Posts Tagged ‘Patrizia Debicke’

:: Un divorzio perfetto di Jeneva Rose (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

28 gennaio 2026

Un divorzio perfetto riprende la storia dodici anni dopo gli eventi de Il matrimonio perfetto e lo fa, trascinando subito il lettore dentro un universo narrativo torbido, manipolatorio, costruito su relazioni avvelenate e verità piegate a uso personale. Nessuna redenzione né consolazione. Qui impera l’ambiguità morale, labile territorio in cui  nessuno è davvero innocente.

Sarah Morgan torna in scena più sottile e consapevole. Non è più soltanto la brillante avvocata che aveva difeso il marito Adam dall’accusa di omicidio, pagata poi con una condanna capitale e una verità mai del tutto chiarita. Ora è una donna che ha ricostruito la propria immagine pubblica, con una nuova famiglia, una fondazione filantropica e un matrimonio destinato a implodere. Il tradimento di Bob, secondo marito e apparente uomo qualunque, agisce da detonatore emotivo e narrativo, aprendo una frattura che si allarga fino a inglobare il passato. Il divorzio diventa così il perfetto pretesto per riaprire ferite mai rimarginate, riportando sotto i riflettori il caso Kelly Summers e trascinando Sarah in una spirale mediatica e giudiziaria.

L’ambientazione resta quella tipica del domestic thriller americano: case borghesi, uffici legali, stazioni di polizia, tribunali e periferie rassicuranti solo in superficie. È un mondo ordinato, fatto di prati curati e sorrisi di circostanza, dove il male non irrompe dall’esterno ma cresce silenzioso tra le mura domestiche. Jeneva Rose gioca con questa familiarità, la usa come maschera dietro cui far scorrere vendette sottili, ricatti e strategie a lungo termine. Ogni spazio diventa funzionale al controllo, alla sorveglianza, al sospetto.

La trama intreccia tre principali misteri:  la riapertura dell’omicidio Kelly Summers, la scomparsa di Stacy, amante occasionale di Bob, e la morte sospetta di un poliziotto legato alle vecchie indagini. I piani temporali e i punti di vista si alternano con ritmo serrato, mantenendo costante la tensione. L’indagine questa volta risulta più solida e credibile, rispetto al primo romanzo, grazie alla presenza dello sceriffo Hudson e della vice Olson, figure non eroiche ma animate da un autentico desiderio di verità. Anche loro, tuttavia, si muovono dentro una rete di menzogne più grande di quanto si possa immaginare.

Il cuore del romanzo resta Sarah Morgan, magnetico e disturbante personaggio. Fredda, calcolatrice, brillante, incarna una forma di intelligenza predatoria capace di anticipare ogni mossa altrui. La sua fondazione benefica, i gesti pubblici di compassione, persino il ruolo di madre diventano strumenti narrativi, parti di una messinscena più ampia. Attorno a lei ruotano uomini convinti di avere il controllo e destinati a soccombere: Adam prima, Bob poi, entrambi incapaci di comprendere fino in fondo la mente con cui hanno avuto a che fare.

Bob Miller è un antagonista meschino e arrogante, convinto di poter usare informazioni e minacce come leve di potere. La sua progressiva caduta ha qualcosa di grottesco e inevitabile, resa ancora più inquietante dal modo in cui la manipolazione si insinua nei dettagli quotidiani: un localizzatore sull’auto, messaggi ambigui, prove lasciate nel posto giusto al momento giusto. Ogni azione sembra casuale, mentre segue una implacabile logica.

Il ritmo cresce man mano con i colpi di scena che si susseguono con maggiore intensità. Alcuni risultano prevedibili per lettori usi al genere, ma funzionano grazie alla coerenza  e alla progressiva costruzione della tensione. La costante sensazione è quella di assistere a una partita a scacchi giocata su più tavoli, dove ogni pedina crede di poter agire liberamente .

Non tutti i personaggi risultano empatici, anzi. Quasi nessuno lo è davvero. Questa scelta, però, appare deliberata: Il divorzio perfetto non chiede identificazione, pretende attenzione. È un thriller che mette a disagio, solleva scomode domande sul potere della narrazione, sulla giustizia e sull’immagine pubblica. Chi racconta la storia vince, anche quando la verità resta sepolta.

Il finale, cinico e spettacolare, chiude il cerchio lasciando una scia di inquietudine e una porta socchiusa su possibili sviluppi futuri. Sarah Morgan ne esce intatta, forse persino rafforzata, simbolo di un mondo dove l’intelligenza senza scrupoli può riscrivere la realtà. Un thriller oscuro, divertente nella sua ferocia, capace di superare il primo capitolo della serie e confermare Jeneva Rose come abile tessitrice di inganni narrativi. Un libro che intrattiene, disturba e costringe a guardarsi le spalle… soprattutto se si crede di conoscere chi si ha accanto.

Jeneva Rose è un’autrice bestseller del «New York Times» e di «usa Today». I suoi thriller sono stati tradotti in più di trenta lingue e opzionati per diventare film e serie TV. Con la Newton Compton ha pubblicato La vacanza perfetta, Un matrimonio perfetto, La casa dei cadaveri e Un divorzio perfetto. Vive nel Wisconsin con suo marito, Drew, e i suoi testardi bulldog inglesi, Winston e Phyllis. Per saperne di più: jenevarose.com

:: Il tiranno di Simon Scarrow (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

19 gennaio 2026

Nel nono anno di regno di Nerone, Roma non è soltanto il centro del mondo conosciuto, ma anche una capitale sul punto di implodere. Simon Scarrow sceglie infatti  un delicatissimo momento storico e lo trasforma nel cuore pulsante di questo romanzo, spostando l’azione dalle lontane  frontiere al ventre molle dell’Impero. L’Urbe diventa un febbrile organismo, attraversato da paure, voci, congiure e violenze represse, dove ogni gesto politico rischia di avere imprevedibili conseguenze.
L’ambientazione è uno degli elementi più riusciti. Scarrow ci racconta una Roma viva, sporca, contraddittoria, lontana da un’idealizzata magnificenza. Le strade brulicano di tensione sociale, le coorti urbane disorganizzate faticano a mantenere l’ordine, il popolo sopporta  con crescente rabbia le arbitrarie decisioni del potere. I palazzi imperiali, con i loro sfarzosi banchetti e i giochi di ruolo tra senatori, prefetti e favoriti, contrastano con gli accampamenti militari, luoghi di disciplina e fatica. È una città divisa tra lusso e miseria, tra apparenza e controllo, pronta a incendiarsi al primo soffio.
Catone dovrà affrontare questo scenario dopo la campagna in Britannia, dopo essersi lasciato alle spalle il fronte aperto per affrontare una guerra più sottile. Il suo ritorno a Roma avrà inizialmente un sapore domestico, quasi illusorio, fatto di affetti familiari e momenti di tregua. Proprio questa parentesi renderà più netto lo stacco con il nuovo incarico, trasformando la sua nomina a prefetto delle coorti urbane in una prova morale oltre che militare. Catone è un comandante esperto, ma Roma lo costringerà a misurarsi con intrighi, ambiguità e compromessi, territori nei quali la spada serve meno della prudenza.
Il personaggio ha ormai raggiunto la sua piena maturità: non è più solo il soldato brillante, bensì un uomo consapevole del peso delle decisioni e delle fragilità del potere. Il conflitto tra dovere pubblico e protezione privata incombe su  tutto il romanzo, regalando consapevole spessore a un protagonista continuamente costretto a scegliere tra ubbidienza e giudizio. La sua integrità lo rende prezioso, ma anche pericolosamente esposto.
Macrone rappresenta l’altra faccia della medaglia. Più diretto, istintivo, legato a una visione del mondo semplice e solida, rimane il punto fermo in un instabile contesto lavorativo. Il suo ritorno al servizio attivo non avrà qualcosa di nostalgico: è invece il naturale ritorno di un uomo al proprio elemento. Il rapporto tra Catone e Macrone, costruito romanzo dopo romanzo, resta uno dei pilastri della serie. La loro fratellanza d’armi, fatta di rispetto, ironia e fiducia reciproca, rappresenta un legame in grado di resistere anche quando il campo di battaglia si sposterà nelle sale del potere.
Nerone incombe sulla trama con la sua costante e inquietante presenza. Scarrow lo tratteggia in precario equilibrio tra genialità artistica, narcisismo e paranoia. Ogni sua decisione appare potenzialmente fatale, ogni favore revocabile da un capriccio. Il suo rapporto con Catone, ambiguo, segnato da ammirazione e diffidenza, contribuisce a mantenere alta la tensione narrativa. Governare sotto un imperatore simile equivale a camminare su un terreno minato. (Per chi volesse capire vedo grandi similitudini con i nostri giorni e l’uomo alla Casa Bianca.)
Dal punto di vista strutturale, il romanzo funziona come un ponte. Le scene d’azione, pur ben costruite e coinvolgenti, richiamano situazioni già viste nella serie, e svolgono il compito di ribadire i temi centrali: disciplina, coraggio, spirito di sacrificio. Il vero cuore del libro risiede nella dimensione politica, nei discorsi sul futuro di Roma e nelle avvisaglie di un cambiamento epocale. Le ombre dell’Anno dei Quattro Imperatori iniziano ad allungarsi, preparando il terreno alla nascita della dinastia Flavia.
Scarrow dimostra ancora una volta grande abilità nel fondere personaggi di finzione e figure storiche, creando un affresco coerente e credibile. Questo capitolo, il ventiquattresimo della serie, non cerca lo shock narrativo, ma lavora per accumulo, costruendo tensione e aspettativa. Il pericolo, stavolta, non arriva da una ribellione lontana, ma cresce silenzioso nel cuore dell’Impero. Ed è proprio questa scelta a rendere l’ambientazione romana così potente: una Roma splendida e marcia, capace di divorare i suoi stessi difensori.
Ne risulta un romanzo di passaggio, forse meno esplosivo, ma fondamentale per comprendere l’evoluzione dei protagonisti e il destino verso cui stanno marciando. Una tappa necessaria, carica di presagi, che rafforza ulteriormente il legame tra Catone e Macrone e prepara il lettore a tempeste ancora più grandi.

Tradotto da Valentina Legnani e Valentina Lombardi.

Simon Scarrow è nato in Nigeria. Dopo aver vissuto in molti Paesi, si è stabilito in Inghilterra. È un grande esperto di storia romana. Il centurione, il primo dei suoi romanzi storici pubblicato in Italia, è stato per mesi ai primi posti nelle classifi che inglesi. Scarrow è autore delle serie Le aquile dell’impero, Roma arena saga, I conquistatori e Revolution saga. Ha fi rmato anche i romanzi L’ultimo testimone (con Lee Francis), Eroi in battagliaLa flotta degli invincibili, Il guerriero (con T.J. Andrews), Nel nome di Roma, La rivincita di Roma, Il tiranno e i thriller Blackout e La notte dei cadaveri. Per saperne di più: www.simonscarrow.co.uk

:: Redenzione di Natale di Anne Perry (Giallo Mondadori 2025) a cura di Patrizia Debicke

10 gennaio 2026

Sulle rive fangose del Tamigi, dove l’acqua trascina i relitti, dove l’aria è ammorbata da acri odori e i destini  delle persone che ci vivono sembrano dimenticati, Anne Perry ambienta Redenzione di Natale, uno dei suoi più intensi scritti natalizi. Non narra del felice Natale delle tavole imbandite con le famiglie riunite attorno, ma quello che si insinua subdolamente  tra i gelidi vicoli frustati dal vento, sotto le luci tremolanti dei lampioni. Scrive di una Londra vittoriana stanca e ferita, popolata da poveri, orfani e anime abbandonate  ai margini. Ai margini dove si trova la clinica medica  del dottor Crowe, luogo di cura e di rifugio, umile presidio di umanità in un mondo dove la compassione pare trasformata quasi in un lusso.
Il dottor Crowe è un personaggio particolare, forte d’animo, coraggioso: un ottimo medico ma che ha dovuto testardamente lavorare e studiare per anni  per arrivare alla laurea, un uomo solo, animato da un incrollabile rigore morale, che lavora per poco, quanto basta ad andare avanti ma anche capace di offrire cure gratuite a chi non possiede nulla se non il proprio dolore. La sua clinica, affacciata sul fiume, diventa uno spazio narrativo centrale, quasi un ventre caldo pronto ad accogliere e riparare i derelitti  che si trascinano lungo le banchine. Al suo fianco, al lavoro c’è sempre Scuff, apprendista e figlio adottivo di William Monk, comandante della polizia fluviale di Londra e di sua moglie Hester,  un ex monello di strada da loro strappato alla miseria o peggio. Il loro rapporto è fatto di silenzi, di gesti e di grande fiducia reciproca. Il loro è un legame affettivo e di fiducia che non ha bisogno di proclami, ma si manifesta quotidianamente nella condivisione delle fatiche e nella scelta di restare dalla parte dei più deboli.
Il Natale incombe,  percepibile dagli ornamenti  appesi ai lampioni e dalle vetrine decorate, ma per Crowe rappresenta ancora e soprattutto un’insanabile  ferita. La  solitudine, sua e dei diseredati, par quasi più acuta in quei giorni, con Londra che esibisce una falsa  felicità . Ma sarà proprio in questo periodo che il dottor Crowe rincontrerà Ellie Hollister, una ricca giovane donna alla quale lui ha quasi miracolosamente salvato una gamba dall’amputazione dopo un gravissimo incidente. Ellie era stata travolta da un carro. Un sentimento tra loro, mai dichiarato, forse perché astretto tra affetto trattenuto e consapevolezza delle distanze sociali non era mai veramente sbocciato. La casuale  ricomparsa di Elli tuttavia : un fortuito incontro per strada, la diretta  testimonianza di una manifestazione di  violenza di quello che dovrebbe essere il  suo ricco promesso sposo, spingerà  Crowe a reagire e a  intervenire.
Da questo momento la storia, da quella che potrebbe essere solo la  condanna morale del comportamento del fidanzato della ragazza, sfocerà invece in un’ indagine  investigativa. L’incendio di un magazzino, il risarcimento assicurativo, la morte sospetta di un guardiano notturno diventeranno tasselli di una vicenda oscura, legata agli interessi di uomini solo in apparenza potenti e rispettabili. Perry non costruisce un giallo classico basato su colpi di scena serrati, ma accompagna il lettore lungo un percorso di progressiva scoperta, con la tensione che scaturisce dal contrasto tra giustizia e convenienza, tra verità e reputazione. Crowe dovrà muoversi con cautela, consapevole del rischio, sapendo soprattutto di non potere contare né su protezioni né su autorità ufficiali.
Contemporaneamente la clinica continua a lavorare grazie a Scuff, che si farà carico non solo dei tanti pazienti, ma anche di una bambina di strada, Mattie, e del suo gattino. Questa presenza introduce una nota di tenerezza, a simbolo di un’innocenza ancora recuperabile. Mattie rappresenta infatti ciò che il Natale dovrebbe davvero significare: accoglienza, calore, possibilità di un diverso futuro. Il suo inserimento nel quotidiano della clinica rafforza l’idea che la salvezza possa passare spesso attraverso i piccoli gesti quotidiani, piuttosto che non grandi dimostrazioni.
L’ambientazione si rivela senz’altro uno dei punti di forza del racconto. La Londra vittoriana di Anne Perry è cupa, nebbiosa, immersa in un freddo che sembra penetrare nelle ossa. I moli, le gru nere stagliate contro il cielo invernale, le strade, desolate, restituiscono un’atmosfera particolare, dove la bellezza natalizia convive con la più cruda miseria. In questo scenario, la luce non proviene dalle decorazioni, ma dalle scelte dei personaggi e dalla loro capacità di opporsi al dominante  cinismo umano.
Redenzione di Natale è una storia di riscatto, ma senza facili illusioni. Il lieto fine arriva, ma non cancella il dolore né promette miracoli. Offre piuttosto un certo senso di giustizia, fragile ma reale, conquistata grazie al coraggio di chi decide di non voltarsi dall’altra parte. Anne Perry firma così un racconto caldo e malinconico, capace di avvolgere il lettore come un abbraccio, ricordando che, anche nei luoghi più oscuri, l’umanità può ancora trovare il suo spazio.

:: Ragazzo di Sacha Naspini (e/o, 2025) a cura di Patrizia Debicke

18 dicembre 2025

In Ragazzo, Sacha Naspini affonda la sua penna nell’età più fragile e incendiaria dei giovanissimi, e ci racconta di un’adolescenza spinta ai margini, osservata dalla provincia come da una muta e indifferente platea. Descrive Follonica e il quartiere operaio di Senzuno non come semplici sfondi, ma come  corpi vivi, fatti di scabri caseggiati e strade senza promesse immerse in silenzi talvolta  più pesanti delle parole. La provincia immobile, asetticamente avulsa, si trasforma  in  una gabbia emotiva dalla quale i protagonisti tentano invano di evadere senza poter fruire di indicazioni.
Giacomo e Matteo incarnano due opposte modalità di stare al mondo, unite da un vecchio legame ormai logoro. Il primo vive la crescita come un’urgenza fisica, una brutale necessità: diventare forte, scrollarsi di dosso l’etichetta dello sfigato, spezzare l’immobilità che gli pesa  addosso come una colpa ereditaria. Matteo, invece, è fatto di sbandamento e di  paura, di gesti e parole mai  trattenuti, di una sensibilità che diventerà  solo un bersaglio in un contesto inapace di accoglierla. Il loro rapporto, esclusivo e totalizzante, si svilupperà  su un ambiguo filo tracciato tra amicizia, dipendenza e bisogno d’amore, fino ad arrivare a incrinarsi sotto la spinta  del cambiamento.
Naspini osserva i suoi personaggi con uno sguardo freddo, asettico, privo di indulgenza, offrendoci autentiche voci adolescenziali, ruvide e  talvolta disturbanti.
L’ingresso dei ragazzi al liceo scientifico segnerà tra loro una frattura irreversibile: il confronto con i compagni più forti, più ricchi, più visibili accentuerà il senso di esclusione, mentre il bullismo diventa una pratica quotidiana, quasi un rituale.
A casa, le famiglie appaiono assenti, inadeguate, incapaci di fornire strumenti o protezione, lasciando i ragazzi soli a confrontarsi con  prove forse sproporzionate rispetto alla loro età.
Dentro questo  immenso vuoto educativo e affettivo si inseriscono le grandi questioni dell’oggi adolescenziale: l’identità sociale, il corpo considerato come un  campo di battaglia, il desiderio di essere visti, l’amore vissuto come scossa violenta e destabilizzante.
Corinna Gentileschi rappresenta una possibilità di riscatto, un miraggio capace di spingere Giacomo oltre ogni limite, mentre per Matteo diventa la vera minaccia di poter perdere l’unico legame  per lui sicuro. Tutto si muove in bilico tra sogni a occhi aperti e una realtà che sta per presentare il conto senza fare sconti.
La pistola, contemporaneamente oggetto simbolico e concreto, introdurrà nella trama una deriva noir dolorosamente attuale. Non rappresenta solo un’arma, ma un concentrato di potere, paura e desiderio di controllo, un modo distorto per affermare la propria esistenza in un mondo percepito come ostile. E il gesto esasperato,  estremo, scaturito da quella quotidianità fatta di umiliazioni, rabbia repressa e assenza di alternative, ricorda quanto la recente cronaca  renda questo racconto tragicamente plausibile.
Ragazzo è un romanzo breve emotivamente impegnato, costruito su capitoli alternati che, dando spazio e voce a entrambi i protagonisti, creano un montaggio visivo serrato, quasi cinematografico.
Il linguaggio narrativo è secco, ben coordinato, tagliente, e accompagna una scrittura priva di filtri, in grado di colpire sempre senza scrupoli.
Naspini racconta l’adolescenza come un ponte in malfermo equilibrio  tra ciò che si è stati e ciò che si teme di diventare, un momento morale popolato da sentimenti incondizionati e da scelte irreversibili. Dalla sua analisi emerge un libro duro, capace di ricostruire  tutta la difficoltà  di crescere in certa  provincia al giorno d’oggi, dove e quando la mancanza di prospettive rischia di amplificare ogni desiderio ma anche ogni errore.
Giacomo e Matteo sono personaggi indelebili  indimenticabili come due facce della stessa ferita, a immagine di un’età selvaggia e pericolosa, vissuta  senza protezioni, solo tenendo il piede premuto sull’acceleratore e lo sguardo fisso su un futuro che preoccupa e spaventa più di una promessa di libertà.
In conclusione, un romanzo corposo nonostante la sua brevità, pieno di spunti, a tratti violento e  in cui domina con crudele insolenza l’amicizia tra ragazzi, tra maschi.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo I sassi (2007), Cento per cento (2009), Il gran diavolo (2014) e, per le nostre edizioni, Le Case del malcontento (2018 – Premio Città di Lugnano, Premio Città di Cave, finalista del Premio Città di Rieti; da questo romanzo è in fase di sviluppo una serie tv), Ossigeno (2019 – Premio Pinocchio Sherlock, Città di Collodi), I Cariolanti (2020), Nives (2020), La voce di Robert Wright (2021), Le nostre assenze (2022), Villa del seminario (2023), Errore 404 (2024), Bocca di strega (2024), L’ingrato. Novella di Maremma (2025). È tradotto o in corso di traduzione in quasi 50 Paesi: Stati Uniti, Canada, UK, Australia, Francia, Cina, Corea del Sud, Grecia, Croazia, Russia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Egitto (con distribuzione in tutti gli Stati arabi), Germania, Olanda, Austria, Svizzera, Catalogna, Spagna (con distribuzione in Argentina, Messico, Cile, Perù, Colombia, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Uruguay). Scrive per il cinema.

:: Il senso di una fine di Luigi Guicciardi (Damster 2025) a cura di Patrizia Debicke

24 novembre 2025

A Modena, quando dicembre si stringe addosso alla città come un mantello umido e le strade di periferia si fanno più silenziose, basta un imprevisto banale per incrinare la superficie dell’ordinario. Come, per esempio la sosta, forzata da un’imperiosa esigenza fisiologica, che porterà un agente di commercio a imbattersi in un corpo senza vita abbandonato in un fosso.  Un macabro dettaglio che spezzando il gioioso ritmo delle feste in arrivo, scuote l’opinione pubblica. La vittima è Franco Guidolin, giovane sommelier, con una vita piena di prospettive e promesso sposo della figlia di Oscar Pioli, titolare della più importante azienda vinicola della zona e candidato alle imminenti elezioni comunali. Una morte che si trasformerà presto in un detonatore, in grado  di far esplodere pericolose tensioni sociali e politiche già pronte a emergere.
In questo precario clima cittadino si muove il giovane commissario Giovanni Torrisi, modenese di provincia, trent’anni in meno del celebre Cataldo, protagonista principe di Luigi Guicciardi, ma dotato di una determinazione altrettanto solida e che ha già mostrato la sua stoffa di poliziotto. Torrisi nelle precedenti indagini, ormai siamo alla quarta, ha sempre mostrato quella apparente calma che nasconde una mente rapida, sensibile alle ombre psicologiche e agli indizi spesso inavvertibili a sguardi distratti. Accanto a lui agisce l’ispettore Fabio Carloni, suo collega fresco di nomina e dotato di un’energia più impulsiva, essenza tuttavia opportuna che, bilanciando l’analitico approccio del commissario, regala un prezioso contrappunto umano nella dinamica investigativa.
Tra loro si è creata un’intesa immediata, fatta di rispetto e sostegno reciproco, una buona sintonia che man mano diventa colonna portante nella ricerca della verità.
Modena non è soltanto sfondo, ma un organismo vitale e quasi indispensabile per la trama. Nelle sue fredde periferie e nei suoi vigneti addormentati d’inverno si intrecciano gelosie, ambizioni e rancori. Il passato insinuandosi a ogni passo nella narrazione, riuscirà a falsare ciò che pare limpido, riportando a galla errori stratificati nel tempo.
Nelle famiglie Pioli e Guidolin affioreranno crepe inattese, silenzi custodi di segreti che sanno di vergogna, avidità e vecchie passioni, mentre l’ombra della politica peserà sul caso come una cappa soffocante. Torrisi dovrà avanzare in un labirinto di sospetti che si ramifica oltre la logica. Ogni possibile pista pare quasi volersi aprire per poi richiudersi come una porta sbattuta dal vento.
Quando un secondo omicidio, più feroce del primo, infrangerà quel fragile equilibrio e un rapimento trascinerà l’indagine in una zona ancora più cupa, la tensione cresce costringendo Torrisi a un diretto confronto con il lato più oscuro dell’animo umano. La sua stessa vita sarà in bilico, travolta da una vicenda dove persino i sentimenti paiono terreno minato.
La storia d’amore poi che lo coinvolgerà raggiungerà una intensità nuova, quasi dolorosa, una linea emotiva in grado di amplificare la posta in gioco mentre tutto intorno la città sembra trattenere il fiato.
Guicciardi costruisce questa nuova avventura con la consueta precisione: scrittura scarna e affilata, con una rapida narrazione al presente che imprime ritmo e immediatezza e la capacità di inquadrare in poche linee un personaggio o una emozione. Ogni scena è un frammento, mentre ogni tassello incastrandosi con gli altri fino a comporre un inquietante mosaico, dominato dal peso di un passato che ritorna e distorce il presente. L’autore, forte della sua lunga esperienza nel giallo e nel noir, orchestra una trama rigorosa ma incalzante, adatta a indurre il lettore a interrogarsi sul fragile confine che esiste tra curiosità e morbosità, tra verità cercata e verità temuta.
Ne risulta un romanzo teso, intenso, percorso da una malinconia che aderisce ai luoghi e ai personaggi, accompagnando Torrisi verso un’amara conclusione, dove la rivelazione non libera, ma ferisce. Una storia che cattura e costringe a guardare ove nessuno vorrebbe posare lo sguardo, mentre una Modena fredda, quasi scontrosa continua a tacere sotto il cielo d’inverno.

Luigi Guicciardi, modenese, docente e critico letterario, è autore di una serie di mystery: ha pubblicato per Piemme, Hobby&Work, LCF Edizioni, Cordero Editore, Frilli Editori.
Dal 2020 pubblica con Damster Edizioni: Un conto aperto con il passato (2020), Ai morti si dice arrivederci (2021), I dettagli del male (2022), Il ritorno del mostro di Modena (2022), Il commissario Cataldo e il caso Tiresia (2023), Morte di una ragazza speciale (2023), Donne che chiedono giustizia (2024), Nessuno si senta al sicuro (2024), Morte per un manoscritto (2025).
Il suo personaggio più famoso è il commissario Cataldo. Dal 2022 ha creato un nuovo personaggio: il commissario Torrisi, molto più giovane e dinamico.

:: Tra l’ombra e la rabbia di Vittorio Renuzzi (Todaro, 2025) a cura di Patrizia Debicke

15 novembre 2025

Nelle strade di una Milano attraversata dal vento della rivolta, Tra l’ombra e la rabbia di Vittorio Renuzzi affonda le radici in un periodo in cui ogni vicolo vibra di tensione, paura e speranza. Siamo nel marzo 1848, un attimo prima e durante le Cinque Giornate.  La città si trasforma minacciosamente in un sistema inquieto, rivoluzionario, attraversato da mortali scontri improvvisi e da un raffazzonato ma efficace tumulto collettivo che trasforma piazze e cortili in luoghi di resistenza all’esercito austriaco usurpatore. Renuzzi ricrea quell’atmosfera con rara attenzione ai dettagli, restituendo al lettore lo sventolare  degli stendardi, l’eco dei passi armati, l’acre sentore della polvere da sparo e lo sferragliare delle spade che serpeggia nei cortili, s’insinua nei bordelli  e raggiunge perfino gli appartamenti signorili. Milano appare viva e palpabile, sospesa tra entusiasmo rivoluzionario e  cupe ombre minacciose. In questo scenario, la strana apparentemente misteriosa e incomprensibile scomparsa di una contessa scatenerà un’indagine che fin da subito assumerà il ritmo di un’ossessione.
Protagonisti della storia saranno due insolite e stranamente complementari figure. Il conte marito della donna, da Monza manderò  a cercarla il suo medico personale: il dottore e noto poeta anche dialettale   Giovanni Rajberti, aperto, duttile e intelligente  uomo colto e sensibile, abituato a scrivere, intuire l’altrui  dolore e scandagliare la natura umana, e il suo intendente, uomo di fiducia Georgay ,un dragone dallo sfuggente e tenebroso passato, un soldato avvezzo alla disciplina, ai rischi, e  uso alle verità taciute. Ungherese/italiano, uomo tutto di un pezzo, apparentemente  inesorabile, nel suo lavoro è sempre affiancato da un pericoloso cane dal nome luciferino di Ördög, il diavolo.
L’alleanza tra due persone tanto diverse, nata dalla urgente necessità,  si incrementerà attraverso difficili scelte, improvvise intuizioni e tragici scontri con una realtà fatta di segreti che feriscono quanto una lama affilata. I due dovranno muoversi insieme in una città in bilico, scoprendo legami sepolti e scomode verità, mentre il clima insurrezionale amplifica ogni passo, ogni esitazione, ogni sospetto.
L’intreccio si sviluppa come un labirinto governato da antichi rancori, ricatti e passioni. Ogni indizio raccolto spinge verso un nuovo enigma, e la lunga e penosa  ricerca della contessa diventerà  un viaggio nei recessi più oscuri dell’animo umano, dove desideri repressi e feroci ambizioni si intrecciano con la fragilità dei sentimenti, mentre ogni indizio spinge  più a fondo in un labirinto di intrighi, anche in  odore di massoneria.
L’autore tratteggia, nella sua storia, personaggi mossi da intime pulsioni, da una rabbia troppo spesso nascosta e da un improrogabile bisogno di riscatto. Le loro passioni non scorrono come un semplice sottofondo, ma condizionano pesantemente tutta la trama influenzando ogni loro scelta. Nel medico poeta si avverte un tormentato e irriducibile idealismo mentre nel dragone ungherese emerge una silenziosa forza, plasmata da passati traumi interiori e da una pervicace lealtà che sorprende.
Il ritmo narrativo cresce pagina dopo pagina, pressato da veloci dialoghi e da colpi di scena che arrivano quando la tensione sembra sul punto di spezzarsi. L’impianto storico non rimane cornice decorativa, ma diventa un essenziale elemento narrativo, in grado di influenzare le azioni e le reazioni dei protagonisti. Il romanzo riassume in sé la vitalità del thriller d’azione mischiata a intrighi dal sapore gotico e politico, dove tra barricate, stanze segrete e carte truccate, la verità non si mostra mai in piena luce. Apparentemente l’intreccio della trama pare animato da buone intenzioni mascherate da giustizia, l’emotiva profondità di un giallo psicologico prende piede, e l’inquietante onnipresenza del dragone offre alla vicenda più ampio respiro con molti aspetti da districare.
Tra l’ombra e la rabbia si impone dunque come un romanzo in cui storia, passione e mistero si intrecciano con naturalezza. Milano diventa lo specchio delle tensioni interiori dei personaggi e la ricerca dell’interiore verità par voler assumere valore più grande della stessa indagine. Mentre gli altri interpreti della storia, dipinta come un’umana tragedia, avanzano, si presentano, pronunciano poche avare battute e si girano per poi, abbandonata la scena, allontanarsi e sparire quasi. Apprezzabile  la scorrevolezza, la ricchezza di dettagli e le caratterizzazioni: cito in particolare quella di  un gruppo di ex ragazze di bordello trasformate in efficienti infermiere durante gli scontri, agli ordini del “nostro” poeta dottore.
Vittorio Renuzzi costruisce un romanzo complesso in cui la città in rivolta pulsa all’unisono con i protagonisti, e ogni passo avanti nella trama ne illumina la passione, il dolore e il desiderio di affrancarsi. Un mondo in divenire, una ancora lunga strada verso l’agognata libertà.
Un giallo storico intenso e vibrante, capace di trascinare il lettore nel cuore di giorni tumultuosi e in un’indagine che avanza tra  fitte ombre e misteriose, tragiche e crudeli  pulsioni.

Vittorio Renuzzi nato nel 1967 si è  laureato nel 1992 in Economia politica all’Università Pavia. Ha trasformato la passione per il teatro nel suo lavoro, contribuendo con le sue competenze alla comunicazione di idee e progetti.
Nel 2000 ha contribuito a fondare la “Compagnia della Corte”, con la quale organizza progetti che hanno lo scopo di rendere la cultura uno strumento vincente per la realizzazione della persona e per fare impresa.

:: Interviste (im)perfette: A tu per tu con gli scrittori

6 novembre 2025

5 anni fa, da maggio a novembre, sul blog Liberi di scrivere si è tenuto un ciclo di interviste ad alcuni scrittori italiani che si sono prestati a rispondere non solo alle mie domande ma anche a quelle dei lettori, in tempo reale, in un esperimento che ha portato risultati sorprendenti. Ora ho raccolto quelle interviste, in tutto 12, in una raccolta che se vogliamo porterà del bene, l’intero ricavato della vendita dell’ebook sarà devoluto a Medici senza Frontiere. A quelle interviste si aggiungono alcune interviste bonus a Ben Pastor, Patrizia Debicke e sua figlia Alessandra Ruspoli, James Grady, Qiu Xiaolong, Tcheky Karyo, Lucia Guida, e Stefano Di Marino.

Ricordo che la copertina è stata gentilmente offerta da Luca Morandi. E ringrazio ogni singolo autore intervistato per avere partecipato al mio progetto. L’iniziativa continua tutto quello che verrà raccolto sarà donato a Medici senza frontiere. Grazie a tutti! Anche a Luca Pelorosso e La strega lettrice per aver lasciato un commento su Amazon. Se volete procedere all’acquisto cliccate sulla cover il link vi porterà direttamente alla pagina del libro.

:: Quaranta segni di pioggia di Kim Stanely Robinson (Fanucci 2025) a cura di Patrizia Debicke

6 novembre 2025

Fa caldo a Washington. Un calore quasi insopportabile, greve, stagnante e che sembra annunciare la tempesta. Il cielo resta immobile, nessuna nuvola in vista. Gli split dell’aria condizionata, circondati da  gente sudata, stentano a fare il loro lavoro.  
Questa è la realistica immagine iniziale di Quaranta segni di pioggia di Kim Stanley Robinson (Fanucci Editore), romanzo che suona come un monito per un’umanità cieca, intrappolata nella propria presunzione di dominio sulla natura.
Washington D.C. diventerà il cuore pulsante di un mondo prossimo al collasso, una capitale in cui la miopia dei governanti si è trasformata in simbolo dell’inerzia globale. Là si muovono i protagonisti, piccoli ingranaggi di un arrugginito meccanismo politico: Charlie Quibler, consulente per le politiche ambientali di un senatore illuminato ma impotente, e sua moglie Anna, brillante scienziata della National Science Foundation. Entrambi, in modi diversi, cercando di dare un senso a un futuro che pare volersi sfaldare sotto i loro occhi.
Charlie combatte contro il disinteresse dei potenti, costretto a tradurre in linguaggio politico l’urgenza scientifica del disastro climatico. Sente che la catastrofe non è più una minaccia lontana ma una realtà che avanza a passi misurabili: anno dopo anno il ghiaccio artico si ritira, le stagioni si deformano, i confini tra normalità e caos si assottigliano. Tuttavia, nei corridoi del potere prevale la riluttanza, l’incapacità di comprendere ciò che la scienza ripete da decenni. La politica, dominata da calcoli elettorali e interessi economici, preferisce rimandare, fingendo che la Terra possa attendere. Anna, dal canto suo, rappresenta la razionalità lucida della ricerca. Analizza, propone, tenta di orientare il sapere verso una tecnologia capace di invertire il processo, ma ogni passo avanti genera una nuova contesa. Nella competizione feroce per il controllo delle innovazioni, la scienza stessa diventa preda del mercato. E mentre la politica resta paralizzata, il sapere si piega al profitto. Accanto a loro, figure come Frank Vanderwal, biologo, idealista e inquieto, ampliano il quadro di una società che non sa più ascoltare i propri studiosi.  Scienziati che conducono ricerche sulla biotecnologia, assistono membri del governo o svolgono mansioni amministrative presso la National Science Foundation (NSF) degli Stati Uniti. Unica apparente diversità l’arrivo a Washington dei Khembalis, dotti monaci buddisti che lavorano per l’ambasciata dell’immaginaria isola di Khembalung, quasi sommersa dalla risalita delle acque dell’oceano.
Mentre questi eroi ordinari e straordinari lottano per trovare una soluzione, il destino sta per dare una svolta al loro lavoro, portandoli inevitabilmente nell’occhio del ciclone. E quando la natura si ribella, l’illusione del controllo umano si dissolve. Le tempeste devastano la costa occidentale, il mare inghiotte la California, e la capitale americana pare affondare sotto una pioggia interminabile. Constitution Avenue diventa una laguna, il Lincoln Memorial un simbolo d’impotenza. È la silenziosa ma terribile vendetta di un pianeta stanco e umiliato.
Robinson costruisce un romanzo corale e intenso, in cui la tensione non nasce dall’azione ma dalla consapevolezza. Il vero conflitto è morale e intellettuale: la scienza chiede ascolto, la politica risponde con il silenzio. La prosa, rigorosa e realistica, restituisce l’asfissiante atmosfera di un mondo sull’orlo della rovina, in cui ogni personaggio rappresenta una sfumatura del nostro smarrimento. Non ci sono eroi, solo esseri umani alle prese con la complessità del proprio tempo, incapaci di ammettere che il cambiamento è già iniziato.
Quaranta segni di pioggia è molto più di un romanzo di fantascientifica interpretazione distopica di un prossimo possibile futuro: è una parabola sul potere, sulla responsabilità e sull’arroganza della specie umana. L’autore non concede sconti né scorciatoie emotive. Mostra una Washington immobile, popolata da burocrati, scienziati e senatori che oscillano tra l’indifferenza e la paura, incapaci di agire finché l’acqua non invade le strade. Robinson invita a guardare sotto la superficie, a capire che la vera minaccia non è la furia della natura ma la nostra cecità. Con il ritmo misurato della riflessione e la precisione di un saggio travestito da romanzo, l’autore disegna un affresco inquietante del presente.
Quaranta segni di pioggia probabilmente è il più intelligente romanzo catastrofico che avrete l’occasione di leggere… Il vero protagonista è la scienza. Robinson, uno dei più visionari scrittori di fantascienza americani, bravo e preparato nello spiegare le  sfaccettature della natura, dimostra tuttavia come quest’umana dottrina  un tempo rispettata sia costretta a inchinarsi al capitalismo. Insomma il suo pare l’ultimo invito a tirare fuori la testa dalla sabbia e affrontare la minaccia del cambiamento climatico.
La temuta catastrofe non è più una possibilità: è già qui, e ci coglie di sorpresa mentre discutiamo, ancora convinti di poterla controllare.

Kim Stanley Robinson è nato nel 1952 in Illinois e si è laureato in letteratura inglese con una tesi su Philip K. Dick. Appassionato di alpinismo, vive a Davis, in California. I suoi romanzi sono stati insigniti di prestigiosi riconoscimenti, tra cui il premio Nebula, il premio John Wood Campbell Memorial e il World Fantasy. Di questo autore Fanucci Editore ha pubblicato il romanzo New York 2140 e la serie della Trilogia di Marte, capolavoro della letteratura di fantascienza, composta dai romanzi Il rosso di Marte, Il verde di Marte e Il blu di Marte.

:: Se tu non ridi più di Barbara Perna, (Bompiani 2025) a cura di Patrizia Debicke

29 ottobre 2025

C’è una Napoli che non dorme mai. Brilla di luce ingannevole sulle terrazze di Posillipo, ma nasconde in sé un dolore antico, talvolta quasi insopportabile. È in questa città contraddittoria, bellissima e crudele ma viva, che Barbara Perna ha ambientato Se tu non ridi più, il suo nuovo romanzo: un giallo che supera i confini del genere per trasformarsi in espressione dell’animo umano e, al tempo stesso, in una storia di colpa, amore e redenzione.
La vicenda prende il via da uno sconvolgente delitto ai danni di un’esponente della Napoli bene. Una bella e giovane donna, Serena Acton Bauer, viene rinvenuta cadavere nel Parco della Rimembranza, barbaramente soffocata con un sacco di plastica. Un gesto brutale, feroce e apparentemente inspiegabile.
A invocare giustizia e verità sarà una famiglia di grande peso, produttrice di una pasta rinomata e presente sulle tavole di mezza Italia. Ma dietro la misurata eleganza dei palazzi e il perbenismo di famiglie ancora condizionate da antiche tradizioni, si celano passioni inconfessabili e realtà oscure che nessuno osa davvero guardare in faccia.
A essere chiamata in causa sarà Amalia Carotenuto, detta Lia: un tempo uno dei migliori avvocati penalisti della città, oggi una donna affranta, soverchiata dal peso di un lutto e da un senso di colpa che non conoscono tregua. “Non sono più un avvocato”, ripete a tutti come un ritornello difensivo, quasi volesse proteggersi anche da se stessa. Da tre anni, infatti, ha lasciato le aule dei tribunali per insegnare diritto penale al Suor Orsola Benincasa, perché il quotidiano contatto con la legge non le offre più certezze, ma soltanto rimorsi. Tuttavia, quando l’impetuosa e carissima amica di sempre, Cetta Caracciolo, attrice mancata, pittrice per passione, figlia di una napoletanissima principessa che riempie la scena come una sovrana, le chiederà di far luce su quell’omicidio, Lia non saprà dire di no.
Richiamato in campo l’aiutante di un tempo, il fedele Picchio Malatesta, investigatore privato per vocazione e quasi suo personale segugio, oggi riciclatosi come tassista, Lia sarà costretta a confrontarsi con un’indagine che non rappresenterà soltanto un faticoso viaggio verso la verità di un orrendo crimine, ma anche un doloroso ritorno dentro di sé. Ogni indizio sembra condurre a un nuovo enigma, mentre ogni pista rischia di riaprire una ferita. Eppure, tra i tè, le colazioni e le chiacchiere dell’aristocrazia napoletana, le mura di Poggioreale e le aule universitarie, Lia dovrà affrontare i propri demoni per scoprire se la giustizia possa davvero ricucire gli strappi della sua anima.
Barbara Perna, magistrata e romanziera di grande sensibilità, scrive un’opera in cui la consueta ironia si intreccia con una profonda e a tratti sconvolgente intensità. Se tu non ridi più mette in risalto una tensione che nasce non tanto dall’indagine quanto dalle intime crepe dei personaggi. Napoli ne è il cardine più significativo: una città che osserva e giudica, che accoglie e respinge. Dalle sontuose dimore di Posillipo, dove il lusso si trasforma in corazza, al carcere di Poggioreale, dove l’umanità è ridotta all’essenziale, ogni luogo descritto racconta una parte della storia.
La scrittura della Perna è viva e palpabile: si percepisce nel profumo di pasta e patate che invade la cucina di Lia, nel chiassoso brusio dei vicoli, nelle voci sospese tra una battuta in dialetto e un pensiero doloroso. I dialoghi sono efficaci, capaci di restituire la musicalità partenopea e la sua naturale ironia. La prosa, brillante quando serve ad alleggerire, diventa tagliente quando affonda nel cuore della tragedia. Ottima la costruzione psicologica dei personaggi, che denotano maturità narrativa.
Lia è una figura complessa e divisa: madre ferita, donna colta, sospesa tra la razionalità della legge e il caos dei sentimenti. Il suo dolore è nascosto, rivelato solo da involontari cedimenti. Accanto a lei, Cetta e Picchio incarnano i due poli dell’esistenza: un’esplosiva vitalità dell’una contrapposta alla quieta saggezza dell’altro.
Il titolo del romanzo nasce da un verso di Euripide: “Se tu non ridi più, il mio dolore è gioia.” Un richiamo netto alla Medea, ma anche un presagio: nel cammino di Lia e delle altre madri del romanzo, il confine tra amore e distruzione diventa sottile, e la maternità un campo di battaglia dove il perdono sembra impossibile. La Perna affronta con coraggio il tema della colpa, scavando nel legame più profondo e doloroso dell’essere umano.
La trama si sviluppa con colpi di scena ben calibrati e una tensione che non si spegne mai. Ogni tassello dell’indagine si incastra in un mosaico complesso, in cui l’omicidio iniziale diventa il punto di partenza per una più ampia riflessione sulla giustizia e sulla fragilità umana. “Una cosa sono i pettegolezzi, altra le scabrose verità”: una frase che pare racchiudere l’essenza stessa del romanzo.
Se tu non ridi più non si limita a risolvere un delitto: tenta di comprendere cosa significhi davvero perdonare e quanta forza serva per accettare la realtà.
La Perna intreccia abilmente la suspense dell’indagine con la malinconia del dramma interiore della protagonista. Il risultato è un romanzo inquietante, che emoziona e scuote, in cui l’ombra della colpa e la possibile luce del riscatto si bilanciano in un Fragile e sofferto equilibrio.
Alla fine resta ferma  l’immagine di una città che brucia e consola, di una donna che tenta di rialzarsi e di un dolore che non si cancella, ma con cui si deve imparare a convivere.

Barbara Perna, vive e lavora a Roma. Ci tiene a precisare che però lei è partenopea, nata a Napoli il 6.9.69 (avete letto bene). Il superamento del Concorso in Magistratura nel 1998 le ha brutalmente stroncato una (forse) brillante carriera come attrice teatrale comica. Ha svolto il ruolo di giudice tuttofare un po’ in giro per l’Italia ma il suo cuore è rimasto in Toscana nel piccolo Tribunale di Montepulciano dove ha lavorato per cinque anni prima di trasferirsi a Roma. Scrive per passione, lavora per dedizione, legge per autodifesa. E viaggia molto, soprattutto con la mente. Per Giunti ha esordito con il romanzo Annabella Abbondante. La verità non è una chimera (2021) pubblicando poi Annabella Abbondante. L’essenziale è invisibile agli occhi (2022) – vincitore del Premio NebbiaGialla 2023 – e Annabella Abbondante. Il passato è una curiosa creatura (2024).

:: A esequie avvenute di Massimo Carlotto (Einaudi 2025) a cura di Patrizia Debicke

20 ottobre 2025

Massimo Carlotto torna con A esequie avvenute e riporta in scena Marco Buratti, l’Alligatore, uno dei personaggi più amati e inquieti del noir italiano. Un ritorno atteso e che non delude. Perché questo suo nuovo romanzo è un viaggio nel cuore nero del Nord-Est, ma anche un’amara riflessione sul tempo che passa, sulla colpa e sulla possibilità, sempre più remota, di restare fedeli a sé stessi in un mondo dove la giustizia pare un ricordo sbiadito.
Fin dalle prime pagine ci si ritroveremo immersi in un gelido inverno, tra le paludi venete con la  nebbia che sembra voler inghiottire tutto. Una donna è stata rapita, ma la speranza di ritrovarla viva si spegne di ora in ora. Marco Buratti, investigatore senza licenza e con più ferite che certezze, accetterà l’incarico di consegnare il riscatto. L’ha chiesto Loris Pozza, imprenditore vicentino uso a “imbrogli” ed espedienti: false fatture, capitali riciclati, soldi che transitano per banche clandestine cinesi. Ma qualcosa va storto e la donna, una giovane moldava di nome Aliona, non verrà liberata nonostante il pagamento di un milione di euro.
Da qui partirà l’indagine, non autorizzata e piena di ombre, che diventerà la spina dorsale della trama. Buratti, e i  suoi inseparabili amici: Max la Memoria, mente lucida e ironica, e Beniamino Rossini, vecchio bandito dal cuore d’oro, dovranno muoversi in un territorio ormai irriconoscibile. Il Nord-Est descritto da Carlotto non è più quello degli artigiani divenuti imprenditori, ma una terra dove le nuove mafie: cinesi, ucraine, nigeriane, si sono radicate con disinvoltura, tutte pronte a spartirsi affari e potere.
La doppia trama si intreccia come due linee di basso in un brano blues: da una parte l’indagine sull’omicidio, dall’altra la personale battaglia di Rossini contro la tratta delle donne. Il vecchio contrabbandiere, stanco ma fedele a un codice morale tutto suo, libera una giovane ucraina schiava dei clan del suo Paese, scatenando una vendetta che travolgerà anche l’Alligatore. E mentre la violenza cresce, Buratti sarà costretto a spingersi dove non era mai arrivato, rischiando tutto pur di restituire giustizia a chi non può più parlare.
Carlotto alterna i toni della cronaca nera a quelli del blues più malinconico, componendo una sinfonia di dolore e rabbia. Il suo linguaggio è secco, tagliente, intriso di sarcasmo e pietà. Le sue frasi brevi con i dialoghi asciutti e le descrizioni essenziali restituiscono l’autenticità di un mondo dove ogni gesto pesa e ogni parola nasconde una verità. Non c’è spazio per l’eroismo né per la redenzione. L’Alligatore è un uomo che sopravvive, ma non vince. Porta addosso il peso di chi ha visto troppo, eppure continua a lottare, spinto da un istinto di giustizia che nessuna sconfitta è riuscita a spegnere.
Attorno a lui si muove una galleria di figure secondarie perfettamente delineate: malviventi, donne ferite, poliziotti disposti a chiudere un occhio, politici che fanno finta di non sapere. Tutti partecipano, consapevolmente o meno, alla grande recita del potere e della corruzione. In questo contesto il Nord-Est rappresenta più di un’ambientazione: è un personaggio vivo, spietato, dove il fango delle paludi si mischia al lusso delle ville di nuova costruzione, dove la nebbia nasconde affari, cadaveri e ipocrisie.
Il tempo, nel romanzo, è un protagonista silenzioso. Buratti è invecchiato, Rossini ha smesso di sparare ma non di combattere, Max osserva il mondo con l’amara ironia di chi sa che la memoria serve solo se non la si tradisce. Vivono insieme in una cascina, tentando una tregua con la vita, ma la quiete durerà poco. L’Alligatore non può sottrarsi al richiamo dell’indagine, alla necessità di ristabilire un equilibrio che la società ha da tempo smarrito. Il blues ancora una volta è la voce interiore del protagonista, una vera filosofia. “Quando hai il cuore fuorilegge non puoi pretendere che batta a un altro ritmo”, scrive Carlotto,  frase che è la sintesi perfetta del libro. Il blues accompagna ogni caduta, ogni bicchiere di “calva”, ogni colpo inferto o subito. È la musica di chi non si arrende, anche quando sa di aver perso.
La scrittura di Carlotto è matura, più introspettiva. Meno azione e più riflessione, ma il ritmo resta serrato. Il noir, per lui, non è evasione ma indagine morale: serve a mostrare ciò che preferiremmo ignorare. I soldi sporchi, la connivenza, la rassegnazione. Tutto ciò che rende la nostra società terreno fertile per il male.
Con A esequie avvenute, Massimo Carlotto non concede tregua. È un romanzo sulla perdita, sul rimpianto, ma anche sulla dignità di chi continua a cercare un senso. L’Alligatore, invecchiato ma indomito, resta una delle voci più autentiche della narrativa italiana contemporanea. La sua stanchezza non è resa, ma consapevolezza. E nella malinconia che trasuda da queste pagine si percepisce la maturità di un autore che, dopo tanti anni, non ha smesso di interrogare la coscienza del Paese.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz). Nel 2024 esce Trudy. I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.

:: I delitti della Bella di notte di Anthony Horovitz (Rizzoli, 2022) a cura di Patrizia Debicke

17 ottobre 2025

Dopo aver risolto il mistero che circondava la morte dello scrittore Alan Conway, Susan Ryeland, giovane editor londinese dalla mente acuta e dalla memoria infallibile, decide di concedersi una pausa. Abbandona la caotica agitazione della città, le nebbie di Londra, la pressione costante dei libri e degli autori, per cercare un rifugio in cui reinventarsi.
La sua scelta di vita cadrà su Creta, dove aprirà un piccolo hotel insieme al fidanzato Andreas. L’isola, con la sua calda luce e i dorati tramonti e il ritmo lento e pacato della vita mediterranea, sembrano offrire una promessa di serenità. Ma, per Susan, l’incanto è solo effimero: il lavoro nell’hotel è estenuante, il rapporto di coppia rischia di guastarsi  e la monotonia, tanto diversa dal suo frenetico mondo editoriale, le pesa con un velo di malinconia.
Questa fragile tranquillità verrà  tuttavia infranta dall’arrivo dei Treherne, una coppia inglese giunta sull’isola con un unico obiettivo: ritrovare la  figlia scomparsa. La ragazza,  Cecily, ha lasciato dietro di sé solo criptici indizi, disseminati  tra le pagine di “Atticus Pünd e il nuovo caso”, il romanzo postumo di Conway, ispirato a un omicidio avvenuto otto anni prima proprio nell’hotel cretese della famiglia Treherne.
Susan Reyland , che ha conosciuto e curato l’opera dello scrittore, appare come l’unica possibile custode della verità  o per lo meno l’unica persona in grado di interpretare quei segnali nascosti, e l’onere di decifrarli la riporterà, inevitabilmente, al suo antico ruolo di investigatrice.
Anthony Horowitz conferma ancora una volta la sua straordinaria capacità di costruire trame complesse e avvincenti. L‘ingegnosa  struttura del romanzo  si svilupperà infatti su due livelli, sovrapposti come scatole cinesi. Al primo piano avremo la Susan reale, che indaga tra gli hotel e la campagna inglese, interrogando testimoni, raccogliendo documenti e interpretando segni; al secondo, invece il mondo letterario di Atticus Pünd, detective dalla precisione quasi maniacale e dal fascino d’altri tempi, immerso nello stesso mistero ma trasposto e filtrato attraverso la penna di Conway.
Il gioco a incastro è molto raffinato: personaggi e indizi si rispecchiano, le situazioni reali e quelle inventate si intrecciano, e il lettore sarà costretto  a immergersi in  due misteri paralleli, ciascuno con la propria tensione, i propri colpi di scena e le proprie rivelazioni.
Il fascino del romanzo sta anche nella capacità di bilanciare la complessità della trama con una facile lettura. Horowitz non tradisce mai il lettore: tutti i plausibili indizi necessari ci sono ma talmente evanescenti e  inafferrabili da sorprendere e intrigare fino all’ultima pagina. Come in un Cluedo letterario all’Agatha Christie: ogni dettaglio, ogni gesto, ogni parola può diventare la chiave per risolvere l’enigma.
L’autore infatti si ispira chiaramente alla tradizione dell’Età dell’Oro del giallo britannico, con atmosfere eleganti, indagini meticolose e colpi di scena calibrati, ma lo fa con un respiro moderno, integrando la psicologia dei personaggi a tensione narrativa e a riflessioni sulla natura umana.
In questo secondo volume della serie, Horowitz introduce anche Daniel Hawthorne, ex detective e alter ego collaborativo dell’autore stesso. Il loro rapporto, fatto di contrasti, sarcasmo e complementarietà, aggiunge profondità e leggerezza al racconto. In “La sentenza è morte”, i due si trovano ad affrontare l’omicidio di Richard Pryce, avvocato divorzista dalla mente acuta e dai rapporti complessi, la cui morte efferata apre una rete di sospetti, alibi e segreti che si intrecciano con la scomparsa di Cecily e con altri misteri collaterali. La narrazione procede così tra intrecci, depistaggi e ingannevoli sospetti, sempre sostenuta da una scrittura precisa, elegante e calibrata. Il maggior pregio dell’opera sta  proprio nel modo in cui Horowitz fonde tradizione e innovazione. La suspense cresce in maniera costante, i colpi di scena arrivano nei momenti giusti, i personaggi sono delineati con cura e credibilità. Susan Ryeland emerge come protagonista forte e determinata, capace di leggere tra le righe della realtà e della finzione. Hawthorne, con le sue imperfezioni e la sua saggezza pratica, compensa e arricchisce la vicenda, creando un duo indissolubile pronto a istradare il lettore attraverso un labirinto di enigmi.
Le ambientazioni, dalla assolata atmosfera cretese alle verdeggianti  campagne inglesi, dai quartieri alti di Londra a librerie storiche come la celebre Daunt Books di Marylebone, sono descritte con cura, trasportando il lettore in luoghi reali e riconoscibili, ma sempre sospesi tra realtà e finzione. La capacità di Horowitz di evocare contesti vividi e atmosfere precise rende ogni scena tangibile, quasi cinematografica.
In sintesi: un giallo corposo, raffinato, avvincente e sorprendente, un’opera che rende omaggio ai grandi classici, ma con voce originale e contemporanea.

Anthony Horowitz è uno degli scrittori più prolifici ed eclettici del Regno Unito, noto per la serie bestseller di Alex Rider. Sceneggiatore per la televisione, ha prodotto, tra le altre, la prima stagione dell’Ispettore Barnaby. Nel 2014 ha ricevuto il titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico per meriti in campo letterario. I delitti della bella di notte (Rizzoli 2021) è il secondo volume di una  serie.

:: Mistero al profumo di cannella, i segreti di Cinnamon Falls di R.L. Killmore (Newton Compton, 2025) a cura di Patrizia Debicke

11 ottobre 2025

Tra le colline avvolte dal profumo di cannella e foglie dorate, Cinnamon Falls si presenta come un  rifugio ideale per chi fugge dal dolore, ma anche come il luogo dove i segreti, come la nebbia del mattino, non si diradano mai del tutto. Dopo una rottura umiliante, un grande amore costruito solo su una menzogna, Nia torna nella sua cittadina natale con il cuore in frantumi e l’intenzione di ritrovare un po’ di pace tra i sorrisi familiari e la gelateria di famiglia, frequentatissima e cuore pulsante della comunità. Ma la tranquillità autunnale che spera di trovare si incrina presto: un atroce delitto sconvolge la quiete della Festa d’Autunno e costringe la protagonista a fare i conti non solo con il presente, ma anche con un passato che credeva di avere sepolto.
L’autrice costruisce un’ambientazione calda e accogliente, quasi cinematografica, che ricorda le atmosfere delle serie britanniche di gialli “leggeri” o le cittadine perfette dei film Hallmark. Ogni dettaglio, il fumo che sale dalle tazze di sidro caldo, le zucche intagliate, i vicoli profumati di burro e spezie,  restituisce una sensazione di intimità domestica, di quella provincia americana dove tutti si conoscono, ma nessuno sa davvero tutto di nessuno. È proprio in questo microcosmo, apparentemente sereno, che si insinua l’ombra del mistero: un corpo ritrovato nella tavola calda di Rosie, la madre della migliore amica di Nia, morta anni prima in circostanze tragiche, e un messaggio inquietante che lascia presagire nuovi delitti.
Nia, fragile e impulsiva, ma guidata da una forza interiore che la spinge a non voltarsi dall’altra parte, si ritrova suo malgrado coinvolta nelle indagini. Non è un’investigatrice nata, e la sua curiosità troppo spesso sconfina nell’imprudenza: si muove in bilico tra coraggio e incoscienza, tra il desiderio di capire e la necessità di espiare sensi di colpa antichi. Al suo fianco ritroviamo Jesse, ex fidanzato del liceo e ora poliziotto escluso personalmente dall’inchiesta sul caso perché vecchio amico della vittima. Alto, tenebroso, segnato da un passato irrisolto, Jesse incarna la classica figura del “buono ferito”, diviso tra dovere e sentimento. Il loro rapporto è una danza di esitazioni e ricordi, fatta di battute non dette e di sguardi che parlano più delle parole: un legame sospeso tra nostalgia e un futuro forse ancora possibile.
Accanto a loro si muove una vasta galleria di personaggi secondari che contribuisce a rendere Cinnamon Falls viva e pulsante: l’amica eccentrica dai capelli viola, presenza ironica e leale; i vicini curiosi e affettuosi; i clienti abituali della gelateria, testimoni involontari di un dramma che si insinua nella quotidianità. Persino Midnight, il viziato gatto nero della famiglia di  Nia, sembra parte integrante del racconto, quasi un simbolo silenzioso della curiosità e della capacità di sopravvivere all’inquietudine.
Il ritmo narrativo alterna momenti di tensione a pause di dolcezza domestica: mentre l’indagine procede tra false piste e colpi di scena, l’autrice dosa con equilibrio mistero e romanticismo, evitando di far prevalere l’uno sull’altro. Il giallo, pur con qualche prevedibilità di troppo, mantiene viva l’attenzione con piccoli dettagli ben disseminati e un’atmosfera coerente che unisce brivido e conforto. L’elemento romantico, aggiunge calore e umanità a una vicenda che parla, in fondo, di nuove possibilità non solo in amore, ma nella vita.
La colorata Festa d’Autunno, con  la sua allegria di superficie, diventa il perfetto contrappunto simbolico al dolore e al mistero che serpeggiano sotto un’apparente calma con  la celebrazione della rinascita, della fine che prelude a un nuovo inizio. E in questo senso Nia rappresenta la città stessa, ferita, ma capace di riscoprire la propria forza.
Un mistero autunnale dal sapore di spezie e malinconia, dove il delitto serve da pretesto per esplorare i legami, le ferite e le nostalgie che uniscono una piccola comunità. Un romanzo che si legge con piacere, magari con una coperta sulle ginocchia e una tazza fumante accanto, lasciandosi avvolgere da un’atmosfera in cui ogni pagina profuma di cannella, amicizia e seconde occasioni.

Tradotto da Laura Mastroddi.

R.L. Killmore è lo pseudonimo dell’autrice statunitense Necole Ryse. Necole scrive da quando aveva quattro anni, quando incise trionfalmente l’alfabeto sul cofano della nuova Volvo della nonna. Quando non batte furiosamente i tasti del suo PC riempiendo fogli Word, piange su una pila di manoscritti incompiuti, abbandona serrati regimi di esercizio fisico autoimposti, rimprovera bambini innocenti nelle biblioteche o ascolta le conversazioni degli altri. Mistero al profumo di cannella. I segreti di Cinnamon Falls è il primo romanzo pubblicato dalla Newton Compton.