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:: Un’intervista con Daniele Cellamare, autore di Takeko – Storia di una samurai a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2024

Buongiorno professore, bentornato su Liberi di scrivere. Esce domani, per Les Flaneurs Edizioni, il suo nuovo romanzo Takeko – Storia di una samurai, ce ne vuole parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Quando scelgo gli argomenti da trattare guardo sempre con attenzione le pagine di storia meno conosciute e la figura di Takeko rientra sicuramente in questa categoria.

Ci porta nel Giappone di metà ottocento. Un periodo storico molto particolare, ce ne vuole parlare?

Un periodo intenso e drammatico. Dopo quasi trecento anni di sistema feudale rappresentato dallo Shogun (dal 1603 al 1868), il Sol Levante cambia pagina con l’imperatore Meji che ripristina l’autorità imperiale e avvia il paese verso la modernizzazione.

Takeko, la protagonista, è una donna coraggiosa e determinata in un mondo in cui non c’era molto spazio per le donne. Come riuscì a farsi strada?

Per questa giovane donna non è stato facile, ha dovuto vincere le resistenze degli altri samurai ed è riuscita a farlo solo con una forza di volontà incredibile, un obiettivo raggiunto faticosamente con duri allenamenti e grandi sacrifici.

E’ un personaggio realmente esistito, ho trovato molto materiale in rete, lei come si è documentato? Su che testi?

Ahimè, gli autori di romanzi storici non amano svelare i loro piccoli segreti. Comunque ho utilizzato una storiografia (coeva e successiva) quasi completa su questo personaggio. Un lavoro durato un paio di anni.

Ha un’approfondita conoscenza della cultura e dei termini tecnici legati alle armi e ai testi poetici. Come è nato il suo amore per il Giappone e questa cultura così diversa dalla nostra?

Inutile dire che il Giappone è un paese misterioso e affascinante. I miei studi sull’Estremo Oriente, prima politici e dopo sociologici, mi hanno avvicinato a questa realtà così lontana e mi hanno spinto ad approfondire quella cultura.

Era usuale che i maestri adottassero i loro allievi? Perchè Takeko accetta nonostante sia molto legata al padre naturale?

Si, era una prassi molto consolidata e Takeko non ha fatto altro che conformarsi alla tradizione (ma sempre con l’approvazione del padre).

L’amore per il giovane Nakamura Yakumo è molto romantico e legato ai dettami di onore e di lealtà tipici del Bushido. Anche questo è un dato storico, era veramente il suo promesso sposo? E dove ha trovato la leggenda che narra come sono legate tra loro le anime gemelle?

Storicamente, il giovane è stato proposto a Takeko per un possibile matrimonio, ma lei ha rifiutato l’offerta. Non conosciamo ufficialmente i motivi, ma mi era piaciuta l’idea che la ragazza ne fosse innamorata e che avesse rifiutato solo per realizzare il proprio sogno di diventare una guerriera per difendere e salvare i suoi ideali. Il Giappone è pieno di leggende e questa dei fili d’oro tra gli innamorati mi è piaciuta molto.

E’ una storia di per sé tragica ma narrata con molta eleganza, competenza e anche poesia, perché non ha scelto uno stile più drammatico?

Proprio perché questa storia è drammatica. Ho preferito ingentilirla con i poemi epici, le leggende romantiche e i fiori di ciliegio. Se vogliamo, contrasti sempre ricorrenti in Giappone.

E’ una storia che anche i ragazzi possono leggere, caratterizzata da uno stile semplice e di piacevole lettura. Ha avuto contatti per traduzioni all’estero?

Ancora no, ma spero di averli presto. Il mio romanzo La Carica di Balaklava è stato già tradotto in Spagna e non escludo che anche Takeko possa essere apprezzata all’estero. Dita incrociate!

Grazie della sua disponibilità, come ultima domanda le chiedo se ha in progetto la scrittura di un nuovo libro, e se può anticiparci qualcosa?

Grazie ai lettori di Liberi di Scrivere, e solo per loro e in via eccezionale, posso anticipare che il mio prossimo romanzo sarà ambientato tra le fredde tundre della Siberia del Settecento.

:: Un’intervista con Caterina Mortillaro, autrice di Kali Yuga, a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2024

Caterina, grazie per aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. È vero che vivi a Praga in questo momento?

Grazie a te per l’opportunità. Da ragazza ho studiato Lettere classiche: latino, greco filologia. Non ero una studentessa modello, ma amavo molto l’antichità. Poi ho iniziato a insegnare e siccome collaboravo con una rivista che si occupava di mondialità, mi sono iscritta ad Antropologia culturale. Mi è piaciuto così tanto che ho fatto persino il dottorato. Ho fatto anche un corso di sceneggiatura alla Luchino Visconti.

Sì, vivo a Praga. Sono qui con un programma ministeriale per insegnare l’italiano in un liceo bilingue statale ceco. Dovrei restare altri quattro anni. A volte ho una gran nostalgia dell’Italia, ma mi trovo abbastanza bene. Ci sono mille cose da fare, sembra di vivere in una cartolina e ho vari amici di nazionalità diverse. Ho avuto anche l’opportunità, grazie all’Istituto Italiano di Cultura, di conoscere artisti, scrittori, scienziati e persino quattro astronauti. Insomma, mica male.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Probabilmente grazie al fatto che mia madre leggeva per me ogni sera. O forse perché avevo una prozia scrittrice. Mi affascinava, fin da bambina, l’idea di poter vivere molte vite con la fantasia, scrivendo. E leggendo. Sono stata una lettrice vorace.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Arduo a dirsi. Sono imbevuta di letteratura classica, ma mi sto impegnando a leggere i contemporanei. Non ho ancora deciso se ce n’è uno che preferisco in modo netto. Magari apprezzo delle cose e altre mi lasciano più fredda. Come membro della giuria dello Strega, quest’anno ho avuto una panoramica ampia di ciò che è ritenuto letteratura in Italia e sono rimasta un po’ delusa, ma ho anche imparato molto.

Hai pubblicato nel 2021 Kali Yuga, ora ripubblicato in versione digitale con Delos Digital, un thriller fantascientifico esoterico. Ce ne vuoi parlare?

Kali Yuga nasce da una conferenza cui ho assistito al Mufant di Torino in cui si parlava di un libro di “protofantascienza”, per così dire, della Belle Epoque. Un libro ritrovato fortunosamente nei meandri di una biblioteca. Ho cominciato a fantasticare sul fatto che un libro di allora avrebbe potuto descrivere davvero il nostro presente. Ci ho messo dentro la mia conoscenza dell’India e, paff!, ecco l’idea di Kali Yuga. Oltre ai miei studi sull’India, per il dottorato, mi ha aiutata molto il fatto che la maggior parte dei luoghi li abbia visitati nella realtà. Mi piace molto inserire dettagli olfattivi e visivi il più possibile vividi, che creino un effetto di verosimiglianza.

Tutto inizia con il ritrovamento di un libro in una bottega antiquaria. Ci vuoi parlare di questo testo? È pura fantasia o si basa su testi realmente esistenti?

Il libro di Ermes Anastasi è una finzione letteraria, ma sono sicura che esistono romanzi di fantascienza dimenticati molto interessanti. Se invece ti riferisci ai testi che cito, come i testi base della Teosofia, gli Atharvaveda e le loro traduzioni, o Sultana’s Dream esistono davvero. Tra l’altro Sultana’s Dream compare in DiverGender, l’antologia sul genere e la fantascienza curata da me e Silvia Treves. Quando scrivo sono molto attenta alla parte di ricerca. La fantasia si fonde con la realtà. Sta poi al lettore decidere se leggere il libro con Google a portata di mano per verificare se le citazioni sono vere o inventate.

C’è anche una storia d’amore. Puoi parlarci di Giulia e Florien?

Non vorrei che i lettori mi tacciassero di scrivere Harmony travestiti da fantascienza. Posso solo dire che Florien è piaciuto molto al pubblico femminile. È un uomo affascinante, razionale, profondamente onesto. Purtroppo, appartiene a due mondi: la Francia razionalista e l’India. Questo a volte lo pone in lotta con sé stesso e le proprie origini. Un altro aspetto importante di Florien è che non accetta di essere guidato dal Fato. Vuole essere il protagonista attivo della propria vita.

Quanto a Giulia, è una donna moderna, intelligente, innamorata del suo lavoro, disincantata relativamente all’amore. È più disposta di Florien a buttarsi nelle cose, a vivere le emozioni, ma con un gran paracadute pronto per ogni evenienza. Il loro rapporto è segnato dal destino, ma ha anche elementi di grande attualità, come la difficoltà a impegnarsi.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger o critici a recensire donne che scrivono di fantascienza?

Noto una ritrosia generale nel recensire noi autori (uomini o donne) che pubblichiamo con editori… non grandi. Inoltre ci sono i gruppi, gruppetti, fratrie e sorellanze, che se la cantano e se la suonano gli uni con gli altri e ignorano quelli esterni al “clan”. Ma ormai sono giunta alla conclusione che scrivo perché ho voglia di farlo e perché ho delle cose da dire. Se non mi recensiscono, ci rimango male, ovvio, perché scrivere è comunicazione e un feedback è importante. Ma è inutile deprimersi. Certo, se la gente stronca per passare il tempo, allora un po’ mi vorticano le eliche.

Le donne stanno sbaragliando la fantascienza ormai. L’importante è che non debbano snaturarsi per piacere anche al pubblico maschile. A volte sento dire che le donne sono troppo descrittive, troppo attente all’interiorità, ai sentimenti, mentre i maschi sono più diretti e scrivono libri più veloci, più d’azione. Questa gente evidentemente non ha mai letto i grandi autori del passato. Ognuno scriva come vuole, secondo la sua sensibilità, quale che sia il suo genere. Non esistono regole di genere nell’arte.

Sono molto curiosa, cos’era la Società Teosofica Internazionale? Esiste ancora?

Certo! Esiste eccome. Hanno un sito, una newsletter, fanno incontri e corsi in molte città e convegni internazionali. È nata nei primi del ‘900 come filosofia capace di conciliare religioni diverse, misticismo e scienza. Tra i suoi affiliati ci sono stati personaggi molto importanti del panorama culturale dell’epoca: artisti, scrittori, scienziati, politici. Ha visto un declino perché molto osteggiata dalla Chiesa e dai benpensanti, ma non è mai morta.

Quanto ti ha richiesto il periodo di documentazione? Che testi hai consultato?

Di solito mi documento in itinere, quindi non saprei quantificare. Ho consultato di tutto. Molto utile è stata anche la mailing list di RISA, Religions of India and Southern Asia, un gruppo di studiosi di tutto il mondo. A un certo punto mi ero fissata che volevo la lista delle imprese italiane operanti a Chennai all’epoca di Anastasia Bagliotti, ma ho trovato solo indicazioni di massima. Lo stesso cognome Bagliotti appartiene a una famiglia nobile ormai estinta.

Il tuo amore per l’India è palese. L’hai visitata? Cosa ti ha colpito di più del paese indiano?

Sono stata in India tre volte, in posti non turistici, soprattutto per le mie ricerche accademiche, e vorrei tanto tornarci per un tour. L’India è un paese strano, che amo e al tempo stesso mi crea qualche problema per la mentalità di alcuni Indiani, per il grande divario sociale ed economico, per le caste, per una certa religiosità superstiziosa. Ci sono tante cose che non vanno, ma al tempo stesso ci sono cose di straordinaria bellezza e una cultura così ricca che non basterebbero tre vite per conoscerla tutta.

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Domanda difficile. Che intendi per esordienti? Mi sa che nessuno degli amici del mondo della fantascienza che stimo come autori possa essere definito esordiente. Se invece intendi scrittori emergenti, che pubblicano con piccoli editori, ce ne sono vari che stimo e non vorrei, citandone qualcuno, lasciarne indietro altri.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Non ci crederai, ma in questo momento sto leggendo, per la prima volta (mea culpa) Solaris di Stanislav Lem. Poi, come dicevo, cerco di alternare un classico non di fantascienza e uno o due romanzi contemporanei di vario genere, italiani o stranieri. E qualche testo di amici, come Simonetta Olivo o Lorenzo Davia, per esempio.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Eh… dunque, ti posso dire che ho tre libri pronti. Uno è uno storico, uno un giallo e il terzo è un post-catastrofico molto particolare, ambientato a Milano. I primi due non hanno ancora trovato un editore, mentre per il testo fantascientifico forse tenterò per la prima volta il Premio Urania. In questi giorni ho iniziato un nuovo progetto fantascientifico, ma ancora è informe. Ho buttato giù qualche brano, una trama, ma non so ancora che struttura gli darò. Altra roba che ho nel cassetto, smozzicata, chissà se vedrà mai la luce…

:: Un’intervista con Roberta Lepri, autrice de La gentile a cura di Giulietta Iannone

20 settembre 2024

Benvenuta Roberta sul blog Liberi di scrivere e grazie per averci concesso questa intervista. Parlaci di te dei tuoi studi e del tuo amore per i libri.

R: Grazie a Voi per l’invito.

Sono una scrittrice di lungo corso, ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2003 e da allora i libri usciti sono dodici, inclusa una raccolta di racconti. Ho studiato Lettere Moderne a Siena e sono laureata in Filologia italiana con una tesi sulle Rime di Michelangelo Buonarroti. Ero una studente lavoratrice, per cui studiavo di notte: un allenamento che mi è stato molto utile quando ho iniziato a scrivere. Il mio amore per i libri è nato quando avevo dieci anni d’età. Un incidente automobilistico mi costrinse a trascorrere due mesi a letto e per farmi passare il tempo mi vennero regalati molti romanzi per ragazzi: Piccole donne, Dalla terra alla luna, I viaggi di Gulliver, Alice nel paese delle meraviglie. Un amore davvero grandissimo, mai andato in crisi.

La gentile, edito da Voland è il tuo nuovo romanzo. Vuoi parlarcene?

R: La gentile intreccia la storia di Alice Hallgarten – ricchissima ereditiera americana ebrea andata in sposa al barone Leopoldo Franchetti, filantropa, educatrice, prima sponsor di Maria Montessori e fondatrice di scuole per i figli dei contadini – a quella di Ester, una bambina povera incontrata per strada che diventa sua allieva. Il loro legame diventerà indissolubile, riuscendo a superare perfino la morte, e sarà fatto di speranza, dedizione, affetto ma anche di rancore sordo a causa di una grande occasione mancata.

Spiegaci il significato del titolo. Chi erano i gentili?

R: I gentili sono definiti anche nella Bibbia come non israeliti. Ester, i cui nonni ebrei già nel 1800, per paura di essere perseguitati, si erano convertiti al cristianesimo, si definisce così: una gentile. E dà a questa parola un significato dispregiativo, dal momento che si sente ancora profondamente legata all’ebraismo.

Che ricerche hai fatto per la stesura del romanzo? È basato su una storia vera? E quanto tempo ti ha richiesto la documentazione?

R: Conoscevo già la storia di Alice Hallgarten perchè sono nata a Città di Castello, il paese in cui la baronessa ha maggiormente avuto influenza con le sue opere. Il mio bisnonno era figlio di mezzadri e aveva frequentato la scuola della Montesca da lei fondata. La decisione di scrivere un romanzo che parlasse anche della sua incredibile e breve vita è nata sei anni fa, quando passando da Tela umbra (laboratorio tessile anche questo creato da Alice per dare lavoro alle donne, sopratutto alle ragazze madri) ho acquistato il libro della storica Maria Luciana Buseghin “Cara Marietta: lettere di Alice Hallgarten Franchetti”. Da quel momento non ho smesso mai di documentarmi e progettare questo romanzo, che ho scritto in circa un anno tra il 2022 e il 2023.

Alice Hallgarten, personaggio realmente esistito di cui a giugno si è festeggiato il 150° anniversario dalla nascita, e assieme alla protagonista Ester, un personaggio moderno se vogliamo che ha anticipato quello spirito assistenziale e filantropico teso al sostegno delle donne, fornendole un lavoro che le rendesse indipendenti dai mariti, e i bambini fornendogli scuole gratuite per imparare a leggere, scrivere e far di conto. Hai amato questo personaggio?

R: Non si può non amare Alice ma mi è piaciuto cercare di ricostruire la sua umanità e immaginarne i dubbi, mettendo in risalto anche la sua severità a volte ossessiva nell’imporre agli altri un certo modello di vita. Ha dato moltissimo all’Alta Valle del Tevere, cambiando per sempre il tessuto sociale di quella zona. Attraverso le vicende dei miei bisnonni e nonni, sono certa di doverle molto anch’io.

Il marito di Alice, il barone Leopoldo Franchetti, grande latifondista e deputato del Regno, condivideva lo spirito filantropico della moglie e morendo lasciò tutto ai suoi contadini. In che misura questo personaggio un po’ defilato influenza la storia?

R: Quella tra Leopoldo e Alice è stata una grande storia d’amore, fatta sopratutto di una perfetta comunione spirituale e di intenti. Lui era un serissimo politico della destra illuminata, già anziano, e lei una giovane ereditiera educata a fare del bene al prossimo. Era stata proprio la frequentazione di circoli dediti alla filantropia a farli conoscere e i due si adoravano: senza Leopoldo non si spiega Alice, e viceversa. Infatti, poco dopo la morte di lei, anche lui pose fine alla propria vita.

Ester è la protagonista, la conosciamo bambina, poi piccola studentessa, ombrellaia, e sposa. Rappresenta per te un’ideale femminile di emancipazione, con tutte le relative difficoltà, o nasce come personaggio a sé stante?

R: Ester incarna la capacità di resistere a qualsiasi traversia della vita, che poi è la grande disperata risorsa di quasi tutto il genere umano, sopratutto femminile. Ester combatte, si adatta, sopravvive, ama, spera, viene delusa, odia. Ed è – come lei stessa si definisce – dura come una sbarra di ferro. Non è un’ideale, per me Ester è la realtà: quella che io sono stata e che sono, e con me la maggior parte delle donne che conosco. Ester è insieme personaggio e persona.

La giovane Alice scorge per le vie di Roma dei bambini allo sbando, con tutti i pericoli che corrono soli sulla strada, magari di notte, e comprende l’importanza di creare luoghi sicuri dove possano studiare per apprendere una professione e salvarsi dal degrado e dallo sfruttamento. Come è nato secondo te in lei questo spirito filantropico?

R: Alice non era sola a rendersi conto di quanto fosse grave a Roma la situazione dei bambini abbandonati per strada. Il circolo di persone che cominciarono ad agire per porre rimedio a questa situazione si riuniva sotto la guida spirituale di Don Brizio Casciola, che ideò delle colonie agricole per i ragazzi, in modo da farli lavorare e studiare. In Alice lo spirito filantropico nacque in seno alla famiglia d’origine: i genitori erano ricchi ebrei americani che l’avevano educata a prendersi cura dei poveri con opere di beneficienza. Fu però sopratutto attraverso lo zio, un facoltosissimo banchiere tedesco che la accolse nella sua casa dopo la morte del padre , che imparò a fare del bene al prossimo. Non solo attraverso la carità ma fornendo alle persone bisognose istruzione e lavoro.

La sua scuola anticipava il concetto abbastanza recente dell’importanza del binomio studio-lavoro. Oltre che aule scolastiche erano anche laboratori artigianali?

R: A Montesca e Rovigliano i bambini imparavano a leggere e scrivere, studiavano storia e geografia, metereologia applicata allo sviluppo dei loro progetti negli orticelli. Poi avevano i laboratori in cui potevano mettere in pratica ciò che avevano imparato. Ed ecco che la geometria veniva applicata alla creazione di piccoli mobili, la scrittura declinata in modo pratico alla stesura di lettere che potevano essere inviate alla banca per chiedere un prestito, o al padrone del podere per domandare un rinnovo di affitto. Esperienze straordinarie per l’epoca, che valsero alla scuola e alle maestre dei premi di eccellenza a livello europeo. E che sfociarono in modo quasi naturale nella frequentazione di queste scuole anche da parte di Maria Montessori, di cui Alice Hallgarten fu prima sostenitrice.

Grazie per la tua disponibilità e come ultima domanda vorrei sapere se stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi raccontarci qualcosa a riguardo?

R: Proprio in questi giorni sto pensando a una nuova storia. Mi piace molto osservare e descrivere come i caratteri delle persone talvolta cambino radicalmente al mutare di alcune condizioni di vita, in apparenza piccole. Staremo a vedere.

Grazie a voi e a presto!

:: L’amante di Marguerite Duras (Feltrinelli, 1985) a cura di Giulietta Iannone

19 settembre 2024

Tutto ha origine da un incontro tra un ricco ed elegante giovane cinese e una ragazza francese sul ponte di un traghetto che naviga sul fiume Mekong, in direzione di Saigon. Lui fa parte di quella minoranza di finanzieri Cinesi che posseggono tutti gli edifici popolari della colonia. È lui che passava il Mekong quel giorno, in direzione di Saigon. Torna da Parigi, due anni passati in Francia. Rimpiange Parigi, le adorabili parigine, le cene, le feste, la Coupole, la Rotonde, preferisce la Rotonde, i locali notturni, quei due anni di vita “stupenda”. Lei è una graziosa quindicenne, con le trecce, un cappello da uomo e scarpe da sera di lamé, affacciata mollemente al parapetto. Lui le offre un passaggio e iniziano a parlare e successivamente ne diviene l’amante. Così inizia L’amante di Marguerite Duras, breve romanzo, in parte autobiografico, edito in Francia nel 1984, premio Goncourt. La storia di un amore proibito nell’Indocina degli anni ’30, oltre che per la giovanissima età della ragazza, per la differenza etnica e soprattutto la grande differenza sociale. Lei è povera quasi in miseria, lui è l’erede di una grande fortuna. A dividerli inoltre la ferma volontà del padre di lui (c’è un matrimonio combinato all’orizzonte, come era tradizione nella comunità cinese), e l’avidità della famiglia di lei che spera di trarne profitto. La storia d’amore oltre a essere il filo narrativo della storia si alterna con varie vicende della vita scolastica e familiare della ragazza. Romanzo raffinato e sensuale, anche con alcune sfumature erotiche, L’amante è una storia di passioni contrastanti, che evidenzia quanto sia difficile abbandonarsi all’amore senza preconcetti. La Duras prova nostalgia e tenerezza per la sé ragazzina e deve ammettere che quell’amore l’ha cambiata sebbene fatichi ad accettare anche con sé stessa che era ricambiato. La prosa frammentaria è utilizzata per descrivere la difficoltà di ritornare a quel periodo e far emergere i ricordi in una prosa semplice e scevra ma ricca di pathos. Lo stile è evocativo, e alterna il flusso di pensieri della protagonista con narrazioni più oggettive in cui traspare in filigrana il dolore e l’oppressione che caratterizzano la sua infanzia e la sua prima adolescenza. Ma lei è sempre una bianca in un impero coloniale in lenta decadenza ma ancora fermamente conscio dei suoi privilegi. Solo nel letto che condividono, abbandonandosi al piacere e all’intimità, circondati dal frastuono della via furori dalle persiane, le barriere scompaiono e si trovano a essere solo un uomo e una donna senza sovrastrutture o senso di superiorità. E mentre lei sciupa, disprezza e umilia questo amore solo al momento della separazione deve ammettere che è vero e autentico e in un certo senso continuerà nel tempo sopravvivendo alla guerra, ai matrimoni, ai figli, ai divorzi, al successo letterario, alla morte. Ci sarà un seguito L’amante della Cina del nord che riprende le tematiche di questo libro ma non con la stessa poesia e grazia. Interessante quindi solo per motivi di studio.

Marguerite Duras (Saigon, 1914 ˗ Parigi, 1996) ha vissuto nell’Indocina francese (l’attuale Vietnam) fino a diciotto anni. Rientrata in Francia nel 1932, ha preso parte alla Resistenza e ha militato nel dopoguerra nelle file del Pcf da cui è stata espulsa come dissidente nel 1950. Oltre a numerose opere narrative, ha scritto sceneggiature per il cinema e ha diretto diversi film, tra cui India Song (1974) e Les enfants (1984). Con Feltrinelli ha pubblicato: L’amante (1985, vincitore del premio Goncourt nel 1984; audiolibro Emons-Feltrinelli letto da Licia Maglietta, 2010), Il dolore (1985), Moderato cantabile (1986), Il viceconsole (1986), Testi segreti (1987), Occhi blu, capelli neri (1987), La vita materiale (1988), Emily L. (1988), Il rapimento di Lol V. Stein (1989), Giornate intere fra gli alberi (1989), La pioggia d’estate (1990), Il marinaio di Gibilterra (1991), L’amante della Cina del Nord (1992), Yann Andréa Steiner (1993), Scrivere (1994), La vita tranquilla (1996) e Quaderni della guerra e altri testi (2008).

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:: Un’intervista con Franco Forte, autore de L’alba di Cesare, a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2024

Benvenuto Franco, e grazie di essere qui per parlare del tuo nuovo libro, L’alba di Cesare, edito da Mondadori, basato interamente sul De bello gallico, e non influenzato da opere posteriori che altrettanto bene conosci, per rendere meglio il suo punto di vista e dare vita a un personaggio a tutto tondo, forse unico nella storia dell’umanità. Conoscendolo approfonditamente che idea ti sei fatto di Cesare come persona, lontano dagli intrighi, dalle battaglie, dall’agone politico? Era un persona di gusti semplici, o prediligeva il lusso e lo sfarzo?

R: Ciao e grazie per questa nuova chiacchierata. Giulio Cesare non è entrato nella Storia per sbaglio, ha fatto in modo, con le azioni, il pensiero, le strategie, le relazioni, l’intelligenza e la determinazione, di guadagnarsi un posto di massimo rilievo, che lo hanno fatto conoscere a tutti nel corso dei secoli. E direi che già questo non è poco. Dopodiché, dobbiamo dire che era un uomo del suo tempo, e dunque alcune sue azioni, alcuni suoi modi di conquistarsi fama imperitura possono sembrarci fin troppo severi, perfino spietati, eppure non fanno che inquadrare Cesare in un momento delicatissimo della storia di Roma, il passaggio definitivo dalla Repubblica alla monarchia imperiale. Repubblica a cui proprio Cesare ha dato la prima, poderosa spallata. L’ha fatto sfruttando una spedizione di conquista (in Gallia) per raccogliere consenso, trofei di guerra, ricchezze e la possibilità di mettersi alla pari, e poi superare, i suoi veri rivali del tempo, il ricchissimo Crasso e il celebre condottiero Pompeo, con cui condivideva uno scomodo triumvirato. Ogni sua azione era improntata a questo: guadagnarsi il trionfo militare per eguagliare Pompeo e portare le folle di Roma dalla sua, e accumulare abbastanza ricchezze da saldare i debiti che aveva con Crasso e diventare indipendente anche sotto questo punto di vista. Insomma, una strategia ad ampio raggio militare, politica, sociale e interpersonale con chiunque lo circondasse. Riuscire a governare tutto questo a proprio vantaggio mentre si conduce una spedizione di conquista difficilissima e feroce, non è da tutti. Forse solo da Cesare…

Pur basandoti per la stesura di questo romanzo unicamente sul De bello gallico, che altre opere posteriori hai consultato per costruire, almeno nella tua mente, il personaggio di Cesare? La storiografia, anche moderna, è stata equa nel giudicarlo? Che idea ti sei fatto?

R: Il De bello gallico è stata la traccia principale che ho seguito per costruire il libro, ma poi ho dovuto studiare gli storici antichi e moderni per cercare di mettere insieme l’intricata rete di relazioni, alleanze, contese politiche e personali in cui Cesare si muoveva come un saltimbanco da circo, spostandosi da un attrezzo all’altro con volteggi, balzi prodigiosi e prove “ginniche” di notevole vigore. Non solo Crasso e Pompeo, quindi, ma anche un personaggio scomodo come Cicerone, decine di senatori pronti a sfruttare qualsiasi segno di debolezza per ottenere un vantaggio personale, e tutta Roma alla finestra, con il popolo capace di sostenerlo ma anche di affossarlo da un momento all’altro. Questa capacità di muoversi sulla corda di rapporti personali, strategie politiche e militari e dell’eterno contenzioso con se stesso (lui che era chiamato marito di tutte le donne e moglie di tutti i mariti di Roma e soffriva di crisi epilettiche), lo ha reso sempre molto difficile da inquadrare in un contesto unico e delineato. Non ci sono riusciti gli storici antichi, non l’hanno fatto nemmeno i moderni, che si dividono in fazioni pro o contro questo gigante della Storia, pur avendone tutti sempre il massimo rispetto.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Hai immaginato scena per scena nella tua mente ogni scena, costruendoti una sorta di film mentale, o vive tutta la scrittura solo sulla carta?

R: Io di solito scaletto i miei romanzi in un processo duplice, che in questo caso è stato fondamentale. Per prima cosa la trama generale, a grandi linee, in cui incastrare tutti i piani narrativi di cui dovrò occuparmi; poi scendo nel dettaglio e scaletto capitolo per capitolo, lasciando una certa “mobilità” in modo da poter spostare, aggiungere o cancellare scene/capitoli a seconda di quali idee emergeranno durante la fase di stesura vera e propria (perché molti guizzi narrativi arrivano quando uno meno se lo aspetta). A quel punto comincio a scrivere, con il “film” del libro ben chiaro in mente e nella scaletta, ma senza alcun vincolo imprescindibile e sempre pronto a ribaltare tutto, dovesse arrivare l’idea del secolo.

C’è il detto popolare che dietro a grandi uomini ci sono sempre grandi donne. In che misura Calpurnia, sua moglie, l’ha sostenuto e ha contribuito al suo successo? Era un personaggio altrettanto interessante quanto Cesare?

R: Ho cercato, per quanto possibile, di dare un ruolo anche a Calpurnia, perché quel detto che citi credo sia un’importante realtà di gran parte della Storia. Per tutti i personaggi storici di cui ho scritto, da Nerone a Caligola, da Carlo Magno a Gengis Khan, le donne non solo hanno svolto ruoli importanti dietro le quinte, ma spesso sono state il vero motore (emotivo, fisico, psicologico) che ha permesso a questi uomini di diventare dei Grandi della Storia, nel bene o nel male. Nel caso specifico di questo romanzo era un po’ più complicato dare il giusto peso alle donne di Cesare (non solo a Calpurnia), perché parlo essenzialmente di una spedizione di conquista in un territorio ostile, in cui Cesare era impegnato con l’esercito, però qualche scena importante sono riuscito a inserirla, soprattutto per mantenere un contatto diretto fra il Cesare guerriero e conquistatore e quello legato ai fatti politici, economici e relazionali che lo vedevano proteso verso Roma. Calpurnia, in questo senso, è stata preziosa.

Come è nato il tuo amore per la storia romana e in che misura ritieni il sogno di civiltà, di conquista e di progresso che incarnava siano sopravvissuti nel tempo?

R: Nasce dal fatto che ancora oggi è impossibile non rendersi conto di quanto siano stati avanti nei tempi gli antichi romani, sotto tutti i punti di vista: legislativi, militari, sociali, artistici, culturali. Un esempio fulgido di cosa, ancora oggi, potrebbe funzionare bene e cosa sarebbe meglio evitare, anche se ben pochi dei contemporanei, politici soprattutto, se ne rende conto. Faccio un solo esempio. Leggi questa frase: “I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di ben pubblici nelle ricchezze e negli onori”. Non è stata scritta da qualche giornalista per commentare i misfatti di Roma capitale o qualche magagna politica d’oggi, bensì da Catone duemila anni fa. Non è cambiato molto, mi pare…

Credo sia emerso anche dalla mia recensione, ho trovato il romanzo particolarmente riuscito e soprattutto sorretto da una idea precisa che lo distingue da altre opere, dare vita ai pensieri, alle emozioni, ai sogni, di un personaggio sicuramente unico nella storia romana che aveva intuito che la fine di Roma sarebbe arrivata dai barbari del nord. Precorse i tempi con la sua campagna che arrivò fino alla Britannia?

R: Da una parte sicuramente sì, perché ci vuole una mente aperta, una capacità di visione verso il domani che poche persone hanno, soprattutto quando calate in un contesto così stringente come quello delle epoche più antiche, in cui la lotta per la sopravvivenza quotidiana prendeva il sopravvento su possibili visioni per il futuro. Cesare aveva la sua visione, ma in realtà era molto legata a ciò che desiderava ottenere sul piano personale; se poi fosse anche in relazione con le “opere” che averebbe voluto mettere in campo per Roma, il suo popolo e il suo futuro, è un po’ più complicato da comprendere. Ma di sicuro non gli mancavano alcuni elementi fondamentali per distinguere l’uomo comune da quello che ha qualcosa in più: il coraggio, la determinazione, la curiosità, il desiderio di dominare il futuro, anziché lasciarsi sopraffare dagli eventi. Per questo quella che era cominciata come una campagna di difesa di alcune popolazioni alleate con Roma si trasformò ben preso in una delle più epiche campagne di conquista di tutti i tempi: perché le pulsioni che animavano Cesare lo spingevano ad andare sempre un po’ più in là, a spingere la testa oltre l’angolo per capire che cosa ci potesse essere, quale nuova opportunità un uomo con le sue capacità avrebbe potuto conquistare.

Cesare non fu solo un condottiero e uno stratega, si interessò di stilare mappe precise per i commercianti, conoscere dei popoli che conquistava usi e costumi, valutare risorse e ricchezze del sottosuolo, e amava l’avventura. Insomma aveva qualità che ne facevano anche uno studioso, oltre che un rozzo soldato temprato dalla dura vita militare?

R: Sì, come ho già detto era un uomo curioso, votato all’avventura, ma mai fine a se stessa. Così nel De bello gallico si trovano dei passi meravigliosi, in cui viene rivelata la flora e la fauna della Gallia e della Germania di quell’epoca, mischiando resoconti veritieri con altri più di fantasia, che trasmettevano quel senso del meraviglioso che duemila anni fa era all’ordine del giorno, visto che gran parte del mondo era del tutto sconosciuto. Diciamo che difficilmente Cesare ha sottratto tempo alle sue strategie militari e all’impegno profuso per tenere testa ai brutali galli, ai temibili germani e ai misteriosi britanni per mettersi a fare il cartografo e l’enciclopedico, però di sicuro è riuscito a raccogliere materiale interessante da trasmettere a Roma e ai posteri, per dare maggiore consistenza alla sua impresa e renderla indimenticabile per tutti.

Parlaci degli altri personaggi. Cesare se aveva un dono era quello di conoscere le persone e di circondarsi di fedelissimi che letteralmente lo seguirono fino in capo al mondo. Oltre che abile nel comando, sapeva farsi rispettare e amare. Era un dono naturale, dovuto alla sua personalità poliedrica, o era un qualcosa che aveva affinato nel tempo?

R: Credo fosse parte della sua natura, della sua personalità: riuscire a capire gli altri per portarli dalla sua parte, oppure per metterli spalle al muro quando non era possibile farseli amici. Nessuno ha potuto resistere alla sua ascesa anche per questo motivo. Sapeva circondarsi di persone valide che però lo rispettavano e riconoscevano il suo primato, e non aveva paura a mischiarsi con i suoi soldati, combattendo accanto a loro e chiamandoli commilitoni, per far capire a tutti che in battaglia non esistevano distinzioni di grado, se non per poter disciplinare la catena di diffusione degli ordini. E grazie a questo, al fatto che non ha mai esitato a mettere in pericolo la sua stessa vita pur di dare sostegno ai suoi uomini, è riuscito a legare a sé intere legioni, che poi gli hanno consentito di dare inizio alla guerra civile che l’ha portato a conquistare il potere assoluto.

Ci sono progetti di traduzioni all’estero?

R: Sì, come per tutti i miei libri ci sono già proposte che stiamo vagliando con il mio agente, Piergiorgio Nicolazzini. Quando arriveranno le versioni tradotte sarà mia cura darne notizia sui social.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

R: Sì, in verità sono già immerso nel prossimo, che riguarderà ancora Roma antica, per la precisione il periodo appena precedente questa spedizione in Gallia di Cesare, in cui però i veri protagonisti saranno altri due uomini formidabili e controversi a modo loro: Cicerone e Catilina. Descriverò i subbugli dovuti alla famosa congiura nell’anno del consolato di Cicerone, che rivelò con chiarezza i sintomi dell’inevitabile declino della Repubblica romana.

:: La gentile di Roberta Lepri (Voland 2024) a cura di Giulietta Iannone

15 settembre 2024

Alice Hallgarten, personaggio realmente esistito di cui a giugno si è festeggiato il 150° anniversario dalla nascita, è al centro del nuovo romanzo storico di Roberta Lepri, dal titolo La gentile, edito da Voland. Alice Hallgarten nacque a New York il 23 giugno del 1874 da una ricca coppia di ebrei askenaziti d’origine tedesca, dediti a opere filantropiche e di assistenza che giudicavano giusto usare i loro soldi anche per fare del bene al prossimo. E sopprattutto che pensavano che anche le donne possono lavorare, guadagnare ed essere indipendenti. Anche Alice erediterà questa caratteristica di famiglia e quando arriva in Italia incontra e sposa il barone Leopoldo Franchetti, anche lui ebreo ma di origine sefardita, grande latifondista e deputato del Regno molto più anziano di lei, proprietario di centinaia di ettari di terre nell’alta valle del Tevere ed esperto della questione meridionale italiana, e lo convincerà a sovvenzionare una scuola gratuita per i figli dei contadini, certa che dall’istruzione e dal lavoro nasce l’emancipazione e il miglioramento sociale, sollievo dal degrado e lo sfruttamento. Da qui la storia della Lepri ci fa conoscere Ester, povera figlia di ebrei convertiti, giudea per metà, ma la cosa doveva restare segreta, la “gentile” del titolo che prova dolore per la compassione che la baronessa le tributa. Ester sogna di diventare insegnante e abbandonare così la dura e faticosa vita della servitù e dei campi, ma nulla andrà come previsto: Ester lascia la scuola, ormai sa leggere, scrivere, fare di conto e ha un lavoro, l’ombrellaia, l’ombrellaia più brava dell’Umbria come diceva suo padre e si sposa. Alice e cagionevole di salute ma non si arrende alla malattia e per combatterla si occupa del lavoro femminile, le donne hanno il loro libretto di lavoro, e vengono pagate. Hanno un libretto di risparmio alla Cassa di Risparmio di Perugia e sono autonome e indipendenti dai mariti. Poi il progetto della Tela Umbra l’appassiona, tessuti pregiati che faranno dell’Umbria un centro di sviluppo. Ma la salute di Alice peggiora e ben presto muore lasciando Ester in balia di forze più grandi di lei. Amore e odio, speranza e tragedia, sono le forze telluriche che muovono le sorti dei personaggi, oltre all’uneluttabilità del destino e i limiti della filantropia, che ben poco può contro strutture sociali antiquate e che premiano solo il più economicamente forte. Un romanzo colto, appassionato, scritto con una lingua felice, dalla sicura struttura narrativa. Femminista nello spirito e combattivo. Roberta Lepri è brava ed è riuscita a scrivere un romanzo che non è un’agiografia dell’Hallgarten, ma nello stesso tempo aiuta a capire tematiche sociali e politiche importanti, moderne ancora oggi. Alice Hallgarten morì nel 1911 a soli 37 anni. Il marito non le sopravvisse e si uccise lasciando tutte le sue ingenti ricchezze, con annesse la scuola e il laboratorio tessile, ai contadini che lavoravano le sue terre.

ROBERTA LEPRI nata a Città di Castello nel 1965, vive in Maremma. Dal 2003, ha scritto dieci romanzi e una raccolta di racconti. Con Voland ha pubblicato Hai presente Liam Neeson? (2021) e Dna chef (2023), vincitore del Premio Letterario Chianti 2024.

:: L’alba di Cesare di Franco Forte (Mondadori, 2024) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2024

Conosciamo il De bello gallico, unica fonte su cui si è basato Franco Forte per la stesura del romanzo L’alba di Cesare, edito da Mondadori, dai banchi di scuola, forse gioivamo nei compiti in classe quando c’era una sua traduzione perchè era semplice, non come l’aborrito Seneca, pieno di metafore filosofiche involute e oscure e soprattutto di non limpida interpretazione. Gaio Giulio Cesare, o chi per lui trascriveva le sue cronache dalla Gallia, usava una lingua schietta, semplice, facilmente comprensibile, immediata, fatta per essere tramandata ai posteri. E non raccontava solo di battaglie, assedi, massacri, ma anche di popoli, usi e costumi, anticipando quella ricerca e attenzione antropologica comune a noi moderni. Perchè Cesare, uso a comandare, perse, si fa per dire, tempo a scrivere nelle pause dei combattimenti, che furono sanguinosi e spietati? perchè aveva capito, con la sua grande intelligenza da fine stratega, che il potere si ammanta di leggenda, di gesti eclatanti e simbolici, che buoni biografi tramanderanno nei secoli le gesta, forse anche in realtà anche poco nobili, di chi dietro intrallazzi e cospirazioni, e la sua leggendaria rete di spie, si costruiva la fama di eroe. Fece un uso strumentale del De bello gallico? Forse sì serviva ai suoi scopi, ammantare di leggenda imprese guerresche che causarono la morte di tanti innocenti, che portarono alla schiavitù genti indomite e coraggiose, che in realtà premevano da nord e se non domate avrebbero potuto giungere fino a Roma. Cesare voleva il potere, nel triunvirato composto anche da Marco Licinio Crasso e Gneo Pompeo Magno era il solo con una visione futura, sebbene fosse il Senato l’apparente detentore del potere in una Roma repubblicana, checchè ne dicesse Cicerone dal suo esilio. O Roma tramite le sue legioni si difendeva dai popoli barbari in fermento che la circondavo o sarebbe perita, con il suo sogno di grandezza e di civiltà. Cesare combattè i Galli appellandosi alle richieste di aiuto provenienti dagli alleati di Roma, per conquistare terre e popoli da assoggettare all’Urbe, per accrescere venalmente le sue ricchezze, la sua potenza militare, il suo prestigio, essendo il punto debole del triunvirato: non aveva il denaro di Crasso, né i successi militari di Pompeo. Sebbene non si fidasse né dell’uno nè dell’altro era troppo scaltro per non intessere con loro legami di interessi e parentele ma erano di fatto i suoi nemici più prossimi. Perchè mentre lui combatteva nelle Gallie il vero scontro era all’Urbe. Cesare incarnò coi suoi pregi e i suoi difetti, coi suoi sogni, questo ideale di grandezza e fu molto amato sia dai suoi uomini, si circondò sempre da fedelissimi pronti a morire per lui, che dal popolo minuto e forse anche per allontanarlo da Roma, e da questa venerazione, fu mandato a combattere nelle Gallie, lontano dal centro del potere che speravano di spartirsi Crasso e Pompeo. Ma Cesare fece di questa guerra, otto anni di polvere, sudore, ferro e sangue, pianificata in ogni minimo dettaglio, il suo trampolino di lancio, il suo asso nella manica, e gli andò bene. Il suo azzardo gli consentì di conquistarsi la gloria di cui aveva bisogno per tornare a Roma in trionfo, portando Vercingetorige in catene. Dopo tanti anni trascorsi nelle tende pretorie e sui campi di battaglia, temprato dalla dura vita militare. Trionfò infatti e si sa la storia ama i vincitori, e per vincere fu anche necessaria una dose di coraggio e di spregiudicatezza che lo contraddistinse. Franco Forte, da fine storico e profondo conoscitore della storia romana, dei suoi usi, dei suoi costumi, dei suoi vizi, delle sue virtù, dipinge un affresco realistico e appassionante di un mondo scomparso ma ancora attuale con il suo lusso, i suoi privilegi, la sua saggezza, la sua crudeltà. La metafora del potere perseguito con ogni mezzo è un qualcosa che ci coinvolge ancora oggi, sebbene oggi forse non esiste più un condottiero della tempra di Cesare, e forse non è mai esistito. Franco Forte lo studia, in ogni piega del suoi essere, scrutandone anche i pensieri, i sentimenti, e fa vivere un personaggio di carne, di ossa e di sangue, non immune da qualche fragilità (gli attacchi del male oscuro, o crisi epilettiche lo rendono vulnerabile) che teneva ben celata ma che forse era la sua vera forza, la potenza dei sogni e delle aspirazioni più segrete e intime. Franco forte è uno scrittore di ampio respiro, ama gli affreschi grandiosi, le gesta eroiche, i chiaroscuri che ammantarno le grandi personalità della storia e cerca di carpire a Cesare il suo segreto. Ci sarà riuscito? A voi lettori la risposta.

Franco Forte è direttore delle collane Giallo Mondadori, Segretissimo e Urania. Per Mondadori ha pubblicato, tra gli altri, Karolus, L’uranio di Mussolini, La bambina e il nazista, Carthago, Roma in fiamme, Cesare l’immortale e Cesare il conquistatore e la serie dedicata ai sette re di Roma.

:: Casablanca di Michael Curtiz a cura di Giulietta Iannone

9 settembre 2024
LOS ANGELES – 1942: A movie still of Humphrey Bogart and Dooley Wilson on the set of the Warner Bros classic film ‘Casablanca’ in 1942 in Los Angeles, California. (Photo by Michael Ochs Archives/Getty Images)

Rivedendo vecchi film noir per le mie ricerche ho trovato nella mia collezione di DVD Casablanca di Michael Curtiz film iconico del 1942 tratto dall’opera teatrale Everybody Comes to Rick’s di Murray Burnett e Joan Alison e interpretato da Humphrey Bogart, Ingrid Bergman e Paul Henreid. Rick Blaine, avventuriero ed ex contrabbandiere d’armi dalla Spagna alla Cina, che non può tornare negli Stati Uniti per imprecisati motivi, gestisce a Casablanca un locale notturno, il Rick’s Café Américain, meta di ogni genere di individuo, soprattutto profughi in cerca di una lettera di trasito per lasciare Casablanca e andare nella “libera” America. Una sera entra fortuitamente in possesso di due lettere di transito che valgono una fortuna, e subito pensa di usarle per sè, poi il destino fa entrare nel locale una coppia alla ricerca anch’essa di lettere di transito: Ilsa Lund, un antico amore di Rick, e Victor Laszlo, eroe della resistenza antinazista sfuggito rocambolescamente da un campo di concentramento. Si scoprirà ben presto che Ilsa e Laszlo sono marito e moglie e che Ilsa abbandonandolo a Parigi all’arrivo in città dei nazisti, spezzandogli il cuore, lo fece non per un capriccio, ma per avere scoperto che il marito che credeva morto era in realtà vivo. A questo punto Rick deve decidere se salvare se stesso e la sua felicità, o sacrificarsi per il bene di una causa e di milioni di persone. Il cinico e disilluso Rick, la cui scorza è solo una maschera nata da una delusione d’amore, farà la scelta giusta e inaugurerà un’ improbabile amicizia con il capitano Louis Renault, il funzionario francese corrotto della Repubblica collaborazionista e filo nazista di Vichy con cui batticecca per tutto il film. In breve la trama di un film complesso ed emozionante, emoziona ancora dopo tutti questi anni, e fa credere in una storia d’amore tanto improbabile quanto commovente, presentandoci un ampio ventaglio di comprimari tutti all’altezza del ruolo. Il neanche tanto velato patriottismo che avrebbe potuto farlo scadere in un film di mera propaganda bellica, qui funziona come motore di una storia in cui l’amore, il sacrificio di sè, il coraggio, la generosità d’animo, fanno da contraltare a un mondo spietato dove l’unica cosa che conta sono i soldi. Di ispirazione per tanti altri film e opere letterarie vive di battute che hanno fatto la storia del cinema, celeberrima poi la canzone As Time Goes By, cantata da Sam, Dooley Wilson. Da vedere e rivedere.

:: Fuoco al fuoco di Candice Fox (Marcos Y Marcos 2024) a cura di Giulietta Iannone

3 settembre 2024

Fuoco al fuoco (Fire with Fire, 2023) traduzione dall’inglese di Beatrice Sterza, dell’autrice australiana super premiata Candice Fox, pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos, è un surreale poliziesco con due improbabili protagonisti: Lynette Lamb un’aspirante poliziotta capace di farsi licenziare il primo giorno di lavoro e il detective della polizia di Los Angeles Charlie Hoskins poliziotto sottocopertura la cui copertura salta e si salva per il rotto della cuffia. Hanno ventiquatr’ore di tempo per trovare la piccola Tilly, scomparsa due anni prima sulla spiaggia di Santa Monica, prima che i genitori disperati pur di fare riaprire il caso distruggano una per una le prove custodite nel Laboratorio biologico forense di Los Angeles, tenendo tre ostaggi sotto tiro. Buffo, surreale, sgangherato, divertente Fuoco al fuoco è un ottimo poliziesco che sa intrattenere grazie ai suoi personaggi ben delineati e al suo sottile umorismo che sa stemperare i momenti più drammatici. Riusciranno i nostri intrepidi eroi a trovare la bimba e a scoprire cosa le è successo? E’ ancora viva? Prigioniera nelle mani di chissà chi? Uccisa dalla sorella? E soprattutto che figura ci farà la polizia di Los Angeles se a risolvere il caso sarà una recluta e un poliziotto tutto acciaccato? Una lettura veloce per questa fine estate, corre veloce e scivola via come l’acqua. Forse diventerà una serie.

Candice Fox è nata a Sidney in una famiglia pronta ad accogliere non solo figli propri e altrui ma anche un’ampia gamma di animali selvatici feriti. In questa comunità vivacissima ha coltivato la sua passione per il crimine espressa felicemente in thriller che negli Stati Uniti hanno slalato le classifiche del New York Times. I romanzi di Candice Fox sono tradotti in tutto il mondo; in Australia è l’autrice di gialli più amata l’unica ad avere vinto tre volte gli ambiti Ned Kelly Awards.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

:: “Vuoto, nulla, vacuità. Il buddhismo e il pensiero moderno”, di Marcus Boon, Eric Cazdyn e Timothy Morton (Ubiliber 2024) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2024

Vuoto, nulla, vacuità Il buddhismo e il pensiero moderno (Nothing. Three Inquiries in Buddhism, 2015) è un’interessante saggio composto da tre saggi di tre dei più profondi e innovativi filosofi contemporanei le cui ricerche stanno ponendo un ponte, mai così necessario come oggi, tra Occidente e Oriente. Tutti con all’attivo numerose e importanti pubblicazioni Marcus Boon, Eric Cazdyn e Timothy Morton analizzano parallelismi, similitudini e affinità tra il vuoto come categoria essenziale del buddhismo e il vuoto della teoria critica occidentale gettando le basi di un serio confronto tra le due scuole di pensiero e soprattutto analizzando il buddhismo come base fondativa per rileggere la dimensione politica dell’Occidente, cosa che non era mai ancora stata fatta e che costituisce il nucleo innovativo di questa opera decisamente originale e necessaria che va così a colmare questa grave lacuna nel dibattuto filosofico conteporaneo.

Il saggio di Marcus Boon si concentra sulla politica ed esplora la politica buddhista del periodo della Guerra fredda.

I dibattiti teorici su buddhismo e il marxismo sono oggi il prodotto di questa scissione ideologica (il cui esito non sono necessariamente due distinte ideologie, ma la scissione stessa come ideologia), in Asia forse quanto in Europa e in America. E, ancora una volta, è proprio nel divario o nella distanza tra queste due visioni apparentemente opposte che si possono inquadrare le nozioni di comunità e il problema del buddhismo politico nei termini in cui li intende Bataille.

Il saggio di Eric Cazdyn compara e compendia la categoria buddhista di “illuminazione”, quella marxista di “rivoluzione” e quella psicoanalitica di “cura” giungendo alla conclusione che hanno una funzione simile.

Il saggio di Morton infine è un’esplorazione del fenomeno che l’autore chiama buddhafobia, una “paura del buddhismo” o meglio del nulla che caratterizza una delle principali ansie generate dalla modernità.

Questo volume è anche corredato poi da un glossario introduttivo dei termini buddhisti, compilato da Claire Villareal che aiuterà chi non ha dimestichezza con questi termini a seguire le argomentazioni e i dibattiti via via svolti. Traduzione di Andrea Libero Carbone.

Marcus Boon è scrittore, giornalista e professore di Inglese alla York University di Toronto. Eric Cazdyn è professore di Estetica e Politica presso la Uni-versity of Toronto; è anche regista e artista. Timothy Morton è titolare della cattedra “Rita Shea Guffey” di Letteratura Inglese alla Rice University di Houston in Texas.

:: La moglie del becchino di Frédéric Dard (Rizzoli 2024) a cura di Giulietta Iannone

29 agosto 2024

Celebre forse più per le inchieste umoristiche del commissario Sanantonio, Frédéric Dard è anche autore di una serie più che considerevole di romanzi noir che Rizzoli sta meritoriamente pubblicando in italiano tradotti da Elena Cappellini, tra cui l’ultimo La moglie del becchino (Le Pain Des Fossoyeurs, 1956). Protagonista di questo breve romanzo dove trionfa l’amour fou, è Blaise Delange, un parigino senza né arte né parte che si reca in provincia per rispondere a un’inserzione di lavoro da parte di una ditta di caucciù. Arriva tardi, il posto è già stato preso ma all’ufficio postale incontra una donna bellissima e melanconica e se ne innamora. La donna perde il portafogli e l’uomo in un rigurgito di coscienza e onestà, o forse solo per rivedere la donna, decide di non tenersi gli ottomila franchi che contiene, di cui avrebbe disperatamente bisogno, e di riconsegnare il portafogli. Così fa la conoscenza di Germaine Castain, infelice moglie di Achille Castain, il becchino del paese. Colpito da tanta onestà Castain decide di offrirgli un lavoro e così Blaise accetta rimanendo inevitabilmente invischiato nei segreti di quell’improbabile coppia. Dard ha un debole per le belle donne capaci di portare alla rovina uomini sentimentali e inevitabilmente ingenui seppure fondamentalmente poco onesti e anche in questa storia vediamo ripresentato questo schema seppure l’ironia e l’amarezza con cui Dard delinea caratteri e ambienti rende la lettura piacevole e scorrevole. I romanzi di Dard si leggono in fretta e questo non fa differenza. Abbiamo la provincia inquietante e sonnolenta, una coppia mal assortita, e l’ingenuo Blaise Delange come terzo incomodo, innamorato e poi amante di Germaine, la dark lady della storia, una ragazza giovane, bellissima, malinconica forse non raffinata ed elegante ma basta poco arrivata a Parigi per trasformarla in una vera bellezza. A ritroso poi ci si chiede se la bella Germaine ha davvero perso inavvertitamente il portafogli o è stato solo un ingegnoso e diabolico piano per catturare un ingenuo nella sua trappola. I noir non prevedono lieto fine, e anche questo non l’avrà ma è singolare vedere come Dard riesca a far sembrare tutto inevitabile, seppure l’ingiustizia del finale gridi vendetta. Particolare. Da segnalare soprattutto la scena nella tomba quando Blaise tenta di recuperare un cadavere, macabra e nello stesso tempo divertente.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi alla fine degli anni Quaranta e i 175 volumi della serie del commissario San-Antonio sono stati uno dei più grandi successi editoriali francesi della seconda metà del Novecento. Parallelamente, Dard ha scritto numerosi altri romanzi e racconti. Amico di Georges Simenon, come lui autore di una vastissima opera, Dard è considerato tra i più importanti esponenti del noir francese. Per Rizzoli sono usciti: Il montacarichi (2019), I bastardi vanno all’inferno (2021), Gli scellerati (2022), Prato all’inglese (2022) e Negli occhi di Marianne (2023).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Rizzoli.

:: Un’intervista con Lisa See su “Lady Tan’s Circle of Women” a cura di Giulietta Iannone

10 luglio 2024

Benvenuta Lisa e grazie per aver accettato questa nuova intervista sul blog Liberi di Scrivere. Sei conosciuta in Italia soprattutto per il romanzo Fiore di Neve e il ventaglio segreto ma anche per altri tuoi bellissimi romanzi che raccontano le esperienze soprattutto delle donne cinesi e i loro rapporti familiari. Come è nato il tuo interesse per la condizione della donna sia nell’antica Cina che nelle nuove generazioni di cinesi americani?

Il mio interesse è nato in due modi. Innanzitutto, sono cresciuta in una grande famiglia cinese americana. Quando ero ragazza, nella sola Los Angeles c’erano circa 400 persone della mia famiglia. Un piccolo numero di miei parenti mi somigliava – ho i capelli rossi e le lentiggini – ma la stragrande maggioranza erano completamente cinesi. Poi c’erano le diverse gradazioni nel mezzo. Quando mi guardavo intorno, tutto quello che vedevo erano volti cinesi. Ho così avuto a che fare con le tradizioni cinesi, la cultura cinese, la lingua cinese e il cibo cinese. Ma ancora una volta, non assomigliavo a tutti gli altri. Quindi all’inizio ero in viaggio per capire cosa sapevo, chi ero e dove e come stavo. In secondo luogo, sono sempre stata incuriosita dalle storie di donne che sono state perse, dimenticate o deliberatamente nascoste. Sono davvero orgogliosa e onorata di scoprire e condividere con voi le storie straordinarie di queste donne in Cina. Le donne in passato dovevano sopravvivere e sopportare così tante difficoltà. Tutti i successi che abbiamo oggi come donne sono dovuti a tutte le donne valorose, coraggiose e creative che ci hanno preceduto. Cavalchiamo sulle loro spalle e dovremmo conoscere le loro storie.

Lady Tan’s Circle of Women è il tuo nuovo romanzo, è una storia interessante su una donna dell’alta società che diventa medico nonostante le restrizioni sociali durante la dinastia cinese dei Ming. Vuoi parlarcene?

C’è stato un giorno durante il lockdown in cui stavo camminando accanto agli scaffali del mio ufficio e il dorso di uno dei libri mi è caduto addosso. Non so perché, il dorso era grigio con scritte grigie leggermente più scure. Ma era come se il libro fosse volato via dal mio scaffale e mi fosse finito tra le mani. Riguardava la gravidanza e il parto durante la dinastia Ming. Ho letto fino a pagina diciannove e ho trovato una citazione di Tan Yunxian, una dottoressa della dinastia Ming, che, quando compì cinquant’anni nel 1511, pubblicò un libro sui suoi casi medici. Pensiamoci per un minuto. Una dottoressa che praticava la medicina 500 anni fa. A quel tempo non c’erano molti medici professionisti – uomini o donne – nel mondo. Mi è piaciuto il fatto che Tan Yunxian avesse cinquant’anni quando pubblicò il suo libro. E infine, che è stato pubblicato nel 1511. Quanti libri ti vengono in mente che sono stati pubblicati prima del 1511 e sono ancora in stampa? La Bibbia, ovviamente. L’Iliade e l’Odissea. Alcune tragedie e commedie greche. Possiamo andare oltre il canone occidentale e includere il Mahabarata dall’India e l’I Ching e il Libro delle Odi dalla Cina. Tutto questo mi ha incuriosito e sono andata nella tana del coniglio.

Che ricerche hai fatto? È basato su una storia vera?

Ho scritto Lady Tan’s Circle of Women durante i primi due anni della pandemia, quando tutte le biblioteche, i centri di ricerca e gli archivi erano chiusi. Anche la Cina è stata chiusa, ed è rimasta effettivamente chiusa fino a circa 18 mesi fa. Quindi ho dovuto svolgere la mia ricerca in modi completamente nuovi. Ho contattato direttamente medici, studiosi, accademici e altri ricercatori di medicina tradizionale cinese che hanno studiato la vita e i tempi di Tan Yunxian. Hanno avuto tempo e voglia di parlare con me, perché anche loro erano in isolamento. E, naturalmente, ho letto, letto, letto tutto ciò che potevo trovare sulla storia della medicina cinese, sulle proprietà medicinali delle diverse erbe e sulle teorie dietro questa pratica che risale a più di due mila anni fa.

La struttura sociale nell’antica Cina confuciana era piuttosto complessa ma è vero che anche formalmente le donne erano sempre considerate, se non negativamente, almeno in una posizione di netta inferiorità?

Il confucianesimo dettava le regole della società e della cultura di quel tempo. Penso che possiamo essere d’accordo sul fatto che Confucio fosse un grande filosofo e pensatore. Detto questo, non aveva molto amore o rispetto per le donne. Aveva tutti questi detti: Quando sei ragazza, obbedisci a tuo padre; quando sei moglie, obbedisci a tuo marito; quando sei vedova, obbedisci a tuo figlio. Una donna istruita è una donna senza valore. E una brava donna non dovrebbe mai fare più di tre passi oltre il cancello principale. Quindi sì, le donne erano chiaramente viste come inferiori. Tan Yunxian, a detta di tutti, era una vera donna confuciana: contrasse un matrimonio combinato, ebbe quattro figli e gestì la casa di suo marito. Allo stesso tempo, ha davvero aggirato le regole confuciane riguardo alle donne. Era un medico che si prendeva cura di donne e ragazze. Ha scritto il suo libro. Cinquecento anni fa, stava lottando per trovare quello che oggi chiamiamo equilibrio tra lavoro e vita privata. Era straordinaria per il suo tempo e la trovo straordinaria anche oggi.

Nella Cina più antica esisteva una struttura matriarcale legata al culto delle Grandi Antenate e delle Regine Madri. È possibile che questi legami ancestrali siano sopravvissuti segretamente anche nella Cina di stampo confuciano?

Non che io sappia, ma non so tutto…

Tan Yunxian, la protagonista del tuo romanzo, è una donna medico che visse nella Cina imperiale durante la dinastia Ming. Secondo l’etica confuciana, a una donna era formalmente vietato esercitare la professione di medico? Come fa Yunxian ad aggirare questi divieti?

La Cina ha una storia di donne che operavano in medicina che risale a duemila anni fa. Tuttavia, le donne medico erano rare. Dei 12.000 testi medici conosciuti rinvenuti in Cina, solo tre sono stati scritti da donne e quello di Tan Yunxian è il primo. Questo non è stato solo sorprendente per me, è stato anche fonte di ispirazione. Ciò che mi ha particolarmente incuriosito di Tan Yunxian è che tutti i suoi pazienti erano donne e ragazze. Alcune delle sue pazienti soffrivano di disturbi comuni a entrambi i sessi: mal di gola, disturbi di stomaco e simili. Ma ciò che rende il suo lavoro davvero straordinario sono quei casi che riguardano solo donne e ragazze: mestruazioni, gravidanza, parto, allattamento e menopausa. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che non importa se una donna sia vissuta durante la dinastia Ming o oggi, sia ricca o povera, in Cina o in Italia, o sia di qualsiasi colore dell’arcobaleno, perché siamo unite dalla nostra identità biologica e dalle funzioni fisiologiche, che ci legano insieme attraverso il tempo e lo spazio. Questo, e il fatto che gli uomini cercano di acquisire il controllo sul corpo delle donne da… da sempre. Penso che possiamo ringraziare il nonno di Tan Yunxian per averle permesso di diventare medico. Quando aveva otto anni andò a vivere con i suoi nonni. Suo nonno, che era uno studioso imperiale di alto rango, amava bere vino la sera e farsi recitare poesie classiche. Nel suo libro, Tan Yunxian cita suo nonno che una notte disse: “Questa ragazza è troppo intelligente per limitarla a imparare a ricamare. Dovremmo insegnarle la mia medicina”. In realtà, continua ad imparare da sua nonna, che era anche lei un medico, ma ciò non sarebbe mai accaduto senza l’approvazione del nonno.

Da chi venivano curate le donne se ai medici uomini era vietato ogni contatto fisico? Soprattutto per quanto riguarda il parto, c’erano delle ostetriche, magari le stesse che si occupavano di fasciare i piedini alle bambine?

I medici uomini dovevano sedersi dietro una tenda o uno schermo o meglio ancora essere fuori nel corridoio quando curavano ragazze e donne. Il padre di una ragazza o il marito di una donna fungevano da intermediario tra la paziente e il medico. Pensa quanto sarebbe stato imbarazzante! Anche adesso, anche se amo moltissimo mio marito e i miei figli, non vorrei che facessero da intermediari tra me e nessuno dei miei medici, in particolare il mio ginecologo. Ma era anche vietato a tutti i medici, uomini o donne, di entrare in contatto fisico con il sangue. Ciò è dovuto a Confucio, che aveva creato una gerarchia di tutte le professioni. Ai livelli più bassi della società c’erano le persone che entravano in contatto fisico con il sangue: coroner, macellai e ostetriche. Quindi, le ostetriche facevano nascere i bambini. Poiché le ostetriche si sporcavano letteralmente di sangue le mani, erano considerate contaminate, le più infime. Mi sembra interessante, perché le ostetriche sono quelle che mettono al mondo la vita. (Va detto che le ostetriche hanno fatto nascere i bambini in tutto il mondo fino in tempi relativamente recenti.) Le madri fasciavano i piedi delle loro figlie.

Grazie per la tua disponibilità E come ultima domanda vorrei sapere se stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi raccontarci qualcosa a riguardo?

Sto lavorando al nuovo romanzo, basato sulla storia vera di tre donne che lasciarono la Cina nel 1870 per venire a Los Angeles. A quel tempo, Los Angeles contava solo 5.000 persone. (Al contrario, San Francisco aveva già una popolazione di 150.000 persone.) Los Angeles era considerata la più selvaggia di tutte le città del selvaggio West, con più pistoleri, omicidi, risse di strada e impiccagioni che in qualsiasi altra parte del paese. Qui c’erano solo 180 cinesi, di cui 34 donne. Immagina come deve essere stato per loro vivere in questa città violenta, sporca e molto arretrata. Sto scrivendo la storia di tre di quelle donne vere. La prima, una ragazza di appena 15 anni, fu portata a Los Angeles in un matrimonio combinato con un uomo molto più anziano. Non era qui da molto tempo prima che venisse rapita e tenuta prigioniera per sei mesi. La seconda era la moglie del medico cinese. Era una donna di grande coraggio e ingegnosità, che prese il controllo del suo destino. La terza è basata su una donna che è stata venduta dalla sua famiglia in Cina, portata in California e avviata alla prostituzione. La storia si svolge subito dopo la guerra civile. La schiavitù era stata bandita e vietata nella nostra Costituzione. C’era un’eccezione, tuttavia, e cioè nello stato della California, dove era legale per le donne cinesi essere acquistate, vendute e possedute contro la loro volontà. Dal momento in cui la donna di cui sto scrivendo è sbarcata in California, ha fatto tutto il possibile per fuggire e trovare la libertà. Ancora una volta, queste erano tutte donne vere. Hanno vissuto momenti molto difficili ma, come Tan Yunxian, sono fonte di ispirazione fino ad oggi.