In attesa del prossimo romanzo di Ben Pastor con protagonista Martin Bora1, tormentato ufficiale della Wehrmacht sotto Hitler, esce sempre per Sellerio una nuova raccolta di racconti lunghi, dopo La morte, il Diavolo e Martin Bora (Tre fratelli, La finestra sui tetti, Bocca di inferno ricompariranno anche nel nuovo libro), dal titolo “La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora“, otto bellissimi racconti, che vanno dal 1941 al 1944, divisi in due parti: la prima ambientata sul fronte orientale (Tre fratelli, La finestra sui tetti, Il giaciglio di acciaio e Onegin); la seconda ambientata sul fronte italiano (Il sangue dei santo, Nodo d’amore, Non si sentivano i treni e Bocca di inferno). Alcuni racconti sono già apparsi tempo fa su antologie italiane e straniere, altri sono totalmente inediti, ma tutti quanti sono stati rivisti, aggiornati e abbondantemente ampliati come ci ha segnalato l’autrice. Di carattere più intimista rispetto ai romanzi, i racconti si riservano il privilegio di evidenziare aspetti del carattere di Bora più romantici e melanconici, pur conservando il suo spirito investigativo teso a una ricerca disperata della verità, quasi metafisica. Bora non si arrende e tra i milioni di assassinati dalla guerra cerca i colpevoli di piccoli delitti, se vogliamo anche banali, per giustificare il suo essere ancora umano in un mondo di barbarie. E’ sempre un piacere leggere i libri di Ben Pastor, per la sua scrittura ricca e compositamente elegante, per metterli da parte e poi rileggerli in futuro. Si sa il tempo cronologico non è una cosa che interessa all’autrice e questo le permette di tornare sui suoi passi e approfondire aspetti del carattere di Bora che erano parsi nei romanzi sotto traccia. Se nei romanzi l’investigazione ha il privilegio di attirare l’attenzione del lettore, in questi racconti è il mutevole stato d’animo di Bora sotto i riflettori, un uomo del suo tempo, con lampi di eterno che squarciano le tenebre e i misteri dell’essere umano assoluto, vittima e allo stesso tempo carnefice di un gioco di cui non conosce appieno le regole. E più il tempo passa, più i morti si assommano ai morti, e più Bora si fa consapevole, e la sua autocoscienza rivela i tarli della corruzione che su di lui quasi per miracolo restano solo in superficie. Lui sente che la sconfitta è vicina, quasi una sconfitta del male assoluto sul bene, e si sente parte di questo periodo catartico della storia e ne cerca un senso. Un senso nel padre che denuncia il figlio, un senso nella morte di una strega-prostituta sotto i cieli dell’Ucraina. Più amari e disperati i racconti ambientati in Italia, anche se forse anche i più sentimentali, quando anche l’amore per Benedickta è ormai perduto e la disillusione è completa, con Bora sempre più consapevole dei propri limiti e delle proprie mancanze. Parlavo di ricerca della verità, verità che si riflette su se stesso, in ogni indagine più che un colpevole cerca verità su di sè, verità scomode e dolorose che non portano a una ricomposizione dell’ordine frantumato e perduto. Anzi al contrario pongono altri dubbi e altre sfide, perchè il mistero dell’animo umano è un mistero senza soluzione.
1Sì, mi confermano che è iniziata la stesura in inglese di un nuovo Bora (che non sarà l’ultimo). Titolo provvisorio: “Lo specchio del pellegrino“. L’azione si svolge ad Odessa nel 1941 e ha a che fare con l’omicidio di un giudice dell’ufficio crimini di guerra.
Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012, 2022), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018), La canzone del cavaliere (2019), La sinagoga degli zingari (2021), La Venere di Salò (2022), La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora.
Bentornato professore e grazie di averci concesso questa nuova intervista che verterà essenzialmente sul decomporsi della crisi ucraina e dell’inserimento del filone islamico dopo l’attentato terroristico avvenuto il 22 marzo scorso vicino a Mosca. Mi ricollego alla precedente intervista che ci concesse nel febbraio del 2022 quando fu subito chiaro, almeno a noi, che sarebbe stata una guerra lunga, destabilizzante e dolorosa, soprattutto per la popolazione, nel cuore slavo dell’Europa. Siamo infatti al secondo anno di guerra e non si intravedono spiragli di pace, anzi tutto sembra tendere, contro il volere dei cittadini europei, ricordiamoci che mancano pochi mesi alle elezioni di giugno e questo potrebbe avere un peso, a un allargamento del conflitto e a una pericolosa escalation. Dunque sanzioni, minacce, aiuti economici e militari all’Ucraina, provocazioni, ora c’è un accordo sull’uso dei profitti degli asset russi per riarmare Kiev, non sono serviti a niente, insomma l’Occidente le ha provate tutte ma Putin è ancora saldo al potere, da pochi giorni rieletto con elezioni quasi plebiscitarie, e si può dire anche che in Ucraina stia militarmente vincendo. Invece di concordare una pace, o perlomeno un cessate il fuoco, assistiamo a un repentino rilancio con una paventata estensione del conflitto ai paesi NATO. Teniamo anche conto che due nuovi paesi Finlandia e Svezia fanno ora parte della NATO. Negli ultimi tempi questa estensione del conflitto con toni perentori sembrava imminente.Secondo lei è solo propaganda o si arriverà davvero a uno scontro armato tra NATO e Russia?
La guerra sta rivelando, a chi non abbia occhi foderati di ideologia, che la Russia – a prescindere dallo status politico che nel corso dei secoli ha avuto, dagli zar al bolscevismo, dallo stalinismo al gorbaciovismo, fino alla destabilizzazione post 1991- ha tali riserve territoriali umane ed economiche che, al di là di singoli episodi di sconfitta, è in sostanza imbattibile. La tenuta dell’economia russa a dispetto delle sanzioni, il consenso di massa al presidente della Federazione, la presa crescente che essa ha esercitato su un amplissimo schieramento di Stati, e la costruzione di un duopolio con la Repubblica Popolare Cinese, in funzione chiaramente anti-USA, sono altrettante prove. La prova regina è che le forze armate russe, dopo le incertezze e gli errori dei primi mesi di combattimento, hanno sbaragliato non solo quelle ucraine ma indirettamente anche quelle dei vari Paesi NATO che si sono impegnati in vario modo a sostegno dell’esercito ucraino. E va sottolineato come diversi di quei Paesi non hanno rinunciato a collaborare in modo determinante ad azioni di tipo terroristico, contro il territorio, le strutture, e la popolazione della Federazione. L’attentato a Mosca sebbene non ancora decifrato completamente è un episodio che è legittimo sospettare (sulla base di una molteplicità di indizi) giunga non dalla fantomatica ISIS oggi praticamente sparita, ma piuttosto dai servizi segreti ucraini in stretta collaborazione con quelli esterni probabilmente britannici polacchi e tedeschi.
Il conflitto in Ucraina ha rivelato anche che Putin, come che lo si voglia giudicare, sta portando avanti, coerentemente, tra alti e bassi, una linea politico-militare che ha distrutto l’economia ucraina, insieme con le sue infrastrutture (specie energetiche), ha ridimensionato la sua potenza militare, e ha messo a nudo i limiti della sua “democrazia” e la debolezza del suo sistema economico. Da politico accorto, anche con errori e incertezze, Putin ha dichiarato fin dal 22 febbraio 2022 che la Federazione Russa non intendeva entrare in guerra contro la NATO, e ancora recentemente ha sottolineato l’enorme sproporzione di mezzi, e di armamenti, ma, ha ricordato non in termini bluffistici come osservatori superficiali e corrivi alle direttive dei poteri dominanti, che nei magazzini del suo Paese esiste una formidabile riserva di testate nucleari, la maggiore del mondo. Un avvertimento di cui va tenuto conto, perché, a mio parere, le gerarchie politiche e militari russe useranno il loro arsenale, sia pure in modo forse limitato, ma comunque devastante, in caso di attacco da parte della NATO.
Sembra che solo la Cina continui la sua missione diplomatica alla ricerca di una soluzione politica della crisi ucraina. Lo scorso 7 marzoil Rappresentante Speciale del Governo Cinese per gli Affari Eurasiatici, Li Hui, è giunto in tutta fretta a Kievper un giro di incontri anche in altri paesi europei (esclusa l’Italia). Pensa che i loro sforzi aiuteranno al raggiungimento di un accordo nel breve termine? Cosa lo impedisce?Come valutaquesta vocazione tesa al mantenimento della pace della Repubblica Popolare Cinese?
La Repubblica Popolare Cinese, è indubbio, sta dimostrando una vocazione e una costanza nella ricerca di una soluzione diplomatica della crisi, ma negli ambienti occidentali, e nella stessa Ucraina, la Cina viene vista come un sostanziale alleato dalla Federazione Russa. E in una certa misura lo è, perchè l’accordo tra Pechino e Mosca sulla necessità dell’abbandono della organizzazione del pianeta fondata sull’unipolarismo, sul predominio del dollaro, sulla pretesa “superiorità morale“ dell’Occidente. E si tenga conto che tutta la leadership politica occidentale spinge verso la „vittoria“, e tanto più impossibile, impraticabile francamente delirante, è questo obiettivo, tanto più la grande maggioranza di questa leadership insiste sulla necessità della sconfitta della Russia. Una vera e propria follia, che si spiega con la totale sudditanza occidentale agli Stati Uniti.
Senza l’aiuto europeo, e soprattutto statunitense, l’Ucraina non avrebbe resistito militarmente due anni, ora la situazione è delicata e questo aiuto rischia di interrompersi. Il Senato statunitense ha approvato un paccehtto di aiuti per Ucraina, Israele, e Taiwan da circa 95 miliardi di dollari. Il pacchetto dovrà ottenere ora il voto della Camera dei Rappresentanti controllata però dai repubblicani, tenacemente contrari al sostegno economico a Kiev. E’ possibile che questo pacchetto di aiuti venga intenzionalmente fermato causando così di fatto sia la più drammatica sconfitta ucraina e di riflesso un grave smacco per i democrtici, fermando così una possibile rielezione a novembre di Biden?Per alcuni bisogna infatti solo aspettare le elezioni con la possibile vincita di Trump, e nell’ottica del disimpegno si potrà siglare finalmente il tanto sospirato trattato di pace con la Russia. O abbandonare l’Ucraina al suo destino è una scelta calcolata degli statunitensi avendo già raggiunto i loro obiettivi, tra cui l’insanabile frattura che ormai sussiste tra Europa e Russia?
Se da una parte le classi di governo occidentali e la quasi totalità della UE (ma si stanno manifestando notevoli incrinature, ultima la posizione assunta dalla Slovacchia, che si sta avviando su una linea anti-ucraina e filorussa), insistono per la impossibile sconfitta della Federazione Russa, al prezzo del sacrificio di centinaia di migliaia di vite umane, a cominciare da quelle ucraine, le popolazioni europee sono nettamente orientate in senso contrario. Non necessariamente per spirito filorusso, ma per paura dell’apocalisse: come per il Medio Oriente, gli europei più che desiderare la pace desiderano essere lasciati in pace, anche se personaggi come Zelensky e Netanyahu, due fratelli gemelli, ormai godono di un totale discredito, anzi di un vero e proprio odio pubblico, di cui gli orientamenti assunti dal nostro governo farebbero bene a tener conto. Gli abbracci della premier Meloni con l’uno e con l’altro non hanno giovato al consenso verso di lei e verso il suo Esecutivo. Le voci più autorevoli, sul piano politico e su quello intellettuale, oggi sono perfettamente consapevoli che non si può tirare oltre la corda, continuando a concedere aiuti finanziari, più in generale economici e soprattutto militari, a Zelensky. E negli USA tanto a livello di classe dirigente quanto di opinione pubblica, il capitale di favore di cui il presidente ucraino godeva si è ampiamente disciolto. La consapevolezza che l’Ucraina ha perso la guerra, e giace in una condizione di crisi totale, è ormai diffusa, con la conseguenza di un giudizio di sostanziale inutilità nel prosieguo del sostegno al traballante governo Zelensky. Certo è che se si sono spezzati i legami tra Russia ed Europa, non sono state affatto recise le connessioni tra Russia e resto del mondo, ossia i 4/5 del Pianeta, che sempre più tende a guardare a Mosca invece che a Washington o Londra o Parigi.
Siamo ancora scossi per l’attacco terroristico al Crocus City Hall di Krasnogorsk, vicino a Mosca, rivendicato apparentemente dall’ISIS. In che misura il terrorismo islamico si inserisce come nuova variante in questa guerra?
Che l’estremismo islamico sia nemico della Federazione Russa è cosa nota, ma questo atto al Crocus City Hall presenta molti aspetti nuovi, diversi: è la prima volta che gli autori si presentano in abiti militari, anzi in tenuta da combattimento, mentre, in ogni azione precedente, hanno sempre agito con i loro abiti usuali; e la rivendicazione è stata confusa, tardiva, e l’arresto di alcuni degli autori, in zona di confine, verso l’Ucraina, è un indizio importante che aumenta i dubbi. A maggior ragione se si pensa che l’Ucraina ha fatto già ricorso più volte ad atti squisitamente terroristici, come l’uccisione di Daria Dughina a Mosca con una bomba, gli attentati ai gasdotti North Stream 1 e 2, e così via. E poi, perchè proprio adesso, dopo anni di silenzio l’ISIS si risveglia e opera in Russia? Oggi quella organizzazione di fatto non esiste più ed è assai improbabile che sia avvenuta una sua rinascita ad hoc.
Inascoltati gli appelli alla ragione e al buon senso di Papa Francesco che pur non essendo un esperto di strategie militari consiglia che la cosa migliore da fare è avviare delle trattive, concordare un cessate il fuoco e accettare concessioni reciproche che tengano conto degli interessi vitali di entrambi i contendenti. Che la popolazione la pensi come lui è evidente, secondo lei perchè la gente non scende in piazza e manifesta vivacemente a favore della pace? Perchè almeno i partiti di sinistra non sollecitano il loro elettorato a scendere in piazza con una grande mobilitazione generale?
La sinistra è morta o quasi. Ciò che si chiama correntemente sinistra (o centrosinistra) non ha quasi nulla a che fare con le idealità, la tradizione, l’identità delle lotte per la pace, la giustizia, l’uguaglianza che sono nel dna della sinistra. Papa Francesco oggi è non soltanto il pontefice della Chiesa di Roma, ma è un attore politico, le cui parole in molti ambiti, specie quello della politica internazionale è decisamente più a sinistra dei leader della cosiddetta sinistra almeno quella in Parlamento, e specificamente, soprattutto, del PD, che in tale ambito è del tutto appiattito su di un antlantismo sconcertante. La popolazione come dicevo, nella sua maggioranza, vorrebbe non avere noie, ma la preoccupazione per la situazione mondiale è diffusa. Non sull’Ucraina ma sulla Palestina e specialmente su Gaza, abbiamo visto un ridestarsi dell’anima più sinceramente contro la guerra, contro la risoluzione dei contrasti per via militare, e soprattutto a favore della causa più nobile e giusta oggi presente sulla Terra, la causa palestinese. Certo la mobilitazione è assai minore rispetto ad altri Paesi europei, ed extraeuropei, ma era da decenni che non si vedevano tante manifestazioni e tante azioni (vedi soprattutto il boicottaggio accademico) a favore della libertà del popolo palestinese, e della fine della sopraffazione israeliana, e in primo luogo del genocidio incrementale in corso a Gaza.
Auspica anche lei una “nuova” Helsinki, adattata alle cambiate condizioni geostrategiche, che conservi però lo spirito di Helsinki come un vero punto di partenza per governare pacificamente il mondo multipolare dei prossimi decenni? Certo lo scenario è cambiato, l’URSS non c’è più ma la necessità di una nuova conferenza di pace su quel modello è sentita dai vari leader politici in campo?
Sì concordo. Una conferenza di pace planetaria per evitare la guerra planetaria.
Infine le chiedo un bilancio politico di questi due anni di guerra, e come si inserisce l’accordo bilaterale tra Meloni e Zelesnky per un sostegno decennale, siglato nella capitale ucraina. Grazie.
La Meloni e il suo governo sono un caso interessante di totale voluta dimenticanza delle promesse elettorali e di rovesciamento delle proprie linee politiche. Alla fine è rimasta solo la Lega a balbettare qualche parola di pace, dopo il fallito tentativo di Berlusconi di respingere la genuflessione meloniana a Zelensky e quindi agli USA. Un accordo decennale è una vera follia, del resto del tutto impraticabile. Una mossa propagandistica al livello di “Inseguiremo gli scafisti per tutto l’orbe terracqueo…” o del “Nuovo Piano Mattei per l’Africa”. Propaganda che serve soprattutto a chiedere il sostegno di gruppi finanziari e imprenditoriali, specie del settore delle armi e di quello energetico.
La guerra in Ucraina si è rivelata un fallimento clamoroso per l’Italia, l’Europea, la UE in particolare e per la comunità occidentale, a partire dal Paese leader, gli USA. Non ho bisogno di insistere su questo, perchè solo chi non vuol vedere, può continuare a sognare la disfatta russa e la prosecuzione degli aiuti a Zelensky, che hanno come unico effetto l’incremento della morte in Ucraina e della devastazione di quel territorio.
Se amate il poliziesco orientale, più nello specifico quello nipponico, con le sue atmosfere in bilico tra l’high tech più estrema e la tradizione, è uscito da poco, per Piemme, Misterioso omicidio a Tokyo di Tetsuya Honda. Seguito di Omicidio a Mizumoto Park, è il secondo romanzo di una serie, per ora di otto romanzi e due raccolte di racconti, con protagonista Reiko Himekawa una giovane donna poliziotto della sezione Omicidi di grandi capacità immersa in un mondo prettamente ancora maschile e maschilista. Reiko, troppo giovane e troppo bella per il ruolo che ricopre nel dipartimento della polizia metropolitana di Tokyo non deve quindi vedersela solo coi delinquenti ma anche coi colleghi che faticano, e non poco, ad attribuirle i meriti che le spettano. L’indagine parte dal ritrovamento di Kenichi Takaoka o meglio da ciò che resta di lui, una mano sul retro di un piccolo furgone bianco. Ma chi era in realtà Kenichi Takaoka? Un artigiano improvvisatosi imprenditore edile a capo della Takaoka Construction? O c’è sotto qualcosa? In una Tokyo ammorbarata dalla corruzione, in cui imprese apparentemente lecite hanno mille diramazioni o servono da paravento a imprese della delinquenza organizzata giapponese, la temibile e temuta Yakuza, la storia si dipana e la nostra giovane Reiko Himekawa si trova a indagare in un ginepraio di frodi, collusioni, minacce e delitti. Tetsuya Honda è un autore molto conosciuto in Giappone, relativamente giovane è del 1969, che ha creato questa serie di grande successo, con riduzioni televisive e cinematografiche, con una protagonista donna, forte e fragile nello stesso tempo, dall’indubbio fiuto da segugio. L’autorità è un tema molto dibattuto nella società giapponese, non solo nella polizia, in cui si fatica ancora a vedere una donna ai vertici se pensiamo solo che la stessa principessa Aiko per legge non potrà diventare imperatrice in quanto donna e Honda indaga su questo tema mentre crea le sue indagini verosimili e interessanti come ogni police procedural che si rispetti. Traduzione di Cristina Ingiardi.
Tetsuya Honda, classe 1969, è uno dei maggiori autori giapponesi, pluripremiato e con quasi cinque milioni di copie vendute solo in patria. I gialli della serie con protagonista la detective della Omicidi di Tokyo Reiko Himekawa sono tradotti in molti Paesi, e hanno ispirato diverse serie tv e film. Honda vive a Tokyo ed è membro dei Mystery Writers of Japan.
Da pochi mesi è uscito in libreria il romanzo d’esordio, come voce solista, di Marco Niro, fondatore assieme a Mattia Maistri del collettivo di scrittura Tersite Rossi, che ha all’attivo una ricca produzione letteraria composta da quattro romanzi e due raccolte di racconti. Il romanzo si intitola Il predatore ed è edito da Bottega Errante Edizioni. Definire il genere di questo romanzo è alquanto complicato, forse lo si può definire un noir con venature gialle e thriller, ma per altri versi non perde la connotazione di romanzo letterario sia per l’ottima e sensibile scrittura dell’autore che per i temi trattati, anche poeticamente (specie quando dà voce all’interiorità degli orsi e alle leggende popolari che li riguardano). Il tema centrale del romanzo verte sul rapporto tra l’uomo e la natura, o meglio indaga sulla difficile relazione tra l’uomo e gli animali selvatici, gli orsi in questo caso che popolano una foresta ancora sacra e misteriosa e che rappresentarono in passato una fonte di cibo per i cacciatori, e ora rappresentano una specie protetta e monitorata. Romanzo ambientalista dunque anche nella misura in cui rivela l’importanza di rispettare e valorizzare gli ecosistemi pericolosamente compromessi sia dai vistosi cambiamenti climatici, conseguenza diretta dell’avidità e sconsideratezza umana, ma anche dalla semplice ignoranza e dal pressapochismo con cui gli uomini considerano la natura, non come habitat comune con specie animali e vegetali, ma unicamente al loro egoistico servizio. Ambientato a Cimalta, isolato borgo di montagna, ci presenta i principali personaggi: don Ruggero, un prete ribelle alla ricerca della fede perduta, un medico che sogna di diventare primario e per questo trascura moglie e figlio, il sindaco per cui la carriera politica è tutto, e un commissario che sogna un caso importante che gli permetta finalmente di essere promosso a questore. Già nel prologo assistiamo all’aggressione di un orso a un turista che sconsideratamente si era avvicinato troppo per scattare una fotografia. Ma nel proseguo del romanzo accade un fatto ben più grave: alcuni ragazzi organizzano una gita sull’Ertissimo, la montagna che torreggia Cimalta e scompaiono. Il padre di uno di loro preoccupato li va a cercare e trova la tenda dove si erano accampati e i corpi dei ragazzi aggrediti apparentemente da un orso. Ma erano partiti in tre i corpi ritrovati nella tenda sono solo due. Il corpo del terzo ragazzo viene infatti ritrovato solo dopo mezzo chilometro da lì. Inizia così la caccia all’orso che ci porterà a indagare anche nell’animo dei protagonisti fino all’adrenalinico finale.
Marco Niro (1978), fondatore insieme a Mattia Maistri del collettivo di scrittura Tersite Rossi, è giornalista e scrittore. Laureato in Scienze della comunicazione, ha collaborato con varie testate giornalistiche e oggi si occupa di comunicazione ambientale. Ha all’attivo un saggio (Verità e informazione. Critica del giornalismo contemporaneo, Dedalo 2005), un libro per ragazzi (L’avventura di Energino, Erickson 2022) e, con Tersite Rossi, quattro romanzi (È già sera, tutto è finito, Pendragon 2010; Sinistri, e/o 2012; I Signori della Cenere, Pendragon 2016; Gleba, Pendragon 2019) e due raccolte di racconti (Chroma. Storie degeneri, Les Flâneurs 2022; Pornocidio, Mincione 2023). Il predatore (Bottega Errante 2024) è il suo romanzo d’esordio.
Il rapido, e per alcuni versi inaspettato, emergere della Cina come potenza globale, in un contesto internazionale sempre più interconnesso e gravato da problemi che necessinano di risposte anch’esse globali e condivise, ha cambiato, forse per sempre se vogliamo, gli equilibri economici e geopolitici favorendo per timore della sua complessità logiche che evidenziano il conflitto come “scontro di civiltà”, “trappola di Tucidide”, “Nuova guerra fredda” tutti termini che identificano una narrazione non priva di rischi e di criticità. Se le scelte vengono fatte non solo in base a calcoli esclusivamente politici, economici e militari, – come ben evidenziano nell’introduzione Agostino Giovagnoli e Elisa Giunipero curatori della raccolta-, ma appunto anche tramite le grandi narrazioni attraverso cui le relazioni tra Occidente e Cina vengono rappresentate, è più che evidente che la logica del conflitto non è una buona strategia per decodificare la realtà e ipotizzare la risoluzione dei problemi. Per ovviare a questo rischio, dalle proporzioni e conseguenze drammatiche e incalcolabili, e dimostrare che un approccio differente esiste, nasce questo libro Cina, Europa, Stati Uniti. Dalla Guerra fredda a un mondo multipolare, raccolta di saggi di autori sia occidentali che cinesi, fondamentale per iniziare a capire un mondo in rapida evoluzione in cui i centri di potere saranno frammentati e polarizzati e in cui Cina, Europa e Stati Uniti dovranno imparare a cooperare per affrontare le sfide che ci attendono. Nella prima parte i fatti vengono analizzati da un punto di vista storico, dalla genesi della guerra fredda, per passare alle relazioni della Cina con l’Occidente tra il 1949 e il 1978, e all’apertura al mondo esterno dal 1978 al 1989, fino alla caduta del Muro di Berlino che se vogliamo ha costituito uno spartiacque le cui conseguenze ancora influiscono sulla storia globale. La seconda parte, più articolata, contiene saggi che ci parlano del presente e delle sue sfide contingenti ad iniziare dal saggio di uno dei due curatori “Il conflitto delle narrazioni”, la cui importanza è evidenziata nell’introduzione. I temi trattati vanno poi dalle relazioni culturali e scientifiche, alla transizione ecologica, alla sinizzazione dell’industria digitale. Di importanza fondamentale poi il saggio dedicato a Taiwan di Lorenzo Lamperti, il possibile casus belli che grava su tutto lo scenario. Non da meno il saggio di Huang Jing che analizza la guerra in Ucraina e le sue conseguenze sulle relazioni internazionali dal punto di vista cinese. Abbiamo evidenziato la pericolosità di adottare una narrazione caratterizzata dalla logica del conflitto, ben due saggi del libro presentano alternative in cui è presente la possibilità di evitare lo scontro tra Occidente e Cina, sia dal punto di vista dell’Europa, e da quello della Chiesa cattolica, seguendo la strada del diaologo inaugurata dal Papa e dalla Santa Sede. Un dialogo necessita che dall’altra parte ci sia un interlocutore con cui confrontarsi senza minimizzare le difficoltà e le differenze di approcci e punti di vista. Per dimostrare coi fatti che questi interlocutori esistono anche dalla sponda cinese, il saggio si chiude con un’ interessante intervista al professor Ge Zhaoguang, una delle voci più autorevoli tra gli storici cinesi, dimostrazione pratica che anche in Cina ci sono seri tentativi di affrontare il discorso esulando da tesi puramente propagandistiche ma avviando un serio confronto tra il proprio punto di vista e altri punti di vista, sulla base di modelli e strumenti di una global history condivisa dalla comunità scientifica internazionale. Le difficoltà non sono ignorate e nè minimizzate, il forte antagonismo tra Cina e Stati Uniti esiste, e anche in Cina sono numerosi i pregiudizi e gli stereotipi che impediscono di comprendere il mondo occidentale. Tuttavia la strada della cooperazione resta l’unica percorribile perchè nessuno neanche una superpotenza può pensare al giorno d’oggi di affrontare da sola sfide globali come il cambiamento climatico o la trasformazione energetica. E di qui l’importanza di ridefinire un nuovo ordine internazionale che sia il più stabile e pacifico possibile.
Agostino Giovagnoli è docente di Storia della storiografia contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Per le edizioni Guerini e Associati ha curato i volumi: Pacem in terris. Tra azione diplomatica e guerra globale (2003), Un ponte sull’Atlantico. L’alleanza occidentale 1949-1999 (2004, con Luciano Tosi), Il mondo visto dall’Italia (2004, con Giorgio Del Zanna), La Chiesa e le culture. Missioni cattoliche e «scontro di civiltà» (2005), Paolo VI. Il Vangelo nel mondo contemporaneo (2018, con Giorgio Del Zanna).
Elisa Giunipero è docente di Storia della Cina moderna e contemporanea e direttrice dell’Istituto Confucio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Per edizioni Guerini e Associati ha curato i volumi: Un cristiano alla corte dei Ming. Xu Guangqi e il dialogo interculturale tra Cina e Occidente (2013), Cina e World History. Materiali didattici per lo studio della Cina nel contesto globale (2017), Uomini e religioni. Sulla via della seta (2018), Xu Guangqi e gli studi celesti. Dialogo di un letterato cristiano dell’epoca Ming con la scienza occidentale (2020).
Anche all’interno di una istituzione secolare molto formale come la Chiesa Cattolica il concetto di famiglia ha subito un’evoluzione. Se da un lato persiste la difesa della cosidetta famiglia tradizionale: due sposi, un uomo e una donna, e i loro figli, ci si è accorti che nuove sfide sono sorte per la Chiesa e per la società che vanno riconsiderate come le libere unioni, le famiglie ricostituite e le unioni tra persone dello stesso sesso. Don Simone Bruno nel suo libro Siamo sempre una famiglia? ci parla di queste sfide e inizia con il definire il concetto stesso di famiglia, per poi evidenziarne le sue vulnerabilità. La famiglia è davvero in crisi nel mondo contemporaneo? caratterizzato da criticità di ogni genere, dall’insicurezza lavorativa, alla difficoltà di incarnare ruoli che nel passato erano molto più definiti. Il libro procede per domande e per risposte e ci illustra una realtà in evoluzione da analizzare con sensibilità, tenerezza e affetto. L’uomo resta un essere sociale e le relazioni umane incidono profondamente sull’io personale e sulla ricerca condivisa della felicità. Tutti ambiscono a relazioni stabili, fedeli, e durature che permettano di crescere e maturare e affermare il proprio io in relazione a un noi di coppia, o di relazione padre/madre e figli, o fratelli e sorelle. L’aspirazione genitoriale resta un’esigenza primaria poi che si riflette in un mondo in evoluzione dove cambiando i capisaldi e i presupposti e cambiano anche le modalità di comportamento.
Simone Bruno, sacerdote della società San Paolo, è PhD in Psicologia della comunicazione presso l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari. Ha insegnato “Psicologia dello Sviluppo” presso la facoltà di Scienze della Formazione di Bari, dove ha svolto attività di ricerca sui legami di attaccamento madre-bambino. È co-autore di diverse pubblicazioni riguardanti i legami affettivi genitori-figli e lo sviluppo del bambino. È Direttore editoriale delle Edizioni San Paolo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Affiancare le famiglie fragili (Edizioni San Paolo, 2015), La reciprocità uomo-donna (TAU Editrice, 2017) e Siamo sempre una famiglia (Edizioni San Paolo, 2024).
Proprio quando l’Europa sta affrontando la più grave crisi dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi con tutte le incognite legate alla difficile composizione del conflitto tra Russia e Ucraina, che ormai si trascina da due lunghi anni e che da un momento all’altro può deflagrare in una imprevedibile escalation dalle conseguenze irreparabili, lasciamo per un attimo l’Europa, che a torto o a ragione non è il centro del mondo, per spostarci nell’Indo- Pacifico e analizzare forse il nuovo punto caldo del pianeta dove si giocheranno nei prossimi anni gli equilibri geostrategici mondiali. Parlo dell’isola di Taiwan con la sua capitale Taipei, isola posizionata a sole tre miglia nautiche dalla costa cinese, proprio di fronte al porto di Xiamen, nella provincia del Fujian e roccafòrte militare statunitense e baluardo della Cina non comunista. Dunque un’isola sentinella, con molte similitudini con la Cuba, a parti invertite, degli anni ’60. La Repubblica Popolare cinese non nasconde la sua volontà di riannetterla pacificamente al territorio cinese (come in tempi recenti è accaduto per Hong Kong e Macao) in conformità alla formula teorizzata da Deng Xiaoping di “un Paese, due sistemi”, gli Stati Uniti dal canto loro sono pronti a tutto per mantenerla come punto di appoggio per il controllo del Pacifico. Per cui è sicuramente di estremo interesse la lettura di Taiwan – L’isola nello scacchiere asiatico e mondiale dell’analista indipendente Giacomo Gabellini che con i suoi soliti acume e libertà di pensiero parte dall’analisi storica delle vicende che toccarono Taiwan per giungere, intrecciando i dati economici, politici e militari, a conclusioni personali e non prive di coerenza e originalità. I rapporti tra Washington e Pechino sono messi a fuoco e analizzati nel dettaglio, interessanti le pagine dedicate a Nixon e Kissinger e alla “diplomazia triangolare” culminata con la storica visita ufficiale a Pechino del presidente americano Nixon del febbraio del 1972 che diede l’avvio al riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese come stato sovrano e alla sua inclusione nelle Nazioni Unite (a scapito di Taiwan). Per la Cina Taiwan resta un affare interno cinese e tollera con molto fastidio le interferenze americane che si frappongono a questo, dai cinesi considerato inevitabile, ricongiungimento. Taiwan non ha solo una collocazione geostrategica unica, tanto da essere una vistosa spina nel fianco del colosso cinese, ma è di per sé una piccola potenza economica con centri all’avanguardia (soprattutto nel campo informatico) e capacità tecniche e scientifiche di prim’ordine. Stratega dell’avvicinamento se non dell’alleanza tra Stati Uniti e Repubblica Popolare cinese fu senz’altro Kissinger, abile tessitore di rapporti diplomatici, che comunque lasciò una porticina aperta con Taiwan negli accordi autorizzando il suo governo a rifornire l’isola di sistemi d’arma difensivi per pararsi le spalle da eventuali ripensamenti e gettando quel germe di incertezza che tuttora persiste e che il prof. Li Peng nella sua postfazione non esita a definire vera e propria interferenza statunitense negli affari interni cinesi stigmatizzando il suo ruolo attivo nell’ostacolare la riunificazione dell’isola con la Cina continentale. Il sostegno a Taiwan da parte degli Stati Uniti comunque non venne mai a mancare basti pensare che tra il 1950 e il 1962 gli Stati Uniti erogarono all’isola ben 4 miliardi di dollari di cui 1,5 destinati all’industrializzazione e 2,5 al rafforzamento dell’apparato militare. C’è da dire che ai vari richiami della Cina continentale a ricongiungersi con Pechino con tutte le concessioni del caso, Taipei ha sempre rispedito al mittente le proposte puntando al conseguimento di un’indipendenza anche formale da ottenere mediante l’istituzione di un nuovo Stato opportunamente “de-sinizzato”. Che non esistano rapporti di collaborazione tra Pechino e Taipei comunque non è esatto, basti pensare che le sinergie generate dalla complementarietà tra le strutture produttive taiwanesi e cinesi rendono in una prospettiva anche futura un apporto economico di tale entità che rende Taiwan irrinunciabile per la Cina continentale. Si arriverà mai a uno scontro diretto per il possesso dell’isola? Dio non voglia, un’invasione militare di Taiwan da parte cinese, seppur seguita anche a obiettive provocazioni statunitensi, segnerebbe una via di non ritorno con ripercussioni catastrofiche. Per ora il Dragone attende il momento opportuno per fare le sue mosse, sempre preferendo una via pacifica tra negoziati e sostegno popolare. Per ora la popolazione di Taiwan non sembra volerne sapere di un ricongiungimento con Pechino, ma le condizioni potrebbero cambiare, le alleanze rinsaldarsi e Washington accetterebbe di perdere Taiwan? Staremo a vedere nei giochi delle sfere di influenza che si verranno a creare nel Pacifico e avranno ripercussioni sul mondo intero. Insomma l’affare Taiwan non è così marginale come può sembrare, ma è al contrario da monitorare attentamente calibrando sviluppi e opportunità. Gabellini con il suo documentato saggio (ricca e aggiornata la bibliografia) getta una luce nella comprensione di queste dinamiche e lo fa con successo tanto da essere apprezzato e guadagnarsi la stima di un esperto dell’Istituto di ricerca di Taiwan dell’Università di Xiamen come il prof Li Peng che lo invita addirittura nella sua Università per confrontarsi con gli studiosi cinesi della maggiore e più nota istituzione accademica di ricerca su Taiwan tra le università cinesi.
Giacomo Gabellini (1985) è saggista e ricercatore specializzato in questioni economiche e geopolitiche, con all’attivo collaborazioni con diverse testate sia italiane che straniere, tra cui il centro studi Osservatorio Globalizzazione e il quotidiano cinese «Global Times». È autore dei volumi Ucraina. Una guerra per procura (Arianna, 2016), Israele. Geopolitica di una piccola grande potenza (Arianna, 2017), Weltpolitik. La continuità politica, economica e strategica della Germania (goWare, 2019), Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense (Mimesis, 2021) e Dottrina Monroe. Il predominio statunitense sull’emisfero occidentale (Diarkos, 2022). Vive a Terre Roveresche (PU).
L’uomo ha messo piede sulla Luna, ha scoperto la penicillina, ha inserito microchip nel cervello, ha creato l’Intelligenza Artificiale ma non è ancora riuscito a scoprire un modo per evitare la guerra. C’è andato vicino dopo la Caduta del Muro di Berlino ma è stata si può dire un’illusione, la fine della storia, con i suoi vecchi strumenti di governance, auspicata da Fukuyama non c’è stata, tanto meno la pax democratica. Come si spiega che esseri civilizzati e progrediti utilizzino ancora la guerra, come nell’antichità, come strumento di risoluzione delle controversie internazionali? Lei a questa domanda, in modo sintetico, che risposta si è dato?
Le guerre ci sono perché sono l’unico sistema, riconosciuto nei secoli e accettato da moralisti e da giuristi, per risolvere ciò che appare irresolubile, e che soltanto un certo strumento – tale è la guerra– ha la capacità di sciogliere. Verosimilmente si tratta anche di una modalità che promette di arrivare a una conclusione in modo più rapido: è ingenuo crederlo, ma tutti gli stati che si accingono a una guerra sono convinti che, tanto, la vinceranno. A parte che le cose vadano sovente in modo diverso, il grande errore che si compie avvicinandosi al “mistero” della guerra è di considerarla in se stessa, in quanto tale, come se fosse racchiusa in una trappola infinita e inarrestabile nel tempo. Ma le guerre non soltanto non scoppiano per caso, ma non nascono mai in un limbo nel quale sono tutte uguali, ma in un quadro politico-internazionale che le sostanzia. Si tratterà di conquiste territoriali o di ricerca di risorse naturali o di beni preziosi, eccetera. A Roma i inventò persino una guerra per la conquista delle donne. Desideri e passioni, preferenze e antipatie appartengono a tutti, così come tutti siamo capaci di usare violenza nei confronti deli altri, ma anche di sviluppare forme di coesistenza, di comprensione o di sopportazione.
In altri termini, siamo tutti capaci di fare del bene come il male. A decidere da quale parte penderà la nostra azione ( e/o quella dei governanti di tutti gli stati del mondo) sarà la cultura che ci siamo fatta, che non è altro che la formazione che abbiamo avuto, non uno per uno, ma tutti insieme, a partire dai pochi ma irrinunciabili principi generali che guideranno tutti noi a prendere decisioni di ordine collettivo e di valore universale.
Nel suo ultimo libro La guerra e il mondo, Carocci editore, sostiene che la guerra è un atto politico, decisa dalla politica, anzi più drammaticamente un fallimento della lotta politica. Ho trovato questa intuizione il fulcro del suo libro davvero illuminante. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, finita non dimentichiamo con due bombe atomiche sganciate sul Giappone, il desiderio, anzi la necessità di inventare strumenti atti al mantenimento della pace si è fatto impellente. L’ONU nelle piè aspirazioni di statisti e governanti avrebbe dovuto incarnare questo strumento. Perchè invece non c’è ancora riuscito? Pensa che in futuro riuscirà a essere un “governo” super partes con l’obbiettivo reale di mantenere la sicurezza mondiale? Pensa che raggiungeremo mai a questo stato di civiltà, senza scadere nell’autoritarismo e nella dittatura planetaria? Cosa ci si oppone?
Figli di Cicerone come siamo, pensiamo che quando una guerra scoppia il diritto universale debba tacere («inter arma silent leges»); ma poi, nipotini di Clausewitz, abbiamo ritenuto che la guerra non sia altro che la continuazione della politica con altri mezzi. In entrambi i casi, la politica non compare in gioco. E’ di fronte a questa tradizione che il ragionamento va ribaltato: la guerra che fa politica non è altro che lo strumento per la sua affermazione. Le guerre distinguono e separano vincitori da vinti, e trovarsi dall’una o dall’altra parte è un dato politico ben più che strategico. Gli stessi – pochi – successi dello spirito di pace che nei secoli si sono affermati e che più recentemente sono riusciti a dare vita a grandi istituzioni giuridiche pacifiche, sono derivati da azioni di carattere politico – ricerca dell’eguaglianza, giustizia, democratizzazione dei rapporti, prevenzione dei conflitti internazionali – che hanno trovato la loro via in termini di dibattiti e compromessi – sempre politica è! Ovvero, la pace non è impossibile ma dipende da una politica di pace. Nulla è necessitato in questo ambito, tutto è possibile. Ogni svolta discende dalla nostra capacità di fare buona politica.
Un’altra intuizione contenuta nel suo libro è il fatto che la guerra non è mai un atto irrazionale, un atto di follia. Anzi al contrario chi la dichiara ha sempre degli obbiettivi concreti da raggiungere e l’uso spregiudicato delle armi, sempre più tecnologiche, è sempre funzionale a degli obbiettivi strategici da perseguire con l’ottenimento della vittoria e dell’imposizione allo sconfitto delle proprie condizioni. Il sacrificio di vite umane, la sofferenza dei civili inermi, non addestrati a uccidere come i militari, è posto come inevitabile e forse spietatamente giudicato irrilevante contrapposto al nuovo sistema di cose che si verrebbe poi a creare terminata la guerra. Ci sono scienze che studiano la guerra, le scienze strategiche, e la salute mentale dei militari e dei governanti è monitorata continuamente. Dunque la guerra è frutto solo di pragmatismo e calcolo?
Mettiamo da parte, innanzi tutto, il vecchio pregiudizio secondo cui la semplice esistenza di armi e lo sviluppo di nuovi armamenti (dalle mascelle dei bisonti nella preistoria alle bombe termonucleari) abbiano qualche influenza sulla guerra: sono strumenti di vittoria e – quando non usate – paradossalmente diventano ben più che strumenti di difesa perché svolgono funzioni fondamentali di minaccia e di dissuasione. Per essere chiari, non è detto che se non si producessero più armi non si farebbero più guerre. E poi: se la guerra è (anche) politica, ovviamente sarà anche razionale: nessuno ha mai intrapreso una guerra senza buone speranze di vincerla. La guerra è una forma di estremismo: per evitare la sconfitta qualsiasi governante butterà in campo tutte le risorse di cui dispone, anche a costo di sacrificare vite umane e di causare – come sempre succede, in tutte le guerre – danni collaterali: bombardamenti su edifici civili, stermini etnici, anziani donne bambini brutalizzati, villaggi o risorse date alle fiamme (i cosiddetti danni collaterali)… In tutte le guerre della storia, antiche o recenti, ci sono stati, stupri, maltrattamenti, violenze di ogni genere. Il sacrificio di vittime umane non combattenti e non belligeranti è uno degli aspetti oggettivi dell’azione bellica. Non si può continuare a nobilitare la guerra nei suoi eroismi, nelle grandi battaglie, eccetera, perché essa è invece – e lo sappiamo bene tutti – la macchina della distruzione e della devastazione. Che la si possa considerare giusta o ingiusta è poi tutt’un’altra questione.
Due anni fa è scoppiata in modo conclamato la guerra tra due stati la Russia di Putin e la Ucraina di Zelensky, guerra che si trascinava a bassa intensità da diversi anni. Senza volere analizzare nello specifico il conflitto e le sue cause, anche remote, possiamo dire che la Russia ha visto minacciati i suoi confini e gli interessi delle popolazioni di lingua e cultura russa presenti sul territorio ucraino e ha letteralmente invaso quel paese per annettersi con la forza quei territori. L’Occidente non è stato a guardare e pur se l’Ucraina non faceva parte della NATO è intervenuta sostenendo economicamente e militarmente il paese invaso, senza dichiarare mai guerra formale allo stato russo. Insomma è una guerra combattuta per interposta persona. Sintetizzo in modo molto grossolano naturalmente, ma per chiederle una cosa molto semplice: dopo questa guerra il baricentro degli equilibri internazionali si è spostato definitivamente sempre più a Est? Putin con il suo solito pragmatismo camaleontico, sarà la Storia a giudicarlo, ha deciso di porsi con l’Oriente e la Cina, dimenticando le radici occidentali del paese sconfinato che governa. E’ corretta questa analisi? E’ un errore strategico secondo lei, a prescindere dalla considerazioni morali ed etiche?
La crisi nella quale ci dibattiamo oggigiorno era iniziata all’inizio del 2014, senza che nessun grande stato del mondo se ne fosse preoccupato. Di lì è discesa la nuova guerra del 2022, i cui danni sono immensi, non solo per quel che sta succedendo sul piano militare ma anche per il potenziale di trasformazione della politica internazionale del futuro che sprigiona. E dire che, nel caso specifico, l’ascesa al potere di Putin fin dall’inizio del nuovo millennio era stata osservata nel mondo come un qualche cosa di marginale e privo di pericolosità: la grande politica internazionale si stava occupando di ben altro, lasciava fare a personaggi che vanno da Putin a Kim Jong-un… e tanti altri., ritenuti insignificanti. L’Occidente si era richiuso nella torre d’avorio che si erano costruita, dopo la vittoria contro il comunismo internazionale, e che doveva garantirgli pace e democrazia. Ma come tutti i fiori delicati, se non li concimi, non li bagni e li trascuri, la democrazia incominciò a invecchiare e invece di crescere impallidisce e si avvizzisce tanto da renderci tutti indifferenti. E se qualche stato non voleva la democrazia, beh, in fondo, l’importante era che i nostri affari (rectius, la finanza capitalistica internazionale) continuassero a svilupparsi.
Il mondo del dopo-guerra fredda si è addormentato, ma il suo risveglio è stato tutt’altro che sereno e compiaciuto. Una specie di ritorno al passato scorre davanti ai nostri occhi, come un film.
E la guerra di Gaza indebolirà Israele? In che posizione si pone nel contesto internazionale e nell’evoluzione del processo di pace in Medio Oriente?
Due grandi guerre, almeno, ci hanno fatto facendo sentire le le trombe di battaglia. Non che fossero sole, Ucraina e Gaza, ma sconvolsero le abitudini acquisite, e ora assurgono a funzioni simboliche. Si pensava che la Russia sarebbe crollata sotto la sua stessa arretratezza – ma così non è stato. Si poteva ritenere che – seppure con alcuni gravissimi difetti – lo Stato di Israele sarebbe riuscito a contenere le proteste palestinesi – ma così non è stato.
Queste due drammatiche storie sono in un certo senso “inutili”, nelle dimensioni assunte, e restano comunque come la dimostrazione che le illusioni devono cadere, e che il mondo – per dirla alla buona e sinteticamente – ha bisogno di una grande rinascita culturale, rivolta alla spiegazione di come funzioni il mondo e di come lo si potrebbe rimettere in sesto (ma questi sono problemi troppo ampi per essere discussi alla breve). Il mio ultimo libro, Guerra e mondo, avrebbe o ha lo scopo di riscoprire le fondamenta della nostra compresenza in un solo e stesso mondo che non richiede necessariamente morte e violenza. Suggerirei che un buon punto di partenza sarebbe la denuncia dell’ignavia del mondo ricco, democratico e pacifico che aveva considerato i due casi – Ucraina, Gaza – come largamente insignificanti, di quelli che finiscono per aggiustarsi d soli…
La morte di Aleksej Anatol’evič Naval’nyj ha creato molta sensazione in Occidente, incarnava l’ideale di una Russia nuova, democratica, giovane, tesa a mantenere rapporti pacifici con l’Occidente. A prescindere da un giudizio politico della figura, forse anche marginale, di Naval’nyj accusato dai suoi detrattori di essere xenofobo, militarista e con tendenze neonaziste, lei che idea si è fatto di questo giovane uomo sicuramente coraggioso e idealista che ha pagato con la vita, ricordiamolo aveva solo 47 anni, il suo impegno politico? Avrebbe potuto rappresentare davvero una figura carismatica incarnante il futuro delle nuove generazioni della Russia? La sua morte cosa porterà a livello di immagine nei confronti di Putin? Alimenterà in Russia il dissenso, in prospettiva delle elezioni di marzo?
A Naval’nyj è successa la stessa cosa che era già successa non soltanto nella storia universale ma anche più specificamente nella Federazione Russa: Putin ha operato allo stesso modo in molti altri casi, che non suscitarono più che le solite proteste dei benpensanti occidentali, che andarono poi a sgonfiarsi con il passar del tempo.
Ma la vicenda umana di Naval’nyj è stupefacente se non addirittura incomprensibile: il suo ritorno in Russia dopo che era stato perseguitato dalla polizia segreta russa ha dell’inspiegabile. Come poté non capirlo e prevederlo? Evidentemente, però, Naval’nyj era consapevole dei rischi che correva. Possiamo dire che il suo comportamento sia stato eroico e ammirabile; ma nello stesso tempo dovremo ammettere – e l’avrebbe dovuto fare anche Naval’nyj – che il suo gesto non poteva appoggiarsi su un movimento di ribellione capace di paralizzare Putin o addirittura di cacciarlo dal potere.
Che tutto ciò sia successo non fa che aggiungere un po’ di preoccupazione per il futuro delle vicende umane, strette come paiono essere tra indifferenza e crudeltà. Non una bella notizia…
Grazie della sua disponibilità e come ultima domanda le chiederei se sta lavorando a nuovi testi o La guerra e il mondo è il suo ultimo libro. Grazie.
Spero di riuscire ancora a lavorare, anche se alla mia età tutto diventa più incerto, insicuro e complicato. Di più non so dire, anche se conosco i miei desideri e le mie intenzioni.
Dopo due dolorosi anni di guerra lo scontro tra Russia e Ucraina sta volgendo inevitabilmente al termine. Anche al Pentagono sanno che le perdite ucraine, nonostante il grande impegno nella loro guerra di liberazione, sono ingenti e gli aiuti internazionali iniziano a declinare. Dove si è spostato il fronte? In che tempi stima la risoluzione del conflitto?
Attualmente, i due contendenti, si fronteggiano lungo una linea che va da sud, Odessa, fino a nord, poco distante dalla città di Belgorod. Dopo l’esaurirsi della controffensiva ucraina dello scorso maggio, l’iniziativa è in mano ai russi che stanno utilizzando le riserve.
Errori tattici sono stati commessi da entrambi gli schieramenti, quali sono i più significativi dell’esercito ucraino e di quello russo? L’esercito russo comunque avendo i canali di approvvigionamento dietro al fronte partiva inevitabilmente avvantaggiato, sicuramente questo ha contribuito all’andamento della guerra, è corretto?
Possiamo dire che gli errori di Kiev sono stati strategici. L’Ucraina costituisce uno stato cuscinetto, era impensabile che si prestasse ad alleanze con gli Stati Uniti senza che il Cremlino intervenisse. I russi hanno commesso degli errori tattici, ma dispongono di capacità produttive (nel campo degli armamenti) sconosciute a noi europei. Poi i grossi problemi nella logistica, all’inizio della guerra, sono stati in parte sanati. Ricordiamo che è solo grazie al fondamentale sostegno Occidentale che gli ucraini possono continuare a combattere.
Che probabilità reali ci sono che l’Ucraina di Zelensky ribalti la situazione e vinca la guerra con Mosca recuperando i territori perduti e i confini territoriali ante 2022? La completa dissoluzione dello stato ucraino come l’abbiamo conosciuto fino adesso, dalla fine della seconda guerra mondiale perlomeno, è il reale obiettivo di Mosca?
Non ne ha! Per Kiev ormai la guerra è perduta, c’è solo la strada della trattativa. Il reale obiettivo di Mosca, ovvero le possibilità che ha, collima con la creazione di una zona cuscinetto lungo la sponda orientale del fiume Dnipro, altro non potrebbe fare.
Parliamo ora delle intercettazioni dei militari dell’Aeronautica tedesca diffuse dai media russi. Ma il personale militare non ha canali di sicurezza per le comunicazioni? Questa intercettazione è stata secondo lei fatta trapelare in modo strategico o c’è stata una reale falla nella sicurezza? Insomma ora Mosca può presentare all’ONU prove concrete di un coinvolgimento diretto di Germania e Gran Bretagna, paesi NATO, nella guerra in Ucraina. Che peso stima abbia questo fatto sull’andamento della guerra in termini di escalation ed estensione del conflitto?
L’Europa è coinvolta da due anni ormai. Con la fornitura di armamenti, con l’addestramento delle forze ucraine, con le sanzioni economiche. La Russia non aveva bisogno d’altro.
“Se cade l’Ucraina, veramente credo che la Nato dovrà combattere con la Russia“. E’ quanto ha detto il segretario alla Difesa Usa, Lloyd Austin. Macron in un suo discorso mette nel conto l’invio di truppe in Ucraina, stessa cosa la Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, che in un suo discorso invita a prepararsi alla guerra con la Russia. Le intercettazioni poi degli alti militari tedeschi, che tanto hanno impensierito Mosca, parlano di piani specifici per colpire il territorio russo. Se l’Ucraina viene sconfitta, la Nato farà davvero guerra alla Russia, secondo lei? O sono solo minacce per spingere Mosca ad accettare piani di pace più vantaggiosi per l’Ucraina, nonostante si trovi militarmente in vantaggio?
Si tratta di una favoletta. Prima del 24 febbraio del ’22 l’Europa aveva ottime relazioni con la Russia, per fare un esempio l’Italia aveva uno scambio nel settore alimentare pari a un miliardo di euro all’anno. Mosca non ha né i mezzi né la volontà, né tanto meno l’interesse di attaccare l’Europa occidentale. Si tratta del solito espediente di Washington finalizzato ad avvicinare ancora di più gli stati europei alla causa atlantica.
Il Rappresentante Speciale del Governo Cinese per gli Affari Eurasiatici, Li Hui, è giunto in tutta fretta a Kiev il 7 marzo 2024 per la seconda fase della sua missione diplomatica di ricerca di una soluzione politica alla crisi in Ucraina. Cosa ne pensa? Ha possibilità di riuscire? E’ possibile che il diplomatico cinese abbia proposto una resa tattica e l’avvio di negoziati di pace prima che la situazione precipiti destabilizzando ancora di più l’Ucraina, magari con la mediazione cinese?
Solo Washington può indurre l’Ucraina ad avviare negoziati con i russi.
Putin non vuole sedere a un tavolo delle trattative di pace con Zelensky. Ha una posizione in campo tale da poter pretendere davvero questa condizione? Le dimissioni di Zelensky e del suo governo, eventualmente, potrebbero essere una condizione per l’avvio di negoziati prima di una completa capitolazione ucraina?
Sicuramente potrebbero rappresentare un primo passo verso quella direzione.
Questa guerra è un reale scontro tra Occidente libero e Est del mondo autoritario? In gioco ci sono davvero le libertà fondamentali di noi occidentali come sostiene da tempo Washington?
In gioco c’è la supremazia americana sull’Europa.
A livello militare e di intelligence che vantaggi ha tratto la Cina dalla guerra in Ucraina? Sicuramente l’Occidente non ha spiegato militarmente tutto il suo potenziale ma un indebolimento militare della Russia e di conseguenza anche degli USA fa gioco alla Cina?
Il potenziale occidentale esiste solo nella misura in cui gli americani lo vogliono esprimere. Non parlerei di un indebolimento militare degli americani, piuttosto parlerei di ulteriore perdita di credibilità.
Per alcuni bisogna solo aspettare novembre e con la possibile rielezione di Trump si potrà siglare finalmente il tanto sospirato trattato di pace con la Russia. E’ un reale scenario politico e militare? Sempre che Zelensky non accetti la mediazione vaticana e issi una simbolica “bandiera bianca” ovvero dichiari la resa con l’onore delle armi e il sostegno nelle trattative di pace dell’Occidente magari con la promessa di entrare se non nella NATO, almeno nella Comunità europea. Anche questo è uno scenario possibile a breve, secondo lei?
Non darei eccessivi poteri al presidente americano. Zelensky è alla mercè degli americani, accetterà solo una decisione di Washington.
Esisterà mai un mondo nuovo senza più guerre? A questa domanda sembra non ci sia risposta certa sebbene tra il 1985 e il 2005, ovvero tra la caduta del Muro di Berlino e l’attacco alle Torri Gemelle e l’inizio della grande crisi finanziaria questa speranza c’è stata, concreta, la creazione di un mondo nuovo, l’era della pax democratica che avrebbe abolito per sempre le guerre e le risoluzione delle crisi internazionali con l’uso della forza e delle armi. Ma così non fu: di guerre nel mondo ce ne sono numerose e di nuove continuano a scoppiare quasi ininterrottamente dalla recente guerra in Ucraina, scoppiata due anni fa, alla ancora più recente guerra di Gaza in Medio Oriente, che tra guerra, fame e malattie potrebbe uccidere oltre 85 mila palestinesi. La guerra è morte, orrore, distruzione, uccisione indiscriminata di civili, e più contenutamente di militari, non ci sono altre definizioni per definirla ed è un atto barbaro ma razionale e ponderato, una continuazione della politica con altri mezzi, e in questo sta tutto il suo potere deflagrante e non onostante tutto razionale. Che la guerra sia un atto politico, decisa dalla politica, è il fulcro del saggio La guerra e il mondo di Luigi Bonanate, Carocci Editore 2023. Chi pondera un atto di guerra si pone degli obbiettivi da raggiungere, che siano conquiste territoriali o il mero indebolimento del nemico, e li persegue ostinatamente finchè non li ottiene e può dirsi soddisfatto proclamando la sua vittoria. Così era nel passato, così è oggi con armi sempre più tecnologiche fino all’ultima incognita di un conflitto nucleare globale che non porrebbe ne sopravvissuti nè vincitori ma la semplice e definitiva estinzione del genere umano. Dopo due guerre mondiali sanguinose con i suoi milioni di morti la guerra moderna ha raggiunto stadi di evoluzione impensati e sembra non passare mai di moda. Perchè le guerre scoppiano, perchè si combattono, quando si raggiunge lo stato di sospensione del conflitto chiamato proditoriamente pace? Su queste domande si interroga il professore emerito Luigi Bonanate con la saggezza raggiunta dopo una vita impegnata a studiare e analizzare le Relazioni Internazionali nel suo svolgersi e nel suo esplicitarsi. La guerra sembra illuminare il mondo, ovvero sembra delineare i suoi processi di sviluppo a un prezzo altissimo e apparentemente anti economico. La guerra non brucia solo vite umane ma infrastrutture, armi costosissime, impedisce l’accumulo e la produzione di ricchezze e di beni, è insomma fatta per essere breve e risolutiva e invece contrariamente quando una guerra scoppia non si sa mai quando la diplomazia riprenderà il sopravvento e si tornerà a un tavolo delle trattative per la stila del trattato di pace. Le guerre si trascinano per anni, e sia vinti che vincitori alla fine sono più poveri di prima. E allora perchè continua ad essere uno strumento politico utilizzato nel mondo moderno? Non dovremmo aver raggiunto uno stadio di evoluzione, come specie umana, in cui questo mezzo antieconomico e intrinsecatamente immorale fosse definitivamente bandito? Il professore Bonanate studia la guerra e i motivi che la determinano per comprendere se mai questo sarà possibile e pur con tutta la buona volontà e il buon senso conclude che la guerra è politica, anzi è il fallimento della lotta politica. Perchè una sola cosa non è cambiata mai: la morte. La guerra è prova di debolezza, se non addirittura di incapacità e inferiorità. Ultimo progresso del genere umano sarà abolire la guerra, ma finora non c’è ancora stato.
Luigi Bonanate è professore emerito di Relazioni internazionali all’Università di Torino e socio dell’Accademia delle Scienze di Torino. Tra i suoi scritti, Etica e politica internazionale (Einaudi, 1992); I doveri degli stati (Laterza, 1994); Il terrorismo come prospettiva simbolica (Aragno, 2006).
Come un fiore di ciliegio nel vento, titolo originale A daughter of the Samurai, è l’opera letteraria più conosciuta di Etsu Inagaki Sugimoto(1874-1950), un memoir ricco di fascino e poesia che raccoglie i ricordi di una donna straordinaria che ha vissuto tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’epoca di passaggio tra la fine del Giappone feudale e la modernità dell’Occidente con le sue libertà e la sua intraprendenza. Etsu nacque a Nagaoka nel profondo nord del Giappone, caratterizzato da inverni molto rigidi e nevosi in una famiglia di samurai di alto rango e visse la crisi di quel mondo e l’affacciarsi alla modernità. La rigida educazione impartita dal padre, temprata dalla dolcezza e dalla forza di carattere trasmessa dalla madre, le permetteranno di attraversare l’oceano e andare in sposa giovanissima a un amico del fratello trasferitosi negli Stati Uniti. Dal matrimonio con Matzuo Etsu avrà due figlie, Hanano e Chiyo, di cui dovrà occuparsi da sola alla morte del marito e al suo ritorno in Giappone come umile vedova. Ricco di aneddoti, ricordi, leggende buddiste e shintoiste e tocchi di vera poesia caratterizzata dal grande amore per la natura del popolo giapponese, questa autobiografia ci svela una cultura per molti versi ancora misteriosa fatta di riti, consuetudini e tradizioni, dove i sentimenti non sono meno autentici solo più velati e accennati e sorretti da un rigore morale che fa sempre prevalere il dovere e l’accettazione a regole e dettami alla propria individualità. Il culto degli antenati, gli insegnamenti di Confucio impartiti da un bonzo non impediscono a Etsu di diventare cristiana e abbracciare la nuova religione venuta dall’Occidente. Sintesi perfetta dell’incontro di due mondi la sua vita ci testimonia quanto Oriente e Occidente siano fatti per comprendersi e completarsi a vicenda. Oltre che per il valore storico anche il pregio letterario e artistico fa di questo romanzo autobiografico straordinario un’opera forse unica. Uscito nel 1925 a New York, arriva per la prima volta oggi in Italia tradotto da Roberta Zuppet.
Etsu Inagaki Sugimoto nasce in una famiglia di samurai all’indomani dell’era Meji, che vede il Giappone aprirsi al resto del mondo dopo secoli di isolamento. Ha ventiquattro anni quando un matrimonio combinato la porta negli Stati Uniti: è l’inizio di una nuova vita, lontana da tutto ciò che poteva immaginare, che la giovane donna affronta con grande determinazione. Nel corso degli anni Etsu comincia a scrivere articoli sul Giappone, prima per i giornali locali di Cincinnati, poi per il magazine Asia. Dopo aver trascorso un altro periodo nella sua terra natale, decide di stabilirsi definitivamente a New York, dove diventa docente di lingua e cultura giapponese presso la Columbia University. La sua opera più famosa resta A Daughter of the Samurai (1925), un classico della letteratura femminista qui proposto per la prima volta in Italia.
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Parole e immagini per raccontare il popolo palestinese sotto le mura di Gerusalemme. Il volume raccoglie gli scatti di Tano D’amico e i versi di Mahmud Darwish, Najwan Darwish, Raymonda Hawa Tawil, Yousef Al Mahmoud, Salma al Khadra al Giayyusi, Tawfiq Zayyad, e alcuni scritti di Tano D’Amico. Foto in bianco e nero di grande suggestione dove sono ritratti soprattutto bambini nelle loro faccende quotidiane, a scuola, mentre giocano, in compagnia delle loro madri. Alcuni sorridono tra le macerie o fanno il segno di vittoria, altri osservano muti lo sfilare di un funerale. C’è Versetti bambina che sorride alla macchina fotografica di cui la tragica storia forse apprendiamo per la prima volta, c’è una ragazzina coi fratellini e l’aria adulta. Sotto le mura di Gerusalemme di Tano D’Amico, Mimesis edizione ci ricorda che i bambini ci guardano e saranno gli adulti di domani sempre che gli consentiamo di crescere.
Tano D’Amico, forse il fotografo più amato dai movimenti che per più di mezzo secolo hanno lottato per dare un volto nuovo al nostro Paese, ha realizzato, tra gli altri, reportage in Palestina, Grecia, Irlanda, Germania, Svizzera, Spagna e Portogallo. Con Mimesis ha pubblicato Fotografia e destino (2020), Misericordia e tradimento (2021), Orfani del vento (2022).
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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