Posts Tagged ‘Patrizia Debicke’

:: Casa dolce casa di Nedra Tyre (Ediz. Le Assassine, 2026) a cura di Patrizia Debicke

3 marzo 2026

Pubblicato per la prima volta nel 1953, “Casa dolce casa” di Nedra Tyre si inserisce con sorprendente modernità nella scia della suspense psicologica americana del secondo dopoguerra. Siamo in una sonnolentea cittadina degli Stati Uniti, senza un nome ma riconoscibile per ogni dettaglio: vialetti ordinati, tende stirate, esibizione di buone maniere. E sarà qui che si concretizza un dramma domestico capace di trasformare la casa, simbolo di protezione e affermazione, nel teatro di un silenzioso ma insidioso assedio.
Miss Martha Allison è una timida donna di mezza età, corretta, cerimoniosa, fortificata da anni trascorsi ad accudire parenti bisognosi. L’eredità della zia rappresenta per lei molto più della  sicurezza economica: è finalmente la possibilità, di disporre della propria vita. La casetta acquistata con quei risparmi sarà il suo rifugio, uno spazio arredato con minuziosa attenzione, dove ogni cosa riflette il suo bisogno di ordine e controllo. L’ambientazione domestica non è un semplice sfondo, ma la rappresentazione della sua interiorità: stanze luminose, rassicuranti routine fatte di piccoli riti quotidiani.
Poi qualcuno bussa alla porta.
L’arrivo della signorina Withers incrina da subito quell’equilibrio con inquietante naturalezza. Donna all’apparenza ordinaria, modi gentili, voce suadente, lei entra e resta. Passa una  notte, un’altra. Non alza mai il tono della voce, non minaccia e invece si insinua. La sua è una graduale invasione, stanza dopo stanza, abitudine dopo abitudine. Nedra Tyre costruisce pian piano una progressiva tensione, basata non su drammatici accadimenti ma su piccoli cambi di potere: il sale a tavola, la posizione delle spezie, la scelta delle tende. Ogni gesto domestico prende un significato.
La forza del romanzo sta proprio nel progressivo conflitto tra due volontà asimmetriche. Miss Allison appare fragile, portata alla sottomissione, quasi incapace di pensare a uno scontro diretto. Miss Withers, invece, controlla, stressa l’altra quasi con  “un logoramento da vampiro” in una lenta ma progressiva  erosione della libertà.
Intrigante l’impostazione narrativa con la trama che si apre a ridosso dell’omicidio annunciato. La frase iniziale: con Miss Allison che offre il sale alla donna, da lei condannata a morte, implica l’essenza dell’opera. La cortesia si sovrappone al delittuoso progetto creando un cortocircuito morale di grande efficacia. L’autrice giostra con il contrasto tra educazione e disumanità, tra galateo e disperazione. L’implicita sottile ironia poi amplifica la tensione invece di alleggerirla.
Undici mesi di forzata convivenza e di oppressione inducono la protagonista a maturare l’estrema decisione. Miss Allison non è un’antieroina guidata dall’ego; è una donna svuotata, progressivamente isolata anche sul piano sociale. Un’amicizia si incrina, le possibilità di ricevere aiuto si riducono, mentre si dilata la sensazione della propria impotenza. Il lettore può chiedersi perché non chiami la polizia, perché non reagisca; e tuttavia la costruzione psicologica rende  plausibile quel suo blocco fisico e mentale .
Stuzzicanti le riflessioni sul genere poliziesco: Miss Allison legge gialli per evasione, cita autori celebri, riflette sui cliché investigativi. Sotto sotto si avverte una lieve parodia dei meccanismi classici, quasi un ironico contrappunto rispetto alla tragedia in atto. Ma qui non troviamo brillanti  detective né alibi da valutare. L’indagine è mirata alla lenta trasformazione di una donna comune.
L’ambientazione anni Cinquanta emerge dai dettagli: la rispettabilità, la solitudine femminile guardata con sospetto, l’idea della casa come conquista ma anche trappola.
Il ritmo è ben calibrato: nessuna scena superflua. La suspense nasce dall’attesa, da silenzi condivisi, da pensieri trattenuti. Quando arriva il colpo di scena finale, lo fa con spietata eleganza, pur lasciando un retrogusto amaro.
“Casa dolce casa” è un gioiello di suspense psicologica. In quella casa, tra tende e stoviglie, si consuma un’invisibile battaglia per l’identità e l’autonomia. Un romanzo raffinato e claustrofobico in grado di trasformare in incubo la più banale quotidianità.

Nedra Tyre è nata nel 1912 in Georgia ed è morta nel 1990 in Virginia. Laureatasi alla Emory University, nella vita ha svolto diversi lavori: assistente sociale, libraia, impiegata e copywriter pubblicitaria. Le sue prime storie risalgono agli anni Quaranta del secolo scorso. Nel 1952 pubblica il suo primo romanzo giallo, seguito da altri cinque, ma poi preferisce ritornare ai racconti che pubblica su riviste come Ellery Queen’s and Alfred Hitchcock’s Mystery Magazines.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4r6bktO se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: Una sciarpa blu cobalto di Cristina Biolcati (Golem Edizioni, 2026) a cura di Patrizia Debicke

28 febbraio 2026

Ci sono città che nei romanzi gialli diventano semplici quinte teatrali e altre che respirano, osservano, custodiscono segreti. In Una sciarpa blu cobalto, Cristina Biolcati sceglie una Padova lontana dalle cartoline, stretta tra palazzi di vecchia costruzione, dove le finestre restano accese fino a tardi e ogni pianerottolo può trasformarsi in un incrocio di destini. È proprio nel cuore della città di Sant’Antonio, in via Cavazzana, a pochi passi dalla Basilica di Santa Giustina, che prende forma un delitto da camera chiusa in grado di inquietare fin dalle prime pagine.
Mary Tinnici, ultraottuagenaria, ex attrice di teatro, viene trovata morta nel suo appartamento, chiuso dall’interno con quattro giri di chiave. Un dettaglio che pur richiamando la grande tradizione del giallo classico, ma qui assume un sapore più domestico, quasi soffocante. Mary non è una diva decaduta; è una donna fragile, affetta da demenza senile, con un passato fatto di piccole parti accanto a giganti come Vittorio Gassman e Vittorio De Sica. La sua vita si è progressivamente ritirata in poche stanze polverose, tra ricordi che sbiadiscono e fotografie ingiallite. Strangolata con una sciarpa blu cobalto poi scomparsa nel nulla, diventa il centro di un enigma .
A guidare l’indagine sarà l’ispettrice Bianca Damiani, già incontrata nel racconto Luna Park Assassino. Ritroviamo una donna ferita, temprata da errori che hanno incrinato la sua vita privata. L’istinto da cacciatrice che in passato l’ha spinta a scelte azzardate, con dolorose conseguenze per sé e gli altri, le ha forgiato una corazza, quasi a  compensare il senso di colpa con l’assoluto  controllo sul lavoro. Accanto a lei una squadra ben tratteggiata: Antonio Callegari, angolano adottato da genitori italiani, in bilico tra la prossima paternità e il rigore dell’indagine; Mauro Colella, scapolo, disordinato, con un’incisiva intelligenza nascosta dietro l’aria trasandata; il sovrintendente Manfreda, solida presenza, il giovane informatico Ruzza, simbolo di una generazione che vive tra codici e schermi. Non saranno solo comprimari, ma tasselli di un credibile organismo investigativo, radicato nella quotidianità di un commissariato diretto dal pragmatico Lissone.
L’ambientazione gioca un ruolo determinante. Il palazzo in cui viveva Mary rappresenta un microcosmo: porte chiuse, tende socchiuse, silenzi sospesi sulle scale. Nell’appartamento di fronte vive la famiglia Piovan, guidata da Carla, influencer di successo con oltre centomila follower. Madre di cinque figli, un sesto in arrivo, Carla incarna l’ideale social della perfetta maternità: “dirette” in cucina, luminosi sorrisi, generale solidarietà tradotta in pacchi dono da tutta Italia. Ciò nondimeno, dietro quella patinata vetrina, qualcosa scricchiola. Alvise, il marito, denuncia telefonate e inquietanti personaggi vicino a casa.
Il contrasto tra l’anziana attrice dimenticata e la mamma quasi star del web costruisce il fulcro  della narrazione. Da un lato il teatro, fatto di palcoscenici e meritati applausi,  dall’altro i social, virtuale piattaforma per ottenere consenso. Bianca dovrà quindi indagare non solo su un omicidio, ma su un qualcosa forse  alterato da un eccesso  di esposizione.
L’enigma della porta chiusa regge l’architettura del giallo con sapiente dosaggio degli indizi. Il domestico filippino e il nipote triestino sembrano i sospetti ideali, ma i loro alibi spostano l’attenzione altrove. La sciarpa blu cobalto, arma e simbolo insieme, diventerà pertanto il filo conduttore di una verità nascosta tra rivalità, invidie e fragilità. Bianca dovrà  indagare con metodo, alternando intuizione e razionalità, mentre la sua vita privata torna a complicarsi con la ricomparsa di Silvia Zella e  dei cattivi rapporti con la sorella gemella Vanessa.
Un giallo non superficiale con un’amara  riflessione sulla società di oggi, dove l’identità rischia di dissolversi in una sequenza di post e like. I giovani, attratti da modelli irraggiungibili, finiscono per confondere visibilità e valore. In questo contesto, l’omicidio di una donna anziana assume un ulteriore significato: quello di  cancellazione della memoria, rimpiazzata da un insaziabile presente fatto di sensazionalismo digitale.
In Una sciarpa blu cobalto,  esordio di Cristina Biolcati nel romanzo lungo. Bianca Damiani emerge come una protagonista, destinata a evolversi, mentre il mistero della sciarpa si fa metafora di una verità che sfugge finché qualcuno non ha il coraggio di guardare oltre.

Cristina Biolcati è nata a Ferrara, ma padovana d’adozione. Ha pubblicato Le congetture di Bonelli (Delos Digital, 2020) e In grazia di Dio (Todaro Editore, 2023). I suoi racconti hanno vinto numerosi premi: Il suono delle sue ferite (Garfagnana in Giallo, sez. Nero Digitale, 2022), Doppia promessa (GialloLuna Nero-Notte, 2023), Tutta la mia solitudine (Writers Magazine Italia, 2024). Nel 2025 è uscito Le regole del gioco, nella collana NeroDonna di Golem Edizioni.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/40F2Zm4 se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: Salvatore Ottolenghi. L’inventore della polizia Scientifica di Roberto Riccardi (Giuntina 2025) a cura di Patrizia Debicke

21 febbraio 2026

Nel 1902, in una Roma ancora attraversata dalle tensioni del savoiardo Stato unitario, un giovane medico entra negli uffici della Pubblica Sicurezza e in pochi minuti convince Giovanni Giolitti a fondare una Scuola di polizia scientifica. Da questo episodio quasi leggendario parte, anzi decolla  “Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica” di Roberto Riccardi, un libro che è contemporaneamente biografia, racconto storico e riflessione sulla nascita della modernità investigativa.
L’ambientazione è uno senz’altro  degli elementi più suggestivi.
Lo scrittore infatti ricostruisce con bravura un’Italia sospesa tra positivismo, speranze progressiste e ombre autoritarie, dal Risorgimento al fascismo, con Roma messa al centro come laboratorio politico e scientifico. Il carcere di Regina Coeli, dove Ottolenghi avvierà i primi corsi, diventerà il simbolo di una visione rivoluzionaria: la giustizia come sistema fondato su prove, studio e metodo, non su intuizioni o pregiudizi. Sullo sfondo scorrono uno dopo l’altro episodi di cronaca e di storia nazionale, dal delitto Matteotti allo Smemorato di Collegno, dal caso Girolimoni ai misteri di corte, in un fitto mosaico che restituisce il clima di un’epoca in cui la scienza forense nasceva come strumento di emancipazione civile.
Il protagonista emerge come figura complessa e affascinante. Salvatore Ottolenghi, ebreo astigiano, allievo di Lombroso ma capace di emanciparsi dal maestro, appare come un riformatore pragmatico, visionario e al tempo stesso profondamente concreto. Non è un grandioso eroe, ma un uomo che crede nella forza della conoscenza e nel valore etico della prova. La sua idea di polizia scientifica come “assetto di guerra” contro il crimine rivela un pensiero moderno, orientato all’organizzazione, alla standardizzazione, alla cooperazione internazionale. Il cartellino segnaletico, la carta d’identità, le impronte digitali, le reti di collaborazione tra polizie straniere diventano tasselli di un progetto più ampio: costruire una giustizia oggettiva e trasparente.
Riccardi, generale dei carabinieri e scrittore, adotta un registro narrativo ibrido, capace di coniugare rigore documentario e ritmo narrativo. Il libro si legge come un romanzo biografico, con passaggi in cui la cronaca giudiziaria assume il tono di un giallo storico e altri in cui l’analisi scientifica viene resa accessibile senza banali semplificazioni. La scelta di raccontare Ottolenghi attraverso i casi più celebri è efficace: permette di comprendere la portata della sua rivoluzione metodologica e di vedere in azione una nuova pianificazione delle prove.
Interessante è anche il contesto culturale in cui la figura di Ottolenghi si colloca. La presenza di Lombroso, le polemiche sulla scuola positiva, il caso Dreyfus in Francia, le tensioni politiche italiane, tutto contribuisce a delineare un panorama intellettuale in fermento, dove la scienza poteva essere strumento di emancipazione ma anche terreno di conflitto ideologico. In questo scenario, Ottolenghi appare come un riformista laico, orientato a una giustizia basata su evidenze tecniche e non su pressioni politiche, come dimostra il suo ruolo nelle indagini sul delitto Matteotti.
Pur con qualche caduta di ritmo con la ricostruzione biografica e con alcuni passaggi che indulgono a un tono celebrativo,  l’insieme della storia, sostenuto da fonti, citazioni e da un’agile narrazione si dimostra efficace.
Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica è una preziosa lettura per chi ama la storia del crimine e della giustizia, ma anche per chi desidera comprendere come siano nate le moderne istituzioni. È il ritratto di un uomo che ha trasformato l’intuizione in metodo e il metodo in civiltà, lasciando un’eredità destinata a durare nel tempo, ben oltre le cronache dei casi che lo resero famoso.
L’epilogo, con la morte di Ottolenghi nel 1934 e l’esilio della famiglia nel 1938, aggiunge una nota malinconica, ricordando quanto la storia personale si intrecci con certe grandi tragedie collettive del Novecento.

Roberto Riccardi (Bari, 1966), generale dei Carabinieri e giornalista, ha esordito per Giuntina con Sono stato un numero. Alberto Sed racconta (2009), che è stato fra i libri premiati da Adei-Wizo e ha vinto l’Acqui Storia. Ha poi pubblicato sempre con Giuntina La foto sulla spiaggia (2012), la biografia di Giulia Spizzichino, scritta con lei, La farfalla impazzita (2013), Un cuore da campione. Storia di Ludwig Guttmann, inventore delle Paralimpiadi (2021) e Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica (2025).

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/3MxV7Q9 se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: Un anno nel Medioevo di Luigi Barnaba Frigoli (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

18 febbraio 2026

Con Un anno nel Medioevo, Luigi Barnaba Frigoli costruisce un ambizioso affresco storico sorprendentemente immersivo, in grado di restituire al lettore la complessità di un’epoca troppo sovente limitata o meglio soffocata nello stereotipo dei “secoli bui”.
Questo progetto, come sottolinea Andrea Frediani nella prefazione, nasce dalla doppia competenza dell’autore poco comune e molto preziosa: quella di storico e di narratore.
Da questa sua perfetta convergenza prende forma un vivace saggio narrativo ibrido, dove il rigore delle fonti convive con una forte tensione evocativa, che riesce a trasformare la divulgazione in conoscenza pratica.
Il contesto evocato è il 1299, un anno di passaggio carico di gravi tensioni politiche, religiose e sociali, sospeso alla vigilia del primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII.
L’Italia, la penisola, frammentata in poteri e fazioni, appare come un largo crocevia di conflitti, ambizioni e fermenti culturali, con le città che si espandono e i commerci fioriscono mentre le campagne restano ancora legate ad antichi ritmi esistenziali. In questo stratificato scenario, Frigoli ha preferito utilizzare una struttura esplicativa corale: ovverosia i dodici mesi dell’anno vissuti in prima persona da sei protagonisti, emblematiche figure di altrettanti ceti e ruoli sociali.
Bianca, immaginaria contadina (l’unico personaggio nato dalla fantasia dell’autore) della Val Trebbia, rappresenta il mondo dei “laboratores”, fatto di fatica, stagionali ritualità e comunitarie credenze. Attraverso il suo sguardo emergono il sistema feudale, la precarietà dell’esistenza e la centralità dei riti collettivi, scanditi dal duro lavoro agricolo e dal calendario liturgico.
Geri Spini, potente mercante fiorentino, incarna la nuova alta borghesia urbana, che diventa la principale protagonista di un’economia in espansione e di città sempre più dinamiche, dove il denaro ridisegna gerarchie e opportunità.
Matilde di Hackeborn, monaca e mistica, introduce il lettore nella vincolata pace della dimensione claustrale, fatta di spiritualità intensa, interiori tensioni e contraddizioni tra fede, disciplina e personale sensibilità.
Ruggero da Fiore, soldato di ventura e corsaro, porta sulla scena il duro e instabile mondo delle armi, delle mutevoli alleanze e della violenza usata come professione, mentre Beatrice d’Este consente al lettore lo straordinario accesso ai grandi palazzi aristocratici, dove matrimoni strategici, intrighi e rapporti di potere determinano sia il destino delle donne che quello delle dinastie.
Infine, il cardinale Iacopo Caetani degli Stefaneschi offre uno sguardo privilegiato sui vasti corridoi della Curia romana, sulle accorte strategie di Bonifacio VIII e sulla complessa costruzione simbolica e politica del Giubileo, evento destinato a segnare profondamente l’immaginario europeo.
La forza del volume risiede proprio in questo prospettico dispositivo con sei voci che si alternano, mentre sei diverse coscienze filtrano la realtà, permettendo al lettore di attraversare il Medioevo dall’interno. Non si tratta di una semplice sequenza di capitoli tematici, ma di un vero percorso esistenziale, dove ogni personaggio affronta stagioni, malattie, conflitti, paure e ambizioni, sempre entro i confini rigidi di una società fortemente normata da tradizione, religione e consuetudine.
Frigoli insiste sulla vita quotidiana dei suoi sei personaggi : cosa si mangiava, come si curavano le malattie, quali superstizioni o idee guidavano le loro scelte, come ciascuno di loro percepiva il peccato, la morte e la salvezza. Ne emerge un Medioevo vivo, contraddittorio, capace di ferocia e di gioia, mistico e pragmatico, dove la distanza dal presente mette in risalto universali costanti del carattere umano.
Il ricorso sistematico alle fonti medievali e alla storiografia moderna conferisce solidità all’impianto, mentre le parti indispensabili e di plausibile ricostruzione per la trama sono dichiarate con metodologica onestà, trasformando il testo in un laboratorio di consapevole divulgazione.
In questo senso, Un anno nel Medioevo dialoga idealmente con la lezione di Barbara Tuchman, Jacques Le Goff ed Eileen Power, ma tenta una strada personale: raccontare la storia come esperienza vissuta, senza rinunciare alla precisione scientifica. Il risultato è un’opera capace di parlare a una vasta platea di lettori, offrendo tanto il piacere del racconto quanto la profondità dell’analisi storica. Un viaggio nel tempo che non si limita a ricostruire un’epoca, ma invita a interrogarsi sulla persistenza delle paure, delle ambizioni e delle speranze che continuano e continueranno sempre a caratterizzare l’essere umano.

Luigi Barnaba Frigoli, nato a Milano nel 1978, è giornalista e studioso di storia medievale. È autore di diversi fortunati romanzi storici sui Visconti: La Vipera e il Diavolo, Maledetta serpe (Premio letterario Lago Gerundo 2018 per il miglior romanzo storico) e Il morso del basilisco. Nel 2017 ha scritto un saggio sulla fondazione del Duomo di Milano, La Cattedrale del Diavolo. Ha pubblicato i romanzi Guerriera. L’incredibile storia di Bona Lombardi (premio speciale Amalago-Agar Sorbatti 2024) e Il terzo Grimm. Ha realizzato una serie di podcast su figure femminili del Medioevo italiano, disponibili su Spotify. La Newton Compton ha pubblicato Un anno nel Medioevo.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4czSvvA se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno costi aggiuntivi sul prezzo di vendita. Grazie!

:: Rito di morte per Falconer di Ian Morson (Giallo Mondadori 2026) a cura di Patrizia Debicke

30 gennaio 2026

Oxford, 1271. La prevista nascita del primo college universitario dovrebbe marcare  un passaggio epocale per la città, ma sotto quelle mura considerate idonee a rappresentare il punto di raccolta  per  le nuove fondamenta del sapere, affiorerà un oscuro passato. Durante la demolizione di alcuni  vecchi edifici del quartiere ebraico, tra le macerie e la calce emerge infatti  uno scheletro decapitato, con scarse residue tracce di grasso, brandelli di stoffa ancora aggrappati alle ossa e un prezioso anello d’oro con una misteriosa  pietra piatta incastonata. Sarà  l’inizio di Falconer e il Rito della Morte, sesto capitolo della storica serie concepita da  Ian Morson, un nuovo giallo medievale nel quale il tempo diventa materia viva, plasmandola e trasformandola in un possibile  indizio.
L’ambientazione è uno dei punti nodali e di forza del romanzo. Ian Morson ricostruisce una Oxford attraversata da tensioni religiose, rivalità accademiche e diffidenze sociali. Le strade fangose, i cantieri, le sale di studio e le botteghe restituiscono l’immagine di una città in bilico tra tradizione e cambiamento, mentre la fondazione del college, destinato a ospitare gli studenti, diventa simbolo di progresso e, allo stesso tempo, causa scatenante di un pericolo legato ad antichi segreti.
Il racconto si muove su due piani temporali, alternando il presente del 1271 al passato del 1250, anno cruciale per comprendere le radici del delitto. Questa struttura rafforza il senso di inquietudine e sottolinea quanto e come il passato continui a proiettare la propria ombra sul presente.
Al centro dell’indagine c’è William Falconer, maestro reggente della Facoltà delle Arti, uomo di logica e fede incrollabile nel metodo deduttivo aristotelico. Falconer non è un investigatore nel moderno senso del termine, ma un intellettuale curioso, capace di osservare, collegare e ragionare in un mondo dove superstizione e pregiudizio offuscano spesso la verità. La scoperta dello scheletro, un più che probabile omicidio, rappresenta per lui una irresistibile sfida, l’occasione per dimostrare come il pensiero razionale possa dissipare il torbido pantano dei sospetti. Accanto a lui agiscono figure molto ben caratterizzate quali: Peter Bullock già al suo fianco in altre indagini, ma stavolta reticente ed enigmatica  guardia della città, Bonham, collega e compagno di  proibiti studi anatomici, il rabbino Jehozadok, ambiguo depositario di scomode memorie, e soprattutto Saphira Le Veske, affascinante vedova ebrea, donna intelligente e determinata,  a Oxford per curare  personali interessi di famiglia, coinvolta in una pericolosa corsa parallela verso la verità.
Il romanzo affronta con sensibilità il tema della persecuzione degli ebrei nell’Inghilterra del XIII secolo, mostrando un clima ostile alimentato da accuse rituali, estorsioni e meri interessi politici ed economici legati alle Crociate.  Ian Morson inserisce il mistero criminale all’interno di questo contesto storico con naturalezza, senza forzature, rendendo il delitto inseparabile dall’epoca. L’indagine diventa così anche un viaggio dentro le contraddizioni di una società colta e brutale, devota e violenta.
La trama procede con ritmo sostenuto, alternando momenti di riflessione a improvvise accelerazioni, tra nuovi spaventosi  omicidi, parziali rivelazioni e colpi di scena ben dosati. L’assenza di moderni strumenti investigativi viene compensata da una proto-scienza forense credibile, costruita su osservazione e deduzione. Il risultato è un giallo solido, avvolgente, nel quale atmosfera, personaggi ed epoca storica si fondono in modo armonico.
Falconer e il Rito della Morte si inserisce con autorevolezza nella vasta tradizione anglosassone del giallo storico, accanto a famose opere come la serie di Fratello Cadfael. È un romanzo capace di intrattenere e di evocare, ideale per chi va a cercare misteri radicati nel tempo, dove ogni pietra conserva una storia e ogni silenzio può nascondere un’angosciosa  colpa.

Ian Morson è nato a Derby, in Inghilterra, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.. Dopo aver studiato in un liceo locale, a Oxford e a Leeds, si è trasferito a Londra e ha lavorato come bibliotecario nella zona nord-occidentale della capitale. Negli anni ’90 ha iniziato a scrivere quella che sarebbe diventata la serie di romanzi gialli medievali ambientati a Oxford, ispirata a William Falconer. Ha sposato Lynda e la loro smania di viaggiare li ha portati dalle Home Counties, attraverso la Cornovaglia, spingendosi fino a Cipro, prima di stabilirsi definitivamente in Inghilterra,  a Hastings, sulla costa meridionale, dove vivono. Oltre ai libri di Falconer, ha scritto racconti gialli su un esploratore veneziano sullo stampo di Marco Polo, il cui nome è Nick Zuliani. Ha anche scritto racconti per antologie curate da un gruppo di scrittori di gialli che si autodefinisce The Medieval Murderers.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4a9FTbV se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. La tua scelta contribuirà al fatto che Liberi resti autonomo e indipendente. Per te non ci saranno commissioni aggiuntive sul prezzo di vendita. Grazie!

:: Un divorzio perfetto di Jeneva Rose (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

28 gennaio 2026

Un divorzio perfetto riprende la storia dodici anni dopo gli eventi de Il matrimonio perfetto e lo fa, trascinando subito il lettore dentro un universo narrativo torbido, manipolatorio, costruito su relazioni avvelenate e verità piegate a uso personale. Nessuna redenzione né consolazione. Qui impera l’ambiguità morale, labile territorio in cui  nessuno è davvero innocente.

Sarah Morgan torna in scena più sottile e consapevole. Non è più soltanto la brillante avvocata che aveva difeso il marito Adam dall’accusa di omicidio, pagata poi con una condanna capitale e una verità mai del tutto chiarita. Ora è una donna che ha ricostruito la propria immagine pubblica, con una nuova famiglia, una fondazione filantropica e un matrimonio destinato a implodere. Il tradimento di Bob, secondo marito e apparente uomo qualunque, agisce da detonatore emotivo e narrativo, aprendo una frattura che si allarga fino a inglobare il passato. Il divorzio diventa così il perfetto pretesto per riaprire ferite mai rimarginate, riportando sotto i riflettori il caso Kelly Summers e trascinando Sarah in una spirale mediatica e giudiziaria.

L’ambientazione resta quella tipica del domestic thriller americano: case borghesi, uffici legali, stazioni di polizia, tribunali e periferie rassicuranti solo in superficie. È un mondo ordinato, fatto di prati curati e sorrisi di circostanza, dove il male non irrompe dall’esterno ma cresce silenzioso tra le mura domestiche. Jeneva Rose gioca con questa familiarità, la usa come maschera dietro cui far scorrere vendette sottili, ricatti e strategie a lungo termine. Ogni spazio diventa funzionale al controllo, alla sorveglianza, al sospetto.

La trama intreccia tre principali misteri:  la riapertura dell’omicidio Kelly Summers, la scomparsa di Stacy, amante occasionale di Bob, e la morte sospetta di un poliziotto legato alle vecchie indagini. I piani temporali e i punti di vista si alternano con ritmo serrato, mantenendo costante la tensione. L’indagine questa volta risulta più solida e credibile, rispetto al primo romanzo, grazie alla presenza dello sceriffo Hudson e della vice Olson, figure non eroiche ma animate da un autentico desiderio di verità. Anche loro, tuttavia, si muovono dentro una rete di menzogne più grande di quanto si possa immaginare.

Il cuore del romanzo resta Sarah Morgan, magnetico e disturbante personaggio. Fredda, calcolatrice, brillante, incarna una forma di intelligenza predatoria capace di anticipare ogni mossa altrui. La sua fondazione benefica, i gesti pubblici di compassione, persino il ruolo di madre diventano strumenti narrativi, parti di una messinscena più ampia. Attorno a lei ruotano uomini convinti di avere il controllo e destinati a soccombere: Adam prima, Bob poi, entrambi incapaci di comprendere fino in fondo la mente con cui hanno avuto a che fare.

Bob Miller è un antagonista meschino e arrogante, convinto di poter usare informazioni e minacce come leve di potere. La sua progressiva caduta ha qualcosa di grottesco e inevitabile, resa ancora più inquietante dal modo in cui la manipolazione si insinua nei dettagli quotidiani: un localizzatore sull’auto, messaggi ambigui, prove lasciate nel posto giusto al momento giusto. Ogni azione sembra casuale, mentre segue una implacabile logica.

Il ritmo cresce man mano con i colpi di scena che si susseguono con maggiore intensità. Alcuni risultano prevedibili per lettori usi al genere, ma funzionano grazie alla coerenza  e alla progressiva costruzione della tensione. La costante sensazione è quella di assistere a una partita a scacchi giocata su più tavoli, dove ogni pedina crede di poter agire liberamente .

Non tutti i personaggi risultano empatici, anzi. Quasi nessuno lo è davvero. Questa scelta, però, appare deliberata: Il divorzio perfetto non chiede identificazione, pretende attenzione. È un thriller che mette a disagio, solleva scomode domande sul potere della narrazione, sulla giustizia e sull’immagine pubblica. Chi racconta la storia vince, anche quando la verità resta sepolta.

Il finale, cinico e spettacolare, chiude il cerchio lasciando una scia di inquietudine e una porta socchiusa su possibili sviluppi futuri. Sarah Morgan ne esce intatta, forse persino rafforzata, simbolo di un mondo dove l’intelligenza senza scrupoli può riscrivere la realtà. Un thriller oscuro, divertente nella sua ferocia, capace di superare il primo capitolo della serie e confermare Jeneva Rose come abile tessitrice di inganni narrativi. Un libro che intrattiene, disturba e costringe a guardarsi le spalle… soprattutto se si crede di conoscere chi si ha accanto.

Jeneva Rose è un’autrice bestseller del «New York Times» e di «usa Today». I suoi thriller sono stati tradotti in più di trenta lingue e opzionati per diventare film e serie TV. Con la Newton Compton ha pubblicato La vacanza perfetta, Un matrimonio perfetto, La casa dei cadaveri e Un divorzio perfetto. Vive nel Wisconsin con suo marito, Drew, e i suoi testardi bulldog inglesi, Winston e Phyllis. Per saperne di più: jenevarose.com

:: Il tiranno di Simon Scarrow (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

19 gennaio 2026

Nel nono anno di regno di Nerone, Roma non è soltanto il centro del mondo conosciuto, ma anche una capitale sul punto di implodere. Simon Scarrow sceglie infatti  un delicatissimo momento storico e lo trasforma nel cuore pulsante di questo romanzo, spostando l’azione dalle lontane  frontiere al ventre molle dell’Impero. L’Urbe diventa un febbrile organismo, attraversato da paure, voci, congiure e violenze represse, dove ogni gesto politico rischia di avere imprevedibili conseguenze.
L’ambientazione è uno degli elementi più riusciti. Scarrow ci racconta una Roma viva, sporca, contraddittoria, lontana da un’idealizzata magnificenza. Le strade brulicano di tensione sociale, le coorti urbane disorganizzate faticano a mantenere l’ordine, il popolo sopporta  con crescente rabbia le arbitrarie decisioni del potere. I palazzi imperiali, con i loro sfarzosi banchetti e i giochi di ruolo tra senatori, prefetti e favoriti, contrastano con gli accampamenti militari, luoghi di disciplina e fatica. È una città divisa tra lusso e miseria, tra apparenza e controllo, pronta a incendiarsi al primo soffio.
Catone dovrà affrontare questo scenario dopo la campagna in Britannia, dopo essersi lasciato alle spalle il fronte aperto per affrontare una guerra più sottile. Il suo ritorno a Roma avrà inizialmente un sapore domestico, quasi illusorio, fatto di affetti familiari e momenti di tregua. Proprio questa parentesi renderà più netto lo stacco con il nuovo incarico, trasformando la sua nomina a prefetto delle coorti urbane in una prova morale oltre che militare. Catone è un comandante esperto, ma Roma lo costringerà a misurarsi con intrighi, ambiguità e compromessi, territori nei quali la spada serve meno della prudenza.
Il personaggio ha ormai raggiunto la sua piena maturità: non è più solo il soldato brillante, bensì un uomo consapevole del peso delle decisioni e delle fragilità del potere. Il conflitto tra dovere pubblico e protezione privata incombe su  tutto il romanzo, regalando consapevole spessore a un protagonista continuamente costretto a scegliere tra ubbidienza e giudizio. La sua integrità lo rende prezioso, ma anche pericolosamente esposto.
Macrone rappresenta l’altra faccia della medaglia. Più diretto, istintivo, legato a una visione del mondo semplice e solida, rimane il punto fermo in un instabile contesto lavorativo. Il suo ritorno al servizio attivo non avrà qualcosa di nostalgico: è invece il naturale ritorno di un uomo al proprio elemento. Il rapporto tra Catone e Macrone, costruito romanzo dopo romanzo, resta uno dei pilastri della serie. La loro fratellanza d’armi, fatta di rispetto, ironia e fiducia reciproca, rappresenta un legame in grado di resistere anche quando il campo di battaglia si sposterà nelle sale del potere.
Nerone incombe sulla trama con la sua costante e inquietante presenza. Scarrow lo tratteggia in precario equilibrio tra genialità artistica, narcisismo e paranoia. Ogni sua decisione appare potenzialmente fatale, ogni favore revocabile da un capriccio. Il suo rapporto con Catone, ambiguo, segnato da ammirazione e diffidenza, contribuisce a mantenere alta la tensione narrativa. Governare sotto un imperatore simile equivale a camminare su un terreno minato. (Per chi volesse capire vedo grandi similitudini con i nostri giorni e l’uomo alla Casa Bianca.)
Dal punto di vista strutturale, il romanzo funziona come un ponte. Le scene d’azione, pur ben costruite e coinvolgenti, richiamano situazioni già viste nella serie, e svolgono il compito di ribadire i temi centrali: disciplina, coraggio, spirito di sacrificio. Il vero cuore del libro risiede nella dimensione politica, nei discorsi sul futuro di Roma e nelle avvisaglie di un cambiamento epocale. Le ombre dell’Anno dei Quattro Imperatori iniziano ad allungarsi, preparando il terreno alla nascita della dinastia Flavia.
Scarrow dimostra ancora una volta grande abilità nel fondere personaggi di finzione e figure storiche, creando un affresco coerente e credibile. Questo capitolo, il ventiquattresimo della serie, non cerca lo shock narrativo, ma lavora per accumulo, costruendo tensione e aspettativa. Il pericolo, stavolta, non arriva da una ribellione lontana, ma cresce silenzioso nel cuore dell’Impero. Ed è proprio questa scelta a rendere l’ambientazione romana così potente: una Roma splendida e marcia, capace di divorare i suoi stessi difensori.
Ne risulta un romanzo di passaggio, forse meno esplosivo, ma fondamentale per comprendere l’evoluzione dei protagonisti e il destino verso cui stanno marciando. Una tappa necessaria, carica di presagi, che rafforza ulteriormente il legame tra Catone e Macrone e prepara il lettore a tempeste ancora più grandi.

Tradotto da Valentina Legnani e Valentina Lombardi.

Simon Scarrow è nato in Nigeria. Dopo aver vissuto in molti Paesi, si è stabilito in Inghilterra. È un grande esperto di storia romana. Il centurione, il primo dei suoi romanzi storici pubblicato in Italia, è stato per mesi ai primi posti nelle classifi che inglesi. Scarrow è autore delle serie Le aquile dell’impero, Roma arena saga, I conquistatori e Revolution saga. Ha fi rmato anche i romanzi L’ultimo testimone (con Lee Francis), Eroi in battagliaLa flotta degli invincibili, Il guerriero (con T.J. Andrews), Nel nome di Roma, La rivincita di Roma, Il tiranno e i thriller Blackout e La notte dei cadaveri. Per saperne di più: www.simonscarrow.co.uk

:: Redenzione di Natale di Anne Perry (Giallo Mondadori 2025) a cura di Patrizia Debicke

10 gennaio 2026

Sulle rive fangose del Tamigi, dove l’acqua trascina i relitti, dove l’aria è ammorbata da acri odori e i destini  delle persone che ci vivono sembrano dimenticati, Anne Perry ambienta Redenzione di Natale, uno dei suoi più intensi scritti natalizi. Non narra del felice Natale delle tavole imbandite con le famiglie riunite attorno, ma quello che si insinua subdolamente  tra i gelidi vicoli frustati dal vento, sotto le luci tremolanti dei lampioni. Scrive di una Londra vittoriana stanca e ferita, popolata da poveri, orfani e anime abbandonate  ai margini. Ai margini dove si trova la clinica medica  del dottor Crowe, luogo di cura e di rifugio, umile presidio di umanità in un mondo dove la compassione pare trasformata quasi in un lusso.
Il dottor Crowe è un personaggio particolare, forte d’animo, coraggioso: un ottimo medico ma che ha dovuto testardamente lavorare e studiare per anni  per arrivare alla laurea, un uomo solo, animato da un incrollabile rigore morale, che lavora per poco, quanto basta ad andare avanti ma anche capace di offrire cure gratuite a chi non possiede nulla se non il proprio dolore. La sua clinica, affacciata sul fiume, diventa uno spazio narrativo centrale, quasi un ventre caldo pronto ad accogliere e riparare i derelitti  che si trascinano lungo le banchine. Al suo fianco, al lavoro c’è sempre Scuff, apprendista e figlio adottivo di William Monk, comandante della polizia fluviale di Londra e di sua moglie Hester,  un ex monello di strada da loro strappato alla miseria o peggio. Il loro rapporto è fatto di silenzi, di gesti e di grande fiducia reciproca. Il loro è un legame affettivo e di fiducia che non ha bisogno di proclami, ma si manifesta quotidianamente nella condivisione delle fatiche e nella scelta di restare dalla parte dei più deboli.
Il Natale incombe,  percepibile dagli ornamenti  appesi ai lampioni e dalle vetrine decorate, ma per Crowe rappresenta ancora e soprattutto un’insanabile  ferita. La  solitudine, sua e dei diseredati, par quasi più acuta in quei giorni, con Londra che esibisce una falsa  felicità . Ma sarà proprio in questo periodo che il dottor Crowe rincontrerà Ellie Hollister, una ricca giovane donna alla quale lui ha quasi miracolosamente salvato una gamba dall’amputazione dopo un gravissimo incidente. Ellie era stata travolta da un carro. Un sentimento tra loro, mai dichiarato, forse perché astretto tra affetto trattenuto e consapevolezza delle distanze sociali non era mai veramente sbocciato. La casuale  ricomparsa di Elli tuttavia : un fortuito incontro per strada, la diretta  testimonianza di una manifestazione di  violenza di quello che dovrebbe essere il  suo ricco promesso sposo, spingerà  Crowe a reagire e a  intervenire.
Da questo momento la storia, da quella che potrebbe essere solo la  condanna morale del comportamento del fidanzato della ragazza, sfocerà invece in un’ indagine  investigativa. L’incendio di un magazzino, il risarcimento assicurativo, la morte sospetta di un guardiano notturno diventeranno tasselli di una vicenda oscura, legata agli interessi di uomini solo in apparenza potenti e rispettabili. Perry non costruisce un giallo classico basato su colpi di scena serrati, ma accompagna il lettore lungo un percorso di progressiva scoperta, con la tensione che scaturisce dal contrasto tra giustizia e convenienza, tra verità e reputazione. Crowe dovrà muoversi con cautela, consapevole del rischio, sapendo soprattutto di non potere contare né su protezioni né su autorità ufficiali.
Contemporaneamente la clinica continua a lavorare grazie a Scuff, che si farà carico non solo dei tanti pazienti, ma anche di una bambina di strada, Mattie, e del suo gattino. Questa presenza introduce una nota di tenerezza, a simbolo di un’innocenza ancora recuperabile. Mattie rappresenta infatti ciò che il Natale dovrebbe davvero significare: accoglienza, calore, possibilità di un diverso futuro. Il suo inserimento nel quotidiano della clinica rafforza l’idea che la salvezza possa passare spesso attraverso i piccoli gesti quotidiani, piuttosto che non grandi dimostrazioni.
L’ambientazione si rivela senz’altro uno dei punti di forza del racconto. La Londra vittoriana di Anne Perry è cupa, nebbiosa, immersa in un freddo che sembra penetrare nelle ossa. I moli, le gru nere stagliate contro il cielo invernale, le strade, desolate, restituiscono un’atmosfera particolare, dove la bellezza natalizia convive con la più cruda miseria. In questo scenario, la luce non proviene dalle decorazioni, ma dalle scelte dei personaggi e dalla loro capacità di opporsi al dominante  cinismo umano.
Redenzione di Natale è una storia di riscatto, ma senza facili illusioni. Il lieto fine arriva, ma non cancella il dolore né promette miracoli. Offre piuttosto un certo senso di giustizia, fragile ma reale, conquistata grazie al coraggio di chi decide di non voltarsi dall’altra parte. Anne Perry firma così un racconto caldo e malinconico, capace di avvolgere il lettore come un abbraccio, ricordando che, anche nei luoghi più oscuri, l’umanità può ancora trovare il suo spazio.

:: Ragazzo di Sacha Naspini (e/o, 2025) a cura di Patrizia Debicke

18 dicembre 2025

In Ragazzo, Sacha Naspini affonda la sua penna nell’età più fragile e incendiaria dei giovanissimi, e ci racconta di un’adolescenza spinta ai margini, osservata dalla provincia come da una muta e indifferente platea. Descrive Follonica e il quartiere operaio di Senzuno non come semplici sfondi, ma come  corpi vivi, fatti di scabri caseggiati e strade senza promesse immerse in silenzi talvolta  più pesanti delle parole. La provincia immobile, asetticamente avulsa, si trasforma  in  una gabbia emotiva dalla quale i protagonisti tentano invano di evadere senza poter fruire di indicazioni.
Giacomo e Matteo incarnano due opposte modalità di stare al mondo, unite da un vecchio legame ormai logoro. Il primo vive la crescita come un’urgenza fisica, una brutale necessità: diventare forte, scrollarsi di dosso l’etichetta dello sfigato, spezzare l’immobilità che gli pesa  addosso come una colpa ereditaria. Matteo, invece, è fatto di sbandamento e di  paura, di gesti e parole mai  trattenuti, di una sensibilità che diventerà  solo un bersaglio in un contesto inapace di accoglierla. Il loro rapporto, esclusivo e totalizzante, si svilupperà  su un ambiguo filo tracciato tra amicizia, dipendenza e bisogno d’amore, fino ad arrivare a incrinarsi sotto la spinta  del cambiamento.
Naspini osserva i suoi personaggi con uno sguardo freddo, asettico, privo di indulgenza, offrendoci autentiche voci adolescenziali, ruvide e  talvolta disturbanti.
L’ingresso dei ragazzi al liceo scientifico segnerà tra loro una frattura irreversibile: il confronto con i compagni più forti, più ricchi, più visibili accentuerà il senso di esclusione, mentre il bullismo diventa una pratica quotidiana, quasi un rituale.
A casa, le famiglie appaiono assenti, inadeguate, incapaci di fornire strumenti o protezione, lasciando i ragazzi soli a confrontarsi con  prove forse sproporzionate rispetto alla loro età.
Dentro questo  immenso vuoto educativo e affettivo si inseriscono le grandi questioni dell’oggi adolescenziale: l’identità sociale, il corpo considerato come un  campo di battaglia, il desiderio di essere visti, l’amore vissuto come scossa violenta e destabilizzante.
Corinna Gentileschi rappresenta una possibilità di riscatto, un miraggio capace di spingere Giacomo oltre ogni limite, mentre per Matteo diventa la vera minaccia di poter perdere l’unico legame  per lui sicuro. Tutto si muove in bilico tra sogni a occhi aperti e una realtà che sta per presentare il conto senza fare sconti.
La pistola, contemporaneamente oggetto simbolico e concreto, introdurrà nella trama una deriva noir dolorosamente attuale. Non rappresenta solo un’arma, ma un concentrato di potere, paura e desiderio di controllo, un modo distorto per affermare la propria esistenza in un mondo percepito come ostile. E il gesto esasperato,  estremo, scaturito da quella quotidianità fatta di umiliazioni, rabbia repressa e assenza di alternative, ricorda quanto la recente cronaca  renda questo racconto tragicamente plausibile.
Ragazzo è un romanzo breve emotivamente impegnato, costruito su capitoli alternati che, dando spazio e voce a entrambi i protagonisti, creano un montaggio visivo serrato, quasi cinematografico.
Il linguaggio narrativo è secco, ben coordinato, tagliente, e accompagna una scrittura priva di filtri, in grado di colpire sempre senza scrupoli.
Naspini racconta l’adolescenza come un ponte in malfermo equilibrio  tra ciò che si è stati e ciò che si teme di diventare, un momento morale popolato da sentimenti incondizionati e da scelte irreversibili. Dalla sua analisi emerge un libro duro, capace di ricostruire  tutta la difficoltà  di crescere in certa  provincia al giorno d’oggi, dove e quando la mancanza di prospettive rischia di amplificare ogni desiderio ma anche ogni errore.
Giacomo e Matteo sono personaggi indelebili  indimenticabili come due facce della stessa ferita, a immagine di un’età selvaggia e pericolosa, vissuta  senza protezioni, solo tenendo il piede premuto sull’acceleratore e lo sguardo fisso su un futuro che preoccupa e spaventa più di una promessa di libertà.
In conclusione, un romanzo corposo nonostante la sua brevità, pieno di spunti, a tratti violento e  in cui domina con crudele insolenza l’amicizia tra ragazzi, tra maschi.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo I sassi (2007), Cento per cento (2009), Il gran diavolo (2014) e, per le nostre edizioni, Le Case del malcontento (2018 – Premio Città di Lugnano, Premio Città di Cave, finalista del Premio Città di Rieti; da questo romanzo è in fase di sviluppo una serie tv), Ossigeno (2019 – Premio Pinocchio Sherlock, Città di Collodi), I Cariolanti (2020), Nives (2020), La voce di Robert Wright (2021), Le nostre assenze (2022), Villa del seminario (2023), Errore 404 (2024), Bocca di strega (2024), L’ingrato. Novella di Maremma (2025). È tradotto o in corso di traduzione in quasi 50 Paesi: Stati Uniti, Canada, UK, Australia, Francia, Cina, Corea del Sud, Grecia, Croazia, Russia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Egitto (con distribuzione in tutti gli Stati arabi), Germania, Olanda, Austria, Svizzera, Catalogna, Spagna (con distribuzione in Argentina, Messico, Cile, Perù, Colombia, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Uruguay). Scrive per il cinema.

:: Il senso di una fine di Luigi Guicciardi (Damster 2025) a cura di Patrizia Debicke

24 novembre 2025

A Modena, quando dicembre si stringe addosso alla città come un mantello umido e le strade di periferia si fanno più silenziose, basta un imprevisto banale per incrinare la superficie dell’ordinario. Come, per esempio la sosta, forzata da un’imperiosa esigenza fisiologica, che porterà un agente di commercio a imbattersi in un corpo senza vita abbandonato in un fosso.  Un macabro dettaglio che spezzando il gioioso ritmo delle feste in arrivo, scuote l’opinione pubblica. La vittima è Franco Guidolin, giovane sommelier, con una vita piena di prospettive e promesso sposo della figlia di Oscar Pioli, titolare della più importante azienda vinicola della zona e candidato alle imminenti elezioni comunali. Una morte che si trasformerà presto in un detonatore, in grado  di far esplodere pericolose tensioni sociali e politiche già pronte a emergere.
In questo precario clima cittadino si muove il giovane commissario Giovanni Torrisi, modenese di provincia, trent’anni in meno del celebre Cataldo, protagonista principe di Luigi Guicciardi, ma dotato di una determinazione altrettanto solida e che ha già mostrato la sua stoffa di poliziotto. Torrisi nelle precedenti indagini, ormai siamo alla quarta, ha sempre mostrato quella apparente calma che nasconde una mente rapida, sensibile alle ombre psicologiche e agli indizi spesso inavvertibili a sguardi distratti. Accanto a lui agisce l’ispettore Fabio Carloni, suo collega fresco di nomina e dotato di un’energia più impulsiva, essenza tuttavia opportuna che, bilanciando l’analitico approccio del commissario, regala un prezioso contrappunto umano nella dinamica investigativa.
Tra loro si è creata un’intesa immediata, fatta di rispetto e sostegno reciproco, una buona sintonia che man mano diventa colonna portante nella ricerca della verità.
Modena non è soltanto sfondo, ma un organismo vitale e quasi indispensabile per la trama. Nelle sue fredde periferie e nei suoi vigneti addormentati d’inverno si intrecciano gelosie, ambizioni e rancori. Il passato insinuandosi a ogni passo nella narrazione, riuscirà a falsare ciò che pare limpido, riportando a galla errori stratificati nel tempo.
Nelle famiglie Pioli e Guidolin affioreranno crepe inattese, silenzi custodi di segreti che sanno di vergogna, avidità e vecchie passioni, mentre l’ombra della politica peserà sul caso come una cappa soffocante. Torrisi dovrà avanzare in un labirinto di sospetti che si ramifica oltre la logica. Ogni possibile pista pare quasi volersi aprire per poi richiudersi come una porta sbattuta dal vento.
Quando un secondo omicidio, più feroce del primo, infrangerà quel fragile equilibrio e un rapimento trascinerà l’indagine in una zona ancora più cupa, la tensione cresce costringendo Torrisi a un diretto confronto con il lato più oscuro dell’animo umano. La sua stessa vita sarà in bilico, travolta da una vicenda dove persino i sentimenti paiono terreno minato.
La storia d’amore poi che lo coinvolgerà raggiungerà una intensità nuova, quasi dolorosa, una linea emotiva in grado di amplificare la posta in gioco mentre tutto intorno la città sembra trattenere il fiato.
Guicciardi costruisce questa nuova avventura con la consueta precisione: scrittura scarna e affilata, con una rapida narrazione al presente che imprime ritmo e immediatezza e la capacità di inquadrare in poche linee un personaggio o una emozione. Ogni scena è un frammento, mentre ogni tassello incastrandosi con gli altri fino a comporre un inquietante mosaico, dominato dal peso di un passato che ritorna e distorce il presente. L’autore, forte della sua lunga esperienza nel giallo e nel noir, orchestra una trama rigorosa ma incalzante, adatta a indurre il lettore a interrogarsi sul fragile confine che esiste tra curiosità e morbosità, tra verità cercata e verità temuta.
Ne risulta un romanzo teso, intenso, percorso da una malinconia che aderisce ai luoghi e ai personaggi, accompagnando Torrisi verso un’amara conclusione, dove la rivelazione non libera, ma ferisce. Una storia che cattura e costringe a guardare ove nessuno vorrebbe posare lo sguardo, mentre una Modena fredda, quasi scontrosa continua a tacere sotto il cielo d’inverno.

Luigi Guicciardi, modenese, docente e critico letterario, è autore di una serie di mystery: ha pubblicato per Piemme, Hobby&Work, LCF Edizioni, Cordero Editore, Frilli Editori.
Dal 2020 pubblica con Damster Edizioni: Un conto aperto con il passato (2020), Ai morti si dice arrivederci (2021), I dettagli del male (2022), Il ritorno del mostro di Modena (2022), Il commissario Cataldo e il caso Tiresia (2023), Morte di una ragazza speciale (2023), Donne che chiedono giustizia (2024), Nessuno si senta al sicuro (2024), Morte per un manoscritto (2025).
Il suo personaggio più famoso è il commissario Cataldo. Dal 2022 ha creato un nuovo personaggio: il commissario Torrisi, molto più giovane e dinamico.

:: Tra l’ombra e la rabbia di Vittorio Renuzzi (Todaro, 2025) a cura di Patrizia Debicke

15 novembre 2025

Nelle strade di una Milano attraversata dal vento della rivolta, Tra l’ombra e la rabbia di Vittorio Renuzzi affonda le radici in un periodo in cui ogni vicolo vibra di tensione, paura e speranza. Siamo nel marzo 1848, un attimo prima e durante le Cinque Giornate.  La città si trasforma minacciosamente in un sistema inquieto, rivoluzionario, attraversato da mortali scontri improvvisi e da un raffazzonato ma efficace tumulto collettivo che trasforma piazze e cortili in luoghi di resistenza all’esercito austriaco usurpatore. Renuzzi ricrea quell’atmosfera con rara attenzione ai dettagli, restituendo al lettore lo sventolare  degli stendardi, l’eco dei passi armati, l’acre sentore della polvere da sparo e lo sferragliare delle spade che serpeggia nei cortili, s’insinua nei bordelli  e raggiunge perfino gli appartamenti signorili. Milano appare viva e palpabile, sospesa tra entusiasmo rivoluzionario e  cupe ombre minacciose. In questo scenario, la strana apparentemente misteriosa e incomprensibile scomparsa di una contessa scatenerà un’indagine che fin da subito assumerà il ritmo di un’ossessione.
Protagonisti della storia saranno due insolite e stranamente complementari figure. Il conte marito della donna, da Monza manderò  a cercarla il suo medico personale: il dottore e noto poeta anche dialettale   Giovanni Rajberti, aperto, duttile e intelligente  uomo colto e sensibile, abituato a scrivere, intuire l’altrui  dolore e scandagliare la natura umana, e il suo intendente, uomo di fiducia Georgay ,un dragone dallo sfuggente e tenebroso passato, un soldato avvezzo alla disciplina, ai rischi, e  uso alle verità taciute. Ungherese/italiano, uomo tutto di un pezzo, apparentemente  inesorabile, nel suo lavoro è sempre affiancato da un pericoloso cane dal nome luciferino di Ördög, il diavolo.
L’alleanza tra due persone tanto diverse, nata dalla urgente necessità,  si incrementerà attraverso difficili scelte, improvvise intuizioni e tragici scontri con una realtà fatta di segreti che feriscono quanto una lama affilata. I due dovranno muoversi insieme in una città in bilico, scoprendo legami sepolti e scomode verità, mentre il clima insurrezionale amplifica ogni passo, ogni esitazione, ogni sospetto.
L’intreccio si sviluppa come un labirinto governato da antichi rancori, ricatti e passioni. Ogni indizio raccolto spinge verso un nuovo enigma, e la lunga e penosa  ricerca della contessa diventerà  un viaggio nei recessi più oscuri dell’animo umano, dove desideri repressi e feroci ambizioni si intrecciano con la fragilità dei sentimenti, mentre ogni indizio spinge  più a fondo in un labirinto di intrighi, anche in  odore di massoneria.
L’autore tratteggia, nella sua storia, personaggi mossi da intime pulsioni, da una rabbia troppo spesso nascosta e da un improrogabile bisogno di riscatto. Le loro passioni non scorrono come un semplice sottofondo, ma condizionano pesantemente tutta la trama influenzando ogni loro scelta. Nel medico poeta si avverte un tormentato e irriducibile idealismo mentre nel dragone ungherese emerge una silenziosa forza, plasmata da passati traumi interiori e da una pervicace lealtà che sorprende.
Il ritmo narrativo cresce pagina dopo pagina, pressato da veloci dialoghi e da colpi di scena che arrivano quando la tensione sembra sul punto di spezzarsi. L’impianto storico non rimane cornice decorativa, ma diventa un essenziale elemento narrativo, in grado di influenzare le azioni e le reazioni dei protagonisti. Il romanzo riassume in sé la vitalità del thriller d’azione mischiata a intrighi dal sapore gotico e politico, dove tra barricate, stanze segrete e carte truccate, la verità non si mostra mai in piena luce. Apparentemente l’intreccio della trama pare animato da buone intenzioni mascherate da giustizia, l’emotiva profondità di un giallo psicologico prende piede, e l’inquietante onnipresenza del dragone offre alla vicenda più ampio respiro con molti aspetti da districare.
Tra l’ombra e la rabbia si impone dunque come un romanzo in cui storia, passione e mistero si intrecciano con naturalezza. Milano diventa lo specchio delle tensioni interiori dei personaggi e la ricerca dell’interiore verità par voler assumere valore più grande della stessa indagine. Mentre gli altri interpreti della storia, dipinta come un’umana tragedia, avanzano, si presentano, pronunciano poche avare battute e si girano per poi, abbandonata la scena, allontanarsi e sparire quasi. Apprezzabile  la scorrevolezza, la ricchezza di dettagli e le caratterizzazioni: cito in particolare quella di  un gruppo di ex ragazze di bordello trasformate in efficienti infermiere durante gli scontri, agli ordini del “nostro” poeta dottore.
Vittorio Renuzzi costruisce un romanzo complesso in cui la città in rivolta pulsa all’unisono con i protagonisti, e ogni passo avanti nella trama ne illumina la passione, il dolore e il desiderio di affrancarsi. Un mondo in divenire, una ancora lunga strada verso l’agognata libertà.
Un giallo storico intenso e vibrante, capace di trascinare il lettore nel cuore di giorni tumultuosi e in un’indagine che avanza tra  fitte ombre e misteriose, tragiche e crudeli  pulsioni.

Vittorio Renuzzi nato nel 1967 si è  laureato nel 1992 in Economia politica all’Università Pavia. Ha trasformato la passione per il teatro nel suo lavoro, contribuendo con le sue competenze alla comunicazione di idee e progetti.
Nel 2000 ha contribuito a fondare la “Compagnia della Corte”, con la quale organizza progetti che hanno lo scopo di rendere la cultura uno strumento vincente per la realizzazione della persona e per fare impresa.

:: Interviste (im)perfette: A tu per tu con gli scrittori

6 novembre 2025

5 anni fa, da maggio a novembre, sul blog Liberi di scrivere si è tenuto un ciclo di interviste ad alcuni scrittori italiani che si sono prestati a rispondere non solo alle mie domande ma anche a quelle dei lettori, in tempo reale, in un esperimento che ha portato risultati sorprendenti. Ora ho raccolto quelle interviste, in tutto 12, in una raccolta che se vogliamo porterà del bene, l’intero ricavato della vendita dell’ebook sarà devoluto a Medici senza Frontiere. A quelle interviste si aggiungono alcune interviste bonus a Ben Pastor, Patrizia Debicke e sua figlia Alessandra Ruspoli, James Grady, Qiu Xiaolong, Tcheky Karyo, Lucia Guida, e Stefano Di Marino.

Ricordo che la copertina è stata gentilmente offerta da Luca Morandi. E ringrazio ogni singolo autore intervistato per avere partecipato al mio progetto. L’iniziativa continua tutto quello che verrà raccolto sarà donato a Medici senza frontiere. Grazie a tutti! Anche a Luca Pelorosso e La strega lettrice per aver lasciato un commento su Amazon. Se volete procedere all’acquisto cliccate sulla cover il link vi porterà direttamente alla pagina del libro.