indagine di Ricciardi e invece tu ci hai sorpreso proseguendo la tua serie di noir contemporanei. La storia che hai narrato esigeva di essere raccontata? I personaggi del precedente romanzo hanno in un certo qual modo preteso di nuovo spazio?
R. Prima di tutto lasciami salutare con grande affetto i lettori di questo tuo magnifico punto d’incontro per chi come me ama la narrativa, e abbracciare te con tanta tenerezza. Sì, direi che è andata proprio così; i Bastardi di Pizzofalcone avevano bisogno di un momento di forte consolidamento, di farsi conoscere meglio prima di tutto da me, di ampliare le storie personali e le relazioni reciproche. E poi avevo questa storia, forte e urgente, e sai che quando è così è molto difficile trattenersi dallo scrivere.
D. Con Il metodo del coccodrillo hai iniziato la tua serie contemporanea, scrivendo un poliziesco metropolitano in cui bene o male c’è sempre un protagonista prevalente, l’ispettore Giuseppe Lojacono, che in un certo modo ricalca echi della saga di Ricciardi: un poliziotto con le sue fragilità, due donne che gli sono care, superiori che se proprio non lo ostacolano, non lo comprendono e lo limitano. Da I bastardi di Pizzofalcone in poi, questo schema si rompe e l’approccio corale è prevalente. In quest’ultimo romanzo addirittura Lojacono è quasi sullo sfondo, è la squadra nel suo insieme, vista come un organismo unico, la vera protagonista. Come sei giunto a questa evoluzione?
R. Verissimo, la serie dei Bastardi di Pizzofalcone costituisce in un certo senso una novità per la coralità dei personaggi. Credo che un grande limite della narrativa italiana, anche non di genere, consista nel fatto che gli autori finiscono sempre per isolare un personaggio in cui vedono se stessi o quello che avrebbero voluto essere: basti notare quanti romanzi abbiano per protagonista uno scrittore o una scrittrice. Penso che bisognerebbe fare un passo indietro e raccontare la vita com’è, un contesto sociale in cui ognuno è protagonista assoluto della propria storia e interagisce con gli altri. Visto dall’alto del narratore, ogni personaggio mantiene una dignità e uno spessore, complessità che vanno singolarmente raccontate.
D. Ed McBain e l’87 Distretto sono in un certo senso un tuo modello, citi questo autore in diverse interviste. Lui ambientava le sue storie a Isola, una città immaginaria trasposizione di NewYork, tu ambienti le tue storie a Napoli. Lui aveva in Steve Carella il suo teorico punto di riferimento, tu hai creato il carismatico personaggio di Lojacono. Ed McBain scrisse la sua fortunata serie dagli anni 50 al 2005, fornendo un affresco sociale di un’epoca, in cui inseriva le storie private oltre le investigazioni dei suoi poliziotti protagonisti. Ti appresti a fare la stessa cosa anche tu con Napoli?
R. Per carità, l’Immenso McBain è un modello inarrivabile! Diciamo che mi sono limitato a tributare la mia ammirazione con alcuni riferimenti, come i tratti orientali che accomunano Carella a Lojacono. In verità sono un appassionatissimo lettore di tutti i romanzi della serie dell’87°, e trovo che mantenere una pluralità di personaggi facendone un gruppo di protagonisti sia geniale perché consente di variare costantemente la prospettiva, il punto d’osservazione dal quale si guarda il complesso universo di una metropoli contemporanea. Nel mio piccolo vorrei riuscire a usare i Bastardi di Pizzofalcone come veicolo per raccontare, a modo mio, una città difficile e articolata come Napoli.
D. La tua scrittura è stata definita verista, e nello stesso tempo poetica, dove la poesia nasce dal quotidiano, dalle cose minime, dalla fragilità e dalla forza a volte inaspettata. Grande risalto dai all’umanità dei personaggi, quasi non vergognandoti di essere capace di commuoverti, e lo fai con grande partecipazione emotiva. La commedia umana di balzachiana memoria sembra mutevole solo in apparenza?
R. Sono convinto del fatto che il genere nero, che prende il delitto e le passioni che lo causano e che da esso derivano, non debba essere necessariamente freddo, duro e distaccato. Si parla di sentimenti, di emozioni e appunto di passioni, eventi umani potenti e sottili, che mostrano la fragilità dei rapporti e delle relazioni che spesso erroneamente crediamo indistruttibili e inossidabili. La mia personale commozione di fronte a certe vicende, soprattutto quelle che coinvolgono i deboli, gli anziani, l’infanzia, arriva naturalmente nella mia scrittura e nelle descrizioni. Non lo faccio apposta, insomma, ma sono ben contento che questo accada. Il mio editor, Francesco Colombo, parla per i miei romanzi di “nero sentimentale” e devo dire che la definizione mi piace molto.
D. Se Il metodo del coccodrillo, era una storia di vendetta e solitudine, I Bastardi di Pizzofalcone, di riscatto, Buio è principalmente una storia di disperazione, forse il tuo romanzo più profondamente noir. C’è più pessimismo, smarrimento, ferocia nella Napoli di oggi?
R. Napoli, al di là delle sue peculiarità molteplici nel bene e nel male, è una metropoli mediterranea. In essa, come in qualsiasi luogo che ospiti molte centinaia di migliaia di persone in uno spazio piuttosto ristretto, ribollono milioni di pensieri ed emozioni, con gelosie, invidie, ossessioni. Io scrivo romanzi neri, ed è quindi naturale che tra tutte le passioni io prenda sotto particolare osservazione quelle che danno luogo a un delitto, o che da esso provengano; questo non vuol certo dire che Napoli sia un inferno, naturalmente: ma certamente, come tutte le nostre città, sa essere un luogo arido e solitario, in cui si può morire di abbandono a pochi centimetri da chi ti potrebbe aiutare. Questo pensiero mi sgomenta, e anima inevitabilmente le mie storie.
D. Un rapimento, un furto in casa, un killer che uccide anziani o disperati che non hanno più una ragione per vivere (che solo Giorgio Pisanelli sente e vuole fermarlo) sono le indagini principali, poi come racconti autonomi all’interno del romanzo, una figlia che affida la propria figlia a suo padre senza sospettarne il pericolo, un ragazzo che vuole fare un regalo speciale alla sua ragazza progetta di rapinare una gioielleria, un uomo che per guadagnare di più fa il turno di notte e per fare una sorpresa arriva a casa al momento sbagliato, una ragazza monta in motorino e per non rovinare i capelli non mette il casco. Stai sperimentando nuovi approcci narrativi?
R. No, assolutamente. Cerco di raccontare la vita, facendo vagare un po’ lo sguardo qua e là, perdendo un po’ la concentrazione narrativa e mettendo a fuoco, durante il viaggio, qualche panorama alternativo che subito scappa via dal finestrino. Provo a dare al lettore un ambiente, fatto di molte cose e molte persone, per fargli sentire l’aria che tira, il tempo che fa. E qualche volta mi distraggo e mi metto, solo per un po’, a seguire qualche vicoletto che magari racconta storie interessanti. Poi però mi riprendo e torno a raccontare le storie principali. Dev’essere un principio di Alzheimer.
D. Le indagini per ritrovare il piccolo Edoardo Cerchia, un bambino di dieci anni, figlio di genitori separati e nipote di un ricchissimo imprenditore, è forse il filo conduttore su cui ruota tutto il romanzo, la parte che chiede più spazio, più partecipazione emotiva anche da parte del lettore. L’infanzia negata, la violenza, non solo fisica, perpetrata contro i minori sono temi che si ripresentano sovente nei tuoi romanzi, sempre con sfumature più drammatiche, più raggelanti. Un rapimento non è un omicidio, anche se lo può diventare, ma nello stesso tempo è un crimine che causa grandissimi strascichi di sofferenza, nel rapito, nei parenti che a casa l’aspettano, nelle forze dell’ordine che temono di arrivare troppo tardi, negli stessi rapitori, costretti a volte a scelte che in altre circostanze non farebbero. Come hai costruito questa parte del romanzo?
R. Ogni crimine ha un violentissimo impatto oltre che sulla vittima e su chi commette il gesto anche su tutti quelli che ne lambiscono il territorio. Ho una sensibilità particolare, essendo padre, nei confronti dell’infanzia e ti confesso che scrivere Buio mi ha fatto tornare a quando ho scritto Il giorno dei morti, il quarto romanzo della serie di Ricciardi, facendomi stare davvero male quando dovevo descrivere le sensazioni di Dodo in mano a chi l’aveva preso. Tuttavia era necessario, per riuscire a raccontare tutto quello che volevo dire. Non è stato facile, ma ti confesso che sono piuttosto soddisfatto del risultato: nel romanzo sento vibrare il mio dolore per Dodo, e la compassione che sento per una società che non riesce più a proteggere i propri figli dall’abisso.
D. La crisi, la disoccupazione, l’incapacità di mantenere il tenore di vita a cui si è abituati, la paura di chiedere aiuto, quando si è certi che quell’aiuto non arriverà, sono tutti volti di quel buio, che i personaggi del tuo romanzo devono affrontare. La crisi che stiamo vivendo, non solo italiana, mondiale, è una fase storica legata alla fine del consumismo selvaggio, alle bolle finanziarie, al divario tra ricchezza reale e capitale fittizio, ed è ancora in un certo senso estranea, ancora poco analizzata nella opere narrative di questi ultimi anni. Tu come hai scelto, o meglio trovato il coraggio, di narrarne uno dei suoi volti più feroci?
R. Volevo esprimermi in merito alla dissoluzione etica della nostra attuale classe dirigente, ora che la crisi economica ha distrutto l’effimera scala dei valori costruita sul friabile terreno della ricchezza. Dopo aver spinto per quasi trent’anni sul conto economico, in mano a manager senza scrupoli che hanno avuto un’ottica di periodo brevissima, talvolta semestrale, senza pianificare alcuna crescita, la crisi ha denudato il re portando a galla la disperazione della totale assenza di una qualsiasi etica. Sappiamo solo spendere, e non ci rassegniamo a doverne fare a meno: perciò ci indebitiamo, inoltrandoci in un abisso dal quale uscire sarà impossibile. Credo sia assurdo tenere fuori questa vera bomba nucleare emotiva dal nostro racconto della vita attuale, e Markaris ne è la prova col suo racconto grottesco e fortissimo della crisi greca.
D. Anche Napoli è sullo sfondo, una metropoli contemporanea invasa dal traffico e dal rumore, in cui al gente può passare senza essere vista come Maria Musella. Sappiamo che è maggio, che la bella stagione sta arrivando. Conosciamo i mercati rionali, le industrie chiuse per la crisi. Che ruolo assumerà Napoli nei prossimi romanzi della serie?
R. Non riesco a tenere fuori la mia città dalle storie che racconto. Napoli, lo sai, non si adatta mai a fare da sfondo, da semplice scenografia: si sporge, si fa largo, si muove e prende posizione davanti proponendo le sue mille facce, bellissime e orribili o anche solo consuete, ma mai ordinarie. Sarà sempre centrale, Napoli, in quello che racconto: sia negli anni Trenta che oggi.
D. Hai scelto un finale aperto. Sta al lettore comprenderlo. Siamo consapevoli di quale possa essere, ma c’è sempre un margine che sfugge, quasi affidato alla speranza. Che anche i peggiori possano avere un ripensamento, un rigurgito di coscienza. Questa ambiguità è voluta o l’ho vista solo io?
R. Ogni storia in realtà ha un finale aperto. Pensare che un romanzo si chiuda con l’ultima pagina è solo utopia, l’unico genere che chiude la storia col suo “… e vissero felici e contenti” è la fiaba. Buio continua, come continuano tutte le storie nel cuore di chi legge se il cuore è stato raggiunto. Mi piace pensare che ogni lettore immagini un diverso seguito per i miei personaggi, proprio come faccio io.
D. Una domanda su Ricciardi è inevitabile. Puoi anticiparci qualcosa sul prossimo romanzo ricciardiano?
R. Certo. Il prossimo romanzo di Ricciardi, che uscirà la prossima estate, sarà ambientato nella settimana che precede la festa della Madonna del Carmine, che ricorre com’è noto il 16 luglio. Sarà torrido, assolato e doloroso, e parlerà di professori universitari, di medicina, di orefici e di religione. Non dico altro, altrimenti l’editore mi uccide.
D. In una tua recente intervista, alla domanda in quale città , oltre Napoli, ambienteresti le tue storie, nomini Buenos Aires. Cito le tue parole: “Se proprio dovessi scrivere una storia altrove, sceglierei la Buenos Aires degli anni Venti, fatta di tango e dolore, di emigrazione e di dignitosa povertà e di grandi speranze”. Era solo un’idea, o scriverai davvero una storia così?
R. Ho visitato Buenos Aires, ospite del festival locale del noir, questa estate e me ne sono perdutamente innamorato. E’ la città più bella che io abbia mai visto, e ha una storia ricchissima e meravigliosa fatta soprattutto di immense emozioni. Mi piacerebbe davvero raccontare qualcosa, ma dovrei andarmene a stare là per qualche tempo. Quando non mi vorrete più qui ci penserò!
D. Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari. Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista?
R. La serie dei Bastardi diventerà probabilmente una serie televisiva, ne stiamo parlando. Certo le storie hanno degli aspetti difficili da trasporre, ma è una bella sfida che avrei tanta voglia di raccogliere, così come mi piacerebbe scrivere qualcosa di divertente per il teatro. Ci vorrebbe una giornata di quarantott’ore, però. Un abbraccio a te, Giulia, e a tutti i lettori; grazie per l’attenzione, e a presto in libreria!
Rollercoaster di Andrea Mariani è disponibile da novembre in versione digitale edito da MEME Publishers Paris. Lo si può definire un noir metropolitano ma anche una rocambolesca avventura al limite dell’incredibile.
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È l’esigenza di poter collocare un’emozione nella goccia madre da cui sgorga e attraverso cui acquisisce significato che spinge l’uomo a circoscrivere, entro i contorni del tempo e dello spazio, ogni frammento della sua esistenza, connaturato all’atto stesso della sopravvivenza. È questa la ragione per la quale le date si improvvisano stampelle della memoria a supporto del desiderio di lasciare traccia del proprio vissuto e scandire bene gli avvenimenti che indirizzano la vita a seguire una strada piuttosto che un’altra. Antoine, protagonista di “La vita che scorre”, un romanzo di Emmanuelle de Villepin, edito da Longanesi, nel giorno del suo 75° compleanno osserva dalla finestra dello studio i suoi tre nipotini, eredi e custodi del suo tempo, della sua storia e della sua eternità. A dispetto della fede che nutre nelle date, decide di raccontare la sua vita in tre atti, tre giorni che, oltre ad averlo segnato, lo hanno condotto a vivere/sopravvivere la storia che ci restituisce. È il 10 giugno 1944, Antoine festeggia il suo nono compleanno ma non è di questo che vuol raccontare…Questa data è testimonianza dello sterminio compiuto dai tedeschi ad Oradour-sur-Glane, piccolo comune francese della regione del Limosino. La pancia non è mai sazia. Tanto più fa’ male ricordare quanto può essere crudele la nostra natura, tanto più ha bisogno di cibarsene al fine di metabolizzare il dolore e restituire dignità. Nella vita di Antoine il massacro compiuto al comando del maggiore delle SS Diekmann ha lasciato un vuoto incolmabile, lo ha sottratto all’abbraccio caldo e naturale di sua madre, vittima, come tante altre donne e bambini, di questo genocidio. I graffi sul cuore non sono scritte sulla sabbia che il vento cancella alla prima folata. “Quando si è orfani, lo si è per sempre. Lo si è in tutti i legami, a tutte le età, in ogni stagione”. Figlio della stessa tragedia causata dallo sterminio è il dolore di Madame de Hautlevent, madre di Jacques, compagno di scuola e di giochi di Antoine. A Madame de Hautlevent la guerra porta via il figlio maggiore, Charles. Per rendere meno greve il dolore e più sopportabile l’assenza, la famiglia de Hautlevent decide di accogliere nel suo focolaio Antoine. Ma non sempre l’unione vince sulla forza del vuoto lasciato dalla morte; il dolore non si può dividere, riguarda solo chi ne è vittima. Ciò che si può sperare di condividere è la conseguenza matematica del dolore, l’impatto degli eventi sull’anima per tentare di rintracciare gli elementi che lo rendono universale. Antoine, seppur accolto, si sentirà in terra straniera, la famiglia de Hautlevent non potrà cullare il lutto che lo ha colpito così come Antoine non potrà colmare il vuoto lasciato da Charles nella vita di Madame de Hautlevent. Passo dopo passo, con la forza che i fisici chiamerebbero d’inerzia, Antoine continua a percorrere il suo sentiero, che tra fiori selvatici e crepe, giunge a Cimbro, dove, ancora una volta, è una data ad arbitrare la sua vita: il 23 novembre 1974. Antoine benché “fosse stato abituato sin dall’infanzia alle amputazioni dolorose, viene catapultato in un impensabile e totale senso di estraniazione” a causa di un nuovo e tragico evento nella sua famiglia a cui, poco dopo, seguirà la sconvolgente notizia della malattia di una persona a lui molto cara. Antoine ha impiegato una vita a ricostruire ciò che il destino ha tentato di distruggere. Ma trovare la forza di arrivare fino in fondo, nonostante le avversità siano sempre in agguato, significa avere la possibilità di guardarsi indietro e osservare, dalla finestra dello studio, il tempo che è trascorso. C’è ancora un’altra data molto importante nella vita di Antoine: il 18 ottobre 1998. Un intervallo sospeso, con un inizio ma non, ancora, una fine. Attraverso la voce narrante di Antoine, Emmanuelle De Villepin, consegna ai lettori la memoria di un terribile massacro che ha avuto ripercussioni indelebili nella vita di molti se non dell’intera umanità. Le amputazioni dell’anima di Antoine, di Madame de Hautlevent e di molti altri personaggi che costellano la vita del protagonista, ricchi o poveri che siano, rappresentano il vuoto e il totale senso di sfiducia che la guerra ha lasciato e che conduce a sopravvivere piuttosto che vivere. “Sopravvivere vuol dire aver perso tutto, vivere sopra, vivere veramente vuol dire vivere dentro, avere radici, una linfa da cui nutrirsi. È molto diverso trovarsi appoggiato sulla vita come una protuberanza”. La guerra oscura, distrugge, annichilisce i sentimenti più puri, quelli animati dal cuore così come tante Manou, nel suo cammino di silenzio, in nome del rispetto per la morte provocata dai tedeschi nella vita dei suoi cari, decide di non vivere la sua storia d’amore proprio nei confronti di un tedesco. Solo alla sua morte regala un piccolo soffio vitale a quel sentimento recluso. In questo romanzo, dal linguaggio semplice e caldo, Emmanuelle de Villepin, inserisce un altro elemento fondamentale del nostro genere umano, la forza di chi troppo spesso è considerato figlio della sfortuna: i diversamente abili. Il personaggio, per giunta dinamico, che nel romanzo è affetto da amiotrofia spinale, è il simbolo di tutte quelle persone che nella quotidianità sono costrette a lottare con le barriere architettoniche che la società in cui viviamo non è riuscita ad abbattere ma è, anche, il riscatto di tutte le persone fragili che, durante la guerra e non, sono state sottratte alla vita prima ancora di sbocciare. Come Nicoletta, altro personaggio del romanzo, che pensa di uccidere il suo feto se portatrice sana della malattia che costringe a vivere su una sedia a rotelle e a guardare la vita dal basso. Quello che ho riportato in questa recensione è solo una piccolissima parte di ciò che raccolto da questo viaggio nel tempo e nella vita di Antoine o di Emmanuelle. “La vita che scorre” è molto di più; è la ressa dell’Amore contro l’odio nella corsa inarrestabile del tempo che, non sempre, concede scelte e fermate se non “ore che spingono alla malinconia e fanno girare la testa indietro per dare un’occhiata a quello che abbiamo irrimediabilmente perso” senza smettere di rivolgere lo sguardo avanti per la paura di inciampare.
Ho sempre pensato che un giorno ti saresti rifatta viva. L’ho pensato, sperato, desiderato, sognato, e, certe volte, anche temuto. Adesso che il momento è arrivato non so cosa dire, né cosa pensare. Curiosa la vita, eh?
«Nel campo dei Fori, dove tronchi di colonna emergono dal suolo come denti spezzati di antichi giganti, i nostri predecessori consentirono a un gruppo di monaci basiliani di erigere un monastero e una chiesa. Là dove è memoria che un tempo sorgesse il tempio di Marte. Sotto le nuove mura esiste ancora l’antico sanctum: prima di raggiungere l’imperatore, ci dirigeremo lì e consegneremo la cassa al priore, che è avvertito da tempo.»
Egon Loeser è e non è nella Germania pre-nazista. È lì, fisicamente, mentre Hitler manomette la Repubblica di Weimar e i primi inquietanti segni di un regime che retrospettivamente verrà visto come il male in terra strisciano nella vita quotidiana. Ma non è lì, in realtà, perché Egon Loeser sta guardando ad altro, a qualcosa che ritiene più importante e più “vero” dei solo apparentemente eclatanti eventi storici. Nello specifico, Egon Loeser all’inizio di The Teleportation Accident (pubblicato in Italia da Neri Pozza con il titolo La macchina fatale) è assillato da una domanda: quando farà sesso la prossima volta, ora che ha appena lasciato la propria ragazza? Fra giorni, settimane, anni? Mai?
Secondo Tonino Guerra l’ottimismo è il sale della vita, dopo aver letto Publisher credo che anche per Alice Di Stefano il sale della vita sia l’umorismo. Ed è con questa caratteristica che l’editor della Fazi editore ha dato vita ad una sorta di biografia romanzata del consorte, Elido Fazi. Questo libro è un vero e proprio viaggio dentro al mondo di un editore raccontato in ogni aspetto pubblico e privato da uno punto di vista a lui molto vicino… quello della moglie. Sì, perché Alice Di Stefano, che non è difficile da scovare nascosta dietro la terza persona narrante, ci tratteggia in modo ironico e a tratti spiazzante il ritratto di suo marito, nonché datore di lavoro, Elido Fazi. Forse non tutto quello che questa allegra coppia combina sarà vero, ma è curioso scoprire il continuo spirito di intraprendenza che vive in Fazi e che gli ha permesso di diventare uno dei migliori editori italiani (ricordate I fratelli Burgess di Elizabeth Strout, Stoner di John William e l’intera saga di Twilight? Bene, son tutti editi da Fazi). La storia prende le mosse da un viaggio alle Maldive al quale ne seguiranno molti altri tra presente e un passato. Tanti pellegrinaggi avanti e indietro nel tempo che ci mostrano il publisher nella natia terra delle Marche pronto a prendere il volo per nuove terre (l’Inghilterra, un Giappone che non mi aspettavo e poi Roma) nelle quali Fazi ha dato sviluppo al suo fiuto per gli affari e alla sua capacità di “self made man”, fondando società e l’omonima casa editrice. Elido Fazi emerge in tutto il suo carattere non solo grazie alla presenza della compagna di vita, perché un ruolo importante per farci capire chi è questa persona lo giocano i tanti episodi riguardanti la presenza dell’editore nei saloni del libro, negli eventi culturali, e pure ne più noti premi letterari italiani. In queste occasioni chi legge si troverà, come i protagonisti stessi, di fronte a persone così istrioniche che a momenti ci si chiede quanto in questo libro ci sia di vero e di romanzato. Non credo sia importante saperlo, perché le pagine di Publisher riescono in ogni caso a tenere ancorata alla pagina l’attenzione di chi legge, tanto che si sorride e ride pensando a quell’originalità non sempre mostrata che si nasconde nel mondo dell’editoria. Nel libro, accanto ad Elido Fazi, un uomo dal carattere forte, nel quale si alternano in modo quasi inspiegabile fasi di agire e dire burbero a momenti di incredibile tenerezza, ci sono tanti scrittori tra i quali spicca un intenso ed emozionante ritratto del poeta Valentino Zeichen. Che dire… con Publisher Alice Di Stefano ci regala una nuova forma di commedia della vita, portandoci dentro ad un mondo, quello di Elido Fazi, che in fondo è anche po’ il suo, facendoci conoscere da vicino e con uno sguardo del tutto nuovo tra stupore e ammirazione, l’imprenditore marchigiano suo consorte e molto di quello che si nasconde tra le maglie del suo mondo editoriale. Una storia di vita e lavoro che potrebbe aiutarci a ritrovare un po’ di pace in questi tempi così cupi.
























