Archivio dell'autore

:: I dodici bambini di Parigi, Tim Willocks, (Multiplayer Edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

20 dicembre 2016
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Nella Parigi in festa per il matrimonio nel 1572 tra Enrico di Navarra e Margherita di Valois, ma dove scoppierà l’eccidio ai danni dei protestanti destinato a passare alla storia come il massacro di San Bartolomeo, giunge Mattias Tannhauser, uomo che ha alle spalle una storia tormentata, di combattente tra Oriente e Occidente. Vuole ricongiungersi alla moglie Carla, incinta e quasi al termine della sua gravidanza, che è stata invitata ai festeggiamenti per le nozze, ma che sparisce nelle ore concitate successive al massacro, rapita dalla banda di pitocchi di Grymonde, mentre Mattias si trova imprigionato al Louvre, al centro di una cospirazione che vuole la sua morte, per questioni del suo passato e presente che danno non poco fastidio a vari potenti.
Mattias e Carla erano già protagonisti di un libro uscito qualche anno fa per Cairo editore, Religion, che raccontava il loro incontro sullo sfondo dell’assedio di Malta ad opera degli ottomani una decina d’anni prima dei fatti narrati qui. I dodici bambini di Parigi è godibilissimo anche senza aver letto il primo capitolo, che però aggiunge dettagli di comprensione importanti.
Tim Willocks, considerato da alcuni come l’erede di Alessandro Dumas padre e insignito a Verona del premio Salgari come migliore romanziere contemporaneo di avventura, porta in un mondo crudo e spietato, in uno dei momenti peggiori della Storia europea, durante uno dei fatti più vergognosi e intolleranti, oggi forse dimenticato ma che non è male da ricordare per non dimenticare nessuna discriminazione e nessuna vittima del fanatismo che trascinò nella follia parigini e non di tutte le classi sociali. L’autore costruisce un intreccio avventuroso e appassionante, ma realistico e non idealizzante, per raccontare quei giorni là, in una città che crollò sotto i colpi dell’integralismo religioso, non alieno a nessuna cultura. Un libro d’avventura ma anche una storia per non dimenticare, per appassionarsi tra corti corrotte e bassifondi restituiti con realismo e senza melensaggi purtroppo presenti per tanto tempo in tanti romanzi storici. Mattias e Carla sono personaggi a cui è facile affezionarsi, ma restano nel cuore anche i 12 bambini del titolo, simbolo di ogni vinto di tutte le epoche, da quella Parigi là alla Siria e ai barconi di oggi.

Tim Willocks, britannico, classe 1957, è psicologo, attivista sociale nella lotta contro le tossicodipendenze, cintura nera di karate, sceneggiatore e scrittore di thriller e romanzi storici. Ha scritto i romanzi thriller Bad City Blues (1991), Il fine ultimo della creazione (Green River Rising, 1995), Re macchiati di sangue (Bloodstained Kings, 1996) e Doglands (2011) e gli storici Religion (The religion) e I dodici bambini di Parigi (The twelve children of Paris). Da alcuni anni risiede in Irlanda.

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

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:: Liberi di Scrivere Award settima edizione – Le candidature

19 dicembre 2016

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A gennaio come da tradizione del blog si terrà la settima edizione del Liberi di Scrivere Award. Non ci sono comitati di qualità, ogni voto vale un voto, ogni lettore voterà una sola volta. Sarete dunque voi a decidere quale libro è stato il migiore del 2016. Quest’anno ci sarà solo una preselezione: ogni lettore del blog potrà segnalare qui nei commenti a questo post i migliori libri, massimo tre,  letti nel 2016 (che siano stati anche pubblicati nel 2016)  per decretare alla fine il vincitore. Come gli scorsi anni segnalate anche libri di piccoli editori, ebook, in formato da edicola, autopubblicati, anche fumetti e graphic novel. Insomma diamo spazio a tutti, anche a coloro che solitamente sono penalizzati nei premi istituzionali. Per le candidature c’è tempo fino al 31 dicembre.

[Consiglio: nelle vostre tre preferenze mettete libri che non ci siano già in elenco, così allarghiamo la rosa dei votabili, poi a gennaio].

I candidati:

“Alice from Wonderland trilogia” di Alessia Coppola, Self Publishing

“Ninfee nere” di Michel Bussi, giugno 2016, EO, trad. Bracci Testasecca A.

“Tempo assassino” di Michel Bussi, novembre 2016, EO, trad. Bracci Testasecca A.

“Il mio angelo ha le ali nere”, Elliott Chaze, ottobre 2016, Mattioli 1885, trad. Manuppelli N.

“Strane lealtà”, William McIlvanney, marzo 2016, Feltrinelli, trad. Colitto A.

“Il comandante dello zucchero”, Raphael Confiant, novembre 2016, Calabuig, trad. Benelli G.

“Appunti di meccanica celeste”, Domenico Dara, ottobre 2016, Nutrimenti

“Medusa”, Luca Bernardi, novembre 2016, Tunuè

“Delia è di nessuno”, Ilaria Melandri, luglio 2016, Laurana Editore

“La bellezza non ti salverà”, Francesca Battistella – Scrittura & Scritture

“Stirpe selvaggia”, Eraldo Baldini – Einaudi

“Le vittorie imperfette”, Emiliano Poddi – Feltrinelli

“La cappella di famiglia e altre storie di Vigata”, Andrea Camilleri, Sellerio

“Viva più che mai” di Andrea Vitali, Garzanti

“Pane per i bastardi di Pizzofalcone”, Maurizio de Giovanni, Einaudi

“Zero K”, Don DeLillo, Einaudi, Trad. Federica Aceto

“Sylvia”, Leonard Michaels, Adelphi, trad. V. Vergiani

“Notturno cileno” di Bolano, Adelphi, trad. I Carmignani

“Le cure domestiche” di Marilynne Robinson (ed. or. 1980 – trad. D. Vezzoli), Einaudi, novembre 2016

“Trilogia di Holt” di Kent Haruf (ed. or. 1999, 2004, 2013 – trad. F. Cremonesi), NN Editore, 2016. NOTA: Crepuscolo ultimo volume pubblicato in Italia – in realtà il secondo cronologicamente – è comunque un libro del 2016, e, anche se i primi due volumi della Trilogia sono usciti nel 2015, l’edizione in cofanetto è del novembre 2016.

“Padania. Vita e morte nel Nord Italia” di Massimiliano Santarossa, Edizioni Biblioteca dell’Immagine (prima edizione settembre 2016 – seconda ristampa Novembre 2016)

“Era la Milano da bere. Morte civile di un manager” – Alessandro Bastasi, Fratelli Frilli

“Questo libro non esiste” – Marilù Oliva, Elliot

“I Medici – Una dinastia al potere” – Matteo Strukul, Newton Compton

“Lettera a Dina” di Grazia Verasani – Giunti

“Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi” – Maurizio de Giovanni – Einaudi

“Il labirinto degli spiriti” di Carloz Ruiz Zafon – Mondadori

“L’albero delle bugie” di Frances Hardinge – Mondadori

“Dove troverete un altro padre come il mio” di Rossana Campo – Ponte alle Grazie

“Le sfumature della luna”, Bilkis Saba – Koi press

“Il muggito di Sarajevo, Lorenzo Mazzoni – Spartaco

“La felicità ti sorride”, Adam Johnson – Marsilio

“Vita privata di una nazione”, Lee Eung-jun, Atmosphere Libri

“Nostalgia”,  Ermanno Rea, Feltrinelli editore

“Valporno”, Natalia Berbelagua, Edicola

“Un tango per Victor”, Lorenzo Mazzoni, Edicola

“Gli anni di Allende”, Carlos Reyes, Edicola

:: Un’ intervista con Bilkis Saba, autrice de “Le sfumature della luna”

19 dicembre 2016

41vmgwdtcwlBuongiorno Bilkis, e grazie della disponibilità. Da qualche settimana è uscito il tuo primo romanzo, Le sfumature della luna (Koi Press), che è balzato prepotentemente in testa alle classifiche di Amazon e sta vendendo molto bene anche nel formato cartaceo. Come ti spieghi questo interesse per una storia, tendenzialmente, marginale?

L’amore e l’amicizia non sono mai marginali e il mio romanzo parla di questi sentimenti. Marginale, semmai, è la collocazione: Dhaka, capitale del Bangladesh, anche se, con quello che è capitato negli ultimi tempi, penso agli attentati integralisti islamici, di Dhaka si è parlato fin troppo, in negativo. Le sfumature della luna è scritto in modo semplice, racconta di ragazzini che, una volta adulti, si scoprono potenziali amanti, si devono confrontare con le gioie e i dolori della quotidianità… insomma, penso abbia tutti gli ingredienti per non essere relegato come letteratura di nicchia.

Sei bengalese ma scrivi in italiano, perché questa scelta?

Sono nata a Dhaka, ma la mia famiglia si è trasferita a Milano quando avevo tre anni. Sono cresciuta e ho studiato in Italia. Mi sembrava logico cimentarmi nella scrittura usando la lingua che conosco meglio. Anche oggi, che vivo a Londra, a stretto contatto con la comunità bengalese, dato che vivo a due passi da Brick Lane, mi viene più facile pensare e ragionare in italiano.

Come è nata la storia di Le sfumature della luna?

Leggendo diversi articoli sulla condizione femminile in Bangladesh, il romanzo di Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, e guardando e riguardando il film The Millionaire di Danny Boyle. Volevo raccontare una storia di amicizia che si trasformasse in qualcosa d’altro e che avesse una connotazione diversa dal solito. Mi piaceva rendere epico il tentativo di un bambino (poi uomo) di salvare il proprio sentimento per una bambina (poi donna) nonostante tutto e tutti. Credo che ci sia un messaggio positivo e di speranza che passa per i più umili.

Parli, nel romanzo, della prostituzione in Bangladesh. Quanto c’è di vero?

Tutto. Il Bangladesh è l’unico paese musulmano dove la prostituzione è legale. Esistono delle vere e proprie città-bordello dove le prostitute entrano giovanissime, spesso vendute dalla famiglia, e percorrono tutte le tappe della loro vita all’interno di questi vasti agglomerati. Le stesse pastiglie che la protagonista del mio romanzo assume, steroidi da somministrare ai bovini, in Bangladesh vengono date alle prostitute molto giovani per farle gonfiare e dar loro forme più sensuali, con tutte le controindicazioni del caso. È una situazione paradossale e molto complessa che io stessa ho studiato e su cui mi sono documentata dal vivo in diversi miei viaggi a Dhaka e in altre città del Bangladesh.

C’è una denuncia verso la condizione femminile, quindi?

Ho la fortuna di non provenire da una famiglia tradizionalista e, personalmente, non ho mai vissuto le umiliazioni che molte mie concittadine (bengalesi e italiane) subiscono quotidianamente. Mi piace mettermi i tacchi alti, mi piace apparire, essere disinibita e detesto l’idea di avere una storia già consolidata con un uomo che non amo perché la mia famiglia lo ha scelto per me. Non sono una ragazza da storie fisse, ma credo nell’amore, nel sentimento dell’amore. Amore e amicizia sono i cardini su cui dovrebbe essere sostenuto il mondo. Voglio dire questo, e nel dirlo, sì, c’è una denuncia nei confronti dei maschi e della loro tracotante arroganza.

Come hai trovato un editore che credesse nel tuo testo?

Mi sono imbattuta nel progetto ThinkABook, un onesto e serio service editoriale. Gli ho proposto il romanzo. Tra i partner di questo progetto c’è Koi Press. Massimo Di Gruso, l’editore, mi ha detto che la storia poteva funzionare, ma che c’era da lavorare sulla scaletta e sui nodi narrativi. Sono stata affiancata in modo costante per cercare di dare una forma definitiva e concreta al testo. Prima c’era molta carne al fuoco, troppa. È stato fatto un lavoro davvero eccezionale. Sono molto contenta.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Pier Paolo Pasolini, Monica Ali, Elif Shafak, Elena Ferrante e Shazia Omar, bravissima scrittrice bengalese che in Italia è pressoché ignorata. Ha scritto un romanzo molto bello, Come un diamante nel cielo, che come nel mio libro racconta la Dhaka contemporanea.

Progetti futuri? So che non ti piace fare presentazioni.

Niente presentazioni per me. Mi annoiano e non credo di dare una buona impressione. Sono troppo aggressiva. Preferisco che le persone mi leggano, se ne hanno voglia. Vivo a Londra, dove sto conseguendo un master in comunicazione editoriale e nel tempo libero sto lavorando a un secondo romanzo. Questa volta ambientato negli Stati Uniti. Sarà sempre una storia d’amore. A me piace così.

:: Leonid, Frédéric Brrémaud e Stefano Turconi (Star Comics, 2016) a cura di Elena Romanello

19 dicembre 2016
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La Star Comics presenta una graphic novel che non mancherà di piacere agli amanti dei gatti, frutto di una collaborazione franco italiana tra Frederic Brrémaud e Stefano Turconi.
Nelle colorate pagine vive l’epopea di Leonid, gatto che abita in un sobborgo residenziale in mezzo al verde, dove è libero di entrare e uscire dalla sua casa e di conoscere altri gatti, sia selvatici che domestici. Il tutto sembra perfetto, tra amicizie che nascono, scorribande, pappe e coccole, finché nella fattoria in fondo alla strada alcuni agnellini vengono massacrati da qualche belva sconosciuta. Il fattore decide di liberare i suoi feroci cani da guardia, per dare la caccia all’assassino, senza tenere conto che questi animali non fanno nessuna differenza tra i gatti e sono un pericolo per tutti.
Leonid e i suoi amici a quattro zampe, felini ma non solo, iniziano a far luce su quello che è successo, scoprendo un’inquietante verità ma anche un passato tragico che torna, di qualcuno che una volta era proprio come loro, un animale coccolato e amato.
Il filone di storie con animali protagonisti, tra l’avventuroso, il fantastico e la denuncia sociale, trova in Leonid un nuovo capitolo interessante, per una storia che comprende al suo interno sia libri che graphic novel, con nomi illustri come Il vento tra i salici, La collina dei conigli e la serie Warrior Cats. Qui gli animali non sono umanizzati come avevano fatto a suo tempo due artisti come Beatrix Potter e Walt Disney, sono animali a tutti gli effetti, con le loro caratteristiche, ma nello stesso tempo sono metaforici della vita umana e dei suoi problemi e questioni.
I temi di fondo sono due: la storia di formazione e la denuncia del dramma dell’abbandono degli animali domestici. Leonid compie un processo di cambiamento, da gatto appena adulto a essere consapevole di se stesso e delle sue azioni, scoprendo realtà nascoste, che possono aver toccato i suoi simili, abbandonati, dimenticati, buttati per strada verso un destino non certo felice.
Leonid è una bella storia per i più giovani, con disegni in tinta pastello che incantano senza rinunciare al raccontare anche situazioni reali anche se restituite in toni romanzeschi, con un incontro tra mondi e modi di vita diversi sempre ricco di interesse. Ma alla fine può piacere e appassionare a tutte le età, in particolare se si amano i gatti, personaggi versatili in tanto immaginario anche fantastico e fumettistico.

Frederic Brrémaud, classe 1973, è uno sceneggiatore francese. Estremamente prolifico e versatile, ha firmato serie di successo quali, per esempio, Love (con Federico Bertolucci), Drakka (con Lorenzo De Felici) e Chats! (con Paola Antista).

Stefano Turconi, classe 1974 è un disegnatore diplomato all’Accademia di Brera e alla Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, in forza poi all’Accademia Disney come allievo di Alessandro Barbucci. Ha collaborato a varie testate come Topolino, PK e W.I.T.C.H., e dal 2001 comincia a collaborare con il gruppo di autori Settemondi Studio. Continua poi la sua collaborazione in casa Disney nsieme alla sceneggiatrice Teresa Radice con cui realizza la graphic novel Il Porto Proibito, uscito per Bao nel 2015 vincitore del premio Gran Guinigi a Lucca Comics 2015 e del Premio Micheluzzi al Napoli Comicon 2016.

Provenienza: acquisto del recensore.

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:: Blogtour – Il rituale del male, Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2016), ultima tappa

17 dicembre 2016

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Chiudiamo oggi questo lunghissimo blogtour dedicato a Il rituale del male (Lontano, 2015) di Jean-Christophe Grangé, che ci ha tenuto compagnia per un po’ più di quindici giorni, questa è la diciassettesima e ultima tappa. Ringraziamo i lettori che ci hanno seguito, Grangé che ha scritto il libro, (stanno traducendo proprio in questi giorni il seguito, Congo Requiem), Garzanti per averci supportato, nelle persone di Bianca e Giulia, e in ultimo ma non meno importanti i traduttori che hanno accettato di partecipare. Spero vi sia piaciuto, noi ci abbiamo messo tutto l’impegno e ci siamo anche divertiti. Nella tappa di oggi lo scrittore Stefano Di Marino ci parlerà del libro, con il suo stile inconfondibile. Buona lettura.

֎ La trama ֎

L’aria è malvagia sull’isola di Sirling, al largo della costa bretone. Un’aria salmastra, appiccicosa, in cui l’odore del mare si mescola alle immagini di un macabro rituale, al ricordo di un uomo, uno spietato serial killer dalla firma inconfondibile. L’Uomo Chiodo, però, ha smesso di colpire da più di quarant’anni. Nel 1971. A Lontano, nel cuore del Congo.
Ma i segni di quei terribili omicidi emergono ora dal limbo del tempo in una base militare di fulgida tradizione. Il corpo di un giovane cadetto, dilaniato da un’esplosione, viene ritrovato all’interno di un bunker. I rilievi del medico legale non lasciano dubbi: il corpo è stato trafitto da centinaia di chiodi arrugginiti, gli organi asportati, gli arti orrendamente mutilati. A occuparsi del caso, stranamente, non è la polizia militare, ma la prestigiosa squadra Omicidi di Parigi, guidata dal comandante Erwan Morvan. Erwan è figlio di quel Grégoire Morvan che, proprio a Lontano, aveva messo fine alla scia di sangue dell’Uomo Chiodo, quello che sulle risorse minerarie del Congo ha costruito la propria fortuna e che ora, da una posizione defilata, comanda le leve della polizia francese. E mentre le vittime si moltiplicano e gli indizi si fanno via via più evanescenti, il fantasma dell’Uomo Chiodo torna a braccare i Morvan e a scuotere dalle fondamenta il buon nome di una famiglia in apparenza inattaccabile. Ben presto l’indagine costringe Erwan sulle tracce delle più oscure gesta di suo padre in Africa, trasformandosi in una sfida che oltrepassa le leggi dello spazio e del tempo, in cui nessuno è senza colpa e nessuno conosce la verità. Una corsa sfrenata per salvare chi ama, che condurrà Erwan lontano dalla Francia, nel cuore del Congo oscuro e sanguinoso che ha tenuto a battesimo la sua stessa esistenza.

֎ L’autore ֎

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

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֎ Stefano Di Marino legge Il rituale del male ֎

Dopo il non riuscitissimo Il respiro della cenere (Kaiken), e un film di successo mai arrivato in Italia (La Marque des Anges preso da Miserere, con Depardieu) Jean-Christophe Grangè ci regala un altro romanzo di ampio respiro (più di 700 pagine) recuperando in maniera originale alcune delle sue tematiche più forti.
Lasciando i tentativi di esplorare troppo approfonditamente la psicologia femminile, come succedeva in L’istinto del sangue (La Foret des Manes),  si concentra con Il rituale del male (Lontano) su forti psicologie maschili all’interno di una famiglia. Fondamentalmente quelle di Gregoire ed Erwan Morvan, padre e figlio, entrambi poliziotti. Specchi di generazioni e ideologie differenti. Il vecchio ha la grinta di un Gabin e un passato di gauchista diventato uomo forte del potere nelle colonie e, a modo suo, ‘padrino’ di una famiglia disastrata. Incombono ricordi di sevizie familiari (sulla moglie Maggie) e un’inchiesta di quaranta anni prima che ha condotto a uno spettacolare arresto di un serial killer bianco nella comunità degli espatriati della remota città di Lontano, in una zona impervia del Congo. Malgrado una vita di avventure, soprusi, operazioni da ‘barbouze’[1], quell’indagine portata felicemente (si fa per dire…) a termine resta un evento epocale.
Forse la chiave di volta dell’intera vicenda umana di Gregoire, dei suoi difficili rapporti con i figli. Se Erwan è quello che più gli assomiglia, pur nell’antitetica visione della legge e della famiglia, altri risultano interessanti. Il bel Loic, bisessuale, drogato, disgraziato e genio della finanza. Un disperato angelo maledetto, almeno quanto la più giovane Gaelle che s’illude di poter sfondare nel mondo dello spettacolo e invece fa la prostituta di lusso nei circoli altolocati di Parigi. E poi c’è Sofia, figlia di un finanziere italiano, ex moglie di Loic e amore segreto di Erwan.
In questo complesso quadro familiare arriva come una meteora un’indagine su un incidente a una scuola militare in Normandia, luogo d’origine della famiglia Morvan. Subito s’intuisce qualcosa di malsano e anche il sospetto di un episodio di ‘nonnismo’ degenerato in tragedia impallidisce di fronte di fronte alla brutalità di un omicidio che ha qualcosa di rituale.
Di più, le circostanze rimandano direttamente ai delitti di quel serial killer, l’Homme-clou, l’uomo dei chiodi che seviziava e riduceva le sue vittime a feticci della magia nera Yombè. Si apre, come di consueto, un sipario su un universo lontano e tropicale, in cui la follia e la crudeltà si confondono con il mondo degli spiriti e della superstizione. In breve emerge un arazzo di depravazioni, di vizi e di follia mescolati con manovre economiche e brutalità criminali.
La famiglia Morvan è sotto attacco e, pur senza appianare le loro divergenze, padre e figli devono ricompattarsi e affrontare nemici senza volto.
Abilissimo come sempre a tessere un ordito complesso tra sentimenti, ricordi, verità nascoste, Grangè fonde azione e suggestioni di avventura esotica con il mistero, l’indagine poliziesca e l’interazione dei personaggi. Più volte siamo sul punto di svelare il mistero, ma sempre qualcosa sfugge, un dettaglio non torna. Così si arriva all’ultima pagina con una rivelazione che il lettore attento ha forse presagito, ma che non viene del tutto chiarito. Potrebbe esserci un seguito oppure no. Di fondo, al thriller più angoscioso si avvicina un ritratto familiare che, partendo da un canovaccio machbethiano, arriva a impensate conclusioni.
Come nel caso di tutte le opere di Grangé Lontano è un romanzo che è qualcosa di più di un thriller. Diciamolo, per quanto io sia un sostenitore dei giallisti italiani (e ci mancherebbe) qui ci sono anni luce di distanza. Purtroppo mi pare che sia per quanto riguardi il cinema che la produzione letteraria ci sia un pregiudizio condiviso da editori, spettatori e lettori verso la produzione francese. Forse ci siamo fatti un po’ trarre in inganno da Lelouche, da Romer e da una certa produzione che ha indotto alcuni a immaginare la Francia come fornace di storie romantiche e non a tutti gradite.
Guardiamoci un po’ intorno. Da Oltralpe arrivano prodotti filmati e scritti di grande qualità, originali, non è che si limitano a imitare Maigret per tutta la vita. Grangè (come il suo imitatore Thillez, ma anche Lemaitre) è un autore di classe, molto originale. Val la pena di conoscerlo.

[1] Barbouze è un termine gergale dispregiativo usato per i membri dei vari corpi dell’ OAS (lOrganisation de l’armée secrète), la cui lotta veniva condotta in modi che nè la polizia e nè l’esercto potevano usare ufficialmente. Così agivano in maniera semi-clandestina (“barba finta”). Successivamente, questo termine è stato usato per descrivere gli agenti SDECEE (Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage) e gli agenti segreti tutti senza distinzione, ma sempre con una connotazione peggiorativa o burlesca.

֎ Il link a tutte le tappe ֎

:: Amy Snow, Tracy Rees (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

16 dicembre 2016
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Hertfordshire, profonda provincia inglese, anno di grazia 1848: l’inverno è giunto con tutta la sua carica di freddo e gelo, mentre Amy Snow, diciassette anni appena, si allontana dalla casa signorile di Hatville Court, non più desiderata nel luogo dove ha vissuto tutta la sua vita, in cerca di una nuova strada per la sua giovane vita.
Dopo la perdita dell’unica persona che lei abbia mai amato non sembra esserci del resto altra scelta: Aurelia Vennaway, la figlia unica di Lord Charles e Lady Celestina Vennaway, donna in anticipo sui suoi tempi, colta e arguta, se ne è andata a soli venticinque anni per una fatale malattia cardiaca che l’ha minata sin dall’adolescenza. Era stata Aurelia, allora bambina intraprendente e ribelle, a trovare Amy durante un’altra giornata gelida, neonata e nuda sulla neve, e a insistere perché la piccola venisse a vivere nella sua famiglia, come sguattera prima ma poi come sua cameriera e confidente. Una cosa che ai suoi genitori, provati dalla mancanza di un erede maschio, non era mai piaciuta, così come avevano digerito male le ribellioni di Aurelia ad una vita convenzionale, comunque impedita dalla sua malattia, come l’anno che aveva passato lontana da casa qualche tempo prima di andare incontro ad una rapida fine.
Amy ha ricevuto da Aurelia un piccolo lascito, ma soprattutto la prima di una serie di lettere che la accompagneranno in giro per l’Inghilterra, tra Londra e York, alla ricerca dei molti segreti dell’amica e forse di una traccia sul suo passato. Un viaggio che la aiuterà a capire meglio se stessa ma anche Aurelia, e forse a dare una nuova svolta alla sua vita.
L’Inghilterra vittoriana continua a suscitare un grande fascino in lettori e autori: Amy Snow, romanzo d’esordio di Tracy Rees, si rifà ai classici di Charles Dickens, Charlotte Bronte e Elizabeth Gaskell costruendo un intreccio di ricerca e di agnizione senza snaturare epoca e personaggi, ma nello stesso tempo creando due personaggi femminili interessanti, Amy da una parte e Aurelia dall’altra, assente e presente nei ricordi di chi l’ha conosciuta, amiche per la pelle in un mondo in cui le differenze di classe erano alla base dell’ordine sociale.
Un libro interessante per chi ama il mondo inglese dell’Ottocento, una ricerca di se stesse e del proprio posto nel mondo, condotta omaggiando la narrativa dell’epoca ma nello stesso tempo attuale e intrigante.

Tracy Rees è originaria del Galles. Si è laureata a Cambridge ed è autrice di diversi saggi. Amy Snow è il suo romanzo d’esordio, con cui ha partecipato al premio indetto dal Richard & Judy Bookclub e che è diventato un caso editoriale, segnalato anche dalla prestigiosa Historical Novel Society.

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:: La ragazza perfetta, Gilly Macmillan, (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

15 dicembre 2016
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Fin dall’infanzia, Zoe Maisey ha rivelato un grande talento per la musica, incoraggiata dalla madre che ha visto in lei un riscatto per una vita non felice, insieme ad un suo secondo matrimonio con un uomo ricco e alla nascita di una nuova bambina. Ma una notte causa un incidente d’auto in cui perdono la vita tre suoi coetanei e deve scontare una pena detentiva.
Il discorso sembra chiuso e Zoe Maisey è pronta ad affrontare un nuovo concerto con il fratellastro Lucas, a cui è legata e che oltre alla musica ha anche velleità di sceneggiatore cinematografico. Ma qualcuno scopre la sua esibizione e non manca di rovinarle la festa e quella stessa notte sua madre muore in condizioni misteriose.
Il tema del disagio adolescenziale non è nuovo, ma l’autrice lo tratta in maniera non banale, parlando anche di un tabù come un periodo in carcere per un incidente non voluto ma accaduto (nei Paesi anglosassoni se si guida in stato di ebrezza e si provoca un incidente mortale si va in galera, anche se si è giovani), ma anche di bullismo, droga e violenze familiari, oltre che di dipendenza affettiva.
Il romanzo procede su più piani, tra il racconto delle verità dei vari personaggi fino alla rivelazione finale: il personaggio di Zoe è interessante e ben tratteggiato, una ragazza caduta all’inferno ma capace di risollevarsi e di voler essere diversa da una madre che si rivelerà l’anello debole della catena. Risulta però essere più interessante Lucas, membro di quella nuova famiglia in cui Zoe si è trovata inserita, e dove dovrebbe trovare la sua nuova strada. Lucas condivide interessi e passioni artistiche con la sorellastra, ma nelle storie che scrive, come quella della morte di sua madre Julia per un male incurabile, forse sa dire la verità su una situazione d’inferno nascosta dietro ad una casa elegante.
La ragazza perfetta racconta quindi tante storie con tante voci, in una ricerca della verità e della giustizia, parlando anche di seconde possibilità e anche di ruolo della donna nella società, tra aspettative eccessive di madri che non sono riuscite a realizzarsi come volevano e dipendenza amorosa che come insegna la cronaca nera per troppe donne risulta essere fatale.
La vita è comunque fatta di chiaroscuri e tante verità, in cerca di una soluzione per la vita di una ragazza che doveva essere perfetta e che invece è solo umana, vittima di situazioni ma forse capace anche di cambiare e andare avanti.

Gilly Macmillan è cresciuta nel nord della California, poi è venuta in Gran Bretagna, dove ha studiato Storia dell’arte alla Bristol University e al Courtauld Institute of Art di Londra. Ha lavorato al Burlington Magazine e alla Hayward Gallery, poi ha deciso di dedicarsi alla scrittura. Vive a Bristol con il marito e i tre figli e ha debuttato con un altro thriller di successo, 9 giorni.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Newton Compton.

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:: La notte dimenticata dagli angeli, Natsuo Kirino, (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

14 dicembre 2016
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L’investigatrice privata Murano Miro viene contattata dall’editrice e giornalista femminista Watanabe Fusae, per un incarico che a prima vista potrebbe sembrare poco più che semplice routine: trovare Isshiki Rina, una ragazza giunta a Tokyo qualche tempo prima, finita nel giro dei porno amatoriali e degli snuff movies, sparita e forse morta suicida.
Miro inizia a indagare, più che altro perché al momento non ha molto altro da fare, aiutata anche dal suo nuovo vicino Akihiko Tomobe, un quarantenne che gestisce un bar per gay nel quartiere di Shinjuku. Presto il suo lavoro prenderà una piega pericolosa, Miro inizierà a essere vittima di telefonate e gesti intimidatori, mentre man mano scoprirà il mondo degli appassionati di film porno a basso costo e delle case di produzione che li realizzano, dove spesso le ragazze rimangono vittime di veri e propri stupri, come avviene in uno dei film interpretati da Rina, la giovane scomparsa, mentre in un altro sembra che commetta un suicidio in diretta.
Miro indaga nelle vie di Kabukichō, il quartiere a luci rosse di Tokyo, quasi tutto in mano alla yakuza, suscitando i fastidi tra l’altro della Create Pictures, la casa produttrice dei film in questione, dove spicca il regista Yashiro Sen, personaggio decisamente ambiguo ma purtroppo non privo di fascino. Ma forse la vera strada per capire cosa è successo a Rina, che usa da anni un nome falso invece che quello vero, Yukie, non è all’interno di quel mondo spietato, violento e scabroso, ma in altri luoghi, dove la ragazza è vissuta da bambina, e nel mistero legato alla sua nascita e alla madre assente e emigrata poi negli States senza lasciare recapiti. Quando Watanabe Fusae muore all’apparenza suicida da un grattacielo Murano Miro capisce che la situazione si sta complicando sempre di più, e che la verità può essere vicina ma anche molto pericolosa, oltre a coinvolgere persone insospettabili.
Natsuno Kirino racconta di nuovo una storia di donne giapponesi di oggi, tra tradizioni, modernità, trasgressione, regole, discese agli inferi, mettendo in scena le molte contraddizioni di una società interessante ma molto contraddittoria soprattutto per quello che riguarda l’altra metà del cielo. Una storia di donne, ma anche un viaggio nell’animo umano e una ricerca della verità dietro ai comportamenti autolesionisti di una giovane, comune a molte sue coetanee e coetanei in particolare nel Paese del Sol levante, oltre che un thriller disseminato di piste e agnizioni.
Murano Miro si dimostra una nuova figura di investigatrice alla ricerca della verità, mostrando come le tematiche alla base del thriller di qualità, la voglia di giustizia, l’esame sociale, la critica di un mondo, siano valide sotto qualsiasi latitudine, come in questa Tokyo cupa e piovosa.

Natsuo Kirino è nata nel 1951 a Kanazawa, un’antica città del Giappone centrale. Nel 1993 si è aggiudicata il premio Edogawa Ranpo con il romanzo Pioggia sul viso. Con Le quattro casalinghe di Tokyo ha raggiunto una notorietà internazionale e ha vinto il prestigioso premio dell’Associazione giapponese degli autori di romanzi polizieschi. Le sue altre opere sono Real world, Grotesque, Morbide guance. Il suo sito ufficiale è http://www.kirino-natsuo.com/

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

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:: L’incanto del tempo, Niccolò Gennari (Nulla Die, 2016) a cura di Micol Borzatta

14 dicembre 2016
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Siamo alla vigilia del ritorno della Lunga Notte. L’incanto che sta rinchiudendo il temibile Incantatore è agli sgoccioli e i quattro vecchi maghi elementali, guardiani delle quattro bacchette più potenti derivanti dal grande Albero della Luce, decidono che non rinnoveranno gli incanti e scelgono quattro maghi che dovranno andare a recuperare le quattro bacchette dal loro nascondiglio.
Per la bacchetta del vento viene scelta Xinti, che in una delle sue vite precedenti aveva già avuto dei legami con questa bacchetta.
Vite precedenti perché i maghi sono immortali, ma ogni tot anni, a loro scelta, cambiano involucro mettendo al mondo dei figli e passando al primogenito la reminescenza che man mano cresce e gli permette di rievocare tutti i ricordi delle vite passate.
Per la missione Xinti viene accompagnata da un orco, un folletto e tre umani, di cui uno è Joona, un teatrante da strada che Xinti incontrò mentre si recava a Monte Corvo, dove era stata chiamata dai grandi maghi e tra cui si era instaurato un legame.
L’inizio della missione è molto travagliato, sembra quasi dover fallire, ma la tenacia di Xinti e Joona permettono al gruppo di andare sempre avanti.
Primo romanzo di una saga sa come far innamorare il lettore per poi lasciarlo a bocca aperta con un cliffhanger finale che toglie il fiato e lascia tutti in sospeso.
La struttura del romanzo è molto ben fatta che sa unire i classici del fantasy senza cadere nei cliché. Infatti durante la lettura il lettore può trovare alcuni passaggi che possono ricordargli Il signore degli anelli, oppure Harry Potter e qualcosa anche di Deltora e della saga di Shannara, però sono solo vaghi ricordi perché effettivamente non ci sono citazioni dirette e copiature. Il tutto è narrato in maniera del tutto innovativa e travolgente.
Le descrizioni sono fatte minuziosamente, tant’è che il lettore si ritrova davvero a viaggiare per le lande gelate in direzione di Monte Corvo, oppure dentro a Bosco Rosso, a combattere con il serpente dell’incanto dell’acqua, creando in questo modo un legame empatico tra lettore e protagonisti fortissimo, che sarà poi il motivo per cui alla fine del romanzo il lettore si ritroverà sperduto, come se qualcuno gli avesse strappato qualcosa dal petto, lasciandolo in fibrillazione e in ansia ad attendere il seguito per poter ritrovare tutti i personaggi, oramai diventati degli amici, e scoprire il proseguo delle loro avventure.
Un romanzo avvincente, struggente, conturbante che non può passare inosservato.

Niccolò Gennari nasce a Pesaro nel 1978.
Dopo essersi laureato in Astronomia a Bologna frequenta un Master in Matematica applicata e uno in Astronautica e scienze da satellite.
Finiti gli studi si trasferisce a Bibione e fonda l’azienda fantasy con vari punti vendita La fata & il Drago.

Source: inviato al recensore dall’autore.

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:: Blogtour – L’ assassino, La vendetta, di Robin Hobb (Sperling & Kupfer, 2016) – ultima tappa

14 dicembre 2016

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Eccoci arrivati alla quinta e ultima tappa del Blogtour dedicato al romanzo di Robin Hobb, L’assassino, la vendetta, edito in Italia da sperling & Kupfer. Dopo le tappe dedicate a gli Estratti, gli Eroi, le Cover, e la Recensione, noi ci occuperemo dei luoghi e dell’ambientazione. Lascio dunque la parola a Davide Mana.

֎ I luoghi ֎

ghUno degli elementi narrativi che hanno reso Robin Hobb giustamente famosa è certamente l’abilità mostrata dall’autrice nel costruire mondi immaginari coerenti e funzionanti.
Se è indubbio che le trame e le vicende dei protagonisti della serie dei Liveship Traders hanno coinvolto milioni di lettori, è anche vero che ciò che ha catturato prima di tutto i fan dell’autrice è la profondità  del mondo incui si svolge l’azione.
L’aggettivo “immersivo” è stato spesso utlizzato per descrivere lo stile di scrittura della Hobb, e non a caso.
Il termine worldbuilding è spesso abusato, e viene talvolta utilizzato solo nel suo significato più strettamente letterale: la costruzione del mondo, con la sua mappa, la sua geografia e la sua toponomastica ben definite.
Il worldbuilding comporta in realtà  la costruzione di un mondo coerente, spesso implicito, nel quale non necessariamente l’autore ci descrive un luogo, ma ne suggerisce l’esistenza attraverso le azioni e i dialoghi, le decisioni e le convinzioni dei personaggi. Lo scopo ultimo del worldbuilding non è fornire una mappa al lettore, ma fornire un tessuto coerente che renda plausibili e motivate le vicende dei protagonisti.
In questo senso, Robin Hobb è abilissima nell'”ingannare” il lettore, mostrandogli sempre il mondo nel quale si svolge l’azione attraverso gli occhi dei suoi personaggi.
Il mondo degli Elderlings, che l’autrice ha esplorato attraverso cinque serie di romanzi (Farseer – Liveship Traders – Tawny Man – Rain Wild – Fitz and the Fool) oltre ad una serie di storie e romanzi a se stanti, prende quindi vita in maniera soggettiva e impressionista. Questa tecnica risulta particolarmente efficace ed economica da un punto di vista narrativo, coinvolge il lettore e gli offre un mondo vivo, mutevole e variegato. E naturalmente, un mondo ampio, vista la quantità  di volumi che ne hanno esplorato diverse aree, diversi periodi.
Alla base di tutto, per stessa ammissione dell’autrice, c’è una ricerca di un realismo e di una coerenza che, ad un osservatore ingenuo, potrebberoparere fuori luogo in una storia d’immaginazione. E tuttavia, è proprio nella ricerca di plausibilità  e di credibilità  che si fondano il successo e la credibilità  dei mondi di Robin Hobb.
Come l’autrice stessa ha osservato in una intervista nel 2012:

Il mondo funziona? Questo è il mio criterio. Se sto leggendo e c’è un mondo senza un’economia visibile, senza governo, religione o cultura, tendo semplicemente a metterlo da parte. Anche le ovvie contraddizioni tendono a frustrarmi (Un povero contadino in un piccolo villaggio di montagna, nel cuore della foresta, esce per mietere il suo campo di grano. Cosa? Dove?) Allo stesso modo, l’ignoranza scrittoria di certi semplici “fatti della vita”. Imparare a maneggiare una spada in due giorni è come imparare la trigonometria in mezz’ora.

Il segreto, quindi, consiste nel costruire mondi che “funzionano”, popolati di personaggi che sono parte integrante di questi mondi e che ce ne offrono una visione soggettiva e non invasiva, coinvolgendo il lettore con le loro azioni e le loro scelte, non con lunghi paragrafi espositivi.
Il genere di tecnica che pochi hanno sviluppato, ma che nellemani di Robin Hobb funziona tanto bene da sembrare semplice.

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֎ La trama ֎

C’è stato un tempo in cui FitzChevalier e il Matto erano in grado di cambiare il mondo con le loro imprese e garantire la stabilità del Regno dei Lungavista. Quel tempo è finito da un pezzo. Da quando i due amici inseparabili hanno preso strade opposte e Fitz, lasciatosi alle spalle un passato da assassino, si è trasformato in un gentiluomo di campagna, un marito devoto e un padre amorevole. Un uomo che aveva giurato di non uccidere mai più. Finché, dopo anni di silenzio, il Matto ricompare nel Regno dei Sei Ducati. Ferito, sfigurato, irriconoscibile. È riuscito a sfuggire ai suoi aguzzini e ad affrontare un viaggio pieno di difficoltà e pericoli pur di raggiungere il suo amico di sempre e chiedergli un’unica cosa: vendetta. Tornare a uccidere per lui. Distratto dalle condizioni precarie del Matto, che richiedono le sue cure, e coinvolto suo malgrado negli intrighi di corte, Fitz abbassa la guardia. Ed è così, in un solo, orribile istante, che il suo piccolo mondo di pace è sconvolto per sempre: sua figlia, la sua amatissima bambina, viene rapita da predoni misteriosi che vogliono usarla come un’arma in loro pugno. Ma anche FitzChevalier ha qualche arma segreta da sfoderare. Un’antica magia scorre ancora nelle sue vene. E per quanto la sua destrezza di assassino possa essersi appannata negli anni, ci sono abilità che, una volta imparate, non si dimenticano tanto facilmente. Ora, amici e nemici stanno per scoprire che non c’è niente di più pericoloso di un uomo che non ha più nulla da perdere.

֎ L’autrice ֎

Robin Hobb (pseudonimo di Margaret Astrid Lindholm Ogden) è nata in California nel 1952 ma è cresciuta in Alaska, dove ha imparato ad allevare un cucciolo di lupo, scuoiare un alce e sopravvivere nelle terre estreme: abilità che le sono tornate molto utili quando ha sposato un uomo che dedicava metà dell’anno alla pesca al salmone. Mentre cresceva quattro figli, mandava avanti una piccola fattoria e distribuiva la posta nella sua remota comunità, Hobb ha iniziato a scrivere racconti e romanzi che hanno fatto di lei un’autrice tradotta in tutto il mondo. Ora vive a Tacoma, nello Stato di Washington.
Insieme a George R.R. Martin, è una delle firme più amate del fantasy contemporaneo e ha vinto i premi più importanti riservati a questo genere: l’Hugo Award, il Locus Award, il Nebula Award, il British Fantasy Society Best Novel Award e il Dutch Elf Fantasy Award. I suoi romanzi, bestseller da milioni di copie, compaiono regolarmente nelle classifiche dei libri più venduti negli USA, in Gran Bretagna, Francia e Germania.
www.robinhobb.com

֎ Le tappe ֎

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֎ Il giveaway  ֎

Per tutti i partecipanti la Sperlig & Kupfer mette in palio ben due libri cartacei della Hobb, una copia della nuova versione de Il ritorno e del nuovo La vendetta, vi saranno quindi ben due vincitori. Per partecipare è facile:

– Commentare almeno un post nel preblogtour, uno nell’intervista e uno nel blogtour.
– Seguire ogni tappa del Blog tour.
Opzionale (da un punto in più!)
– Condividi le varie tappe sui social!

:: Jamaica Inn, Daphne du Maurier (BEAT, 2016) a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2016
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Era una giornata fredda e grigia sul finire di novembre. Il tempo era cambiato durante la notte e un vento mutevole aveva portato con sé un cielo plumbeo e una sottile acquerugiola. Benché fossero appena trascorse le due e mezzo, il pallore di una serata invernale sembrava essere già sceso sulle colline, ammantandole di foschia. Sarebbe stato buio prima delle quattro.

Sebbene universalmente conosciuta per Rebecca, la prima moglie, Mia cugina Rachele, La casa sull’Estuario, (fu autrice in realtà di più di una trentina di libri nella sua lunga e fortunata carriera), Daphne du Maurier scrisse anche, nel suo periodo giovanile, un romanzo forse minore, ma di sicuro interesse, intitolato La taverna della Giamaica, che la Beat ripubblica con il titolo originale Jamaica Inn, nella nuova traduzione di Marina Vaggi. E’ un libro del 1936, Daphne aveva quasi 30 anni, e si rifaceva significativamente al romanzo gotico inglese fatto di brughiere, mari in tempesta, nebbie e, sua variante, contrabbandieri. Ebbi modo di leggerlo da ragazzina, nell’edizione del 1963 di Mondadori, tradotta molto poeticamente da Alessandra Scalero, e me ne innamorai. Per cui ho colto l’occasione di poterlo rileggere in questa nuova edizione, sicuramente più moderna e aggiornata, e devo dire, passano gli anni, ma il libro è così bello che non perde il suo smalto. La storia è ambientata nella Cornovaglia ventosa e umida di inizio Ottocento, e narra le vicissitudini di Mary Yellan, giovane orfana che dopo la morte della madre si trova a dover cercare rifugio dalla zia Patience, che vive in un remoto angolo della Cornovaglia tra picchi e scogliere. Un luogo freddo e inospitale, un amore tormentato, un pericolo incombente, insomma c’è tutto per attirare il lettore nelle strette maglie di un libro in cui la suspense e l’inaspettato la fanno da padrone. Non a caso piacque a Hitchcock, il maestro del brivido, che ne fece una trasposizione nel 39 (forse infelice) ma che rafforzò il suo amore e il senso di affinità per questa scrittrice di cui portò sullo schermo Rebecca, la prima moglie e successivamente, molti anni dopo, gli Uccelli, usando come canovaccio un suo racconto. Forse a un pubblico smaliziato dei giorni nostri molte soluzioni possono apparire prevedibili e scontate, ma la bellezza di questo libro credo risieda nell’ atmosfera che sa creare, e nella costruzione di un bellissimo personaggio femminile come quello di Mary Yellan, giovane donna affatto sottomessa o debole, o indifesa. Un personaggio protofemminista se vogliamo, che cresce durante la storia, e perde un po’ di durezza, acquistando una più morbida femminilità e una maggiore comprensione umana su cosa sia il bene o il male. Un personaggio che regge sullo stesso piano il confronto con l’ambiguo e violento zio Joss Merlyn, e il giovane Jem, di cui si innamora. Romanzo di formazione, d’amore, d’avventura e di suspense, tutto ambientato in uno scenario selvaggio e maestoso, lugubre e denso di fascino. Io quasi sempre di un autore amo le opere minori, quelle sconosciute, o poco apprezzate, capaci di racchiudere piccoli tesori, magari con anni di distanza. Per cui non mi risulta difficile dare a questo libro la giusta collocazione che si merita, tra i libri che maggiormente hanno inciso nella mia crescita di lettore e essere umano. Sempre ci sarà un posto per questo libro, il cui fascino permane inalterato dopo tanti anni dalla prima lettura. Forse i miei 15 anni non ritorneranno più, ma questo romanzo me li ricorda molto vividamente.

Daphne du Maurier (Londra, 1907 – Par, 1989) è stata una scrittrice britannica di origini francesi. Sposata dal 1932 con il maggiore, e poi segretario di Stato, Sir Frederick Arthur Montagne Browning, ha vissuto tra Londra, la Cornovaglia e Alessandria d’Egitto, dove ha scritto Rebecca, la prima moglie, la sua opera più conosciuta, portata sul grande schermo da Alfred Hitchcock. Nel 1969 è stata insignita del titolo di Dame Commander in the Order of the British Empire (DBE). Tra le sue opere figurano anche: Mia cugina Rachele (1951) e Gli uccelli, riadattato per il cinema nel 1963 ancora da Alfred Hitchcock. Tra le sue biografie più importanti si segnala Daphne (Neri Pozza, 2016) di Tatiana de Rosnay.

Source:  libro inviato dall’editore, ringraziamo Cristina dell’ Ufficio Stampa BEAT.

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:: Fiabe Islandesi, a cura di Silvia Cosimini (Iperborea, 2016) a cura di Viviana Filippini

13 dicembre 2016
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Fiabe Islandesi è il nuovo libro edito da Iperborea nel quale sono raccolte alcune della fiabe e delle storie popolari della terra d’Islanda, a dimostrazione del fatto che il “C’era una volta…” è, da un lato, un tratto comune delle culture a livello mondiale e, dall’altro, un bisogno delle persone di raccontarsi storie da condividere. Tante sono le fiabe scelte da Silvia Cosimini per la raccolta Fiabe Islandesi e, leggendole, si ha la possibilità di scoprire usi e costumi per certi aspetti simili, e per altri diversi, dai nostri. Certo è che queste fiabe islandesi una volta lette e poi rilette lasciano attorno alla lontana terra d’Islanda un alone di piacevole mistero e curiosità, che spinge il lettore a voler conoscere meglio quella terra nordica da noi così lontana. Accanto a principesse, a principi, a sovrani coronati, chi legge si imbatterà in creature fantastiche come animali parlanti, troll, orchesse ed elfi che si aggirano in paesaggi boschivi. Da subito si conosce il Popolo nascosto, ossia gli elfi, diventati tali quando Eva, per vergogna, non mostrò a Dio i suoi figli non ancora lavati. Dio, che vede tutto, si accorse di questi piccoli e decise che ciò che rimaneva nascosto ai suoi occhi doveva essere tale anche per gli esseri umani. Ogni fiaba è ricca di suspense, di azione, di rituali magici e incantesimi da sbrogliare, ma quello che affascina di queste storie orali, ora scritte, è il fatto che, nonostante siano nate molto tempo fa, esse contengono temi ed insegnamenti ancora attuali. Ad esempio nella Fiaba del re Oddur si affronta il tema delicato del cambiamento di sesso (transgender), nel senso che il re ogni notte lascia il mondo dove è costretto a vivere come uomo, per raggiungere quello vero di appartenenza e assumere la sua vera identità femminile di regina. Se nella nostra tradizione fiabesca siamo abituati al fatto che siano forti giovanotti a salvare le principesse in pericolo, nelle fiabe islandesi, invece, molto spesso ci sono povere contadine che dimostrano grande coraggio sfidando creature mostruose e misteriose per riportare a casa, sano e salvo, il principe imprigionato. Una vera e propria inversione di ruoli dei canoni tradizionali delle fiabe e segno evidente di figure femminili coraggiose, giovani e intraprendenti. Interessante anche la presenza di animali che accompagnano i personaggi principali, creature che una volta giunta la fine tendono a riassumere la loro vera natura di esseri umani. Il ritrovare la propria identità è sì la fine di un incantesimo maligno, ma allo stesso tempo permette a chi ne è vittima di liberarsi da una sorta di prigione e di trovare il proprio posto nel mondo. Da ricordare è che questo volume raccoglie solo una parte delle fiabe dell’Islanda, quella isola che per anni fu sotto il dominio della Danimarca e che vide messe in forma scritta e stampata i propri racconti folclorici solo nel XIX secolo. Una delle caratteristiche presenti in queste storie è il fatto che il confine tra realtà vera e soprannaturale è spesso molto labile, ma è proprio tale aspetto che rende le fiabe islandesi appassionanti per il lettore bambino e adulto.Le vicende raccolte in questo volume hanno tutte un lieto fine nel quale, dopo lotte contro creature mostruose con tre teste e orchesse inquiete, il male è sconfitto per lasciare spazio al trionfo del bene e dell’amore. Ogni vicenda narrata ha in sé elementi fantastici, ma allo stesso tempo le Fiabe Islandesi mettono in gioco valori e insegnamenti dal carattere universale (l’amicizia, l’amore per il prossimo, il rispetto per il diverso, la carità e l’aiuto verso il debole in difficoltà, l’umiltà, il rispetto delle leggi comuni) che dovrebbero essere ricordati e adottati oggi come ieri, ovunque. Traduzione e postfazione di Silvia Cosimini.

Silvia Cosimini (Montecatini Terme, 9 giugno 1966) è una traduttrice, critico letterario e insegnante italiana. Laureata in Lingue e letteratura inglese all’Università di Firenze (1992), con studi in Irlanda (Cork, Dublino) e in Galles, ha poi preso una seconda laurea, in Lingua e cultura islandese, all’Università d’Islanda (1996). Ha tradotto numerose opere di autori islandesi, classici o emergenti, dall’islandese o, più raramente, dall’inglese. Nel 2011 le è stato conferito il Premio nazionale per la Traduzione.

Nota: Per chi volesse approfondire le fiabe dei paesi nordici Iperborea ha in catalogo anche le Fiabe Danesi e le Fiabe Lapponi, comprese nella serie di volumi sulle fiabe nordiche curati da Bruno Berni.

Source:  libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

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