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:: L’ombra della luna crescente di Fatima Bhutto, (Cavallo di Ferro, 2013) a cura di Giulietta Iannone

21 gennaio 2014

ombraSentendosi vicino alla morte, Inayat ripetè a Zainab il valore di quel che avevano costruito insieme, e tracciò numeri e cifre nell’aria perchè lei sapesse, dopo un’ intera vita, cosa avrebbe lasciato a lei e ai figli. Mentre la notte si addensava su Mir Ali, illuminando il cielo con una costellazione di stelle talmente lontana che sembrava stesse brillando su un’altra città, diffondendo quel debole bagliore su Mir Ali solo per pietà, Inayat disse addio ad Aman Erum e, nascondendo il disappunto nella propria voce, gli augurò che i suoi sforzi andassero a buon fine. Disse che era certo che suo figlio avrebbe avuto successo negli affari. Per Sikandar e Mina non trovò alcuna consolazione da offrire. Da un po’ di tempo non sapeva cosa dire di fronte al loro dolore, e non voleva rattristarli ulteriormente sul suo letto di morte. Inayat volle vedere Hayat per ultimo, perchè le sue labbra si chiudessero sulle parole bisbigliate nell’orecchio del figlio più giovane.
“Vieni nella mia tomba e dimmi che Mir Ali è libera. Sussurramelo, anche quando non ci sarò più”.

Non è un libro di facile lettura, L’ombra della luna crescente, esordio nella narrativa di Fatima Bhutto, già autrice del saggio biografico Canzoni di sangue, edito in Italia da Garzanti, omaggio di una figlia a un padre assassinato e ritratto di una famiglia, i Bhutto, potente, ricca, strettamente legata alle sorti del Pakistan, per la cui causa ha speso un grande tributo di vite: Zulfikar Ali, nonno di Fatima, presidente e primo ministro negli anni 70, promotore di una radicale modernizzazione culturale e economica del Pakistan, fu torturato e giustiziato dal generale golpista Zia ul Haq, suo zio Shahnawaz, suo padre Murtaza, sua zia Benazir furono tutti assassinati.
Conoscitrice dei retroscena del potere, la Bhutto ha scelto di non entrare in politica ma di utilizzare la scrittura e la letteratura, (è anche giornalista e collabora con quotidiani e riviste inglesi come «The Guardian», «Financial Times» e «New Statesman»), per portare avanti le sue battaglie, tra cui la sua lotta per l’emancipazione femminile, fortemente voluta anche da suo nonno.
E L’ombra della luna crescente è appunto un romanzo che ha per protagoniste, tra gli altri, due diverse e complesse figure femminili, (la luna del titolo oltre che emblema del Pakistan, ha una forte connotazione femminile), ma non solo: è un romanzo politico, formato da un tessuto narrativo insolitamente poetico e raffinato; è una saga familiare, si narrano appunto le vicende di tre fratelli molto diversi tra loro e delle loro donne, appunto Mina e Samarra; e infine è un romanzo generazionale, ci parla di un’ intera generazione di giovani in bilico tra scelte antitetiche e a volte drammatiche, stretti da una società repressiva, schiacciata da un esercito onnipresente (che oltre alla forza delle armi usa la delazione come strumento per alimentarsi, e la corruzione come humus sempre più stratificato) e da una religiosità imposta e infiltrata in ogni tessuto della società, con le sue feste che paralizzano la vita sociale, le sue preghiere, i suoi riti.
I giovani hanno diverse alternative sempre dolorose: possono essere tentati dalla fuga all’estero come il maggiore dei fratelli, Aman Erum, che sogna di costruirsi una nuova vita in America, lontano dal piccolo villaggio di Mir Ali, o possono fare come Sikandar, faccia di un idealismo pacifista, che fa della sua professione di medico un atto di giustizia, (il concetto di giustizia sarà fondamentale nel romanzo),  o addirittura possono abbracciare una scelta ancora più radicale come il figlio minore Hayat, il miliziano, coinvolto addirittura nei piani per un attentato al primo ministro.
Ma ciò che rende questo testo appunto non facile (forse per un occidentale) oltre alla concezione orientale del tempo, un tempo circolare, che non porta inevitabilmente a connotazioni di causa ed effetto (la vicenda ha inizio e fine dalle 9 alle 12 di un venerdì mattina di dicembre, freddo, piovoso, primo giorno dell’Eid), connotato da continui flashback che lo dilatano, per poi improvvisamente e vertiginosamente condensarlo e cristallizzarlo nei momenti più drammatici, (l’ incontro aggressione nella foresta tra Sikandar e Mina e i talebani su tutti), è proprio la scelta stilistica che l’autrice compie, l’uso di una scrittura ellittica e complessa, fatta di veli e disvelamenti repentini.
Sintomatico è il mistero legato al perchè Mira si infiltri quasi come preda di un’ ossessione nei funerali altrui, col marito costretto a andarla a riprendere avvisato dai parenti esasperati. Ne capiremo il motivo solo a metà romanzo, grazie a un lampo, folgorante come un’illuminazione, in cui la sua apparente follia troverà una spiegazione, una ragione catartica.
Se si ha la pazienza di prestare attenzione, di ascoltare il non detto, i silenzi, allora il romanzo si svela ai nostri occhi in tutta la sua bellezza, ma chiede appunto un sacrificio, simile forse  a quello costato all’autrice per scriverlo. Traduzione di Daniela Di Falco. Titolo originale: The Shadow of the Crescent Moon.

Fatima Bhutto è nata a Kabul, in Afghanistan, nel 1982. Suo nonno era il Primo Ministro pakistano Zulfikar Ali Bhutto, sua zia la Primo Ministro pakistana Benazir Bhutto. Poetessa e scrittrice, è autrice di “Canzoni di sangue. Ricordi di una figlia” (Garzanti, 2011), in cui racconta la storia della propria famiglia, strettamente collegata alla storia del Pakistan. Tra le sue opere, la raccolta di poesie “Whispers of the Desert” e “8:50 a.m. 8 October 2005”. Collabora con quotidiani e riviste inglesi come «The Guardian», «Financial Times» e «New Statesman». Vive a Karachi, in Pakistan. “L’ombra della luna crescente” rappresenta il suo esordio nella narrativa.

:: Onda Lunga, Elena Gianini Belotti, (Ed. nottetempo, 2013) di Viviana Filippini

19 gennaio 2014

ondalungaPer chi pensa che la terza età sia un grigio periodo esistenziale piatto e senza eventi c’è un simpatico romanzo che smentisce questo stereotipo sociale. Il libro in questione, edito dalla nottetempo, è Onda lunga di Elena Gianini Belotti ed ha per protagonista Valeria Ferrari. La donna, 79 anni, pensionata senza figli, trascorre le sue giornate in compagnia delle amiche, vivendo curiose avventure in un presente contemporaneo, un po’ troppo caotico e strampalato  nel quale il verificarsi di problemi e intralci è l’imperativo quotidiano. La protagonista ha lavorato per quarant’anni alla Biblioteca Nazionale di Roma, ma dal momento della pensione passa il suo tempo a confrontarsi con la realtà quotidiana attraverso avventure tragicomiche che sì fanno sorridere, però allo stesso tempo permettono a lei e a noi lettori di scoprire gli usi e i costumi degli adulti e adolescenti contemporanei. Segni di questa nuova consapevolezza sono le incursioni in un campo rom, dove l’impavida Valeria, grazie ad un simpatico e volontario scambio di persona, si reca più volte per insegnare ai ragazzini a leggere e scrivere scoprendo con rammarico, quanto siano ancora sviluppati i pregiudizi e i timori della società comune nei loro confronti. Altre realtà che lasciano perplessa la protagonista sono la presa di coonsapevolezza che gli adolescenti del presente e lo studio della grammatica vivano su due pianeti lontani tra loro anni luce, così com’è quasi del tutto assente nei ragazzi di oggi l’interesse verso i libri ritenuti Classici della letteratura. Poi, accanto a tali questioni social-culturali si innestano problematiche più delicate che evidenziano come le incomprensioni tra adolescenti possano scatenare forme di autolesionismo grave. Le protagoniste di Onda lunga saranno pure anziane, ma le situazioni delle quali si trovano al centro dell’azione suscitano in chi legge simpatia per queste eroine della terza età. Allo stesso tempo Elena Gianini Belotti, grazie alla sua Valeria Ferrari, ci racconta di un mondo visto attraverso gli occhi di una ottantenne che facendo un confronto tra il presente e il passato si rende conto di quanto la società contemporanea sia diversa da quella di un tempo e di come nell’oggi siano venuti a mancare tutta un serie di certezze e punti di riferimento che da sempre secondo lei e le sue amiche sostenevano lo sviluppo del divenire umano. Quando Valeria e Co. erano adolescenti non c’erano i computer, i cellulari e le super tecnologie che tolgono spazio alla comunicazione faccia a faccia tra gli individui. Nel passato della protagonista c’è stato un formarsi di relazioni umane e di esperienze fatte a contatto diretto con le persone. Nonostante tutto, la pimpante ex-lavoratrice in pensione non si richiude a riccio nel suo mondo privato, anzi reagisce dimostrando una vitalità e voglia di vivere libera dall’età anagrafica, trovandosi per questo in situazioni che come un maremoto manterranno attiva la sua vita. La Belotti, già autrice di Dalla parte delle bambine, pubblicato con Feltrinelli nel 1973, in questo suo ultimo lavoro compie, da una parte un’acuta riflessione sulla terza età e su come essa possa dimostrarsi una fase esistenziale ricca di sorprese e, dall’altra, grazie ad un delicata e rispettosa ironia, la scrittrice riflette sulla società contemporanea così avanti del punto di vista tecnologico, ma spinta all’omologazione e incapace di superare i pregiudizi e di accettare le persone per quello che sono.

Elena Gianini Belotti ha diretto per venti anni il Centro Nascita Montessori di Roma. Ha esordito nella saggistica nel 1973 con Dalla parte delle bambine sul precoce condizionamento al ruolo femminile, seguito da Prima le donne e i bambini, Non di sola madre e altri. È tornata alla narrativa nel 1985 con il romanzo Il fiore dell’ibisco (Premio Napoli) e poi, Pimpì Oselì, Apri le porte all’alba, Voli (Premio Rapallo Carige 2001), Prima della quiete (Premio Grinzane Cavour, Premio Viadana, Premio Maiori) e Pane amaro. Con nottetempo, ha pubblicato L’ultimo Natale nel 2012.

:: Liberi di scrivere Award quarta edizione: i vincitori

15 gennaio 2014

Vince la quarta edizione del Liberi di scrivere Award:

uomini inutiliApologia di uomini inutili di Lorenzo Mazzoni – Edizioni La Gru

2°Classificato

200 secondi di Antonia Dininno – Ad est dell’equatore

3° Classificato

Carie di città Nicolas Alejandro Cunial – Edizioni La Gru.

4° Classificato

Casilina Ultima Fermata di Enrico Astolfi – Ponte Sisto.

Menzione speciale per la migliore traduzione

Roberto Serrai

per I mastini di Dallas di Peter Gent – 66th and 2nd.

Classifica generale della votazione: qui

:: Un’ intervista con Emilia Bersabea Cirillo a cura di Irma Loredana Galgano

12 gennaio 2014

imagesEmilia Bersabea Cirillo, autrice di racconti e romanzi che sembrano dedicati ai suoi protagonisti, per la passione con cui li descrive, ma soprattutto alla sua terra, per il calore con cui ne narra, risponde volentieri alle nostre domande sulla sua scrittura ma anche sul suo essere scrittrice nella sua Terra, l’Irpinia.

La tua è una scrittura molto intensa, pregna di valori, di idee e di riflessioni che i protagonisti dei tuoi racconti regalano al lettore attraverso dialoghi o pensieri da cui si dilatano immagini sul mondo che li circonda. Quanta Cirillo c’è nei tuoi personaggi e quanto di loro in te?

Ogni scrittore racconta se stesso, ma dal rovescio, come i maestri degli arazzi Gobelins, per usare una metafora cara a Edith Wharton. Credo che accade questo nei miei libri. Racconto il mio mondo servendomi di “finzioni” così reali che potrebbero essere vere, anche guardate dal rovescio del lavoro. La scrittura è una strana malattia che ci fa investigare senza sosta le vite dei fantasmi che ci assediano. E sono tutti miei, questi fantasmi, è il mio passato, le mie emozioni, i miei sogni, il mio vissuto che chiede di uscire da me, si allontanarsi dal buio. Non è un caso che per un libro si usa dire “è venuto alla luce” allo stesso modo che per un neonato, appena partorito. E quindi per rispondere alla tua domanda, c’è tanta Cirillo nei miei personaggi, quanto loro sono capaci di contenere, ma c’è anche tanta anti Cirillo, che critica e nega e si interroga senza sosta, e c’è anche quella che tira le fila di tutto, come una maestra burattinaia che racconta la sua storia senza essere vista, usando una tecnica di cui è diventata padrona nel tempo.

In genere gli irpini hanno un legame profondo con la loro Terra e tu non sembri essere da meno, sicuramente questo legame lo hanno i tuoi personaggi. Cosa ti ha dato l’Irpinia e cosa pensi di aver dato tu alla tua terra d’origine?

L’Irpinia mi ha regalato la sorpresa di essere una terra solitaria, silenziosa, aspra, con un dialetto che varia da paese a paese. Mi ha dato il vento, il tufo, l’argilla, le forme del pane, le case con le scale esterne e con i camini di pietra. Mi ha dato paesaggi luminosi, montagne dai contorni inconfondibili, sorgenti e boschi scuri. Mi ha offerto la possibilità di appartenere a qualcosa, che non fosse solo il suolo su cui camminavo. Mi ha dato storie da raccontare. Cosa ho dato io? Poco, rispetto a quello che una terra così speciale ha dato a me. Ha avuto la mia attenzione, le mie parole. È diventato il luogo delle mie storie.

Nel libro Una Terra Spaccata, pubblicato dalle edizioni San Paolo, la protagonista, Gregoriana, originaria di Roma,  vive la sua esperienza in Irpinia con gli occhi di una straniera, ne Gli incendi del tempo, edito da Et. Al., invece i protagonisti sono oriundi che vivono o fanno rivivere la loro patria in terra straniera, attraverso parole, pensieri, atteggiamenti che rimandano al loro essere irpini e al contempo meridionali. In entrambi i casi ne esce un quadro positivo della tua terra, è realmente ciò che pensi?

Gregoriana non è irpina, ma subisce la bellezza di questa Terra, come se fosse un battesimo, una promessa di un futuro migliore. Si spenderà con tutte le sue forze per evitare che una discarica venga costruita sul Formicoso, appunto nella terra spaccata. In questo sarà supportata da un comitato popolare che si è formato spontaneamente e che lotterà lungamente per la difesa del suo territorio, anche dopo che lei è andata via dall’Irpinia. Ne Gli incendi del tempo i personaggi sono migranti, della vita e della terra, spesso senza più un ritorno. Per loro l’Irpinia costituisce un tentativo di trovare un approdo. L’Irpinia è stata ed è ancora terra di migrazione. I nostri antenati sono partiti per le Americhe, poi per la Svizzera e la Germania, poi per Torino e Milano. Ora i giovani laureati cercano lavoro dovunque, in Europa, soprattutto. Questa terra diventa sempre più povera di “capitale umano”. Dobbiamo accettare, quindi, lo “straniero” che arriva qui. L’accoglienza che ci aspettiamo abbiano i nostri figli all’estero, dobbiamo renderla in questa terra a chi arriva per cercare lavoro.

Dedicarsi alla scrittura in una realtà territoriale come può esserlo la città di Avellino quant’è difficile considerando che si è lontani dal mondo editoriale, dalla distribuzione e quant’altro possa aiutare a interagire con gli editori ma anche con i lettori?

È difficile sempre entrare nel mondo editoriale, soprattutto per chi come me non scrive libri di genere. Il principale difetto dei miei libri è che sono troppo letterari, così mi è stato detto qualche volta. E quindi non certamente vendibili al grande pubblico, come può essere vendibile un noir, un giallo, un fantasy, un libro erotico, una spystory. Credo che più della lontananza dai centri “del potere editoriale”, cioè Milano, essenzialmente, Torino, Roma, di cui però soffre non solo Avellino ma tutta la Campania, il vero problema di chi scrive narrativa oggi, è trovare case editrici e agenti letterari capaci di apprezzare storie e scritture che siano, per fortuna, letterarie. E cioè colte, ricercate. Che raccontino il qui e l’ora. I lettori vanno anche educati, non solo accontentati.

Ti va di anticipare qualcosa  del tuo prossimo libro?

Sto lavorando a un romanzo. Speriamo bene.
Forse le storie della Cirillo trovano la loro forza proprio nel non essere destinate al grande pubblico, al consumo di massa, piuttosto indirizzate a chi persegue una lettura ricercata e questo non può certamente essere definito un difetto, soprattutto in campo editoriale dove non dovrebbe persistere la logica del profitto bensì quella della crescita culturale.

:: Recensione di La chiave inglese di Frank Gruber (Polillo, 2013) a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2014

MA-16.qxdScritto in una settimana, La chiave inglese, (The French Key, 1940), edito da Polillo nella collana I Mastini e tradotto da Francesca Stignani, è il romanzo con cui Frank Gruber raggiunse il successo e poté ottenere una relativa sicurezza economica dopo un esordio a dir poco difficile, tra disoccupazione e lavori precari per la mera sussistenza. Tipico pulp writer iniziò a scrivere racconti per i principali pulp magazines americani, (cito per esempio Black Mask, uno forse dei più conosciuti), sia western, che polizieschi ma anche di fantascienza, sia a suo nome che usando pseudonimi come Stephen Acre, Charles K. Boston o John K. Vedder. Ma non solo, oltre ad essere un prolifico scrittore fu anche uno sceneggiatore per il cinema e uno scrittore di script per la televisione, cito per esempio la sceneggiatura de La maschera di Dimitrios de Jean Negulesco, tratto dall’ omonimo romanzo di Ambler, o la sceneggiatura e il soggetto del film di Walter Colmes tratto da La chiave inglese. Per chi volesse approfondire la conoscenza di quest’autore c’è una sua autobiografia dal titolo The Pulp Jungle (1967), una miniera di informazioni e aneddoti che ricostruiscono non solo la vita di Gruber ma il clima e l’ambiente dei pulp writer. (Rimando qui alla voce di wikipedia in francese per la piuttosto dettagliata bibliografia).  Tornando al romanzo La chiave inglese e una detective novel ricca di umorismo e d’azione, caratterizzata da una trama piuttosto intricata ma piena di colpi di scena e rocamboleschi escamotage capaci di alternare tensione e sorrisi. I dialoghi sono brillanti, un po’ caustici, ma ricchi di verve e colti, capaci di creare un mix piuttosto bizzarro e originale, forse tipico del clima newyorkese della fine degli anni 30. Protagonisti, Johnny Fletcher e Sam Cragg, (che compariranno in altri 13 romanzi e in alcuni racconti), due venditori di libri, sorta di commessi viaggiatori sui generis, che il caso e il mero desiderio di sopravvivenza trasformerà in detective dilettanti seguendo le tracce di una preziosissima moneta d’oro che trovano nella mano di un cadavere abbandonato nella loro stanza d’albergo. Tutto ha inizio infatti con una chiave che non entra in una serratura. Non pagando l’affitto di una stanza del 45th Street Hotel di New York, i nostri si ritrovano infatti costretti a saltare dalla finestra della stanza accanto (occupata da una bellissima ragazza) per poi scoprire appunto il cadavere di uno sconosciuto con la gola squarciata. Chi può averlo ucciso? Di chi è quella moneta che stringe in mano? Chi gli sta telefonando? Fletcher e Cragg prendono la moneta, e iniziano una sorta di fuga che li porterà a contattare un numismatico, nemmeno troppo onesto, per poi scoprire che la moneta vale addirittura 10.000 dollari. Varie vicissitudini li porteranno in una miniera abbandonata, ah già c’è anche una miniera, un tesoro, pupe da capogiro, come in ogni pulp che si rispetti… ma adesso ho detto troppo. Buona lettura, un po’ vintage, ma non certo meno gustosa.

Frank Gruber (1904-1969), originario di Elmer, in Minnesota, trascorse la giovinezza nella fattoria di famiglia e svolse diversi mestieri prima di trasferirsi a New York nel 1934 e intraprendere la carriera letteraria. Esordì scrivendo racconti per i pulp magazines, le riviste popolari che a partire dagli anni ’20 formarono una nuova generazione di giallisti americani. Autore straordinariamente prolifico, ha lasciato una vastissima produzione: oltre 300 racconti pubblicati su 50 diverse riviste (firmati spesso con pseudonimi), circa 70 sceneggiature per il cinema e 150 per la televisione, più di 60 romanzi sia di genere poliziesco sia western. Come racconta nella sua autobiografia, The Pulp Jungle (1967), Gruber riuscì a conquistare il successo solo nel 1940 con La chiave inglese (The French Key). Scritto in una settimana, il romanzo, da cui nel 1946 fu tratto un film, gli diede fama internazionale ed è presente in tutte le liste dei migliori gialli del 1940. La coppia di protagonisti ritornerà successivamente in tredici libri. Altri due famosi personaggi creati dalla sua penna sono Oliver Quade, soprannominato l’“Enciclopedia Umana” per la sua memoria prodigiosa, che compare in una serie di racconti, e Simon Lash, un detective privato nonché un appassionato collezionista di libri rari americani (come lo stesso autore).

:: Recensione di L’amaro dell’immortalità. La metamorfosi del Cardo, Massimo Tallone (Fratelli Frilli editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2014

imagesSecondo voi un uomo può perdere la testa per un animale abbandonato? Sembra assurdo, ma è possibile e l’amore sentito è quel sentimento passionale che travolge il Cardo – sgangherato e simpatico personaggio nato dalla penna di Massimo Tallone – che per amore decide di rimboccarsi le maniche e trovarsi un lavoro. Cardo è così travolto dai sui nuovi sentimenti da non voler rivelare a nessuno quello che sta vivendo. I suoi amici della bocciofila notano in lui dei cambiamenti troppo evidenti per passare inosservati, tanto che Angela, l’amica amante del Cardo, comincia a provare un gelosia sospettosa. Ma chi è Cardo? Il Cardo è un clochard piemontese – come il luogo di ambientazione delle sue avventure- con l’estro della pittura e sarà proprio grazie alla sua capacità di realizzare perfetti trompe l’oeil e all’invito di Rombo, che il protagonista de L’amaro dell’immortalità si troverà a lavorare a Monforte, in un’antica villa circondata da vigneti. Il modo in cui Tallone descrive il vecchio palazzo e l’atmosfera che lo permea mette la giusta curiosità nel lettore spingendolo a girare pagina per capire cosa caspiterina accadrà al protagonista. La suspense aumenta in parallelo al manifestarsi di una serie di doppi sensi di situazioni e di parole che circolano tra il Cardo e il suo committente – uno strano e misterioso commendatore bloccato a letto da un terribile malattia- fino a quando l’uomo che ha assoldato il primo attore della narrazione si convince che Cardo sia l’unico conoscitore e possessore della ricetta di un antico elisir di lunga vita. Lo scanzonato clochard non ha la più pallida idea di cosa sia la pozione magica, visto che lui si accontenta solo di buon vino, ma per uscire dai guai decide di assecondare i suoi aguzzini senza rendersi conto che tale scelta gli complicherà parecchio la sopravvivenza. Cardo sarà scortato da Rombo nei meandri di un antico convento nel quale le vicende del presente e gli eventi del passato si mescoleranno mettendo a dura prova la resistenza psicologica e fisica del personaggio creato da Tallone.  L’amaro dell’immortalità. La metamorfosi del Cardo è la nuova avventura con protagonista il simpatico Cardo pronto a mettersi in gioco per amore, Ribò, il compagno fidato dei romanzi precedenti, in questo libro è solo evocato dal protagonista nei suoi ricordi. Cardo è una persona che vive alla giornata, senza una stabilità economica, ma questo non gli impedisce di avere degli amici, qualcuno da amare e allo stesso tempo di sperimentare rocambolesche avventure che gli lasciano, ogni volta, indelebili ricordi e anche dei segni. Tanti sono i personaggi comprimari che ruotano attorno a Cardo e, non a caso, fondamentali sono gli amici della bocciofila che rappresentano per lui una famiglia da preservare e amare, anche se a volte non ha il coraggio di confidare loro tutto quello che gli capita o che gli passa per la testa, compreso il sentimento d’amore per l’asinella Nella. Cardo è sincero, spontaneo, è un uomo spesso concentrato a riflettere sul mondo e sulla strana, direi grottesca, umanità che lo abita. Il personaggio nato dall’estro di Massimo Tallone è simpatico, magari a volte si esprimersi senza seguire le tipiche regole del galateo, ma credo che il suo modo di pensare, di riflettere, di osservare la realtà circostante lo renda un esperto esploratore del mondo e dell’io umano. È vero, Cardo non consocerà i personaggi illustri che gli cita il commendatore e altri luminari della scienza, ma le sue maniere di agire, fare e pensare mi permettono di associarlo ad un vero e proprio filosofo, in questo caso di strada, che da ogni esperienza vissuta impara a conoscere il senso della vita.

Massimo Tallone (1956-2044, data scaramantica) è nato a Fossano (CN) e vive a Torino. Ha pubblicato il giallo Ribò e il cadavere volubile, CET, Torino (1998), il saggio A bottega dal maestro di cazzeggio, CET, Torino (1998) e, con Daniela Munari, Andar per ombre (2001) e, Furore. Un fiordo nel Mediterraneo, Corte Edizioni (2003). Nel 2009 ha pubblicato con UTET il Dizionario ironico della cultura italiana. Per Fratelli Frilli  Editori ha pubblicato i gialli Piombo a Stupinigi (2007), Veleni al Lingotto (2008), Doppio inganno al Valentino (2009), L’enigma del pollice (2010), La manutenzione della morte (2011) tutti con protagonisti Ribò è il Cardo. Per edizioni e/o sono usciti Il fantasma di piazza statuto (2012) e Il diavolo ai giardini Cavour (2013).

:: Segnalazione di “360° di rabbia” di Elena Mearini (Koi Press, 2013) a cura di Natalina S.

12 gennaio 2014

cover-224x300“Il dolore non è onnipotente. Ma lo può diventare. Se ogni volta che lui passa tu t’inchini”.  Con 28 anni sulle spalle e 35 chilogrammi di speranza dentro al cuore, Vera ci restituisce la sua, dolorosa, esperienza dell’anoressia. Frasi brevi come singhiozzo di pianto soffocato e passi lenti e misurati, in un incastro perfetto di similitudini e metafore, descrivono cause e conseguenze di una problematica che è prima di tutto un grido di attenzione. L’anoressia è rabbia che implode; rifiuto che esplode; in Vera in un cratere di sensazioni zampillanti che s’acchetano in un mare di speranza verso se stessa e chi ha seminato amore. “360° di rabbia”, di Elena Mearini, uscito nell’ottobre 2009 per Excelsior nella collana acquario, da novembre 2013 anche in edizione digitale per Koi Press, è una lettura a cui avvicinarsi con pazienza e sensibilità, stesse caratteristiche richieste a noi, granelli indispensabili di questa società, spesso sordi al richiamo di aiuto.

Elena Mearini: è nata nel 1978 e vive a Milano. Lavora per diversi anni per una compagnia che si occupa di teatro ragazzi. Conosce poi la realtà del disagio occupandosi di laboratori in carceri e comunità. Nel 2009 esce il suo primo romanzo “360 gradi di rabbia”, edito da Excelsior 1881, nel 2011 pubblica per Perdisa pop il romanzo ” Undicesimo comandamento”. Dal 2010 collabora col settimanale “Vita no profit”, raccontando in chiave letteraria fatti di cronaca. Collabora con la rivista letteraria “Atti impuri” e con la casa editrice NoReplay. Cura la raccolta di racconti “Latte, chiodo e arcobaleno” per NoReplay Editore, firmando un racconto. Partecipa come autrice alla raccolta di racconti ” Vacanze milane”, a cura di Luca Doninelli. 2013-pubblica la silloge ” Dilemma di una bottiglia” per Forme libere Edizioni. Premi e riconoscimenti: 360 graddi rabbia- premio Gaia Mancini Undicesimo comandamento: premio Gaia -Mancini Premio Unicam- università di Camerino. Finalista al premio Maria Teresa di Lascia- Vincitore Premio Perelà 2013 ebook: racconto Roxanne per Lite editions racconto. Fa quasi male, fa quasi amore- Meme publisher.

:: Recensione di Il caso editoriale dell’anno – Anonimo (Edizioni Anordest, 2013)

7 gennaio 2014

anonimoAnche se mentre mi vestivo per andarmene ho avuto l’impressione che Margherita fosse sveglia e facesse finta di dormire, come se sperasse che me ne andassi senza svegliarla, senza dire nulla, senza spiegazioni di sorta.
Poi magari lei dormiva veramente e quindi adesso ho un motivo in più per odiarmi, o anche solo per disprezzarmi.
Non lo so, ma veramente mi interessa di saperlo?
Veramente mi interessa quello che pensa Margherita?
Veramente mi interessa cosa pensa chiunque nei miei confronti?

Vi propongo un gioco. Una piccola licenza creativa da critico dilettante, postmoderna, ebbene sì il gioco, il divertissement è terribilmente postmoderno, come le citazioni colte, i rimandi, gli scambi di persona, i doppi, le assenze, le sparizioni. Discutevo di postmodernismo con un amico, che in modo acuto, e neanche troppo esagerando, definiva la nostra epoca, con crisi e disperazione generalizzata, un’ epoca da tragedia, non da dotti equilibrismi intellettuali. Ma in fondo si può parlare di cose serie scherzando, e mascherare (cos’altro un autore fa se non questo) la realtà, a volte squallida, desolata, gretta, con la calda luce dell’intelligenza.
Il gioco che vi proponevo di fare poc’anzi è di continuare a considerare anonimo l’autore di questo libro, Il caso editoriale dell’anno, (anche se il mistero è stato svelato, sebbene in che modo non so, forse anche questo meriterebbe una storia a sé) e perciò non ne farò il nome, anche se è un testo così personale, così ricco di impronte narrative, che per chi conosce questo autore, avendo praticato da lettore il suo mondo, anche senza disvelamenti, o coups de théâtre, l’identità è certa.
Quindi mi riferirò all’autore come all’Anonimo[1], in un gioco di identità fittizie, presunte, di immedesimazioni, non troppo vertiginose, di scambi di persona, perché non fatevi abbagliare dalla patinata apparenza, questo libro, a dire il vero assai sottile, scritto con tono spumeggiante e marcatamente autoironico, è più profondo e serio di quanto volutamente voglia apparire. Si parla di identità, fittizie o reali, si parla dei concreti dubbi, paure, speranze, insicurezze che affliggono uno scrittore, che sia mediocre o geniale poco importa.
Sì, certo è una satira del mondo editoriale italiano, (e il passatempo vagamente sadico di chi sarà chi, chi avrà ispirato quale personaggio, può cadere in derive che credo l’autore non desidererebbe), un pamphlet metafisico, travestito da romanzo, con personaggi, dialoghi, scenari riconoscibilissimi e volutamente ricercati. Lo stile è elegante, raffinato e lievemente eccentrico, come sono i gusti di uno scrittore che veste sempre di nero, che ama autori come Nooteboom su tutti, o Amis, Houellebecq, DeLillo, McInerney, o ascolta musica volutamente poco commerciale ma dal fascino indefinito.
Stranamente fino adesso ho parlato poco del libro e molto dell’autore, rimedierò dicendo che è scritto in prima persona, al presente. Narra il successo improvviso e immeritato(forse) di uno scrittore abituato fino ad un istante prima a porte in faccia e a bazzicare il purgatorio (economico) della piccola editoria. Poi il colpo di genio: cercarsi un agente, mediamente onesto, brillante, conoscitore delle regole del gioco, e  da quel momento si aprono per  lui le porte dorate della grande editoria, delle fiere letterarie, dei premi, delle presentazioni in università prestigiose o in grandi librerie.
Traduzioni in tutte le lingue del mondo, soldi a palate, donne pronte a tutto per compiacere il grande autore, il miraggio del Nobel, ma come nel Faust c’è un prezzo da pagare quando si avverano i sogni più spinti di un uomo (uno scrittore) e in un certo senso si vende l’anima alle regole del business. Il prezzo che il nostro paga è prima l’insicurezza e poi il prosciugamento della sua vena creativa, l’incapacità di scrivere anche solo una pagina decente. (L’esempio di scrittura dello scrittore superfamoso, è faticosa, davvero, spezzata per stile e contenuti, dal resto del romanzo. Della serie so anche scrivere in modo noioso. Attenti.) Un contrappasso ben crudele, più doloroso del cinismo e del sarcasmo di un romantico che guarda un mondo che vorrebbe migliore, con debolezze e mancanze.
In un cameo, Luigi Bernardi, colto nel suo volto più schivo e refrattario al presenzialismo tout court (e non ostante questo credo sarebbe stato felice di comparire in questo romanzo.)


[1] Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha pubblicato raccolte di racconti, come “Harley-Davidson Racconti” e “Generazione di perplessi”, e romanzi, tra cui ricordiamo “Anche i lupi mannari fanno surf”. Le sue opere sono state pubblicate in antologie e su innumerevoli riviste letterarie. È membro del comitato scientifico del festival letterario “Letture corsare” che si tiene ad Alba.

:: Recensione di Lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela (Feltrinelli, 2013) a cura di Michela Bortoletto

7 gennaio 2014

nelson mandelaTrad. di Adriana Bottini, Ester Dornetti e Marco Papi

Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo qualche attimo, perché assieme alla libertà vengono le responsabilità, e io non oso trattenermi ancora: il mio lungo cammino non è ancora alla fine.”[1]

Queste sono le parole con cui termina Lungo cammino verso la libertà  di Nelson Mandela. Questi sono i suoi pensieri i giorni successivi alla sua liberazione. Dopo 27 anni di carcere, dopo quasi mezzo secolo impegnato nella lotta per la libertà del popolo sud africano, dopo aver perso un figlio senza aver avuto la possibilità di dirgli addio, dopo due matrimoni falliti per i suoi ideali, dopo una vita dedicata agli altri, nel momento della libertà i primi pensieri di Mandela furono rivolti al futuro che doveva ancora arrivare, all’impegno che ad esso avrebbe dovuto dedicargli. Perché nella vita di Nelson Mandela non c’è stato mai riposo ad eccezione dei suoi ultimi anni di vita. Ha dedicato tutto sé stesso alla causa dell’emancipazione del popolo nero in uno stato dominato dai bianchi. E la sua lotta non si è conclusa con la sua liberazione, ma è andata avanti fino alla sua recente scomparsa.
Lungo cammino verso la libertà è la sua autobiografia, scritta in gran parte e di nascosto durante gli anni del carcere a Robben Island, un isolotto al largo della costa di Città del Capo.
Nato nella regione del Transkei e destinato a ricoprire l’importante ruolo di consigliere nella sua tribù, Mandela capisce presto di non esser realmente un uomo libero. Non si può essere liberi in un Paese dove vige la legge dell’Apartheid, dove un nero non ha gli stessi diritti di un bianco, dove un uomo è considerato inferiore solo per il colore della sua pelle: “lentamente ho capito che non solo non ero un uomo libero, ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e sorelle; ho capito che non solo la mia libertà era frustrata, ma anche quella di tutti coloro che condividevano la mia origine. È stato allora che sono entrato nell’African National Congress, e la mia sete di libertà personale si è trasformata nella sete più grande di libertà per la mia gente.” Da qui comincia la lunga lotta di Mandela e dei suoi compagni per assicurare al popolo nero dignità e libertà.
Nella sua autobiografia Mandela ci racconta delle iniziative intraprese da lui e dagli altri membri dell’Anc per cercare di cambiare le cose in Sud Africa. Ci  narra degli ostacoli che hanno dovuto superare, dei sotterfugi, delle fughe, dei lunghi periodo di clandestinità. Attraverso queste pagine scopriamo il suo lungo viaggio negli altri stati d’Africa, dei suoi incontri con i leader degli altri paesi ai quali ha chiesto appoggio per la lotta dei suoi fratelli.  Ma, soprattutto, in queste pagine si legge dei sacrifici enormi che Mandela, e i suoi compagni, hanno dovuto fare per la libertà del loro popolo. Perché non è facile rinunciare a tutti, alla propria famiglia, al proprio lavoro e alla libertà personale per quella di molti altri.
Attraverso questa autobiografia si scopre un Mandela diverso da quello “mitizzato” dai media. Si scopre un Mandela più umano, con tutta la sua forza d’animo ma anche con tutte le sue debolezze. Si scoprono i suoi lati deboli, le sue incertezze. Perché dopotutto Mandela era pur sempre un uomo, un uomo che però ha fatto una scelta  non facile e l’ha portata avanti ad ogni costo. E questa stessa scelta non l’ha fatta solo lui ma anche altri uomini che, come lui, credevano in un futuro migliore.
Nelle sue pagine racconta di uno stato ferito, di un Paese dove bianchi e neri conducevano vite separate. Un Paese in cui i neri e i meticci erano spesso vittime di soprusi. Un Paese dove uomini coraggiosi hanno deciso di combattere questo sistema.
La lettura di Lungo cammino verso la libertà non è una lettura semplice. Io l’ho intrapresa dopo un viaggio in Sud Africa dove ho avuto modo di osservare la nuova realtà post Apartheid. Ma è una lettura che mi sento di consigliare, non solo perché Mandela purtroppo è morto, ma perché permette di comprendere una realtà complessa come quella del Sud Africa e di conoscere la storia di uomini che hanno saputo lottare per la libertà.  L’autobiografia di Mandela è un omaggio ai suoi compagni di lotta. Ci fa capire come Mandela non fosse solo, ma circondato da persone, sia nere che bianche, con i suoi stessi ideali che hanno lottato con lui per un Sud Africa più libero.
Lungo cammino verso la libertà è un libro che ti segna e ti insegna. Ti insegna che certe situazioni si possono e devono cambiare e che la libertà è la cosa che più conta.

Nelson Mandela (1918-2013), già presidente del Sudafrica e leader dell’African National Congress (ANC), premio Nobel per la pace, per la sua attività politica in difesa dei diritti degli africani e contro l’apartheid è stato rinchiuso per ventisette anni in prigione, dove ha scritto un libro autobiografico, Lungo cammino verso la libertà, pubblicato da Feltrinelli nel 1995. È autore anche della raccolta Le mie fiabe africane (Donzelli, 2004; Feltrinelli, 2012).


[1] N. Mandela, Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, Milano 20013, pag. 579

:: Lettura omaggio e conversazioni su e intorno a Luigi Bernardi

7 gennaio 2014

l bDENTRO LE MIE CREPE

Lettura omaggio e conversazioni su e intorno a Luigi Bernardi

Sabato 11 gennaio, ore 10.00, Biblioteca comunale Ozzano Emilia, piazza Allende

Nel giorno che sarebbe stato il 61simo compleanno di Luigi Bernardi, si svolgerà presso la biblioteca di Ozzano dell’Emilia (luogo di nascita di Luigi) un incontro/omaggio con i suoi amici. Ci saranno tanti scrittori, fumettisti, artisti, persone che l’hanno amato e rispettato.

Modera l’incontro Alberto Sebastiani.

A questo link  ulteriori dettagli sull’iniziativa.

Diffondete la notizia, grazie.

:: Recensione di La coda, Vladimir Sorokin, (Guanda, 2013) di Viviana Filippini

5 gennaio 2014

sorokingrandeTraduzione di Pietro Zveteremich

Quanto volte abbiamo sentito dire che in un romanzo è importante la costruzione della trama, una giusta la descrizione dei personaggi, del paesaggio e del dialogo. Spesso. Poi mi sono imbattuta in La coda di Valdimir Sorokin, un romanzo circolato per anni tra le vie clandestine degli intellettuali russi e pubblicato solo verso la fine degli anni Ottanta. La storia è semplice, anzi è un attento sguardo sulle città sovietiche e sui problemi che per lungo tempo le hanno attanagliate negli scorsi decenni e tutto l’impianto narrativo è costruito solo ed esclusivamente attraverso il dialogo. La protagonista è la coda, un lungo serpentone formato dalla più varia umanità: uomini, donne, professori, dipendenti statali, mamme con i pargoli, anziani, operai. Tutti quanti uniti in un’interminabile e ordinata fila nell’attesa di poter recuperare dai negozi i prodotti alimentari, vestiti, le musicassette e i beni di consumo tanto agognati e desiderati. L’autore non descrive nulla, perché La coda non ha una trama narrativa di fondo, ma tutto si crea attraverso lo scambio di battute sagaci e ironiche tra i diversi tipi di umanità in attesa ed è proprio grazie a queste chiacchiere che chi legge può comprendere quanto la vita nell’Unione Sovietica fosse difficile in passato. Direi che durante la lettura si ha come l’impressione di essere in coda e di ascoltare da vicino i diversi protagonisti. Questo stato empatico permette di percepire un senso di oppressione che rende la città sì il luogo dove si vive e si tenta di lavorare, ma allo stesso tempo lo contorna di un senso di claustrofobia dalla quale tutti vorrebbero, ma non riescono, a fuggire. Quello che emerge dallo cambio di battute sono le non indifferenti difficoltà economiche della popolazione, alla quale vanno aggiunte la poca libertà di espressione e di agire del singolo determinata da una politica molto restrittiva, alla quale vanno unite tutte le censure e limitazioni sui beni importati dal fuori confine. Non a caso la coda che i russi fanno all’interno di questo libro di Sorokin non è come quella che di solito facciamo noi alla cassa per pagare, la coda raccontata dall’autore russo è quella che tanti sovietici facevano per poter avere il diritto ad acquistare prodotti e beni che non sempre gli esercizi commerciali sovietici riuscivano a fornire. La coda del titolo è quella che anima le pagine del romanzo ed è formata da individui che non hanno un nome proprio, una sembianza riconoscibile. I protagonisti di questa storia sono figure anonime, identificati da un numero che attesta loro la posizione di attesa dentro al lungo serpentone. Alcuni dei presenti nell’infinita fila hanno un nome (Vadim e Lana), ma nel corso della storia anche loro finiranno fagocitati nel magma umano omogeneo in perenne attesa, diventando persone qualunque. Ad una prima lettura il romanzo di Sorokin potrebbe sembrare leggero e spassoso per la natura grottesca che l’umanità protagonista assume, ma letto con attenzione ci si accorge che con La coda, lo scrittore ha mosso una tagliente critica al sistema politico sovietico – ed è per questo che il libro circolò in clandestinità per anni – e alle ristrettezze economico-sociali che esso imponeva ai cittadini, impedendo loro di avere una degna esistenza.

Vladimir Sorokin, nato nel 1955, dopo gli studi di ingegneria ha lavorato come illustratore di copertine. Negli anni Settanta ha aderito al concettualismo moscovita. È autore di romanzi, racconti, pièce teatrali e sceneggiature cinematografiche.

:: Recensione di Danza delle ombre felici di Alice Munro (Einaudi, 2013) a cura di Valeria G.

4 gennaio 2014

ombre feliciTraduzione di Susanna Basso

“La vita a Jubilee segue ritmi primitivi, stagionali. Le morti avvengono in inverno; i matrimoni si celebrano d’estate. C’è una buona ragione per questo: gli inverni sono lunghi e rigidissimi  e i più vecchi e  deboli non  sempre ce la fanno a  superarli ….”

Il freddo e l’inverno sono terra fertile per i racconti e i ricordi. La stagione malinconica tende a risvegliare i ricordi più segreti e dolorosi. Durante i freddi inverni canadesi  degli anni 50, quando non esisteva la moderna tecnologia a tenere compagnia nelle case, è facile immaginare le persone strette accanto ad un fuoco  a ripercorrere le tappe della propria vita, dall’infanzia fino al loro presente.
In questo modo, molto spesso, sono nati i  libri più belli e più intesi che noi oggi leggiamo e questi racconti, scritti sapientemente dalla penna di Alice Murno, sono stati pubblicati per la prima volta nel 1968. Oggi ritornano in auge con una nuova ristampa .
La scrittrice ci accompagna in un viaggio lungo e molto spesso doloroso, da voce ai suoi protagonisti, quasi esclusivamente donne, la cui vita difficile viene narrata attraverso gesti semplici. Sono storie appassionanti, ricche di significato, profonde e toccanti. I personaggi sono un ritratto, a volte sbiadito, della scrittrice stessa: si descrive bambina, la cui vita gira intorno alla fattoria nella quale vive nella campagna canadese, le lunghe giornate trascorse ad aiutare i famigliari in faticosi lavori domestici, appare poi come scrittrice che cerca un luogo tranquillo dove poter dare libero sfogo alla sua ispirazione, e poi donna adulta che torna a casa.
Questa in particolare è una vicenda molto commovente . La protagonista ha lasciato le mura domestiche in giovane età; ha trovato marito e si è costruita la sua vita altrove. Non ha assistito la madre affetta da una grave e degenerante malattia, in quanto non ha mai fatto ritorno a casa. La sorella invece, si è dedicata interamente e  per tutta la sua vita alla cura della madre, l’ha vista soffrire in  casa e successivamente in ospedale, luogo dal quale non fece ritorno; ha rinunciato alla propria vita e trovandosi da sola e libera non sa come riprendere le fila della propria esistenza.
Ci troviamo poi ad affrontare un altro tema delicato e altresì doloroso: la perdita di un figlio. Il tema è decisamente autobiografico, la scrittrice infatti perse la figlia Catherine a poche ore dalla nascita. Il dolore di una madre che perde il proprio figlio è innaturale,  per questo inconcepibile, e quasi impossibile da descrivere. Anche in questo la bravura della scrittrice  viene  messa alla prova e il risultato è eccellente. Le parole sono semplici, la storia è ricca di gesti semplici e comprensibili, attraverso i quali scaturisce tutta la violenza e il dolore che la perdita stessa genera.
Alice Munro in una sua recente intervista ha dichiarato che lei ritiene   “interessante qualsiasi vita e qualsiasi posto”. Inoltre si ritiene fortunata ad essere vissuta in una sperduta provincia canadese, secondo lei non ha avuto alcuna competizione con altri intellettuali, perchè allora era lei l’unica ad essersi appassionata alla scrittura. Queste affermazioni sono sicuramente  vere tuttavia l’eccellenza della sua scrittura e la sua semplicità sono un dono inestimabile, che l’avrebbe in ogni caso fatta emergere nell’ambiente letterario, a qualsiasi livello.

Alice Munro, premio Nobel per la letteratura 2013, è la più importante autrice canadese contemporanea. È cresciuta a Wingham, Ontario. Ha pubblicato numerose raccolte di racconti e un romanzo. Fra i molti premi letterari ricevuti, per tre volte il Governor General’s Literary Award, il National Book Critics Circle Award, l’O. Henry Award e il Man Booker International Prize. I suoi racconti appaiono regolarmente sulle più prestigiose riviste letterarie. Dell’autrice Einaudi ha pubblicato Il sogno di mia madre (2001), Nemico, amico, amante… (2003), In fuga (2004), Il percorso dell’amore (2005), La vista da Castle Rock (2007 e 2009), Segreti svelati (2008), Le lune di Giove (2008), Troppa felicità (2011), Chi ti credi di essere? (2012) e Danza delle ombre felici (2013).