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:: Recensione di La festa dell’insignificanza di Milan Kundera – (Adelphi, 2013) a cura di Lucilla Parisi

4 gennaio 2014

kunderaTraduzione di Massimo Rizzante

“Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo, né riorganizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti. Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio. Ma mi rendo conto che le nostre beffe hanno perso ogni potere.”

Kundera torna a parlarci del tempo delle disillusioni, di un passato che si fa presente con il peso di ciò che non è più. Qui, più che altrove, troviamo una critica pungente agli uomini, marionette animate nelle mani di un abile regista.
Il “non serio” è per lo scrittore ceco il significato profondo della storia che, anche nei suoi momenti più drammatici, tradisce una vena di tragica ironia. Il suo è uno sguardo beffardo sulla vita degli individui che qui diventano, loro malgrado, la parodia di se stessi, indossando panni non propri semplicemente per esistere.
Il sipario si alza sui protagonisti di una pièce teatrale che poi finzione non è, ma è la realtà delle loro esistenze che procedono confuse verso un finale ancora più incerto.
Il racconto si fa pretesto per discussioni improbabili sul male di un’epoca che non ha più niente da dire e così tra ombelichi al vento, relazioni prive di umanità, morti sospese e sogni senza futuro si realizza l’unico obiettivo possibile: il buonumore. Una risata senza pretese che non si faccia troppe domande, ma che azzittisca i pensieri e riempia il vuoto lasciato dalla fine delle idee.

L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. E’ con noi ovunque e sempre. E’ presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna impara ad amarla. […]. Respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore.

Kundera, con i suoi romanzi, ci ha abituato alla dissacrante interpretazione della realtà: in questo ultimo libro, quel lavoro di disgregazione e annientamento delle certezze si realizza senza possibilità di redenzione.
Lo fa canzonando i suoi personaggi più seri, togliendo credibilità alle più solide convinzioni e creando significati nuovi (come quello dell’ombelico), lasciando il lettore senza più punti fermi, ma in qualche modo divertito.
E’ un sorriso amaro quello che lo accompagna nella lettura che si fa, pagina dopo pagina, rivelatrice e profetica. Non rimane che lasciare da parte preconcetti e buone maniere e partecipare alla festa.

Un tempo, l’amore era la festa dell’individualità, dell’inimitabilità, la gloria di ciò che è unico, di ciò che non tollera ripetizioni. Ma l’ombelico non solo non si ribella alla ripetizione, è un appello alle ripetizioni! Nel nostro millennio vivremo all’insegna dell’ombelico. Sotto questa insegna, siamo tutti indistintamente soldati del sesso, con lo stesso sguardo fisso non già sulla donna amata ma sullo stesso buchetto tondo posto in mezzo al ventre che rappresenta l’unico significato, l’unico scopo, l’unico futuro di ogni desiderio erotico.”

Milan Kundera è nato a Brno, nell’attuale Repubblica Ceca, il 1° aprile 1929. Suo padre Ludvik era un pianista, e lo stesso Kundera fu da giovane musicista jazz. Si iscrisse due volte al partito comunista, la prima da studente, nel 1948 – quando i comunisti presero il potere – ma ne fu espulso nel 1950 per le sue idee eterodosse; vi si reiscrisse nel 1956. Prima di dedicarsi alla letteratura e al cinema, lavorò anche da manovale. Già negli anni Cinquanta aveva scritto tre raccolte di poesia. Negli anni Sessanta insegnò alla Scuola di Cinema di Praga dove molti dei suoi studenti erano i registi della New Wave cecoslovacca. Del 1967 è il suo primo romanzo, Lo scherzo, la cui pubblicazione fu uno degli eventi letterari della cosiddetta Primavera di Praga del 1968; il libro vinse il premio dell’Unione degli Scrittori Cechi. Nel ’68, con l’invasione russa, Kundera perse il suo lavoro di insegnante e non riuscì a trovarne nessun altro. Nel 1970 fu espulso dal partito per l’atteggiamento tenuto in seguito all’invasione russa; le sue opere furono ritirate dalle biblioteche e il suo nome cancellato dai manuali ufficiali di storia della letteratura. Nel 1974 scrisse La vita è altrove – che ottenne il premio Medicis come miglior libro straniero pubblicato in Francia – e Il valzer degli addii, e l’anno seguente lasciò il paese per rifugiarsi in Francia, dove gli era stata offerta una cattedra di letteratura all’Università di Rennes: qui insegnò fino al 1978. Con la pubblicazione, nella traduzione francese, di Il libro del riso e dell’oblio nel 1978 gli venne tolta la cittadinanza cecoslovacca. Nell’81 vinse il Commonwealth Award per la carriera insieme con Tennessee Williams. Nell’84 giunse alla definitiva consacrazione con il grandissimo successo dell’Insostenibile leggerezza dell’essere. Ha anche ricevuto il Premio Mondello (per Jacques e il suo padrone) e il Jerusalem Prix.
Milan Kundera vive a Parigi con la moglie Vera Hrabankova, nei pressi di Montparnasse.

:: Recensione di Quando eravamo foglie nel vento di Anne Korkeakivi (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

3 gennaio 2014

foglie ventoClare Moorehouse è una donna altoborghese di mezza età, che vive a Parigi con il marito aiuto ambasciatore, con due figli adolescenti a scuola in Gran Bretagna. Deve preparare una cena molto importante per la carriera del coniuge, che dopo aver girato per il mondo sarà destinato ad un’altra sede, molto probabilmente Dublino.
E Dublino, capitale dell’Irlanda, nasconde ricordi di fatti che Clare vorrebbe dimenticare e di cui non ha mai parlato in casa, visto che quando era ragazza si lasciò coinvolgere da un attivista dell’IRA a portare dei soldi per finanziare la lotta armata, credendo poi che lui fosse morto. Ma il passato è pronto a riafforare, e Clare dovrà fare i conti non solo con il suo presente che le sembrava tanto perfetto e agiato, in una Parigi in cui lei si trova a suo agio ma in cui riemergono le sue bugie e presenze che credeva scomparse allora, in un’estate che ha fatto di tutto per rimuovere.
Un libro che scorre come un thriller tra colpi di scena e agnizioni pur non essendolo, costruendo efficacemente la vita di oggi nella Ville Lumière ma anche un passato recente, che a volte sembra rimosso, quando, non più tardi di due decenni fa le Isole Britanniche erano teatro di attentati sanguinosi, effetto evidente di una questione mai risolta per decenni che poi ha trovato una sua ricomposizione, a differenza di altri fatti narrati anche nel libro, come il richiamo all’attentato alle Torri Gemelle e non solo.
Clare, paragonata da alcuni a Miss Dalloway di Virginia Woolf, è una donna che crede di aver raggiunto un certo equilibrio e una certa felicità, ma che è ancora profondamente vulnerabile di fronte al richiamo di un passato che ha cercato in tutti i modi di rimuovere: un tema non nuovo, ma che qui viene trattato in maniera originale, mescolato con la Storia degli ultimi decenni e la contemporaneità di un oggi che non è comunque mai rassicurante, visto che nessuna questione, nemmeno quella nord irlandese, può dirsi risolta una volta per tutte.
Quando eravamo foglie nel vento è un romanzo al femmile di introspezione psicologica, ma anche un libro da leggere per chi è interessato a cosa è successo e continua a succedere nel mondo di oggi a livello globale, in mezzo a nuovi conflitti e a vecchi problemi mai risolti. Senza contare gli aspetti più mondani e la descrizione della preparazione del pranzo in questione, uno dei tanti pranzi letterari, da Karen Blixen con Il pranzo di Babette a Joanne Harris con Chocolat, che non mancherà di far venire un po’ di acquolina in bocca.
Toni da thriller, certo, con una scoperta della verità, anzi di due verità, perché Clare si troverà coinvolta con il presunto attentatore di un politico nella Francia di oggi, ma anche viaggio in un animo femminile per fare la pace con errori, sogni e aspirazioni del passato, per sistemare un presente che rischia di essere mandato in frantumi, e che andrà difeso anche facendo i conti con quello che si è fatto di sbagliato.
Quando eravamo foglie nel vento è un libro interessante, forse poco deciso a tratti tra psicologia e thriller, capace di comporre un ritratto di signora contemporanea, in un mondo che può anche dare gratificazioni ma che resta pericoloso e contraddittorio.

Anne Korkeakivi, nata a New York, ha vissuto per dieci anni in Francia e ora trascorre buona parte dell’anno in Svizzera con il marito e le due figlie. È autrice di racconti e di articoli pubblicati sui maggiori periodici americani.

:: Liberidiscrivere Award quarta edizione

1 gennaio 2014

cropped-liberi-scrivere-testa.jpgCari amici, siamo giunti alla quarta edizione del Liberidiscrivere Award, premio che permette di  votare il migliore libro edito nel 2013, italiano o straniero, senza preclusione di generi.

La votazione, a insindacabile giudizio dei lettori di questo blog,  avverrà senza mediazioni, con voto diretto.

In questo post potrete lasciare il titolo del vostro libro prescelto, rigorosamente edito nel 2013, e resta intesa la possibilità di voto anche ai volumi da edicola, agli ebook, agli autoprodotti, ai libri di piccoli editori, anche fumetti e graphic novel. Come l’anno scorso verrà data menzione per il miglior traduttore, scelto considerando il libro straniero più votato.

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di mercoledì 15 gennaio, il giorno seguente ci saranno i conteggi definitivi, e sabato 18 gennaio avverrà la proclamazione del vincitore.

Dunque iniziate a votare! (Vale un voto solo!) E lasciate un solo commento, mi aiutate così nella verifica dei conteggi. Siate corretti, votate solo libri che avete letto, non votate con account diversi, gli scrittori che hanno scritto questi libri meritano la vostra onestà.

Nota: Esercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino, libro tra l’altro molto bello, è edito nel 2012, a malincuore annullo i voti.

La Morte Mormora di Fabrizio Borgio è edito nel 2012.

Mi fanno notare che La mano del morto di Chiconi è edito nel 2010.

Classifica generale della votazione:

1. Apologia di uomini inutili di Lorenzo Mazzoni, Edizioni La Gru. 488
2. 200 secondi di Antonia Dininno, Ad est dell’ equatore. 171
3. Carie di città Nicolas Alejandro Cunial, Edizioni La Gru. 140
4. Casilina. Ultima fermata di Enrico Astolfi, Ed Ponte Sisto. 106
5. 19 sfumature di peperoncino di Andrea Gamannossi,
Pagliai. 76
6. Il male dentro di Maria Giovanna Luini, Cairo Publishing. 46
7. Il demone sterminatore di Vincent Spasaro, Edizioni Anordest 43
8. Crepe di Luigi Bernardi,  Il Maestrale. 40
8. I mastini di Dallas di Peter Gent, 66th and 2nd. 40
9. Qvimera di Gino Marchitelli 37
10. Il male di Massimiliano Santarossa, Hacca. 28
11. Alice e gli echi del passato di Ambra Pellegrini,
Del Bucchia ed. 24
12. I Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi. 23
13. Buio di Maurizio de Giovanni, Einaudi. 22
14. Termodistruzione di un koala di Mazzoni e Amaducci,
Koi Press. 19
15. Juggernaut di Alan D. Altieri, TEA. 11
16. Zitto e muori di Alain Mabanckou, 66th and 2nd. 12
17. Che casino, Kowalski di  Antonio Chiconi, Koi Press. 9
17. La donna di troppo di Enrico Pandiani, Rizzoli. 9
18. Fine impero di Giuseppe Genna, Minimum Fax. 8
19. Il caso editoriale dell’anno di Roberto Saporito, Ed Anordest. 6
19. La scelta di Lazzaro di Alessandro Bastasi, Meme Publishers. 6
19. Il signore degli orfani di Adam Johnson, Marsilio. 6
20. La porta del paradiso di Alfredo Colitto, Piemme. 4
21. Tango Irregolare di Stefano Medaglia, ed. Edifolini. 3
21. Il paese che amo di Simone Sarasso, Marsilio. 3
22. Gli anni belli di Marco Proietti Mancini, Edizioni della Sera. 2
22. Arnoamaro di Simone Togneri, Fratelli Frilli. 2
22. Come cerchi nell’acqua di William McIlvanney, Feltrinelli. 2
22. La casa di mio padre di Orhan Kemal, Elliot Edizioni. 2
22. L’oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman, Mondadori. 2
23. L’arena dei perdenti di Antonin Varenne, Einaudi. 1
23. Wanted di Lavie Tidhar, Gargoyle Books. 1
23. Le colpe dei padri di Alessandro Perissinotto, Piemme. 1
23. Io sono lo straniero di Giuliano Pasini, Mondadori. 1
23. Terra Ignota – Risveglio di Vanni Santoni, Mondadori. 1
23. Con i tuoi occhi di Lorenza Ghinelli, Newton Compton. 1
23. Cacciatori di frodo di Alessandro Cinquegrani, Miraggi. 1
23. I vivi i morti e gli altri di Claudio Vergnani, Gargoyle. 1

Grazie a Michele Di Marco per la verifica dei conteggi.

Traduttori:

Fabio Montrasi

Lorenzo Vetta e Annabella Campanozzi

Alfredo Colitto

Roberto Serrai

Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco

Carlo Prosperi

:: Recensione di L’ amore in un giorno di pioggia di Sarah Butler (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

1 gennaio 2014

pioggiaLui si chiama Daniel, ha vissuto una vita per lo più da vagabondo a Londra, con un solo grande amore con una donna sposata, morta troppo presto, da cui ha avuto una figlia, che non ha mai conosciuto, alla quale manda ogni anno il giorno del suo compleanno presunto una lettera di auguri senza indirizzo.
Lei si chiama Alice, ha trent’anni, un’indole da eterna viaggiatrice che le impedisce di fermarsi a lungo in un posto e di crearsi legami e che da sempre si sente fuori posto accanto al padre, ora morente, e alle due sorelle maggiori, con le quali non ha mai sentito di avere granché in comune.
Daniel e Alice, un papà e una figlia che non si sono mai incontrati prima, si conosceranno al funerale dell’uomo che Alice ha sempre considerato suo padre, provando a ricostruire un rapporto, ma soprattutto raccontando, a voci alterne, le loro vite, così lontane ma a tratti anche simili, dove entrambi hanno il vezzo di fare liste delle cose che amano, odiano o che sono importanti per loro, liste che riflettono due vite insolite e a tratti un po’ borderline ma non per questo meno degne di essere vissute.
Non è la prima volta che la letteratura si interroga sul rapporto tra le generazioni, ma le dinamiche scelte sono interessanti, perché la ricerca di un genitore o di un figlio mai conosciuto di solito viene fatto con toni più da feuilleton, mentre qui è un lento avvicinamento tra due mondi così lontani e così vicini.
Anche la scelta dei due protagonisti è interessanti: Daniel è quasi un barbone, Alice potrebbe sembrare l’ennesima ribelle senza causa della narrativa, ma se ne distacca subito per una dose di profonda umanità e per essere uno dei tanti volti femminili di un oggi contraddittorio, che spinge la gente a crearsi dei legami, lavorativi e affettivi, in un momento in cui la crisi economica e la disgregazione della famiglia tradizionale rendono questi valori molto più difficili e aprono la strada alla costruzione di nuovi modelli di vita, non sempre facili da scegliere, ma possibilità in più dell’oggi.
Due punti di vista per due personaggi che raccontano questo loro incontro e avvicinamento di vite, mentre la terza protagonista della storia è la città di Londra, una Londra che non è quella turistica delle grandi attrazioni, né quella mondana dei teatri e dei ristoranti di lusso, né tantomeno quella affaristica della City, ma la Londra quotidiana di chi vive le sue vite, a volte per caso, a volte senza grandi exploit, e proprio per questo molto realistica ed efficace.
Daniel e Alice rappresentano due delle tante vite che non fanno notizia oggi e per le quali sembra che non ci sia spazio ma che esistono, due persone non disperate ma con problemi e aspirazioni, che scoprono un altro modo di volersi bene e altre affinità, partendo da un legame di sangue mai coltivato in passato, ma che li accomuna, e nel ricordo dell’amore di Daniel per la mamma di Alice, che lei ha conosciuto appena prima che morisse in un incidente d’auto.
L’amore in un giorno di pioggia presenta il ritratto di due personaggi che incarnano due delle possibili sfumature della vita di oggi e una saga familiare non magniloquente ma non per questo meno appassionante.

Sarah Butler vive a Manchester. Si occupa di progetti letterari e artistici che riflettono sui luoghi in cui viviamo. L’amore in un giorno di pioggia è il suo primo romanzo.

:: Recensione di Le geometrie dell’animo omicida di Monica Bartolini – (Scrittura & Scritture, 2013)

31 dicembre 2013

geometrieInizierei questa recensione con una piccola premessa: non tutti credono agli astrologi, ai leggitori di tarocchi, ai maghi, ai sensitivi, e io da buona illuminista sono tra questi. In questo romanzo si parla di astrologia, mappe astrali, stelle e pianeti che in un certo senso aiuteranno un personaggio a fornire il profilo psicologico dell’ “assassino”. Se questa premessa vi turba, potete benissimo interrompere la lettura, anche solo di questa recensione, se l’astrologia vi affascina anche solo come strumento di analisi dei caratteri e delle personalità, troverete pane per i vostri denti.
Le geometrie dell’animo omicida di Monica Bartolini, edito da Scrittura & Scritture, è un classico giallo deduttivo, dai toni bizzarri e divertenti, che ruota intorno ad un insolito delitto che vede coinvolti numerosi personaggi ufficiali e “ufficiosi” coinvolti nelle indagini: troviamo infatti tra gli investigatori “istituzionali” il maresciallo Piscopo, un napoletano rustico di modi ma pieno di acume, il capitano Spada, serio e più propenso agli aiuti “alternativi”, e il magistrato De Acetis, un’ integerrima sostituto procuratore dal carattere un po’ focoso; tra quelli sui generis: un intraprendente giornalista televisivo deciso a fare il suo scoop, e la figlia del maresciallo, che basa le sue intuizioni investigative sul volgere delle stelle, facendo mappe astrali (presenti nel testo a fine romanzo) di vittima e presunto colpevole. Mentre gli investigatori istituzionali si basano su indizi, interrogatori, filmati di telecamere di sorveglianza, sarà la ragazza, astrologa dilettante, ad avere l’intuizione risolutiva che porterà sulle tracce del “colpevole”.
Ambientato in Sicilia, in un’afosa estate di un anno imprecisato, Le geometrie dell’animo omicida inizia come ogni classico giallo con il rinvenimento di un cadavere. L’appuntato Giunti e Laganà ricevono una chiamata alla radio di bordo e si recano in Contrada Madonnuzza, una località brulla, punteggiata di enormi piante di fico d’India, rinomata per essere il ritrovo notturno delle coppiette in vena di effusioni in auto, e trovano il corpo senza vita di una ragazza, con una benda sugli occhi, mani e piedi legati. Gioco erotico finito male, rapimento a scopo di estorsione o di intimidazione, vendetta mafiosa, omicidio passionale, le ipotesi si susseguono e toccherà proprio al maresciallo Piscopo, e al capitano Spada cercare di risolvere il caso “aiutati” da Marcello Sansò, un giornalista televisivo abituato a scoop sensazionalistici, che comunque da buon osservatore nota un particolare, quasi sfuggito agli investigatori “seri”, che farà passare qualche brutto momento ai due Carabinieri seduti davanti alla Tv, e da la Marescialla, figlia di Piscopo e amica della vittima, che tra mappe astrali e intuizioni risolutive, quasi per caso si troverà sotto gli occhi la chiave del mistero. Tra comicità e dramma, (esilarante la scena in cui il maresciallo Piscopo si reca ad interrogare il proprietario di un sexy shop), il romanzo racchiude una sua originalità e una durezza non presente nei gialli più tradizionali che vedono Carabinieri come protagonisti. Il personaggio dell’avvocato Giacomo Delli Carri, per esempio porta con se drammi personali e un soffio di noir che bilancia gli spaccati più volutamente leggeri e divertenti, come le liti tra Piscopo e la figlia, o le sfuriate della De Acetis. Parti in divertente dialetto partenopeo allentano la tensione, sebbene moventi e conseguenze del delitto si riveleranno drammatiche e dolorose. Il delitto conserva la sua aura “noir” e non è usato come semplice siparietto o scusa narrativa. L’odio di un padre verso il figlio, causa dei risvolti più tragici, colpisce il lettore quando in un certo senso aveva allentato la guardia, avvolto dal tono scanzonato del racconto. Che l’astrologia sia uno strumento per affinare doti intuitive sembra il messaggio che l’autrice nasconde nel testo, e sebbene sono scettica in materia quanto il maresciallo Piscopo, l’escamotage è funzionale a rendere il racconto singolare ed insolito. Per chi ama i gialli non troppo buonisti, con colpi di scena e ironia.

Monica Bartolini vive e lavora a Roma. Nota nel panorama letterario come la Rossachescrivegialli, è autrice di romanzi e racconti gialli, declinati in tutte le gradazioni possibili di noir. Il racconto Tanti auguri, Maresciallo! viene pubblicato su Giallo Mondadori n.3009. Con il racconto Cumino assassino ha vinto il Gran Giallo Città di Cattolica 2010, nell’ambito della XXXVII edizione del MystFest, pubblicato poi sul numero 3019 dei Gialli Mondadori. Ha pubblicato il giallo Interno 8. Ma il lavoro che ama di più è Le geometrie dell’animo omicida, che nel 2011 entra nella cinquina del Premio Tedeschi. Collabora alla diffusione del “morbo giallo” con recensioni di libri per i siti Thriller Cafè e Wlibri e leggendo i suoi libri gialli preferiti nelle scuole italiane, secondo il progetto “Piccoli Maestri”, una scuola di lettura per i ragazzi. Ha anche un suo sito, monicabartolini.it, dove esprime la sua anima gialla.

:: Recensione di La casa di mio padre di Orhan Kemal – (Elliot Edizioni, 2013) a cura di Lucilla Parisi

29 dicembre 2013
Elliot_LaCasaDiMioPadre

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Titolo originale Baba evi
Traduzione dal turco di Fabio De Propris

Il signor nessuno lo incontrai per caso in uno dei caffè di Adana. Era immerso nei suoi pensieri, con la faccia barbuta appoggiata sulle mani a coppa. Aveva occhi celesti e una testa coperta di ricci biondi. Dopo esserci guardati per un po’, si alzò e mi avvicinò. Innanzitutto si scusò, dicendo di avermi scambiato per qualcun altro. Mi resi conto che stava solo tentando di iniziare una conversazione. Diventammo subito amici. Mi raccontò dettagliatamente la storia della sua vita molto tempo dopo […]. Quando gli dissi che avrebbe dovuto scriverla, si mise a ridere. – Puoi farlo tu, se vuoi! -. Presi molti appunti mentre con entusiasmo mi narrava tutto quello che aveva fatto. Perciò dopo questo volume potrà uscirne fuori un secondo, un terzo, forse perfino un quarto…”

Questa la prefazione di Orhan Kemal, nome d’arte dell’autore de La casa di mio padre Mehmet Raşit Öğütçü.
E’ la storia di un “signor nessuno” quella narrata in queste pagine, un uomo che l’autore immagina di aver incontrato in un caffè ad Adana, suo paese di origine. In realtà, i numerosi spunti autobiografici presenti nel testo fanno di questo primo romanzo dello scrittore turco tra i più amati in patria, un affresco fortemente realistico della sua infanzia e adolescenza.
Il padre del protagonista – uomo politico, avvocato e giornalista – presenta infatti evidenti analogie con Abdülkadir Kemali Öğütçü, molto attivo all’interno dei Giovani Turchi, movimento politico nato alla fine del XIX secolo, impegno che lo condusse all’arresto da parte della polizia ottomana e al carcere, fino alla militanza politica sotto il governo di Mustafa Kemal Atatürk, padre fondatore e primo presidente della repubblica turca.
Il rapporto con la figura energica, violenta e severa del genitore è il filo conduttore del romanzo di Orhan Kemal che, dal paesino di Adana alla città di Beirut, ci racconta, con straordinario realismo, l’esistenza di una famiglia condannata – a causa delle sfortune sociali e professionali del capostipite – alla povertà più nera e all’esilio in terra straniera.
I personaggi, numerosi, che intrecciano il percorso del protagonista sono descritti nella loro umana “miseria”: bambini mendicanti, giovani prostitute, madri violentate dalla vita e uomini sfigurati dalla fatica del lavoro.
La descrizione che ne scaturisce è un ritratto crudo e asciutto di un’epoca di transizione e di un Paese alle prese con una mutazione profonda del proprio destino. Alla base la gente, quella che subisce eventi e cambiamenti troppo grandi per essere compresi senza gli strumenti adeguati e dai cui effetti è impossibile sottrarsi.
Tuttavia il ritmo della narrazione è scandito da una visione naturalmente ottimistica della vita (grazie anche ad una fiducia incondizionata nelle persone) e da un sentimento di profonda speranza in un riscatto personale e sociale ancora possibili.

Avevo diciassette anni ed ero molto contento del mio nuovo stile di vita. Avevo dimenticato la mia patria, il calcio, il Piccolo Memet e gli altri. Niyazi e io uscivamo di casa alle prime luci dell’alba. A quell’ora anche i tram verdi di Beirut erano rari. Solo i lavoratori, quelle masse che dormivano meno di chiunque altro al mondo, erano per strada, folle di uomini e di donne che camminavano in gruppi. Ci univamo a loro…Avevamo le giacche appese alle spalle proprio come loro, orgogliosi di essere persone al lavoro, di calpestare le loro stesse pietre.

La scrittura “realistica” di Orhan Kemal risente fortemente della vicinanza e degli insegnamenti del poeta turco Nazim Hikmet con cui l’autore aveva condiviso tre anni di cella (dal 1940 al 1943) nel carcere di Bursa e per il quale nutrì sempre profonda stima e devozione.
Lo stesso confronto con il poema Paesaggi umani dal mio paese (pubblicato in cinque volumi tra il 1966 e il 1967) tradisce significative somiglianze con l’opera di Kemal che proprio dalla grandiosa opera dell’amato poeta trasse ispirazione.

Risulta chiaro che Hikmet ha contribuito enormemente ad affinare l’arte narrativa di Orhan Kemal, senza farne una copia di se stesso, ma educandolo a trovare una voce e uno stile personali” (dalla postfazione al libro del traduttore Fabio De Propris).

Fu proprio Hikmet ad incoraggiare Kemal alla scrittura, spinta che portò il suo “allievo” a dedicarsi definitivamente ad essa dal 1949, sei anni dopo che fu rilasciato dal carcere in cui era detenuto con l’amico e maestro.
La casa di mio padre, con la sua scrittura immediata e a tratti ingenua, ci conduce per mano in una Turchia lontana, regalandoci uno scorcio poetico sulla storia, le tradizioni e le debolezze di un Paese che ancora oggi rivela profonde contraddizioni.

Orhan Kemal  – pseudonimo dello scrittore turco Mehmet Raşit Öğütçü – nacque a Ceyhan, nella provincia di Adana, nel 1914. Figlio di un noto avvocato, dovette seguire la famiglia esiliata in Siria per poi rientrare nel 1932 in Turchia, dove si mantenne lavorando prima come operaio, poi come impiegato. In seguito fu condannato a cinque anni di carcere per propaganda a favore dell’URSS e incitamento alla rivolta. In carcere condivise la cella con il grande poeta Nazim Hikmet, che lo influenzò profondamente, incoraggiandolo a dedicarsi alla scrittura di romanzi. Rilasciato nel 1943, riprese a svolgere lavori manuali, ma riuscì a pubblicare prima la raccolta di racconti La lotta per il pane e poi, nel 1949, il primo romanzo, La casa di mio padre. Nel 1966 fu nuovamente arrestato con l’accusa di aver formato una cellula di propaganda comunista, ma venne rilasciato dopo due mesi. Morì improvvisamente nel 1970 a Sofia.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di La ballerina dello zar, Adrienne Sharp, (Beat, 2013) a cura di Viviana Filippini

29 dicembre 2013

la ballerina dello zarIn La ballerina dello Zar la protagonista, Mathilde Kschessinska, è giunta quasi al secolo di età e decide di raccontare in un lungo flashback quella che è stata la sua esistenza tra pubblico e privato alla corte dei Romanov. Figlia di Felix Kschessinsky, famoso ballerino di origini polacche che per più di quaranta anni lavorò per i potenti zar, Mathilde ci porta dentro il suo mondo partendo da quel lontano 23 marzo del 1890 quando nel teatro Marijnskij svolse il saggio finale delle allieve del corpo di ballo. Tra le future étoiles c’era anche lei che a fine esibizione ebbe l’onere di sedere al tavolo dello zar Alessandro III, accanto al giovane e affascinante zarevič Nicola. Nonostante la timidezza, tra i due scattò immediata la scintilla e con il passare del tempo quel fuocherello divenne un vero e proprio falò amoroso, che ancora una volta riuscì a mantenere viva una tradizione in voga nella famiglia degli zar, quella che vedeva da tempo imperatori, granduchi, conti e ufficiali scegliere le proprie amanti tra le ballerine dei teatri. La ballerina dello Zar, edito dalla BEAT, è la narrazione di una storia d’amore nella quale non mancano ripicche tra amanti, amicizie pericolose, scambi di persone necessari a mantenere il quieto vivere a corte, giudizi affrettati e pregiudizi. Il tutto mescolato e mixato con sapienza dalla Sharp che fa di questo romanzo biografico, il racconto di una vita di una donna che è stata sì una grande ballerina di fama nazionale per la Russia, ma allo stesso tempo ha vissuto una lunga e travagliata relazione amorosa con lo zar Nicola II. Il romanzo della scrittrice americana non è solo la cronaca di una relazione di coppia, perché il libro porta noi lettori all’interno della società russa tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del ‘900, fino alla grande rivoluzione del 1917. Un evento drammatico che cambiò per sempre la Storia e le vite di coloro che sono i protagonisti di questa vicenda. L’autrice crea un perfetto equilibrio tra realtà e finizione mostrandoci le difficoltà di Mathilde e Nicola nel vivere la loro relazione, un rapporto intenso messo a dura prova dalle norme comportamentali della società dell’epoca e dal fatto che la ballerina era riconosciuta come amante, ma non aveva lo stesso potere d’azione della moglie dello Zar. Tra le pagine si alternano i palazzi di lusso pieni di sfarzo e oggetti preziosi, i ricevimenti, gli spettacoli teatrali, i potenti uomini alla prese più con tresche amorose che politiche e donne sempre pronte a mettere in mostra la propria bellezza per conquistare il partner. Non solo. Ne La ballerina dello Zar troviamo riferimenti precisi alla famiglia di Nicola II, alle figlie e alle preoccupazione per l’emofilia che tormentava e rendeva difficile la vita al piccolo Aleksej, erede alla corona. Questi sono i luoghi, le persone e gli eventi protagonisti de La ballerina dello Zar, accanto ai quali avanza come un fiume in piena una Pietroburgo sull’orlo della rivoluzione sociale accompagnata al profondo scontento, sempre più evidente, del popolo contadino povero e affamato.  Un malcontento sociale che intaccherà ogni singolo atomo della Russia e dell’amore tra Mathilde e lo Zar Nicola II costretto per questo ad abdicare, alla prigionia e ad uno sfortunato tentativo di fuga che non riuscì ad impedire alla Storia di svolgere il suo drammatico corso.

Adrienne Sharp ha studiato danza all’Harkness Ballet di New York. Insegna presso il Centro delle Arti Creative dell’Università della Virginia e vive in California con il marito e i due figli, Tra le sue opere si segnalano Withe Swan, Balck Swan e Sleeping Beauty.

:: Recensione di Splendore di Margaret Mazzantini (Mondadori, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

27 dicembre 2013

splendoreSplendore di Margaret Mazzantini, edito dalla Mondadori in formato cartaceo e digitale, è un romanzo che parla dell’amore ma soprattutto del dolore. È un libro intenso, profondo, a volte impegnativo come vuole da sempre la scrittura dell’autrice che indaga fin nel profondo dei suoi personaggi, scovando il loro lato segreto, nascosto, celato alla vista dei più ricoperto com’è dalle innumerevoli maschere di pirandelliana memoria che indossano per omologarsi, integrarsi, accettarsi in società, come la nostra, dove troppo spesso l’apparenza conta più della sostanza.
Guido e Costantino sono due ragazzi che nascono simbolicamente sotto lo stesso tetto, abitando entrambi nello stesso palazzo, ma mentre per andare a casa del primo bisogna salire, nel secondo caso bisogna scendere. Il primo è romano con una madre cresciuta in Belgio, il secondo è di origini pugliesi. Guido è figlio di un medico, Costantino del portiere dello stabile.

Servi di una volta, svelti a pulire, discreti a fare e andare. […] Mi dissero che erano andati in pensione, erano tornati giù. In quel generico giù, riconobbi l’Italia, il suo spirito, quella sua cronica divisione interna per ogni cosa. Un Paese abituato ad avere un sopra e un sotto, un attico e una cantina.

Non si capacitava da bambino Guido della rassegnata tranquillità della famiglia di Costantino, non riusciva a capire come potessero essere felici in quei locali umidi, poco illuminati, poco areati quando lui era un completo tormento interiore pur essendo circondato da ambienti, mobili e suppellettili di pregio. Avrebbe voluto incolpare di tutto sua madre che lo lasciava sempre solo, in compagnia di governanti invisibili, ma l’atteggiamento venerante del padre gli impediva di provare questo genere di sentimenti nei riguardi di Georgette.

Mi sembrava normale che lei non sentisse il desiderio di spendere il suo tempo con me in quelle attività mediocri, ripetitive. La immaginavo a scalare ben altre meraviglie, colmo di devozione come mio padre. Vivevo ai piedi di un altare, di un simulacro incendiato di promesse, mi specchiavo beato per riverberare un goccia del suo splendore.

È una continua lotta quella che devono affrontare Guido e Costantino, contro se stessi prima, l’uno contro l’altro poi e in ultimo contro la società che vuole a ogni costo imporre le proprie ferree regole e non concede sconti, neanche in nome dell’amore.
I loro impulsi sono generati da violenze subite, ma poteva anche non essere così, e il loro sarebbe stato semplicemente desiderio di vivere e condividere un sentimento con la persona con la quale senti di poter vivere una vita insieme, la tua vita, sulle cui scelte pensi di avere diritto di veto e di voto fino a quando non realizzi che non è tanto semplice fuggire dal dolore e dal male che lo accompagna, soprattutto quando questo veste i panni di un aggressore che ti prende alle spalle e scarica sul tuo corpo inerme la sua rabbia.

La paura è la più grande memoria dell’uomo.

Costantino questa paura non se la scorderà più, invece Guido non vuole dimenticare le sensazioni di prima … guardavo il filare delle luci incespicanti e sapevo che la vita era esattamente così, una lampadina sporca appesa a una fune elettrica il cui unico generatore di corrente è l’amore… e non riesce proprio a voltare pagina e andare avanti anche perché, contrariamente a Costantino che si ritrova circondato di persone che gli vogliono bene, lui rimane completamente solo, con i ricordi capovolti del suo passato, e non trova diversa via d’uscita che non sia correre veloce verso il trip del futuro.
Del romanzo della Mazzantini bisogna guardare l’insieme ma anche soffermarsi sui dettagli, sullo sfondo, sui personaggi, su quello che dicono, sul perché lo dicono… è necessario fondere il tutto e osservarlo da diverse angolazioni, solamente in questo modo si può godere appieno del suo splendore.

Margaret Mazzantini è nata a Dublino. Ha scritto Il catino di zinco, Manola, Zorro, Non ti muovere (premio Strega 2002, premio Grinzane Cavour 2002), Venuto al mondo (premio Campiello 2009), Nessuno si salva da solo e Mare al mattino. Vive a Roma con la sua famiglia.

:: Recensione di Termodistruzione di un koala di Lorenzo Mazzoni (Koi Press, 2013)

25 dicembre 2013

cover“Porca puttana, sono tutti pazzi”, pensò Malatesta sedendosi a tavola a fumare una sigaretta. Ma’, per confermare la sua tesi, entrò in quel momento nella stanza, si diresse al lavello con un bong di vetro in mano, aprì il rubinetto, riempì la pipetta di acqua e accese il braciere. La nuvoletta di marijuana invase, come bruma domestica, la cucina.

E’ da poco disponibile negli store online in formato ebook, e alle presentazioni in formato cartaceo, il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni, Termodistruzione di un koala, per Koi Press, che prosegue la saga malatestiana dopo Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (tre romanzi brevi: Nero ferrarese, Il recinto delle capre e Il cinematografo) e il racconto Malatesta. La Tremarella. Come tradizione a illustrare il romanzo i bellissimi disegni di Andrea Amaducci, schizzi in bianco e nero con un tocco di rosso, che illustrano le fasi salienti dell’azione e aggiungono un tocco ironico e sovversivo ad un’ opera che si differenzia già di per sé dalle storie noir o anche pulp che siamo soliti leggere. Mazzoni con uno stile personale, e una bizzarra e anarchica leggerezza, ci porta nel suo mondo, nella sua Ferrara ben lontana dall’immagine opulenta, tutta Suv e palazzi d’epoca, che spicca dai depliant turistici. E’una Ferrara vista dal basso, da una angolazione insolita e nello stesso tempo non priva di una sorta ci complice affetto. Una Ferrara multietnica e rumorosa, fatta di Banlieue dal sapore parigino: La lunga schiera di condomini e di case popolari era interrotta da due budelli a fondo chiuso e da via Oroboni, cuore pulsante di quella che ormai era stata ridefinita la Banlieue ferrarese per l’alta concentrazione di immigrati: il fruttivendolo nigeriano, l’alimentare eritreo, il market pachistano, la pizzeria dei libanesi, il bar gestito dai cinesi. E in fondo, all’orizzonte, il Grattacielo, la doppia torre della multietnicità ferrarese, che ospitava al suo interno cittadini di trentadue diverse nazionalità. Questa volta il nostro sbirro anarchico se la dovrà vedere niente di meno che con la mafia russa, perché a quanto pare la multietnicità si accompagna anche coi suoi lati negativi e una sorta di internazionalità del crimine, che scardina le vecchie logiche delle sornioni città di provincia di una volta. E il nostro Malatesta tra un romanzo di Simenon e di Alain Mabanckou,  i vecchi LP dei Clash e degli Skiantos, i telefilm di  Starsky&Hutch, visti con il suo videoregistratore scalcagnato, sopravvissuto di un’epoca meno tecnologica, si trova a vedersela con il Koala, Vladimir Bogdanov, ex militare in Afghanistan e appartenente alle prime bande criminali russe nate dopo la caduta del Muro, uno spietato e pericolosissimo killer assoldato dalla mafia russa, una brutta faccia. Sulla quarantina, il viso lungo, gli zigomi sporgenti, i capelli neri e tagliati corti, il naso talmente schiacciato da sembrare disegnato sulla foto da un caricaturista. Gli occhi erano grigi, vigili e attenti, eredità ingombrante dell’ex impero sovietico, giunto a Ferrara in cerca di un peluche. Infatti tutto sembra avere avuto inizio quando due balordi della zona sempre a corto di soldi, il Mitico e il Fesso, (bizzarro il modo da cui presero questi soprannomi) vengono assoldati da delinquenti locali, (Duccio e Glauco Marone)  per dare fuoco (be’ con risultati abbastanza infelici) all’ Atlantico, un locale notturno di zona Arginone a ridosso dei binari ferroviari, meta di divertimento per danarosi fighetti della vicina Facoltà di Ingegneria (che appunto i Marone volevano comprare, anche qui con infelici risultati). E mentre Luigi Tenco canta Tu non hai capito niente Malatesta si vede piombare tra capo e collo il Koala, sulla cui strada inizia a disseminarsi una scia di morti, e salvare il salvabile e impedire un vero e proprio massacro diventa la sua unica priorità. Con la verve di un western alla Sergio Leone, e il grottesco divertimento di un poliziottesco anni ’70, Mazzoni gioca con gli stili e i generi, tirando le fila di una storia pericolosamente in bilico tra cronaca e leggenda metropolitana, uno spazio autogestito in cui con sprezzo per il politicamente corretto e una punta di romantico disincanto ci parla di quelli che difficilmente diventano protagonisti di un romanzo in un affresco corale giocato sui toni del bizzarro e dell’assurdo. Grandi delinquenti, capitalisticamente asserviti al dio denaro e piccoli disperati, alcolisti, tossici, prostitute, poveracci che non farebbero male ad una mosca, si stagliano prendendo i riflettori su di sé e intanto tra colpi di scena e azione pulp, sorridiamo, riflettiamo e intanto il romanzo è già finito. Forse troppo breve, unico rammarico.

Lorenzo Mazzoni ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006), Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007), Le bestie/Kinshasa Serenade (Momentum Edizioni, 2011), Porno Bloc. Rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista (fotografie di Marco Belli; edizione bilingue italiano/romeno; Lite Editions, 2012). E’ il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Momentum Edizioni) Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (2011; Premio Liberi di Scrivere Award) e Malatesta. La Tremarella (2012). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi su “Il manifesto”, “Il Reportage”, “East Journal”, “Il reporter” e “Torno Giovedì”. Cura la collana internazionale Atlantis per la casa editrice Lite Editions. Collabora a “Il Fatto Quotidiano“.

:: Recensione di Nome al tavolo Blackjack di Valter Binaghi (Perdisa Pop, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 dicembre 2013
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Gran cosa, il Casinò. E sapete che vi dico? Per quanto uno sia da anni abituato allo spettacolo, e somigli a tutto tranne a uno zotico che si aggira per la cornice fiabesca come Bertoldo alla corte del Re, c’è sempre occasione di stupirsi, al Casinò, anche per Blackjack. Quando guardo l’orologio e mi avvio verso il bar, mi stupisco per esempio di non trovare ancora seduto a un tavolino il buon Paramatti con la sua culona, ma ancora di più di vedere, infondo alla sala, Rossana sorbire deliziosamente da una tazza da te, seduta tra il suocero tarchiato col cappotto color cammello e il fratello più scemo di Schwarzenegger.
La bocca di lei è nascosta dalla tazza, gli occhi sorridono a me solo.
Siedo dove capita e ordino un Irish Coffee, mentre aspetto il mobiliere.

In questi ultimi scampoli del 2013, vi segnalo un piccolo gioiellino, letto quasi per caso, controvoglia.
Odio il gioco d’azzardo, mi annoiano le carte, già dai tempi in cui bambina giocavo all’Uomo Nero. Per cui quando ho letto di cosa si trattava, che la storia si reggeva sulle vicende di un  giocatore d’azzardo professionista, mi son detta non fa per me, non c’è storia. C’è anche da dire, però, che un caposaldo della spy story, Casinò Royale, di Ian Fleming ruota intorno ad una partita a carte, pochi capitoli certo, ma quel tanto che basta per suggerire che a volte scrivere di carte può risultare più interessante che vivere nella realtà una partita. Si abbattono i tempi morti, la tensione, il sudore sulla fronte, il rischio di perdere, volete mettere poi se a parlare di carte è Valter Binaghi, intellettuale raffinato e combattivo, ricordo dei pungenti scambi su blog e social network, capace di fare del gioco una metafora della vita, dell’amore, e della morte.
Binaghi se ne è andato quest’estate, Nome al tavolo Blackjack è a tutti gli effetti la sua ultima opera, e nella consapevolezza che mettere il punto, è sempre la cosa più difficile, nei romanzi e nella vita, ci regala un romanzo struggentemente bello, sbarazzino, ironico, di una leggerezza fine come un merletto, anche se è un noir, o meglio un thriller, (scordatevi il modello americano sesso e azione) come l’avrebbe potuto scrivere un Piero Chiara parlandoci degli intrighi di provincia, di ricatti, di politicanti che negano l’esistenza della mafia al nord, di zingari cacciati dai loro campi nomadi da cittadini benpensanti, di imprenditori pronti a segnare le carte per spennare improvvidi “polli” nelle loro sale private, vittime a loro volta di consulenti finanziari senza scrupoli e arraffoni, o forse uno Scerbanenco, meno triste ma non meno romantico.
E poi c’è un mafioso calabrese che assomiglia a Ray Liotta,  una lotta clandestina di cani, pestaggi, partite ai Grandi Tavoli, (Binaghi ha avuto la consulenza di un vero giocatore professionista, per sua volontà restato anonimo, che gli ha svelato alcuni segreti del mestiere), contesse misteriose, ex burocrati del Kgb, insomma la varietà dei personaggi è tale da affascinare e incuriosire. Ma diamo uno sguardo alla trama, uno sguardo fugace, promesso.
Francesco Branca, nome d’arte Blackjack, è un giocatore d’azzardo professionista. Memoria, sangue freddo e capacità di leggere le persone sono le sue armi vincenti, capaci di fargli vincere cifre da capogiro e sedere ai Grandi Tavoli, tavoli dove le poste possono essere senza limiti. Cinico quanto basta per sopravvivere, ironico, allegro, amato dalle donne, Blackjack nasconde una parte del suo passato, l’abbandono della madre quando era solo un bambino che gli ha lasciato in dono il terrore del buio, unica debolezza di un uomo vincente e “felice”. Poi un giorno nella sua vita entra Rossana, il grande amore, la donna per cui sarebbe disposto a fare e rischiare tutto. E quando lei si trova accusata dell’omicidio del suocero, ucciso con una carta da gioco (colmo dell’ironia, Binaghi si diverte a giocare coi paradossi) Blackjack sicuro della sua innocenza arriverà fino ad Odessa, invitato da Zio Oleg per una partita, sulle tracce di chi crede sia il vero assassino.
Ho dubitato dell’innocenza di Rossana, innocenza di cui il protagonista non dubita mai, ho sorriso, mi sono arrabbiata per le amare riflessioni che l’autore regala al suo protagonista, ho gustato le citazioni estemporanee, ce ne è una divertente e divertita al Re Nudo, che mi ha ricordato la sua vis polemica, sempre comunque ironica. La scrittura trasuda intelligenza e amore per le parole, ci sono frasi così “musicalmente” belle, che mi è difficile sceglierle, lascio a voi scoprirle durante la lettura.
Tra le scene più divertenti, l’occasione che fornisce al protagonista di fingere che sua madre fosse una zingara, sotto lo sguardo divertito e riconoscente di un cameriere rom,  l’incontro con la vecchia zingara che legge le carte, e la partita a carte in cui l’ispettore Leonetti fa il “pollo”. Tra quelle più coinvolgenti quelle dove la tenerezza tra Blackjack e Rossana prevale e anche quelle che descrivono il rapporto tra Blackjack e suo padre. Lo terrò da parte, tra i libri che amo rileggere.

Valter Binaghi (14 luglio 1957 – 12 luglio 2013) è stato insegnante, musicista e scrittore. Negli anni Settanta si è occupato di controcultura e movimenti giovanili come redattore della rivista “Re Nudo”. Tra i suoi libri ricordiamo: La porta degli innocenti (Dario Flaccovio, 2005); I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano (Sironi, 2007); Devoti a Babele (Perdisa Pop, 2008); Ucciderò Mefisto (Perdisa Pop, 2010); Johnny Cash, The Man in Black, con Francesco Binaghi (Arcana, 2010); La sposa nera (Senza Patria, 2010); Dieci buoni motivi per essere cattolici, con Giulio Mozzi, prefazione di Tullio Avoledo (Laurana, 2011); Melissa, la donna che cambiò la storia (Newton Compton, 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Perdisa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di C’era una volta la DDR di Anna Funder (Feltrinelli, 2010) di Serena Bertogliatti

23 dicembre 2013
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Della DDR si sa poco.
Anche quando si traduce l’acronimo (Deutsche Demokratische Republik) in italiano, e ne viene la “Repubblica Democratica Tedesca”, l’idea che affiora è vaga – sarà la Germania, ma quale Germania?
“Germania dell’Est” ci dice qualcosa di più, ma solo qualcosa: una vaga, generale idea, che prevede “qualcosa di comunista”, immagini di supermercati monomarca, quell’atmosfera grigia e desolante che si accompagna all’omologazione umana e, più in astratto, un regime di controllo capillare.
Stasiland di Anna Funder, in italiano C’era una volta la DDR, parla di tutto questo, ma lo fa dall’interno. Dà concretezza a questa parola, “DDR”, con un romanzo-saggio che ricostruisce la storia di quella Germania che esisteva fino all’altroieri, ma sembra lontana eoni dalla Berlino che oggi attira tanti entusiasti migranti.
Il muro è caduto nel 1989 (ed è così paradossale che il muro che divideva la città in due sia più conosciuto di metà della città stessa), e ne è seguito quel che sempre segue ai grandi eventi storici: la ricostruzione. La ricostruzione della nuova Berlino riunificata, avvenuta così freneticamente da lasciare poco spazio alla ricostruzione degli eventi precedenti al 1989.
Rimuginare su questa data, 1989, significa realizzare che chi è nato e cresciuto nella DDR è ancora vivo, e cammina e respira e interagisce con quell’odierna Berlino tutta luci cangianti e multiculturalità entusiasta che le guide turistiche mostrano. I loro corpi sono qui, tangibili, e ci si immagina che, se la DDR è stata quel regime disumanizzante che si narra, tutti questi corpi avrebbero dovuto, portando le proprie storie, ammantare di grigiore la prima inaccessibile Berlino Ovest. Eppure, mentre i loro corpi sono qui, le loro storie sono ancora sullo sfondo – quello sfondo che ci si è voluti lasciare alle spalle mentre la Berlino post-1989 si reinventava.
Australiana di nascita, germanista come accademica, Anna Funder narra di una se stessa che affitta un desolante appartamento nella Berlino Est del post-1989, città in cui si trasferisce per fare ricerca sulla DDR. Avrebbe potuto scrivere un saggio per la comunità accademica, ma ha scelto una strada più ardua: cercare di rendere tridimensionale, e interessante, e viva, quella DDR che i tedeschi stessi cercano di mettere in secondo piano. Ci è riuscita? I pareri finali sono soggettivi, ma sicuramente Funder ha dalla sua le giuste premesse.
Anna Funder sa scrivere. Non sa semplicemente mettere in sequenza parole formando frasi di senso compiuto, ma anche scegliere quegli abbinamenti di vocaboli che sanno spezzare la vecchia retorica per creare nuove palpabili espressioni. Si è scelta il compito di dare voce a un popolo la cui l’espressione è stata puntigliosamente monitorata per decenni anni, per poi vedersi catapultato in una Germania Ovest troppo impegnata a riprodurre se stessa nell’Est per ascoltare quelle schiere di gole disabituate a esprimere dissidenze.
Come avrebbe parlato un cittadino della DDR, se avesse potuto farlo con libertà d’espressione e di critica? Saperlo sarebbe facile: basterebbe fermare uno di quei corpi e chiedere loro cosa hanno testimoniato, ed è quello che Funder mette in scena, con una serie di storie di vita vissuta nella DDR.
A volte le parole non ci sono – perché quando gli eventi sono accaduti quelle parole non si sarebbero potute usare, e, ora che si può, quegli eventi sono già troppo lontani, già parte di quella memoria che sia la Germania Est che la Germania Ovest cercano di relegare a un passato risolto.
Ci sono allora i silenzi – il silenzio eloquente dell’affittuaria della protagonista, che per la prima volta si narra, per scoprire che narrare è rivivere, e che alcuni eventi non possono essere catalogati come inerti ricordi, fusi come sono con le speranze e i terrori di chi li ha vissuti.
Tra i tanti episodi, uno apre gli occhi sulla prigione della Stasi (l’onnipresente e temuta polizia segreta) di Hohenschönhausen (sito in inglese: qui ). Lo narra una donna che ne è stata prigioniera senza sapere di esserlo. Sapeva, ovviamente, di essere prigioniera, ma non sapeva di essere stata reclusa proprio lì, nel centro di Berlino, a due passi dalla libertà – esattamente come i cittadini liberi, lì fuori, non avevano idea dell’esistenza di tale prigione.
Leggendo di tali complessi sistemi di occultamento, e delle torture psicologiche a cui venivano sottoposti i prigionieri, per non parlare delle torture fisiche di un’atrocità medievale, mi sono detta – per abitudine al cinismo – che questa sembrava la classica storia di una versione paranoica che viene venduta come verità storica al vasto pubblico.
Poi ho realizzato.
Ho realizzato che, qualche anno fa, sono stata lì. Che la prigione di Hohenschönhausen dei miei ricordi e quella descritta da Funder erano la stessa versione della stessa cosa, e che la mia non era una semplice versione: io ero stata , scortata da una guida che era un ex-detenuto di quella stessa prigione, e che narrava e rinarrava gli stessi eventi ogni volta per esorcizzare la propria esperienza, come da suggerimento dell’analista. Il corpo era lì, tangibile, e dava voce a una storia che si era dipanata tra corridoi reali, mura nude di un sotterraneo desolato, sbirciando in angoli mal illuminati.
Ho visto le minuscole celle in cui i prigionieri venivano rinchiusi, uno strato d’acqua sul fondo, a congelare.
Ho visto la stanza tonda dalle pareti nere imbottite, in cui bastava mettere un prigioniero, perché sarebbero stati la stanza stessa e il tempo a fare il resto. Una tortura più elegante e agghiacciante al contempo. Mettete una persona in una stanza simile e dopo qualche giorno impazzirà. Semplice, lineare, inevitabile.
Ho visto la strana nicchia nel muro, larga poco più di un uomo, spessa poco più di un uomo, bassa poco meno di un uomo, di modo che chi vi era rinchiuso fosse costretto a rimanere in piedi con le ginocchia leggermente piegate per ore, e ore, e chissà se qualcuno vi è rimasto giorni. Chissà. Dopotutto, in questa prigione i detenuti erano particelle individuali e alienate, che dal momento in cui entravano a quello in cui uscivano non incontravano che due persone: i due uomini della Stasi che le interrogavano. Per il resto, per quanto ne sapevano, potevano essere le uniche lì dentro – d’altro canto, per quanto ne sapevano, potevano essere ovunque, un ovunque con una cella, qualche corridoio, e una stanza per gli interrogatori. Non si tratta solo di un’agghiacciante macchina per l’alienazione, ma di un sistema che cancella le proprie tracce. Come ritrovare un luogo in cui non si sa di essere stati?
Quando il muro è crollato, le persone hanno cominciato a parlare, e così hanno scoperto. Si deve essere trattata prima di una coincidenza, poi di due, poi di troppe – scoprire che entrambi si era stati trasportati in una vettura fatta di minuscole stanze, bastanti appena a stare seduti; poi scoprire che a entrambi, durante gli anni di prigionia, venivano consegnate riviste di viaggi nella propria cella; e scoprire poi, coincidenza dalla spietata precisione, che gli interrogatori venivano sempre fatti da due persone, poliziotto buono e quello cattivo, e quello buono assomigliava sempre a una persona cara per il detenuto – un padre, una sorella, un amico. Sempre, sempre, sempre.
La prigione di Hohenschönhausen è un ottimo esempio della necessità di narrare non per ricordare, ma per scoprire. Mettere insieme i tasselli e ricreare quel quadro d’insieme che dovrebbe rispondere alla domanda: “Ma tutto questo che senso aveva?”
Funder ha le proprie risposte da liberale cresciuta in una democrazia di stampo occidentale, che non capisce i testimoni nostalgici della DDR. Li incontra sotto casa, ci parla, li sente e riporta, ma ascolta il proprio giudizio interiore – ed è questa critica con pregiudizio, a mio parere, l’unico difetto del libro.
Il grande pregio, invece, è il potenziale che rivela. Non è né un poco accessibile saggio per accademici, né un’opera di fiction da prendere con le pinze. Potete leggerlo e poi andare lì, nell’ex Berlino Est, per toccare con mano e guardare negli occhi.

Anna Funder (Melbourne, 1966), giornalista, specializzata in lingua tedesca, ha frequentato la Freie Universität di Berlino. Ha prodotto documentari per la Abc australiana ed è stata ricercatrice e traduttrice per la televisione di Berlino Deutsche Welle. Con Feltrinelli ha pubblicato C’era una volta la Ddr (2005), vincitore nel 2004 del Samuel Johnson Prize della Bbc per la non-fiction, e Tutto ciò che sono (2012).

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Guanciale d’erba, Natsume Sōseki, (Beat edizioni, 2013) a cura di Viviana Filippini

23 dicembre 2013

guanciale_d_erba_02_2_Il guanciale d’erba è il tipico cuscino utilizzato dai pellegrini giapponesi in cammino, ma il guanciale d’erba è anche il titolo del romanzo scritto da Natsume Sōseki nel 1906. L’ambientazione è nel Giappone dei primi del ‘900. Protagonista è un giovane pittore in viaggio in un mondo nel quale tutto sembra appartenere ad una dimensione fatata. Il narratore cammina senza avere una meta predefinita e le persone che incontra sono la rappresentazione di una umanità spesso sola e bisognosa del contatto con l’altro. Leggendo Guanciale d’erba si ha come la strana e piacevole sensazione di procedere a fianco del giovane artista percependo con lui tutto il mondo circostante. Compaiono così viandanti solitari e silenziosi, contadini intenti a lavorare la terra, nobili a cavallo e le bellezze del mondo naturale che danno piccoli assaggi d’ispirazione, mai del tutto completa, al giovane pittore e poeta. Tutto comincia a cambiare quando il protagonista, a causa di una insistente pioggia, trova riparo in un’abitazione sperduta sui monti. L’edifico è un casa da tè gestita da un’anziana signora che oltre ad offrire grande ospitalità al giovane, comincia a raccontargli  tante storie sulla gente del posto. In particolar modo la donna si concentra sulla drammatica vicenda della ragazza di Nakoi desiderata da due uomini, ma per sua sfortunata finita in sposa a quello che lei non amava. Il giovane artista rimane affascinato e colpito da questa vicenda e cerca di trovare i segni che testimoniano il sofferto passaggio della giovane alla casa del tè dove si trova lui. La ricerca sarà un cammino impervio pieno di verità a volte tra loro contraddittorie, concentrate attorno al dramma esistenziale di una donna costretta a sposare chi non amava. Le pagine scorrono via veloci e chi legge si trova davanti ad immagini pittoriche cariche di emozioni che raccontano i drammi esistenziali di un’umanità che, indipendentemente dalla posizione sociale, vive una vita di gioie, dolori, sofferenze. Tali sensazioni lasciano negli animi individuali, ma anche in quella del giovane artista, tracce indelebili che li segneranno per sempre. Sarà proprio grazie a queste impronte incancellabili che il pittore poeta troverà, dopo un lungo pellegrinaggio, il fuoco sacro dell’ispirazione per realizzare la migliore opera della sua vita. Guanciale d’erba è un libro poetico caratterizzato da un linguaggio elegante e delicato che trascina chi legge in un mondo e in un’epoca lontani, così diversi per usi e costumi dall’Occidente, ma così uguali alla nostra parte del globo per le emozioni messe in gioco.

Natsume  Sōseki, pseudonimo di Natsume Kinnosuke, nacque ad Edo (antico nome di Tokyo) nel 1867, da un samurai di basso rango, ultimo di sei figli, è considerato il più grande scrittore del Giappone moderno, maestro riconosciuto di Tanizaki, Kawabata e Mishima. Nel 1905 pubblicò il suo primo romanzo Io sono un gatto, edito da Neri Pozza nel 2006. Seguono, tra gli altri, Bocchan (Il signorino, Neri Pozza 2007), nel 1906 e Sanshirô del 1908. Morì nel 1916 a 49 anni. Tra le sue opere ricordiamo Il viandante, Erba lungo la via e i due romanzi apparsi in Italia sempre per Neri Pozza: Guanciale d’erba e Il cuore delle cose.