:: Recensione di La casa di mio padre di Orhan Kemal – (Elliot Edizioni, 2013) a cura di Lucilla Parisi

Elliot_LaCasaDiMioPadre

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Titolo originale Baba evi
Traduzione dal turco di Fabio De Propris

Il signor nessuno lo incontrai per caso in uno dei caffè di Adana. Era immerso nei suoi pensieri, con la faccia barbuta appoggiata sulle mani a coppa. Aveva occhi celesti e una testa coperta di ricci biondi. Dopo esserci guardati per un po’, si alzò e mi avvicinò. Innanzitutto si scusò, dicendo di avermi scambiato per qualcun altro. Mi resi conto che stava solo tentando di iniziare una conversazione. Diventammo subito amici. Mi raccontò dettagliatamente la storia della sua vita molto tempo dopo […]. Quando gli dissi che avrebbe dovuto scriverla, si mise a ridere. – Puoi farlo tu, se vuoi! -. Presi molti appunti mentre con entusiasmo mi narrava tutto quello che aveva fatto. Perciò dopo questo volume potrà uscirne fuori un secondo, un terzo, forse perfino un quarto…”

Questa la prefazione di Orhan Kemal, nome d’arte dell’autore de La casa di mio padre Mehmet Raşit Öğütçü.
E’ la storia di un “signor nessuno” quella narrata in queste pagine, un uomo che l’autore immagina di aver incontrato in un caffè ad Adana, suo paese di origine. In realtà, i numerosi spunti autobiografici presenti nel testo fanno di questo primo romanzo dello scrittore turco tra i più amati in patria, un affresco fortemente realistico della sua infanzia e adolescenza.
Il padre del protagonista – uomo politico, avvocato e giornalista – presenta infatti evidenti analogie con Abdülkadir Kemali Öğütçü, molto attivo all’interno dei Giovani Turchi, movimento politico nato alla fine del XIX secolo, impegno che lo condusse all’arresto da parte della polizia ottomana e al carcere, fino alla militanza politica sotto il governo di Mustafa Kemal Atatürk, padre fondatore e primo presidente della repubblica turca.
Il rapporto con la figura energica, violenta e severa del genitore è il filo conduttore del romanzo di Orhan Kemal che, dal paesino di Adana alla città di Beirut, ci racconta, con straordinario realismo, l’esistenza di una famiglia condannata – a causa delle sfortune sociali e professionali del capostipite – alla povertà più nera e all’esilio in terra straniera.
I personaggi, numerosi, che intrecciano il percorso del protagonista sono descritti nella loro umana “miseria”: bambini mendicanti, giovani prostitute, madri violentate dalla vita e uomini sfigurati dalla fatica del lavoro.
La descrizione che ne scaturisce è un ritratto crudo e asciutto di un’epoca di transizione e di un Paese alle prese con una mutazione profonda del proprio destino. Alla base la gente, quella che subisce eventi e cambiamenti troppo grandi per essere compresi senza gli strumenti adeguati e dai cui effetti è impossibile sottrarsi.
Tuttavia il ritmo della narrazione è scandito da una visione naturalmente ottimistica della vita (grazie anche ad una fiducia incondizionata nelle persone) e da un sentimento di profonda speranza in un riscatto personale e sociale ancora possibili.

Avevo diciassette anni ed ero molto contento del mio nuovo stile di vita. Avevo dimenticato la mia patria, il calcio, il Piccolo Memet e gli altri. Niyazi e io uscivamo di casa alle prime luci dell’alba. A quell’ora anche i tram verdi di Beirut erano rari. Solo i lavoratori, quelle masse che dormivano meno di chiunque altro al mondo, erano per strada, folle di uomini e di donne che camminavano in gruppi. Ci univamo a loro…Avevamo le giacche appese alle spalle proprio come loro, orgogliosi di essere persone al lavoro, di calpestare le loro stesse pietre.

La scrittura “realistica” di Orhan Kemal risente fortemente della vicinanza e degli insegnamenti del poeta turco Nazim Hikmet con cui l’autore aveva condiviso tre anni di cella (dal 1940 al 1943) nel carcere di Bursa e per il quale nutrì sempre profonda stima e devozione.
Lo stesso confronto con il poema Paesaggi umani dal mio paese (pubblicato in cinque volumi tra il 1966 e il 1967) tradisce significative somiglianze con l’opera di Kemal che proprio dalla grandiosa opera dell’amato poeta trasse ispirazione.

Risulta chiaro che Hikmet ha contribuito enormemente ad affinare l’arte narrativa di Orhan Kemal, senza farne una copia di se stesso, ma educandolo a trovare una voce e uno stile personali” (dalla postfazione al libro del traduttore Fabio De Propris).

Fu proprio Hikmet ad incoraggiare Kemal alla scrittura, spinta che portò il suo “allievo” a dedicarsi definitivamente ad essa dal 1949, sei anni dopo che fu rilasciato dal carcere in cui era detenuto con l’amico e maestro.
La casa di mio padre, con la sua scrittura immediata e a tratti ingenua, ci conduce per mano in una Turchia lontana, regalandoci uno scorcio poetico sulla storia, le tradizioni e le debolezze di un Paese che ancora oggi rivela profonde contraddizioni.

Orhan Kemal  – pseudonimo dello scrittore turco Mehmet Raşit Öğütçü – nacque a Ceyhan, nella provincia di Adana, nel 1914. Figlio di un noto avvocato, dovette seguire la famiglia esiliata in Siria per poi rientrare nel 1932 in Turchia, dove si mantenne lavorando prima come operaio, poi come impiegato. In seguito fu condannato a cinque anni di carcere per propaganda a favore dell’URSS e incitamento alla rivolta. In carcere condivise la cella con il grande poeta Nazim Hikmet, che lo influenzò profondamente, incoraggiandolo a dedicarsi alla scrittura di romanzi. Rilasciato nel 1943, riprese a svolgere lavori manuali, ma riuscì a pubblicare prima la raccolta di racconti La lotta per il pane e poi, nel 1949, il primo romanzo, La casa di mio padre. Nel 1966 fu nuovamente arrestato con l’accusa di aver formato una cellula di propaganda comunista, ma venne rilasciato dopo due mesi. Morì improvvisamente nel 1970 a Sofia.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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