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:: Un’ intervista con Maurizio de Giovanni

23 dicembre 2013

131126 BUIOD. Bentornato Maurizio su Liberi di scrivere. Vorrei dedicare questa nuova intervista principalmente al tuo nuovo romanzo Buio, per i bastardi di Pizzofalcone che esce sempre per Einaudi a pochi mesi dal tuo romanzo precedente. Era giugno, infatti, quando è uscito I Bastardi di Pizzofalcone. Tutti si aspettavano una nuova indagine di Ricciardi e invece tu ci hai sorpreso proseguendo la tua serie di noir contemporanei. La storia che hai narrato esigeva di essere raccontata? I personaggi del precedente romanzo hanno in un certo qual modo preteso di nuovo spazio?

R. Prima di tutto lasciami salutare con grande affetto i lettori di questo tuo magnifico punto d’incontro per chi come me ama la narrativa, e abbracciare te con tanta tenerezza. Sì, direi che è andata proprio così; i Bastardi di Pizzofalcone avevano bisogno di un momento di forte consolidamento, di farsi conoscere meglio prima di tutto da me, di ampliare le storie personali e le relazioni reciproche. E poi avevo questa storia, forte e urgente, e sai che quando è così è molto difficile trattenersi dallo scrivere.

D. Con Il metodo del coccodrillo hai iniziato la tua serie contemporanea, scrivendo un poliziesco metropolitano in cui bene o male c’è sempre un protagonista prevalente, lispettore Giuseppe Lojacono, che in un certo modo ricalca echi della saga di Ricciardi: un poliziotto con le sue fragilità, due donne che gli sono care, superiori che se proprio non lo ostacolano, non lo comprendono e lo limitano. Da I bastardi di Pizzofalcone in poi, questo schema si rompe e l’approccio corale è prevalente. In quest’ultimo romanzo addirittura Lojacono è quasi sullo sfondo, è la squadra nel suo insieme, vista come un organismo unico, la vera protagonista. Come sei giunto a questa evoluzione?

R. Verissimo, la serie dei Bastardi di Pizzofalcone costituisce in un certo senso una novità per la coralità dei personaggi. Credo che un grande limite della narrativa italiana, anche non di genere, consista nel fatto che gli autori finiscono sempre per isolare un personaggio in cui vedono se stessi o quello che avrebbero voluto essere: basti notare quanti romanzi abbiano per protagonista uno scrittore o una scrittrice. Penso che bisognerebbe fare un passo indietro e raccontare la vita com’è, un contesto sociale in cui ognuno è protagonista assoluto della propria storia e interagisce con gli altri. Visto dall’alto del narratore, ogni personaggio mantiene una dignità e uno spessore, complessità che vanno singolarmente raccontate.

D. Ed McBain e l’87 Distretto sono in un certo senso un tuo modello, citi questo autore in diverse interviste. Lui ambientava le sue storie a Isola, una città immaginaria trasposizione di NewYork, tu ambienti le tue storie a Napoli. Lui aveva in Steve Carella il suo teorico punto di riferimento, tu hai creato il carismatico personaggio di Lojacono. Ed McBain scrisse la sua fortunata serie dagli anni 50 al 2005, fornendo un affresco sociale di un’epoca, in cui inseriva le storie private oltre le investigazioni dei suoi poliziotti protagonisti. Ti appresti a fare la stessa cosa anche tu con Napoli?

R. Per carità, l’Immenso McBain è un modello inarrivabile! Diciamo che mi sono limitato a tributare la mia ammirazione con alcuni riferimenti, come i tratti orientali che accomunano Carella a Lojacono. In verità sono un appassionatissimo lettore di tutti i romanzi della serie dell’87°, e trovo che mantenere una pluralità di personaggi facendone un gruppo di protagonisti sia geniale perché consente di variare costantemente la prospettiva, il punto d’osservazione dal quale si guarda il complesso universo di una metropoli contemporanea. Nel mio piccolo vorrei riuscire a usare i Bastardi di Pizzofalcone come veicolo per raccontare, a modo mio, una città difficile e articolata come Napoli.

D. La tua scrittura è stata definita verista, e nello stesso tempo poetica, dove la poesia nasce dal quotidiano, dalle cose minime, dalla fragilità e dalla forza a volte inaspettata. Grande risalto dai all’umanità dei personaggi, quasi non vergognandoti di essere capace di commuoverti, e lo fai con grande partecipazione emotiva. La commedia umana di balzachiana memoria sembra mutevole solo in apparenza?

R. Sono convinto del fatto che il genere nero, che prende il delitto e le passioni che lo causano e che da esso derivano, non debba essere necessariamente freddo, duro e distaccato. Si parla di sentimenti, di emozioni e appunto di passioni, eventi umani potenti e sottili, che mostrano la fragilità dei rapporti e delle relazioni che spesso erroneamente crediamo indistruttibili e inossidabili. La mia personale commozione di fronte a certe vicende, soprattutto quelle che coinvolgono i deboli, gli anziani, l’infanzia, arriva naturalmente nella mia scrittura e nelle descrizioni. Non lo faccio apposta, insomma, ma sono ben contento che questo accada. Il mio editor, Francesco Colombo, parla per i miei romanzi di “nero sentimentale” e devo dire che la definizione mi piace molto.

D. Se Il metodo del coccodrillo, era una storia di vendetta e solitudine, I Bastardi di Pizzofalcone, di riscatto, Buio è principalmente una storia di disperazione, forse il tuo romanzo più profondamente noir. C’è più pessimismo, smarrimento, ferocia nella Napoli di oggi?

R. Napoli, al di là delle sue peculiarità molteplici nel bene e nel male, è una metropoli mediterranea. In essa, come in qualsiasi luogo che ospiti molte centinaia di migliaia di persone in uno spazio piuttosto ristretto, ribollono milioni di pensieri ed emozioni, con gelosie, invidie, ossessioni. Io scrivo romanzi neri, ed è quindi naturale che tra tutte le passioni io prenda sotto particolare osservazione quelle che danno luogo a un delitto, o che da esso provengano; questo non vuol certo dire che Napoli sia un inferno, naturalmente: ma certamente, come tutte le nostre città, sa essere un luogo arido e solitario, in cui si può morire di abbandono a pochi centimetri da chi ti potrebbe aiutare. Questo pensiero mi sgomenta, e anima inevitabilmente le mie storie.

D. Un rapimento, un furto in casa, un killer che uccide anziani o disperati che non hanno più una ragione per vivere (che solo Giorgio Pisanelli sente e vuole fermarlo) sono le indagini principali, poi come racconti autonomi all’interno del romanzo, una figlia che affida la propria figlia a suo padre senza sospettarne il pericolo, un ragazzo che vuole fare un regalo speciale alla sua ragazza progetta di rapinare una gioielleria, un uomo che per guadagnare di più fa il turno di notte e per fare una sorpresa arriva a casa al momento sbagliato, una ragazza monta in motorino e per non rovinare i capelli non mette il casco. Stai sperimentando nuovi approcci narrativi?

R. No, assolutamente. Cerco di raccontare la vita, facendo vagare un po’ lo sguardo qua e là, perdendo un po’ la concentrazione narrativa e mettendo a fuoco, durante il viaggio, qualche panorama alternativo che subito scappa via dal finestrino. Provo a dare al lettore un ambiente, fatto di molte cose e molte persone, per fargli sentire l’aria che tira, il tempo che fa. E qualche volta mi distraggo e mi metto, solo per un po’, a seguire qualche vicoletto che magari racconta storie interessanti. Poi però mi riprendo e torno a raccontare le storie principali. Dev’essere un principio di Alzheimer.

D. Le indagini per ritrovare il piccolo Edoardo Cerchia, un bambino di dieci anni, figlio di genitori separati e nipote di un ricchissimo imprenditore, è forse il filo conduttore su cui ruota tutto il romanzo, la parte che chiede più spazio, più partecipazione emotiva anche da parte del lettore. L’infanzia negata, la violenza, non solo fisica, perpetrata contro i minori sono temi che si ripresentano sovente nei tuoi romanzi, sempre con sfumature più drammatiche, più raggelanti. Un rapimento non è un omicidio, anche se lo può diventare, ma nello stesso tempo è un crimine che causa grandissimi strascichi di sofferenza, nel rapito, nei parenti che a casa l’aspettano, nelle forze dell’ordine che temono di arrivare troppo tardi, negli stessi rapitori, costretti a volte a scelte che in altre circostanze non farebbero. Come hai costruito questa parte del romanzo?

R. Ogni crimine ha un violentissimo impatto oltre che sulla vittima e su chi commette il gesto anche su tutti quelli che ne lambiscono il territorio. Ho una sensibilità particolare, essendo padre, nei confronti dell’infanzia e ti confesso che scrivere Buio mi ha fatto tornare a quando ho scritto Il giorno dei morti, il quarto romanzo della serie di Ricciardi, facendomi stare davvero male quando dovevo descrivere le sensazioni di Dodo in mano a chi l’aveva preso. Tuttavia era necessario, per riuscire a raccontare tutto quello che volevo dire. Non è stato facile, ma ti confesso che sono piuttosto soddisfatto del risultato: nel romanzo sento vibrare il mio dolore per Dodo, e la compassione che sento per una società che non riesce più a proteggere i propri figli dall’abisso.

D. La crisi, la disoccupazione, l’incapacità di mantenere il tenore di vita a cui si è abituati, la paura di chiedere aiuto, quando si è certi che quell’aiuto non arriverà, sono tutti volti di quel buio, che i personaggi del tuo romanzo devono affrontare. La crisi che stiamo vivendo, non solo italiana, mondiale, è una fase storica legata alla fine del consumismo selvaggio, alle bolle finanziarie, al divario tra ricchezza reale e capitale fittizio,  ed è ancora in un certo senso estranea, ancora poco analizzata nella opere narrative di questi ultimi anni. Tu come hai scelto, o meglio trovato il coraggio, di narrarne uno dei suoi volti più feroci?

R. Volevo esprimermi in merito alla dissoluzione etica della nostra attuale classe dirigente, ora che la crisi economica ha distrutto l’effimera scala dei valori costruita sul friabile terreno della ricchezza. Dopo aver spinto per quasi trent’anni sul conto economico, in mano a manager senza scrupoli che hanno avuto un’ottica di periodo brevissima, talvolta semestrale, senza pianificare alcuna crescita, la crisi ha denudato il re portando a galla la disperazione della totale assenza di una qualsiasi etica. Sappiamo solo spendere, e non ci rassegniamo a doverne fare a meno: perciò ci indebitiamo, inoltrandoci in un abisso dal quale uscire sarà impossibile. Credo sia assurdo tenere fuori questa vera bomba nucleare emotiva dal nostro racconto della vita attuale, e Markaris ne è la prova col suo racconto grottesco e fortissimo della crisi greca.

D. Anche Napoli è sullo sfondo, una metropoli contemporanea invasa dal traffico e dal rumore, in cui al gente può passare senza essere vista come Maria Musella. Sappiamo che è maggio, che la bella stagione sta arrivando. Conosciamo i mercati rionali, le industrie chiuse per la crisi. Che ruolo assumerà Napoli nei prossimi romanzi della serie?

R. Non riesco a tenere fuori la mia città dalle storie che racconto. Napoli, lo sai, non si adatta mai a fare da sfondo, da semplice scenografia: si sporge, si fa largo, si muove e prende posizione davanti proponendo le sue mille facce, bellissime e orribili o anche solo consuete, ma mai ordinarie. Sarà sempre centrale, Napoli, in quello che racconto: sia negli anni Trenta che oggi.

D. Hai scelto un finale aperto. Sta al lettore comprenderlo. Siamo consapevoli di quale possa essere, ma c’è sempre un margine che sfugge, quasi affidato alla speranza. Che anche i peggiori possano avere un ripensamento, un rigurgito di coscienza. Questa ambiguità è voluta o l’ho vista solo io?

R. Ogni storia in realtà ha un finale aperto. Pensare che un romanzo si chiuda con l’ultima pagina è solo utopia, l’unico genere che chiude la storia col suo “… e vissero felici e contenti” è la fiaba. Buio continua, come continuano tutte le storie nel cuore di chi legge se il cuore è stato raggiunto. Mi piace pensare che ogni lettore immagini un diverso seguito per i miei personaggi, proprio come faccio io.

D. Una domanda su Ricciardi è inevitabile. Puoi anticiparci qualcosa sul prossimo romanzo ricciardiano?

R. Certo. Il prossimo romanzo di Ricciardi, che uscirà la prossima estate, sarà ambientato nella settimana che precede la festa della Madonna del Carmine, che ricorre com’è noto il 16 luglio. Sarà torrido, assolato e doloroso, e parlerà di professori universitari, di medicina, di orefici e di religione. Non dico altro, altrimenti l’editore mi uccide.

D. In una tua recente intervista, alla domanda in quale città , oltre Napoli, ambienteresti le tue storie, nomini Buenos Aires. Cito le tue parole: “Se proprio dovessi scrivere una storia altrove, sceglierei la Buenos Aires degli anni Venti, fatta di tango e dolore, di emigrazione e di dignitosa povertà e di grandi speranze”. Era solo un’idea, o scriverai davvero una storia così?

R. Ho visitato Buenos Aires, ospite del festival locale del noir, questa estate e me ne sono perdutamente innamorato. E’ la città più bella che io abbia mai visto, e ha una storia ricchissima e meravigliosa fatta soprattutto di immense emozioni. Mi piacerebbe davvero raccontare qualcosa, ma dovrei andarmene a stare là per qualche tempo. Quando non mi vorrete più qui ci penserò!

D. Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari. Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista?

R. La serie dei Bastardi diventerà probabilmente una serie televisiva, ne stiamo parlando. Certo le storie hanno degli aspetti difficili da trasporre, ma è una bella sfida che avrei tanta voglia di raccogliere, così come mi piacerebbe scrivere qualcosa di divertente per il teatro. Ci vorrebbe una giornata di quarantott’ore, però. Un abbraccio a te, Giulia, e a tutti i lettori; grazie per l’attenzione, e a presto in libreria!

:: Recensione di Rollercoaster di Andrea Mariani (Meme Publishers, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

19 dicembre 2013

85962ccfa301b2f7a88372c8df33a8b3Rollercoaster di Andrea Mariani è disponibile da novembre in versione digitale edito da MEME Publishers Paris. Lo si può definire un noir metropolitano ma anche una rocambolesca avventura al limite dell’incredibile.
E, proprio come quando si sfreccia incollati ai sedili di gomma con le protezioni che ti strizzano la cassa toracica, leggendolo a tratti sembra veramente mancarti il respiro per la velocità delle sequenze narrative e la quantità di accadimenti e incidenti che si susseguono e si accavallano ininterrottamente dall’inizio alla fine, che poi tale non è.
Pur essendo ambientato in una grande città come Milano, l’azione sembra svolgersi in un luogo ristretto dove tutti gli agenti si ritrovano coinvolti in vicende e vicissitudini, dando al lettore l’impressione di assistere a una commedia dell’equivoco.
I temi trattati sono molteplici e vanno dal malessere sociale alla tossicodipendenza, dallo spaccio di stupefacenti a devianze di vario genere, ma l’autore preferisce non soffermarsi a lungo su questi, evitando di dare input in tal senso al lettore, il quale vede scorrere una serie di situazioni terribili, drammi umani, omicidi, suicidi, stupri e violenze varie senza avere il tempo quasi di razionalizzarli.
Va sicuramente riconosciuto il merito a Mariani di non aver voluto rappresentare o raccontare di immagini stereotipate bensì di aver mantenuto, nella costruzione dei suoi personaggi, una certa originalità. In alcuni passaggi ci si interroga sul perché abbia fatto prendere delle decisioni ai protagonisti piuttosto di altre quasi dimenticando che questi, per la gran parte della narrazione, agiscono sotto l’effetto di stupefacenti o annebbiati dai fumi dell’alcool e spaventa quasi il fatto che siano proprio i più cattivi ad agire con più razionalità, forse perché avvezzi a barcamenarsi in situazioni ad alto rischio.
Nico intenerisce per la sua ingenuità, per l’eccesso di zelo e per l’enorme fiducia che ripone in Valerie che sembra proprio non meritarle le sue attenzioni, finendo per trascinarlo in una disavventura dopo l’altra e riuscendo sempre a preferire la scelta sbagliata.
Stucchevole la figura di Walter, perché troppo crudele, infido, ambiguo e opportunista… fa rabbrividire il pensiero dei tanti come lui nascosti dietro le maschere bon ton che indossano come una seconda pelle.
Sortisce più o meno lo stesso effetto l’avvocato de  Martinis, talmente intento a mantenere intatte le apparenze da perdere completamente i lumi della ragione.
E Angus incattivito dalle ingiustizie subite… troppe per un giovane ragazzo alla cui vita viene dato il peso di un alito di vento, e lui nell’anelito di speranza di vendicare i torti finisce col diventare il carnefice di se stesso.
Su tutti poi incombe la figura del brigadiere Locascio, che dovrebbe garantire protezione ai cittadini, vigilare affinché l’ordine pubblico sia mantenuto e assicurarsi che giustizia sia fatta… atteggiamenti lontani anni luce dal suo effettivo comportamento, svuotato com’è di ogni se pur minimo interesse o buon proposito e intento solo a rifornirsi e imbottirsi di cocaina.
Il finale che in realtà è una ripartenza lascia presagire nuove avventure e ci si interroga su dove condurrà questa volta Nico quella punkettara di Valerie.

Andrea Mariani, classe 1977. Laurea in Giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha avuto come autori di riferimento : Irvine Welsh, Jonathan Carroll, Stephen King e Niccolò Ammaniti. Musicista e frontman del gruppo alternative rock Endorfina,esordisce con il suo primo romanzo “Ossarotte” edito da Momentum.  L’album musicale, Connessioni Collettive, è scaricabile gratuitamente sul sito dell’editore Momentum. Nel 2012 ha pubblicato Sex tape, per Atlantis. Alcuni suoi racconti sono apparsi sul sito letterario Torno Giovedì.

E per Natale regalate un libro

18 dicembre 2013

Quest’anno in occasione del Natale, ho pensato di chiedere a tutti i collaboratori di Liberi di Scrivere di elencarmi 5 libri da consigliare come dono natalizio, o come dono in sé. Regalare un libro oltre ad essere economico, specie in questo periodo di crisi, è divertente per chi lo fa e per chi lo riceve. Inizio coi miei, tutti libri che ho letto, e amato molto, casualmente tutti di editori medio piccoli, non arrendetevi se non li trovate subito in libreria:

Alcazar. Ultimo spettacolo, Stefania Nardini, E/O
La luce che illumina il mondo, Paola Ronco, Indiana Edizioni
Parole sante, Eva Clesis, Perdisa
Casilina. Ultima fermata, Enrico Astolfi, Ponte Sisto
Crepe, Luigi Bernardi, Il Maestrale

Lorenzo Mazzoni:

Il signore degli orfani, Adam Johnson, Marsilio
I mastini di dallas, Peter Gent, 66thand2nd
1977, David Peace, Il Saggiatore
Termodistruzione di un koala, Lorenzo Mazzoni, Koi press
L’ urgenza e la pazienza, Jean Philippe Toussaint, edizioni Clichy

Stefano Di Marino:

The Killing, David Hewison (prima e seconda parte), Mondadori
Il respiro della cenere,  J.C. Grangè, Garzanti
Solo, William Boyd, Einaudi
Io sono le voci, Danilo Arona, Edizioni Anordest
Bloodman, Robert Pobi,  Mondadori

Viviana Filippini:

Come un fucile carico, L. Gordon, Fazi
Non avere paura dei libri, C. Mascheroni, Hacca ed.
La morte dei caprioli belli, O.Palev, Keller
Nino mi chiamo, Luca Paulesu, Feltrinelli
La meraviglia della vita, M. Kumpfmüller, Neri Pozza

Lucilla Parisi:

Il paradiso è altrove, Mario Vargas Llosa, Einaudi
Narcopolis, Jeet Thayil, Neri Pozza
Tutte le famiglie felici, di Carlos Fuentes, Il Saggiatore
Vicolo del mortaio, Nagib Mahfuz, Feltrinelli
Apologia di uomini inutili , Lorenzo Mazzoni, La Gru

Natalina S.

Alveare, Giuseppe Catozzella, Rizzoli
360° di rabbia, Elena Mearini, Koi Press
La strega di Portobello, Paulo Coelho, Bompiani
Sono stato un numero, Roberto Ricciardi,  La Giuntina
Storia di Irene, Erri De Luca, Feltrinelli

Irma Loredana Galgano

Wool, Hugh Howey, Fabbri
L’uomo di Lewis, Peter May, Einaudi
Solo per amore. Luz ciclo Le vendicatrici, Carlotto/Videtta, Einaudi
Il giorno della civetta, Leonardo Sciascia, Adelphi
Uno studio in nero, Ellery Queen, Mondadori

Michela Bortoletto:

Il diario di Jane Somers, D. Lessing, Feltrinelli
L’analfabeta che sapeva contare,  J. Jonasson, Bompiani
Open, A. Agassi, Einaudi
Expo 58, J. Coe, Feltrinelli
Due pinte di birra, R. Doyle, Guanda

Diego Di Dio

Ritorno A Dunwich , AA. VV., Dunwich Edizioni
Il manipolatore, Michael Robotham, Fanucci
Watchmen, Alan Moore, Planeta De Agostini
Il padrino, Mario Puzo, Corbaccio
Buio,  per i bastardi di Pizzofalcone, Maurizio De Giovanni, Einaudi

Serena Bertogliatti

La storia dei sogni Danesi, Peter Høeg, Mondadori
Miracolo della rosa, Jean Genet, Il Saggiatore
L’opera al nero, Marguerite Yourcenar, Feltrinelli
Tito di Gormenghast, Mervyn Peake, Adelphi
Lui è tornato, Timur Vermes, Bompiani

Micol Borzatta

Il calice della vita, Glenn Cooper, Nord
Memorie degli Euritmi: Caesar, Fabrizio Cadili e Marina Lo Castro
Joyland, Stephen King, Sperling e Kupfer
Cime tempestose, Emily Bronte, Garzanti
Il labirinto ai confini del mondo, Marcello Simoni, Newton Compton

Valeria G.

Io che amo solo te, Luca Bianchini, Mondadori
Io prima di te, Moyes Jojo, Mondadori
Il mondo di Belle, Kathleen Grissom, Neri Pozza
Con te fino alla fine del mondo, Nicolas Barreau, Feltrinelli
Un ballo ancora, Katherine Pancol, Dalai.

Fabrizio Fulio Bragoni:

Doverosa premessa: mai e poi mai riuscirei a scegliere cinque titoli tra la marea di libri incrociati nel corso della mia vita di lettore; neanche sotto tortura. Per farlo, per scegliere cinque titoli su tutti, ho bisogno di un filtro aggiuntivo (o magari più di uno); qualcosa che restringa il panorama, togliendomi d’impaccio. Tra tutti i filtri possibili, ho scelto il più banale, il più facile: un filtro di ordine temporale. I cinque titoli che seguono (disposti in ordine alfabetico secondo il cognome dell’autore) sono scelti tra i libri letti (o riletti) negli ultimi due mesi.

Lionel Asbo – stato dell’Inghilterra, Martin Amis, Einaudi 2013; traduzione di Federica Aceto

Se esistono lavori “minori” di Martin Amis, questo è uno di quelli; eppure, con la sua inedita comicità e i toni leggeri tipici di un certo postmodernismo americano (se mi avessero dato da leggere qualche pagina a caso, chiedendomi poi di indovinare l’autore, avrei forse puntato sul Lethem di Non mi ami ancora, o qualcosa del genere), il romanzo risulta assolutamente irresistibile.

Piero Calò, La penultima città, Las Vegas edizioni 2013

Come si vive in un mondo privo di scambi, denaro, aspirazioni sociali, adrenalina? Un mondo in cui non si muore più (o quasi), non si nasce più ecc.?

In questo romanzo distopico preoccupante ed esilarante ad un tempo, Piero Calò continua il brillante lavoro di destrutturazione/ricostruzione sintattica e lessicale iniziato con  L’occhio di Porco. Freschissima seconda prova di una delle voci più interessanti dell’underground torinese.

Jennifer Egan, Scatola Nera, Minimum Fax 2012, traduzione di Matteo Colombo

Magari non sarà la prima tweet novel della storia della letteratura, ma è sicuramente la più riuscita. Testo breve, anzi brevissimo (69 pagine in tutto), scritto per Twitter, diffuso attraverso l’account del «New Yorker», riproposto sul sito di Minimum Fax e inizialmente commercializzato solo in ebook, Scatola nera è finalmente disponibile anche in formato cartaceo. Immancabile nella libreria di tutti i collezionisti di oggetti narrativi fuori dagli schemi, Scatola nera è anche un ottimo racconto di spionaggio. Segno che sì, dei vincoli tecnici (Twitter impone un limite di 140 caratteri per tweet, e l’autrice si è dovuta adattare) si può far tesoro.

Alessandro Perissinotto, Le colpe dei padri, Piemme 2013

Sì, lo so, non è un consiglio originale. Non è una lettura recente, e non ha bisogno di presentazioni. Ma ero convinto che con questo romanzo, riuscita riscrittura del tema classico dell’identità e del doppio, adattata (e adatta) alla situazione (politica, sociale, culturale…) contemporanea, Perissinotto si sarebbe guadagnato il Premio Strega. Per cui, nel caso non l’aveste ancora letto, mi permetto di consigliarvelo.

Olivier Rohe, La mia ultima invenzione è una trappola per talpe – vita di Michail Kalashnikov, ADD editore, 2013; traduzione di Maurizia Balmelli

Secondo strano oggetto narrativo di questa rassegna, il libro di Rohe è costruito sul montaggio di poetici brandelli della biografia di Michail Kalashnikov, inventore del famigerato AK47, e scarne descrizioni dell’uso effettivo dell’arma, immagini di repertorio legate al Kalashnikov come oggetto reale, “portatore di morte” (p. 90); un testo brevissimo, che risponde perfettamente all’intenzione dell’autore, dichiaratamente interessato a lavorare sul “paradosso apparente tra il genio di Kalashnikov nel fabbricare armi” e “quella specie di ottusità morale e politicache lo contraddistinguono.

Giovanni Choukhadarian:

La produzione di meraviglia, Gianluigi Ricuperati, Mondadori. (Perché è un romanzo impudente, di pretese smisurate e non teme di raccontare il non raccontabile).
Mio salmone domestico, Emmanuela Carbè, Laterza. (Perché forse non è un romanzo, perché è innocente come i bimbi (non) sono e perché è spesso crudele).
Dritto al cuore, Elisabetta Bucciarelli (Perché Bucciarelli conosce tutte le paure del mondo, e le ambienta nelle montagne meno frequentate).
Prima che tu mi tradisca, Antonella Lattanzi, Einaudi. (Perché le sue storie fanno ridere con persone e fatti così finti che le si può, le si deve credere sempre: e perché ha una lingua sua).
Il male viene dal mare, Giuseppe Conte, Longanesi. (Perché ci vuole coraggio a riempire il mare di tanta materia altra e diversa, e perché ha la miglior colonna sonora dell’anno).

:: Grazie alla British Library, oltre un milione di immagini e fotografie disponibili online

17 dicembre 2013

11307158676_46fbc8549dLeggo su La Stampa e do diffusione ad una notizia davvero interessante ed utile per chi cerca immagini libere da copy right e scaricabili gratis, per blog, copertine di ebook, per illustrare libri e quant’altro. La British Library ha reso disponibile on line, (a questo link troverete l’accesso diretto su Flickr ) un milione di immagini e foto tratte dal suo immenso archivio, e dai testi in dotazione, qualcosa come 65 mila volumi pubblicati.  Insomma un piccolo (bè neanche poi tanto piccolo) e prezioso tesoro disponibile, molto democraticamente, per tutti. Ho provato a scaricare un’ immagine ed è tutto vero, non ci sono restrizioni, e in più ci sono note approfondite su dove l’immagine è stata presa e informazioni aggiuntive, grazie al grande lavoro di catalogazione offerto dai bibliotecari di Sua Maestà. Insomma un patrimonio di conoscenza e di bellezza, alcune immagini oltre che curiose sono esteticamente belle, disponibili, segno che on line si possono trovare anche sorprese inaspettate. Enjoy!

:: Recensione di La vita che scorre di Emmanuelle de Villepin (Longanesi, 2013) a cura di Natalina S.

15 dicembre 2013

la vita che scorreÈ l’esigenza di poter collocare un’emozione nella goccia madre da cui sgorga e attraverso cui acquisisce significato che spinge l’uomo a circoscrivere, entro i contorni del tempo e dello spazio, ogni frammento della sua esistenza, connaturato all’atto stesso della sopravvivenza. È questa la ragione per la quale le date si improvvisano stampelle della memoria a supporto del desiderio di lasciare traccia del proprio vissuto e scandire bene gli avvenimenti che indirizzano la vita a seguire una strada piuttosto che un’altra. Antoine, protagonista di “La vita che scorre”, un romanzo di Emmanuelle de Villepin, edito da Longanesi, nel giorno del suo 75° compleanno osserva dalla finestra dello studio i suoi tre nipotini, eredi e custodi del suo tempo, della sua storia e della sua eternità. A dispetto della fede che nutre nelle date, decide di raccontare la sua vita in tre atti, tre giorni che, oltre ad averlo segnato, lo hanno condotto a vivere/sopravvivere la storia che ci restituisce. È il 10 giugno 1944, Antoine festeggia il suo nono compleanno ma non è di questo che vuol raccontare…Questa data è testimonianza dello sterminio compiuto dai tedeschi ad Oradour-sur-Glane, piccolo comune francese della regione del Limosino. La pancia non è mai sazia. Tanto più fa’ male ricordare quanto può essere crudele la nostra natura, tanto più ha bisogno di cibarsene al fine di metabolizzare il dolore e restituire dignità. Nella vita di Antoine il massacro compiuto al comando del maggiore delle SS Diekmann ha lasciato un vuoto incolmabile, lo ha sottratto all’abbraccio caldo e naturale di sua madre, vittima, come tante altre donne e bambini, di questo  genocidio. I graffi sul cuore non sono scritte sulla sabbia che il vento cancella alla prima folata. “Quando si è orfani, lo si è per sempre. Lo si è in tutti i legami, a tutte le età, in ogni stagione”. Figlio della stessa tragedia causata dallo sterminio è il dolore di Madame de Hautlevent, madre di Jacques, compagno di scuola e di giochi di Antoine. A Madame de Hautlevent la guerra porta via il figlio maggiore, Charles. Per rendere meno greve il dolore e più sopportabile l’assenza, la famiglia de Hautlevent decide di accogliere  nel suo focolaio Antoine. Ma non sempre l’unione vince sulla forza del vuoto lasciato dalla morte; il dolore non si può dividere, riguarda solo chi ne è vittima. Ciò che si può sperare di condividere è la conseguenza matematica del dolore, l’impatto degli eventi sull’anima per tentare di rintracciare gli elementi che lo rendono universale. Antoine, seppur accolto, si sentirà in terra straniera, la famiglia de Hautlevent non potrà cullare il lutto che lo ha colpito così come Antoine non potrà colmare il vuoto lasciato da Charles nella vita di Madame de Hautlevent. Passo dopo passo, con la forza che i fisici chiamerebbero d’inerzia, Antoine continua a percorrere il suo sentiero, che tra fiori selvatici e crepe, giunge a Cimbro, dove, ancora una volta, è una data ad arbitrare la sua vita: il 23 novembre 1974. Antoine benché “fosse stato abituato sin dall’infanzia alle amputazioni dolorose, viene catapultato in un impensabile e totale senso di estraniazione” a causa di un nuovo e tragico evento nella sua famiglia a cui, poco dopo, seguirà la sconvolgente notizia della malattia di una persona a lui molto cara. Antoine ha impiegato una vita a ricostruire ciò che il destino ha tentato di distruggere. Ma trovare la forza di arrivare fino in fondo, nonostante le avversità siano sempre in agguato, significa avere la possibilità di guardarsi indietro e osservare, dalla finestra dello studio, il tempo che è trascorso. C’è ancora un’altra data molto importante nella vita di Antoine: il 18 ottobre 1998. Un intervallo sospeso, con un inizio ma non, ancora, una fine. Attraverso la voce narrante di Antoine, Emmanuelle De Villepin, consegna ai lettori la memoria di un terribile massacro che ha avuto ripercussioni indelebili nella vita di molti se non dell’intera umanità. Le amputazioni dell’anima di Antoine, di Madame de Hautlevent e di molti altri personaggi che costellano la vita del protagonista, ricchi o poveri che siano, rappresentano il vuoto e il totale senso di sfiducia che la guerra ha lasciato e che conduce a sopravvivere piuttosto che vivere. “Sopravvivere vuol dire aver perso tutto, vivere sopra, vivere veramente vuol dire vivere dentro, avere radici, una linfa da cui nutrirsi. È molto diverso trovarsi appoggiato sulla vita come una protuberanza”. La guerra oscura, distrugge, annichilisce i sentimenti più puri, quelli animati dal cuore così come tante Manou, nel suo cammino di silenzio, in nome del rispetto per la morte provocata dai tedeschi nella vita dei suoi cari, decide di non vivere la sua storia d’amore proprio nei confronti di un tedesco. Solo alla sua morte regala un piccolo soffio vitale a quel sentimento recluso. In questo romanzo, dal linguaggio semplice e caldo, Emmanuelle de Villepin, inserisce un altro elemento fondamentale del nostro genere umano, la forza di chi troppo spesso è considerato figlio della sfortuna: i diversamente abili. Il personaggio, per giunta dinamico, che nel romanzo è affetto da amiotrofia spinale, è il simbolo di tutte quelle persone che nella quotidianità sono costrette a lottare con le barriere architettoniche che la società in cui viviamo non è riuscita ad abbattere ma è, anche, il riscatto di tutte le persone fragili che, durante la guerra e non, sono state sottratte alla vita prima ancora di sbocciare. Come Nicoletta, altro personaggio del romanzo, che pensa di uccidere il suo feto se portatrice sana della malattia che costringe a vivere su una sedia a rotelle e a guardare la vita dal basso. Quello che ho riportato in questa recensione è solo una piccolissima parte di ciò che raccolto da questo viaggio nel tempo e nella vita di Antoine o di Emmanuelle. “La vita che scorre” è molto di più; è la ressa dell’Amore contro l’odio nella corsa inarrestabile del tempo che, non sempre, concede scelte e fermate se non “ore che spingono alla malinconia e fanno girare la testa indietro per dare un’occhiata a quello che abbiamo irrimediabilmente perso” senza smettere di rivolgere lo sguardo avanti per la paura di inciampare.

Emmanuelle de Villepin: è nata in Francia nel 1959. Giovanissima si è trasferita a Ginevra, dove si è poi laureata in legge, e quindi a New York. Dal 1988 vive stabilmente a Milano con il marito e le tre figlie. Dal 2006 è vicepresidente della fondazione Dynamo e dal 2011 è presidente dell’Associazione Amici di TOG (Together To Go), un Centro di eccellenza dedicato alla riabilitazione di bambini colpiti da patologie neurologiche complesse. La ragazza che non voleva morire ha vinto il Premio Fenice Europa 2009. Da Skira è uscito nel 2010 la fiaba La notte di Mattia (illustrata dalle fotografie della figlia, Neige De Benedetti).

:: Recensione di Un giorno, altrove di Federico Roncoroni (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2013

roncoroniHo sempre pensato che un giorno ti saresti rifatta viva. L’ho pensato, sperato, desiderato, sognato, e, certe volte, anche temuto. Adesso che il momento è arrivato non so cosa dire, né cosa pensare. Curiosa la vita, eh?

Così inizia Un giorno, altrove, romanzo d’esordio di Federico Roncoroni, edito da Mondadori nella collana Scrittori italiani. Un esordio tardivo nella narrativa a lungo respiro, Roncoroni è già autore di una raccolta di racconti, Sillabario della memoria, edito nel 2010 con Salani, che si inserisce in una tradizione piuttosto elitaria, il romanzo epistolare, ma riveduto nell’era di internet, dove a carta e penna si preferisce una più impersonale mail, che nello spazio di un click collega persone sparse per i quattro angoli della terra.
Rendere poetico e denso di significato questo scambio di comunicazioni è la sfida che Roncoroni si impegna a intraprendere, trasformando in letteratura ciò che sbrigativamente ci rassegniamo a considerare messaggi senza importanza, troppo veloci, scritti quasi sempre col tono ripetitivo e prosaico di avvisi commerciali, sciupati quasi, per la fretta e la scarsa cura che dedichiamo nel nostro vissuto a ciò che risulta troppo facile. E se possiamo con certezza arguire qualcosa di questo romanzo, è che non è stato scritto con facilità o leggerezza. I temi trattati sono troppo intimi e personali, e coinvolgono qualcosa di profondo e a volte segreto, nascosto sia nell’animo di chi scrive, ma soprattutto di chi legge.
E il coraggio di trasformare la vita in letteratura, con una sincerità a volte dolorosa se non addirittura inopportuna, si trasforma in forza che porta ad entrare in empatica relazione con Filippo Linati, uno dei due corrispondenti di questo scambio di messaggi, uniche parole che leggiamo. I messaggi di lei, Isa, li possiamo solo ricavare per riflesso dalle parole di lui, in un gioco di suggestioni e di assenza che si fa presenza, che per quanto dettato da contingenze esterne, acquista una dimensione evocativa, che a mio avviso è la parte più riuscita e interessante del romanzo.
Filippo Linati è un personaggio complesso, sicuramente non facile e nemmeno eccessivamente simpatico. Un intellettuale di successo, uno scrittore famoso, oltre la cinquantina, che ha scelto la solitudine del suo eremo privilegiato, una sontuosa villa adagiata sulle rive del lago di Como e circondata da un parco, come rifugio per dedicarsi con l’ostinazione del sopravvissuto alle sue grandi passioni i libri e le donne. Ha lottato infatti contro un linfoma che oltre al dolore gli ha portato una ricchezza e un attaccamento alla vita capace di permettergli di trovare un senso anche alle piccole cose che gli succedono, alle schegge di quotidiano che per alcuni sono senza importanza, e né la malattia, né l’abbandono, o la morte di suo padre e di sua madre sono stati capaci di fiaccare il suo animo combattivo e proiettato verso il futuro.
Filippo ama le donne, tutte sensualmente, per un’ esigenza forse più fisica, ma capace di sublimare il sesso nella sua personale fame di vita, di consapevolezza, di necessità di trovare un senso, anche spirituale, non dogmatico, al suo vissuto. Tra le donne della sua vita, Isa ha un posto privilegiato nelle geografie misteriose della sua anima, e quando si rifà viva dopo anni, dopo averlo abbandonato nel periodo della malattia, con una mail, la sorpresa si trasforma in desiderio di riallacciare l’antica relazione, mai dimenticata, di riprendere possesso della sua donna, che invita ripetutamente quasi con rabbia nel suo rifugio, offeso e ferito dalla ritrosia di lei.
Dopo una iniziale e oscura intuizione, forse una premonizione, che si perderà nel flusso di coscienza che seguirà e che verrà sommersa dall’esigenza quasi irrefrenabile di parlare di sé, di confessarsi, di aprire la sua anima alla donna che sembra l’unica capace di comprenderlo e completarlo, Filippo vivrà tutte le sfumature della rabbia, della delusione, dell’incapacità di comprendere, fino all’ultima mail, quella decisiva, quella che illuminerà di una luce nuova l’intero scambio “epistolare”.

Federico Roncoroni, saggista e viaggiatore, ha pubblicato vari testi sulla lingua italiana e su autori dell’Ottocento e del Novecento. Un giorno, altrove, dopo l’esordio narrativo con i racconti del Sillabario della memoria (Salani 2010), è il suo primo romanzo.

:: Recensione di Il testamento del papa di Giulio Leoni (Editrice Nord, 2013)

14 dicembre 2013

medium«Nel campo dei Fori, dove tronchi di colonna emergono dal suolo come denti spezzati di antichi giganti, i nostri predecessori consentirono a un gruppo di monaci basiliani di erigere un monastero e una chiesa. Là dove è memoria che un tempo sorgesse il tempio di Marte. Sotto le nuove mura esiste ancora l’antico sanctum: prima di raggiungere l’imperatore, ci dirigeremo lì e consegneremo la cassa al priore, che è avvertito da tempo.»
«Il fardello ci rallenterà non poco…» osservò Harald con aria critica.
«Ma quello che contiene renderà più veloce il cammino dell’uomo sulla strada del sapere. Per questo è importante che si salvi.»
«Ma, se la… machina venisse catturata dai nostri nemici, essa potrebbe rivelare con la sua voce i segreti della vostra scienza», obiettò ancora il giovane. «Non sarebbe meglio distruggerla, come l’arte della guerra insegna si debba fare con ogni arma che il nemico potrebbe rivolgere contro di noi?»
Gerberto sorrise, poi estrasse da una piega dell’abito un cilindro di metallo splendente, mostrandolo al giovane. «Qui è inscritto il segreto che voglio sia dettato alle future generazioni. È questo cilindro il cuore della mia machina, e senza di lui essa non è che un inutile artifizio, come un corpo privato della testa. Non temere, esso resterà presso di noi, e neppure la morte potrà separarlo dalla nostra persona.»

Avventura, spy story, travestimenti, inseguimenti, attentati, segreti che hanno attraversato i secoli, macchine miracolose, cacce al tesoro si intrecciano nell’ ultimo romanzo di Giulio Leoni, Il testamento del papa, edito da Nord Edizioni. Un thriller storico di stampo classico, scritto in modo scorrevole e fluido, adatto sia ad un pubblico di lettori adulti, ma anche indicato ai ragazzi appassionati di romanzi d’avventura.
Due epoche storiche si alternano in capitoli per lo più brevi e introdotti dai luoghi dove si svolge l’azione: la Roma del 999 dopo Cristo, in cui fu papa Silvestro II, al secolo Gerberto d’Aurillac, e la Roma mussoliniana del 1928, con due brevi tappe a Berlino.
Protagonista l’architetto, antiquario Cesare Marni, personaggio già noto ai lettori di Leoni, apparso in E trentuno con la morte…, e in Il Cabaret del Diavolo, che questa volta si trova ad indagare sul trafugamento di un antica statua dalle forme femminili, appartenuta a Papa Silvestro II, che la ricevette in dono dall’imperatore d’Oriente. Statua che nasconde un segreto al suo interno, fatto di congegni e canne di vetro, che le consentono… di parlare.
Accompagnato da Marcella, giovane figlia di uno studioso che sostiene addirittura che la statua possa indicare il nascondiglio di un tesoro appartenuto ad Augusto, Marni si troverà coinvolto in una serie di morti misteriose, e dovrà vedersela con un misterioso conte Desmondi, capo di una setta che vuole restaurare culti pagani, e intenzionato a perseguire un piano che a suo dire dovrebbe cambiare la storia di Italia e con una pericolosissima spia tedesca in missione in Italia per trovare un misterioso oggetto che dovrebbe rendere invincibile la Germania in una prossima inevitabile guerra che si dovrebbe addensare sull’Europa.
Romanzo da leggere con attenzione, perché oltre alla trama complessa si inserisce un gioco di ruoli che Leoni sottopone sotto gli occhi del lettore, con un certo divertito sorriso di sfida. Nulla è come sembra insomma, le apparenze come sempre ingannano e sarà compito del lettore più scaltro, non cadere nell’inganno. E come nella tradizione dei racconti di avventura, l’azione costituisce l’ossatura della trama, in un susseguirsi di rocambolesche  corse contro il tempo, condite da rischiosi stratagemmi e colpi di scena. I nostri eroi si troveranno a infiltrarsi in riunioni segrete di adepti di strani culti, e pure Evola, farà una breve comparsa come esperto a cui Marni si rivolge, a inseguire con aerei treni in corsa,  a chiedere passaggi improvvisati in aperta campagna, ad affrontare spie spietate per quanto affascinanti, rischiando l’arresto in qualsiasi momento.
Il tono scanzonato della commedia riporta l’azione su un puro piano dell’intrattenimento, ma la ricostruzione d’epoca è fedele, i termini usati, precisi e accuratamente inseriti in un contesto proprio. Insomma una lettura interessante e divertente, e anche istruttiva. Il personaggio di Papa Silvestro ne esce mondato dai pregiudizi del suo tempo che lo volevano un mago asservito alle potenze occulte, ridandogli la sua statura di studioso e ingegnoso scienziato precorritore dei tempi. Altri personaggi realmente esistiti appaiono in vari capitoli, come Evola appunto, o Mussolini. Forse il personaggio di Marcella l’ho trovato piuttosto tradizionalista, ma in compenso bilanciato dal fascino di Zirka, l’enchanteresse merveilleuse. Divertente una battuta che si scambiano le due donne, quasi rivali: «Mia cara, a confronto con una bimbetta qualunque donna apparirebbe più matura», rispose acida lei. Memoria di Caccia al Ladro in cui Grace Kelly/ Frances Stevens si rivolge pressappoco così a Brigitte Auber/ Danielle Foussard.

Giulio Leoni, romano, è uno degli scrittori italiani di gialli storici e di narrativa del mistero più conosciuti all’estero, grazie anche alla fortunata serie di romanzi dedicati alle avventure investigative di Dante Alighieri, che è stata tradotta in tutti i maggiori Paesi del mondo. Ma oltre a riguardare il remoto passato, i suoi interessi vanno anche verso la storia del secolo appena trascorso, soprattutto nei suoi aspetti meno conosciuti e controversi. Studioso delle avanguardie artistiche, è un appassionato di storia dell’illusionismo e della pop-culture degli anni ‘50 e ‘60, di cui ricerca e colleziona testimonianze e memorabilia. Elementi che trasporta spesso nei suoi romanzi, dove anche le trame più imprevedibili e sorprendenti si sviluppano su uno sfondo storico ricostruito con grande precisione, e in cui personaggi reali e finzione narrativa s’intrecciano, dando vita a un teatro delle ombre enigmatico e affascinante.   

:: Recensione di Buio, per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2013)

13 dicembre 2013
131126 BUIO

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Maggio è il più crudele dei mesi, parafrasando T.S. Eliot.
Cosa c’è di più crudele, infatti, nel rapire un bambino, nel chiuderlo in una stanza buia, in compagnia solo di un pupazzetto di plastica con le sembianze di Batman, in cambio di denaro e di due passaporti russi per fuggire in Sud America? Cosa c’è di più aberrante di un crimine commesso contro un indifeso, ciò che di più vicino all’innocenza c’è in questo nostro bastardo mondo? Maurizio de Giovanni ce lo racconta in Buio, per i Bastardi di Pizzofalcone, edito da Einaudi nella collana Stile libero Big.
Non è facile narrare crimini contro l’infanzia, avere la delicatezza necessaria, senza eccedere, senza cercare l’effetto drammatico a tutti i costi, soprattutto se si è genitori e si comprende che il male fatto ai propri “cuccioli” e mille volte peggiore del male fatto a se stessi. Un rapimento non è un omicidio, non è un crimine definitivo, perché forse (a volte, no) ci sarà un futuro, ci sarà un dopo. Ho conosciuto persone che sono state rapite, un imprenditore piemontese che fu rapito all’inizio degli anni 70, allora ventenne, e ho vivido il racconto che ne fece in una tavolata, ringraziando le forze dell’ordine che lo liberarono. Per un bambino di 10 anni deve essere ancora più doloroso, tormentato dalla domanda perché il mio papà (che a quell’età è ancora poco meno di un supereroe) non viene a liberarmi e a portarmi a casa?
Il rapimento del piccolo Edoardo “Dodo” Cerchia fa da filo conduttore a questa nuova storia del gruppo di poliziotti della squadra investigativa del commissariato di Pizzofalcone, che abbiamo imparato a conoscere nel precedente romanzo I bastardi di Pizzofalcone, – l’ispettore Lojacono, ancora prima ne Il metodo del coccodrillo-. In questa serie contemporanea, sempre ambientata a Napoli, -una Napoli più metropoli che città, intasata dal traffico, dal rumore dei mercati rionali, dalla musica sempre presente sia di giorno che di notte, penso al pianoforte che si sente suonare a tarda sera, pensando che in un’altra città avrebbe già richiamato rimproveri e vivaci proteste se non una vera e propria denuncia per schiamazzi notturni-, de Giovanni sceglie un approccio corale, senza negare l’influenza che ha avuto su di lui la serie dell’87 Distretto di Ed McBain.
Tanti comprimari quindi, non solo un unico protagonista, sebbene l’ispettore Lojacono in un certo senso emerga, ma sempre senza oscurare gli altri personaggi. Le vicende personali dei poliziotti protagonisti si alternano alle vicende lavorative, quando molto spesso vita privata e lavoro tendono a sovrapporsi, non concedendo spazio, respiro, a persone che la tacca di eroe se la trovano inchiodata sul petto, senza a volte manco volerlo.
Siamo comunque abituati a questa formula dagli sceneggiati televisivi che si susseguono in un’ ottica per lo più buonista e celebrativa. De Giovanni cerca di infondergli un po’ di cattiveria, ma a suo modo, perché il mondo di oggi, le sterminate città fatte di periferie disagiate, palazzi superaffollati, scippi, rapine, violenze domestiche e non solo, ci hanno reso tutti più cinici e insensibili, più duri per autodifesa, per mero spirito di sopravvivenza. Riusciremo ancora a commuoverci per il rapimento di un bambino? O scrolleremo le spalle con indifferenza tornando a pensare ai fatti nostri? Questa è la scommessa. Certo è una storia di pura invenzione, ma i sentimenti in gioco sono per lo più gli stessi di una ipotetica eventualità in cui potremmo trovarci. Tanto vale riflettere.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Federico Roncoroni a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2013

roncoroniBenvenuto Federico Roncoroni su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Si descriva ai nostri lettori, ci parli di sé. Punti di forza e di debolezza.

Leggo, scrivo e viaggio e faccio altre cose che il tacere è bello. Il mio punto di forza è che leggo più di quanto scrivo e la mia debolezza è che non leggo quanto vorrei.

Editor, italianista, autore di manuali di scrittura e di una delle più diffuse grammatiche della lingua italiana, e ora con Un giorno, altrove romanziere. Come è nata l’ esigenza di scrivere un romanzo, un romanzo epistolare nell’era di internet?

Come ha già detto qualcuno, ho scritto un romanzo per smettere di viverne uno. E ho scritto un romanzo epistolare perché tutto è nato da una lettera, anzi da una mail.

Un giorno, altrove è un romanzo d’amore, di ricordi condivisi, di malattia, di dolore, di morte. Veniamo anche a conoscere il rapporto del protagonista con i suoi genitori negli ultimi anni. Ha paura della vecchiaia, o la considera una semplice età della vita?

Non ho paura della vecchiaia perché non ho mai avuto paura neanche della giovinezza: come dice lei, sono due tappe della vita ineludibili, a meno di non morire infanti.

La memoria è un altro tema che affronta in questo libro, il rapporto del protagonista col passato, ricreato con le parole e vivo solo più nella sua mente. Lo stesso amore per Isa è fatto di ricordi, che si fanno comunione e appartenenza. Crede che l’amore aiuti a fissare nella memoria ciò che resta del passato?

La memoria è una carta assorbente: prende e asciuga tutto quello che di più evidente si trova sotto.

Ha scelto una struttura insolita, una serie di email che testimoniano un dialogo amoroso tra due personaggi Filippo e Isa, di cui conosciamo solo le mail di lui, mentre quelle della donna dobbiamo in un certo senso ricostruirle dalle sue risposte, in una sorta di presenza-assenza. Perché questa scelta?

È stata una scelta obbligata. La vera Isa ha posto come condizione alla narrazione della sua storia che le sue mail non apparissero. Mi sembra però che, proprio per la sua assenza, risulti più presente.

Sembra quasi un unico lungo discorso con se stesso, un ininterrotto flusso di coscienza; in che misura la solitudine si insinua nella vita del protagonista?

La solitudine si insinua nella vita di chiunque la elegga a suo modo di vivere, ed è un bel modo di vivere a patto che non sia imposta da nessuno o da nulla e possa essere interrotta quando lo si voglia. Nel caso di Fil è la solitudine di chi aspetta che una persona arrivi a rompere l’incantesimo.

La malattia, il costante pensiero della morte, riportano il protagonista a confrontarsi in modo combattivo con il male, l’assenza, la perdita. Eppure il tono che usa non è né triste, né sconfitto. Come ha scelto le parole per descrivere questo paradosso?

Uscito fuor dal pelago a la riva, Fil si volge a retro a rimirar lo passo che non lasciò giammai persona viva: non si dispera e non si rallegra ma guarda il tutto con l’ironia del sopravvissuto.

Un fiore, una cattleya, un omaggio a Proust?

Sì, brava. Un omaggio a Isa che come l’Odette di Swann amava ornarsi il petto e il crine con una cattleya.

Il finale permette di rivedere il romanzo intero sotto una nuova luce; è un atto d’amore pure il silenzio, la mancanza di assoluta sincerità, anche se poi la verità è inevitabile che faccia la sua apparizione?

Isa ha taciuto la verità per amore, anche se non poteva ignorare che alla fine la verità sarebbe venuta a galla e avrebbe avuto un effetto devastante.

Curatore dell’archivio di Piero Chiara, cosa ha in comune con questo autore lombardo? Si sente in qualche modo vicino alle tematiche da lui trattate?

Come discepolo di un maestro come Piero Chiara, ho in comune con lui tutto quello che mi ha insegnato ma che ho cercato di superare per distinguermi da lui. Le nostre tematiche sono comunque differenti perché abbiamo avuto esperienze diverse, ma quello che conta è la lezione linguistico-narrativa: debbo a lui il piacere di raccontare e, spero, la limpidezza della scrittura.

Lei è un grande appassionato e studioso della letteratura dell’Ottocento e Novecento. Quali sono i suoi autori preferiti? Quelli che maggiormente l’hanno influenzata? E tra i contemporanei, c’è qualche esordiente che ha apprezzato particolarmente?

Difficile scegliere tra gli autori dell’Ottocento e Novecento, perché sono tutti grandi, e ancora più difficile scegliere tra i contemporanei, perché scegliere qualcuno vorrebbe dire lasciar credere di considerare gli altri da meno. Tra i contemporanei stranieri, anche se non è un esordiente e non scrive neanche più, amo di immenso amore Philip Roth e, tra gli italiani, Melania A. Mazzucco, che per fortuna continua a scrivere.

Si parla di candidare il suo romanzo allo Strega. Come affronta questa avventura?

Con gratitudine verso quanti si stanno impegnando in proposito a favore del mio romanzo. Con il giusto scetticismo per quello che mi riguarda.

Infine concluderei questa intervista ringraziandola ancora per la disponibilità e chiedendole se attualmente sta scrivendo un nuovo romanzo.

No, e per il momento non ho nessuna intenzione di farlo.

:: Recensione di La macchina fatale di Ned Beauman (Neri Pozza, 2013) a cura di Serena Bertogliatti

12 dicembre 2013

accidentEgon Loeser è e non è nella Germania pre-nazista. È lì, fisicamente, mentre Hitler manomette la Repubblica di Weimar e i primi inquietanti segni di un regime che retrospettivamente verrà visto come il male in terra strisciano nella vita quotidiana. Ma non è lì, in realtà, perché Egon Loeser sta guardando ad altro, a qualcosa che ritiene più importante e più “vero” dei solo apparentemente eclatanti eventi storici. Nello specifico, Egon Loeser all’inizio di The Teleportation Accident (pubblicato in Italia da Neri Pozza con il titolo La macchina fatale) è assillato da una domanda: quando farà sesso la prossima volta, ora che ha appena lasciato la propria ragazza? Fra giorni, settimane, anni? Mai?
Beauman non fa mistero dell’identità di Egon Loeser: è un anti-eroe. Lo dice il cognome, che lo fa intuire un perdente (“loser” in inglese) prima ancora che possa essere introdotto dalla narrazione. Lo dice la narrazione della sua vita inconcludente di scenografo di una rappresentazione teatrale che, già dall’inizio, sembra non avere futuro. Lo dice la sua ammessa incapacità con le donne, che è poi il motivo per cui si domanda con tanta ansia come farà a procacciarsi del sesso, ora che è nuovamente single.
Ma Egon Loeser non è semplicemente uno dei tanti anti-eroi sbocciati a inizio Novecento: è un anti-eroe post-moderno, che ha lasciato la propria ragazza – nonché fonte di sesso assicurato (e no, Loeser non è un erotomane, è semplicemente platonicamente ossessionato dal sesso) – perché lei era troppo stupidamente ingenua per un’ottica post-moderna. Loeser lo realizza una sera, quando lei – per confortarlo dopo un’umiliazione – gli dice:

Don’t slip into the dark.

Don’t slip into the dark” è una citazione. Viene da un film americano, Scars of Desire, che – da quanto intuiamo attraverso la descrizione di Loeser – non è che la versione anni ‘30 di un melenso film romantico confezionato su misura per un pubblico affamato di emozioni e troppo pigro per essere critico. Quel genere di film, insomma, che anche oggi scatena reazioni aggressivamente ironiche, come ogni prodotto confezionato al fine di fare un guadagno facile e sicuro: la solita sbobba che (si suppone) piace sempre a una salda fetta di pubblico, senza rischiose innovazioni.
Ma il problema non è la citazione in sé. Il problema è che la ragazza ha “internalised some lazy screenwriter’s lazy offering to the point where she was no longer even vaguely conscious of its commercial origin”. Il problema, insomma, è squisitamente post-moderno, maturato dall’intellighenzia occidentale posteriormente (e a causa di?) all’epoca delle propagande dei regimi dittatoriali. Come fa Egon Loeser ad avere lo spirito critico di un epoca che non ha ancora vissuto?
Egon Loeser non crede al progresso, né alla Storia – quella, con la “S” maiuscola, che ha senso studiare perché ci parla di un cambiamento dell’umanità. Per Egon Loeser il mondo è retto da quella che chiama, in maiuscolo, “Equivalenza”: il principio per cui non c’è nessuna sensibile differenza tra nazisti e comunisti, ricchi e poveri, ieri e domani. Tutto si ripete, insomma, se si applica un’ottica a lungo termine. E allora perché Loeser dovrebbe preoccuparsi dei nazisti?
Egon Loeser è pronto a scommettere che l’ascesa di Hitler non cambierà poi di molto la sua vita, nonostante i toni eclatanti con cui alcuni suoi amici lo avvisano della pericolosità del regime che va formandosi, e in un certo senso scoprirà di aver ragione. Sarà una donna a dettare la trama del suo percorso, facendolo andare prima a Parigi e poi a Los Angeles, per tornare in Germania solo dopo la fine della guerra. La donna in questione, ironia vuole, si chiama Adele Hitler – ma è un caso, uno di quei casi che suggeriscono che la realtà, come la storia, non è governata da nessi logici, ma dal caso.
Una storia d’amore, quindi? No, neanche quello, perché Loeser non è innamorato di Adele, ma dell’idea di Adele – similmente a come è innamorato del sesso, dell’idea di essere uno sceneggiatore, di quella di essere uno scrittore, e ancora dell’idea che si fa degli scrittori che legge, per poi scoprire ogni volta, puntualmente, che i suoi sogni, sottoposti alla prova della realtà, non sono che manipolazioni della realtà che la sua mente ha arbitrariamente e solipsisticamente architettato. L’unica cosa reale, ossia tangibile, che rimane è il desiderio – ma questa è un’altra storia, una delle tante che The Teleportation Accident narra.
C’è tra tutte, la storia che dovrebbe essere più eclatante, ma che in questo romanzo non lo è: la storia del nazionalsocialismo, vista – ossia ignorata – dagli occhi di Loeser. E qui ci sarebbe molto da dire. Bisognerebbe dare un’occhiata alla letteratura sul nazionalsocialismo degli ultimi anni, e capire che sta succedendo.
Jonathan Littell, nel 2006, fa uscire Le benevole. Il protagonista è Maximilien Aue, un ufficiale delle SS che narra l’ascesa e la caduta del nazismo passando per i punti più scottanti, tra cui la Shoah. La voce parlante non è quella di un uomo qualunque – il protagonista è un ufficiale delle SS consapevole degli eventi, con una sessualità più che problematica, seguendo la poco cara vecchia formula che vuole che i cattivi in realtà siano individui problematici (specialmente sul piano sessuale) – ma la narrazione è in prima persona, e Aue non si presenta né come un sadico né come uno spietato manipolatore né come un individuo incapace di intendere e volere. Soprattutto, non è un antisemita. Chi riesce a proseguire nella lettura – perché conosco persone che lo hanno rifiutato prima di leggere 20 pagine – finisce con l’empatizzare con Aue, e a fine libro il nazismo non è più il solito male preconfezionato che viene insegnato tra i banchi di scuola.
Umberto Eco, nel 2010, fa uscire Il cimitero di Praga, libro sull’antisemitismo. Eco è Eco, e come al solito si occupa della ricostruzione della nascita di un’idea. Anche questa volta, il protagonista – questa volta antisemita – ha pesanti turbe mentali, che vengono a galla tramite il sesso. A parte ciò, Eco mette su carta l’evoluzione del sentimento antisemita con una chiarezza tale da risultare didascalico. L’idea, già conosciuta, è che chiunque può diventare antisemita, date certe condizioni – ci si domanda se la psicopatia rientri tra queste.
La psicopatia sembra fungere da postilla per chiunque scriva di Shoah: davanti a un tribunale che li accusi di simpatizzare con l’antisemitismo, Eco e Littell potranno sempre dire che “dopotutto i loro protagonisti non avevano tutte le rotelle a posto”. Intanto, però, entrambi hanno normalizzato la figura del nazista/antisemita, e non “normalizzato” nel senso teorico del termine, con scambi tra accademici in pubblicazioni lette da nessuno, ma “normalizzato” per le ampie masse, tramite la fiction, pubblicamente e con tanto di acclamazioni.
Arriviamo all’altro ieri, al 2013, quando in Italia viene pubblicato Lui è tornato di Timur Vermes. Sempre una prima persona, e in questo caso a narrare è Hitler stesso, che si risveglia – oggi – a Berlino. Non un Hitler qualunque, ma un Hitler fedelmente ricostruito da questo ex ghost-writer: lo Hitler di Vermes ha la prosa pedante dello Hitler storico, le sue idee politiche, le sue preferenze personali, e tutto quello che – accorpato assieme – ci dà una verosimile ricostruzione del Führer: dall’antisemitismo all’ambientalismo, dai megalomani piani di conquista all’animalismo. Pur considerando che questo non è Hitler, ma la rappresentazione di Hitler fatta da Vermes, qui non si tratta più di domandarsi come fosse un verosimile individuo durante il nazionalsocialismo, l’individuo comune o quello patologico: qui c’è Hitler. Ed è uno Hitler che smaschera le contraddizioni della moderna democrazia, che redige un programma politico, aggiornato a oggi, che non sembra poi tanto male, in quanto contiene le stesse linee guida di programmi politici attualmente esistenti.
E, infine, arriviamo a oggi, a Egon Loeser che vive nel nazismo eppure riesce benissimo a vivere a prescindere dal nazismo. E non c’è bisogno di forzature per estromettere il nazismo dalla sua vita. La sua non è una lotta solipsista per ignorare deliberatamente e vivere quindi in pace. Semplicemente, gli eventi che gli accadono attorno non lo interessano, e si confondono sullo sfondo. Per aggiungere la beffa al danno, quando Loeser va negli Stati Uniti si ritrova a essere ebreo – non che lo sia, né vuole diventarlo, né lo fa per tutelare gli ebrei tedeschi rimasti in patria. Lo diventa un po’ per caso un po’ per opportunismo, ma solo poco, perché neanche in questa parte del libro le questioni nazista e antisemita smettono di essere periferiche. Anzi, ogni tentativo da parte della realtà di coinvolgerlo in quelle che percepisce come faccende politiche, senza distinzione di gravità, lo infastidisce. Così, quando riceve lettere da un amico ebreo residente a Berlino che gli narra in diretta il crescere dell’antisemitismo, Loeser comincia a leggerle per poi cestinarle, puntualmente, in quel tutto contemporaneo miscuglio di noia e fastidio.
Ma, come Loeser dice a inizio libro, Hitler non cambierà la sua vita in modo sostanziale, né coerentemente cambia la rotta del romanzo, in cui il nazionalsocialismo è un evento contingente tra tanti eventi contingenti. Per dimostrarlo, il romanzo ha quattro finali, e solo in uno il nazionalsocialismo sembra avere lasciato qualche traccia: quello in cui Loeser, a fine guerra, decide di occuparsi della questione del trasporto dei deportati ebrei durante il regime nazista. Non che gli interessino gli ebrei in sé, ma piuttosto il trasporto di grandi masse di persone – e quello degli ebrei è solo un caso tra tanti.
Il filo rosso del romanzo risiede nel titolo, in quel congegno di teletrasporto a cui lavorò Lavicini nel Seicento, a cui lavora Loeser oggi, a cui lavora uno scienziato coevo di Loeser. Nei primi due casi i congegni sono ad uso teatrale, nel terzo si tratta di una vera e propria macchina per il teletrasporto – ma la differenza, quando si guarda a questi casi dall’alto, sembra minima, come minimo si fa il confine tra teletrasporto e trasporto, tra il problema di costruire un sistema di trasporti a Los Angeles e quello di spostare milioni di individui sul suolo europeo. È l’Equivalenza a ridurre i confini concettuali:

All those people [ebrei], killed in transit – killed by the weight of their own bodies, in a sense, because the heavier they were, the more fuel the engine would burn, so because they’ve been starving for months they’d have a few more minutes to live – an equation about calories and masses, like all the rest of history…

Rimane un’ultima equivalenza da fare, quella tra spostamenti nello spazio e spostamenti nel tempo, e a quanto questo confine sia labile nei mondi creati da Beauman.

Ned Beauman è nato nel 1985 a Londra, e attualmente vive a New York. Ha scritto per Dazed & Confused, AnOther e per il Guardian. Il suo primo romanzo, Pugni svastiche scarabei, è stato finalista del First Book Award del Guardian e del Desmond Elliot Prize, e ha vinto il Writers’ Guild Award for Best Fiction Book e il Goldberg Prize for Outstanding Debut Fiction. Ned Beauman è stato inserito da The Culture Show tra i 12 Migliori nuovi scrittori inglesi nel 2011.

:: Recensione di Publisher, Alice di Stefano, (Fazi, 2013) a cura di Viviana Filippini

10 dicembre 2013

publisherSecondo Tonino Guerra l’ottimismo è il sale della vita, dopo aver letto Publisher credo che anche per Alice Di Stefano il sale della vita sia l’umorismo. Ed è con questa caratteristica che l’editor della Fazi editore ha dato vita ad una sorta di biografia romanzata del consorte, Elido Fazi. Questo libro è un vero e proprio viaggio dentro al mondo di un editore raccontato in ogni aspetto pubblico e privato da uno punto di vista a lui molto vicino… quello della moglie. Sì, perché Alice Di Stefano, che non è difficile da scovare nascosta dietro la terza persona narrante, ci tratteggia in modo ironico e a tratti spiazzante il ritratto di suo marito, nonché datore di lavoro, Elido Fazi. Forse non tutto quello che questa allegra coppia combina sarà vero, ma è curioso scoprire il continuo spirito di intraprendenza che vive in Fazi e che gli ha permesso di diventare uno dei migliori editori italiani (ricordate I fratelli Burgess di Elizabeth Strout, Stoner di John William e l’intera saga di Twilight? Bene, son tutti editi da Fazi). La storia prende le mosse da un viaggio alle Maldive al quale ne seguiranno molti altri tra presente e un passato. Tanti pellegrinaggi avanti e indietro nel tempo che ci mostrano il publisher nella natia terra delle Marche pronto a prendere il volo per nuove terre (l’Inghilterra, un Giappone che non mi aspettavo e poi Roma) nelle quali Fazi ha dato sviluppo al suo fiuto per gli affari e alla sua capacità di “self made man”, fondando società e l’omonima casa editrice. Elido Fazi emerge in tutto il suo carattere non solo grazie alla presenza della compagna di vita, perché un ruolo importante per farci capire chi è questa persona lo giocano i tanti episodi riguardanti la presenza dell’editore nei saloni del libro, negli eventi culturali, e pure ne più noti premi letterari italiani. In queste occasioni chi legge si troverà, come i protagonisti stessi, di fronte a persone così istrioniche che a momenti ci si chiede quanto in questo libro ci sia di vero e di romanzato. Non credo sia importante saperlo, perché le pagine di Publisher riescono in ogni caso a tenere ancorata alla pagina l’attenzione di chi legge, tanto che si sorride e ride pensando a quell’originalità non sempre mostrata che si nasconde nel mondo dell’editoria. Nel libro, accanto ad Elido Fazi, un uomo dal carattere forte, nel quale si alternano in modo quasi inspiegabile fasi di agire e dire burbero a momenti di incredibile tenerezza, ci sono tanti scrittori tra i quali spicca un intenso ed emozionante ritratto del poeta Valentino Zeichen. Che dire… con Publisher Alice Di Stefano ci regala una nuova forma di commedia della vita, portandoci dentro ad un mondo, quello di Elido Fazi, che in fondo è anche po’ il suo, facendoci conoscere da vicino e con uno sguardo del tutto nuovo tra stupore e ammirazione, l’imprenditore marchigiano suo consorte e molto di quello che si nasconde tra le maglie del suo mondo editoriale. Una storia di vita e lavoro che potrebbe aiutarci a ritrovare un po’ di pace in questi tempi così cupi.

Alice Di Stefano dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura contemporanea all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall’editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio tutto suo dedicato espressamente alla narrativa umoristica, a guide insolite e curiose e a tutto ciò che più le piace.

:: Un’ intervista con Giulio Leoni

9 dicembre 2013

mediumBenvenuto Giulio su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Avevi già risposto ad alcune nostre domande in occasione dell’intervista collettiva dedicata a Nero Novecento. In questa parleremo solo di te e dei tuoi libri, anzi principalmente del tuo ultimo libro edito da Nord, Il testamento del papa. Ma ora iniziamo come di consueto con le presentazioni. Parlaci di te, descriviti ai nostri lettori. Romano, classe 1951. Chi è Giulio Leoni? Punti di forza e di debolezza?

Il mio più grande punto di forza è quello di riuscire a superare tutte le molte debolezze che mi affiggono. Punti di debolezza? Nessuno, ovviamente: scrivere è un mestiere per uomini duri, sottopone natiche e schiena a ore e ore di tortura, e bisogna saperle affrontare con distacco e il sorriso sulle labbra.

Come è nato il tuo amore per la scrittura e per i romanzi storici particolarmente?

Scrivo per il motivo per cui scrivono tutti gli scrittori: per il desiderio di essere amato. E spero di riuscirci raccontando storie interessanti e piacevoli. Non necessariamente istruttive, perché per quello basta già la vita reale. Quanto all’amore per la storia, deriva essenzialmente dal fatto che la Storia è un’innamorata che non ti respinge mai, è sempre disponibile e soprattutto ha una lunga, lunghissima pazienza. Oltre al fatto che francamente non saprei nemmeno immaginare una racconto non “storico”: anche se mi limitassi a descrivere quello che sta accadendo in questo preciso momento, già il tempo necessario per scrivere lo trasformerebbe in un racconto storico, anche se di storia recente. Stando così le cose, tanto vale allora sfruttare a pieno le immense risorse di tutto il tempo trascorso, senza limitarsi a quella fettina in cui per caso ci è toccato di esistere.

I thriller storici necessitano di approfondite ricerche. Raccontaci un tuo segreto, un tuo modo di procedere quando raccogli materiale per un tuo nuovo libro, che possa essere utile a giovani autori che vogliano seguire le tue orme.

Anzitutto cerco sempre di trattare epoche e personaggi dei quali abbia già in partenza una buona conoscenza. Poi procedo con un metodo che potrei definire vagamente popperiano, applico la regola della falsificazione: formula una ipotesi, una teoria, immagino una situazione che mi piacerebbe raccontare, e quindi mi metto in caccia di una qualsiasi prova, documento o anche solo argomentazione convincente che quello che ho pensato sia errato o impossibile. Se non trovo niente che possa smentirmi allora procedo, altrimenti cambio storia, senza rimpianti. Questo fa sì che in tutti i miei libri, anche in quelli in cui si avanzano ipotesi spericolate, non ci sia mai nulla che possa essere dimostrato falso.

Sei conosciuto, almeno da me, per il ciclo dedicato alle avventure investigative di Dante Alighieri. Ma hai spaziato con le tue opere in tutti i generi legato al fantastico, dal fantasy all’horror, dal giallo investigativo alla fantascienza, occupandoti anche di letteratura per ragazzi e non disdegnando i racconti. Amato all’estero, amato nel nostro paese, quale sfida ti sei posto, che non hai ancora raggiunto?

La sfida è sempre la stessa, cercare di fare sempre meglio, raccontare un’altra storia ancor più curiosa e affascinante, commuovere, emozionare, sconcertare, al limite infastidire  ancora un altro lettore. È un lavoro che non finisce mai, come tutti quelli che hanno un rapporto anche lontano con il campo dell’arte.

Ne parlavo con Matteo Di Giulio di una sorta di risveglio del thriller storico in Italia, i lettori sembrano apprezzarlo particolarmente, autori come Colitto, Martigli, Custerlina, pur variando scenari ed epoche sono molto amati. Cosa pensi affascini maggiormente del passato? Gli enigmi, i segreti nascosti in epoche lontane sono più avventurosi?

Credo dipenda da un bisogno profondo della nostra psiche: praticamente tutto l’ultimo secolo è stato caratterizzato da una continua innovazione scientifica e tecnologica, che costringeva l’uomo a mutare continuamente abitudini e costumi, spinto sempre più avanti verso un futuro magari inquietante ma anche luminoso. Ma la grande e terribile novità degli ultimissimi tempi è che è finito il futuro: non esiste più un orizzonte magari anche lontano e incerto, ma la cui prospettiva veniva a giustificare ogni fatica. Ormai cominciamo a sentire che ogni ulteriore trasformazione della nostra vita indotta dal progresso sarà ineluttabilmente verso il peggio. Questo diffuso sentimento porta a riscoprire il passato come un più sicuro ancoraggio, e i suoi enigmi anche i più tenebrosi fonte di una bizzarra consolazione.

Il testamento del papa è il primo libro tuo che leggo, quasi per caso. La Nord me l’ha inviato e come faccio sempre ne ho iniziate alcune pagine. Non ho potuto smettere di leggere, sarà per lo stile fluido, sarà per i personaggi decisamente interessanti, e per il mistero legato alla statua data in dono a Papa Silvestro II dall’imperatore d’Oriente. Si parla anche di un tesoro di Augusto, un bottino di guerra che aveva portato tornando dall’Egitto. Gli ingredienti per un thriller avventuroso ci sono tutti. Come è nata l’idea di scrivere questo romanzo, quale è stato il punto narrativo di partenza?

Benissimo, le cosa che accadono per caso nella vita sono quasi sempre quelle più decisive! Come per tutti gli altri miei racconti, l’idea di fondo è scaturita da una serie di domande che io per primo mi ponevo da tempo: come è nata la leggenda nera intorno alla figura di Silvestro II? Cosa c’è di vero? Cosa poteva essere la famosa testa magica che gli veniva attribuita, e se è mai esistita come poteva funzionare? E venendo più vicini a noi, chi era la famosa spia tedesca H27, Mademoiselle le Docteur, e cosa fece dopo la guerra? Chi si batteva negli anni Venti per la rinascita dei culti pagani a Roma? Fornire una serie di risposte plausibili ha costituito l’ossatura del romanzo, il resto lo ha messo la penna.

Due piani temporali paralleli, il 999 della Roma di Papa Silvestro II e il 1928 della Roma mussoliniana. Hai trovato affascinante accostare e confrontare queste due epoche? Hai notato anche delle similitudini?

Indubbiamente tra le due epoche, pur così lontane sotto tutti i punti di vista, esistono alcune “consonanze” che mi hanno spinto a sceglierle come sfondo per la vicenda. Entrambe sono gravate da un eguale sentimento di catastrofe imminente, ma con una singolare inversione dei ruoli: alla fine del primo millennio erano soprattutto gli strati più popolari e ingenui ad essere preda del terrore per la vicina fine dei tempi, mentre con poche eccezioni le gerarchie della chiesa e in genere le classi dominanti mantennero un atteggiamento molto più scettico e disincantato. Al contrario nei tardi anni Venti erano le élite più avvertite e inserite nei vertici del potere a presentire l’avvicinarsi di un secondo e ben più devastante conflitto, mentre i popoli vivevano una stagione tutto sommato più tranquilla e di relativa ripresa economica.

E’ anche un gioco di spie: H27 una spia tedesca, che tutti credevano morta, incaricata da un colonnello dell’ Abwehr di trovare “Qualcosa di estremamente prezioso per la Germania futura. E di pericoloso. Qualcosa che è andato perduto”, metterà in moto un gioco pericoloso. John Phillips verrà convocato nell’Ambasciata del Regno Unito per fermarla. Dunque anche un tocco di spy story?

Assolutamente sì: il periodo tra le due guerre mondiali è stato un campo di battaglia tra gli spionaggi di tutte le maggiori potenze non meno affascinante di quello della successiva Guerra Fredda. Meno conosciuto, perché non ha (ancora) avuto i suoi Fleming e Le Carré, ma altrettanto pieno di spunti e di personaggi che meritano di essere raccontati.

Protagonista è l’architetto antiquario Cesare Marni. Come hai sviluppato il suo personaggio?

Come in tutti gli altri casi, gettandolo nel pieno di una vicenda e cercando di immaginare le sue reazioni. È questo soprattutto che determina il carattere di un personaggio, spesso occorre soltanto pazienza e capacità di osservazione.

E vogliamo parlare dell’affascinante Zirka, l’enchanteresse merveilleuse, la grande illusionista che arrivava dalla Germania anticipata da una fama leggendaria? Una sua profezia sembra destinata ad avverarsi.

Zirka è modellata su un personaggio realmente esistito, con questo stesso nome. È stata all’inizio del secolo una delle più grandi maghe di ogni tempo, bella e affascinante. Che potesse essere anche una spia è ovviamente una mia congettura. Ma la sua profezia avrebbe potuto essere formulata da chiunque avesse un minimo di attenzione alla storia e a quello che stava avvenendo nel mondo.

Anche papa Silvestro, al secolo Gerberto d’Aurillac, è un personaggio affascinante, avvolto da una fama sulfurea. E’ più un damnatio memoria lanciata dai suoi nemici o davvero commerciava con l’occulto?

No, era soltanto una grande mente di scienziato in anticipo sui suoi tempi. E come avveniva allora e spesso avviene ancora oggi, questo non gli venne perdonato dai suoi contemporanei. I geni morti sono sempre onorati, ma quelli vivi e operanti troppo spesso incutono timore e suscitano invidie mortali.

Innovazione scientifica, progressi della scienza e della tecnica sono temi al centro del tuo romanzo. Non ci dire quale mistero è contenuto nella statua, ma mi piacerebbe sapere in che misura questo segreto avrebbe potuto cambiare la storia. Almeno qualche accenno, per non rivelare ai lettori troppo.

La storia potrebbe essere cambiata anche da un battito d’ali, è per questo che la fisica contemporanea ha elaborato la teoria degli universi paralleli! È difficile sapere quanto avrebbe inciso un eventuale ritrovamento della testa magica nei secoli passati: forse la rivoluzione scientifica che ha portato alla costruzione di macchine che imitano in modo sempre più perfetto il comportamento dell’uomo sarebbe cominciata con molti anni di anticipo.

L’intervista è finita, nel ringraziarti ancora della disponibilità mi piacerebbe sapere se hai altri progetti in cantiere, non solo letterari.

Al momento tra le altre cose sto lavorando alla sceneggiatura di un film dell’orrore, naturalmente affrontato con i modi che i miei lettori hanno imparato a conoscere. Sarà anche questa una storia in cui verità, finzione e incubo si mescoleranno in modo da non poter mai essere distinti dallo spettatore. È un’esperienza nuova, che dovrà naturalmente superare tutte le difficoltà che affliggono il cinema italiano per vedere la luce, ma che è molto stimolante.