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:: La trilogia di Maria Antonietta, Juliet Grey (Newton Compton, 2017) a cura di Elena Romanello

9 giugno 2017
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La Newton Compton ripropone in unico volume la trilogia su Maria Antonietta di Juliet Grey, tre romanzi in cui l’autrice dà voce all’ultima regina di Francia sotto forma di diario inventato, per raccontare una vita che comincia letteralmente come una fiaba e finisce in tragedia, raccontando quasi quarant’anni di Storia europea negli ultimi decenni del Settecento.
Non è la prima volta che si racconta sotto forma di romanzo la vita di una persona realmente esistita, per quello che riguarda Maria Antonietta c’è da segnalare il discreto The Queen’s confession di Victoria Holt negli anni Settanta e il mediocre Il diario segreto di Maria Antonietta di Carolly Erickson, che stravolge fatti reali facendo della vicenda della regina una sorta di romanzaccio rosa della peggiore specie.
Juliet Grey costruisce un diario segreto, ma tra le sue pagine tutto è documentato, dai fatti della Storia importante ai fatti minuti relativi alle abitudini di vita e alle faccende private della regina, della sua famiglia e dei suoi amici, e il risultato è un romanzo storico mai banale che piace ai cultori del genere ma anche agli amanti di saggistica divulgativa, senza sbavature ma senza rinunciare all’essere appassionante.
Tre libri che restituiscono la vita prima di una bambina viziata, poi di un’adolescente inquieta e sognatrice, della più giovane regina di Francia, icona di stile e affamata di piaceri, pronta a diventare una grande figura di fronte al dramma della Rivoluzione francese: un ottimo modo di ripassare la Storia, in uno dei suoi momenti più cruciali degli ultimi secoli, da cui è nata la modernità, che caso strano ha fatto delle principesse del passato e del presente icone su cui sognare e da approfondire.
Maria Antonietta è una di queste, ma a differenza della principessa Sissi, presentata dal cinema e da una certa tradizione romanzesca senza i suoi aspetti più tragici e scomodi, come le sue nevrosi e la sua fine dramattica, per l’ultima regina di Francia non si è mai dimenticato il suo inizio come principessa delle favole finita poi tragicamente.
La figura di Maria Antonietta ridiventa periodicamente di moda, a partire dalla biografia che la rivalutò negli anni Trenta, scritta da Stephen Zweig e recentemente pubblicata da Castelvecchi, per arrivare al suo successo come icona pop grazie al manga e anime di culto Lady Oscar, che ha avvicinato alla sua storia più di una generazione oltre che un Paese lontano come il Giappone che continua a dedicarle mostre e fumetti, fino al curioso film di Sofia Coppola che ha mescolato rigore storico a intrattenimento.
I romanzi di Juliet Grey piaceranno a chi ama il personaggio e il periodo storico, ma sono interessanti per chiunque cerchi un’alternativa a thriller, fantastico e soprattutto ai romanzetti rosa.

Juliet Grey ha condotto numerose ricerche sulle famiglie reali europee ed è particolarmente affezionata alla figura di Maria Antonietta. Ha studiato come attrice. Il diario proibito di Maria Antonietta e Il diario perduto di Maria Antonietta compongono, insieme a Le confessioni segrete di Maria Antonietta, l’avvincente trilogia dedicata alla vita della regina di Francia.

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:: Are book reviewers really important in the book publishing world?

9 giugno 2017

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Rimbalzo questa domanda di cui si è discusso in un gruppo per sapere la vostra opinione, di voi lettori di questo blog. Insomma che percezione avete dei recensori, delle recensioni, che funzione pensate abbiano nel mondo editoriale, nella diffusione dei libri, nella crescita (perdonatemi il parolone) dei lettori? Sono giustamente valorizzati? Meriterebbero un status professionale (per lo meno quelli che hanno i requisiti)? Si discuteva ieri che molti recensori in America o Nord Europa, ricevono una retribuzione anche per legge. Avete percezione che ci sia serietà in giro? Come scegliete i recensori di riferimento? Pereferite le recensioni dei blogger classici o dei recensori Amazon? Insomma mi piacerebbe iniziare un serio dibattito, siete tutti invitati a esporre il vostro pensiero nei commenti a questo post.

:: Il margine dell’alba, Mariangela Cerrino, (Golem, 2017) a cura di Elena Romanello

8 giugno 2017
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La Golem ripropone un interessantissimo romanzo storico scritto da Mariangela Cerrino, autrice di storie nella Storia e di fantasy e fantascienza, Il margine dell’alba, che racconta un momento cruciale del Piemonte, le guerre di religione del Cinquecento, quando si scontrarono, nella Valli sede di tante vacanze e delle Olimpiadi del 2006, cattolici e valdesi, in una lotta senza quartiere e cruenta che insanguinò luoghi oggi visti come idilliaci.
La vicenda si svolge attorno a due amici dall’infanzia, Jean Louis Arlaud, figlio di un notaio di Oulx, ambizioso e desideroso di comprarsi una carriera tra esercito e nobiltà, e l’altro Etienne de Villard, erede di una famiglia valdese distrutta dall’Inquisizione, cresciuto come un cattolico ma dotato di un grande senso di giustizia che lo porterà a cercare la verità sulle sue origini.
La Storia, l’intolleranza, l’amore per la stessa donna che li rende rivali e le scelte dividono i due amici nel corso degli anni: Etienne si riavvicina alla religione dei suoi genitori, mentre Jean Louis diventa il capitano Lacazette, pronto a scagliarsi contro gli eretici a costo di sacrificare affetti e la sua stessa anima, e di rimanere solo.
Un romanzo storico in cui ci sono echi di Dumas, e dove quasi tutti i protagonisti, a cominciare dal capitano Lacazette, sono veramente esistiti: l’autrice si è profondamente documentata, ricostruendo un periodo caratterizzato da intolleranza e ferocia, lasciando poco all’immaginazione, perché quello che si racconta in queste pagine non è certo invenzione. Etienne è un personaggio romanzesco, ma basato sui tanti combattenti per la libertà di religione scomparsi nelle valli in quegli anni, eroe senza macchia e senza paura che sogna un mondo migliore e viene tradito dal suo migliore amico d’infanzia che per la cronaca ha fatto la fine che viene descritta nel libro, dopo aver ottenuto tutto quello che voleva come gloria e denaro ma aver perso tutto quello che davvero contava per lui.
Il margine dell’alba racconta una pagina che non va dimenticata, perché intolleranza e integralismo religiosi sono ancora oggi attuali e come ricorda l’autrice spesso gli uomini usano come pretesto la religione per lotte che riguardano solo loro.
Un romanzo che piacerà a chi ama le grandi narrazioni storiche, senza sbavature romantiche ma con grande aderenza alla realtà senza rinunciare all’intrattenimento, ma anche una storia per non dimenticare quante battaglie sono state combattute anche in luoghi vicini a noi e di quanto sangue e intolleranza è stato infarcito il nostro territorio. Per appassionarsi ma anche per riflettere e non dimenticare.

Mariangela Cerrino, torinese, ha pubblicato romanzi western, di fantascienza, fantasy e romanzi storici per svariati editori, come L’ultima terra oscura, Storie dell’epoca Mu, I cieli dimenticati, La via degli dei, La porta sulla notte, il ciclo dell’anno Mille e Absedium. Tradotta anche all’estero, ha vinto numerosi premi letterari e ha collaborato a numerose riviste in tema con il fantastico, partecipando anche a convention, in particolare su Star Trek di cui è una profonda cultrice. Il suo sito ufficiale è http://www.mariangelacerrino.it/

Source: dono dell’ufficio stampa, si ringrazia Francesca Mogavero.

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:: “L’Ammerikano” di Pietro de Sarlo: un libro sui contrasti (Europa Edizioni, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

7 giugno 2017
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È lo stesso autore, nella prefazione al libro, a indicarlo come fondato sui contrasti: «tra epoche diverse, diverse aree del mondo e soprattutto tra il solitario e doloroso percorso di vita del protagonista, l’Ammerikano, e la storia del suo antagonista, Vincenzo». Un libro che in origine ne sembrano due, le cui storie e vite solo in apparenza separate pian piano si tessono e si intrecciano come una trama (accattivante) e un ordito (fitto), il tutto scritto con un registro narrativo interessante. In più occasioni sembra che l’autore si rivolga direttamente al lettore attraendolo nella storia, nelle vicende narrate.
L’Ammerikano di Pietro de Sarlo è un libro a cavallo tra un romanzo-commedia e un giallo che, raccontando una storia immaginaria, descrive innumerevoli sfaccettature di vite reali o possibili. Un libro pensato per i coetanei dell’autore costretti a lasciare la propria terra di origine come i loro padri e nonni, motivati dalla «speranza di una vita migliore per i propri figli». Una narrazione che dà adito a riflessioni amare, ma vere, sulla situazione politica ed economica della Basilicata, che rispecchia e riflette quella del Sud e dell’Italia intera.
La Basilicata da una parte, con il «sogno texano della regione e dei suoi abitanti» ben presto tradottosi «nell’incubo nigeriano dello sfruttamento petrolifero», e l’America dall’altra, con tutta la potenza del suo mainstream che ha contagiato l’intero pianeta e in grado di convincere tutti e ognuno che qualsiasi cosa o persona proviene da lì sia inopinabile e quasi magica. Due universi talmente opposti che, alla fine e paradossalmente, finiscono per somigliarsi. Ben rappresentati e delineati dall’autore a cui va riconosciuto anche il merito di aver creato, con i suoi personaggi, i ‘tipi’ perfetti per l’ambientazione e le scene narrative e di aver raccontato le loro storie con uno stile di scrittura piacevole e scorrevole, infarcito di termini dialettali che se da un lato potrebbero rallentare la lettura e scoraggiare i lettori non meridionali dall’altro la rendono a questi ancor più gradevole.
Un buon libro, L’Ammerikano di Pietro de Sarlo. Un testo che racconta una storia originale e curata nei dettagli. Leggera e a tratti divertente ma che consente lo stesso all’autore di immettervi considerazioni, anche importanti, sullo stato di degrado e abbandono della propria terra natia, sull’emigrazione e l’immigrazione, la politica e la cultura della società non solo lucana e, di rimando, invoglia il lettore a riflettere, regalandogli così non solo una bella storia da leggere e raccontare ma un’eredità di riflessioni da portare avanti.

Pietro De Sarlo, sessantenne lucano, laureato in ingegneria ha sviluppato una importante carriera manageriale nei principali gruppi italiani e esteri operanti in Italia. è autore di numerosi articoli di economia e politica su alcune testate on line come Basilicata24, Economia Italiana, Scenari Economici e Il Giornale Lucano. Già fondatore dell’associazione Pinguini Lucani ha pubblicato, nel 2010, un saggio (Si può Fare!) sull’emergenza economica e ambientale derivante dalle estrazioni petrolifere e sulle possibilità di sviluppo economico e sociale della Lucania.

Source: libro inviato dall’ autore al recensore.

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:: “Il cinese a fumetti”, Stefano Misesti, (NPE, 2017), a cura di Daniela Distefano

7 giugno 2017
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Negli ultimi tempi è aumentato rapidamente il numero della popolazione cinese in Italia: sono mezzo milione di persone oramai.
Si è imposta di conseguenza la necessità di inalare la cultura ultramillenaria di questo popolo che ci vive intorno.
Da dove cominciare allora? Dalla lingua, naturalmente.
Fatta eccezione per una non scontata somiglianza della sintassi, siamo anni luce distanti dalla scrittura cinese e muovere i primi passi nell’apprendere questa lingua così magnetica può costituire uno sforzo immane per le nostre capacità.
Ci viene incontro questo opuscolo edito da NPE, “Il cinese a fumetti” di Stefano Misesti il quale afferma:
Questo libro è una raccolta di appunti sulla lingua cinese che ho condiviso in questi anni sul mio blog”.
La prima parola importante? “Persona” che ha il carattere simile al bastone da rabdomante e si pronuncia “Rén”.
Quando si incontra qualcuno si dice: Tu bene, cioè “Nì Hao” che equivale al nostro “Ciao”, “Salve”.
Andando avanti con le pagine, ricche di vignette divertenti e utili, c’è spazio per piccole storie che come fiabe incantano e come pensieri alleggeriscono il peso dell’apprendimento:

L’inventore dei caratteri cinesi quando era piccolo disse: “da grande farò il disegnatore dei cerchi”. Ma per quanto si sforzasse i cerchi gli venivano male. Era diventato lo zimbello del 93% della popolazione. Così crebbe con un profondo odio verso questa forma geometrica. “Non disegnerò mai più cerchi in vita mia”. Il problema sorse quando dovette inventare il carattere del Sole.
Decise di farlo quadrato. Ma qualcuno gli fece notare che aveva già disegnato il carattere “bocca” allo stesso modo. Con un gesto di rabbia tracciò una linea per cancellarlo. Ma questo carattere piacque. Sole si dice:”Rì”. E viene anche usato nelle date per indicare il giorno.

Un amorevole modo di imparare il cinese sorridendo e gustando immagini davvero “acchiappanti”, studiate per far fiaccare il meno possibile il nostro cervello, destinate a togliere un po’ il velo dietro cui si celano occhi a mandorla che amano la nostra civiltà ma non cessano di osservare i comandamenti della propria storia, cultura, tradizione.

Parliamo un po’ della scarsa fantasia dell’inventore dei caratteri cinesi. Soprattutto per quanto riguarda la frutta. Nel suo mondo ideale tutti i frutti dovevano avere un suono simile.
La pera è “Li’ Zi”; la prugna “Li Zi”;la castagna “Lì Zi”.
Mi accusano di scarsa fantasia? Allora i Lychees li chiamiamo “Lì Zhi”.
E’ un po’ come chiamare la banana “banàna”; l’arancia “bànana”; i fichi “bananà”; il mandarino “panana”.
La gente criticò molto l’inventore dei caratteri cinesi per questo metodo. “Ti critichiamo. Non ti stimiamo più”.
Allora cambio sistema. Per esempio la mela non la chiamerò più “Li’ Zhi” ma “Ping Guò” che è come chiamano anche la nota ditta dell’I Pad.

Stefano Misesti è illustratore, autore di fumetti e pittore. Nato a Como nel 1966, da più di dieci anni vive e lavora un po’ in Italia e un po’ a Taipei (Taiwan). Ha illustrato numerosi libri per ragazzi, fumetti per riviste di costume, economia, design e ha esposto i suoi lavori in diverse mostre personali e collettive.
Attualmente collabora con “Avvenire” e con “Fumettologia.it”
misesti.blogspot.com

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Angelo Zabaglio della “NPE Editore”.

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:: Miraggio 1938, Kjell Westö, (Iperborea, 2017) a cura di Viviana Filippini

7 giugno 2017
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“Miraggio 1938” di Kjell Westö è un romanzo ricco di tante sfaccettature, che evidenziano quanto complessa possa essere la realtà quotidiana nella quale si vive ogni giorno. Il romanzo, pubblicato in Italia da Iperborea con la traduzione dallo svedese di Laura Cangemi, è un giallo psicologico e, allo stesso tempo, ha un intreccio storico interessante, che porta il lettore nel Nord Europa. La storia si svolge nel 1938, ed è ambientata ad Helsinki e i protagonisti attorno ai quali si sviluppa l’intreccio narrativo sono due. Claes Thune, un ex diplomatico dalla carriera fallita, tornato nella sua terra e Matilda Wiik, la nuova segretaria di Thune, una giovane molto riservata, silenziosa e diligente. I due parlano poco, ma il gioco di sguardi che si percepisce durante la lettura fa capire che entrambi, nonostante le apparenze, non sono così felici come sembrano. Thune è un uomo deluso dalla vita; la moglie lo ha lasciato e si è fidanzata con il suo migliore amico, i valori liberarli e di democrazia nei quali lui credeva sono stati traditi dai fatti europei degli anni Trenta e dalla presa di potere dei regimi totalitari. Non è tutto, Thune capisce che qualcosa sta cambiando in modo irreparabile, perché anche il suo «Circolo del mercoledì», creato con due medici, un uomo d’affari, un giornalista e un attore ebreo, comincia a presentare delle crepe evidenti, poiché ognuno dei soci manifesta idee e riflessioni ben diverse da quelle degli altri. Matilda è una giovane donna solitaria, lavora per Thune, è meticolosa in ogni cosa che fa al lavoro e nella suo piccolo appartamento, uno – se non l’unico- posto deve lei si sente protetta. Tutto però si complica quando da Thune arriva un suo amico, che la ragazza identifica con il Capitano. Da questo momento per la donna inizierà un vero e proprio viaggio indietro nel tempo e nei drammatici ricordi della guerra civile finlandese dove lei, come altri, fu vittima di inaudite violenze. Westö crea un storia avvincente che scava nella psiche umana, nel senso che c’è la vittima (Matilda), la sua ricerca spasmodica del colpevole (l’aguzzino tornato dal passato) per punirlo dei tremendi crimini dei quali si è macchiato. Quando vede riapparire il suo carnefice, la giovane donna entra in crisi, sente destabilizzata la pace che con grande fatica era riuscita a costruirsi, cercando di dimenticare il male subìto. Il passato che ritorna la fa precipitare in un baratro tale da scatenare in Matilda un vero e proprio sdoppiamento della personalità. Da una parte la Matilda del presente che cerca di controllare il tumulto emotivo nel suo corpo. Dall’altra, la parte vittima di Matilda, quella del passato che ha subìto il male, quella che si è risvegliata e che vuole la punizione per il colpevole. “Miraggio 1938” di Kjell Westö, è un romanzo dal ritmo incalzante e dalle rivelazioni inaspettate, che partendo dalla Storia ci portano dentro alle storie di donne e uomini molto attaccati ai valori della libertà, del rispetto e dell’amicizia trasformati in un miraggio dall’evolversi drammatico degli eventi e dal fatto che non sempre le persone presenti nella vita sono quello che fanno credere di essere.

Kjell Westö (Helsinki 1961) è uno scrittore e giornalista finlandese di lingua svedese. Ha esordito nel 1986, e da allora ha pubblicato poesia, racconti e romanzi. La sua serie di cinque grandi romanzi ambientati nella Helsinki del XX secolo lo hanno consacrato come uno dei più noti scrittori nordici, interprete dei grandi temi della nostra storia politica e di come questi hanno influenzato la vita e i pensieri della gente. Miraggio 1938 è in corso di traduzione in 22 paesi e nel 2014 ha vinto il Premio del consiglio nordico, il più importante riconoscimento letterario del Nord Europa.

Source: inviato dall’ editore al recensore.

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:: Un anno senza te, Luca Vanzella, Giopota (Bao Publishing, 2017) a cura di Micol Borzatta

6 giugno 2017
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Un anno senza te è una graphic novel scritta da Luca Vanzella, disegnata da Giopota e pubblicata dalla BAO Publishing che narra un anno di vita di Antonio, ragazzo gay che studia storia medievale e si sta laureando nella storia dei santi dimenticati.
A settembre viene lasciato dal suo ragazzo Tancredi, un DJ con cui stava da sei mesi, e cade in depressione.
A prima vista sembra una normalissima e banalissima storia che è capitato a tutti, tutti siamo stati lasciati da qualche fidanzato, tutti ci abbiamo sofferto tantissimo, ma poi siamo andati avanti con la nostra vita.
Un anno senza te però non è solo questo.
Noi viviamo mese dopo tutto il percorso che Antonio affronta, partendo dalla depressione iniziale, all’accettazione della cosa con la conseguente uscita con altri partner, con i quali finisce sempre prima di diventare troppo seria a causa dei rimpianti, fino ad arrivare alla fase in cui si supera tutto, si va avanti e si impara a stare bene anche da soli.
Una storia che insegna come tutti noi dobbiamo credere in noi stessi, ci insegna a non giudicarci in base a chi abbiamo affianco, perché non e lui o lei che ci definisce, siamo noi stessi a definirci, ci insegna che ognuno di noi è meritevole del meglio e non dobbiamo mai accontentarci o temere di non essere all’altezza di qualcuno.
Il tutto viene raccontato con dei dialoghi stupendi, e sottolineato dalle immagini che sono totalmente complementari alla narrazione.
Compreso ovviamente i colori, che partono un po’ spenti, opachi e bui, per poi diventare alla fine del libro brillanti e vivaci, facendo viaggiare il nostro morale da una sensazione di malinconia e tristezza iniziale a un senso di gioia e di rinascita che scalda l’animo e fa venire voglia davvero di prendere in mano le redini della propria vita e di iniziare a vivere davvero.
Una storia commovente e che ha davvero tanto da insegnare, un pezzo di vita disegnata, ma che in realtà è un tralcio di vita vera.

Luca Vanzella nasce nel 1978 e ha studiato Scienze della Comunicazione a Bologna.
Fumettista e sceneggiatore ha basato la sua tesi di Laurea sui Cosplay ed è stata anche pubblicata da Tunué nel 2005.
Nel 2001 il suo esordio con Dottor Massacro, pubblicato da Indy Press Comics, con cui inizia anche un rapporto di collaborazione come redattore.
Nel 2003 fonda l’etichetta indipendente Self Comics.

Giopota nasce nel 1988 a Caserta.
Fumettista e disegnatore si diploma in grafica pubblicitaria per poi iniziare a lavorare come web design.
Nel 2012 si trasferisce a Bologna per studiare Fumetto e Illustrazione all’Accademia di Belle Arti.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Daniela dell’ Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Rondini d’ inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017) a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2017

Esce l’ ̶1̶1̶ ̶l̶u̶g̶l̶i̶o̶.

Dato il grande numero di prenotazioni Einaudi anticipa al 5 luglio.

Intervista all’autore sul libro qui.

Sipario per il commissario

Il Natale è appena trascorso e la città si prepara al Capodanno quando, sul palcoscenico di un teatro di varietà, il grande attore Michelangelo Gelmi esplode un colpo di pistola contro la giovane moglie, Fedora Marra. Non ci sarebbe nulla di strano, la cosa si ripete tutte le sere, ogni volta che i due recitano nella canzone sceneggiata: solo che dentro il caricatore, quel 28 dicembre, tra i proiettili a salve ce n’è uno vero. Gelmi giura la propria innocenza, ma in pochi gli credono. La carriera dell’uomo, già in là con gli anni, è in declino e dipende ormai dal sodalizio con Fedora, stella al culmine del suo splendore. Lei, però, cosí dice chi la conosceva, si era innamorata di un altro e forse stava per lasciarlo. Da come si sono svolti i fatti, il caso sembrerebbe già risolto, eppure Ricciardi è perplesso. Mentre il fedele Maione aiuta il dottor Modo in una questione privata, il commissario, la cui vita sentimentale pare arrivata a una svolta decisiva, riuscirà con pazienza a riannodare i fili della vicenda. Un mistero che la nebbia improvvisa calata sulla città rende ancora piú oscuro, e che riserverà un ultimo, drammatico colpo di coda.

Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, decimo romanzo della serie del commissario Ricciardi, edito da poche settimane da Einaudi, è un romanzo che attendevo da un po’. Fosse per me de Giovanni dovrebbe stare agli arresti domiciliari nel suo studio (diamogli qualche caffè di inverno e qualche bevanda fresca d’estate), sempre e solo a costruire storie di questo personaggio. E dei suoi figli, e dei suoi nipoti.
Naturalmente lo farei sposare con Enrica, lo farei guarire dal fatto, e magari emigrare in Argentina, per salvarlo dalla Seconda Guerra Mondiale, dal fascismo, dalla follia che attraverserà l’Europa. Lo metterei insomma al riparo dal male. Magari, sì la nostalgia di Napoli lo colpirebbe, magari alla sera, al suono di una canzone, nel sentire un suo conterraneo parlare napoletano dall’altro lato della strada, anche lì oltremare, nelle terre del Sud America.
Sì, mi rendo conto che queste scelte non spettano a me, non sono io l’autore, e probabilmente non le saprei scrivere storie come queste. Sì a volte i lettori esagerano, vorrebbero interferire con il processo creativo, addirittura decidere trame e numero dei romanzi di una serie. Non si può. Questo romanzo è il terzultimo della serie di Ricciardi. L’autore ha già in mente il suo finale, qualunque sia il migliore possibile per il suo personaggio, il suo mondo, la sua poetica. Forse poi Ricciardi mancherà anche a lui, ma anche la malinconia delle cose che finiscono ha una sua lirica, un suo senso.
Un ciclo narrativo sta finendo, e lo si percepisce da una maggiore malinconia che si respira nelle pagine. Rondini di inverno è una storia tragica, parla di un attore sul viale del tramonto; parla di un mutilato sopravvissuto alla Grande Guerra ferito nell’anima e nel corpo; parla di una prostituta massacrata in un letto di ospedale ad aspettare la fine; parla di follia, dolore, crudeltà, disperazione, vendetta, tradimento.
Giusto il talento narrativo di de Giovanni rende tutta questa materia in un certo senso sopportabile. Ma se analizziamo i fatti sono crudi, neri, tremendi. Ci riportano alle radici del noir filtrate dalla sensibilità di un autore che come dissi altrove avvicina l’arte presepiaria (nella costruzione di personaggi) al melodramma, al cuore di Napoli e della napoletanità. Per alcuni le sue storie sono troppo sentimentali per essere definite noir, (ricordo di aver sentito questa accusa anche rivolta a Chandler, contrapposto al più rude Hammett, o al più credibile Cain).
Sentimentalismo, melodramma, liricità, garbo, eleganza in effetti si coniugano poco col noir, ma è proprio l’uso di queste modalità narrative, queste tecniche di rappresentazione (tipiche del teatro partenopeo) ne costituiscono la cifra distintiva, l’originalità, come i tocchi mutuati dall’ horror (nelle visioni dei morti, nella macabra descrizione delle ferite di guerra), e in questa ibridicità si evince una precisa scelta artistica che fa dei suoi romanzi noir di sostanza ma non di forma, la sua forma è letteraria svincolata da generi, nella sua semplicità, nella sua immediatezza, nella facilità con cui accosta a sé lettori delle più disparate estrazioni politiche, culturali, sociali.
Gli anni ’30 sono uno scenario perfetto per questa rappresentazione scenica, (è molto teatrale ripeto la sua arte), rende credibile un corteggiamento fatto di sguardi, (da una finestra all’altra) educati sorrisi, timidezze, baciamani, pudori. Una storia d’amore come quella tra Ricciardi e Enrica è credibile nella misura in cui trascende le convenzioni, l’educazione, le consuetudini. Quando Enrica rifiuta la proposta di matrimonio di Manfred (ricordiamo un ufficiale tedesco con simpatie naziste) dice no a un futuro sicuro, a una solida posizione sociale ed economica, per l’ignoto.
Alla sua età si avvia ormai a diventare una zitella, socialmente reietta (la dittatura fascista socialmente obbligava a sposarsi e ad avere molti figli per dare alla patria soldati) e questo tipo di mentalità di allora è dipinta in modo riflesso dagli scrupoli di Ricciardi che non vuole rovinarle la vita. Perché naturalmente la ama.
L’enfatizzazione dei sentimenti, tipici del melodramma, non scade mai nella farsa, perché la compostezza formale lo impedisce in un equilibrio chiaroscurale elegante e cesellato come un merletto. A questo si contrappone la violenza, che esplode inumana nella guerra (riflessa e lontana, del primo conflitto mondiale, una guerra di trincea, corpi dilaniati, vigliaccheria e orrore), o nel pestaggio bestiale della prostituta (amica di Modo).
La parte investigativa è piuttosto classica, abbiamo un crimine condotto con le più frequenti regole del giallo all’inglese (una pallottola vera tra tante a salve), un uomo che uccide la moglie durante una rappresentazione scenica in teatro. Una moglie che molto probabilmente lo tradiva e meditava di lasciarlo. Movente perfetto per il delitto. Capire chi ha sostituito la pallottola sarà il tipico enigma da mistery, e un gioco di parole, un eco di parole lette e dette, illuminerà Ricciardi nella risoluzione del caso.
E poi un colpo di pistola, e si chiude il sipario. In attesa del prossimo penultimo romanzo. Poi ci sarà il gran finale. Poi il silenzio.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore e Anime di vetro. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea e pubblicata da Einaudi Stile Libero (nel 2013 è uscito il secondo romanzo della serie, Buio, nel 2014 il terzo, Gelo, nel 2015 il quarto, Cuccioli e nel 2016 il quinto, Pane). Nel 2014, sempre per Einaudi Stile Libero, de Giovanni ha pubblicato anche l’antologia Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). In questo libro appare per la prima volta il personaggio di Bianca Borgati, contessa Palmieri di Roccaspina, sviluppato in Anime di vetro. Nel 2015 è uscito per Rizzoli il romanzo Il resto della settimana.
Per Einaudi è uscito nel 2016 Il metodo del coccodrillo. Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore, Gaia e Manuela dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: La vincita, di Ida Ferrari (Golem Edizioni, 2017) a cura di Federica Belleri

3 giugno 2017
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La vita di Jacob è travolta dalla bellezza ucraina di Klara, segretaria in un liceo privato, donna meravigliosa dall’ottima memoria. I due diventano amanti in modo carnale, improvviso e inaspettato. Jacob però è già sposato e ha una bimba piccola. L’insicurezza e la passione sono gli estremi entro i quali sboccia il loro amore. Una storia come tante. Forse …
Klara scompare, senza una ragione apparente. La preoccupazione di Jacob è concreta, tanto da costringerlo ad affidarsi alla Fontana Investigazioni di Milano per riuscire a trovarla, mantenendo il massimo della riservatezza possibile. Paolo e Simona dell’agenzia investigativa, prenderanno in carico il suo caso. La strada da percorrere aprirà per loro scenari particolarmente difficili. Incontreranno personaggi aggressivi, altri appassionati di tecnologia informatica, toccheranno con mano le loro paure, per tenere a bada Jacob. Avranno a che fare con la mafia russa, che non sarà disposta a perdonare. Tra manifestazioni studentesche, video hard e mazzette, arriveranno alla conclusione di questa indagine, in una sfida tra la vita e la morte.
La vincita è un giallo in piena regola, equilibrato e ben costruito. Amore e speranza, attrazione e possesso, ricatti e trappole, violenza e prevaricazione. Ingredienti indispensabili di questo romanzo, dove non manca la suspance e l’intreccio con protagonisti insospettabili. L’autrice lascia, a volte, la libera interpretazione di alcuni passaggi direttamente al lettore, alternandoli poi con descrizioni dettagliate. Le azioni proposte si susseguono a ritmo costante, rispettando sempre i tempi narrativi. L’ambientazione milanese calza adeguatamente sulla trama.
La vincita. Niente è come sembra e spesso, le persone più vicine riescono a prenderci in contropiede. Perché la paura fa perdere lucidità e allontana dal punto di partenza …
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Source: omaggio dell’autrice.

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:: Scritti a mano. Otto storie di capolavori italiani da Boccaccio a Eco, Matteo Motolese (Garzanti, 2017) a cura di Greta Cherubini

3 giugno 2017
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Sono alcune tra le opere più celebri della nostra letteratura. Capolavori senza tempo, testi destinati ad incidere in modo irreversibile nelle epoche successive.
Eppure tutti sono passati di qui: per pergamene smunte e fascicoli sciolti; per abbozzi, cancellature e riscritture; per appunti di taccuino e fogli di quaderno sparsi.
In “Scritti a mano” Matteo Motolese ci guida in un affascinante viaggio tra biblioteche italiane e collezioni private alla ricerca dei manoscritti che hanno segnato una svolta fondamentale nel campo della lingua e della letteratura italiana.
Dalla pergamena economica su cu un Boccaccio ormai anziano copia il Decameron al taccuino di poche lire in cui Montale annota, tra un appuntamento e un numero di telefono, i suoi Xenia; dagli schemi preparatori utilizzati da Eco per Il nome della Rosa ai “grappoli di sinonimi” segnati a margine delle Operette Morali da Leopardi.
Sono gli albori di opere monumentali, le testimonianze preziosissime di un modo di vivere e di intendere la lingua e la letteratura. Sono le tappe di un instancabile cammino verso la perfezione, i segni tangibili dei dubbi e dei ripensamenti, il risultato di una concezione finanche “fisica” dell’opera.
Con la consueta capacità divulgativa, in grado di coinvolgere specialisti e non, Matteo Motolese ci catapulta dentro e dietro al testo, direttamente nell’officina dell’autore, permettendoci di osservare, attraverso «i segni della lotta», la lenta e progressiva conquista dell’italiano.
Una ricerca lunga e meticolosa (Petrarca lavorerà alla sua opera fino alla morte) di cui questi oggetti fragili e preziosi sono la straordinaria testimonianza.

Matteo Motolese (Roma, 1972) insegna Linguistica italiana all’Università «La Sapienza» di Roma. Dirige, insieme con Emilio Russo, il più importante censimento dei manoscritti autografi degli scrittori italiani. Collabora con il supplemento domenicale del «Sole 24 Ore».

Source: pdf inviato al recensore dall’ufficio stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Tra nevi ingenue, Paola Baratto, (Manni Editore 2016) a cura di Viviana Filippini

3 giugno 2017
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“Tra nevi ingenue” è l’ultimo libro di Paola Baratto edito da Manni editore. Più che un romanzo, il libro è una galleria letteraria composta da tanti piccoli quadri di parole che raccontano pezzi di vita, spazio e tempo. Leggere il libro di Paola Baratto è entrare dentro a degli scatti istantanei delle vite dei diversi personaggi che caratterizzano tutta il testo. Se dovessi fare un elenco quello che si trova tra le pagine ecco sono persone, ambienti diversi, ricerca di un senso e di pace descritti con uno stile essenziale, elegante e comunicativo. Paola Baratto ha un linguaggio diretto, che non si perde in fronzoli descrittivi, perché quello che intende fare è carpire l’attenzione del lettore e trascinarlo all’interno del frame narrativo presente nella pagina. Si potrebbe dire che è uno stile minimalista, ma il minimalismo della Baratto è carico di colori ed emozioni alle quali è impossibile rimanere indifferenti. Dodici brevi racconti e cinque poesie nei quali gesti, colori, suoni, aromi e condizioni atmosferiche si mescolano alla perfezione trascinando il lettore dentro a vite altrui che, proprio grazie all’atto della lettura, rivivono e permettono al fruitore di ritrovare un po’ di se stesso nei diversi personaggi presenti nell’impianto narrativo. Sei donne e sei uomini, lì pronti a prenderci per mano e portarci con loro nei luoghi dove hanno trovato la propria condizione ideale di esistere, perché ognuno di loro ha un personale paesaggio dove si sente davvero in pace e a casa, anche se in alcuni casi si ha come la sensazione che il panorama sia una vera e propria ossessione. Per esempio c’è Mara innamorata degli altipiani e delle brughiere, perché spazi sconfinati e immensi. Arriva poi Bruno che calamita il suo interesse in un piccolo cortile (casa di parenti) delimitato da alti muri che lo rendono una sorta di locus amoenus protetto dalla caotica città. Ben diversi i bisogni di Emilia, che ama camminare sulle strade irte, non tanto per vedere il verde dei boschi, ma per sentire la consistenza della Terra Madre sotto i piedi. Se ci sono personaggi alla ricerca di luoghi specifici, ci sono quelli che come Vittoria partono in vero e proprio pellegrinaggio in tutti i posti che le ricordano i libri più amati che ha letto. Altri, come Camilla, trovano conforto solo passeggiando nei chiostri (portoghesi, spagnoli, bretoni o francescani) o Viola, che usa Google Maps per andare a cercare i tanti territori dove è stata, ma che ha lasciato per sempre. In “Tra nevi ingenue” Paola Baratto dipinge, perché leggendo del personaggio e della sua storia, essi prendono forma nella mente del lettore come un rapido schizzo. Quella della Baratto è un’umanità umile che ama e le piccole cose del vivere di ogni giorno, animata allo stesso tempo da un concentrato di sentimenti ed emozioni che ribollono nei cuori e negli animi del genere umano che trova pace nei propri luoghi del cuore.

Paola Baratto nasce a Brescia, in una famiglia con radici in più regioni d’Italia. All’inizio degli anni Ottanta comincia, come tanti, a scrivere poesie. L’idea di quello che sarà il primo romanzo nasce durante un viaggio in Irlanda nell’estate del 1989 e sboccerà in “La cruna del Lago – Tír na n Og” (1994, Ermione). Nel 1995 Paola Baratto inizia una collaborazione con la pagina culturale del “Giornale di Brescia”, quotidiano per il quale ancora oggi scrive elzeviri. Diventa giornalista pubblicista. Nel 1998 pubblica la fiaba d’ambientazione gallese “Mac y Moc cantava i sogni”. Nell’ottobre dello stesso anno la Baratto pubblica il suo secondo romanzo, intitolato “Finisterre (Zanetti ed.). Nel novembre 2000 pubblica il terzo romanzo, “Di carta e di luce”, sempre per l’editore Zanetti. 2005 Paola Baratto entra nel catalogo della Manni, editrice che pubblica il suo quarto romanzo intitolato “Solo pioggia e jazz”. Nell’aprile 2007 è sempre Manni a dare alle stampe “Carne della mia carne”, il quinto romanzo. Sempre Manni, nel febbraio 2010, pubblica “Saluti dall’esilio”, il sesto romanzo di Paola Baratto. Alla fine del 2011, il Giornale di Brescia affida a Paola Baratto “Conosci Brescia?” Nell’ottobre 2014, nuovamente per Manni, arriva “Giardini d’inverno”.

Source: autrice Paola Baratto.

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:: Il topazio perduto, Daniela Distefano

2 giugno 2017

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Nel 1986, quando avevo circa dieci anni,  usciva nelle sale cinematografiche un film: Heartburn – Affari di cuore con Meryl Streep e Jack Nicholson.
Una pellicola d’amore, una coppia scopre di non amarsi più. Lui la tradisce, lei ne prende atto mentre ascolta le conversazioni di alcune signore in un salone di bellezza.
Come la protagonista del film, sfoglio una rivista, ho i capelli frizionati dall’inserviente, ma riesco ad ascoltare i pettegolezzi che finiscono per instillarmi un dubbio: e se anche mio marito mi tradisce?
Ovvio che è così, come non averci pensato prima?
I pezzi combaciano nel mosaico, anch’io mi rendo conto di aver vissuto dentro ad un’ampolla.
Dopo la nascita di Carlotta sono stata assorbita dal suo universo. E poi volevo coronare il sogno dei miei genitori, sarei diventata presto Magistrato.  Il povero marito  era orgoglioso ma anche timoroso.  Forse negli ultimi tempi anche un po’ trascurato, ma non ero e non sono Wonder Woman.
Comunque tutto era una pagina già stampata del mio libro esistenziale.
Poi un pomeriggio, mentre Carlotta riposava saporitamente, ho visto questo film.              Non c’erano segnali di tradimento nella mia coppia, ma non c’erano neanche indizi di passione o sconvolgimento amoroso.
Volevo qualche emozione forte. Gli chiesi di portarmi a cena fuori, Carlotta sarebbe rimasta in casa con nonna Adele.
Lui non fu sorpreso da questa proposta, anzi, lo vidi rivitalizzato e subito passò a me la voglia di uscire.
Credevo che avesse un appuntamento con l’amante e che avrebbe escogitato una scusa per rimandare la serata insieme, ma adesso che avevo vinto il primo round dell’attacco al suo cuore diviso ero inerte come un rifiuto organico dentro la busta del cestino.
La seconda mossa sarebbe stata il controllo giornaliero della sua posta elettronica, dei suoi sms, delle telefonate nello smartphone. Un piano ben articolato.
Non riuscii ad ottenere nulla, solo un pugno di mosche. Ero certa che mi tradisse ma avevo anche il terrore di una conferma. Come se avessi paura di veder sconvolta la mia quotidianità così faticosamente  conquistata.
Dovevo sapere però se i miei sospetti erano fondati, poi ci sarebbe stato tempo per pensare al dopo.
Passarono i giorni, le settimane, i mesi, il mio traguardo lavorativo, la mia vita di mamma chioccia, non mi distolsero dalla rabbia di non riuscire a smascherare la tresca del mio uomo con una donna che a volte immaginavo bellissima, avvenente, elegante, e non sformata come me dopo la maternità e le sue propaggini.
Non era più un’ossessione, era diventato un diversivo. Io dovevo ridare peso alla verità. Lui non era più il compagno perfetto, il marito inappuntabile, la mia spalla familiare. Ma davvero era difficile stanarlo.
Parlargli a muso duro? Dove volevo arrivare? Volevo sul serio metterlo con le spalle al muro senza alcuna prova?
Mi ero rassegnata. Era tutto frutto della mia immaginazione, il film, le chiacchiere dal parrucchiere, tutto creato dalla mia fantasia.
Le persone che vedevo attorno a mio marito erano le stesse da anni; facendo il responsabile di un negozio di computer, elettronica, informatica, aveva un giro di conoscenze perlopiù maschili. Pochissime le donne il cui numero di telefono era stato da lui memorizzato.
Ad alcune avevo pure telefonato di nascosto per sentire la loro voce, per scovare la sensualità di un timbro vocale, ma senza ricavarne alla fine nulla di nulla.
La vita si era fatta più acida. Non parlavamo quasi mai, nessun argomento di condivisione amorosa. Non sapevo più neanche se continuavo ad amarlo o no.         Avevo ideato il suo tradimento perché sommersa dalla noia. Non mi sentivo in colpa, ma neanche ne andavo fiera.
Venne giugno e il due era la Festa della Repubblica. Lui non lavorava. Era la giornata ideale per portare Carlotta in spiaggia, avrebbe raccolto i sassolini e li avrebbe regalati a nonna Adele una volta a casa.
Il lido era pieno di gente al primo mare. Ovunque corpi color mozzarella, come il mio  nel costume nascosto dal pareo gigante.
Carlotta era nel suo elemento, giocava con i suoi giochi di bimba che non ha paura degli spruzzi d’acqua, ero felice anch’io.
Non pensavo di poterlo essere perché credevo di non meritarlo.
Mentre toglievo la carta su cui era avvolto il gelato confezionato di mia figlia,
vidi in lontananza mio marito che parlava con una coppia di conoscenti.
Mi avvicinai meglio. L’uomo era di spalle ma la donna aveva un che di dejà-vu.
Non sapevo dove l’avessi vista prima, forse la moglie di qualche suo amico del passato.
Aveva un’abbronzatura dorata, sembrava una cotoletta impanata al punto giusto, era alta, più alta di me ma non aveva tratti regolari sul viso. Anzi, questo aspetto arzigogolato me la faceva sembrare ancora più intrigante.
Portava sandali e indumenti da spiaggia, però al collo aveva una collana con un ciondolo di topazio.
Ti ricordi, amore, che ti avevo detto anni fa di aver perso i gioielli della nonna e poi di averli ritrovati?
No, tesoro, ma se li hai ritrovati non mi sembra un gran smarrimento.
No, infatti, solo il ciondolo di topazio non c’era più nella scatoletta, ma io neanche me ne ero resa conto, fino ad oggi, quando l’ho rivisto al collo della tua amica.
Lui rimase di pietra, poi disse: non ci frequentiamo più da tre anni. Sta con un altro come hai potuto vedere tu stessa.
Lascialo al collo di lei, mentre io ho deciso tre anni fa di rimanere con te.
Così ho ritrovato il topazio che dopo tanti anni non sapevo neanche di aver perduto.