Traduzione di Massimo Rizzante
“Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo, né riorganizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti. Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio. Ma mi rendo conto che le nostre beffe hanno perso ogni potere.”
Kundera torna a parlarci del tempo delle disillusioni, di un passato che si fa presente con il peso di ciò che non è più. Qui, più che altrove, troviamo una critica pungente agli uomini, marionette animate nelle mani di un abile regista.
Il “non serio” è per lo scrittore ceco il significato profondo della storia che, anche nei suoi momenti più drammatici, tradisce una vena di tragica ironia. Il suo è uno sguardo beffardo sulla vita degli individui che qui diventano, loro malgrado, la parodia di se stessi, indossando panni non propri semplicemente per esistere.
Il sipario si alza sui protagonisti di una pièce teatrale che poi finzione non è, ma è la realtà delle loro esistenze che procedono confuse verso un finale ancora più incerto.
Il racconto si fa pretesto per discussioni improbabili sul male di un’epoca che non ha più niente da dire e così tra ombelichi al vento, relazioni prive di umanità, morti sospese e sogni senza futuro si realizza l’unico obiettivo possibile: il buonumore. Una risata senza pretese che non si faccia troppe domande, ma che azzittisca i pensieri e riempia il vuoto lasciato dalla fine delle idee.
“L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. E’ con noi ovunque e sempre. E’ presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna impara ad amarla. […]. Respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore.”
Kundera, con i suoi romanzi, ci ha abituato alla dissacrante interpretazione della realtà: in questo ultimo libro, quel lavoro di disgregazione e annientamento delle certezze si realizza senza possibilità di redenzione.
Lo fa canzonando i suoi personaggi più seri, togliendo credibilità alle più solide convinzioni e creando significati nuovi (come quello dell’ombelico), lasciando il lettore senza più punti fermi, ma in qualche modo divertito.
E’ un sorriso amaro quello che lo accompagna nella lettura che si fa, pagina dopo pagina, rivelatrice e profetica. Non rimane che lasciare da parte preconcetti e buone maniere e partecipare alla festa.
“Un tempo, l’amore era la festa dell’individualità, dell’inimitabilità, la gloria di ciò che è unico, di ciò che non tollera ripetizioni. Ma l’ombelico non solo non si ribella alla ripetizione, è un appello alle ripetizioni! Nel nostro millennio vivremo all’insegna dell’ombelico. Sotto questa insegna, siamo tutti indistintamente soldati del sesso, con lo stesso sguardo fisso non già sulla donna amata ma sullo stesso buchetto tondo posto in mezzo al ventre che rappresenta l’unico significato, l’unico scopo, l’unico futuro di ogni desiderio erotico.”
Milan Kundera è nato a Brno, nell’attuale Repubblica Ceca, il 1° aprile 1929. Suo padre Ludvik era un pianista, e lo stesso Kundera fu da giovane musicista jazz. Si iscrisse due volte al partito comunista, la prima da studente, nel 1948 – quando i comunisti presero il potere – ma ne fu espulso nel 1950 per le sue idee eterodosse; vi si reiscrisse nel 1956. Prima di dedicarsi alla letteratura e al cinema, lavorò anche da manovale. Già negli anni Cinquanta aveva scritto tre raccolte di poesia. Negli anni Sessanta insegnò alla Scuola di Cinema di Praga dove molti dei suoi studenti erano i registi della New Wave cecoslovacca. Del 1967 è il suo primo romanzo, Lo scherzo, la cui pubblicazione fu uno degli eventi letterari della cosiddetta Primavera di Praga del 1968; il libro vinse il premio dell’Unione degli Scrittori Cechi. Nel ’68, con l’invasione russa, Kundera perse il suo lavoro di insegnante e non riuscì a trovarne nessun altro. Nel 1970 fu espulso dal partito per l’atteggiamento tenuto in seguito all’invasione russa; le sue opere furono ritirate dalle biblioteche e il suo nome cancellato dai manuali ufficiali di storia della letteratura. Nel 1974 scrisse La vita è altrove – che ottenne il premio Medicis come miglior libro straniero pubblicato in Francia – e Il valzer degli addii, e l’anno seguente lasciò il paese per rifugiarsi in Francia, dove gli era stata offerta una cattedra di letteratura all’Università di Rennes: qui insegnò fino al 1978. Con la pubblicazione, nella traduzione francese, di Il libro del riso e dell’oblio nel 1978 gli venne tolta la cittadinanza cecoslovacca. Nell’81 vinse il Commonwealth Award per la carriera insieme con Tennessee Williams. Nell’84 giunse alla definitiva consacrazione con il grandissimo successo dell’Insostenibile leggerezza dell’essere. Ha anche ricevuto il Premio Mondello (per Jacques e il suo padrone) e il Jerusalem Prix.
Milan Kundera vive a Parigi con la moglie Vera Hrabankova, nei pressi di Montparnasse.
Clare Moorehouse è una donna altoborghese di mezza età, che vive a Parigi con il marito aiuto ambasciatore, con due figli adolescenti a scuola in Gran Bretagna. Deve preparare una cena molto importante per la carriera del coniuge, che dopo aver girato per il mondo sarà destinato ad un’altra sede, molto probabilmente Dublino.
Cari amici, siamo giunti alla quarta edizione del Liberidiscrivere Award, premio che permette di votare il migliore libro edito nel 2013, italiano o straniero, senza preclusione di generi.
Lui si chiama Daniel, ha vissuto una vita per lo più da vagabondo a Londra, con un solo grande amore con una donna sposata, morta troppo presto, da cui ha avuto una figlia, che non ha mai conosciuto, alla quale manda ogni anno il giorno del suo compleanno presunto una lettera di auguri senza indirizzo.
Inizierei questa recensione con una piccola premessa: non tutti credono agli astrologi, ai leggitori di tarocchi, ai maghi, ai sensitivi, e io da buona illuminista sono tra questi. In questo romanzo si parla di astrologia, mappe astrali, stelle e pianeti che in un certo senso aiuteranno un personaggio a fornire il profilo psicologico dell’ “assassino”. Se questa premessa vi turba, potete benissimo interrompere la lettura, anche solo di questa recensione, se l’astrologia vi affascina anche solo come strumento di analisi dei caratteri e delle personalità, troverete pane per i vostri denti.
In La ballerina dello Zar la protagonista, Mathilde Kschessinska, è giunta quasi al secolo di età e decide di raccontare in un lungo flashback quella che è stata la sua esistenza tra pubblico e privato alla corte dei Romanov. Figlia di Felix Kschessinsky, famoso ballerino di origini polacche che per più di quaranta anni lavorò per i potenti zar, Mathilde ci porta dentro il suo mondo partendo da quel lontano 23 marzo del 1890 quando nel teatro Marijnskij svolse il saggio finale delle allieve del corpo di ballo. Tra le future étoiles c’era anche lei che a fine esibizione ebbe l’onere di sedere al tavolo dello zar Alessandro III, accanto al giovane e affascinante zarevič Nicola. Nonostante la timidezza, tra i due scattò immediata la scintilla e con il passare del tempo quel fuocherello divenne un vero e proprio falò amoroso, che ancora una volta riuscì a mantenere viva una tradizione in voga nella famiglia degli zar, quella che vedeva da tempo imperatori, granduchi, conti e ufficiali scegliere le proprie amanti tra le ballerine dei teatri. La ballerina dello Zar, edito dalla BEAT, è la narrazione di una storia d’amore nella quale non mancano ripicche tra amanti, amicizie pericolose, scambi di persone necessari a mantenere il quieto vivere a corte, giudizi affrettati e pregiudizi. Il tutto mescolato e mixato con sapienza dalla Sharp che fa di questo romanzo biografico, il racconto di una vita di una donna che è stata sì una grande ballerina di fama nazionale per la Russia, ma allo stesso tempo ha vissuto una lunga e travagliata relazione amorosa con lo zar Nicola II. Il romanzo della scrittrice americana non è solo la cronaca di una relazione di coppia, perché il libro porta noi lettori all’interno della società russa tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del ‘900, fino alla grande rivoluzione del 1917. Un evento drammatico che cambiò per sempre la Storia e le vite di coloro che sono i protagonisti di questa vicenda. L’autrice crea un perfetto equilibrio tra realtà e finizione mostrandoci le difficoltà di Mathilde e Nicola nel vivere la loro relazione, un rapporto intenso messo a dura prova dalle norme comportamentali della società dell’epoca e dal fatto che la ballerina era riconosciuta come amante, ma non aveva lo stesso potere d’azione della moglie dello Zar. Tra le pagine si alternano i palazzi di lusso pieni di sfarzo e oggetti preziosi, i ricevimenti, gli spettacoli teatrali, i potenti uomini alla prese più con tresche amorose che politiche e donne sempre pronte a mettere in mostra la propria bellezza per conquistare il partner. Non solo. Ne La ballerina dello Zar troviamo riferimenti precisi alla famiglia di Nicola II, alle figlie e alle preoccupazione per l’emofilia che tormentava e rendeva difficile la vita al piccolo Aleksej, erede alla corona. Questi sono i luoghi, le persone e gli eventi protagonisti de La ballerina dello Zar, accanto ai quali avanza come un fiume in piena una Pietroburgo sull’orlo della rivoluzione sociale accompagnata al profondo scontento, sempre più evidente, del popolo contadino povero e affamato. Un malcontento sociale che intaccherà ogni singolo atomo della Russia e dell’amore tra Mathilde e lo Zar Nicola II costretto per questo ad abdicare, alla prigionia e ad uno sfortunato tentativo di fuga che non riuscì ad impedire alla Storia di svolgere il suo drammatico corso.
Splendore di Margaret Mazzantini, edito dalla Mondadori in formato cartaceo e digitale, è un romanzo che parla dell’amore ma soprattutto del dolore. È un libro intenso, profondo, a volte impegnativo come vuole da sempre la scrittura dell’autrice che indaga fin nel profondo dei suoi personaggi, scovando il loro lato segreto, nascosto, celato alla vista dei più ricoperto com’è dalle innumerevoli maschere di pirandelliana memoria che indossano per omologarsi, integrarsi, accettarsi in società, come la nostra, dove troppo spesso l’apparenza conta più della sostanza.
“Porca puttana, sono tutti pazzi”, pensò Malatesta sedendosi a tavola a fumare una sigaretta. Ma’, per confermare la sua tesi, entrò in quel momento nella stanza, si diresse al lavello con un bong di vetro in mano, aprì il rubinetto, riempì la pipetta di acqua e accese il braciere. La nuvoletta di marijuana invase, come bruma domestica, la cucina.

Il guanciale d’erba è il tipico cuscino utilizzato dai pellegrini giapponesi in cammino, ma il guanciale d’erba è anche il titolo del romanzo scritto da Natsume Sōseki nel 1906. L’ambientazione è nel Giappone dei primi del ‘900. Protagonista è un giovane pittore in viaggio in un mondo nel quale tutto sembra appartenere ad una dimensione fatata. Il narratore cammina senza avere una meta predefinita e le persone che incontra sono la rappresentazione di una umanità spesso sola e bisognosa del contatto con l’altro. Leggendo Guanciale d’erba si ha come la strana e piacevole sensazione di procedere a fianco del giovane artista percependo con lui tutto il mondo circostante. Compaiono così viandanti solitari e silenziosi, contadini intenti a lavorare la terra, nobili a cavallo e le bellezze del mondo naturale che danno piccoli assaggi d’ispirazione, mai del tutto completa, al giovane pittore e poeta. Tutto comincia a cambiare quando il protagonista, a causa di una insistente pioggia, trova riparo in un’abitazione sperduta sui monti. L’edifico è un casa da tè gestita da un’anziana signora che oltre ad offrire grande ospitalità al giovane, comincia a raccontargli tante storie sulla gente del posto. In particolar modo la donna si concentra sulla drammatica vicenda della ragazza di Nakoi desiderata da due uomini, ma per sua sfortunata finita in sposa a quello che lei non amava. Il giovane artista rimane affascinato e colpito da questa vicenda e cerca di trovare i segni che testimoniano il sofferto passaggio della giovane alla casa del tè dove si trova lui. La ricerca sarà un cammino impervio pieno di verità a volte tra loro contraddittorie, concentrate attorno al dramma esistenziale di una donna costretta a sposare chi non amava. Le pagine scorrono via veloci e chi legge si trova davanti ad immagini pittoriche cariche di emozioni che raccontano i drammi esistenziali di un’umanità che, indipendentemente dalla posizione sociale, vive una vita di gioie, dolori, sofferenze. Tali sensazioni lasciano negli animi individuali, ma anche in quella del giovane artista, tracce indelebili che li segneranno per sempre. Sarà proprio grazie a queste impronte incancellabili che il pittore poeta troverà, dopo un lungo pellegrinaggio, il fuoco sacro dell’ispirazione per realizzare la migliore opera della sua vita. Guanciale d’erba è un libro poetico caratterizzato da un linguaggio elegante e delicato che trascina chi legge in un mondo e in un’epoca lontani, così diversi per usi e costumi dall’Occidente, ma così uguali alla nostra parte del globo per le emozioni messe in gioco.
























