Sentendosi vicino alla morte, Inayat ripetè a Zainab il valore di quel che avevano costruito insieme, e tracciò numeri e cifre nell’aria perchè lei sapesse, dopo un’ intera vita, cosa avrebbe lasciato a lei e ai figli. Mentre la notte si addensava su Mir Ali, illuminando il cielo con una costellazione di stelle talmente lontana che sembrava stesse brillando su un’altra città, diffondendo quel debole bagliore su Mir Ali solo per pietà, Inayat disse addio ad Aman Erum e, nascondendo il disappunto nella propria voce, gli augurò che i suoi sforzi andassero a buon fine. Disse che era certo che suo figlio avrebbe avuto successo negli affari. Per Sikandar e Mina non trovò alcuna consolazione da offrire. Da un po’ di tempo non sapeva cosa dire di fronte al loro dolore, e non voleva rattristarli ulteriormente sul suo letto di morte. Inayat volle vedere Hayat per ultimo, perchè le sue labbra si chiudessero sulle parole bisbigliate nell’orecchio del figlio più giovane.
“Vieni nella mia tomba e dimmi che Mir Ali è libera. Sussurramelo, anche quando non ci sarò più”.
Non è un libro di facile lettura, L’ombra della luna crescente, esordio nella narrativa di Fatima Bhutto, già autrice del saggio biografico Canzoni di sangue, edito in Italia da Garzanti, omaggio di una figlia a un padre assassinato e ritratto di una famiglia, i Bhutto, potente, ricca, strettamente legata alle sorti del Pakistan, per la cui causa ha speso un grande tributo di vite: Zulfikar Ali, nonno di Fatima, presidente e primo ministro negli anni 70, promotore di una radicale modernizzazione culturale e economica del Pakistan, fu torturato e giustiziato dal generale golpista Zia ul Haq, suo zio Shahnawaz, suo padre Murtaza, sua zia Benazir furono tutti assassinati.
Conoscitrice dei retroscena del potere, la Bhutto ha scelto di non entrare in politica ma di utilizzare la scrittura e la letteratura, (è anche giornalista e collabora con quotidiani e riviste inglesi come «The Guardian», «Financial Times» e «New Statesman»), per portare avanti le sue battaglie, tra cui la sua lotta per l’emancipazione femminile, fortemente voluta anche da suo nonno.
E L’ombra della luna crescente è appunto un romanzo che ha per protagoniste, tra gli altri, due diverse e complesse figure femminili, (la luna del titolo oltre che emblema del Pakistan, ha una forte connotazione femminile), ma non solo: è un romanzo politico, formato da un tessuto narrativo insolitamente poetico e raffinato; è una saga familiare, si narrano appunto le vicende di tre fratelli molto diversi tra loro e delle loro donne, appunto Mina e Samarra; e infine è un romanzo generazionale, ci parla di un’ intera generazione di giovani in bilico tra scelte antitetiche e a volte drammatiche, stretti da una società repressiva, schiacciata da un esercito onnipresente (che oltre alla forza delle armi usa la delazione come strumento per alimentarsi, e la corruzione come humus sempre più stratificato) e da una religiosità imposta e infiltrata in ogni tessuto della società, con le sue feste che paralizzano la vita sociale, le sue preghiere, i suoi riti.
I giovani hanno diverse alternative sempre dolorose: possono essere tentati dalla fuga all’estero come il maggiore dei fratelli, Aman Erum, che sogna di costruirsi una nuova vita in America, lontano dal piccolo villaggio di Mir Ali, o possono fare come Sikandar, faccia di un idealismo pacifista, che fa della sua professione di medico un atto di giustizia, (il concetto di giustizia sarà fondamentale nel romanzo), o addirittura possono abbracciare una scelta ancora più radicale come il figlio minore Hayat, il miliziano, coinvolto addirittura nei piani per un attentato al primo ministro.
Ma ciò che rende questo testo appunto non facile (forse per un occidentale) oltre alla concezione orientale del tempo, un tempo circolare, che non porta inevitabilmente a connotazioni di causa ed effetto (la vicenda ha inizio e fine dalle 9 alle 12 di un venerdì mattina di dicembre, freddo, piovoso, primo giorno dell’Eid), connotato da continui flashback che lo dilatano, per poi improvvisamente e vertiginosamente condensarlo e cristallizzarlo nei momenti più drammatici, (l’ incontro aggressione nella foresta tra Sikandar e Mina e i talebani su tutti), è proprio la scelta stilistica che l’autrice compie, l’uso di una scrittura ellittica e complessa, fatta di veli e disvelamenti repentini.
Sintomatico è il mistero legato al perchè Mira si infiltri quasi come preda di un’ ossessione nei funerali altrui, col marito costretto a andarla a riprendere avvisato dai parenti esasperati. Ne capiremo il motivo solo a metà romanzo, grazie a un lampo, folgorante come un’illuminazione, in cui la sua apparente follia troverà una spiegazione, una ragione catartica.
Se si ha la pazienza di prestare attenzione, di ascoltare il non detto, i silenzi, allora il romanzo si svela ai nostri occhi in tutta la sua bellezza, ma chiede appunto un sacrificio, simile forse a quello costato all’autrice per scriverlo. Traduzione di Daniela Di Falco. Titolo originale: The Shadow of the Crescent Moon.
Fatima Bhutto è nata a Kabul, in Afghanistan, nel 1982. Suo nonno era il Primo Ministro pakistano Zulfikar Ali Bhutto, sua zia la Primo Ministro pakistana Benazir Bhutto. Poetessa e scrittrice, è autrice di “Canzoni di sangue. Ricordi di una figlia” (Garzanti, 2011), in cui racconta la storia della propria famiglia, strettamente collegata alla storia del Pakistan. Tra le sue opere, la raccolta di poesie “Whispers of the Desert” e “8:50 a.m. 8 October 2005”. Collabora con quotidiani e riviste inglesi come «The Guardian», «Financial Times» e «New Statesman». Vive a Karachi, in Pakistan. “L’ombra della luna crescente” rappresenta il suo esordio nella narrativa.
Per chi pensa che la terza età sia un grigio periodo esistenziale piatto e senza eventi c’è un simpatico romanzo che smentisce questo stereotipo sociale. Il libro in questione, edito dalla nottetempo, è Onda lunga di Elena Gianini Belotti ed ha per protagonista Valeria Ferrari. La donna, 79 anni, pensionata senza figli, trascorre le sue giornate in compagnia delle amiche, vivendo curiose avventure in un presente contemporaneo, un po’ troppo caotico e strampalato nel quale il verificarsi di problemi e intralci è l’imperativo quotidiano. La protagonista ha lavorato per quarant’anni alla Biblioteca Nazionale di Roma, ma dal momento della pensione passa il suo tempo a confrontarsi con la realtà quotidiana attraverso avventure tragicomiche che sì fanno sorridere, però allo stesso tempo permettono a lei e a noi lettori di scoprire gli usi e i costumi degli adulti e adolescenti contemporanei. Segni di questa nuova consapevolezza sono le incursioni in un campo rom, dove l’impavida Valeria, grazie ad un simpatico e volontario scambio di persona, si reca più volte per insegnare ai ragazzini a leggere e scrivere scoprendo con rammarico, quanto siano ancora sviluppati i pregiudizi e i timori della società comune nei loro confronti. Altre realtà che lasciano perplessa la protagonista sono la presa di coonsapevolezza che gli adolescenti del presente e lo studio della grammatica vivano su due pianeti lontani tra loro anni luce, così com’è quasi del tutto assente nei ragazzi di oggi l’interesse verso i libri ritenuti Classici della letteratura. Poi, accanto a tali questioni social-culturali si innestano problematiche più delicate che evidenziano come le incomprensioni tra adolescenti possano scatenare forme di autolesionismo grave. Le protagoniste di Onda lunga saranno pure anziane, ma le situazioni delle quali si trovano al centro dell’azione suscitano in chi legge simpatia per queste eroine della terza età. Allo stesso tempo Elena Gianini Belotti, grazie alla sua Valeria Ferrari, ci racconta di un mondo visto attraverso gli occhi di una ottantenne che facendo un confronto tra il presente e il passato si rende conto di quanto la società contemporanea sia diversa da quella di un tempo e di come nell’oggi siano venuti a mancare tutta un serie di certezze e punti di riferimento che da sempre secondo lei e le sue amiche sostenevano lo sviluppo del divenire umano. Quando Valeria e Co. erano adolescenti non c’erano i computer, i cellulari e le super tecnologie che tolgono spazio alla comunicazione faccia a faccia tra gli individui. Nel passato della protagonista c’è stato un formarsi di relazioni umane e di esperienze fatte a contatto diretto con le persone. Nonostante tutto, la pimpante ex-lavoratrice in pensione non si richiude a riccio nel suo mondo privato, anzi reagisce dimostrando una vitalità e voglia di vivere libera dall’età anagrafica, trovandosi per questo in situazioni che come un maremoto manterranno attiva la sua vita. La Belotti, già autrice di Dalla parte delle bambine, pubblicato con Feltrinelli nel 1973, in questo suo ultimo lavoro compie, da una parte un’acuta riflessione sulla terza età e su come essa possa dimostrarsi una fase esistenziale ricca di sorprese e, dall’altra, grazie ad un delicata e rispettosa ironia, la scrittrice riflette sulla società contemporanea così avanti del punto di vista tecnologico, ma spinta all’omologazione e incapace di superare i pregiudizi e di accettare le persone per quello che sono.
Apologia di uomini inutili di Lorenzo Mazzoni – Edizioni La Gru
Emilia Bersabea Cirillo, autrice di racconti e romanzi che sembrano dedicati ai suoi protagonisti, per la passione con cui li descrive, ma soprattutto alla sua terra, per il calore con cui ne narra, risponde volentieri alle nostre domande sulla sua scrittura ma anche sul suo essere scrittrice nella sua Terra, l’Irpinia.
Scritto in una settimana, La chiave inglese, (The French Key, 1940), edito da Polillo nella collana I Mastini e tradotto da Francesca Stignani, è il romanzo con cui Frank Gruber raggiunse il successo e poté ottenere una relativa sicurezza economica dopo un esordio a dir poco difficile, tra disoccupazione e lavori precari per la mera sussistenza. Tipico pulp writer iniziò a scrivere racconti per i principali pulp magazines americani, (cito per esempio Black Mask, uno forse dei più conosciuti), sia western, che polizieschi ma anche di fantascienza, sia a suo nome che usando pseudonimi come Stephen Acre, Charles K. Boston o John K. Vedder. Ma non solo, oltre ad essere un prolifico scrittore fu anche uno sceneggiatore per il cinema e uno scrittore di script per la televisione, cito per esempio la sceneggiatura de La maschera di Dimitrios de Jean Negulesco, tratto dall’ omonimo romanzo di Ambler, o la sceneggiatura e il soggetto del film di Walter Colmes tratto da La chiave inglese. Per chi volesse approfondire la conoscenza di quest’autore c’è una sua autobiografia dal titolo The Pulp Jungle (1967), una miniera di informazioni e aneddoti che ricostruiscono non solo la vita di Gruber ma il clima e l’ambiente dei pulp writer. (Rimando
Secondo voi un uomo può perdere la testa per un animale abbandonato? Sembra assurdo, ma è possibile e l’amore sentito è quel sentimento passionale che travolge il Cardo – sgangherato e simpatico personaggio nato dalla penna di Massimo Tallone – che per amore decide di rimboccarsi le maniche e trovarsi un lavoro. Cardo è così travolto dai sui nuovi sentimenti da non voler rivelare a nessuno quello che sta vivendo. I suoi amici della bocciofila notano in lui dei cambiamenti troppo evidenti per passare inosservati, tanto che Angela, l’amica amante del Cardo, comincia a provare un gelosia sospettosa. Ma chi è Cardo? Il Cardo è un clochard piemontese – come il luogo di ambientazione delle sue avventure- con l’estro della pittura e sarà proprio grazie alla sua capacità di realizzare perfetti trompe l’oeil e all’invito di Rombo, che il protagonista de L’amaro dell’immortalità si troverà a lavorare a Monforte, in un’antica villa circondata da vigneti. Il modo in cui Tallone descrive il vecchio palazzo e l’atmosfera che lo permea mette la giusta curiosità nel lettore spingendolo a girare pagina per capire cosa caspiterina accadrà al protagonista. La suspense aumenta in parallelo al manifestarsi di una serie di doppi sensi di situazioni e di parole che circolano tra il Cardo e il suo committente – uno strano e misterioso commendatore bloccato a letto da un terribile malattia- fino a quando l’uomo che ha assoldato il primo attore della narrazione si convince che Cardo sia l’unico conoscitore e possessore della ricetta di un antico elisir di lunga vita. Lo scanzonato clochard non ha la più pallida idea di cosa sia la pozione magica, visto che lui si accontenta solo di buon vino, ma per uscire dai guai decide di assecondare i suoi aguzzini senza rendersi conto che tale scelta gli complicherà parecchio la sopravvivenza. Cardo sarà scortato da Rombo nei meandri di un antico convento nel quale le vicende del presente e gli eventi del passato si mescoleranno mettendo a dura prova la resistenza psicologica e fisica del personaggio creato da Tallone. L’amaro dell’immortalità. La metamorfosi del Cardo è la nuova avventura con protagonista il simpatico Cardo pronto a mettersi in gioco per amore, Ribò, il compagno fidato dei romanzi precedenti, in questo libro è solo evocato dal protagonista nei suoi ricordi. Cardo è una persona che vive alla giornata, senza una stabilità economica, ma questo non gli impedisce di avere degli amici, qualcuno da amare e allo stesso tempo di sperimentare rocambolesche avventure che gli lasciano, ogni volta, indelebili ricordi e anche dei segni. Tanti sono i personaggi comprimari che ruotano attorno a Cardo e, non a caso, fondamentali sono gli amici della bocciofila che rappresentano per lui una famiglia da preservare e amare, anche se a volte non ha il coraggio di confidare loro tutto quello che gli capita o che gli passa per la testa, compreso il sentimento d’amore per l’asinella Nella. Cardo è sincero, spontaneo, è un uomo spesso concentrato a riflettere sul mondo e sulla strana, direi grottesca, umanità che lo abita. Il personaggio nato dall’estro di Massimo Tallone è simpatico, magari a volte si esprimersi senza seguire le tipiche regole del galateo, ma credo che il suo modo di pensare, di riflettere, di osservare la realtà circostante lo renda un esperto esploratore del mondo e dell’io umano. È vero, Cardo non consocerà i personaggi illustri che gli cita il commendatore e altri luminari della scienza, ma le sue maniere di agire, fare e pensare mi permettono di associarlo ad un vero e proprio filosofo, in questo caso di strada, che da ogni esperienza vissuta impara a conoscere il senso della vita.
“Il dolore non è onnipotente. Ma lo può diventare. Se ogni volta che lui passa tu t’inchini”. Con 28 anni sulle spalle e 35 chilogrammi di speranza dentro al cuore, Vera ci restituisce la sua, dolorosa, esperienza dell’anoressia. Frasi brevi come singhiozzo di pianto soffocato e passi lenti e misurati, in un incastro perfetto di similitudini e metafore, descrivono cause e conseguenze di una problematica che è prima di tutto un grido di attenzione. L’anoressia è rabbia che implode; rifiuto che esplode; in Vera in un cratere di sensazioni zampillanti che s’acchetano in un mare di speranza verso se stessa e chi ha seminato amore. “360° di rabbia”, di Elena Mearini, uscito nell’ottobre 2009 per Excelsior nella collana acquario, da novembre 2013 anche in edizione digitale per Koi Press, è una lettura a cui avvicinarsi con pazienza e sensibilità, stesse caratteristiche richieste a noi, granelli indispensabili di questa società, spesso sordi al richiamo di aiuto.
Anche se mentre mi vestivo per andarmene ho avuto l’impressione che Margherita fosse sveglia e facesse finta di dormire, come se sperasse che me ne andassi senza svegliarla, senza dire nulla, senza spiegazioni di sorta.
Trad. di Adriana Bottini, Ester Dornetti e Marco Papi
DENTRO LE MIE CREPE
Traduzione di Pietro Zveteremich
Traduzione di Susanna Basso
























