Archive for gennaio 2017

:: I signori della cenere, Tersite Rossi (Edizioni Pendragon, 2016) a cura di Micol Borzatta

12 gennaio 2017
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Una grande battaglia sta affliggendo il mondo quasi dalla sua creazione. Il tutto inizia con il Grande Ordine, una setta monacale fanatica, con sede nei Pirenei, e la sua antagonista, la Grande Madre, con sede nell’Isola di Creta e che predica la rinascita della pace e dell’uguaglianza dei sessi, abolendo le gerarchie e le autorità.
Con la modernizzazione del mondo, anche i seguaci delle due parti si sono evoluti, così i Globocrati diventano i leader dei maggiori istituti finanziari del mondo e governano con le loro banche e le multinazionali, imponendo morte e distruzione.
Proprio per questo la Grande Madre si è sempre rifiutata di sottostare al Grande Ordine, creando piano piano un nuovo mondo, governato da una società matriarcale e non gerarchica, società vigente dal 7 mila fino al 3 mila e 500 anni prima di Cristo, quando purtroppo il patriarcato ha preso il soppravvento.
In un lungo cammino che parte dalla Creta del XII secolo a.C. fino ai giorni nostri si vedrà come i Globocrati, detti anche Signori della Cenere, saranno i potenti delle varie ere, trasformando tutto in cenere, da qui il loro nome, e come la società matriarcale fu sepolta sotto alla distruzione.
Romanzo abbastanza complesso, ma di facile e veloce lettura, grazie al suo stile narrativo di facile comprensione, pur trattando argomenti anche complessi come la finanzia speculativa e la crisi economica.
Il lettore si sente protagonista del romanzo, come se ci interagisse direttamente, e questo grazie alle molteplici domande che gli autori lo portano a porsi capitolo dopo capitolo.
Un romanzo quasi didattico e contemporaneamente libro denuncia, che unendo fantasia alla realtà dà molti spunti a cui pensare facendo capire come l’uomo ha ridotto la visione del bene e della felicità a concetti chimerici.
Un romanzo profondo e toccante adatto a qualsiasi target.

Tersite Rossi pseudonimo usato per indicare un collettivo di scrittori formato da Mattia Maistri, insegnante, e da Marco Niro, giornalista, entrambi trentini.
Esordiente nel 2010 con il romanzo È già sera, tutto è finito entra nel panorama della Narrativa d’inchiesta.
Nel 2012 pubblica Sinistri che parla dei mali della Capitale.
I Signori della Cenere chiude la trilogia.

Source: pdf inviato al recensore dall’autore, ringraziamo il collettivo Tersite Rossi.

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:: Addio a Richard Adams, l’autore de La Collina dei Conigli, a cura di Elena Romanello

11 gennaio 2017

image_book-phpTra gli scomparsi di quest’ultimo periodo si segnala anche Richard Adams, morto a 96 anni, autore oggi un po’ dimenticato, almeno qui in Italia, ma protagonista di un’intensa stagione di successo tra anni Settanta e Ottanta.

Classe 1920, laureato in Storia ad Oxford, soldato durante la seconda guerra mondiale in Palestina, Europa e Estremo Oriente, membro del servizio civile britannico nel dopoguerra, attivista ambientalista, cominciò a raccontare alle figlie le storie sugli animali che poi diventarono oggetto dei suoi libri.

Il suo primo grande successo nonché il suo libro più famoso fu La collina dei conigli (Watership Down del 1972), trasposto anche in un film d’animazione e epica storia di un gruppo di conigli che cercano una nuova casa. Tra gli altri suoi libri di successo sono da citare il fantasy La valle dell’orso (Shardik, 1974), I cani della peste (The plague dogs, 1977), La ragazza sull’altalena (The girl in a swing, 1980) e La collina dei ricordi. Nuove storie dalla collina dei conigli (Tales from Watership Down, 1996).

Nei suoi libri si parla di animali e ambiente, ma anche d’amore e di mondi alternativi: a torto viene considerato un autore per ragazzi, quando in realtà ha aderito alla tradizione di storie fantastiche con protagonisti gli animali, che nei decenni hanno dato vita a capolavori come Il vento tra i salici e La fattoria degli animali.

Per il resto, Richard Adams ha vissuto per la maggior parte della sua vita nell’Hampshire, Inghilterra rurale, tenendo anche corso di letteratura in alcune città statunitensi. Vincitore di numerosi premi letterari, è rimasto in contatto con i suoi lettori fino a tempi recenti: in Italia le sue opere sono state pubblicate da Rizzoli e purtroppo non sono più disponibili nelle librerie, occorre affidarsi all’usato o alle biblioteche, e non sarebbe male poterlo riscoprire come autore di storie che possono essere ancora molto interessanti, oltre ad essere ormai diventate dei classici, soprattutto per quello che riguarda La collina dei conigli.

:: Lanark. Una vita in quattro libri (Vol. 2), di Alasdair Gray (Safarà Editore)a cura di Lucilla Parisi

10 gennaio 2017
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Definito dal Guardian come “uno dei pilastri della narrativa del XX secolo” e da Anthony Burgess come “il miglior romanziere scozzese dai tempi di Walter Scott”, Alasdair Gray, autore, drammaturgo, scenografo e pittore riesce con l’ambizioso progetto Lanark. Una vita in quattro libri (pubblicato in Italia da Safarà Editore; traduzione di Enrico Terrinoni) a uscire dallo schema di narratore etichettabile in qualche genere, creando una sorta di biografia surrealista, gotica, e a tratti distopica, del personaggio di Duncan Thaw, antieroe enigmatico sulle strade di una Glasgow al contempo antica e futurista.

Si trovava ai piedi di una rupe di granito quattro volte la sua altezza, con un pendio formato da uno strato più basso che finiva per proiettarsi oltre quello più alto. Man mano che si arrampicava, la paura dell’altitudine raffinava la sua eccitazione. Il pendio era eroso e pieno di ghiaia, e a ogni passo sassolini crepitavano per poi rimbalzare nel cielo oltre la scogliera.

Scritto in un periodo di quasi trent’anni e considerato un classico della letteratura, Lanark. Una vita in quattro libri fonde elementi provenienti dai più diversi generi letterari, in cui il realismo si unisce all’elemento fantastico, la satira sociale al dramma e lo humour è sempre al servizio della verità della narrazione. Nei primi due volumi già pubblicati assistiamo alla formazione di Duncan Thaw, bambino e poi ragazzo, dal carattere difficile, nato precocemente da genitori indigenti dell’East End di Glasgow. Le vicende narrate iniziano con l’evacuazione del quartiere in tempo di guerra, l’istruzione scolastica di Duncan fino all’ottenimento della borsa di studio per la Glasgow School of Art, dove la sua incapacità di stringere relazioni con le donne e la sua ossessiva e visionaria concezione dell’arte lo condurranno verso un percorso di follia e nichilismo, fino al tentativo di suicidio per annegamento.

L’angoscia lo attirò a sé da un angolo della mente di cui era quasi inconsapevole, come un cucciolo che prova a catturare l’attenzione del padrone, strattonandolo per l’orlo del cappotto.

Con influenze che vanno da Franz Kafka a Aldous Huxley, l’opera può essere vista come una trasposizione letteraria degli incubi e dei presagi dell’autore nei confronti di una certa società massmediatica e contemporanea. Bizzarre, oniriche, le riflessioni di Duncan Thaw, alter ego di Alasdair Gray, rimandano continuamente a una catastrofica visione di una disgregazione umana totale, devastata dai conflitti politici, dall’avarizia, dalla paranoia e dall’endemica crisi economica mondiale.

A volte mi fai paura, Duncan. Le cose che dici non sono di uno che ci sta con la testa. Tutto perché vuoi essere superiore alla vita normale.

Lanark è parte del progetto editoriale di narrativa con il quale Safarà Editore è risultata tra le quattro case editrici italiane vincitrici del programma di finanziamento europeo EACEA, un bando che intende favorire la circolazione di opere letterarie in traduzioni di alta qualità.

Alasdair Gray (Glasgow, 28 dicembre 1934) è un eclettico scrittore, artista, poeta e drammaturgo scozzese. Personalità poliedrica del panorama artistico europeo, nelle sue opere fonde elementi provenienti dai più diversi generi letterari, in cui il realismo si unisce all’elemento fantastico, la satira sociale al dramma, e lo humour è sempre al servizio della verità della narrazione. L’opera più nota è il suo primo romanzo Lanark – Una vita in quattro libri. Scritto in un periodo di quasi trent’anni e oramai considerato un classico della letteratura, è stato definito dal New York Times Book Review «La Divina Commedia del cripto-calvinismo anglosassone». Il suo romanzo Poveracci! ha vinto il Whitbread Novel Award e il Guardian Fiction Prize.

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: “Dimmi che c’entra la felicità” di De Filpo e Corraro (Edizioni Ensemble, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

10 gennaio 2017
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Dimmi che c’entra la felicità di Margi de Filpo e Vincenzo Corraro è una silloge di 18 racconti, alternati per autore, che in punta di piedi e con un linguaggio pacato e misurato accompagnano il lettore nei mille mondi descritti. Piccoli universi di storie di vita ordinaria. Infiniti microcosmi di una quotidianità a volte struggente altre accompagnata da una profonda leggerezza che comunica, in ogni caso, una vocazione alla parola come narrazione di fatti sentimenti riflessioni e denuncia.
Il libro si apre al lettore con un testo di Corraro. La collina davanti al mare racconta la parabola di un uomo del Sud che le ha provate tutte, compresa l’emigrazione, prima di gettare la spugna e arrendersi. Una resa che nel protagonista equivale a una rinascita, una voglia di riscatto che si concretizza nel desiderio di azzerare tutto e ripartire, cercando di non sprecare di nuovo ciò che la vita offre o che a questa si riesce a strappare.
Una riflessione amara, quella condotta da Corraro, sulle psicosi e nevrosi della vita moderna. Sul desiderio sfrenato di “possedere”: una casa, una famiglia, dei figli, del denaro, una posizione sociale… Sul ruolo che in questa vorticosa giostra viene dato agli affetti e all’amore. Sulla vita che può essere un rettilineo oppure una curva mal progettata dove basta un attimo, un granello di brecciola, un rivolo d’acqua o una piccola distrazione per farti precipitare nel vuoto.
Se Corraro descrive la “periferia” dello Stato nella sua marginalità di luoghi dimenticati, per certi versi, dal progresso e dalla modernità, la De Filpo racconta invece quella di una grande metropoli come Roma dove “combattono” per sopravvivere giovani e meno giovani formatisi in tutti i gradi (lauree, dottorati, master…) e che lottano per un misero posto in qualche anonimo call center sempre in bilico tra il rinnovo del contratto e il licenziamento, spesso dovuto alla “necessità” di una delocalizzazione dell’azienda per ridurre i costi e poter restare sul mercato. Assurdità e contraddizioni di luoghi dove invece il progresso e la modernità sono entrati a gamba tesa e hanno manifestato il loro lato più nero. Questo raccontano i protagonisti di L’ultima chiamata al call center.
Diego de Silva ha sapientemente sintetizzato in poche battute ciò che il lettore trova in Dimmi che c’entra la felicità quando ha descritto gli autori «pazienti e sapientemente incostanti» in grado di comprendere da soli quando è il momento giusto per “affacciarsi” al pubblico, ovvero quando il loro lavoro è abbastanza maturo.
Non si trova alcunché di “acerbo” nei racconti di De Filpo e Corraro. Anzi la narrazione scorre fluida, i personaggi sono ben caratterizzati al punto che nei racconti successivi più volte chi legge spera di rincontrarli.
Il tema centrale del libro è naturalmente la felicità. Questa chimera che ognuno rincorre a proprio modo e che in pochi riescono a intuire che «non è un accidente come la tragedia, che quando la eviti arriva da un’altra parte». La felicità si nasconde «lungo la strada, dietro l’ultima curva prima del mare».

Margi de Filpo: Di origini lucane, vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Nero di lacrime e luoghi comuni e Liza, oltre alla short story Sensation.

Vincenzo Corraro: È nato e vive a Viggianello, in Basilicata. Ha scritto i romanzi Isabella e Sahara. Vincitore del premio “Nati 2 volte” per l’opera prima, i suoi racconti sono apparsi anche in varie antologie e su testate giornalistiche.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Cristina della Sala stampa Ensemble.

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:: Manuel el Negro, David Fauquemberg (Keller, 2016) a cura di Viviana Filippini

9 gennaio 2017
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Manuel el Negro, protagonista dell’omonimo romanzo di David Fauquemberg, pubblicato in Italia da Keller, è un fenomeno del canto e del ballo. Lui viene dal luogo dove cantare, suonare e ballare il flamenco, sono l’essenza dell’esistere delle popolazioni gitane. Manuel el Negro e il suo travolgente talento lasceranno ben presto la terra natia per farsi conoscere al mondo. Per raccontare la vita del cantante ballerino di fama mondiale partito dal Sud Ovest dell’Andalusia, dalla terra vicina al fiume Guadalquivir e racchiusa tra le città di Cadice, Siviglia e Jerez de la Frontera, l’autore ha scelto la voce narrante di Melchior, chitarrista e grande amico del personaggio principale del libro. Melchior, soprannominato Gordo, accompagnerà in giro per il mondo Manuel.  I due amici lavoreranno gomito a gomito per far conoscere il flamenco, ma il successo e la fama cambieranno Manuel, a tal punto che dopo una tourneè a New York, tra le due “M” i rapporti si incrineranno e ognuno seguirà la propria strada. Melchior sarà attraversato da una profonda crisi personale e artistica, così grave da indurlo a smettere di suonare la chitarra, per ricominciare solo più tardi e a piccoli passi. Poi, il ritorno di Manuel porterà Melchior ad accettare di collaborare, ancora una volta, con lui per far risuonare e vibrare, con ritmo e calore, l’anima pura del flamenco. Il romanzo di Fauquemberg è la storia di un’amicizia profonda tra ragazzi diventati uomini e di una cultura – quella gitana- che scaldano il cuore e le viscere di chi ascolta il flamenco e di coloro che lo suonano. Quello che si percepisce durante la lettura è la possente forza che unisce la voce narrante e il protagonista e si ha come la sensazione che Melchior e Manuel siano le due metà diverse di una stessa moneta. Melchior è un animo solitario, è molto tecnico e riflessivo nell’esecuzione musicale e nella vita. Non a caso per lui l’unico modo per raggiungere la perfezione è il massimo esercizio. Manuel è l’opposto. È impulsivo, irregolare nel modo di vivere, non segue le regole condivise da tutti. Lui ha le proprie “leggi personali” che lo portano anche ad eccedere, pur di ottenere quello che vuole. Questo farà attorno al cantate terra bruciata. Manuel sarà lasciato a se stesso dagli amici, dai colleghi e, elemento più drammatico, dalla moglie Rocio e anche da Manolito, suo figlio. Il ragazzo, non trovando un punto di riferimento stabile nel padre, si rivolgerà a Melchior per imparare a suonare la chitarra. Il giovanotto si avvicina al Gordo non solo per la musica, forse percepisce nell’amico del padre  quella persona equilibrata capace di fornirgli l’affetto e i valori esistenziali che il genitore sembra aver dimenticato.L’autore trascina il lettore dentro alle trame di un universo di vita dove la musica è la linfa vitale che alimenta l’esistenza di Manuel el Negro e di Melchior. Manuel el Negro di David Fauquemberg non è solo la storia di due amici, in essa si percepisce la parabola di un uomo (Manuel el Negro) che ha avuto tutto dalla vita, ma non è contento di nulla. Inoltre, il romanzo è un’interessante resoconto narrativo sulla cultura gitana, sulla sua  lingua e sul come gli usi e i costumi della tradizione vengano mantenuti vivi e tramandati da chi in essa ci è nato. Traduzione dal francese Beatrice Parisi.

David Fauquemberg è nato nel 1973 e vive nel Cotentin. Ha studiato Filosofia e ha viaggiato in diversi paesi: Cuba, Patagonia, Lapponia, Andalusia, California, Europa dell’Est e solcato l’Atlantico con la barca a vela. Per due anni ha soggiornato in Australia dove un periplo tragico nell’isola- continente gli ha ispirato il suo primo romanzo Nullarbor (Hoëbeke, 2007; Folio, 2009) che nel 2007 ha vinto il premio Nicolas-Bouvier. Tornato in Francia è diventato critico teatrale, autore di guide Dakota e Gallimard, scrittore e traduttore e reporter per le riviste “XXI” e “Gèo”. Per Keller è già uscito Mal tiempo.

Source: inviato al recensore dall’ editore.

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:: Cerniera lampo, di Luca Raimondi e Joe Schittino (Il Foglio, 2016) a cura di Federica Belleri

9 gennaio 2017
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Una cittadina di provincia e il suo istituto alberghiero. Due ragazzi, Teo e Dino. Diversi, nel carattere e negli interessi. Si ritrovano nella stessa classe a partire dalla quarta. Questo è l’ultimo anno, quello della maturità. È il 1994. I due giovani non si parlano mai, occupano i lati opposti nella classe, ma le loro vite sono destinate a incrociarsi. Gli anni novanta ci ricordano gli 883, il programma Non è la Rai, le discoteche aperte di pomeriggio e le paninoteche viaggianti. Ci si trova a discutere di comunismo e di fascismo, di ragazze, di materie da studiare e di come superare al meglio un’interrogazione di Storia dell’Arte. Si affrontano gli attriti fra genitori e figli adolescenti. Si parla di insegnamento convenzionale e anticonformista. Ci si interroga sugli sbocchi professionali una volta usciti da scuola. Ci si muove attraverso l’istinto, fra una risata e un attacco di gelosia. Si vive nell’inquietudine, covando rancore. Il tutto è miscelato a dovere, con personaggi che paiono delle caricature e scene grottesche, pur nella loro semplicità.
L’esercizio di scrittura dei due autori è ben strutturato. Dalla prima alla terza persona, ad una voce fuori campo che sembra riprendere alcune scene dopo un “ciak, si gira”. Per un risultato che crea movimento alla trama.
Il finale è assolutamente inaspettato e invita alla riflessione sull’equivoco, sull’imprevedibilità degli eventi, sulle debolezze degli uomini.
Davvero una lettura interessante che vi invito ad affrontare.

Luca Raimondi, nato ad Augusta (Sr) nel 1977, è bilaureato in Filosofia e in Scienze dell’educazione. Ha pubblicato diverse opere narrative, tra cui i romanzi Marenigma (Aracne, 2009), Se avessi previsto tutto questo (Il Foglio, 2013) e Tutto quell’amore disperso (Il Foglio, 2014). È autore anche di alcuni saggi, tra cui Nient’altro che un sogno. Pasolini e la Trilogia della vita (Bastogi, 2005), Il pensiero pedagogico di Pier Paolo Pasolini (Sampognaro & Pupi, 2006) e Comunicare la cultura (Bonanno, 2007). Collabora con il notiziario on line “Diorama”.
Blog: lucaraimondi.blogspot.it

Joe Schittino, nato a Siracusa nel 1977, si è diplomato all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in Roma. Tra i suoi collaboratori e interpreti: Maison d’Éducation de la Légion d’Honneur, Novosibirsk Philharmonic Chamber Orchestra, Orchestra Filarmonica Italiana, Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, Delta Saxophone Quartet, Ensemble Algoritmo, Klaus Rohleder, Steve Martland, Claudio Saltarelli, Angelo Cavarra, Mario Ciaccio. La sua musica. pubblicata da Suvini Zerboni, Edition Gamma, Ebert Musik Verlag e BAM, è stata eseguita e radiotrasmessa in undici Paesi europei, Russia, Taiwan e USA.

Source: omaggio dell’editore

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:: Blogtour – Il collezionista di quadri perduti, Fabio Delizzos (Newton Compton, 2017) – prima tappa

9 gennaio 2017

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Inizia oggi il blogtour, organizzato da Newton Compton, dedicato al thriller storico Il collezionista di quadri perduti, di Fabio Delizzos, nome conosciuto nel genere, già autore di La setta degli alchimisti, La cattedrale dell’Anticristo, La loggia nera dei veggenti.

Sullo sfondo sontuoso e oscuro del Rinascimento, Il collezionista di quadri perduti, ci porta  a Roma, la Città Eterna, città di papi, artisti, mercenari e assassini. Seguiremo le avventure di Raphael Dardo, agente segreto e mercante d’arte di Cosimo de’ Medici, sulle tracce di un pittore maledetto conosciuto come l’Anonimo. Cosa nasconde? Perchè è così pericoloso cercare di scoprire la sua vera identità? Queste sono alcune domande a cui si cercherà di dare risposta durante la lettura. Il blogtour è composto da cinque tappe, che toccheranno i blog oltre al nostro “Blog Express“, “Penna d’oro” e “GraphoMania” e “Flauto di Pan“. In questa tappa, dopo questa breve introduzione, analizzeremo in dettaglio l’incipit di questo romanzo.

֎ La trama ֎

Roma, maggio, 1555. Raphael Dardo, agente segreto e mercante d’arte di Cosimo de’ Medici, ha una missione da compiere: trafugare opere d’arte che l’Inquisizione ha giudicato eretiche, prima che vengano distrutte. Per questo è nella città eterna, nei giorni in cui si attende con ansia che il conclave elegga un nuovo pontefice. Mentre è di ritorno da uno dei suoi giri a caccia di dipinti, Raphael è costretto ad assistere a una macabra scena: il corpo senza vita di una giovane donna viene ripescato nel Tevere. Il suo bellissimo viso è molto noto in città, perché la ragazza ha posato per diversi pittori famosi. Il Santo Uffizio è convinto che dietro il suo omicidio ci sia la mano di un artista misterioso e inafferrabile, le cui tele sono ritenute opere del diavolo. Nessuno ne conosce il volto, ma tutti lo chiamano l’Anonimo. Fra monasteri e bordelli, osterie e labirinti sotterranei, Raphael Dardo comincia a seguire le tracce del pittore maledetto, incontrando donne diaboliche, artisti folli, collezionisti stravaganti ed eretici satanisti. Ma si troverà ben presto invischiato in un affare molto più pericoloso del previsto. Chi è l’Anonimo? Perché tutti gli danno la caccia?

֎ L’autore ֎

Fabio Delizzos Nato a Torino nel 1969, è cresciuto in Sardegna e vive a Roma. Laureato in Filosofia, creativo pubblicitario, per la Newton Compton ha pubblicato con grande successo e consenso di critica i romanzi La setta degli alchimisti; La cattedrale dell’Anticristo; La stanza segreta del papa; La loggia nera dei veggenti; Il libro segreto del Graal e Il collezionista di quadri perduti. Ha partecipato anche alle antologie di racconti Giallo Natale; Delitti di Capodanno; Sette delitti sotto la neve. Sempre ai vertici delle classifiche di vendita, i suoi romanzi sono stati tradotti in diversi Paesi.

֎ L’incipit ֎

Roma, 18 maggio 1555
Quarto giorno di conclave

A fulgure et tempestate libera nos Domine.
La grande campana oscillava possente stagliandosi contro un
cielo dello stesso colore. Il battaglio colpiva con forza il bronzo
facendo vibrare le frasi che vi erano incise, dando loro voce.
Soli Deo honor et gloria.
Un rintocco per scacciare gli eserciti ostili e tutte le insidie del
demonio, un altro per allontanare il fragore della pioggia di
ghiaccio, un altro ancora contro il turbine degli uragani, l’impeto
delle tormente e dei fulmini e i tuoni minacciosi, per fermare il
vento vorticoso, debellare e vincere gli spiriti delle tempeste e le
potenze dell’aria.
Exaudi Domine vocem popoli tui et libera eum ab omni malo.
Ma il maligno pareva attratto dalle preghiere rivolte a Dio. Come
un cacciatore di supplicanti seguiva le tracce delle sue prede e non
lasciava scampo. Gli uomini avrebbero dovuto tremare in silenzio
e, invece, gridavano ai quattro venti di essere in pericolo e inermi.
Il piede del birro esitò prima di toccare il corpo nudo della donna.
Nessuna reazione.
Provò ancora. Niente.
Si chinò per metterle una mano davanti alla bocca, ve la tenne
alcuni istanti, poi la ritrasse asciutta.
Non respirava. Il barcaiolo che si era tuffato nel fiume per ripescarla
si stava ancora strizzando i vestiti, ma la sua nudità era
coperta dalla ridda di curiosi che gli facevano domande.
«Quando è successo?».
«L’hai vista che si gettava dal ponte?».
«L’hai trovata già morta?».
Lui non rispondeva, e allora gli altri cominciarono a farsi domande
tra loro.
«Qualcuno la conosce?».
«Quanti anni avrà avuto?».
«Sarà il caso di avvisare il bargello?».
Il birro estrasse la spada e la puntò contro il tumulto. «Fate
silenzio!», sbraitò.
Aveva bisogno di calma.
La scena alla quale si era trovato davanti non era facilmente
decifrabile per la sua mente annebbiata dal vino.
Non ricordava neppure per quale motivo si trovasse a passare
dalle parti di San Pietro a quell’ora, con un possente temporale
in arrivo.
Con il sole erano scomparse anche le ombre.
Presto sarebbe giunta la pioggia.

Siamo a Roma, la Città Eterna, nella primavera del 1555. Il conclave è riunito per eleggere il nuovo papa, e le vie oscure e pericolose vicino a San Pietro sono piene di straccioni, mendicanti, birri, e assassini. La scena con cui si apre il romanzo è fosca, caravaggesca. Una grande campana di bronzo suona i suoi rintocchi, tra litanie religiose recitate in latino. Si invoca la protezione di Dio contro i fulmini e le tempeste, consapevoli della propria debolezza di fronte al male. Un birro, poliziotto dell’epoca, rinviene dal Tevere il corpo nudo di una ragazza morta, forse annegata. Una ridda di curiosi lo circonda tra un susseguirsi di domande su chi possa essere la ragazza e sulle modalità della sua morte. Intanto l’aria annuncia un temporale in arrivo, tra il sole che declina e con lui anche le ombre della sera. La natura sembra ostile, il cielo minaccioso, una certa violenza diffusa incute paura e timore nella popolazione, dando al lettore un senso di inquietudine. Dunque c’è una ragazza assassinata, bellissima anche da morta, forse la musa di qualche pittore per cui posava. C’è un birro che inizierà un’ indagine, e più avanti il protagonista che osserva la scena. Chi è l’assassino? perchè ha ucciso la ragazza? sono le domande inespresse, che aggiungono alla scena tensione e drammaticità. Dunque l’autore sceglie di partire da uno snodo cruciale, in mezzo all’azione. Nell’incipit non abbiamo ancora spiegazioni o ipotesi investigative. Tutto è avvolto nel mistero. Le frasi sono brevi, secche, i periodi sincopati, atti a creare una certa urgenza e agganciare il lettore. Il clima è cupo, ci sono le preghiere ma anche la paura scaturita dalle insidie del demonio. Il bene e il male contrapposti. Interessante la scelta dell’autore di richiamarsi all’arte pittorica, accennavo prima caravaggesca, con la drammaticità dei toni scuri illuminati da brevi sprazzi di luce. Abbiamo una scena corale, una folla che si accalca intorno al cadavere di una ragazza morta, tipica dei quadri dell’epoca. L’autore non dà grandi indicazioni, non dice ancora il nome della ragazza, scopriremo che è molto noto a Roma, per ora sappiamo solo che il poliziotto ha la mente annebbiata dal vino e si fa le stesse domande della folla, che tenta di contenere anche sguainando una spada.

֎ I blog partecipanti e le tappe ֎

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:: Un’ intervista con Alessandro Girola

5 gennaio 2017

greAlessandro, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Alessandro Girola?

– Sono un milanese, classe ’75, a cui piace viaggiare e far viaggiare con la fantasia. Da qui il mio impegno come blogger, come autore e – uso una definizione forte – come divulgatore del fantastico. Nella vita di tutti i giorni mi occupo di tutt’altro ma, come sanno i miei lettori, il mio fine ultimo è quello di campare di scrittura. Dovessi farcela anche a 70 anni già compiuti, sarebbe comunque una soddisfazione.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

– Mi è sempre piaciuto pensare che la mia passione per la letteratura (per la lettura) sia nata grazie ai miei genitori che, pur essendo di umili origini, hanno iniziato a regalarmi libri fin da ragazzino. L’amore tra me e le “storie di carta” è sbocciato subito.
L’interesse per la scrittura l’ho maturato più in là nel tempo. Non da un desiderio di realizzazione o di auto-psicanalisi, bensì dalla volontà di raccontare delle belle storie, in grado di far esclamare ai miei potenziali lettori un bel “wow!” entusiasta.

Sei forse il più conosciuto, sicuramente il più attivo scrittore indie italiano, come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente?

– Da un rigetto per l’elefantiaca lentezza dell’editoria tradizionale italiana. I tempi per attendere una risposta sono lunghissimi, e spesso questa risposta nemmeno c’è, né positiva né negativa. Io odio i tempi morti, le attese, le lungaggini. Questo è stato il primo fattore che mi ha spinto verso l’autopubblicazione. Tutto il resto, compreso il rigetto per certi giochetti poco puliti che caratterizzano l’editoria italiana, è venuto dopo. Tuttavia, ancora oggi, il maggior pregio che trovo nella mia condizione di autore indie è proprio quello riguardante la gestione dei tempi.

Un autore indie si occupa di tutto: dalla copertina all’editing, passando anche alle varie fasi della promozione. Alcuni si chiedono chi te lo fa fare. Non sarebbe più semplice affidare tutte queste fasi “tecniche” a un editore e pensare solo a scrivere? Domanda provocatoria che in realtà vuole chiederti se l’indipendenza ha un prezzo, in cambio cosa offre?

– Io in realtà da diversi anni mi servo di molti collaboratori esterni: editor, grafici, testimonial promozionali, in passato anche di impaginatori. Non sono quindi un solitario pasticcione che si illude di fare tutto da solo, bensì un autore che paga le competenze altrui per pubblicare ebook e libri nel modo e nelle tempistiche che preferisco.

Per un autore che si autoproduce, e all’estero è una strada percorsa anche da autori importanti, penso a Lawrence Block, la maggiore difficoltà è la promozione. Come ti muovi in questo campo?

– Ho studiato 🙂 Intendo dire che ho letto almeno una trentina di manuali che si occupano di promozione e di pubblicità. Da ciascuno di essi ho tratto qualche spunto utile. Per esempio ho imparato a gestire le promozioni che offre il portale Amazon, ho ingaggiano testimonial esterni per fare pubblicità ai miei ebook, eccetera eccetera. Di certo la cosa peggiore da fare è affidarsi allo spam cieco e selvaggio che, lo affermo senza paura di smentite, non serve a far vendere nemmeno una copia.

Oltre che scrittore sei anche blogger del seguitissimo Plutonia experiment. Al giorno d’oggi coi i social sempre più invasivi, gli youtuber che spopolano, fare il blogger dà ancora soddisfazioni?

– No. Il mondo del blogging è cambiato radicalmente. Il blog, come strumento, è sempre indispensabile per uno scrittore, ma è meno incisivo. La gente tende a cazzeggiare (si può dire “cazzeggiare”?) sui social media, piuttosto che leggere articoli lunghi e documentati. Quindi ho ridotto i ritmi di pubblicazione, concentrandomi su argomenti che mi stanno veramente a cuore, e sulle informazioni riguardanti gli work in progress. Per tutto il resto mi affido anch’io ai miei canali social.

Quali sono i generi letterari che maggiormente pratichi, quali ti danno un maggior riscontro anche a livello di vendite?

– Io sono orgogliosamente un autore del fantastico. Scrivo al 90% per intrattenere (e la ritengo una nobile arte). Nel restante 10% potete trovare impegno “sociale”, messaggi da veicolare, pensieri che mi appartengono. Ma si tratta comunque di concetti ben nascosti in storie di mostri, d’avventura, d’azione.
Ho testato molti sottogeneri del fantastico, dall’horror allo steampunk, dallo sword and sorcery alla fantascienza supereroistica. A livello di vendite sono sempre molto soddisfatto dal rendimento delle mie novelette horror, così come dai romanzi e dai racconti che trattano di kaiju (mostri giganti in stile Godzilla, tanto per capirci).

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

– Sarò banale, ma l’unico, primo, grande maestro che reputo tale (soggettivamente parlando) è H.P. Lovecraft. Ho poi molte fonti di ispirazione: Dan Simmons, Brian Keene, James Lovegrove, per citare tre autori ancora in attività. Tra i grandi del passato non posso non nominare Richard Matheson, James Herbert e John Christopher. Per quel che riguarda il fantasy ho grande stima per Tolkien e Howard, ma il mio “maestro” è forse Michael Moorcock, anche se, per assurdo, ho letto meno del 50% delle cose che ha scritto.

Tu sei praticamente uno degli autori indie più venduto. Un punto di riferimento anche per i più giovani che solo da poco si affacciano all’autopubblicazione. Senza entrare nei dettagli, ma sono certa che è una domanda che tutti vorrebbero farti, quanto vendi? o meglio i tuoi guadagni sono sufficienti a bilanciare le spese per copertine, editing, promozione?

– Ti rispondo in modo abbastanza preciso, tanto non ho nulla da nascondere. Un mio ebook “di successo” (ovvero presente nella top 10 del genere in cui viene catalogato) vende circa 60-70 copie nei primi due mesi di pubblicazione, la metà nel terzo, e via via a diminuire. Diciamo che una stima veritiera, per un ebook di discreto successo, si attesta sulle 300 copie vendute in un anno. Ci sono poi le eccezioni in positivo, così come quelle in negativo.
Rientro quasi sempre nelle spese di produzione e, nei mesi in cui le cose girano bene, porto a casa anche qualche guadagno interessante. Nulla di lontanamente paragonabile a un normale salario mensile di tipo impiegatizio (tanto per fare un termine di paragone).
Ma le cifre, in Italia, se si è scrittori del fantastico, sono queste.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico?

– Neutro. Mi fanno piacere i complimenti, non lo nego, ma non vado a cercarli. Spesso non controllo la presenza di nuove recensioni ai miei ebook per mesi e mesi.
Le critiche sono ben accette quando sono formulate con garbo e se non si basano su pregiudizi (quelli che partono con un giudizio massimo pari al classico 6 scolastico, solo perché sono un autore indie, li reputo dei cretini).

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso, grazie all’esperienza, non rifaresti più?

– Un solo errore: essere stato molto polemico, soprattutto quando mi è capitato di vedere strani giochetti editoriali molto vicini al concetto di truffa. Purtroppo fare polemica su queste cose non mi ha mai portato granché, se non l’iscrizione a diverse liste nere 🙂 Lo rifarei? Probabilmente no, anche perché polemizzare è stressante e porta via energie e tempo.

Il self-publishing è una attività relativamente recente, esplosa con Amazon che ha dato la possibilità ad autori esordienti o semiesordienti di confrontarsi con un mercato ipoteticamente sconfinato. Un’occasione anche solo una decina d’anni fa impensabile. Cosa funziona e cosa no? Cosa può essere ancora migliorato?

– Questa domanda richiederebbe una risposta di almeno un migliaio di parole. Cercherò, al contrario, di essere molto stringato. Funziona: la libertà creativa, lo svincolarsi dai mercati di riferimento dell’editoria classica. Cosa non funziona: tutti i beoti dotati di un computer si sentono improvvisamente scrittori, e saturano Amazon di ebook scritti malissimo, spesso senza editing, senza storia, senza nulla. Questo è un grande male, perché il mercato viene saturato di roba orrenda, che allontana i lettori meno convinti e meno curiosi.
Io confido sempre nella selezione naturale.

Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore indie? Orientano e calamitano davvero le vendite?

– I siti specializzati che parlano del fantastico, in Italia, sono pochi. Quelli più grandi sono house organ che fingono soltanto di essere indipendenti, ma che in realtà fanno pubblicità occulta alle case editrici che li finanziano. Quelli piccoli svolgono un’opera meritoria di divulgazione e di resistenza, ma faticano terribilmente ad allargare il pubblico di riferimento. Idem per i blog e per i forum. Quando riusciremo a uscire dallo stagno e ad attirare nuovi lettori potremo – forse – avere una rinascita del mercato del fantastico, con tutto ciò che ne deriverebbe (investimenti, sponsor, visibilità… soldi).

Su Amazon vendono tanto gli autori che si orientano in un tipo di narrativa per adulti, con copertine suggestive, contenuti anche sessualmente espliciti. Tu invece ti occupi di fantastico, horror, e nonostante questo hai avuto successo. Perché non hai scelto la strada più facile? Cosa pensi dei colleghi che seguono le mode prima che una reale propensione personale ai generi?

– Forse ti stupirò, ma non ne penso male. Ciascuno scrive ciò che più gli piace, o che più ritiene vendibile. Io rispetto anche gli scrittori che pubblicano pornografia (“erotismo” è un termine ipocrita) e ultimamente ho rivalutato molto le scrittrici di paranormal romance.
La determinante per me è soltanto una: scrivere bene.
Perché sì, si possono scrivere anche racconti erotici interessanti, anche se non è un genere di cui sono appassionato.
I veri cialtroni sono quelli che pensano di essere bravi, ma che in realtà sono dei caproni analfabeti, che però truccano le vendite per essere sempre in top 10.

Quali sono le doti che deve possedere un autore indie? Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiato, pronto a dire ora smetto?

– Le doti che deve possedere un autore indie? Coraggio, resistenza, vitalità e onestà (quest’ultima è opzionale :D) Sulle critiche credo di averti già risposto in precedenza Riguardo allo scoraggiamento, sì, mi capita. Così come la voglia di smettere, che torna almeno un paio di volte all’anno. Poi, fortunatamente, passa.

Quale sarà il futuro dell’autopubblicazione?

– Come ho già detto, credo nella selezione naturale. Ci sarà una parziale scrematura, ma su tempi molto lunghi. Ancora per qualche anno saremo sommersi di ebook indie, alcuni molto buoni, altri terribili.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Guiscardi senza Gloria, di Mauro Longo (Acheron Books) e Il Manuale del Cattivo, di Francesco Dimitri (Ultra).

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

– Al terzo racconto autoconclusivo della mia collana narrativa Kaijumachia. Titolo provvisorio: Il Sussurro della Sfinge.

:: Il maestro delle ombre, Donato Carrisi, (Longanesi, 2016) a cura di Federica Belleri

4 gennaio 2017
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Piove senza sosta su Roma e il Tevere fa paura. Viene programmato un black out. La città non è mai stata al buio, lo intimava anche Leone X nella sua bolla papale. Perché questo ritorno alle origini, all’uomo privato di ogni comodità? Ventiquattro ore anomale, che spaventano. Perché l’ignoto può arrivare da ogni dove. La luce è sicura, consente di orientarsi e di prevedere il pericolo. Il buio no. Il buio nasconde, inganna, illude. Modifica dimensioni e sensazioni. Un pugno di ore per distruggere la capitale della storia e della cultura. Un pugno di ore per morire annegati o vittime di un’aggressione. Come se fosse “the day after”, come una moderna apocalisse, fra macerie, fuoco e atti vandalici. Nel buio ci sono ombre che si muovono, silenziose. Ombre pericolose e calcolatrici, portatrici di morte. Marcus deve trovarne una in particolare. Fa parte dell’Ordine dei Penitenzieri del Tribunale delle Anime. È nudo, ammanettato, in una stanza circolare che sembra ricavata nel tufo. Non ricorda come e perché si trova lì. Ha memoria solo del suo nome. La sua missione comincia proprio da quel luogo di prigionia, o forse no? Passa attraverso orribili omicidi e il mistero di un bambino scomparso nove anni prima. È costellata di segni premonitori e simboli strani, da riordinare e legare nella giusta sequenza. Tutto deve essere interpretato, in nome della verità. Il romanzo è animato da personaggi che sono antagonisti di se stessi. Nel peccato ad esempio, e nel desiderio di essere perdonati per poi peccare di nuovo. Nella solitudine, dove rifugiarsi per dare libero sfogo alle pulsioni del corpo. Nel lusso, lasciando da parte la missione apostolica. Nelle bugie, per coprire il male, nella dimensione più inaspettata. Anima e carne. Buoni e cattivi. Luce e buio. Come cambia la prospettiva delle cose dal giorno alla notte? Come si riduce l’essere umano quando non può essere identificato e può dare vita a una guerra personale? Quanto si lascia influenzare dagli eventi e dall’illusione di conoscere veramente se stesso? Nemmeno l’amore può aiutare, quando si ha un obiettivo preciso. Forse il male nascosto nell’ombra si lava con altro male. Forse i segreti più infamanti si possono utilizzare per il proprio tornaconto … Fin dove può arrivare la cattiveria? Quali sono le conseguenze quando si viene plagiati? Forse è meglio non ricordare, come nel caso di Marcus. Oppure ricordare è un’espiazione della colpa?
Donato Carrisi mantiene alta l’attenzione e la tensione per tutto il romanzo, portandoci in una Roma surreale e claustrofobica. La trama stimola le emozioni che ovviamente strindono fra di loro. Il Maestro delle ombre domina, in silenzio. Nessuno sa chi sia. Eppure …
Bentornato Marcus. Buona lettura.

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio e La ragazza nella nebbia, tutti pubblicati da Longanesi.

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Gli amori di Frida Kahlo di Valeria Arnaldi – (Bizzarro/Red Star Press, 2016) a cura di Lucilla Parisi

3 gennaio 2017
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Y aunque te amo con locura ya no vuelves
Paloma negra eres la reja de un penar
Quiero ser libre vivir mi vida con quien yo quiera
Dios dame fuerza que me estoy muriendo por irla a buscar

Così recita la canzone popolare messicana Paloma Negra, interpretata tra l’altro da Chavela Vargas, cantante messicana talentuosa e appassionata, amica e amante di Frida Kahlo.
Versi di un’intensità disperata, come disperato è l’amore dell’uomo innamorato e tradito dalla sua “colomba nera.” Il cuore tradito, però, è quello della Kahlo, che Valeria Arnaldi ci racconta nelle pagine del suo libro a lei dedicato, ripercorrendone la vita attraverso i molti incontri di amicizia, amore e passione.

Frida era sedotta da bellezza e personalità, ovunque si trovassero.

La poliedrica artista messicana che ha saputo incantare con il suo fascino e la sua forza generazioni di uomini e donne, rimase prigioniera di un amore doloroso e complesso, quello per il due volte marito Diego Rivera, il pittore e muralista della Rinascita messicana (1920-1960).
Nonostante l’indole ribelle e il profondo desiderio di libertà che la contraddistinsero, Frida non riuscì mai a riscattarsi dalla sofferenza che quel legame intenso – nato quando, ormai pittrice ventenne, rivide l’artista già incontrato in passato – le procurava.
Traditore per vocazione, Diego Rivera ebbe numerose e spesso celebri amanti, relazioni mal celate e spesso scaturite nella stravagante decisione di portare la terza incomoda nella casa coniugale, nel diabolico tentativo del pittore di ottenere l’approvazione di Frida che, per compiacerlo, ne diventava amica, confidente e forse anche amante.

Rivera era affascinato da quel gioco di allacci che vedeva le sue amanti godere insieme a lui di una sorta di piacere diffuso e, come tale, moltiplicato. Era un solletico erotico e perfino una lusinga. Sapeva, infatti, che erano proprio le attenzioni che lui dedicava a quelle donne il primo motivo di interesse di Frida.

Se l’elenco delle amanti di Rivera fu degno di nota (la pittrice Irene Bohus, l’attrice messicana Maria Felix, solo per citarne alcune), quello di Frida Kahlo non fu da meno.
Le mancanze del controverso matrimonio spinsero la pittrice messicana a ricercare l’appagamento e la tenerezza tra le braccia di amanti (donne e uomini) appassionati, avvenenti e disposti ad accettare di condividere il cuore dell’amata con l’insensibile Rivera.
Nonostante, infatti, le fughe e gli strappi (significativo fu quello causato dal tradimento di Diego con la sorella di Frida, Cristina Kahlo), il legame tra i due non si spezzò mai definitivamente, fino alla morte della pittrice, venticinque anni dopo il loro primo matrimonio celebrato il 21 agosto del 1929.
Gli amori di Frida Kahlo è un percorso interessante e raffinato tra le numerose pieghe di una relazione amorosa per nulla semplice, ma destinata a sopravvivere anche per la stima e il rispetto che – nonostante i tradimenti – Frida e Diego Rivera nutrirono per il rispettivo lavoro e lo straordinario talento che li contraddistinsero. Diego fu per Frida un modello, un maestro e sicuramente un punto di riferimento anche nei momenti di maggiore difficoltà. Erano le sue attenzioni che, in preda al dolore fisico – eredità dell’incidente che la devastò a soli diciotto anni – e alla disperazione che ne seguiva, la pittrice anelava, nonostante il suo letto e il suo cuore furono spesso scaldati da altri corpi e da altri amori.

«Se soltanto avessi vicino a me la sua carezza», scrive sul suo diario la pittrice. «La realtà della sua persona mi farebbe più felice, mi allontanerebbe dalla sensazione che mi riempie di grigio […] Ma come gli spiego il mio enorme bisogno di tenerezza! La mia solitudine di anni».

Celebri furono gli intrecci amorosi con Leon Trotsky, Josephine Baker e Georgia O’Keeffe, incontri che – in alcuni casi – si trasformarono in relazioni profonde e durature come quella con il fotografo Nickolas Murray, che la immortalò in scatti meravigliosi, o quella con l’illustratore catalano Josè Bartoli, arrivato in un momento di grande solitudine e con cui accarezzò nuovamente il pensiero di una gravidanza ancora possibile e sempre negata dal suo fisico provato dai numerosi interventi (ben trentadue) alla spina dorsale e alla gamba. Furono tuttavia relazioni destinate a esaurirsi nella distanza e nel tempo, se non soffocate sul nascere dall’ingombrante presenza di Rivera nel cuore come nella vita di Frida.
Valeria Arnaldi pone l’accento sulla donna e sull’artista eccentrica, energica e talentuosa e si sofferma sugli eventi, gli incontri e gli intrecci che resero la vita di Frida Kahlo decisamente straordinaria, complice il grande fermento culturale e politico del Messico postrivoluzionario, che attrasse nel Paese artisti da tutto il mondo, molti dei quali incrociarono la strada di Frida Kahlo.
A questi intrecci e all’arte messicana del XX secolo è dedicata la mostra in corso presso Palazzo Albergati (Bologna) sino al prossimo 26 marzo, in cui sono esposti – insieme a opere della Kahlo e di Rivera – anche lavori di David Alfaro Siqueiros e di Marìa Izquierdo, la prima pittrice messicana a esporre negli Stati Uniti.
Della stessa autrice Valeria Arnaldi, consiglio la lettura di Tina Modotti hermana, dedicato – per chi ancora non la conoscesse – alla fotografa, attivista e attrice di origine italiana, vissuta in Messico e amica di Frida Kahlo.

Valeria Arnaldi, giornalista professionista, critica d’arte e scrittrice. Scrive su testate italiane e straniere. Cura mostre di arte contemporanea in Italia e all’estero. Per l’etichetta editoriale Bizzarro! ha già pubblicato, tra gli altri, Tina Modotti hermana e Chi è Banksy? E perché ha tanto successo? 

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Roberto Gerilli, a cura di Elena Romanello

2 gennaio 2017

117_bigLiberi di scrivere ha recensito qualche tempo fa il divertentissimo Questo non è un romanzo fantasy, tra il nerd e il fantasy, ambientato a Lucca Comics and Games. Ora abbiamo incontrato Roberto Gerilli, l’autore, per farci raccontare qualcosa di più sul come e perché di questo libro.

Come e perché è nata l’idea di Questo non è un romanzo fantasy?

L’idea è nata durante la mia prima visita al Lucca Comics and Games, nel 2011. Avevo sempre sentito parlare della manifestazione ma con i miei amici non eravamo mai riusciti a organizzarci. Quell’anno andammo (per soli due giorni, partenza alle 5 di mattina, albergo a Montecatini, massacrante) e fu una folgorazione. La svolta però c’è stata quando grazie ad alcune amiche sono entrato in contatto con le comunità dei cosplayer e delle fangirl: sono una miniera inesauribile di fantasia.

Come sei entrato in contatto con il mondo nerd?

Sono sempre stato un nerd anche se non lo sapevo. Per anni ho pensato che i nerd fossero quelli in stile “uomo dei fumetti” dei Simpson (ne avevo conosciuti alcuni di quel tipo) per cui pensavo di avere molte passioni in comune con i nerd ma di non esserlo io stesso. Poi ho capito che (per fortuna) la comunità nerd è molto più sfaccettata e varia di quello che credevo, e io ne avevo fatto sempre parte.

Racconti Lucca Comics and Games: cosa è per te questa fiera?

Il Lucca Comics and Games è come il Paese delle meraviglie o L’isola che non c’è: un luogo in cui non sei costretto a crescere o in cui puoi tornare bambino. L’atmosfera che si respira in quei giorni… mi mette di buon umore anche solo a pensarci. ahahah

Qual è l’aspetto del mondo nerd che ti piace di più? E quello meno?

Ti rispondo indicandoti due personaggi di Questo non è un romanzo fantasy: Alessandra e Paolo Ziti. La prima è una cosplayer, una fangirl, una whovian, una ragazza che non si vergogna di credere nei suoi sogni. Incarna tutta la fantasia, la spensieratezza e l’allegria del “lato chiaro della Forza”. Sono gli aspetti che più amo del mondo nerd. Nel polo opposto c’è Paolo Ziti, un blogger che adora stroncare i romanzi, umiliare gli “indegni”, e che giudica la nerditudine delle persone solo in base al loro livello di conoscenza. È la personificazione dell’Uomo dei fumetti di cui parlavo sopra, il nerd che si prende troppo sul serio, il lato oscuro di questo mondo. Per fare capire la mia posizione a riguardo, faccio sempre l’esempio delle spade laser di Star Wars: c’è chi non dorme la notte per fare ricerche e scoprire se sono fisicamente possibili o meno, e chi le adora perché sono colorate e fanno swoosh. Io appartengo (con grande fierezza) al secondo gruppo.

Prossimi progetti?

Lo scorso 10 ottobre è uscito il mio nuovo romanzo Vietato leggere all’inferno. L’ho pubblicato all’interno del progetto Speechless Books ed è scaricabile gratuitamente in tutti gli store online. È un thriller/pulp ambientato in un mondo in cui la letteratura è considerata una sostanza stupefacente, un mondo molto più simile al nostro di quello che si potrebbe pensare (e sperare). È una storia a cui tengo molto ed è una storia nerd, ovviamente. Consiglio a tutti di leggerla, soprattutto perché è gratis! http://www.vietatoleggere.com

:: Gruppo di lettura – Il libro di gennaio

1 gennaio 2017

Benvenuti nel nuovo anno, come avevamo deciso, sceglieremo insieme il libro da leggere questo mese, che poi sarà discusso il 28 gennaio qui sul blog.

Qui sarà aperto un sondaggio, ognuno può scegliere il libro preferito, o votare per i libri già proposti, quello con più voti sarà il libro di cui ci occuperemo questo mese.

Il sondaggio sarà aperto un giorno.

Rendo pubbliche le votazioni:

L’ultimo vero bacio – Crumley VOTI 3

Il buio oltre la siepe – Harper Lee VOTI 2

Frankenstein – Mary Shelley VOTI 2

Il maestro delle ombre – D. Carrisi VOTI 3

[Se non arriviamo a una scelta diretta, ci sarà un’estrazione tra i libri più votati]

Chiuse le votazioni, provvedo all’estrazione tra L’ultimo vero bacio e Il maestro delle ombre.

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Libro estratto:

“L’ultimo vero bacio” di James Crumley

Appuntamento dunque al 28 Gennaio!