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:: Il purgatorio dell’ angelo – Confessioni per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2018) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2018

Il purgatorio dell_ angeloE siamo giunti quasi al termine della saga di Ricciardi, il prossimo libro chiuderà definitivamente il ciclo di romanzi polizieschi ambientati in Italia negli anni ‘30 che Maurizio de Giovanni ha dedicato al commissario cilentano in stanza a Napoli che ha la peculiarità di vedere i morti di morte violenta nei loro ultimi drammatici istanti di vita.
Che dire un po’ di malinconia c’è, per chi come me ha amato la saga, Ricciardi è più di un personaggio di carta e inchiostro, è quasi un amico che ci ha accompagnato in questi anni con le sue indagini e i suoi tormenti amorosi.
Ma un ciclo si chiude, nuove storie prenderanno vita, con nuovi personaggi, è la vita, è giusto così. Un autore sa quando è giunto il momento di abbandonare un personaggio, perlopiù ingombrante e impegnativo, seppure amatissimo, come Luigi Alfredo Ricciardi barone di Malomonte, che invece di restare al sicuro nel suo castello avito a dilapidare le sue ingenti sostanze ha deciso di combattere il crimine e assicurare alla giustizia i colpevoli.
Questa volta il caso che dovrà affrontare lo porterà a indagare sul delitto di un padre gesuita in odore di santità, amato da tutti, l’ultima persona al mondo che ci si immagina possa essere vittima di una morte violenta.
Ma i misteri dell’animo umano a volte sono insondabili e l’apparenza è una brutta consigliera. Starà a Ricciardi dipanare una matassa assai aggrovigliata, e grazie al suo fiuto e alla sua proverbiale intuizione riuscirà a capire che tutta la storia trae origine nel passato, come sempre quando sono protagonisti odi e rancori che non trovano pace.
Oltre all’ indagine poliziesca corre parallela la sua storia d’amore con Enrica, che sembra giunta a un punto di svolta, se non fosse che la madre della ragazza, la pratica e decisa Maria Colombo, ha la malaugurata idea di invitare Ricciardi per un caffè.
Non vi anticipo gli sviluppi, li leggerete da soli, ma posso dire che il maggior ostacolo a questo amore sta proprio in Ricciardi e nella sua scelta se aprire o meno il suo cuore finalmente a Enrica. Troverà il coraggio di dirle la verità sulla sua condizione? Di spiegarle quale è il tarlo che lo avvelena fin da bambino, la sua più grande paura?
De Giovanni ha una dote naturale nell’ indagare e sondare l’animo umano e lo fa con leggerezza e lievità. Ti fa sentire davvero come lettore parte della storia, ti coinvolge, ti commuove e a volte ti fa proprio arrabbiare. Ormai la mia antipatia per la madre di Enrica è epica, e se non fosse per l’intervento di Nelide… Ma lo scoprirete da voi, il rischio di spoilerare è altissimo.
Come sempre nei suoi romanzi oltre al filone di indagine principale, se ne aprono di secondari che questa volta vedono protagonista Maione, un gruppo di disperati dediti ai furti, e un giovane poliziotto di cui Maione si affeziona, e in cui vede forse più che il suo figlio morto, un giovane se stesso. Come al solito sarà Bambinella ad aprirgli gli occhi e inavvertitamente a spezzargli il cuore.
Che dire per essere il penultimo romanzo con protagonista Ricciardi sembra indirizzare la storia in una determinata direzione, ma per quanto riguarda almeno gli sviluppi sentimentali dovremmo aspettare l’ultimo romanzo, e tifare per la povera Enrica che coroni finalmente il suo sogno d’amore e sposi il suo amato commissario. Ma vedremo, anche se non credo che de Giovanni abbia il cuore di togliergli anche solo una parvenza di lieto fine.
Comunque ricordiamocelo sono storie noir, il sentimentalismo presente è specchio dell’epoca e della sensibilità partenopea, non è detto che fiori d’arancio e vissero felici e contenti si adatti proprio al personaggio di Ricciardi. Noi comunque anche contro ogni logica glielo auguriamo con tutto il cuore. Come auguriamo a Maione di invecchiare con la sua Lucia e vedere crescere i suoi figli. Lo so, lo so sono solo personaggi di un libro, ma hanno il dono di essere così reali nelle sfaccettature psicologiche e nei comportamenti che inevitabilmente ci si affeziona. Bravo de Giovanni!

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia e Manuela dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Blogtour – Rondini d’ inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017) – seconda tappa

11 luglio 2017

Oggi siamo felici di ospitare la seconda tappa del Blog tour dedicato al nuovo libro di Maurizio de Giovanni Rondini d’ inverno, capitolo finale del ciclo delle canzoni, della saga di Ricciardi. Buona lettura!

3Benvenuto Maurizio e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Parleremo perlopiù del tuo nuovo libro Rondini di inverno, ma anche di libri in genere, di tango, di progetti per il futuro.

Sempre felice di ritrovarti, e di ritrovarsi in mezzo ai lettori. La scrittura, come la lettura, è un’attività individuale e un po’ onanistica, quindi ogni occasione di condivisione è un vero piacere.

Iniziamo col tranquillizzare i tuoi lettori il sottotitolo Sipario per il commissario Ricciardi, non significa ancora che Ricciardi ci dice addio, ma ci saranno altre storie, confermi?

Nelle mie attuali intenzioni, questo romanzo è il terzultimo per Ricciardi. Conclude il ciclo delle canzoni, quello intervallato dalla storia degli incontri tra un giovane cantante che vuole perfezionare il suo modo di suonare e il suo anziano Maestro, di cui scopriremo l’identità. Il sipario del titolo è riferito all’ambientazione, che è il mondo magico dell’avanspettacolo.

Ho letto in anteprima il romanzo, l’anticipazione della pubblicazione al 5 fa sì che ormai anche molti lettori l’abbiano letto. Rondini di inverno è ambientato negli ultimi giorni del 1932, prima del Capodanno. Parla di teatranti, di amore, di vendetta, di follia. Come hai amalgamato tutti questi temi?

La cosa più bella della creazione di un romanzo, per il quale esistono già i personaggi principali, è il reperimento del mondo che si vuole raccontare. La scelta dell’ambientazione, lo sfondo, il palcoscenico sul quale si svolge la narrazione e le conseguenti a volte lunghe e difficili ricerche sono una tessitura complessa ma bellissima. E’ poi la storia, la trama stessa, che amalgama perfettamente tutti gli elementi.

Ricciardi non ama il teatro. Sue parole, che riporto “Il cinematografo e il teatro propongono una ridda di emozioni false, dove l’amore è sempre buono e l’odio sempre cattivo.” In questo romanzo invece la rivista, il varietà, il teatro, sono protagonisti. Ricordo mio padre (napoletano in esilio al nord) che detestava la sceneggiata, mentre amava Totò e il teatro di De Filippo. In che misura il teatro caratterizza la cultura napoletana, e per la precisione quella degli anni’30? E perché hai scelto questo tema per il romanzo?

Il teatro è per Napoli una forma d’arte istintiva e primaria, più di ogni altra. Il numero di compagnie, di autori, di spettacoli che c’è dalle mie parti non c’è in nessun altro luogo, e il pubblico è esigente e temutissimo anche dai più grandi attori. Questo è ancora più vero negli anni Trenta, quando praticamente non esistevano altre forme di fruizione degli spettacoli. Avevo già trattato il teatro lirico (Il senso del dolore) e la prosa (La condanna del sangue), ma un po’ lateralmente. Pensavo da tempo di addentrarmi un po’ nelle quinte, e finalmente ne ho trovata l’occasione.

Come di consueto c’è una trama principale, l’uccisione di una diva del cinematografo, e alcune sottotrame: l’aggressione a Lina, l’ “incarico” di Livia, Nelide e Tanino, Bianca e il duca etc… Di solito hai tutto in mente, o le sottotrame nascono scrivendo?

Per carità, nasce tutto durante la mia istintiva ventrale scrittura! Certo so di volerne parlare, di dover incontrare i personaggi; e la seconda storia, in questo caso quella di Modo e di Lina, devono essere almeno imbastite perché hanno bisogno di qualche ricerca preventiva, ma mi riservo il diritto di espandere o contrarre i personaggi durante la stesura del romanzo. Altrimenti sai che noia!

Due sono i personaggi se vogliamo più tragici del romanzo: Gelmi e l’invalido di guerra Pacelli. Come hai costruito questi due personaggi?

Una delle cose più complesse, quando si ambienta una narrazione in un’altra epoca, è tener conto del passato di quell’epoca. Quanto conta per noi quello che è successo di recente, gli avvenimenti che sono nella nostra memoria? E’ così anche per i personaggi dei romanzi. Nei primi anni Trenta era fortissima la memoria della Grande Guerra, chi era stato al fronte ne riportava segni profondi fisici e psicologici. Ho voluto rendere omaggio a questo con la relazione tra Pacelli, un invalido di guerra, e il suo capitano: uno era riuscito a emergere dal passato e a dimenticare, l’altro era rimasto fermo a quel momento per sempre.

Vincenzo Zupo in arte Zuzù è un omaggio a Totò?

Sì. In quei giorni Totò era al teatro Mercadante con la sua rivista di grandissimo successo. Ho voluto ricordarlo, e ho anche dovuto resistere alla tentazione di svilupparne il ruolo perché il personaggio me lo chiedeva, ma non volevo distrarmi dalla trama principale.

Prosegue la storia d’amore tra Enrica e Ricciardi. Sembra che questa volta qualcosa accadrà (sempre che Bianca e Livia si mettano da parte), o è tutto fumo negli occhi? Senza anticipare troppo anche Chandler non vedeva per Marlowe un futuro di coppia, poi in Poodle Springs Story…

A questa domanda non sono autorizzato a rispondere. Posso però dirti che ho finalmente chiara l’evoluzione della storia, così come si svolgerà nei prossimi due romanzi.

Per Proust era cattleya, per Enrica e Ricciardi è Caminito, la parola in codice, con un preciso significato unicamente per i due innamorati. Come non pensare al tango, all’Argentina degli anni 20 e 30. Hai mai pensato di far fare un viaggio a Ricciardi in questo paese?

Amavo profondamente l’Argentina per il tango e per motivi calcistici prima ancora di andarci, ora che l’ho vista ne sono pazzo. Per scriverne però dovrei conoscerla molto meglio. Se riuscirò in futuro a starci per qualche mese, probabilmente potrei pensarci.

Maurizio de Giovanni che lettore è?

Un lettore bulimico e disordinato, che non ha pregiudizi di genere ma che preferisce i romanzi con una storia forte e definita a quelli che approfondiscono relazioni e psicologie ma nei quali non succede mai niente. In assoluto penso che la letteratura americana, sud e nord, sia il grande regalo degli ultimi cento anni della scrittura al mondo.

Infine per concludere, ringraziandoti della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: può dirci qualcosa della prossima indagine di Ricciardi?

Ci vuole troppo tempo. Devo scrivere un paio di testi teatrali, rifinire i soggetti della prossima serie dei Bastardi, di Mina Settembre, dei Guardiani e di Ricciardi stesso per la TV; poi dovrò scrivere il romanzo dei Bastardi e il seguito dei Guardiani, che si chiamerà La Seminatrice. Prima di poter pensare al prossimo Ricciardi ho troppe storie da raccontare, ancora.

֎ Le tappe ֎

banner 11) 10 luglio Recensione – [The Mad Otter]
2) 11 luglio Intervista – [Liberi di scrivere]
3) 12 luglio Gli abiti del tempo – [Strategie evolutive]
4) 13 luglio Cibi e bevande e cucina tipica napoletana (cilentana) [Livingamongthebookspage]
5) 14 luglio Dreamcast – [Milioni di particelle]
6) 15 luglio Profilo personaggi – [Contorni di noir]

:: Rondini d’ inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017) a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2017

Esce l’ ̶1̶1̶ ̶l̶u̶g̶l̶i̶o̶.

Dato il grande numero di prenotazioni Einaudi anticipa al 5 luglio.

Intervista all’autore sul libro qui.

Sipario per il commissario

Il Natale è appena trascorso e la città si prepara al Capodanno quando, sul palcoscenico di un teatro di varietà, il grande attore Michelangelo Gelmi esplode un colpo di pistola contro la giovane moglie, Fedora Marra. Non ci sarebbe nulla di strano, la cosa si ripete tutte le sere, ogni volta che i due recitano nella canzone sceneggiata: solo che dentro il caricatore, quel 28 dicembre, tra i proiettili a salve ce n’è uno vero. Gelmi giura la propria innocenza, ma in pochi gli credono. La carriera dell’uomo, già in là con gli anni, è in declino e dipende ormai dal sodalizio con Fedora, stella al culmine del suo splendore. Lei, però, cosí dice chi la conosceva, si era innamorata di un altro e forse stava per lasciarlo. Da come si sono svolti i fatti, il caso sembrerebbe già risolto, eppure Ricciardi è perplesso. Mentre il fedele Maione aiuta il dottor Modo in una questione privata, il commissario, la cui vita sentimentale pare arrivata a una svolta decisiva, riuscirà con pazienza a riannodare i fili della vicenda. Un mistero che la nebbia improvvisa calata sulla città rende ancora piú oscuro, e che riserverà un ultimo, drammatico colpo di coda.

Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, decimo romanzo della serie del commissario Ricciardi, edito da poche settimane da Einaudi, è un romanzo che attendevo da un po’. Fosse per me de Giovanni dovrebbe stare agli arresti domiciliari nel suo studio (diamogli qualche caffè di inverno e qualche bevanda fresca d’estate), sempre e solo a costruire storie di questo personaggio. E dei suoi figli, e dei suoi nipoti.
Naturalmente lo farei sposare con Enrica, lo farei guarire dal fatto, e magari emigrare in Argentina, per salvarlo dalla Seconda Guerra Mondiale, dal fascismo, dalla follia che attraverserà l’Europa. Lo metterei insomma al riparo dal male. Magari, sì la nostalgia di Napoli lo colpirebbe, magari alla sera, al suono di una canzone, nel sentire un suo conterraneo parlare napoletano dall’altro lato della strada, anche lì oltremare, nelle terre del Sud America.
Sì, mi rendo conto che queste scelte non spettano a me, non sono io l’autore, e probabilmente non le saprei scrivere storie come queste. Sì a volte i lettori esagerano, vorrebbero interferire con il processo creativo, addirittura decidere trame e numero dei romanzi di una serie. Non si può. Questo romanzo è il terzultimo della serie di Ricciardi. L’autore ha già in mente il suo finale, qualunque sia il migliore possibile per il suo personaggio, il suo mondo, la sua poetica. Forse poi Ricciardi mancherà anche a lui, ma anche la malinconia delle cose che finiscono ha una sua lirica, un suo senso.
Un ciclo narrativo sta finendo, e lo si percepisce da una maggiore malinconia che si respira nelle pagine. Rondini di inverno è una storia tragica, parla di un attore sul viale del tramonto; parla di un mutilato sopravvissuto alla Grande Guerra ferito nell’anima e nel corpo; parla di una prostituta massacrata in un letto di ospedale ad aspettare la fine; parla di follia, dolore, crudeltà, disperazione, vendetta, tradimento.
Giusto il talento narrativo di de Giovanni rende tutta questa materia in un certo senso sopportabile. Ma se analizziamo i fatti sono crudi, neri, tremendi. Ci riportano alle radici del noir filtrate dalla sensibilità di un autore che come dissi altrove avvicina l’arte presepiaria (nella costruzione di personaggi) al melodramma, al cuore di Napoli e della napoletanità. Per alcuni le sue storie sono troppo sentimentali per essere definite noir, (ricordo di aver sentito questa accusa anche rivolta a Chandler, contrapposto al più rude Hammett, o al più credibile Cain).
Sentimentalismo, melodramma, liricità, garbo, eleganza in effetti si coniugano poco col noir, ma è proprio l’uso di queste modalità narrative, queste tecniche di rappresentazione (tipiche del teatro partenopeo) ne costituiscono la cifra distintiva, l’originalità, come i tocchi mutuati dall’ horror (nelle visioni dei morti, nella macabra descrizione delle ferite di guerra), e in questa ibridicità si evince una precisa scelta artistica che fa dei suoi romanzi noir di sostanza ma non di forma, la sua forma è letteraria svincolata da generi, nella sua semplicità, nella sua immediatezza, nella facilità con cui accosta a sé lettori delle più disparate estrazioni politiche, culturali, sociali.
Gli anni ’30 sono uno scenario perfetto per questa rappresentazione scenica, (è molto teatrale ripeto la sua arte), rende credibile un corteggiamento fatto di sguardi, (da una finestra all’altra) educati sorrisi, timidezze, baciamani, pudori. Una storia d’amore come quella tra Ricciardi e Enrica è credibile nella misura in cui trascende le convenzioni, l’educazione, le consuetudini. Quando Enrica rifiuta la proposta di matrimonio di Manfred (ricordiamo un ufficiale tedesco con simpatie naziste) dice no a un futuro sicuro, a una solida posizione sociale ed economica, per l’ignoto.
Alla sua età si avvia ormai a diventare una zitella, socialmente reietta (la dittatura fascista socialmente obbligava a sposarsi e ad avere molti figli per dare alla patria soldati) e questo tipo di mentalità di allora è dipinta in modo riflesso dagli scrupoli di Ricciardi che non vuole rovinarle la vita. Perché naturalmente la ama.
L’enfatizzazione dei sentimenti, tipici del melodramma, non scade mai nella farsa, perché la compostezza formale lo impedisce in un equilibrio chiaroscurale elegante e cesellato come un merletto. A questo si contrappone la violenza, che esplode inumana nella guerra (riflessa e lontana, del primo conflitto mondiale, una guerra di trincea, corpi dilaniati, vigliaccheria e orrore), o nel pestaggio bestiale della prostituta (amica di Modo).
La parte investigativa è piuttosto classica, abbiamo un crimine condotto con le più frequenti regole del giallo all’inglese (una pallottola vera tra tante a salve), un uomo che uccide la moglie durante una rappresentazione scenica in teatro. Una moglie che molto probabilmente lo tradiva e meditava di lasciarlo. Movente perfetto per il delitto. Capire chi ha sostituito la pallottola sarà il tipico enigma da mistery, e un gioco di parole, un eco di parole lette e dette, illuminerà Ricciardi nella risoluzione del caso.
E poi un colpo di pistola, e si chiude il sipario. In attesa del prossimo penultimo romanzo. Poi ci sarà il gran finale. Poi il silenzio.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore e Anime di vetro. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea e pubblicata da Einaudi Stile Libero (nel 2013 è uscito il secondo romanzo della serie, Buio, nel 2014 il terzo, Gelo, nel 2015 il quarto, Cuccioli e nel 2016 il quinto, Pane). Nel 2014, sempre per Einaudi Stile Libero, de Giovanni ha pubblicato anche l’antologia Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). In questo libro appare per la prima volta il personaggio di Bianca Borgati, contessa Palmieri di Roccaspina, sviluppato in Anime di vetro. Nel 2015 è uscito per Rizzoli il romanzo Il resto della settimana.
Per Einaudi è uscito nel 2016 Il metodo del coccodrillo. Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore, Gaia e Manuela dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017)

15 marzo 2017
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Avevo promesso che ve ne avrei parlato. Ho anche cercato di fotografare qualche scatto, qualche immagine contenuta in questo volume, ma il riflesso è fastidioso, senza flash vengono sgranate, insomma mi sono arresa. E poi forse non sarebbe neanche giusto. Ma veniamo al dunque, parliamo del libro. Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone è un agile volumetto fotografico – con 134 foto del set di Anna Camerlingo – dedicato all’uscita in tv de I Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni. Finalmente i personaggi di una sua serie hanno un volto, una voce, una dimensione “reale”, ed è bello quando letteratura e cinema o televisione trovano quasta commistione. Alessandro Gasman è un ottimo ispettore Lojacono, credo davvero il migliore attore italiano adatto al ruolo, (adesso voglio proprio vedere chi sceglieranno se mai decidessero di fare una trasposizione televisiva delle storie del commissario Ricciardi), l’autore non può che esserne contento, così come i suoi lettori. Se siete fan della serie, insomma questo libro non può mancare nella vostra libreria. Le foto sono in bianco e nero, un po’ dietro le quinte, un po’ foto ricordo, insomma scatti interessanti e non banali. Il volume è diviso in sei parti, ognuna per un personaggio, (Lojacono, Pisanelli, Alex, Ottavia, Romano, Aragona), accompagnata da una parte scritta. E’ un volume curato, l’ho sentito definire una mera operazione commerciale, credo sia ingiusto, esistono da sempre memorabilia legati al cinema, collezionati, conservati. Se proprio non vi interessa non credo che de Giovanni vi corra dietro perché l’acqustiate ;). Io comunque sono contenta di averlo. Ora solo vogliamo anche Ricciardi in tv!

Maurizio de Giovanni è nato a Napoli nel 1958 ed è autore di una serie di romanzi gialli di grandissimo successo. La sua carriera di scrittore è cominciata nel 2006 con il romanzo “Le lacrime del pagliaccio”, pubblicato dall’editore Graus e ripubblicato l’anno successivo da Fandango con il nuovo titolo “Il senso del dolore”. Questo romanzo, ambientato nella Napoli degli anni Trenta, ha per protagonista il commissario Ricciardi, eroe di tanti successivi lavori di De Giovanni come “La condanna del sangue”, “Il posto di ognuno”, “Il giorno dei morti”, “Per mano mia”, “Vipera”, “In fondo al tuo cuore”, “Anime di vetro”. Questi romanzi devono il loro grandissimo successo alla peculiarità della loro ambientazione, nella Napoli del periodo fascista, e al fascino del loro protagonista, un poliziotto intuitivo, tormentato e animato da un’insaziabile sete di giustizia. Accanto alla serie del commissario Ricciardi De Giovanni ha pubblicato anche un’altra serie di romanzi, ambientata nel commissariato di Pizzofalcone (“Il metodo del coccodrillo”, “I bastardi di Pizzofalcone”, “Buio per i bastardi di Pizzofalcone”, “Gelo per i bastardi di Pizzofalcone”), da cui è stata tratta una fiction televisiva, e svariati racconti, molti dei quali dedicati all’altra grande passione dell’autore: quella per lo sport, al centro del recente romanzo “Il resto della settimana”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

26 Maggio 2016

Spesso i lettori arrivano sul blog usando come chiave di ricerca: “il nuovo romanzo di Ricciardi”, per tutti loro una buona notizia. C’è, uscirà il 28 giugno e si intitolerà Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi. Ecco a voi la copertina e il blurb. E la recensione.

ricciardi

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Torna a casa, Vinnie Sannino, ventidue anni dopo essere emigrato in America poco più che ragazzino. Ha avuto successo, è diventato campione di boxe dei pesi mediomassimi: un vanto del Regime, il simbolo vivente del maschio italiano nel mondo. Ma nell’ultimo incontro il suo avversario è morto, e lui non se l’è più sentita di continuare. Adesso è qui per inseguire l’amore mai dimenticato, la bella Cettina, che il giorno della sua partenza, al porto, aveva pianto in modo disperato. La vita, però, è andata avanti anche per lei, che ora è moglie e madre. Vedova, anzi: perché all’improvviso il marito, un ricco commerciante, viene trovato morto in un vicolo. Qualcuno lo ha colpito alla tempia. Un pugno, forse, simile a quello che, in una sera maledetta, Vinnie ha vibrato sul ring dall’altra parte del mondo. Per venire a capo del mistero, Ricciardi sarà costretto a un’indagine serrata, che lo obbligherà a uno sforzo per non farsi distrarre dalle sue vicende personali.

Si ‘sta voce te scéta ‘int’a nuttata,
mentre t’astringne ‘o sposo tujo vicino,
statte scetta, si vuò’ sta scetata,
ma fa’ vedé ca dorme a suonno chino.

Nun ghi vicino e lastre pe’ fa ‘spia
Pecché nun può sbaglià ‘sta vpoce è ‘a mia…
E’ ‘a stessa voce ‘e quando tutt’e duje,
scrurnuse, nce parlavano cu ‘o vvuje.

Nono romanzo della serie dedicata a Ricciardi, Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, pubblicato da Einaudi nella collana Stile Libero Big, ci riporta nella Napoli dei primi anni Trenta, alle prese con le indagini del commissario della Regia polizia che vede i morti. Ormai la fama di de Giovanni ha abbondantemente varcato l’Oceano, e forse proprio in omaggio ai suoi nuovi lettori americani ha costruito questa volta una storia di emigrazione, di povertà, di amore, di speranza. Una storia che si inserisce nella poetica ricciardiana, con la consueta malinconia che aggiunge tocchi vintage a noir solidi e nello stesso tempo caratterizzati da una scrittura lieve e essenziale, a tratti familiare.
Romanzi corali, dove ogni personaggio, anche il più marginale, acquista consistenza e profondità, dando vita a una commedia umana, vivida e partecipe. L’arte di de Giovanni ha molto in comune con l’arte presepiale napoletana, un’ arte popolare, per certi versi povera, ma fatta di cura, riti, delicatezza, attenzione per i particolari e di quella napoletanità calda e sentimentale, che ha punti di contatto con la tradizione del melodramma e di una certa teatralità, nella sua più nobile accezione.
La Napoli degli anni Trenta, ricostruita da de Giovanni, è insomma realistica e nello stesso tempo incantata, seppure i tocchi del noir, a volte addirittura dell’ horror, sfiorano una prosa misurata e sempre sorvegliata.
Serenata senza nome non perde queste caratteristiche, sebbene forse è percepibile una maggiore tristezza, non dovuta al tempo atmosferico (siamo in autunno, in ottobre, e piove continuamente), ma proprio per i tempi dei personaggi, tra cui emerge quello di Ricciardi sempre più prigioniero della sua follia, della sua disperazione, che gli fa sfuggire (ormai sembra definitivamente) l’unico amore che gli potrebbe dare un po’ di pace e di normalità.
Ma si sa chi vede i morti non può aspirare a nessuna normalità, e la visita alla villa di salute (sul finale), non fa che prospettargli il futuro che l’attende, in uno dei momenti più drammatici del romanzo. Ma il lettore difficilmente si arrende, difficilmente smette si sperare per questo personaggio un futuro felice con Enrica (sebbene le donne della sua vita sembrano moltiplicarsi, da Livia, ora acquista importanza Bianca, forse quella a lui più simile).
Comunque ricordiamoci che è un noir, con le cadenze di un’ indagine poliziesca, la componente per così dire sentimentale si inserisce nella tradizione del periodo storico, ne è parte integrante, capace di donare quel sapore d’altri tempi così lontano dal nostro sentire contemporaneo. E questo contrasto sicuramente arricchisce il romanzo, e giustifica se vogliamo il grande spazio che l’autore da agli amori tormentati dell’affascinante commissario dagli occhi verdi come il mare.
Dicevo all’inizio che questa è una storia di emigrazione, e infatti centrale è la vita e gli amori di Vinnie Sannino, che lasciò l’Italia durante la prima Guerra Mondiale, per trovare fortuna in America. Nella terra delle opportunità divenne pugile, e un campione, osannato persino dal Duce come campione del valore italico. Poi durante un incontro, il suo pugno micidiale causò la morte del suo avversario. Da quel momento Vinnie chiuse con la boxe, guadagnandoci accuse di vigliaccheria e la fine del suo mito. Si sa il regime non perdona chi tradisce la fiaba che ha saputo costruire, i beniamini devono restare tali, monumenti viventi alla propaganda più che persone.
E quando Vinnie è il maggior sospettato di un delitto, quale occasione migliore per schiacciarlo con tutto il peso del potere ora in mano a gerarchi e faccendieri. Certo Ricciardi, appena liberatosi da un’accusa infamante, non cede alle pressioni di Garzo di incastrare il pugile, dal pugno maledetto, e anche se costretto a porlo in stato di fermo, trova il tempo, lui e Maione, per indagare e trovare il vero colpevole.
Sarà lui l’assassino del commerciante di stoffe Costantino Irace (marito della donna che in gioventù Vinnie ha amato e per la quale canta una straziante serenata sotto il suo balcone, Voce ‘e notte)? Sarà Nicola Martuscelli, il mediatore con cui Irace aveva appuntamento al porto per concludere un grosso affare? Sarà il rivale Merolla, un negozio più in la, da Irace ridotto al prossimo fallimento, forse quello che ha il maggior movente? Sarà Jack Biasin il manager di Vinnie, per aiutare l’amico? Sarà Michelangelo Taliercio, socio di Irace e fratello di Cettina? Sarà l’avvocato Capone, cugino di Cettina? Sarà Cettina stessa, non dimentica dell’antico amore?
Di candidati ce ne sono parecchi e solo l’intuizione di Ricciardi saprà metterlo nella giusta direzione svelando chi era il tu a cui il fantasma di Irace si rivolgeva angosciosamente durante il Fatto. Questa è la trama principale, a cui si aggiungono le numerose sottotrame secondarie: Bambinella e il suo amore per Gustavo Donadio, detto ‘a Zoccola, i preparativi per il compleanno di Enrica, in cui Manfred finalmente si dichiarerà, il misterioso compito che Falco affida proprio a Livia, l’influenza che colpisce la famiglia di Maione, il ricevimento della marchesa Bartoli, la nuova cucina di Nelide, (con un capitolo tutto a lei dedicato, come splendido e poetico cammeo). Insomma tanti personaggi intrecceranno le loro storie, tutti importanti, tutti dotati di una propria caratura, fino al direttore dell’albergo Vesuvio, alle sorelle, figlie di Marolla, a Modo e il suo cane, al portiere dello stabile dove abita Cettina, ad Alfonso il più bravo e noto posteggiatore della città.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore e Anime di vetro. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea e pubblicata da Einaudi Stile Libero (nel 2013 è uscito il secondo romanzo della serie, Buio, nel 2014 il terzo, Gelo, e nel 2015 il quarto, Cuccioli). Nel 2014, sempre per Einaudi Stile Libero, de Giovanni ha pubblicato anche l’antologia Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). In questo libro appare per la prima volta il personaggio di Bianca Borgati, contessa Palmieri di Roccaspina, sviluppato in Anime di vetro. Nel 2015 è uscito per Rizzoli il romanzo Il resto della settimana.
Per Einaudi è uscito nel 2016 Il metodo del coccodrillo. Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’auore e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Le solitudini dell’anima, Maurizio de Giovanni (CentoAutori, 2015)

9 dicembre 2015
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Ve lo sareste mai aspettato che Maurizio de Giovanni, autore della saga del Commissario Ricciardi e dell’Ispettore  Lojacono, nonché uno degli autori italiani più venduti e amati anche all’estero avesse una vena horror di tutto rispetto? Diciamo che qualche sospetto l’ avrete pure avuto leggendo le vivide descrizioni delle anime morte che appaiono come una maledizione al commissario Ricciardi ogni volta che attraversa a piedi la Napoli degli anni ’30 recandosi o in Commissariato o sul luogo di qualche macabro delitto. Per alcuni de Giovanni è troppo sentimentale, melanconico, quasi melodrammatico, quando invece nasconde un’ anima gotica davvero interessante, che andrebbe coltivata. Me ne sono accorta in modo inequivocabile leggendo i racconti contenuti nella raccolta Le solitudini dell’anima, edito da Edizioni CentoAutori. Il primo racconto è un inedito di Ricciardi, gli altri invece sono storie contemporanee. Senza spoilerare troppo troverete cannibali, confessori assassini,  anime dannate, vecchi che riflettono sul potere e sui suoi lati demoniaci. Ci sono anche racconti divertenti, ironici, leggeri per così dire ma in altri l’orrore ha dita sottili e si insinua nelle pagine come un ragnatela di fili di seta.  Il sovrannaturale, sebbene presente, non è mai del tutto consolante, o rassicurante, c’è sempre uno spiraglio ma non è ben chiaro dove porti. Il gusto per il macabro però non è quasi mai puro splatter, anche se qualche timido passo è stato fatto in questa direzione ma più con lo scopo penso di creare inquietudine nel lettore che vera e propria paura. Anche se la paura della follia in Ricciardi, per esempio, è molto reale, concreta, forse maggiore della paura generata dalle mere allucinazioni orrorifiche quanto si voglia. I fantasmi ricciardiani hanno connotazioni spaventose e grottesche, pur se prevale una certa compassione specialmente quando i personaggi sono bambini. Nella prefazione Paola Egiziano, sua moglie con cui divide la vita da ormai molti anni e cura le prefazioni dei suoi libri per CentoAutori, riporta un episodio bizzarro in cui una giornalsita l'”accusa” di essere lei l’autrice dei libri di de Giovanni, e per quel poco che lo conosco è più che evidente che ciò sia impossibile. La vera curiosità è invece vedere se de Giovanni si cimenterà davvero in un romanzo o una raccolta di racconti puramente horror, dove non solo siano presenti suggestioni di tal genere. Questa sì che sarebbe una sfida interessante. E sono certa farebbe davvero paura.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha pubblicato con crescente successo la saga del commissario Ricciardi, ambientata nella Napoli del fascismo e composta dai romanzi Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi (2007), La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi (2008), Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi (2009), Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi (2010), Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi (2011), Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi (2012), In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi (2014) e Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi (2015), tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero. Nel 2012 è uscito per Mondadori il romanzo Il metodo del coccodrillo, a cui hanno fatto seguito i romanzi I Bastardi di Pizzofalcone, Buio per i Bastardi di Pizzofalcone e Gelo per i Bastardi di Pizzofalcone, tutti editi da Einaudi Stile Libero. Nel 2015 è uscito il romanzo Il resto della settimana, edito da Rizzoli, dedicato alla vera passione dello scrittore: il tifo per il Napoli. Per Edizioni Cento Autori sono uscite le antologie L’omicidio Carosino. Le prime indagini del commissario Ricciardi (2012), Le mani insanguinate (2014) e Una lunga notte (2015), con Alessandra D’Antonio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Salvatore dell’Ufficio Stampa CentoAutori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: In fondo al tuo cuore – Inferno per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni, (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

16 luglio 2014

in fondo al tuo cuoreChiù luntano me stai, chiù vicino te sento;
chissà a chistu mumento tu che piense, che ffaie…
Tu m’he miso int’e vvene ‘nu veleno ch’è ddoce,
non me pesa ‘sta croce che trascino pe’ te…

Napoli, estate del 1932. Si avvicina la festa della Madonna del Carmine. Una delle feste a cui i napoletani sono più devoti, una festa che intesserà di ghirlande e decorazioni i balconi, farà ordinare ex voto dagli orafi più rinomati, in attesa dei fuochi, che esploderanno nel cielo nero della notte come fiori di luce in onore di una donna dalla pelle scura e del suo bambino. Fervono i preparativi e intanto mentre il caldo insopportabile dei primi giorni di luglio arroventa l’aria e gli animi, e la brezza che arriva dal mare può fare ben poco, perché ci sono giorni in cui il caldo è più feroce, quasi maligno, l’aria sembra un soffio proveniente dall’inferno, una morte improvvisa funesta il clima di attesa che anticipa la festa.
Un medico, un professore di specchiata fama, conosciuto come il migliore ginecologo della città, cade dalla finestra del suo studio, al Policlinico. Cade e muore senza quasi un lamento, quasi sorridendo. I suoi ultimi pensieri sono per una donna, l’ultima dolcezza che gli ha concesso la vita. E il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, come sempre li cattura e li fa suoi. Lui ha il dono o meglio la maledizione (che lo fa credere pazzo) di sentire l’ultimo pensiero dei morti di morte violenta. Lui chiamato a scoprire se trattasi di suicidio, di un incidente o peggio di un omicidio, sente fare il nome dal morto di Sisinella.
Così inizia In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni. Settimo romanzo della serie ricciardiana e ultimo episodio della trilogia delle festività, dopo la quadrilogia delle stagioni. Da anticipazioni fatte alla presentazione di Mantova, la serie non si chiude con il ciclo delle festività, Natale, Pasqua e Madonna del Carmine, ma continua con una nuova trilogia con un nuovo filo conduttore, per cui di storie con protagonista Luigi Alfredo Ricciardi ne leggeremo ancora. [Ringrazio per la precisazione Natalina S.]
Il personaggio di Luigi Ricciardi, ma a dire il vero l’intero affresco corale, umanamente tratteggiato con sensibilità e poesia dall’autore, che fa rivivere la Napoli di allora, hanno qualcosa di speciale, di unico direi nel panorama letterario di questi anni. La voce limpida dell’autore emerge ormai sempre più sicura, ed è un piacere riconoscerla nelle pagine di questo libro che ormai del giallo classico ha solo la struttura esteriore, l’impalcatura, fatta di un delitto, di un indagine e della scoperta di cause e moventi dell’assassino. Ma il motivo per cui leggo questo libro non è sapere chi ha buttato di sotto il preclaro professor Tullio Iovine del Castello, personaggio non privo di ombre, anzi specchio di tutti quegli arrampicatori capaci delle peggiori scorrettezze per affermarsi nella professione e nella vita, molto simile per certi versi al vicequestore Garzo.
La scoperta dell’assassino dicevo, è un pretesto, una ragione apparente, capace comunque di dare compattezza e vivacità alla trama, la vera ragione, almeno per me, è la bellezza che emerge dalle pagine che parlano di Napoli, della sua umanità e della sua disperazione, della sua ricchezza e della sua miseria, dei suoi scugnizzi in strada appesi ai sostegni dei tram, degli ambulanti che attirano clienti con le loro cantilene, dei ferri del mestiere, descritti con dovizia di particolari, di un orafo.
E poi sì, ci sono i personaggi, tutti imperfetti, tutti con fragilità e debolezze che ce li rendono vivi e per cui proviamo un solidale moto di affetto. Non solo i personaggi principali, ma anche i secondari, tutti caratterizzati da pochi cenni capaci di farceli sentire vivi, dalla prostituta redenta Sisinella, a Manfred, ufficiale tedesco che prova simpatie per Hitler, da Fefè il gagà, al ragazzino che porta a Maione il messaggio che qualcuno lo aspetta in un caffè. Dalle due vecchie comari dei bassi ai portinai, alla caposala del Policlinico, alla moglie ormai vedova che si chiede se dovrà imparare a guidare per portare il figlio in vacanza. E poi il guappo Peppino il Lupo, l’orafo Nicola Coviello, frate Bartolomeo, che si credeva di conoscere così bene l’animo umano e non si era accorto che un uomo stava per suicidarsi.
Ogni personaggio descritto non per l’aspetto esteriore ma per i sentimenti che prova. Perché sono i sentimenti la materia con cui sono fatti i romanzi di de Giovanni, pur restando noir. Sentimenti reali, velati da un’ autenticità e una delicatezza che li depriva del sentimentalismo da sceneggiata napoletana. Genere che ho sempre odiato.
Sono stata rimproverata di raccontare troppo della trama dei romanzi di de Giovanni. Questa volta non lo farò, mi limiterò a dire che è un romanzo bellissimo, e merita di essere letto. Per un recensore dire ciò può sembrare una grande banalità. Ma lo dico sinceramente.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Selezione Bancarella 2013) e In fondo al tuo cuore. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea; nel 2013 esce, sempre per Einaudi Stile Libero, il secondo romanzo della serie, Buio, e nel 2014 Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

:: Un’ intervista con Maurizio de Giovanni

23 dicembre 2013

131126 BUIOD. Bentornato Maurizio su Liberi di scrivere. Vorrei dedicare questa nuova intervista principalmente al tuo nuovo romanzo Buio, per i bastardi di Pizzofalcone che esce sempre per Einaudi a pochi mesi dal tuo romanzo precedente. Era giugno, infatti, quando è uscito I Bastardi di Pizzofalcone. Tutti si aspettavano una nuova indagine di Ricciardi e invece tu ci hai sorpreso proseguendo la tua serie di noir contemporanei. La storia che hai narrato esigeva di essere raccontata? I personaggi del precedente romanzo hanno in un certo qual modo preteso di nuovo spazio?

R. Prima di tutto lasciami salutare con grande affetto i lettori di questo tuo magnifico punto d’incontro per chi come me ama la narrativa, e abbracciare te con tanta tenerezza. Sì, direi che è andata proprio così; i Bastardi di Pizzofalcone avevano bisogno di un momento di forte consolidamento, di farsi conoscere meglio prima di tutto da me, di ampliare le storie personali e le relazioni reciproche. E poi avevo questa storia, forte e urgente, e sai che quando è così è molto difficile trattenersi dallo scrivere.

D. Con Il metodo del coccodrillo hai iniziato la tua serie contemporanea, scrivendo un poliziesco metropolitano in cui bene o male c’è sempre un protagonista prevalente, lispettore Giuseppe Lojacono, che in un certo modo ricalca echi della saga di Ricciardi: un poliziotto con le sue fragilità, due donne che gli sono care, superiori che se proprio non lo ostacolano, non lo comprendono e lo limitano. Da I bastardi di Pizzofalcone in poi, questo schema si rompe e l’approccio corale è prevalente. In quest’ultimo romanzo addirittura Lojacono è quasi sullo sfondo, è la squadra nel suo insieme, vista come un organismo unico, la vera protagonista. Come sei giunto a questa evoluzione?

R. Verissimo, la serie dei Bastardi di Pizzofalcone costituisce in un certo senso una novità per la coralità dei personaggi. Credo che un grande limite della narrativa italiana, anche non di genere, consista nel fatto che gli autori finiscono sempre per isolare un personaggio in cui vedono se stessi o quello che avrebbero voluto essere: basti notare quanti romanzi abbiano per protagonista uno scrittore o una scrittrice. Penso che bisognerebbe fare un passo indietro e raccontare la vita com’è, un contesto sociale in cui ognuno è protagonista assoluto della propria storia e interagisce con gli altri. Visto dall’alto del narratore, ogni personaggio mantiene una dignità e uno spessore, complessità che vanno singolarmente raccontate.

D. Ed McBain e l’87 Distretto sono in un certo senso un tuo modello, citi questo autore in diverse interviste. Lui ambientava le sue storie a Isola, una città immaginaria trasposizione di NewYork, tu ambienti le tue storie a Napoli. Lui aveva in Steve Carella il suo teorico punto di riferimento, tu hai creato il carismatico personaggio di Lojacono. Ed McBain scrisse la sua fortunata serie dagli anni 50 al 2005, fornendo un affresco sociale di un’epoca, in cui inseriva le storie private oltre le investigazioni dei suoi poliziotti protagonisti. Ti appresti a fare la stessa cosa anche tu con Napoli?

R. Per carità, l’Immenso McBain è un modello inarrivabile! Diciamo che mi sono limitato a tributare la mia ammirazione con alcuni riferimenti, come i tratti orientali che accomunano Carella a Lojacono. In verità sono un appassionatissimo lettore di tutti i romanzi della serie dell’87°, e trovo che mantenere una pluralità di personaggi facendone un gruppo di protagonisti sia geniale perché consente di variare costantemente la prospettiva, il punto d’osservazione dal quale si guarda il complesso universo di una metropoli contemporanea. Nel mio piccolo vorrei riuscire a usare i Bastardi di Pizzofalcone come veicolo per raccontare, a modo mio, una città difficile e articolata come Napoli.

D. La tua scrittura è stata definita verista, e nello stesso tempo poetica, dove la poesia nasce dal quotidiano, dalle cose minime, dalla fragilità e dalla forza a volte inaspettata. Grande risalto dai all’umanità dei personaggi, quasi non vergognandoti di essere capace di commuoverti, e lo fai con grande partecipazione emotiva. La commedia umana di balzachiana memoria sembra mutevole solo in apparenza?

R. Sono convinto del fatto che il genere nero, che prende il delitto e le passioni che lo causano e che da esso derivano, non debba essere necessariamente freddo, duro e distaccato. Si parla di sentimenti, di emozioni e appunto di passioni, eventi umani potenti e sottili, che mostrano la fragilità dei rapporti e delle relazioni che spesso erroneamente crediamo indistruttibili e inossidabili. La mia personale commozione di fronte a certe vicende, soprattutto quelle che coinvolgono i deboli, gli anziani, l’infanzia, arriva naturalmente nella mia scrittura e nelle descrizioni. Non lo faccio apposta, insomma, ma sono ben contento che questo accada. Il mio editor, Francesco Colombo, parla per i miei romanzi di “nero sentimentale” e devo dire che la definizione mi piace molto.

D. Se Il metodo del coccodrillo, era una storia di vendetta e solitudine, I Bastardi di Pizzofalcone, di riscatto, Buio è principalmente una storia di disperazione, forse il tuo romanzo più profondamente noir. C’è più pessimismo, smarrimento, ferocia nella Napoli di oggi?

R. Napoli, al di là delle sue peculiarità molteplici nel bene e nel male, è una metropoli mediterranea. In essa, come in qualsiasi luogo che ospiti molte centinaia di migliaia di persone in uno spazio piuttosto ristretto, ribollono milioni di pensieri ed emozioni, con gelosie, invidie, ossessioni. Io scrivo romanzi neri, ed è quindi naturale che tra tutte le passioni io prenda sotto particolare osservazione quelle che danno luogo a un delitto, o che da esso provengano; questo non vuol certo dire che Napoli sia un inferno, naturalmente: ma certamente, come tutte le nostre città, sa essere un luogo arido e solitario, in cui si può morire di abbandono a pochi centimetri da chi ti potrebbe aiutare. Questo pensiero mi sgomenta, e anima inevitabilmente le mie storie.

D. Un rapimento, un furto in casa, un killer che uccide anziani o disperati che non hanno più una ragione per vivere (che solo Giorgio Pisanelli sente e vuole fermarlo) sono le indagini principali, poi come racconti autonomi all’interno del romanzo, una figlia che affida la propria figlia a suo padre senza sospettarne il pericolo, un ragazzo che vuole fare un regalo speciale alla sua ragazza progetta di rapinare una gioielleria, un uomo che per guadagnare di più fa il turno di notte e per fare una sorpresa arriva a casa al momento sbagliato, una ragazza monta in motorino e per non rovinare i capelli non mette il casco. Stai sperimentando nuovi approcci narrativi?

R. No, assolutamente. Cerco di raccontare la vita, facendo vagare un po’ lo sguardo qua e là, perdendo un po’ la concentrazione narrativa e mettendo a fuoco, durante il viaggio, qualche panorama alternativo che subito scappa via dal finestrino. Provo a dare al lettore un ambiente, fatto di molte cose e molte persone, per fargli sentire l’aria che tira, il tempo che fa. E qualche volta mi distraggo e mi metto, solo per un po’, a seguire qualche vicoletto che magari racconta storie interessanti. Poi però mi riprendo e torno a raccontare le storie principali. Dev’essere un principio di Alzheimer.

D. Le indagini per ritrovare il piccolo Edoardo Cerchia, un bambino di dieci anni, figlio di genitori separati e nipote di un ricchissimo imprenditore, è forse il filo conduttore su cui ruota tutto il romanzo, la parte che chiede più spazio, più partecipazione emotiva anche da parte del lettore. L’infanzia negata, la violenza, non solo fisica, perpetrata contro i minori sono temi che si ripresentano sovente nei tuoi romanzi, sempre con sfumature più drammatiche, più raggelanti. Un rapimento non è un omicidio, anche se lo può diventare, ma nello stesso tempo è un crimine che causa grandissimi strascichi di sofferenza, nel rapito, nei parenti che a casa l’aspettano, nelle forze dell’ordine che temono di arrivare troppo tardi, negli stessi rapitori, costretti a volte a scelte che in altre circostanze non farebbero. Come hai costruito questa parte del romanzo?

R. Ogni crimine ha un violentissimo impatto oltre che sulla vittima e su chi commette il gesto anche su tutti quelli che ne lambiscono il territorio. Ho una sensibilità particolare, essendo padre, nei confronti dell’infanzia e ti confesso che scrivere Buio mi ha fatto tornare a quando ho scritto Il giorno dei morti, il quarto romanzo della serie di Ricciardi, facendomi stare davvero male quando dovevo descrivere le sensazioni di Dodo in mano a chi l’aveva preso. Tuttavia era necessario, per riuscire a raccontare tutto quello che volevo dire. Non è stato facile, ma ti confesso che sono piuttosto soddisfatto del risultato: nel romanzo sento vibrare il mio dolore per Dodo, e la compassione che sento per una società che non riesce più a proteggere i propri figli dall’abisso.

D. La crisi, la disoccupazione, l’incapacità di mantenere il tenore di vita a cui si è abituati, la paura di chiedere aiuto, quando si è certi che quell’aiuto non arriverà, sono tutti volti di quel buio, che i personaggi del tuo romanzo devono affrontare. La crisi che stiamo vivendo, non solo italiana, mondiale, è una fase storica legata alla fine del consumismo selvaggio, alle bolle finanziarie, al divario tra ricchezza reale e capitale fittizio,  ed è ancora in un certo senso estranea, ancora poco analizzata nella opere narrative di questi ultimi anni. Tu come hai scelto, o meglio trovato il coraggio, di narrarne uno dei suoi volti più feroci?

R. Volevo esprimermi in merito alla dissoluzione etica della nostra attuale classe dirigente, ora che la crisi economica ha distrutto l’effimera scala dei valori costruita sul friabile terreno della ricchezza. Dopo aver spinto per quasi trent’anni sul conto economico, in mano a manager senza scrupoli che hanno avuto un’ottica di periodo brevissima, talvolta semestrale, senza pianificare alcuna crescita, la crisi ha denudato il re portando a galla la disperazione della totale assenza di una qualsiasi etica. Sappiamo solo spendere, e non ci rassegniamo a doverne fare a meno: perciò ci indebitiamo, inoltrandoci in un abisso dal quale uscire sarà impossibile. Credo sia assurdo tenere fuori questa vera bomba nucleare emotiva dal nostro racconto della vita attuale, e Markaris ne è la prova col suo racconto grottesco e fortissimo della crisi greca.

D. Anche Napoli è sullo sfondo, una metropoli contemporanea invasa dal traffico e dal rumore, in cui al gente può passare senza essere vista come Maria Musella. Sappiamo che è maggio, che la bella stagione sta arrivando. Conosciamo i mercati rionali, le industrie chiuse per la crisi. Che ruolo assumerà Napoli nei prossimi romanzi della serie?

R. Non riesco a tenere fuori la mia città dalle storie che racconto. Napoli, lo sai, non si adatta mai a fare da sfondo, da semplice scenografia: si sporge, si fa largo, si muove e prende posizione davanti proponendo le sue mille facce, bellissime e orribili o anche solo consuete, ma mai ordinarie. Sarà sempre centrale, Napoli, in quello che racconto: sia negli anni Trenta che oggi.

D. Hai scelto un finale aperto. Sta al lettore comprenderlo. Siamo consapevoli di quale possa essere, ma c’è sempre un margine che sfugge, quasi affidato alla speranza. Che anche i peggiori possano avere un ripensamento, un rigurgito di coscienza. Questa ambiguità è voluta o l’ho vista solo io?

R. Ogni storia in realtà ha un finale aperto. Pensare che un romanzo si chiuda con l’ultima pagina è solo utopia, l’unico genere che chiude la storia col suo “… e vissero felici e contenti” è la fiaba. Buio continua, come continuano tutte le storie nel cuore di chi legge se il cuore è stato raggiunto. Mi piace pensare che ogni lettore immagini un diverso seguito per i miei personaggi, proprio come faccio io.

D. Una domanda su Ricciardi è inevitabile. Puoi anticiparci qualcosa sul prossimo romanzo ricciardiano?

R. Certo. Il prossimo romanzo di Ricciardi, che uscirà la prossima estate, sarà ambientato nella settimana che precede la festa della Madonna del Carmine, che ricorre com’è noto il 16 luglio. Sarà torrido, assolato e doloroso, e parlerà di professori universitari, di medicina, di orefici e di religione. Non dico altro, altrimenti l’editore mi uccide.

D. In una tua recente intervista, alla domanda in quale città , oltre Napoli, ambienteresti le tue storie, nomini Buenos Aires. Cito le tue parole: “Se proprio dovessi scrivere una storia altrove, sceglierei la Buenos Aires degli anni Venti, fatta di tango e dolore, di emigrazione e di dignitosa povertà e di grandi speranze”. Era solo un’idea, o scriverai davvero una storia così?

R. Ho visitato Buenos Aires, ospite del festival locale del noir, questa estate e me ne sono perdutamente innamorato. E’ la città più bella che io abbia mai visto, e ha una storia ricchissima e meravigliosa fatta soprattutto di immense emozioni. Mi piacerebbe davvero raccontare qualcosa, ma dovrei andarmene a stare là per qualche tempo. Quando non mi vorrete più qui ci penserò!

D. Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari. Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista?

R. La serie dei Bastardi diventerà probabilmente una serie televisiva, ne stiamo parlando. Certo le storie hanno degli aspetti difficili da trasporre, ma è una bella sfida che avrei tanta voglia di raccogliere, così come mi piacerebbe scrivere qualcosa di divertente per il teatro. Ci vorrebbe una giornata di quarantott’ore, però. Un abbraccio a te, Giulia, e a tutti i lettori; grazie per l’attenzione, e a presto in libreria!

:: Un’ intervista con Luigi Ricciardi, grazie alla gentile collaborazione di Maurizio de Giovanni

20 Maggio 2013

foto archivioLuigi Alfredo Ricciardi, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non senza una certa emozione la ospito su queste pagine e non mi interrogo più di tanto su come sia possibile questa intervista attraverso il tempo e lo spazio. Commissario della squadra mobile della Napoli degli anni Trenta, un poliziotto infondo, un poliziotto ostinato, umano, poco propenso ai compromessi. Un uomo all’antica, tutto di un pezzo. Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

R. Salve, signorina. Come sapete, io non sono uno che parla molto; mi scuserete quindi se sarò, come dire, un po’ sintetico nelle risposte. Io sono cresciuto in un paese del Cilento, nel palazzo della mia famiglia. Ci penso spesso, e ci tornerò, prima o poi. Magari qualcuno vi racconterà del mio ritorno. Ho studiato in collegio, dai gesuiti, ma temo che non siano riusciti a insegnarmi la fede; la logica sì, quella l’ho imparata. Poi ho studiato giurisprudenza, per poter fare il poliziotto: era… necessario, come potete immaginare. Pregi? Mi ritengo serio, e sincero, per quanto possibile. Difetti? Non sono molto incline alle amicizie, direi.

Non è solo un personaggio di un romanzo, per molti suoi lettori è un amico, un carissimo amico. Che rapporto la lega al suo creatore, Maurizio de Giovanni?

R. Abbiamo una buona conoscenza. Mi pare una persona onesta, che non cerca di abbellire o rendere più brutta la realtà che racconta. Una persona alla quale, avendo delle confidenze, si affida volentieri il proprio pensiero. Ma non è mio amico, e io non sono amico suo, né credo che potremo diventarlo. Apparteniamo a epoche troppo diverse, e troppo diversi sono i nostri valori.

Ci parli della sua Napoli: la Napoli dei vicoli dei Quartieri Spagnoli, del caffè Gambrinus, del lungomare di Chiaia. C’è tanta povertà, ma tanta umanità, tanto calore, tanta solidarietà.

R. Dovrei dirvi del dolore e della sofferenza. Del fatto che cinque bambini su dieci non arrivano a dieci anni, anche nelle famiglie ricche. Della difterite, della poliomielite, del tifo e del colera. E del valore profondo dell’amicizia, dell’amore che dura tutta la vita, dei figli che vengono prima di tutto. La mia città è così, e dal volto di chi mi racconta quando mi sente parlare intuisco che la vostra, nel vostro tempo, sia tanto diversa. Mi dispiace, che gli uomini non abbiano imparato dai propri errori. Ma forse non impareranno mai.

Luigi Ricciardi e la cucina. E’ in fondo un buongustaio, ama la cucina cilentana e i piatti che le prepara la tata Rosa, i dolci tipici di Napoli del caffè Gambrinus. Cosa ama di più mangiare?

R. Ah, la cucina della mia tata. In realtà non amo mangiare, tantomeno cose molto pesanti: mi infligge certe pietanze che ammazzerebbero un maiale. Però è un suo modo di amarmi, cucinare per me, e io non posso e non voglio deluderla. Io sono uno che si nutre, temo. Non sono molto incline ai piaceri della vita, come altri miei colleghi famosi.

Non ha un carattere facile, il rapporto con i suoi superiori, sebbene basato sul rispetto per il suo lavoro, è piuttosto teso. Vive in un periodo difficile, c’è il Fascismo, la gente scompare solo se pesta i piedi a qualcuno di importante, pensiamo al dottor Modo. Non ha paura di risultare sgradito al regime? Quale è il suo rapporto con il potere?

R. Stranamente posso rispondere con un motto caro, appunto, al regime: me ne frego. Non mi interessa la politica, che purtroppo non incide sulla natura umana tanto da eliminare o almeno attenuare le cose orribili che sentimenti e passioni riescono a produrre. Certo, non mi piace chi vuole imporre con la forza il proprio pensiero; e tantomeno chi parla di guerra con la frequenza con cui ne parlano questi signori col fiocco sul cappello e gli stivaloni. Ma almeno, come cerco di far capire a quel testone di Bruno, questi urlano. I più pericolosi, secondo me, sono quelli che sorridono e sussurrano. Ma è solo una mia idea.

Nella sua vita professionale ha seguito tante indagini, sempre con l’aiuto del brigadiere Raffaele Maione, un prezioso e insostituibile collaboratore, ma anche un amico. Ci parli di Maione, che persona è vista da vicino?

R. Maione, Maione. Maione è una persona meravigliosa; grossolano, goffo, un po’ manicheo, senza sfumature. Ma sincero, di grandi sentimenti, dotato di una bontà immensa. Ed è padre, soprattutto; non solo nei confronti dei figli, o della memoria di quello che ha perduto: è padre in tutto e per tutto, nei confronti di chiunque ami. So che mi è affezionato, e io sono affezionato a lui. Crede di proteggermi, ma in realtà sono io a vegliare su di lui conoscendo di più sulla realtà che ci circonda. Spero che la vita non gli dia altro dolore, e che si mantenga com’è a lungo.

Luigi Ricciardi e le donne. E’ un gentiluomo all’antica, molto corretto, rispettoso, educato. Fa l’inchino e il baciamano. Mai picchierebbe una donna. Seppure le ama le donne, il suo carattere riservato e il segreto che la tormenta la rendono difficilmente capace di aprirsi, di corteggiarle, di pensare a costruirsi una famiglia. Come è la sua donna ideale?

R. Per avere una donna ideale, signorina, bisogna credere che possa esistere una donna da tenere vicino. Io purtroppo credo di non potere. Vedete, signorina, io sono pazzo. Io vedo le immagini dei morti ammazzati che mi parlano, vomitando senza sosta, incessantemente, tutto il male e il dolore del distacco dall’esistenza. Credete che sarebbe possibile condividere una cosa del genere con una persona alla quale si voglia bene? Che sarebbe amore quello che si prova per qualcuno al quale si voglia buttare addosso questa sofferenza? Vorrei una vita normale, certo. E quindi vorrei una moglie, e dei figli, una casa calda in cui riposare, lasciando fuori il dolore del mondo. E vorrei non essere così come sono. Vorrei non essere pazzo. Ma lo sono, purtroppo. Quindi, come vedete, è inutile parlarne.

Livia e Enrica un bel dilemma. In cuor suo pensa che un giorno riuscirà a fare una scelta? O la farà per lei il suo autore?

R. Non credo che noi uomini abbiamo in realtà la facoltà di scegliere, sapete. Penso che siano sempre le donne, con la loro tenacia e la sensibilità, a fare una scelta. Livia ed Enrica sono persone a me care, per versi differenti. E non nego di sognare di essere un uomo diverso, in grado di far felice una donna. Ma la realtà è purtroppo quella che vi dicevo prima: sarei davvero sorpreso, molto sorpreso se la mia vita dovesse avere quello che voi chiamate un lieto fine.

Luigi Ricciardi e il Fatto, il segreto di cui parlavo. Forse dipende dalla sua sensibilità, dalla sua propensione ad entrare in comunione con gli altri, specie le vittime, i più deboli. Che rapporto ha con il soprannaturale? Crede in Dio?

R. No, signorina. Non credo in Dio. Non credo che sia possibile che un Essere soprannaturale, che ama i figli che ha creato, possa consentire una tale massa di sofferenza e dolore. Ho visto madri ammazzare i figli senza pietà, figli ammazzare padri, fratelli e sorelle scannarsi, vecchi percossi a morte. E ho sentito le parole del loro ultimo respiro, dell’ultimo dolore. Io non credo che Dio, se ci fosse, sarebbe sordo a quello che sento io. Perché vedo e sento? Perché questa terribile sorte è toccata proprio a me? Non saprei. Forse ho solo una vista migliore, un udito più fine. O forse, come credo, sono semplicemente pazzo.

Rischierebbe la vita per salvare un amico? E’ già successo che l’abbia fatto?

R. E’ successo, sì. Non l’ho ancora raccontato a quello che voi chiamate il mio autore, e che per me è solo un confidente, ma è successo. Anche se le mie non sono propriamente amicizie, credo che se si prova un sentimento di quella forza sia giusto dare tutto di sé. Senza remore e senza esitazioni.

Luigi Ricciardi e la solitudine. C’è un’ombra scura nella sua vita, un umore nero, una certa tristezza. Un po’ dipende dal carattere, un po’ dal lavoro che fa, un po’ dal periodo storico. Per lei la solitudine è un rifugio, uno stato d’animo necessario, una strada che le permette di far chiarezza in se stesso?

R. Penso semplicemente che se si vuol bene a qualcuno, di questo qualcuno si vuole appunto il bene. E che se si è il male, non si può pretendere di imporsi a chi si vuol bene. Sembra uno scioglilingua, un gioco di parole, ma è così. La mia solitudine, di cui farei volentieri a meno, è purtroppo una condizione necessaria; non per la chiarezza, ma per l’oscurità che porto dentro di me. Che non mi abbandona mai.

Va mai al cinema, a teatro? C’è un’attrice, una cantante di cabaret di cui è ammiratore?

R. Il cinematografo e il teatro propongono una ridda di emozioni false, dove l’amore è sempre buono e l’odio sempre cattivo. Io so bene che non è così, e questa finzione mi annoia. Mi piace la musica, però, e le canzoni. Ci sono canzoni delicate e struggenti che mi portano nel mondo che vorrei e che so non esistere. La signorina Gilda Mignonette, che talvolta canta alla radio, ha una voce che mi commuove. Avete mai sentito la canzone “Tutta pe’ mme”?

Luigi Ricciardi legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

R. Leggo, sì. Per lo più libri di legge, o di medicina. Qualche autore di romanzi, e vi sorprenderà sapere che la narrativa sentimentale mi attrae molto, forse per lo stesso spirito che ho quando guardo Enrica dalla finestra: per sognare la normalità che mi è preclusa.

Quando inizia un’indagine, quali sono i passi ricorrenti che compie, le piccole scaramanzie? Parte sempre dalla vittima per arrivare al colpevole? Il fatto l’aiuta poco, a volte la mette fuoristrada. Si fida del suo istinto, affinato da anni di esperienza? O la risoluzione dei casi è quasi un incidente, un accadimento inaspettato?

R. Accedo da solo sulla scena del delitto. Non per il Fatto, anche se a volte l’impatto, credetemi, è davvero terribile e temo sempre che l’espressione del mio viso tradisca l’emozione che mi viene riversata addosso. Respiro l’aria del delitto, immagino quello che è accaduto provando a rivedere le immagini del delitto. Non voglio essere distratto da nulla. Poi ripercorro la vita della vittima, cercando il punto in cui il flusso di un sentimento come l’amore, l’amicizia, sia stato deviato e abbia dato luogo a gelosia, ossessione, odio. Da quel punto in poi, risalire al colpevole è più facile. Non si può riparare al danno enorme che alla società fa il delitto, certo. Ma possiamo almeno mettere le cose in ordine, e impedire che una mano assassina possa ripetersi. Non è poco, d’altronde.

La sofferenza delle vittime, la sofferenza dei colpevoli. Il male rende tutti vittime. Come vive la sua condizione di mediatore tra queste due realtà contrapposte?

R. La sofferenza non è migliore o peggiore secondo chi la prova. Ho visto molti casi in cui la vittima era largamente più colpevole dell’assassino, secondo la giustizia naturale. Ma io amministro la giustizia degli uomini, e quella devo seguire. E l’assecondo, a meno che i suoi effetti non ricadano su teste innocenti, figli, mogli il cui destino diventa irreparabilmente compromesso dalla malvagità. A quel punto mi sento in dovere di cautelare coloro sulle cui teste ricade la colpa altrui.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine?

R. Si avvicina l’estate. Il caldo fa strane cose, sapete; ha effetti sulle menti, quello che sembra sopportabile in primavera non lo è più quando il caldo soffoca il respiro e rende un inferno i vicoli dove l’aria non si affaccia. Ecco un consiglio per voi, signorina: state attenta al caldo. E più in generale, abbiate cura di voi. Ora vi saluto.

:: Recensione di Vipera di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

28 gennaio 2013

Vipera-de-GiovanniElla portava un braccialetto strano:
una vipera d’oro attorcigliata,
che viscida parea sotto la mano
viscida e viva, quando l’ho toccata…
Quando ella abbandonavasi
fremente sul mio seno,
parea schizzasse tutto il suo veleno!

Da questa famosissima canzone del 1919 di Mario E.A. (Giovanni Ermete Gaeta) prende il nome d’arte Maria Rosaria Cennamo, Vipera appunto, giovane e bellissima prostituta, attrazione principale del Paradiso, casa di appuntamenti nell’antico palazzo di via Chiaia, quartiere elegante di Napoli, trovata morta un pomeriggio, nella sua stanza impregnata di profumo francese e disinfettanti, soffocata da un cuscino.
E così, con la scoperta del suo cadavere, inizia Vipera – Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big. Siamo nel 1932, la primavera è nell’aria. La Settimana Santa, che porrà fine alla Quaresima e porterà la Pasqua in ogni casa, con i suoi riti, le sue tradizioni, i suoi piatti tipici, sta iniziando e l’intera città lentamente si risveglia: il Caffè Gambrinus mette i suoi tavoli fuori, il suonatore cieco di fisarmonica intrattiene i passanti con le sue polke e i suoi tanghi in cambio di una moneta, i venditori ambulanti attirano i clienti, ancora in maniera sommessa, dopo tutto la Quaresima non è ancora finita, e il commissario Ricciardi sa che sotto quella apparente innocenza si muovono forze oscure, terribili, impossibili da controllare.
Quando in commissariato arriva Marietta, la guardiana del Paradiso, annunciando un omicidio, le sue peggiori supposizioni sembrano avverarsi. Ormai Ricciardi conosce la sua città, conosce l’animo umano, e continua a vedere sul suo cammino l’ombra di coloro che sono morti in modo violento, percependone l’ultimo pensiero, la sua condanna, la sua missione. Vipera, solo una puttana, non merita quasi attenzione per il vicequestore Angelo Garzo, più preoccupato che il Paradiso riapra per accontentare i suoi ricchi frequentatori, a chi vuoi che importi della morte di un essere così senza valore, senza importanza; ma per Ricciardi è diverso, anche Maria Rosaria Cennamo aveva sentimenti, aveva un passato, una vita che meritava di essere vissuta, anche a lei si doveva rispetto e giustizia, e così inizia le indagini con lo stesso impegno di sempre e si affida al fatto, l’ultimo pensiero della morta: Frustino, frustino. Il mio frustino. 
Tutto è sotto i suoi occhi, l’assassino ha commesso un errore, ha lasciato una traccia, ma lui non la vede, altri pensieri lo assorbono; i presunti colpevoli si moltiplicano, tutti con moventi plausibili, tutti con una ragione per volere morta quella donna, troppo bella e la bellezza non è per tutti, bisogna permettersela, non può appartenere ad una povera ragazza del Vomero. Le prostitute, peccatrici pubbliche, non meritano una sepoltura in terra consacrata, i loro cadaveri vanno gettati in fosse comuni, senza nome, senza riguardo, così dice la morale comune, ma Vincenzo Ventrone, uno dei due soli clienti di Vipera, proprietario di una ditta di arredi sacri, non lo può permettere, e così le compra un funerale, con tanto di processione pubblica e benedizione del prete e proprio durante il corteo funebre il dottor Modo, per difendere una delle ragazze dalle molestie di alcune camicie nere, pesta i piedi al figlio di un gerarca di Roma e finisce in seguito per essere arrestato con destinazione Ventotene.
Per Ricciardi l’amicizia è sacra e, inghiottendo il suo orgoglio, cercherà aiuto per l’amico proprio da Livia, la donna che fa di tutto per scoraggiare ed allontanare da sé, l’unica che lo può aiutare per i suoi agganci, che in realtà disprezza, con il potere. Poi proprio un aneddoto raccontato dal dottor Modo farà capire a Ricciardi chi è il colpevole, chi aveva più di tutti una ragione per uccidere Vipera e anche gli ultimi pensieri della morta, come sempre, troveranno una spiegazione.
Sesto episodio della serie dedicata a Ricciardi, Vipera rappresenta un punto di svolta della saga, un cambiamento dettato dalla maturità artistica e compositiva raggiunta da de Giovanni che esplicita un’ evoluzione non solo stilistica ma anche tematica. Se la freschezza narrativa dei primi episodi si stempera e la novità fa posto ad una familiarità più marcata con personaggi e situazioni, ormai per esempio il fatto di Ricciardi è diventato quasi una consueta abitudine, accettata e quasi metabolizzata, tuttavia i germi contenuti in questo episodio, sono molteplici e tutti ampiamente ricchi di potenzialità.
Innanzitutto la matrice poliziesca lascia il passo sempre più ad una visione della storia più complessa e composita, come è complesso il personaggio di Ricciardi. L’indagine, seppur presente, quasi sbiadisce rispetto all’evoluzione del personaggio e alla sua presa di coscienza, anche politica. L’infelice battuta, che Ricciardi dice a Livia nel Caffé Gambrinus, si ricollega a mio avviso a questa avversione sempre maggiore per il regime di cui lui è pubblico ufficiale, oltre al tentativo di ferire e allontanare una donna che evidentemente non ama e di cui subisce solo l’attrazione.
Comunque anche il personaggio di Livia subisce un’ evoluzione e metabolizza una presa di coscienza che lo rendono ben lontano dallo stereotipo della femme fatale classica opposta alla donna angelicata, Enrica. E anche qui merita un plauso la capacità dell’autore di tratteggiare rapporti sentimentali forse melodrammatici, fatti di sorrisi, inchini, saluti da lontano, ma legati al periodo. Ragazze come Enrica, che conoscevano l’amore solo dalle canzoni alla radio, dai film al cinema, o dalle confidenze delle sorelle o amiche sposate, per quanto suoni anacronistico al giorno d’oggi, esistevano davvero, anzi probabilmente erano la norma.
Lo stile molto particolare di de Giovanni, poetico e verista allo stesso tempo, attento alle tematiche sociali, politiche, culturali e storiche si presta a grandi sviluppi e sono molto curiosa di scoprire in quali direzioni andranno i successivi episodi. In questo romanzo l’amicizia è la vera protagonista a mio avviso, l’amicizia che lega il dottor Modo a Ricciardi, Tata Rosa ad Enrica, il brigadiere Maione a Bambinella, la stessa Vipera per Peppe O’Frusta, un sentimento che supera quasi l’amore per intensità, un sentimento che spinge anche a fare scelte difficili e forse non pienamente condivisibili, pensiamo solo al senso di lealtà e riconoscenza che spinge Ricciardi ad abbandonare Tata Rosa la notte di Pasqua.
Ma Ricciardi non è un personaggio perfetto, ne pretende di esserlo: è pieno di contraddizioni, commette errori, la sua introversione lo porta a non riuscire a fare piena luce sui suoi stessi sentimenti, il fatto l’allontana dalla consueta normalità alla quale ambirebbe.  E proprio questi limiti penso lo rendano più umano e ben poco convenzionale.
Anche il periodo storico sta diventando più drammatico, oltre alla crisi econonica e sociale con fame e miseria diffusa,  siamo ancora nel 1932, ma il fascismo sta per manifestare la sua faccia più feroce: le leggi razziali, la violenza squadrista, il controllo della polizia segreta fatto di delazioni e ricatti, la soppressione degli oppositori politici, l’alleanza con il nazismo, la Seconda Guerra Mondiale che si avvicina. Sono certa che Ricciardi avrà ancora molto da dire.

:: Recensione di Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2011)a cura di Giulietta Iannone

27 dicembre 2011

Io vedo i morti. A ogni angolo di strada, a ogni finestra, io vedo i morti. Li vedo per come sono morti di morte violenta, con i corpi straziati dalle ferite, col sangue che scorre, con le ossa che sporgono dalla carne martoriata. Vedo i suicidi, gli assassinati, i travolti dalle carrozze, gli affogati in mare. Li vedo, e li sento ripetere ossessivamente l’ultimo ottuso pensiero della loro vita spezzata. Li vedo, finchè non si dissolvono nell’aria per trovare una pace che non so se esista, e in che luogo. E ne sento il dolore immenso di abbandonare l’ amore, per sempre.   

Napoli 1931, IX° anno in cifre romane secondo il calendario fascista. Dicembre, il Natale è nell’aria fredda, battuta dal vento, spruzzata di pioggia sottile che si insinua nei cappotti eleganti e bordati di pelliccia dei ricchi che si affaccendano in cerca di doni preziosi e tra gli stracci dei mendicanti, degli scugnizzi, dei pescatori attaccati alle loro reti consunte dalle quali gli viene solo lo stretto necessario per non morire di fame, se sono fortunati. Il contrasto drammatico tra povertà e ricchezza spezza la favola fascista che il regime impone con alti proclami ma non ostante tutto nell’aria c’è qualcosa di speciale fatto di tradizioni e memoria. Saranno le luci, gli addobbi, la strada di San Gregorio Armeno, che si trasforma in occasione del Natale in una processione di presepi, di statuine, di alacri artigiani all’opera a intagliare, dipingere, cesellare volti vivi e partecipi. Per non parlare delle bancarelle con ogni ben di Dio, di mercanti improvvisati, di venditori abituali e gli zampognari con le loro cornamuse a suonare i canti tradizionali della novena. L’attesa, i suoni i profumi, i preparativi per la cena di Natale, l’occasione che radunerà la famiglia intorno a un presepe vuoi antico e prezioso vuoi intarsiato nel legno da mani ruvide e piene di calli e graffi. Il Natale è un’emozione e nel lontano 1931, quando i fratelli de Filippo si apprestavano a debuttare con il celeberrimo Natale in casa Cupiello, un efferato fatto di sangue rovina l’atmosfera festosa e carica di speranza. In un elegante e luminoso appartamento del lungomare di Mergellina, nel quartiere Chiaia, un importante ufficiale della milizia portuaria Emanuele Garofalo viene ucciso a coltellate assieme alla moglie Costanza. Una famiglia per bene, apparentemente al di sopra di ogni sospetto, un tassello importante nella gerarchia fascista tanto da far rientrare il doppio delitto nella schiera dei delitti eccellenti. Lasciano una bambina di pochi anni, Benedetta, ormai orfana e con solo come unico riferimento una zia suora. Al commissario  Luigi Alfredo Ricciardi  della squadra mobile di Napoli e al brigadiere Raffaele Maione l’ingrato compito di trovare il colpevole o i colpevoli secondo i rilevamenti del medico legale Modo che evidenzia che i tagli del coltello per angolazione e profondità sono stati fatti da due mani differenti. Anche “il fatto” non sembra fare troppa luce sui delitti: Guanti e cappello dice la signora Costanza, Io non devo niente, proprio niente dice Emanuele Garofalo. Poche parole, senza echi, senza implicazioni particolari. Subito i sospetti vengono quasi pilotati verso Antonio Lomunno, antico superiore del Garofalo ora caduto in disgrazia a causa di un’ infamante accusa di corruzione a seguito della quale ha trascorso mesi in carcere, ha perso la moglie suicida, è stato espulso dall’arma e ora vive in una catapecchia con i figli in uno dei vicoli più poveri e disperati della città. Ma i superiori e la morale fascista con ordini diretti da Roma vogliono una soluzione del caso senza clamore, possibilmente non implicando l’arma. Così i Boccia, famiglia di pescatori taglieggiati dal defunto appaiono il capro espiatorio ideale ma Ricciardi non è il tipo da mettere in carcere qualcuno tanto per chiudere un caso, vuole la verità e a sbloccarne nella sua mente la risoluzione basteranno un Gesù bambino caduto dalle mani della tata Rosa e un capitone sfuggito durante il mercato del pesce lungo la strada di Santa Brigida. Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi sotto le mentite spoglie del poliziesco storico, è un romanzo che racchiude un’anima e che commuove nel profondo tanto che è difficile staccarsi dalla lettura e una volta terminato chiuderne definitivamente le pagine. Ci sia affeziona ai personaggi, quasi come a degli amici cari che si vuole rincontrare al più presto e anche i personaggi meno simpatici racchiudono in sé una vividezza e una peculiarità da renderli facilmente distinguibili durante la narrazione, penso al personaggio di Livia o quella del vicequestore Garzo. Il commissario Ricciardi su tutti attira a sé le simpatie del lettore pur nella sua complessità e nell’ amarezza con cui affronta la vita. Vederlo conteso da due donne, una diversissima dall’altra, quando lui stesso è il primo a chiedersi se vuole davvero che l’amore entri nella sua vita, è una delle contraddizioni che costituiscono il suo personaggio, dolorosamente in bilico su un abisso di disperazione e infelicità, proprio per quel “fatto” oscuro e vissuto come una dannazione che lo rende così diverso dal resto delle persone. In questa indagine poi è soprattutto il personaggio di Maione ad emergere per umanità e delicatezza nel suo dibattersi tra vendetta e perdono aiutato dalla dolcezza e onestà di sua moglie il cui sguardo azzurro vigila con materna tenerezza come la Madonna di un presepe. Con poesia de Giovanni ci trasporta in un mondo vitale e pieno di delicati chiari scuri che danno il sapore della vita che scorre, quasi a ricordarci che dopo tutto sono i sentimenti l’unica cosa importante del resto se ne può fare benissimo a meno.

:: Recensione de Il giorno dei morti: L’autunno del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2010

Il giorno dei mortiAutunno 1931.
Si avvicina il giorno dei morti.
Napoli è sferzata dalla pioggia, una pioggia gelida, sporca, fatta di lacrime che cadono dal cielo come un tributo di compassione e pietà sulla miseria, sui vicoli maleodoranti del rione Sanità, sui traffici illeciti che si compiono nei Quartieri Spagnoli, sugli scugnizzi senza casa e senza famiglia che vivono per strada abbandonati, cenciosi, infreddoliti.
Dicevamo si avvicina il giorno dei morti, il periodo più triste dell’anno e in un’ alba gelida, bluastra, ai piedi dello scalone che porta a Capodimonte, una ragazzina e la sua capra scoprono il cadavere di un bambino vegliato da un cane, suo unico amico.
Ricciardi e il fido Maione vengono trascinati sotto la pioggia ad esaminare il corpicino.
Niente fa pensare che non sia morto di morte naturale. Tuttavia i due poliziotti si trovano davanti ad un’ indagine anomala, tenuta in vita solo dalla caparbietà di Ricciardi, dalla sua cieca ostinazione nel non volere gettare via la vita di un bambino senza lottare, senza capire di cosa è morto o perché, anche quando tutto sembra evidente, scontato: la miseria l’ ha ucciso, l’abbandono, la crudeltà del mondo senza pietà che spazza via i deboli senza una lacrima, un rimpianto.
Ma Ricciardi sente che c’è dell’altro.
L’istinto gli dice di non farsi fuorviare dalle apparenze. Nella vicenda c’è un tocco di sovrannaturale. Ricciardi è un predestinato, la morte lo ha eletto a testimone del dolore, degli untimi pensieri delle vittime morte in modo violento. Il “fatto” più che un privilegio è una condanna, forse una maledizione, che gli fa affrettare il passo vicino al ponte dei suicidi.
In questa occasione non lo percepisce e si trova per la prima volta “nudo” ma non ostante tutto non si arrende, è obbligato dalla sua profonda umanità a prendere a cuore quella creatura, a cercare di capire chi è, quale è il suo nome, la sua storia e soprattutto perché si trovava solo a morire ad un angolo di strada.
Tutti lo ostacolano, cercano di farlo ragionare, anche in buona fede, quando gli espongono l’inutilità di un’autopsia, gli oppongono banalità e buon senso, le autorità fermano ogni tipo di inchiesta, gli sottraggono la pratica perché sta arrivando in città Benito Mussolini in persona e tutto deve essere perfetto, ma Ricciardi ormai lo considera un fatto personale, anche se un poliziotto dovrebbe sempre prendere le distanze dai casi su cui indaga, non farsi coinvolgere completamente, non per egoismo, ma per mero desiderio di sopravvivenza.
E forse gli amici hanno ragione, Ricciardi non è pronto a sopportare cosa scoprirà, nessuno è pronto a sopportare l’indicibile, l’orrore al di la dell’orrore, perché senza amore vivere o morire è la stessa cosa.
I libri di de Giovanni sono gialli dell’anima, spazi dove la scrittura si fa testimonianza. La ricostruzione storica del ventennio fascista, l’ambientazione, la cura appassionata nella caratterizzazione dei personaggi anche minori uno su tutti la tata Rosa materna e protettiva,  tutto concorre nel far sì che sia riduttivo chiamarli semplici polizieschi, anche se la componente dell’indagine è presente ed è cardine portante della narrazione.
Ne Il giorno dei morti, il quarto della serie, l’ultimo che conclude la quadrilogia delle stagioni, il più poetico e dolente a mio avviso, de Giovanni chiude un cerchio, pareggia i conti, tira le fila, per cui consiglio di non iniziare da questo libro la conoscenza del mondo di Ricciardi.
Andate con ordine, leggete prima Il senso del dolore poi La condanna del sangue e solo dopo aver letto ‘Il posto di ognuno iniziate Il giorno dei morti. Stilisticamente maturo e accurato si evidenzia per un’ armonia, una proporzione più simile alla poesia che alla prosa.
Ci sono pagine in cui è faticoso addentrarsi  tanto sono dense di dolore, intenerimento, autentica condivisione, ci sono pagine che anche il lettore più smaliziato troverà ostiche da  leggere senza commuoversi.
Poi de Giovanni è bravo a creare attesa, un’ attesa crescente che trova compimento solo nel finale, spiazzante, tragico e nello stesso tempo aperto alla speranza.
Infine tutto ricomincia, un nuovo inverno si appresta a iniziare lasciando nel lettore il desiderio che la storia continui e ci sia un seguito alle vicende del commissario più umano e sensibile del panorama letterario italiano contemporaneo.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.