Shadow of China (“China Shadow”) del regista giapponese Mitsuo Yanagimachi è un film del 1989 decisamente anomalo, e sottovalutato, sia nella produzione del regista, noto più per produzioni più intimiste, e attento all’interiorità di personaggi minimi e poco addentro con le dinamiche del potere, sia per la filmografia dei tardi anni Ottanta legata al passaggio della Cina da colonia britannica al ritorno alla madrepatria, e sia ai fatti di Tienanmen e alle rivolte studentesche atte a richiedere al governo centrale cinese più libertà e democrazia. Tratto dal romanzo giapponese di Masaaki Nishiki, Snake Head, piuttosto irreperibile e di difficile consultazione, narra la storia partendo dal 1976, anno della morte di Mao e l’arresto della Banda dei Quattro, e focalizza l’attenzione su due personaggi Wu Chang (interpretato da un carismatico e sensibile John Lone) e Moo-Ling sua compagna (interpretata da una deliziosa e sofferta Vivian Wu), due ex guardie rosse (portano la fascia nera al braccio in segno di lutto) che scelgono l’esilio a Hong Kong per sfuggire ai tumulti legati alle repressioni rivolte verso le Guardie rosse. Arrivati a Hong Kong con altri rifugiati politici, le loro strade si separano: Moo Ling diventa una celebre cantante di Club e Wu Chang, nel frattempo conosciuto come Henry Wong, per porre una distanza dal suo passato, un importante banchiere la cui ricchezza resta di origini dubbie e sconosciute. La storia riprende quando Henry Wong cerca di organizzare, tramite il suo consulente finanziario Burke, l’acquisizione dell’importante quotidiano in lingua cinese Wah Min Daily di proprietà dell’anziano signore della droga Lee Hok Chow. Avendo capito che la sua grande ricchezza può essere utilizzata come strumento politico, e che i Media possono costruire l’opinione pubblica nella formazione della Nuova Cina. Come strumento destabilizzante entra in gioco il giornalista giapponese Akira alla ricerca di informazioni su Kazuo Obayashi, un giapponese ex Guardia rossa, che poi si scopre essere lo stesso Henry Wong. La trama è davvero complessa e intricata, e non voglio spoilerare troppo della trama per coloro che non hanno ancora visto il film (segnalo che ci sono diversi rimontaggi a secondo del pubblico di destinazione) sospetto ci sia una versione estesa a cui non ho avuto ancora accesso che segnala scene tagliate, o rimontate, ma per le versioni che ho visto il materiale è degno di nota e ricco di spunti di analisi non banali, anche se è possibile che i tagli siano dovuti a un edulcorazione dei temi troppo caldi per rendere il film più commerciale e libero dai vincoli della censura. In conclusione, devo dire che è un film davvero notevole, non premiato al botteghino all’epoca, soprattutto per la sua visione innovatrice e futuristica, e può giovare vederlo oggi, col senno di poi, soprattutto dopo gli sviluppi che ha preso la storia. L’interpretazione di John Lone soprattutto si segnala come sofferta e partecipata, e frutto di un’analisi attenta del capitalismo postcoloniale, con un’attenta disanima dell’origine delle ricchezze e dei suoi legami con la criminalità o perlomeno con pratiche poco etiche. Nel finale, molto evocativo si attua la parabola morale del protagonista che decide di tornare nella Cina Continentale per continuare la lotta verso una nuova Cina, frutto dei suoi sogni anche di gioventù. Da rivalutare.
The Iron Dragon’s Daughter è uscito in America nel 1993, per poi essere pubblicato come Cuore d’acciaio da Fanucci nel 1995 e con il suo seguito The Dragons of Babel (I draghi di Babele, 2007) per Urania all’interno della raccolta I draghi del ferro e del fuoco (2011). Nel novembre 2024 è stato finalmente ristampato da Mercurio Books, una nuova casa editrice indipendente. L’autore, Michael Swanwick, americano, classe 1950, ha vinto i premi Nebula, Hugo e il World Fantasy Award e ha scritto racconti a quattro mani con William Gibson e Gardner Dozois.
Prima di passare alla recensione mi si permetta una nota su questa nuova edizione. Nel colophon troviamo un trigger warning, ovvero un’avvertenza volta a indicare la presenza di un contenuto che potrebbe urtare la sensibilità dei lettori. Spero che questa pratica politically correct importata dagli Stati Uniti non diventi un’abitudine nell’editoria, e ammetto che trovarla riportata all’interno di un libro mi ha allarmato ben più del presunto elemento perturbante da cui voleva mettermi in guardia. Mi trovo quasi in imbarazzo a dover ribadire che un libro, in quanto veicolo di cultura, non ha alcun bisogno di bollini colorati come i film o di altre insensate misure affini. La traduzione di Susanna Bini qui riproposta a volte inciampa in calchi dall’inglese fin troppo evidenti, ma tutto sommato si lascia leggere con scorrevolezza.
Ciò premesso, veniamo alla trama. Jane Alderberry è una changeling, una bambina umana che nelle leggende viene scambiata nella culla con un figlio delle fate. Jane si ritrova così a vivere nella dura realtà del Mondo delle Fate e a lavorare a ritmi estenuanti in una fabbrica in cui vengono prodotti draghi meccanici. Se l’atmosfera steampunk echeggia la dickensiana Coketown di Tempi difficili (1854), qui troviamo già un aspetto innovativo del romanzo di Swanwick, in cui la figura del drago viene modernizzata traendo ispirazione dal cyberpunk: i draghi sono infatti creature meccaniche e cibernetiche, rivestite di ferro e dotate di circuiti elettrici, che vengono pilotate come caccia militari. Se Ann McCaffrey, con il suo ciclo dei Dragonieri di Pern, aveva inserito i draghi in un’ambientazione fantascientifica, Swanwick è andato ben oltre rendendoli cyberpunk.
Jane entra in contatto con uno dei questi draghi, il più potente e maligno, destinato alla demolizione. Il suo nome, Melanchton, è un chiaro rimando a Filippo Melantone, nome ellenizzato di Philipp Schwarzerdt (1497-1560), teologo amico di Martin Lutero e animatore della Riforma protestante. Il drago Melanchton è una creatura manipolatrice, astuta e subdola, blasfema e nichilista, animata dall’odio e dalla vendetta. Jane e Melanchton stringono un patto e progettano la fuga. Scappata dalla fabbrica, Jane frequenta prima il liceo e poi l’università di alchimia, stringendo nuove amicizie, sperimentando droghe, praticando sesso occasionale e dedicandosi al taccheggio e alle arti magiche. Il suo percorso non è un arco lineare di crescita bensì una continua spirale distruttiva, scandita dagli stessi errori, dalle stesse perdite e dagli stessi sensi di colpa, in cui incarnazioni diverse degli stessi personaggi tornano a rivivere in un eterno ritorno. Non è un caso che all’interno del romanzo si menzioni il nastro di Möbius, la superficie non orientabile descritta dalla topologia matematica che ha ispirato la struttura di alcuni film di David Lynch.
Un’altra innovazione che salta subito all’occhio del lettore è indubbiamente l’ambientazione. Swanwick descrive con capacità immaginativa e abilità creativa apparentemente inesauribili un universo che sovverte sia i canoni dell’high fantasy classico, di matrice tolkieniana, in cui il Mondo Secondario è sub-creazione del Mondo Primario, sia dell’urban fantasy, in cui elementi fantastici vengono trapiantati nel nostro mondo. Si potrebbe parlare di portal fantasy, quel sottogenere in cui un personaggio del nostro mondo si ritrova per qualche ragione catapultato in un mondo altro, ma La figlia del drago di ferro è un romanzo che proprio in virtù della sua natura camaleontica e ibrida sfugge a ogni tentativo di classificazione. Le etichette di science fantasy e di dark fantasy, pur se applicate con una certa ragionevolezza, appaiono riduttive se non eufemistiche. In effetti, la critica specializzata non ha lesinato tentativi di categorizzare di quest’opera con le definizioni più fantasiose e disparate: c’è chi ha parlato di elfpunk, chi di technofantasy, chi di industrial fantasy o ancora chi, come John Clute[1], ha parlato di anti-fantasy per via dell’amoralità dei suoi personaggi e in particolare della sua anti-eroina. Una definizione che potrebbe apparire calzante, ma che è stata rispedita al mittente dallo stesso Swanwick, che nel suo blog ha affermato che «[q]uesto non è mai stato il mio intento»[2]. In un’intervista si è detto «scioccato» dalla definizione di anti-fantasy, perché «amo il fantasy e non stavo certo cercando di demistificarlo»[3].
È anzi proprio l’ibridazione dei generi, unitamente alla complessità del testo, al gusto citazionista e alla tendenza alla decostruzione, che a mio avviso dovrebbe far pensare al carattere postmoderno di questo romanzo sui generis. Il tono oscilla tra il tecnico-scientifico alla Gibson, il colloquiale, il grottesco e il volgare, in una continua commistione di magia e cibernetica, che può essere sintetizzata in sintagmi molto espressivi ideati dall’autore come «cloruro d’ammonio e fegato di rospo» o «cornamuse elfiche e sintetizzatori». Il ricorso a visioni psichedeliche e allucinazioni lisergiche può ricordare Hunther S. Thompson, mentre tra gli scrittori che più hanno influenzato Swanwick troviamo Hope Mirrlees, autrice di Lud nella Nebbia (1926), cui l’autore ha dedicato anche una monografia[4], e naturalmente J.R.R. Tolkien. Il Wall Street Journal ha definito quello creato da Swanwick «l’universo fantastico più accuratamente immaginato dopo quello di J.R.R. Tolkien». Certo, si potrebbe pensare che si tratti di esagerazioni pubblicitarie che lasciano il tempo che trovano e da prendere con le dovute cautele; eppure va detto che Swanwick non appartiene a quel novero di autori che rinnegano Tolkien, non è affetto (come Michael Moorcock e altri) da quel complesso edipico che vorrebbe uccidere il padre putativo del fantasy moderno, ma ha ammesso il debito nei suoi confronti:
«A livello profondo e inconscio, [La figlia del drago di ferro] è una dura critica di ciò che il fantasy è diventato. Mi sono innamorato del fantasy al liceo, e ho letto La compagnia dell’anello nel corso di una lunga nottata. Finii i miei compiti alle 11 di sera, e lo aprii, pensando di leggere un capitolo o due prima di addormentarmi, e finii l’ultima pagina proprio quando suonò la campanella dell’appello nel mio liceo la mattina dopo. Dopodiché cercai e lessi tutti i grandi autori fantasy – E.R. Eddison, Mervyn Peake, Fritz Leiber, Hope Mirrlees, Amos Tutuola, e così via. Perciò la recente ondata di trilogie fantasy intercambiabili mi ha scosso quasi allo stesso modo della scoperta che i boschi in cui ero solito giocare da bambino sono stati rasi al suolo per fare spazio a mediocri complessi residenziali»[5]
Benché a mio avviso si sia lontani dalle vette letterarie e artistiche di quell’immortale capolavoro che è Il Signore degli Anelli, è possibile tracciare alcuni punti di contatto tra le due opere. Per esempio, si può notare come Swanwick mutui dall’opus magnum tolkieniano il tema della quest, volta non già alla distruzione di un artefatto magico, bensì alla distruzione dell’universo stesso e alla morte di Dio (anzi, della Dea). Parimenti tolkieniani sono l’importanza che i nomi rivestono all’interno dei due romanzi, e come la conoscenza dei veri nomi delle cose consenta di avere potere su di esse, o ancora si potrebbe vedere nella fuga di Jane dalla sua realtà un parallelo alle accuse di escapismo rivolte alla letteratura fantastica in generale e alle opere di Tolkien in particolare. Infine, The Iron Dragon’s Daughter (1993), The Dragons of Babel (2008) e The Iron Dragon’s Mother (2019) costituiscono una trilogia di romanzi autoconclusivi che condividono la stessa ambientazione, mentre – come è noto – la divisione de Il Signore degli Anelli in tre libri è stata una scelta dettata dall’editore.
Peraltro non bisogna dimenticare che Swanwick attinge a una delle fonti da cui trasse ispirazione Tolkien, la mitologia celtica. Non solo troviamo citati luoghi leggendari come Avalon, Lyonesse, Ys, Tír na nÓg, Mag Mell, Broceliande, a volte spogliati del loro significato mitico, ma anche nomi gallesi (o grafie simil-gallesi) e riferimenti alla mitologia gallese, come per esempio Caer Gwydion (letteralmente la “fortezza di Gwydion”), ovvero il nome gallese della Via Lattea; i Tylwyth Teg, nome gallese per indicare il Popolo delle Fate; Gwenhidwy, nome della moglie di Gwydion e di una sirena del folklore gallese; o l’awen, l’ispirazione poetica dei bardi gallesi. Inoltre, secondo Tom Shippey, il massimo critico tolkieniano, Swanwick potrebbe essersi ispirato ai The Denham Tracts – una raccolta di folklore britannico risalente alla seconda metà dell’Ottocento –per la lista di creature magiche che compaiono nella sua opera[6]. Nel secondo volume di questa raccolta compare un lunghissimo elenco di termini associati al folklore dell’Inghilterra settentrionale, tra cui la prima occorrenza del terminehobbits[7].
Il mondo in cui vive Jane è Faërie, il Mondo delle Fate, ma è una realtà parallela e superiore alla nostra. Un mondo popolato di ogni sorta di abitante del Piccolo Popolo e del folklore europeo: elfi, demoni, folletti, coboldi, orchi, troll, gargoyle, nani, streghe, fate, ninfe, gnomi, goblin, ma anche varie figure di spiritelli meno noti, come lutin (dalle leggende francesi), hogboon (dal folklore delle Orcadi), powrie (dal folklore scozzese), lešij (dalla mitologia slava), gwarchell (dal folklore gallese, citato anche da Grimm nel suo Deutsche Mythologie), nisse (dal folklore scandinavo), pillywiggin (dal folklore britannico). Queste creature fatate, tuttavia, non hanno nulla a che spartire con le fays vittoriane e gli alti elfi descritti da Swanwick – uomini d’affari senza scrupoli che vestono completi firmati – sono ben altra cosa rispetto agli aristocratici elfi tolkieniani. Un mondo spietato, violento, corrotto, industrializzato e consumista, in cui troviamo centri commerciali, locali notturni, catene di fast food, nani comunisti che combattono in nome della lotta di classe ed elfi dell’alta società che aspirano strisce di “polvere di fata”, ma anche reginette della scuola coinvolte in sacrifici umani alla The Wicker Man, mani di gloria e magia sessuale. L’uso di termini o elementi familiari al lettore calati in un contesto fantastico crea una sensazione di spaesamento, di dissonanza cognitiva, e questa sovrapposizione tra i due mondi contribuisce ad aumentare lo straniamento. Talvolta ci si trova di fronte ad apparenti incongruenze, come il riferimento a un «completo italiano», una «scarpa italiana» o ancora alle «sciarpe italiane» finite non si sa come nel Mondo delle Fate o al vino cecubo decantato da Orazio. In altri casi, l’autore si vale di un procedimento inverso, quello di camuffare oggetti della nostra realtà sotto nomi che ci risultano disorientanti, alieni: per esempio, così come i draghi vengono usati come caccia militari, le auto sono dunque «cavalli di cromo» e i camion in «behemoth d’acciaio».
Come se non bastasse, ad arricchire questo chimerico calderone ribollente di spunti filosofici e contaminazioni letterarie non mancano citazioni neanche troppo velate al nostro mondo: Swanwick mette in bocca ai suoi personaggi le parole pronunciate da Neil Armstrong durante l’allunaggio, una celebre frase di Robert Oppenheimer tratta dalla Bhagavadgītā, riferimenti all’incipit di Neuromante (1984) di William Gibson, alla poesia Goblin Market (1862) di Christina Rossettie allo pseudobiblionCulti indicibili inventato da Robert E. Howard.
[1]J. Clute – J. Grant (ed. by), The Encyclopedia of Fantasy, St. Martin’s Press, New York 1997, p. 914
[6]Cfr. T. Shippey, “Fighting the Long Defeat: Philology in Tolkien’s Life and Fiction” in id. Roots and Branches, Walking Tree Publishers, Zurich and Berne 2007,p. 154 e “The Faërie World of Michael Swanswick” in D. Fimi – T. Honegger (ed. by), Sub-creating Arda: World-building in J.R.R. Tolkien’s Works, its Precursors, and Legacies, Walking Tree Publishers, Zurich and Berne 2019.
[7]J. Hardy (ed.), The Denham Tracts. A Collection of Folklore by Michael Aislabie Denham, and Reprinted from the Original Tracts and Pamphlets printed by Mr. Denham between 1846 and 1859, Vol. II, The Folklore Society, London 1895, p. 79
Profondo Nord: un villaggio innevato da fiaba, e l’amicizia ambigua e inquietante tra due donne profondamente diverse, ma forse complementari, (forse addirittura entrambe specchio e riflesso dell’autrice) sono al centro di L’onesta bugiarda (titolo originale Den ärliga bedragaren, 1982), di Tove Jansson, autrice finlandese, della minoranza che scrive in lingua svedese. Edito in Italia questo ottobre in una nuova edizione da Iperborea e tradotto da Carmen Giorgetti Cima, L’onesta bugiarda è un romanzo psicologico e introspettivo, dalle insolite cadenze del thriller, che scava nelle dinamiche misteriose che legano i due personaggi principali, due donne, una anziana, e una giovane: Anna Aemelin, una sensibile illustratrice di libri per bambini che passa il suo tempo a dipingere con gli acquarelli boschi e conigli, ricevendo tante lettere dai suoi piccoli fan, e Katri Kling, una giovane donna enigmatica e scontrosa, caratterizzata da inquietanti occhi gialli da strega, nota per la sua intransigenza morale e la sua eccessiva e provocatoria sincerità, (non mente mai nemmeno per convenzioni sociali), che vive con un fratello disabile e un pastore tedesco senza nome. Anna Aemelin abita da sola in una grande casa, simile a un coniglio, che attira subito l’interesse di Katri che vorrebbe viverci con il fratello e inizia così a coltivare questa strana amicizia che Anna ricambia incapace di dire no alle persone. Anna vive ancora legata all’infanzia, ai suoi genitori, al suo mondo interiore fantastico e immerso nelle atmosfere fiabesche dei suoi disegni. Katri è invece razionale, pratica, forse anche calcolatrice, legata ai soldi e alla materialità del vivere. Due mondi psicologicamente in antitesi che si incontrano per vincere la grande solitudine che le accomuna. Abbandonata la letteratura per l’infanzia, celebre il suo mondo incantato dei Mumin, Tove Jansson ci presenta un romanzo per lettori adulti, caratterizzato da una lingua evocativa, elegante, e intrisa di sentimenti contrastanti, ma capace di suscitare interrogativi profondi sull’esistenza, sull’ambivalenza dei gesti quotidiani, sulla capacità di ferire la sensibilità altrui anche quando non lo si vorrebbe. Ma chi è l’onesta bugiarda del titolo? Forse lo sono entrambe le protagoniste in una profonda riflessione su cosa sia la verità, sempre mutevole e mai definitiva, e quanto la sincerità a tutti i costi non sia sempre un valore positivo, ma possa ferire appunto o diventare uno strumento di controllo, di manipolazione e di dominio. È una lettura lenta, sinuosa, cadenzata, priva di reali scossoni o colpi di scena, ma ricca di dettagli minimi, di impalpabile ricchezza espositiva che riflette un mondo interiore in perenne mutamento. Anche la descrizione della natura arricchisce di bellezza la narrazione con i suoi boschi oscuri e misteriosi e la sua neve perenne che congela un mondo di sentimenti inespressi, in cui le parole non sempre servono a comunicare, e di vulnerabilità. Anche fuori dalla letteratura per l’infanzia, Tove Jansson sa far sentire la sua voce, netta, precisa, autentica, forse più parlandoci di sé stessa che dei suoi personaggi. Molto amato da Ursula K. Le Guin. Da riscoprire. Postfazione di: Arianna Giorgia Bonazzi, immagine di copertina di Dee Nickerson.
Padre scultore e madre illustratrice, Tove Jansson (1914-2001) cresce tra una vivace casa-atelier di Helsinki e un solitario e avventuroso isolotto dell’arcipelago finlandese. Il mondo d’arte e fantasia dell’infanzia nutre la sua vocazione di pittrice, vignettista e scrittrice e le ispira la serie di libri sui Mumin, oggi un classico di culto noto e amato in tutto il mondo. Con lo stesso spirito, ironico e poetico, acuto e dissacrante, si è rivolta anche agli adulti. Iperborea ha pubblicato La barca e io, Viaggio con bagaglio leggero, Fair Play, Campo di pietra e il best-seller Il libro dell’estate. È inoltre in corso di pubblicazione per Iperborea l’intera serie delle strisce dei Mumin e una collana speciale di albi illustrati tratti dalle loro storie più celebri.
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Leggere “Come uccidono gli eredi” significa penetrare in un universo dorato e soffocante, dove il privilegio si veste di seta e gioielli ma odora di corruzione e paura. La prima sensazione che si prova è claustrofobia: giovani vite che “devono” apparire perfette, intrappolate in copioni imposti dalle famiglie e dalla società, e che invece sono soltanto pedine in una recita feroce. E sarà proprio questa inquietudine tra libertà negata e bisogno di apparire che rappresenta il cuore del romanzo. Il fulcro narrativo è il Club degli Eredi di New York, un esclusivo circolo che non si limita a garantire lusso e protezione, ma rappresenta una vera e propria consacrazione sociale. Entrarvi significa avere un futuro spianato, un lasciapassare per i piani più alti del potere economico e politico. È il regno dei “prescelti”, ragazzi che hanno respirato sin dalla nascita solo l’aria rarefatta delle élite, educati a non sbagliare ma anche a coprirsi sempre l’un l’altro pur di mantenere intatta la facciata. I protagonisti riflettono le diverse sfaccettature di questo sistema. Bernie Kaplan è forse il personaggio più immediatamente empatico e la sua voce mette in evidenza la gabbia dorata in cui tutti si muovono. Dietro l’apparente sicurezza si nasconde il peso delle aspettative, il continuo timore che la verità possa emergere. Isobel Rothcroft, regina di stile e perfezione, incarna l’ossessione per l’immagine, simbolo di una femminilità costruita a misura di copertina. Skyler Hawkins, forse il più fragile, porta dentro di sé la contraddizione tra desiderio di ribellione e necessità di appartenere. Ma la vera anomalia è Tori Tasso, l’outsider, sempre la migliore nei risultati scolastici, ma proveniente dal Queens. Lei è l’intrusa, la scheggia impazzita pronta a incrinare la simmetria del gruppo. La sua presenza non è solo un enigma narrativo, come ha fatto a ottenere un invito? ma rappresenta anche il confronto tra il mondo dei privilegiati e chi, come lei, conosce altre strade, altre possibilità di vita. L’ambientazione è cruciale. Siamo nella Manhattan dei superattici e dei gala, un microcosmo che affonda le radici nell’eredità WASP, quel sistema di potere nato dai primi padri pellegrini e ancora oggi capace di imporre all’America regole invisibili. L’autrice non si limita a raccontare un delitto in un contesto mondano: porta in scena la sopravvivenza di un modello sociale che identifica la ricchezza come segno di predestinazione, il denaro come moderna grazia divina. La piramide sociale deve restare intatta e, per difenderla, ogni mezzo è valido: segreti, bugie, omissioni, silenzi compiacenti. Il Ballo degli Eredi, a conclusione di un percorso scolastico superiore, è l’apice simbolico di questo meccanismo. Un’esclusiva festa scintillante, promessa di successo e visibilità, ma che può trasformarsi in un baratro. Dietro i sorrisi, gli abiti da haute couture e le coppe di champagne, serpeggiano rivalità, invidie e paure. Quando la tragedia sconvolgerà tutti, con una morte improvvisa, non sarà solo l’elaborato evento mondano a crollare: l’intero castello di apparenze verrà messo in discussione, rivelando la brutalità nascosta dietro quel patinato splendore. Jessica Goodman costruisce la trama alternando i punti di vista dei protagonisti e crea un romanzo corale su due piani: la settimana prima del ballo e ciò che avverrà dopo la tragedia. Questo doppio binario narrativo accresce la tensione e la curiosità del lettore di scoprire come i pezzi possano andare a incastrarsi. Il delitto, se verrà riconosciuto come tale, diventerà non solo un enigma da risolvere, ma e soprattutto lo specchio di una società che si autodivora pur di mantenere il proprio potere. Il vero motore del romanzo, infatti, non sarà l’indagine in sé, ma la critica sociale che vibra in ogni pagina. Gli Eredi sono ragazzi sacrificati al dio denaro, costretti a perpetuare un patto mai scelto, in una catena in grado di annientare ogni differenza e pensiero critico. Burattini scintillanti mossi da famiglie e istituzioni che temono il crollo del sistema più di qualsiasi scandalo. “Come uccidono gli eredi” più che un romanzo di consumo è un pericoloso viaggio nei salotti dorati di New York, dove il lusso non è altro che una maschera. È il racconto di come quell’élite riesca a proteggere se stessa con spietata ferocia, fino a spingersi oltre il limite. Ed è soprattutto la storia di ciò che si è disposti a sacrificare: la verità, la coscienza e perfino la vita, pur di non scivolare fuori dalla piramide sociale. Un romanzo incalzante, che parte in sordina ma accelera fino a un travolgente finale, dove i colpi di scena si susseguono senza tregua. Jessica Goodman dimostra ancora una volta di saper trasformare un contesto scintillante in una intrigante trappola narrativa: perché in fondo, in quel mondo ovattato e crudele, il vero pericolo non è scoprire che ci sia un assassino, ma domandarsi quanti altri terribili segreti siano ancora sepolti sotto i tappeti dell’élite. Traduzione a cura di Emanuela Foglia.
Jessica Goodman è una caporedattrice di Cosmopolitan. Loro volevano essere noi è il suo debutto come autrice, seguito da They’ll Never Catch Us – Non ci prenderanno, ora pubblicato nella stessa collana. Dal suo romanzo d’esordio, HBO Max sta adattando una serie tv che vedrà protagoniste Sydney Sweeney, star di Euphoria, e la cantautrice Halsey al suo primo lavoro come attrice. Come uccidono gli Eredi è il suo nuovo thriller young adult a essere pubblicato nella stessa collana.
Non so perché si guarda la tv oggi in Italia. Cosa si può bere nell’anima di quegli intrugli propinati per divertimenti, lazzi, svaghi. Non la guardo da 20 anni anche se mi tengo aggiornata con i quotidiani online, e qualche volta passo davanti al televisore acceso mentre c’è il telegiornale. E’ una pozzanghera che imbratta l’anima, lo spirito. Guerre, corruzione, malasanità, omicidi, terrorismo, femminicidi, violenze sessuali.. potrei andare avanti…. all’infinito… e poi arriva la parte finale del notiziario, la peggiore. Si vorrebbe concludere la carrellata di notizie con note piacevoli e invece arriva ogni giorno “la pugnalata al cristiano”, come la chiamo io: concerti oceanici con raduni al limite dell’idolatria; nozze gay di vip; sfilata di moda con modelle e modelli anoressici o bulimici, o bulimici-anoressici…… Star del cinema con figli fecondati in vitro e senza l’altro genitore. Coppie di omosessuali che vorrebbero adottare un bambino o che fosse fatto per loro su misura. Anche qui si va all’infinito dello sprofondare… per un cristiano. Infine c’è la pubblicità, e senza accorgene siamo risucchiati nel vortice dei peccati olfattivi, gustativi, visivi e degeneriamo desiderando quello che oggi nel nostro Paese possono permetterselo in pochi.
Faccio questo lungo preambolo alla mia recensione su Don padre Tomaselli perché ora più che mai sarebbe opportuno far conoscere alle nuove generazioni sacerdoti che sono davvero santi e non lontano toppo dai nostri tempi. Il Bene esiste, cari ragazzi. Leggete i libretti di Don Tomaselli, amate Gesù e la Santa Vergine Maria con lo stesso ardore suo, come lo ha amato questo siciliano anomalo, che parlava con la testa bassa, non guardava fisso negli occhi, aveva un concetto della purezza che è obbligatorio recuperare perché ormai siamo diventati come Sodoma e Gomorra e il dramma è che non ce ne curiamo più.
Don Giuseppe Tomaselli era nato a Biancavilla, in provincia di Catania, il 26 gennaio 1902, da una famiglia umile di robusta morale e dal profondo spirito cristiano. Scrive, infatti, nel suo Diario, che San Padre Pio, suo “Protettore particolare”, gli aveva assicurato che egli era: “Stato senza l’amicizia di Dio solo tre giorni, prima di ricevere il Battesimo”. Finite le scuole elementari, maturò in lui il desiderio di farsi sacedote. Frequentò per questo, sino alla quarta ginnasiale, le scuole nel Piccolo Seminario Arcivescovile del suo stesso paese natìo. Seguendo la luce di Don Bosco, l’8 luglio 1928, a 26 anni, fu consacrato sacerdote. Per tanti anni egli venne a contatto con la povera gente e con ragazzi borderline. Dal 1960 fino al giorno della sua morte, avvenuta nella notte tra l’8 ed il 9 maggio 1989, egli operò a Messina. Don Tomaselli non si concedeva riposo, svago o vacanze. La stessa domenica era per lui la giornata più faticosa, dedicata a conferenze religiose e alla diffusione della buona stampa. Partiva al mattino presto, dopo aver celebrato la messa, e tornava spesso a notte inoltrata: e questo anche quando era già ultra ottantenne. Ogni giorno poi, prima di andare a letto, andava in cappella, passava da Gesù Sacramentato e si fermava intere ore lì davanti, deponendo nel Cuore di Gesù tutte le pene che aveva ascoltato durante la giornata stando a contatto con le varie mierie umane. L’Eucaristia, infatti, fu sempre il fulcro della sua esistenza, l’alimento della sua vita e l’anima del suo apostolato. Don Tomaselli viveva continuamente immerso in intima unione con Dio: “Non lascio passare un solo quarto d’ora senza che io elevi espressamente la mia mente a Lui”.
Il venerdì, poi, era un giorno speciale. La sua Messa, come quella di San Padre Pio a cui egli era particolarmente legato, era una vera e propria celebrazione del Signore morto e risorto per la salvezza dell’intera umanità. Le sue prediche coniugavano precisione di dottrina e semplicità evangelica, unita a zelo apostolico instancabile, e all’Amore di Dio che scendeva nei cuori e li orientava al Signore di ogni illuminazione e di ogni consolazione. Basti pensare che per poterlo ascoltare, tante persone venivano anche da molto lontano. Nel pomeriggio, vi era sempre la conferenza e l’incontro personale con le anime, anche religiose e sacerdotali, che si protraeva sino a tarda sera. Padre Tomaselli ha consacrato ogni palpito del suo cuore alla dilatazione del Regno di Dio. Il segreto di tanta inesauribile e molteplice dedizione risiedeva in una profonda vita interiore, in un cammino di fervore e santità, fatto tenendo sempre ben in mente e nel cuore i tre amori bianchi di Don Bosco: l’amore a Gesù Eucaristico, alla Vergine Immacolata ed al Papa.
Raccontava spesso con piacere che, giovane chierico nella Casa Salesiana di Caltagirone, una volta cadde da una considerevole altezza e che la Vergine Santa, da lui prontamente invocata, lo liberò dalla morte.
Ebbe il ministero della Parola e quello della buona stampa. E sull’esempio di Don Bosco, egli consacrò tutta la propria vita a scrivere e a diffondere i suoi libretti religiosi, tutti studiati intelligentemente e scritti con stile semplice e comunicativo. Sono agili, avvincenti, appetitosi. Scrisse il primo libretto su santa Teresa di Lisieux , poi scrisse il secondo e così via.. per giungere a più di cento pubblicazioni. In lui vi era un’anima mistica, perciò la sua penna era spesso “rovente” e, talvolta, “tagliente”, con un linguaggio evangelico. Era innamorato di Dio, dell’Eucaristia, della Vergine Maria e della anime. Furono tratti peculiari della sua ascesi spirituale: la purezza e la poverà. “La purezza è il campo di battaglia di tutti” – soleva dire. “Gesù e Padre Pio, mio Protettore particolare datomi da Dio, assicurano che mai ho commesso un peccato mortale”. La virtù della purezza, per la cui conquista per lungo tempo aveva portato il cilicio, si manifestava nel tratto delicato, in quel suo parlare e camminare con gli occhi bassi. Al suo santo patrono egli dedicò un libretto dal titolo: “La Verginità di san Giuseppe”. La sua povertà fu poi esemplare, eroica. Il suo più grande desiderio: farsi “tutto a tutti – come San Paolo – per guadagnare tutti a Cristo”. Per questo accettava, anzi cercava con l’uso del cilicio, sofferenze di ogni tipo, fisiche e morali, che lo accompagnassero per tutta la vita, anche se nulla traspariva dal suo volto sempre sereno e sorridente. Ecco pertanto cosa si legge nel suo Diario:“Per grazia di Dio, provo grande gioia e soddisfazione allorché prego per coloro che mi fanno soffrire. Penso che la preghiera per coloro che mi fanno soffire è di gradimento a Gesù e come Gesù ha perdonato e perdona le mie miserie, così anch’io devo perdonare generosamente e pregare. Mi ricordo una battuta che può sembrare strana. Un amico diceva:
-Lei prega per me?
-A dire il vero, non prego mai espressamente per lei!
– E perché?
– Perché lei non mi dà mai un dispiacere. Prego molto, moltissimo per quelli che mi fanno soffrire, più mancano verso di me e più prego per loro”.
Fu bersaglio del demonio. La gente gli portava ammalati vittime del demonio, e lui con pazienza, forza, pietà e coraggio esercitava la sua esemplare missione di esorcista e sacerdote santo. La morte arrivò per lui a 87 anni.
Il giorno del suo 60esimo anno di sacerdozio, il Signore disse:“Ti faccio oggi gli auguri e così ti do le trentamila anime che in questi mesi mi hai chiesto e per le quali hai lavorato con l’apostolato, con sacrifici, con le preghiere e le Sante Messe applicate, ed il tutto per i meriti dei miei trentatrè anni che passai sulla terra”.
Domenico Catalfamo è nato a Bafìa di Castroreale (provincia di Messina) nel 1937. Si è laureato in Lettere moderne all’Università di Messina con una tesi in Storia sul pensiero economico dell’illuminista napoletano Giuseppe Palmieri. Ha insegnato per lunghi anni Italiano e Latino nei licei. Ha fatto parte, seppur con una posizione originale, del movimento letterario «Realismo lirico», raccolto intorno all’omonima rivista, pubblicata dalla prestigiosa casa editrice Ceschina di Firenze e al poeta e giornalista Aldo Capasso. Ha pubblicato poesie e articoli di critica sulla suddetta rivista, su «Artestampa», edita da Sabatelli Liguria, sotto gli auspici dello stesso Capasso, e su «Zootecnica e Vita», rivista accademica nata all’Università di Messina, per iniziativa di Nino Pino, scienziato e umanista, all’insegna del superamento della barriera preclusiva creata nella tradizione culturale italiana, d’impronta crociana, per separare artificialmente (e artificiosamente) sapere umanistico e sapere scientifico.
All’impegno culturale ha affiancato quello politico-amministrativo. Consigliere comunale a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) dal 1960 al 1962, a Castroreale dal 1962 al 1968. Assessore alla Cultura e vice-sindaco in quest’ultimo comune dal 1968 al 1987, anno in cui non ha ripresentato la sua candidatura, ritirandosi dalla politica attiva, ma rimanendo fedele alla sua ideologia, fortemente influenzata dal pensiero di Antonio Gramsci. Dirigente sindacale della C.G.I.L. e dell’Alleanza dei contadini. È stato, inoltre, Consigliere della Comunità montana, dando un valido contributo alla stesura dello Statuto costitutivo.
Vede ora la luce un volume antologico di poesie che risponde ad un progetto delineato dallo stesso autore, il quale ha raccolto in un quaderno scritto a mano una selezione delle poesie composte in vari periodi della sua vita, divise in tre sezioni, che corrispondono rispettivamente al periodo di ritorno della vena poetica nella fase del pensionamento (1998-1999), al periodo giovanile (1957-1960), e, infine, alla fase che comprende gli anni 2000-2001, nei quali il poeta ritiene di dover prendere commiato dalla poesia e dalle persone care, cessando di scrivere versi, probabilmente perché pensa di aver detto tutto quello che aveva da dire.
La raccolta, che reca il titolo di Le parole e il tempo, è pubblicata dalle Edizioni Pendragon di Bologna ed è preceduta da un ampio studio introduttivo del figlio Antonio, docente universitario.
Domenico Catalfamo appartiene a quella vasta schiera di intellettuali del Sud che, lungo la scia segnata da Gramsci, hanno coniugato, nel secondo dopoguerra, impegno civile ed impegno culturale, per trasformare la «questione meridionale» in «questione nazionale» e realizzare un mutamento radicale dell’intero Paese.
Come Rocco Scotellaro, «sindaco-poeta» di Tricarico, egli offre al lettore una visione realistica del mondo contadino, basata sul rapporto dialettico tra passato, presente e futuro, nella quale l’angoscia esistenziale convive con la fiducia nel cambiamento. È questa la «dialettica dei tre presenti» di cui parla Concetto Marchesi, al quale Domenico Catalfamo si ispira. Ed è questa la caratteristica fondamentale del neorealismo in Italia. Le macerie, materiali e morali, della guerra sono ancora agli angoli delle strade e nella coscienza collettiva, determinano sofferenza, ma, nello stesso tempo, la drammatica esperienza vissuta spinge alla lotta per una società di liberi ed eguali. È il «sogno in avanti» di Ernst Bloch.
Elemento essenziale di questo rapporto dialettico è il dolore, che, al pari del Leopardi, viene proposto come elemento conoscitivo che, determinando consapevolezza, spinge all’azione.
Domenico Catalfamo, come Lucrezio, poeta a cui si sente molto legato, tanto da dedicargli una tesi presentata ad un corso abilitante, è consapevole che in natura ogni distruzione è accompagnata da una costruzione o ricostruzione su basi nuove. La vita umana è una continua lotta tra bene e male: anche quando provvisoriamente prevale il primo, il secondo è sempre in agguato, pronto ad emergere con la sua forza distruttiva. Per questo le conquiste rivoluzionarie non sono acquisite una volta per tutte, ma debbono essere continuamente difese e potenziate con l’azione politica organizzata.
Le parole sono usurate dal tempo, come la moneta di Mallarmé, ma bisogna continuamente rinnovarle, attribuire ad esse nuovi significati, anche rivoluzionari, ma, nello stesso tempo, recuperare la loro genuinità primigenia, tradita dall’uso spesso strumentale, retorico, demagogico.
Domenico Catalfamo ricostruisce la storia di miseria del mondo contadino in cui è nato ed è vissuto, in una Sicilia ancora semifeudale, che si intreccia con quella della sua famiglia. Rievoca con grande forza espressiva l’immagine del nonno pastore, che di questo stato di miseria è la drammatica personificazione: «Ti ricordo, nonno, / reduce dai monti, / il viso scavato / ed i capelli grigi, / i panni male asciugati / al focolare. / Sulla porta di casa / mi porgesti / il bianco pane / che a te stesso forse / e alla nonna / togliesti di bocca. / Pane prezioso, / in quegli amari tempi, / che custodivi tra le carni / e la camicia lisa / di pastore. / Dare non mi potesti / il vino del tuo sangue, / fatto acqua / nel corpo piagato. / Ora sei in me, / nonno, / col tuo cuore disperato, / di cristo bestemmiatore / senza peccato». È il Cristo «bestemmiatore» dei poveri, che ricorda quello di Ernesto Balducci, che giustifica le bestemmie del fabbro presso il quale faceva il garzone da bambino, le quali assumono un sapore rivoluzionario come sublimazione della sofferenza e come scatto di orgoglio contro un mondo che sembra immobile nei secoli e che pure bisogna far procedere in avanti.
Il nonno muore, nell’immediato secondo dopoguerra, per lo scoppio di una bomba, residuato bellico rimasto nascosto lungo una trazzera di campagna, occultato dalla macchia. Anche un bambino, amico del poeta, fa la stessa fine mentre gioca con ordigni. Il conflitto continua a mietere vittime innocenti, che funestano le giornate, anche quelle che potrebbero essere serene, assorbite dai riti della religiosità popolare, come le novene natalizie, che dovrebbero attrarre la fantasia e la sfera emotiva dei più piccoli: «Si usciva, / nei mattini di dicembre, / nelle strade ancora buie, / col nero senza stelle / del cielo. / Fasci di cannucce accese / ci facevano luce. / Chi saliva e chi scendeva / lungo i sentieri di capre. / Ci accoglieva in chiesa / il viso sanguigno / di un re pastore, / omerico suonatore / di ciaramella. / Festoni vivi di arance / e lume incerto di candele / per il rito / pagano-cristiano / della nascita. / Lì fuori era morto, / tra i poveri giochi di guerra, / il mio amico Natale».
Il poeta non ha nostalgia per i rapporti di lavoro che caratterizzavano il mondo contadino siciliano, ma per la sua sostanza umana, basata sulla solidarietà tra i poveri, e per quell’ambiente geografico ancora incontaminato, che con la componente umana costituisce un tutt’uno inscindibile, superando la distinzione tra mondo degli uomini, mondo animale, mondo vegetale. È questa «indistinzione», secondo Carlo Levi, che rappresenta lo spartiacque tra l’universo contadino e quello industriale. L’impegno, lo studio, consentiranno di conservare questa sostanza e, nel contempo, di proiettarla in avanti, verso nuovi rapporti economico-sociali e politici: «Il lunedì partivo / col mio zaino di studente / e mi inseguiva sulla provinciale / l’ansioso richiamo di mia madre. / Presa una strada fuori mano, / avanzavo prudente, / fra case operose / incassate tra i monti. / Il vocale / melodioso del merlo / dominava la valle, / in un duetto / perfetto / con l’usignuolo. / Di volata mi ritrovavo / sul greto di sassi. / E il mugnaio, / davanti il mulino, / col suo volto luciferino / mi salutava. / Poi, non visto, / salivo / i gironi del colle, / per riemergere ansante / nella gloria del sole, / nei coltivi un sorriso di viole / e negli occhi il colore / dei ciclamini. / E laggiù, / come nate dal mare, / le isole favolose del dio, / appena disegnate / nel tenero azzurro del cielo, / e il mio umile entrare / nelle strade di ieri, / aspettando, palpitante, / il domani».
La mente del poeta va ai compagni di un tempo, che sono morti nel fuoco della lotta, ma che ora sono stati traditi dal trasformismo politico, dall’abbandono degli ideali, e persino dei simboli, del comunismo: «Cari compagni vi scrivo / a un indirizzo che non so. / Mi avete lasciato andandovene / in questa terra straniera, / in questa grigia sera / dove le luci si spengono / ad una ad una. / Quando vi trovo al cimitero / mi sembra ancora di partecipare / alle nostre riunioni, / quelle del partito vero, / nelle stanze anguste / delle borgate, / nei magazzini di campagna, / nelle legnaie di montagna, / a dire la propria / e ad aspettare la parola / che aprisse la porta / dell’avvenire, / seduti stretti sulla panca / dopo la giornata stanca / di lavoro. / Compagni è finita, / non verrà quella vita / che avete sognato. / Le serpi pasciute / nel povero seno / hanno imparato l’arte, / l’hanno messa da parte, / trovando rifugio / nella casa ospitale / del capitale, / esperti di banca, / di economia, / hanno trovato la via / che li porta lontano, / nel fango dorato / della vergogna, / sepolcri imbiancati, / coi vestiti firmati, / che si sono comprati / coi trenta denari / del tradimento. / Addio compagni morti, / forse un giorno risorti / per la speranza».
Ma questi compagni traditi risorgono, alimentano in chi è ancora vivo la speranza del cambiamento, che si nutre della loro memoria, del loro esempio e della loro lotta, che stimola a continuare lungo la stessa via.
Ai figli Domenico Catalfamo non lascia in eredità beni materiali, ma se stesso e i propri ideali, affinché continuino la sua azione e li trasmettano agli altri: «Non vi lascio, miei amati, / estesi giardini, / con viali d’ombra e di sole, / neppure un orto vi lascio, / con fichi / e limoni nani. / Non una magione / con ampi saloni / e verdi verande fiorite, / e neanche una casetta / alla svolta del vicolo. / Non vi lascio / un grande nome da spendere / come un conto illimitato. / Solo uno smilzo me stesso / vi lascio / che la vostra memoria forse / cancellerà. / Ben altro avrei voluto lasciarvi, / dopo avervi cresciuto col fiato, / qualcosa più grande / del cielo e del mare, / una verità, / un bene per voi / e per tutti. / Ma non è stato possibile. / Vi lascio / quello che tutti i poveri / lasciano, / vi lascio voi stessi / e spero che le vostre mani / possano spingere il mondo / dove le mie / non hanno potuto. / È poco, lo so. / Ma che la speranza / possa avere la forza / per camminare».
Il poeta attribuisce una grande funzione alle mani, all’azione rivoluzionaria. Quelle mani che, secondo Marx, hanno distinto, con la loro possibilità di articolazione, l’uomo dagli animali, costituendo, attraverso l’idoneità al lavoro, oltre che lo strumento per il suo sfruttamento, anche quello per il suo riscatto: «Mani pazienti e accorte / il bimbo appena nato / consegnano alla madre, / all’abbraccio dolce e dolente / della datrice di vita. / Mani di fata che spargono / nuvole e rose / sulla tela faticosa. / S’intrecciano le dita / di donna innamorata / a quelle del suo sposo. / Mani tremanti per le carezze / di un amore segreto. / Passano i sogni per le mani / di tutti gli esseri umani. // Mani che accendono / i fili della tortura, / mani di mostri che strozzano / il grido del giusto, / mani di assassini, / mani viola di morti, / mani mozzate / che non possono più sbagliare / né correggersi, / che non possono più operare / per il dolore e la gioia. // Mani operaie che tagliano / e annodano fili, / che spingono carriole, / che costruiscono muri e bastioni / per la civiltà e la barbarie, / per il bene e il male del mondo. / Mani che scarne si tendono / a ricevere infine la morte. // Mani della pace, / di tutti i fratelli / e le sorelle del mondo, / strette nel patto / della comune felicità, / fermate per un momento la morte, / accendete per tutti /il sole della speranza».
Alle mani associa la parola libera, anch’essa strumento rivoluzionario, che trova nella poesia la sua sublimazione: «Togliete al poeta / la sua libera voce, / resterà come l’albero / senza frutti né fronde, / sarà come automa / che si muove / o che sta / nel regno comune / della necessità. / Più non lascia aquiloni / librarsi nel cielo, / non escono suoni / dalla cetra in disuso. /Rimane una cosa / che non vive / e non posa, / ma inerte si chiude / nel grembo di morte».
Gli ultimi anni hanno conosciuto un innegabile passaggio di mentalità: nel dibattito pubblico non si parla (quasi) più di «delitto passionale» ma di «femminicidio», e il tema della violenza di genere è divenuto centrale. Si tratta di un’evoluzione anche giuridica, che ha individuato nuove fattispecie di reati (il femminicidio appunto, ma anche lo stalking e il revenge porn), e trasformato la nostra comprensione degli abusi sessuali e di tutte le forme di aggressione verso le donne, stimolando nuove domande su come interpretarle, prevenirle e contrastarle. Nel suo ultimo lavoro, Costanza Jesurum esplora questo cambiamento radicale, affrontando la violenza di genere su tre livelli: il contesto socioculturale ed economico che alimenta l’azione violenta; i meccanismi psicologici (e la loro complessità) che ne sono alla base; le possibili soluzioni sociali e politiche per prevenire e non solo sanzionare. Il libro affronta tutti gli aspetti del fenomeno in modo critico, originale e completo: il ruolo ambivalente di Internet, quello delle differenze sociali, culturali, di classe, le dinamiche psicologiche che si attivano nelle vittime, i segnali premonitori della violenza, che possono guidarci nella prevenzione e nell’autodifesa, i guasti emotivi e sociali che essa lascia. Violenze di genere è uno strumento importante non solo per tutte le persone, di qualunque genere, che vogliano comprendere fino in fondo le cause, i meccanismi e le conseguenze dell’aggressività verso le donne, ma anche per chiunque intenda orientarsi e proteggersi nelle difficoltà della vita sentimentale e relazionale.
COSTANZA JESURUM (Roma, 1973) Laureata in filosofia e poi in psicologia, è psicologa analista dell’AIPA (Associazione Italiana Psicologia Analitica). Collabora con diverse testate («L’Espresso», «la Repubblica», «Il Mattino») e periodici di settore. Ha lavorato nei centri antiviolenza e nei consultori. Ha collaborato con l’ISTAT nelle indagini sulla violenza di genere. Ponte alle Grazie ha pubblicato Il corpo in questione. Per una psicologia del sesso (2022); ricordiamo anche Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana (minimum fax, 2015), Dentro e fuori la stanza (minimum fax, 2017), Il giaguaro nel canale (Wetlands, 2023).
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Candice Fox ci trascina in un territorio insidioso e moralmente ambiguo, dove la linea di confine tra l’eroismo e il crimine si assottiglia fino a sparire. L’idea di partire proprio dai vigili del fuoco di New York, simboli di coraggio, dedizione e sacrificio, soprattutto nell’immaginario collettivo post-11 settembre, e trasformarli in una banda di rapinatori spietati e geniali, già di per sé è una scelta narrativa che destabilizza e incuriosisce. È come se Fox avesse deciso di ribaltare un mito per dimostrarci quanto fragile possa essere l’apparenza di integrità attribuita normalmente a certi ruoli. I membri della Engine 99, squadra d’élite del FDNY, sono i protagonisti assoluti: quattro uomini abituati a guardare in faccia le fiamme, a calarsi nel cuore di un inferno fatto di calore, fumo e collasso strutturale. Ma qui quei quattro non sono dei salvatori. Sono piromani, rapinatori, assassini, capaci di sfruttare il proprio mestiere come copertura perfetta per milionarie rapine. Candice Fox, con una scelta narrativa quasi blasfema, li trasforma da eroi a predatori urbani, senza mai cadere nella caricatura: sono uomini veri, ma pieni di debolezze e contraddizioni e ciascuno di loro detiene un bagaglio oscuro che li rende contemporaneamente affascinanti e pericolosi. A incrinare la compattezza del gruppo arriverà Andy Nearland, investigatrice sotto copertura che si infiltrerà tra di loro fingendo di far parte della squadra. Andy è un personaggio che conquista subito: non è la solita eroina di maniera, ma una donna lucida, coriacea, in grado di rischiare tutto pur di portare a termine l’incarico. Il suo rapporto con l’FBI è opaco, il suo passato disseminato di ombre; ciò nondimeno ciò che la rende affascinante è la sua calcolata instabilità, quel suo muoversi sempre in bilico tra verità e menzogna, fedeltà e tradimento. La sua presenza romperà gli equilibri interni della Engine 99 e, nel contempo, sarà un punto di vista privilegiato per il lettore, che con lei entra e respira la tossica atmosfera di questa banda travestita da soccorritori. L’autrice costruisce il romanzo come un labirinto di crescenti tensioni. L’indagine per scoprire che fine abbiano fatto la compagna e il figlio di Ben, il più fragile e ambiguo tra i quattro pompieri, si intreccia con i colpi messi a segno dal gruppo, con i reciproci sospetti e la discesa in un abisso di violenza e avidità. La scrittura ha un respiro cinematografico: ogni scena pare pronta per essere trasposta sullo schermo: l’odore acre del fumo, i tunnel sotterranei di Manhattan usati come vie di fuga, le notti illuminate dai bagliori degli incendi che fungono da diversivo per le rapine. C’è poi il tema delle doppie vite, che attraversa ogni pagina del romanzo. Questi pompieri celebrati come icone di sacrificio e dedizione, devono per forza essere insospettabili. Candice Fox si diverte a smascherare l’ipocrisia di una città che idolatra i suoi eroi senza domandarsi chi ci sia veramente dietro quella divisa. E lo fa senza compiacimenti, ma con una freddezza quasi documentaria, frutto di un lungo lavoro di ricerca: interviste a pompieri veri, colloqui con poliziotti sotto copertura, immersioni nei quartieri più oscuri di New York. Non meno importante sarà poi la riflessione sul lato umano dei personaggi: l’avidità, la paura, la lealtà distorta, i legami di fratellanza che si trasformano in catene. Ben è dilaniato dalla perdita della famiglia e dal sospetto che i suoi stessi compagni possano esserne responsabili; Matt, il leader carismatico e oscuro, incarna la sicurezza, la fascinazione del potere; Engo, sempre brutale e imprevedibile; Jake, divorato dalla dipendenza dal gioco che lo rende vulnerabile. Nessuno è unidimensionale, nessuno è completamente vittima o carnefice: Candice Fox non prova a giustificarli, ma li mette a nudo, mostrando quanto sottile sia il confine tra il gesto eroico e quello criminale. La tensione cresce capitolo dopo capitolo in un ritmo serrato che non concede pause. Devil’s Kitchen è un thriller che non si accontenta di intrattenere, ma scava nella psicologia dei protagonisti, interroga il lettore sul concetto stesso di giustizia, sulla corruzione insita in ogni sistema, sul prezzo da pagare per la verità. È un romanzo che brucia dall’inizio alla fine, infuocato non solo negli scenari ma soprattutto nelle anime dei suoi personaggi. Candice Fox dimostra ancora una volta la sua capacità di fondere ricerca scrupolosa, inventiva narrativa e talento nel delineare figure femminili al di fuori dagli schemi. Andy Nearland è l’antieroina perfetta per questo mondo distorto: fragile e forte, spietata e solidale, sempre pronta a oltrepassare i limiti per scoprire ciò che si nasconde. In conclusione, Devil’s Kitchen è un romanzo che sorprende e cattura, perché osa demolire l’immagine più sacra dell’eroismo urbano e la ricostruisce come un palcoscenico di avidità, violenza e redenzione impossibile. È un libro che lascia addosso l’odore del fumo e l’eco delle sirene, e ci ricorda come dietro qualche uniforme possa celarsi un bruciante segreto.
Candice Fox è nata a Sidney in una famiglia pronta ad accogliere non solo figli propri e altrui, ma anche un’ampia gamma di animali selvatici feriti. In questa comunità vivacissima ha coltivato la sua passione per il crimine, espressa felicemente in thriller che negli Stati Uniti hanno scalato le classifiche del New York Times. I romanzi di Candice Fox sono tradotti in tutto il mondo; in Australia è l’autrice di gialli più amata, l’unica ad aver vinto tre volte gli ambìti Ned Kelly Awards.
E poi c’era quella storia del milione di dollari, dell’hashish che profumava di caramello e dei topi che schizzavano verso il cielo quando leccavano la canapa proveniente dall’Afghanistan. No, non sarebbe stata una buona idea sparare al giornalista. Ancora non sapeva che farsene di quelle informazioni, ma intuiva che per trovare il bandolo della matassa prima o poi ci sarebbe stato bisogno di lui.
Asher Lehman è un assaggiatore di sostanze stupefacenti per conto della Cia nell’Afghanistan occupato dai sovietici. Mark Chapman è un agronomo e agente segreto catturato a Teheran durante l’occupazione dell’ambasciata americana. Carlo Oliva, poi, è un ambiguo corrispondente nella Beirut sconvolta dalla guerra civile. Jason Burdon, eminenza grigia delle spie, intende portare sul mercato statunitense una droga dagli effetti devastanti per far esplodere il caos. Rafael King, ottuagenario ospite del Chelsea Hotel, a New York, è un esperto di telepatia. Norman Parker, poeta e veterano di guerra, ha un fratello, Rib, capo di una gang del South Bronx. E ancora Walter e Babette sono killer spietati ma anche anime gemelle e idealisti della rivoluzione. Sono tanti, originali, magistralmente tratteggiati, i personaggi che popolano il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni. Cambi e colpi di scena sono intessuti in una trama irresistibile che porta il lettore da un angolo all’altro del pianeta. Seguendo un tracciato cronologico che attraversa gli eventi del 1980 e i tentativi di esportare l’Iik, una cannabis geneticamente modificata, le storie convergono tutte su una domanda: perché l’8 dicembre 1980 John Lennon fu ucciso? La soluzione proposta in questo libro lascerà i lettori a bocca aperta.
Lorenzo Mazzoni, nato a Ferrara nel 1974, ha abitato a Londra, Istanbul, Parigi, Sana’a e Hurghada. Scrittore e reporter, ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui per Edizioni Spartaco, Quando le chitarre facevano l’amore(2015), con cui ha vinto il Liberi di Scrivere Award, Il muggito di Sarajevo (2017) e 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini (2025). È docente di scrittura creativa di Corsi Corsari e consulente per diverse case editrici. Collabora con Il Fatto Quotidiano.
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La raccolta Metamorfosi del mito di Antonio Catalfamo si presenta come un viaggio poetico in cui la memoria personale, il mito classico e l’impegno sociale si intrecciano in modo originale. Fin dalle prime pagine emerge chiaramente come il mito non venga trattato come un reperto museale, bensì come materia viva, capace di incarnarsi nel quotidiano e di illuminare esperienze comuni.
Nella poesia Sirena ho sentito fortemente la nostalgia dell’infanzia: la “sirena dello Stretto» che «rivive i sapori e gli odori / dell’infanzia perduta» mi è parsa una figura che appartiene a ciascuno di noi, perché tutti portiamo dentro una sirena capace di richiamarci al tempo perduto. Allo stesso modo, in Piccolo bar ho ritrovato il senso di una comunità che resiste al tempo: «Ora ragazze magnogreche, / sveve, normanne / […] regalano a tutti / un sorriso, che racchiude / la poesia della vita». Mi è sembrato di sedermi anch’io a quei tavolini e di ricevere la stessa dose di fiducia quotidiana.
Ciò che mi ha colpito, da lettrice, è proprio questa capacità di trasformare luoghi ordinari – un bar, una piazza, il ricordo di un’infanzia – in scenari epici. In Artemide Cinzia, ad esempio, l’apparizione della dea avviene in un bar di paese: il gesto semplice del bere diventa incontro con la divinità, rivelazione che spezza la routine. In questo modo Catalfamo rinnova il mito, rendendolo familiare e vicino, ma senza privarlo della sua forza archetipica.
Il richiamo alla tradizione letteraria è altrettanto evidente. In Schermaglie l’autore recupera con ironia il linguaggio della poesia cortese, inserendo versi in dialetto che ricordano la Scuola siciliana: «Scrivo versi rari / pir meucori alligrari / e senza pretese / rinnovo la poesia cortese». Da studiosa non posso non notare il dialogo intertestuale con Cavalcanti, Jacopo da Lentini e persino Dante; ma come lettrice, ciò che percepisco è soprattutto la leggerezza e l’ironia con cui il passato letterario si innesta nel presente, diventando un gioco di riconoscimenti e sorprese.
Il testo Bafia mi ha emozionato in maniera particolare. Lì il mito incontra la memoria collettiva e la storia sociale: i satiri che si ribellano ai ciclopi incarnano i contadini che lottano contro i potenti. Analiticamente, si tratta di un’allegoria potente, che trasforma un episodio locale in simbolo universale; ma emotivamente, leggendo, ho sentito la voce di generazioni che non si arrendono e che resistono «cantando e bevendo / al suono delle cornamuse». È un passaggio che trascende la letteratura per diventare canto civile.
L’elemento autobiografico, infine, si intreccia con quello mitico, soprattutto nella dimensione dell’amore. In Sogno il poeta rievoca la figura femminile come ninfa addormentata: «Non ho osato sfiorarti, / interrompere il tuo sonno di ninfa, / adagiata su lenzuola di felci». L’immagine della donna amata si fonde con paesaggi naturali e richiami fiabeschi, in una visione che trasfigura la vita personale in mito universale.
In definitiva, Metamorfosi del mito è un’opera che unisce il rigore della cultura classica e letteraria alla freschezza di una voce personale. Catalfamo dimostra che il mito non è distante né astratto, ma continua a vivere accanto a noi: nelle piazze, nei ricordi d’infanzia, nelle passioni e nelle lotte quotidiane. Da un punto di vista critico, la raccolta si configura come una polifonia di registri e tradizioni; da un punto di vista personale, come una lettura che lascia il segno, perché insegna a vedere il divino nel quotidiano e l’universale nel frammento di vita.
Oggi parliamo della storia del Gargano, ovvero un promontorio montuoso situato in Puglia, che ha «l’aspetto di una ciambella rivolta verso il nord, separata a settentrione dal mare per mezzo dei laghi costieri di Lesina e di Varano». Questo libro, pubblicato da Edizione del Poggio nel 2025, può anche essere visto come una sorta di guida a uno dei luoghi più famosi del nostro paese, ma a cui spesso non diamo abbastanza importanza. Di fatto, oggi siamo abituati ad attraversare solo i luoghi più turistici, alla ricerca di uno o l’altro particolare, perdendoci però l’esperienza unica che ogni luogo o monumento ci può dare.
Anche per questo motivo le notizie riportare da Alfondo Chiaromonte sono molte e di diversa natura. Non a caso, non è solo un viaggio nello spazio, ma anche nel tempo poiché l’autore ci fa fare un “viaggio affascinante tra masserie, grotte e torri costiere” che parte dalla storia antica fino ai giorni nostri.
Si tratta di una versa e propria divulgazione storica e sociale, che ci porta a riscoprire verità celate in vecchi documenti. Ad aiutarlo è sicuramente il suo mestiere di professore. È arrivato a consultare anche i testi degli autori latini.
Grazie a lui sappiamo proprio come veniva descritto il Gargano dai geografi romani: «Appulus Hadriacas exit Garganus in undas…» ovvero sembra che quasi esca, fuoriesca, dal mare.
Come sempre poi, tra le fonti certe e attendibili, sorgono anche le leggende. Un esempio è Il Culto delle Acque, che avveniva all’interno delle grotte presenti nel territorio. Una sorta di rito sacro che ha dato origine a svariati miti, la maggior parte legati all’idea dell’acqua come purificatrice e fonte di vita e nutrimento.
Le grotte, infatti, rappresentano gli elementi più significativi del paesaggio. Tra le più famose viene citata La Voragine di Campolato presso San Giovanni Rotondo, la più profonda della Puglia. Hanno così tanta importanza che l’autore intitola il capitolo in questo modo: “la storia della civiltà pugliese è scritta nelle grotte”.
Insomma, una guida non turistica all’insegna di una parte importante della nostra cara Italia. Adatto alle persone curiose, a chi vuole sapere di più sulla storia italiana.
Prima e dopo la stagione delle piogge (Tsuyu no atosaki, 1931) dello scrittore giapponese Nagai Kafū, edito in Italia da Marsilio a cura di Alberto Zanonato, racconta la storia di una ragazza, Kimie, scappata di casa dalla campagna per evitare il matrimonio con un campagnolo e giunta a Tokyo dall’amica geisha Kyōko che l’inizia alla prostituzione non per avidità di denaro ma per una forma di ricerca esistenziale e trasgressiva, espressione di una società in transizione, e anche segno della decadenza delle vecchie tradizioni dove ormai è comune da geisha diventare cameriera o viceversa. E le celebri accompagnatrici, dedite all’arte dell’intrattenimento colto, frequentano abitualmente le case di appuntamento e spesso poco le differenziano dalle semplici prostitute, anche non di rado facendolo abusivamente senza autorizzazzione. Kimie è diversa dalle altre ragazze, ha un talento innato per sedurre e affascinare gli uomini, e non cerca il grande amore, ma solo esperienze molteplici che la facciano sentire viva. Trova poi lavoro come cameriera nel caffè Don Juan a Ginza, luogo che le da l’opportunità di conoscere i diversi uomini con cui si intrattiene. Ma la sua libertà di costumi attira anche maldicenze e molestie tanto che all’inizio del romanzo si reca da un indovino per sapere chi possa essere ma la sua reticenza nel fare domande le da un responso alquanto generico che perde di importanza. Il romanzo, sensuale e crudele, esplora i temi della modernizzazione e di quanto l’Occidente abbia adulterato le vecchie tradizioni. Nagai Kafū (1879-1959), considerato un importante scrittore della letteratura moderna giapponese, apprezzato da Tanizaki, è un autore che si accosta al naturalismo francese, alla Zolà per intenderci, e lo filtra con il gusto tutto giapponese per l’amore della natura e della bellezza. Kimie e le sue esperienze nei quartieri di piacere diventano il filtro con cui l’autore guarda i danni che la modernizzazione ha portato nel paese più a livello spirituale che materiale. La solitudine, la vacuità di queste vite si intersecano con l’apprezzamento per le vecchie tradizioni, il rispetto e l’amore per la cultura e l’erudizione. Il personaggio soprattutto di Tsuruko, moglie del romanziere Kiyo’oka Susumu, un amante di Kimie, incarna tutta la positività dei valori tradizionali, la sobrietà, il buon garbo, la buona educazione. Kimie invece incarna un personaggio femminile decisamente moderno e indipendente, visto con occhio indulgente e caratterizzato con grande attenzione ai dettagli dell’abbigliamento, del trucco, del modo di porgersi e offrirsi senza reticenze o pudore. E che la sua troppa libertà sia un rischio e un pericolo subito si fa evidente e gela un po’ la sua eccessiva spontaneità. Ma in fondo Kimie è una ragazza di buon cuore, che prova compassione per il vecchio protettore dell’amica Kyoko, e gli dà gli ultimi attimi di gioia in un finale amaro e melanconico specchio di un mondo decadente in lenta dissoluzione. La traduzione è a cura di Alberto Zanonato che scrive anche un’interessante introduzione. Luisa Bienati cura La vita e le opere.
Kafu Nagai Poeta del passato, interprete di una tradizione messa in crisi dai valori della modernizzazione, Nagai Kafu- (1879-1959) è uno dei grandi nomi della letteratura giapponese moderna. Sensibile al fascino della cultura occidentale, si avvicina al naturalismo francese negli anni giovanili, ma della lezione di Zola gli resteranno solo la precisione per il dettaglio e un amore per la descrizione che diventa esercizio di raffinata e colta letteratura. In risposta al veloce avvicendarsi degli eventi e alla frenesia dei tempi, trova rifugio estetico nelle emozioni e nelle atmosfere dei quartieri di piacere, ultimo riverbero della cultura tradizionale. Il passato è rivissuto nel presente, ricercato negli antichi quartieri della sua Tokyo, e riproposto come modello di una nuova creatività: il passato come la sola «luce che può illuminare l’incerto cammino del presente…
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Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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