Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Fuoco al fuoco di Candice Fox (Marcos Y Marcos 2024) a cura di Giulietta Iannone

3 settembre 2024

Fuoco al fuoco (Fire with Fire, 2023) traduzione dall’inglese di Beatrice Sterza, dell’autrice australiana super premiata Candice Fox, pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos, è un surreale poliziesco con due improbabili protagonisti: Lynette Lamb un’aspirante poliziotta capace di farsi licenziare il primo giorno di lavoro e il detective della polizia di Los Angeles Charlie Hoskins poliziotto sottocopertura la cui copertura salta e si salva per il rotto della cuffia. Hanno ventiquatr’ore di tempo per trovare la piccola Tilly, scomparsa due anni prima sulla spiaggia di Santa Monica, prima che i genitori disperati pur di fare riaprire il caso distruggano una per una le prove custodite nel Laboratorio biologico forense di Los Angeles, tenendo tre ostaggi sotto tiro. Buffo, surreale, sgangherato, divertente Fuoco al fuoco è un ottimo poliziesco che sa intrattenere grazie ai suoi personaggi ben delineati e al suo sottile umorismo che sa stemperare i momenti più drammatici. Riusciranno i nostri intrepidi eroi a trovare la bimba e a scoprire cosa le è successo? E’ ancora viva? Prigioniera nelle mani di chissà chi? Uccisa dalla sorella? E soprattutto che figura ci farà la polizia di Los Angeles se a risolvere il caso sarà una recluta e un poliziotto tutto acciaccato? Una lettura veloce per questa fine estate, corre veloce e scivola via come l’acqua. Forse diventerà una serie.

Candice Fox è nata a Sidney in una famiglia pronta ad accogliere non solo figli propri e altrui ma anche un’ampia gamma di animali selvatici feriti. In questa comunità vivacissima ha coltivato la sua passione per il crimine espressa felicemente in thriller che negli Stati Uniti hanno slalato le classifiche del New York Times. I romanzi di Candice Fox sono tradotti in tutto il mondo; in Australia è l’autrice di gialli più amata l’unica ad avere vinto tre volte gli ambiti Ned Kelly Awards.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

:: “Vuoto, nulla, vacuità. Il buddhismo e il pensiero moderno”, di Marcus Boon, Eric Cazdyn e Timothy Morton (Ubiliber 2024) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2024

Vuoto, nulla, vacuità Il buddhismo e il pensiero moderno (Nothing. Three Inquiries in Buddhism, 2015) è un’interessante saggio composto da tre saggi di tre dei più profondi e innovativi filosofi contemporanei le cui ricerche stanno ponendo un ponte, mai così necessario come oggi, tra Occidente e Oriente. Tutti con all’attivo numerose e importanti pubblicazioni Marcus Boon, Eric Cazdyn e Timothy Morton analizzano parallelismi, similitudini e affinità tra il vuoto come categoria essenziale del buddhismo e il vuoto della teoria critica occidentale gettando le basi di un serio confronto tra le due scuole di pensiero e soprattutto analizzando il buddhismo come base fondativa per rileggere la dimensione politica dell’Occidente, cosa che non era mai ancora stata fatta e che costituisce il nucleo innovativo di questa opera decisamente originale e necessaria che va così a colmare questa grave lacuna nel dibattuto filosofico conteporaneo.

Il saggio di Marcus Boon si concentra sulla politica ed esplora la politica buddhista del periodo della Guerra fredda.

I dibattiti teorici su buddhismo e il marxismo sono oggi il prodotto di questa scissione ideologica (il cui esito non sono necessariamente due distinte ideologie, ma la scissione stessa come ideologia), in Asia forse quanto in Europa e in America. E, ancora una volta, è proprio nel divario o nella distanza tra queste due visioni apparentemente opposte che si possono inquadrare le nozioni di comunità e il problema del buddhismo politico nei termini in cui li intende Bataille.

Il saggio di Eric Cazdyn compara e compendia la categoria buddhista di “illuminazione”, quella marxista di “rivoluzione” e quella psicoanalitica di “cura” giungendo alla conclusione che hanno una funzione simile.

Il saggio di Morton infine è un’esplorazione del fenomeno che l’autore chiama buddhafobia, una “paura del buddhismo” o meglio del nulla che caratterizza una delle principali ansie generate dalla modernità.

Questo volume è anche corredato poi da un glossario introduttivo dei termini buddhisti, compilato da Claire Villareal che aiuterà chi non ha dimestichezza con questi termini a seguire le argomentazioni e i dibattiti via via svolti. Traduzione di Andrea Libero Carbone.

Marcus Boon è scrittore, giornalista e professore di Inglese alla York University di Toronto. Eric Cazdyn è professore di Estetica e Politica presso la Uni-versity of Toronto; è anche regista e artista. Timothy Morton è titolare della cattedra “Rita Shea Guffey” di Letteratura Inglese alla Rice University di Houston in Texas.

:: La moglie del becchino di Frédéric Dard (Rizzoli 2024) a cura di Giulietta Iannone

29 agosto 2024

Celebre forse più per le inchieste umoristiche del commissario Sanantonio, Frédéric Dard è anche autore di una serie più che considerevole di romanzi noir che Rizzoli sta meritoriamente pubblicando in italiano tradotti da Elena Cappellini, tra cui l’ultimo La moglie del becchino (Le Pain Des Fossoyeurs, 1956). Protagonista di questo breve romanzo dove trionfa l’amour fou, è Blaise Delange, un parigino senza né arte né parte che si reca in provincia per rispondere a un’inserzione di lavoro da parte di una ditta di caucciù. Arriva tardi, il posto è già stato preso ma all’ufficio postale incontra una donna bellissima e melanconica e se ne innamora. La donna perde il portafogli e l’uomo in un rigurgito di coscienza e onestà, o forse solo per rivedere la donna, decide di non tenersi gli ottomila franchi che contiene, di cui avrebbe disperatamente bisogno, e di riconsegnare il portafogli. Così fa la conoscenza di Germaine Castain, infelice moglie di Achille Castain, il becchino del paese. Colpito da tanta onestà Castain decide di offrirgli un lavoro e così Blaise accetta rimanendo inevitabilmente invischiato nei segreti di quell’improbabile coppia. Dard ha un debole per le belle donne capaci di portare alla rovina uomini sentimentali e inevitabilmente ingenui seppure fondamentalmente poco onesti e anche in questa storia vediamo ripresentato questo schema seppure l’ironia e l’amarezza con cui Dard delinea caratteri e ambienti rende la lettura piacevole e scorrevole. I romanzi di Dard si leggono in fretta e questo non fa differenza. Abbiamo la provincia inquietante e sonnolenta, una coppia mal assortita, e l’ingenuo Blaise Delange come terzo incomodo, innamorato e poi amante di Germaine, la dark lady della storia, una ragazza giovane, bellissima, malinconica forse non raffinata ed elegante ma basta poco arrivata a Parigi per trasformarla in una vera bellezza. A ritroso poi ci si chiede se la bella Germaine ha davvero perso inavvertitamente il portafogli o è stato solo un ingegnoso e diabolico piano per catturare un ingenuo nella sua trappola. I noir non prevedono lieto fine, e anche questo non l’avrà ma è singolare vedere come Dard riesca a far sembrare tutto inevitabile, seppure l’ingiustizia del finale gridi vendetta. Particolare. Da segnalare soprattutto la scena nella tomba quando Blaise tenta di recuperare un cadavere, macabra e nello stesso tempo divertente.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi alla fine degli anni Quaranta e i 175 volumi della serie del commissario San-Antonio sono stati uno dei più grandi successi editoriali francesi della seconda metà del Novecento. Parallelamente, Dard ha scritto numerosi altri romanzi e racconti. Amico di Georges Simenon, come lui autore di una vastissima opera, Dard è considerato tra i più importanti esponenti del noir francese. Per Rizzoli sono usciti: Il montacarichi (2019), I bastardi vanno all’inferno (2021), Gli scellerati (2022), Prato all’inglese (2022) e Negli occhi di Marianne (2023).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Rizzoli.

:: Un’intervista con Lisa See su “Lady Tan’s Circle of Women” a cura di Giulietta Iannone

10 luglio 2024

Benvenuta Lisa e grazie per aver accettato questa nuova intervista sul blog Liberi di Scrivere. Sei conosciuta in Italia soprattutto per il romanzo Fiore di Neve e il ventaglio segreto ma anche per altri tuoi bellissimi romanzi che raccontano le esperienze soprattutto delle donne cinesi e i loro rapporti familiari. Come è nato il tuo interesse per la condizione della donna sia nell’antica Cina che nelle nuove generazioni di cinesi americani?

Il mio interesse è nato in due modi. Innanzitutto, sono cresciuta in una grande famiglia cinese americana. Quando ero ragazza, nella sola Los Angeles c’erano circa 400 persone della mia famiglia. Un piccolo numero di miei parenti mi somigliava – ho i capelli rossi e le lentiggini – ma la stragrande maggioranza erano completamente cinesi. Poi c’erano le diverse gradazioni nel mezzo. Quando mi guardavo intorno, tutto quello che vedevo erano volti cinesi. Ho così avuto a che fare con le tradizioni cinesi, la cultura cinese, la lingua cinese e il cibo cinese. Ma ancora una volta, non assomigliavo a tutti gli altri. Quindi all’inizio ero in viaggio per capire cosa sapevo, chi ero e dove e come stavo. In secondo luogo, sono sempre stata incuriosita dalle storie di donne che sono state perse, dimenticate o deliberatamente nascoste. Sono davvero orgogliosa e onorata di scoprire e condividere con voi le storie straordinarie di queste donne in Cina. Le donne in passato dovevano sopravvivere e sopportare così tante difficoltà. Tutti i successi che abbiamo oggi come donne sono dovuti a tutte le donne valorose, coraggiose e creative che ci hanno preceduto. Cavalchiamo sulle loro spalle e dovremmo conoscere le loro storie.

Lady Tan’s Circle of Women è il tuo nuovo romanzo, è una storia interessante su una donna dell’alta società che diventa medico nonostante le restrizioni sociali durante la dinastia cinese dei Ming. Vuoi parlarcene?

C’è stato un giorno durante il lockdown in cui stavo camminando accanto agli scaffali del mio ufficio e il dorso di uno dei libri mi è caduto addosso. Non so perché, il dorso era grigio con scritte grigie leggermente più scure. Ma era come se il libro fosse volato via dal mio scaffale e mi fosse finito tra le mani. Riguardava la gravidanza e il parto durante la dinastia Ming. Ho letto fino a pagina diciannove e ho trovato una citazione di Tan Yunxian, una dottoressa della dinastia Ming, che, quando compì cinquant’anni nel 1511, pubblicò un libro sui suoi casi medici. Pensiamoci per un minuto. Una dottoressa che praticava la medicina 500 anni fa. A quel tempo non c’erano molti medici professionisti – uomini o donne – nel mondo. Mi è piaciuto il fatto che Tan Yunxian avesse cinquant’anni quando pubblicò il suo libro. E infine, che è stato pubblicato nel 1511. Quanti libri ti vengono in mente che sono stati pubblicati prima del 1511 e sono ancora in stampa? La Bibbia, ovviamente. L’Iliade e l’Odissea. Alcune tragedie e commedie greche. Possiamo andare oltre il canone occidentale e includere il Mahabarata dall’India e l’I Ching e il Libro delle Odi dalla Cina. Tutto questo mi ha incuriosito e sono andata nella tana del coniglio.

Che ricerche hai fatto? È basato su una storia vera?

Ho scritto Lady Tan’s Circle of Women durante i primi due anni della pandemia, quando tutte le biblioteche, i centri di ricerca e gli archivi erano chiusi. Anche la Cina è stata chiusa, ed è rimasta effettivamente chiusa fino a circa 18 mesi fa. Quindi ho dovuto svolgere la mia ricerca in modi completamente nuovi. Ho contattato direttamente medici, studiosi, accademici e altri ricercatori di medicina tradizionale cinese che hanno studiato la vita e i tempi di Tan Yunxian. Hanno avuto tempo e voglia di parlare con me, perché anche loro erano in isolamento. E, naturalmente, ho letto, letto, letto tutto ciò che potevo trovare sulla storia della medicina cinese, sulle proprietà medicinali delle diverse erbe e sulle teorie dietro questa pratica che risale a più di due mila anni fa.

La struttura sociale nell’antica Cina confuciana era piuttosto complessa ma è vero che anche formalmente le donne erano sempre considerate, se non negativamente, almeno in una posizione di netta inferiorità?

Il confucianesimo dettava le regole della società e della cultura di quel tempo. Penso che possiamo essere d’accordo sul fatto che Confucio fosse un grande filosofo e pensatore. Detto questo, non aveva molto amore o rispetto per le donne. Aveva tutti questi detti: Quando sei ragazza, obbedisci a tuo padre; quando sei moglie, obbedisci a tuo marito; quando sei vedova, obbedisci a tuo figlio. Una donna istruita è una donna senza valore. E una brava donna non dovrebbe mai fare più di tre passi oltre il cancello principale. Quindi sì, le donne erano chiaramente viste come inferiori. Tan Yunxian, a detta di tutti, era una vera donna confuciana: contrasse un matrimonio combinato, ebbe quattro figli e gestì la casa di suo marito. Allo stesso tempo, ha davvero aggirato le regole confuciane riguardo alle donne. Era un medico che si prendeva cura di donne e ragazze. Ha scritto il suo libro. Cinquecento anni fa, stava lottando per trovare quello che oggi chiamiamo equilibrio tra lavoro e vita privata. Era straordinaria per il suo tempo e la trovo straordinaria anche oggi.

Nella Cina più antica esisteva una struttura matriarcale legata al culto delle Grandi Antenate e delle Regine Madri. È possibile che questi legami ancestrali siano sopravvissuti segretamente anche nella Cina di stampo confuciano?

Non che io sappia, ma non so tutto…

Tan Yunxian, la protagonista del tuo romanzo, è una donna medico che visse nella Cina imperiale durante la dinastia Ming. Secondo l’etica confuciana, a una donna era formalmente vietato esercitare la professione di medico? Come fa Yunxian ad aggirare questi divieti?

La Cina ha una storia di donne che operavano in medicina che risale a duemila anni fa. Tuttavia, le donne medico erano rare. Dei 12.000 testi medici conosciuti rinvenuti in Cina, solo tre sono stati scritti da donne e quello di Tan Yunxian è il primo. Questo non è stato solo sorprendente per me, è stato anche fonte di ispirazione. Ciò che mi ha particolarmente incuriosito di Tan Yunxian è che tutti i suoi pazienti erano donne e ragazze. Alcune delle sue pazienti soffrivano di disturbi comuni a entrambi i sessi: mal di gola, disturbi di stomaco e simili. Ma ciò che rende il suo lavoro davvero straordinario sono quei casi che riguardano solo donne e ragazze: mestruazioni, gravidanza, parto, allattamento e menopausa. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che non importa se una donna sia vissuta durante la dinastia Ming o oggi, sia ricca o povera, in Cina o in Italia, o sia di qualsiasi colore dell’arcobaleno, perché siamo unite dalla nostra identità biologica e dalle funzioni fisiologiche, che ci legano insieme attraverso il tempo e lo spazio. Questo, e il fatto che gli uomini cercano di acquisire il controllo sul corpo delle donne da… da sempre. Penso che possiamo ringraziare il nonno di Tan Yunxian per averle permesso di diventare medico. Quando aveva otto anni andò a vivere con i suoi nonni. Suo nonno, che era uno studioso imperiale di alto rango, amava bere vino la sera e farsi recitare poesie classiche. Nel suo libro, Tan Yunxian cita suo nonno che una notte disse: “Questa ragazza è troppo intelligente per limitarla a imparare a ricamare. Dovremmo insegnarle la mia medicina”. In realtà, continua ad imparare da sua nonna, che era anche lei un medico, ma ciò non sarebbe mai accaduto senza l’approvazione del nonno.

Da chi venivano curate le donne se ai medici uomini era vietato ogni contatto fisico? Soprattutto per quanto riguarda il parto, c’erano delle ostetriche, magari le stesse che si occupavano di fasciare i piedini alle bambine?

I medici uomini dovevano sedersi dietro una tenda o uno schermo o meglio ancora essere fuori nel corridoio quando curavano ragazze e donne. Il padre di una ragazza o il marito di una donna fungevano da intermediario tra la paziente e il medico. Pensa quanto sarebbe stato imbarazzante! Anche adesso, anche se amo moltissimo mio marito e i miei figli, non vorrei che facessero da intermediari tra me e nessuno dei miei medici, in particolare il mio ginecologo. Ma era anche vietato a tutti i medici, uomini o donne, di entrare in contatto fisico con il sangue. Ciò è dovuto a Confucio, che aveva creato una gerarchia di tutte le professioni. Ai livelli più bassi della società c’erano le persone che entravano in contatto fisico con il sangue: coroner, macellai e ostetriche. Quindi, le ostetriche facevano nascere i bambini. Poiché le ostetriche si sporcavano letteralmente di sangue le mani, erano considerate contaminate, le più infime. Mi sembra interessante, perché le ostetriche sono quelle che mettono al mondo la vita. (Va detto che le ostetriche hanno fatto nascere i bambini in tutto il mondo fino in tempi relativamente recenti.) Le madri fasciavano i piedi delle loro figlie.

Grazie per la tua disponibilità E come ultima domanda vorrei sapere se stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi raccontarci qualcosa a riguardo?

Sto lavorando al nuovo romanzo, basato sulla storia vera di tre donne che lasciarono la Cina nel 1870 per venire a Los Angeles. A quel tempo, Los Angeles contava solo 5.000 persone. (Al contrario, San Francisco aveva già una popolazione di 150.000 persone.) Los Angeles era considerata la più selvaggia di tutte le città del selvaggio West, con più pistoleri, omicidi, risse di strada e impiccagioni che in qualsiasi altra parte del paese. Qui c’erano solo 180 cinesi, di cui 34 donne. Immagina come deve essere stato per loro vivere in questa città violenta, sporca e molto arretrata. Sto scrivendo la storia di tre di quelle donne vere. La prima, una ragazza di appena 15 anni, fu portata a Los Angeles in un matrimonio combinato con un uomo molto più anziano. Non era qui da molto tempo prima che venisse rapita e tenuta prigioniera per sei mesi. La seconda era la moglie del medico cinese. Era una donna di grande coraggio e ingegnosità, che prese il controllo del suo destino. La terza è basata su una donna che è stata venduta dalla sua famiglia in Cina, portata in California e avviata alla prostituzione. La storia si svolge subito dopo la guerra civile. La schiavitù era stata bandita e vietata nella nostra Costituzione. C’era un’eccezione, tuttavia, e cioè nello stato della California, dove era legale per le donne cinesi essere acquistate, vendute e possedute contro la loro volontà. Dal momento in cui la donna di cui sto scrivendo è sbarcata in California, ha fatto tutto il possibile per fuggire e trovare la libertà. Ancora una volta, queste erano tutte donne vere. Hanno vissuto momenti molto difficili ma, come Tan Yunxian, sono fonte di ispirazione fino ad oggi.


:: Un’intervista con Qiu Xiaolong, su “Il Dossier Wuhan” (Love and Murder in the Time of Covid, 2023) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2024

Benvenuto Xiaolong e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Il dossier Wuhan è il tuo ultimo romanzo di Chen Cao. Vuoi parlarcene? Come è stato affrontato il Covid in Cina?

R: Grazie. In Il dossier Wuhan, puoi vedere l’enorme disastro che il Covid ha portato in Cina, ma più specificamente, è un quadro realistico di come la disastrosa politica “zero Covid” sia stata portata avanti con brutale forza dal governo del PCC, causando migliaia di vittime. E migliaia di morti come danni collaterali di questa politica disumana. Ad esempio, come descritto nel romanzo, una donna incinta in travaglio non poteva essere ricoverata in ospedale poiché non aveva quel giorno il certificato di aver effettuato un test Covid con risultato negativo, ed è morta dissanguata durante lo sforzo disperato di spostarla da un ospedale all’altro. Ed è una storia vera.

Il tuo romanzo è un’aperta denuncia dei metodi repressivi utilizzati per contenere l’emergenza epidemica. Non hai paura di eventuali ritorsioni da parte del governo cinese nei tuoi confronti?

R: Naturalmente sono più che nervoso per le eventuali ritorsioni. Ma un libro del genere deve essere scritto. La storia non può essere dimenticata o perdonata. Mi è capitato di essere quello capace di scriverlo, ma anche quello capace di presentarlo ai lettori in diverse lingue. I miei colleghi scrittori cinesi sono stati imbavagliati e non possono scrivere alcuna cosa sul Covid, a quanto mi risulta. Quindi continuavo a ricordare a me stesso una citazione di Confucio: “Ci sono cose che un uomo farà e cose che un uomo non farà“. Scrivere Il dossier Wuhan è una cosa che ho fatto e dovevo fare.

Il personaggio di Chen Cao invecchia insieme a te e diventa sempre più amareggiato per i mali che affliggono la Cina, un paese meraviglioso, dalla cultura millenaria. Il personaggio di Chen Cao rispecchia le tue emozioni? L’amore sarà per lui una consolazione?

R: Sì, sta invecchiando e diventando sempre più rattristato dai mali che affliggono la Cina, come dici tu. Per questo spero che l’amore possa essere per lui una delle poche consolazioni. Anche perché traduco sempre più poesie classiche (via Chen) da una cultura millenaria. È un tentativo di tenere me e Chen al sicuro dalle implacabili delusioni e disillusioni. Ovviamente io non sono Chen Cao.

Chen Cao ama la poesia, il buon cibo, è un ottimo traduttore, ha un forte senso etico e grande umanità, cosa ti somiglia e cosa ti differenzia da lui?

R: Questa è una domanda correlata. Sì, amo la poesia, il buon cibo (così sono diventato lo chef della mia famiglia), e recentemente ho anche scritto una prefazione a una nuova raccolta di poesie di T. S. Eliot pubblicata da un editore americano mentre presto sta per uscire la mia traduzione riveduta delle poesie di T. S. Eliot. Per quanto riguarda “un forte senso etico e una grande umanità“, non spetta a me dire se possiedo o meno queste qualità. Basti dire che condivido alcune qualità con Chen.

Tornando al Covid, tutto è partito da Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei. Si parlava di un virus fuggito da un laboratorio a causa di un incidente e anche di trasmissione dagli animali all’uomo di un virus che, a causa di modificazioni genetiche, è diventato mortale per l’uomo. Forse non scopriremo mai le origini di questa epidemia, che idee ti sei fatto?

R: Ho letto parecchio sulla possibilità che il virus fosse fuoriuscito da un laboratorio di Wuhan come origine della pandemia di Covid. Ho fatto i compiti per la stesura del romanzo. Personalmente mi sento propenso allo scenario, anche se non sono mai stato uno specialista del settore. Quindi non posso dirlo con certezza. Grazie alla trasparenza intorno al laboratorio di Wuhan attuata dal governo del PCC, potremmo essere in grado di scoprire l’origine dell’epidemia di Covid nel mondo.

Vorrei davvero iniziare a studiare la lingua cinese, che consigli daresti ad un italiano che vuole intraprendere questo arduo percorso? Ho iniziato ma non sto facendo alcun progresso. Come hai imparato l’inglese? Iniziando a leggere libri in lingua inglese?

R: La mia risposta è semplice. Inizia a studiare senza preoccuparti troppo. La lingua cinese è contestuale. Una volta acquisito un certo numero di vocaboli cinese, potresti essere in grado di comprendere il testo cinese leggendolo contestualmente. Per quanto riguarda il mio modo di imparare l’inglese, ovviamente l’ho fatto attraverso i libri di testo. Come probabilmente saprai, ho studiato inglese principalmente da solo al Bund Park. Anche altri libri in lingua inglese, come narrativa e poesia, mi aiutarono molto, specialmente in quei giorni in cui tutte le opere letterarie erano state vietate tranne le “otto opere rivoluzionarie moderne”. Anche questo mi ha dato uno stimolo in più per imparare l’inglese.

E infine, nel salutarti e nel ringraziarti per la tua disponibilità, come ultima domanda ti chiedo se puoi dirci qualcosa sulla trama del tuo prossimo romanzo.

R: Sto lavorando al prossimo romanzo dell’ispettore Chen. Come forse vi ho detto, a volte è difficile scrivere un libro sulla Cina. Ciò che è accaduto alla Cina in passato e ciò che sta accadendo nel presente potrebbero essere strettamente interconnessi. Quindi il presente romanzo, pur concentrandosi su qualcuno che “è scomparso” nella Cina odierna, abbraccia più di trent’anni, esplorando le complicate interrelazioni nella storia cinese. Nel frattempo, tra un paio di mesi uscirà il mio secondo libro sul Giudice Dee (in francese e inglese).

:: Un’intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

19 giugno 2024

Benvenuta Ben su Liberi di scrivere, è sempre un piacere parlare con te di libri e letteratura. Per una volta non parleremo di Martin Bora, e della tua serie ambientata nella Germania nazista, ma di un romanzo appena uscito per Mondadori dal titolo La fossa dei Lupi. Per molti tuoi lettori del tutto inaspettato. Ce ne vuoi parlare? Come ti è nata l’idea di scriverlo?

Di solito rispondo dicendo, come lo scalatore Edmund Hillary quando gli fu chiesto perché avesse voluto scalare l’Everest: “Perché è lì.” E lì, nelle scuole italiane come nelle nostre vite, I Promessi Sposi si trova dal 1870, tre anni prima che l’autore morisse. Un testo obbligatorio, dunque, seminale come Moby Dick per gli statunitensi, Guerra e Pace per i russi, o I Miserabili per i francesi. E se Manzoni condivide il podio con Alighieri, è perché ha “inventato” l’italiano moderno così come la Divina Commedia ci ha fornito una lingua nazionale. Proprio perché imprescindibile, e perché al contrario di molti l’ho amato fin dalla prima lettura, ho in mente e forse anche nel cuore I Promessi Sposi da tempo. Una storia di amore contrastato, fughe oltre i confini, guerre e pandemie, un abietto rapimento a fine di stupro, disordini di piazza… Il romanzo ci parla oggi forse più di ieri! Cresciuta fra libri di grande letteratura, con una carriera accademica alle spalle, e prestata da oltre trent’anni alla detection, mi è parso finalmente il momento di ringraziare Don Lisànder a dovere, abbinando alla mia consueta analisi storica e filologica un pizzico di ironia postmoderna. Che occasione per giocare con lo stile bonario di Manzoni mantenendo una tensione da thriller, ed elaborare i personaggi parlando in modo più esplicito di violenza e sensualità dove l’originale necessariamente doveva tacere! Un’esca troppo ghiotta per ignorarla.

Non avevi paura prima di cimentarti coi personaggi del Manzoni?

I monumenti, si sa, sono eretti per ricordare, ammonire, stupire. Ciò non toglie che nel corso dei secoli rivoluzioni e guerre li abbiano abbattuti fino alle fondamenta spesso e volentieri. Ho un vivido ricordo delle statue atterrate di Marx e Lenin nei giardini pubblici di Sofia poco dopo la caduta del Muro. Se, diciottenne nel 1968, posso essere ascritta a una generazione al contempo idealista e iconoclasta, da amante dell’archeologia detesto la perdita di qualsiasi testimonianza monumentale. Ammiro i capolavori, ma non ne sono intimidita. Manzoni scrisse per tutti noi, amabilmente e in modo comprensibile, conscio di dover “risciacquare i panni in Arno” prima di rendere il suo capolavoro fruibile dalle generazioni. Nessun timore, dunque. La coscienza di avere davanti una sfida notevole, sì. Dalla mia avevo stima per il testo, buona conoscenza della sintassi e delle metafore manzoniane, capacità di investigare il periodo storico nei suoi dettagli: società, religione, sistema economico, relazioni di genere e di classe, musica e arti grafiche… e naturalmente anche i soggetti che prediligo da sempre: armi e uniformologia. Confrontarsi con personaggi letterari già esistenti presenta vantaggi (sono già disegnati in modo più o meno particolareggiato, hanno un loro modus operandi) e svantaggi (gli stessi, come sopra). In altre parole, chi scrive deve accortamente cogliere tutti gli accenni anche sottintesi dell’originale: Lucia è bella o no? Fino a che punto Renzo ha un carattere aggressivo? Sono tutti d’accordo nel perdonare l’Innominato dopo il pentimento? Da queste domande nascono possibilità di elaborazione, nel rispetto del personaggio senza abbandonare la libertà creativa.

Dunque hai proseguito i Promessi sposi. Tornano Renzo e Lucia in una storia inaspettata di indagine, ce ne vuoi parlare?

Sui banchi di scuola abbiamo lasciato Renzo e Lucia novelli sposi, avviati oltre l’Adda. Seguono cenni sulla numerosa prole che avranno, e sulle lezioni di vita che hanno imparato (o no) dalle loro disavventure. La Fossa dei Lupi li porta avanti di qualche mese, durante la gravidanza di Lucia che è tornata dalla Bergamasca per far nascere il primo figlio nel paese natio. Identifico quest’ultimo, sulla scia di vari studi, con Olate, ora parte della città di Lecco. Baffi e barba identificano Renzo come adulto maturo, oltre che futuro padre e piccolo imprenditore. Agnese, madre di Lucia, presenza un po’ ingombrante, li segue ovunque. Agli inizi del romanzo, l’omicidio dell’Innominato sui monti sopra Lecco li sconvolge… o forse no. È quel che vuole scoprire Olivares, che da buon investigatore sospetta di tutti. Come lui, i due Tramaglino sono sopravvissuti al contagio e possono muoversi liberamente. Farli crescere dalla quasi adolescenza alla vita matrimoniale è stato interessante, così come scoprire una certa caparbietà nel comportamento di Lucia (ricordiamo la “Madonnina infilzata” del Manzoni), e inattesa temerarietà in Renzo sotto un interrogatorio che oggi definiremmo di garanzia. Dopo quasi due anni di peste, che richiamano alla mente la nostra recente esperienza con il Covid, tutti i lombardi stanno cercando di ricostruire le loro vite fra i lutti e il disastro economico seguìto alla peste.

Il bel luogotenente di giustizia Diego Antonio Olivares è il vero protagonista del libro? Come hai costruito il suo personaggio?

Devo ammettere che Diego Antonio de Olivares, energico eppure ingenuo venticinquenne, è il mio favorito. Impegnato nella lotta al crimine, la sua fervida religiosità gli fa vagheggiare un futuro non solo nella dotta Compagnia di Gesù ma anche il martirio in terre lontane; si interroga e spesso interroga il suo padre spirituale su questioni morali, ricerca verità e giustizia. Ma è anche un ragazzo pronto ad infiammarsi per una vedova come Donna Polissena Gallarati, tanto affascinante quanto “scienziata” noncurante delle regole che pure formalmente osserva con atti di carità. Mi è piaciuto molto dosare i passi della sua seduzione, secondo i costumi garbati dell’epoca, fino alla delizia di scoprire cosa si nasconde sotto le vesti sontuosamente severe di lei. Costruire Olivares, cosa amabilissima, ha significato studiarne l’aspetto italo-spagnolo (i capelli biondo-rossi del padre galiziano e gli occhi neri della bisbetica madre milanese Donna Sebastiana, “incarognita con Nostro Signore per avere lasciato morire quattro dei suoi sei figli”), il vestiario più vicino al rigore protestante d’Oltralpe che al fasto italiano, e soprattutto la sua verosimile adesione al complicato sistema secondo cui un’indole generosa e priva di pretese può e deve convivere con l’esasperato senso dell’onore spagnolesco. Olivares è il protagonista del romanzo perché indaga sull’omicidio eccellente dell’“Innominato” Bernardino Visconti, perché si confronta con i ricchi eredi del morto e di Don Rodrigo come con i miserabili ex bravi che mendicano un ingaggio, con informatori, prostitute e banchieri, girando per il lazzaretto milanese in via di chiusura, il Lecchese e la Brianza… Ma lui stesso riconosce in Renzo e Lucia il nucleo di una costellazione di personalità ed eventi. Intorno a loro ruotano sospetti, crimini, vendette, senza dimenticare laboriosità premiata, donazioni in denaro, curati truffaldini come Don Abbondio, figli di lanzichenecchi, falsi spagnoli e falsi italiani. E la feroce Guerra dei Trent’Anni fa da sfondo tempestoso al tutto, come nella indimenticabile Resa di Breda dipinta da Velázquez.

Come hai gestito tutta la parte relativa alle concezioni cristiane del Manzoni: la Provvidenza, il libero arbitrio, la giustizia, la fede?

Sulla religiosità del Manzoni si sono scritti non fiumi ma oceani di inchiostro. Convertito al cattolicesimo, moderato nel senso che appoggia almeno formalmente la separazione fra il potere ecclesiastico e quello civile, lo scrittore crede profondamente nell’istituzione del Papato e nel soccorso della Provvidenza divina nelle vicende umane. I suoi personaggi positivi, a partire dai Promessi e da Fra Cristoforo, sono mossi dalla fede; hanno fiducia che Dio provvederà anche contro le infamie umane. In Manzoni la facoltà di scegliere fra il Bene e il Male, o libero arbitrio, è aperta a tutti; quanto alla giustizia, si può solo aspirare ad essa, in un mondo imperfetto dove essa è augurabile solo grazie all’aderenza a principi morali universali. Questo però non equivale a passività: Lucia cerca di sottrarsi alla violenza, Renzo sfugge alla persecuzione emigrando, e Fra Cristoforo affronta a testa alta il prepotente Rodrigo. Aiutati, ché Dio t’aiuta sembra essere il motto per tutti loro. Per quel che mi riguarda, credo nella responsabilità individuale, nel dubbio come strumento del libero arbitrio, e in tempi post olocaustici non so se mi affiderei ciecamente alla Provvidenza. Ho quindi inserito il dubbio in diversi passi del romanzo, da quello etico-giuridico di Olivares a quello materno di Agnese Mondella, fino all’incertezza e alle scelte codarde ma pragmatiche di Don Abbondio, a cui regalo il cognome Romanò.

Hai appena venduto i diritti cine-televisivi per La fossa dei Lupi. Come è andata? Si sa già qualcosa di più dettagliato?

Be’, la notizia è di pochi giorni fa, quindi è ancora tutto piuttosto prematuro; ci sono ancora moltissimi passi da fare, e non è detto che il progetto vada necessariamente in porto. A ogni modo, sarà interessante vedere ricostruire una Milano e una Lombardia scomparse da tempo, magari con ambientazioni in borghi e angoli cittadini ancora conservati, o con l’ausilio della tecnologia informatica. La trama del romanzo include scontri armati, agguati, inseguimenti, risse, cerimonie solenni e momenti ironici, scene d’amore, duelli e cavalcate – tutti i componenti che ci aspetteremmo da una continuazione in chiave di mystery del capolavoro manzoniano. La Fossa dei Lupi potrebbe diventare un racconto visivo entusiasmante e sensuale.

Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda ti chiederei di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

Be’, finito un progetto, ne comincia un altro. Da un po’, infatti, sto considerando di riportare Martin Bora, ufficiale tedesco con una coscienza, agli inizi della sua avventura militare e investigativa sul fronte orientale. Lo specchio del pellegrino (working title) si svolge nel 1941 in un ambiente inedito e assai poco corrispondente alla nostra idea di campagna di Russia. Le sponde del Mar Nero, come ci insegnano i magistrali racconti di Isaak Babel’ e lo splendido film di Nikita Michalkov Colpo di sole, hanno un aspetto quasi mediterraneo. Sarà un’occasione per vedere cosa succede quando Bora, ancora capitano di cavalleria, viene inviato laggiù a risolvere un caso apparentemente facile. Gli appassionati di Martin Bora non saranno sorpresi di riconoscere le descrizioni di regioni e città che oggi sono nuovamente nei notiziari di guerra. Mi affido io per prima al buonsenso e alla tenacia indagatrice del mio protagonista, certa che nonostante gli ostacoli sulla sua strada proseguirà fino a trovare il bandolo della matassa.

:: Figlio, fratello, marito, amico di Roberto Saporito (Qed 2024) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2024

Pace a chi resta. O forse no? Cinismo, disillusione, rabbia, tutto pur di sfuggire al dolore di una perdita, di molte perdite, che mettono un uomo devastato davanti alla sua solitudine. Figlio, fratello, marito, amico di Roberto Saporito, scrittore albese di indubbio talento, ci narra la storia di un uomo che un tempo è stato figlio, fratello, marito e amico e ora è solo più un violento, un assassino. Un uomo che perde tutto il suo mondo e pian piano anche se stessso in una voragine di violenza decontestualizzata. Come sempre le storie di Saporito partono da elementi autobiografici per scavare nell’inconsio e creare storie peculiari e arcane, illusioni ottiche, proiezioni parallele di un altrove non sempre definibile. Il protagonista, figlio della buona borghesia albese, si accontenta di un lavoro da bibliotecario, tradendo le alte aspettative di un padre avvocato la cui religione sono i soldi, il lavoro, l’affermazione sociale. Ma ha Lisa, la moglie, il grande amore della sua vita. Lui vive per lei, lei vive per lui, finchè questo incanto, questo equlibrio, si rompe: il suo migliore amico sotto cocaina e alcool provoca un incidente stradale in cui muoiono la moglie e la sorella del protagonista. Dopo poco, di dolore, ma sarà un infarto, anche il padre, lasciandogli una cospicua eredità e la possibilità di vivere senza lavorare. Ma perdere i suoi principali affetti e punti di riferimento lo porta a volere vendetta. Parte per Roma con in mente solo una cosa…

E così si dipana una storia, di cui non svelerò gli ulteriori colpi di scena, ma ce ne sarà uno risolutivo finale, atto a cambiare le prospettive. La violenza come catarsi, come rabbia vendicativa contro la vita immeritevole di rimpianti. Una storia noir, oscura e feroce, che ci porta nel cuore nero di un uomo che da mite e incolore, persona senza qualità, si fa travolgere dalla rabbia, dall’odio e dalla violenza. L’incapacità di metabolizzare il suo passato proietta il protagonista in un mondo senza redenzione, in un vuoto esistenziale in cui neanche alcune storie passeggere riescono a dare calore. Un mondo freddo, algido, incolore si dipana in un vorticoso abisso verso un male di vivere che non è dato sapere se verrà mai fermato. Se c’è una morale in questo libro, che forse morale non ha, è che meglio esorcizzare i propri demoni sulla carta che nella vita reale, e uno scrittore ha il grande dono, o potere, di analizzare se stesso e da questo proiettare storie cannibalizzate dalla realtà. Resta l’amore, il grande mistero, l’unica luce in un mondo di ombre e di buio, che neanche un tradimento può sminuire, può togliere il senso che può dare a tutta una vita. Romanzo amaro, crudele, ma capace di esorcizzare il dolore, il distacco e la morte.

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha diretto per trent’anni una galleria d’arte. Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra le raccolte di racconti ricordiamo Harley-Davidson (1996, Stampa Alternativa Editore, vendendone ventimila copie), e Generazione di perplessi (2011, Edizioni della Sera, quarta di copertina di Marco Vichi) e tra i romanzi ricordiamo: Il rumore della terra che gira (2010, Perdisa Pop, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi), Il caso editoriale dell’anno (2013, come “Anonimo”, Edizioni Anordest), Come un film francese (2015, Del Vecchio Editore), Respira (2017, Miraggi Edizioni), Jazz, Rock, Venezia (2018, Castelvecchi Editore), Come una barca sul cemento (2019, Arkadia Editore) e In nessun luogo (2022, A&B Editrice). Suoi racconti sono stati pubblicati su alcune antologie e su innumerevoli riviste letterarie. A ottobre 2004 è stato invitato al Festival Letterario “Letteraria” a Pistoia, tra gli scrittori invitati: Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, Massimo Carlotto, Luca Crovi. A giugno 2007 è stato invitato al Festival Letterario Lib[e]ri 2007 di Teramo, tra gli scrittori invitati: Marco Lodoli, Erri De Luca, Walter Siti. Ha collaborato con la Rivista Letteraria di Milano “Satisfiction” con una sua personale rubrica. Nel 2013 il suo primo romanzo Anche i lupi mannari fanno surf [2002] diventa oggetto di studio di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, per la precisione la settima intitolata “L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di Anche i lupi mannari fanno surf, di Roberto Saporito”, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio Scerbanenco, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

:: Un’intervista con Emiliano Reali a cura di Giulietta Iannone

6 giugno 2024

In occasione dell’uscita del volume fotografico Pride (Scripta Maneant) intervistiamo uno degli autori dei quattro contributi scritti, Emiliano Reali, e segnaliamo che la Happy Productions ha acquistato i diritti cinematografici del suo romanzo di maggior successo “Bambi. Storia di una metamorfosi” e il Ministero della Cultura ha di recente stanziato un contributo economico per lo sviluppo del film, la cui regia verrà affidata a Mario Sesti.

Benvenuto Emiliano su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. E’ in uscita, nei primi giorni di giugno, il volume fotografico bilingue Pride (Scripta Maneant) di cui sei autore assieme a Silvia Ranfagni. Ce ne vuoi parlare?

E’ un progetto meraviglioso e sono stato molto felice quando mi hanno chiesto di parteciparvi. Pride è un volume fotografico che ripercorre momenti significativi e pregnanti del movimento LGBT+ e delle sue rivendicazioni dai moti di Stonewall a oggi.

Oltre alle foto ci sono anche quattro contribuiti scritti, di cui uno tuo dedicato alla tua mamma. E’ un contributo sofferto ma nello stesso tempo molto gioioso, allegro. Tua mamma era una mamma molto combattiva e tenera, quali sono i valori che ti ha trasmesso, quale è il più grande insegnamento che ti ha dato?

Lei mi ha amato, mi ha fatto sentire che quel bene lo meritavo a prescindere dalle mie imperfezioni o dagli errori che commettevo. Mi ha messo davanti a ogni altra cosa. E’ stato un esempio di ciò che davvero significhi amare.

Dignità, gioia, allegria, rispetto, amore, perché pensi che in un mondo ancora segnato da odio, divisioni, guerre, che sono i veri scandali che ci dovrebbero turbare e rattristare, ancora si giudichino i sentimenti, l’amore. Ognuno non dovrebbe essere libero di esprimere se stesso secondo la sua sensibilità?

E’ un momento storico molto difficile, si sta cercando di riportarci indietro, tentando di intaccare anche i diritti che sembravano ormai acquisiti. Siamo molto lontani da una società inclusiva e dobbiamo tenere la guardia alta rispetto ai rigurgiti fascisti che arrivano sempre più frequentemente.

Ho letto il pezzo dedicato a tua madre e mi ha colpito il fatto che morendo non ha pensato a se stessa ma a te, che avrebbe voluto lasciarti con qualcuno che ti amava e si sarebbe preso cura di te. Non pensi sia una delle forme più alte d’amore?

Accipicchia, non volendo, con la risposta precedente ho bruciato questa domanda! Comunque lei non è morta, è libera.

Parlami del libro, come avete raccolto le foto? Chi sono i fotografi che hanno contribuito? Di chi sono gli altri contributi scritti? Essendo bilingue è destinato anche al mercato estero?

Le immagini non hanno lingua, in più il fatto che le parti scritte del volume siano anche in inglese ne sottolinea la natura internazionale. Questo lo si evince anche dai firmatari dei vari contributi. Infatti oltre me e Silvia Ranfagni (autrice insieme a Giovanni Piperno del podcast “Corpi Liberi”) ci sono personalità incredibili. Shrouk El-Attar, attivista per i diritti dei rifugiati LGBTQIA+ nel Regno Unito, dove vive come rifugiata dal 2007, e per i diritti della comunità queer nel suo Paese natale, l’Egitto. Nel 2018 la BBC l’ha inserita tra le 100 donne più influenti del mondo. Sue Sanders, professore emerito dell’Harvey Milk Institute. Attivista per i diritti LGBTQIA+, co-presidente di “Schools Out” per l’uguaglianza delle persone LGBTQIA+ nel sistema scolastico. Il suo impegno concreto è stato riconosciuto con l’assegnazione di numerosi e prestigiosi premi. Non essendomi occupato della raccolta foto ho chiesto alla responsabile di redazione Asia Graziano di cui riporto le parole: “Per la raccolta immagini, vista la natura del volume, ci siamo affidati alla collaborazione con diversi archivi internazionali, per ottenere una documentazione il più variegata possibile, come AGF, Alamy e GettyImages. Più che per fotografi, ci siamo resi conto, per questo progetto editoriale specifico, di dover ricercare per territori: spesso infatti le fotografie dei Pride sono realizzate da giornalisti locali o da partecipanti alla parata stessa. In questo modo siamo riusciti a selezionare interessanti e autentiche testimonianze da ogni continente del mondo. Purtroppo, seppur preziosa, la collaborazione con le diverse associazioni e i circoli LGBTQIA+ nazionali e internazionali, non ha portato alla pubblicazione di materiale fotografico da loro direttamente fornito, perché non incontrava i criteri di alta risoluzione necessari ai fini di una stampa qualitativamente fruibile. I contatti con le associazioni, sono stati comunque vitali nella realizzazione del progetto, sia per l’individuazione delle figure internazionali di rilevanza cui affidare il racconto testuale dei Pride, che per l’attività di divulgazione e promozione del volume”.

Grazie Emiliano della disponibilità e in attesa di sfogliare questo libro, puoi parlarci dei tuoi progetti futuri?

Sono impegnato felicemente con un progetto che più che ‘futuro’ definirei ‘imminente’. Stiamo scrivendo la sceneggiatura per il film tratto dal mio “Bambi. Storia di una metamorfosi” ed è un’emozione che brilla come il cristallo, un progetto che si è fatto largo con forza e che oramai cammina spedito.

Vi raccolgo i brevi profili degli autori del libro:

Emiliano Reali
si occupa da sempre di diri civili e inclusione, autore di libri per ragazzi ulizza anche nelle scuole, ha dato vita alla prima trilogia transgender d’Italia “Bambi. Storia di una metamorfosi” (Avagliano). Dopo la vendita dei diri cinematografici e un finanziamento del Ministero della Cultura, è in lavorazione il film trao dal suddeo romanzo.
Reali ha collaborato alla realizzazione della serie “Refuge LGBT” (Lucky Red), del testo universitario “Manuale di studi LGBTQIA” (UTET) e scrive per Il Mattino, HuffPost , Il Riformista.

Silvia Ranfagni
assistente alla regia per Bernardo Bertolucci e Giuseppe Tornatore, sceneggiatrice per Carlo Verdone, Ferzan Ozpetek e Lamberto Bava, candidata al David di Donatello con “Il mio miglior nemico” (2006) e “La Dea Fortuna” (2020). Docente di Scriura Creava e Sceneggiatura presso la Rome University of Fine Arts (2017-2019). Con Giovanni Piperno, è autrice del Podcast “Corpi liberi”, che racconta la storia di Mark, Alex e Silvia: una persona trans, una non binaria e una madre spiazzata in cerca di risposte.

Shrouk El-Attar
attivista per i diritti dei rifugiati LGBTQIA+ nel Regno Unito, dove vive come rifugiata dal 2007, e per i diritti della comunità queer nel suo Paese natale, l’Egitto. Si esibisce nello speacolo “Dancing Queer” per raccogliere fondi per le spese di difesa legale delle persone LGBTQIA+ in Egitto.
Nel 2018 è stata inserita dalla BBC tra le 100 donne più influenti del mondo.

Sue Sanders
Professore emerito dell’Harvey Milk Instute.
Avista per i diri LGBTQIA+, co-presidente di “Schools Out” per l’uguaglianza delle persone LGBTQIA+ nel sistema scolasco. Il suo impegno concreto è stato riconosciuto con l’assegnazione di numerosi premi importanti, tra cui il Crown Prosecution Award for Equality and Diversity (2012). Nello stesso anno ha ricevuto un encomio dal Metropolitan Police Service per la sua avità nel MPS LGBT Advisory Group, che ha contribuito al miglioramento dei servizi di polizia per la comunità LGBTQIA+ inglese. Nel 2014 è stata candidata per il premio alla carriera nell’ambito dei Naonal Diversity Awards. Nel 2019 le è stato conferito il premio alla carriera dal Rainbow Honours Board e nel 2024 ha ricevuto il premio alla carriera dal Naonal Educaon Union.

:: Un’intervista con Patrizia Debicke a cura di Giulietta Iannone

14 Maggio 2024

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di cuore di aver accettato questa nuova intervista. Ho avuto il piacere di leggere il tuo nuovo romanzo Figlia di re – Un matrimonio per l’Italia e mi ha colpito che tu abbia voluto parlare del Risorgimento italiano da un punto di vista insolito. Dunque non un giallo o un thriller storico ma stavolta un vero e proprio romanzo storico. Ce ne vuoi parlare, quale è stato il punto di partenza da cui hai tratto ispirazione?

Dici bene niente giallo stavolta ma un romanzo storico. Anche se sappiamo tutti che la storia cela sempre i suoi misteri . Talvolta addirittura persino più intriganti e complessi di quelli che si possono inventare per una fiction che sia thriller gialla o noir. E quindi sì stavolta un romanzo storico, intanto con un personaggio femminile che risalta in primo piano ma anche e soprattutto scritto per ridimensionare certe pseudo iconografie esasperate in eccesso e in difetto, restituendo ai protagonisti idee e pensieri propri profondamente naturali e condivisibili. E i miei due protagonisti che volevo far conoscere e rivalutare erano il principe Napoleon Joseph, spesso dagli italiani schernito con l’infantile nomignolo di Plon Plon usato da sua sorella da bambini e sua moglie, Maria Clotilde di Savoia.

Il punto di partenza e fulcro di tutta la storia poi in realtà sarà legato a una cittadina Plombierès, un tempo celebre centro termale francese a i patti stipulati tra Napoleone III imperatore dei francese e il conte di Cavour durante il loro notturno convegno segreto di Plombierès durato otto ore. Patti che prevedevano un trattato che contemplava la perdita da parte dell’Austria della Lombardia e del Triveneto a favore del regno di Sardegna, che poteva annettersi anche i ducati di Parma, Modena e la parte più settentrionale dello Stato della Chiesa. In cambio la Francia avrebbe ottenuto la Savoia e Nizza. A sugello di detto trattato, Napoleone III chiese e ottenne anche la mano della primogenita di re Vittorio Emanuele II, Maria Clotilde di Savoia, per suo cugino e ardente italianofilo Napoleon Joseph, figlio di Jerome Bonaparte e di Catherine del Wurttemberg.
A Plombières non fu sottoscritto alcun documento ufficiale, ma sei mesi dopo venne firmato il trattato di alleanza tra Francia e regno di Sardegna in caso di guerra dell’Austria contro il Piemonte con l’ impegno dell’intervento di un esercito francese di duecentomila uomini.

Un matrimonio combinato il loro, come era la prassi per quasi tutti i matrimoni principeschi di allora e che sanciva un’alleanza tra due stati.
Nessuno nega che Maria Clotilde avesse meno di sedici anni e Napoleon Joseph trentasette, e cioè ventuno di più, ma lei chiese tempo e poi accettò liberamente di sposarsi. Aveva il suo carattere e le sue idee, ma parlava correntemente quattro lingue e sapeva muoversi a corte.
Napoleon non era un uomo facile, ma la stimava e, fiero di aver sposato la figlia di un re, dimostrò di esserle affezionato. Lui ateo, tollerò le sue abitudini religiose, le mise a disposizione una cappella a Palais Royal e la sostenne generosamente nella beneficenza. Mantenne l’amante in carica, in seguito la sostituì con un’altra, ma diversamente dall’imperatore più volubile, era solito averne una sola per volta. E Maria Clotilde, da brava figlia di suo padre, non ignorava certe debolezza maschili.
Comunque per suo piacere o dispiacere la giovanissima Clotilde si innamorò del marito. I suoi scritti, quelli di altri e le testimonianze soprattutto francesi dell’epoca lo confermano.

Il romanzo ci narra la storia franco-italiana che va dal luglio del 1858 al gennaio del 1861. Anni cruciali per la storia italiana. Come hai approfondito la ricerca storica? Hai potuto visionare documenti d’epoca? Ti servirà come scenario questa volta di un vero e proprio giallo o thriller storico?

Molto è già stato scritto, molto è facilmente reperibile negli archivi francesi legati a quel periodo, ho potuto disporre di documenti e ricostruzioni precise. Per la corrispondenza mi sono principalmente rifatta al carteggio privato tra Napoleone III e il cugino, quasi tutto in inglese e tra Nigra, Cavour e il principe Napoleon. E a parte di quello di Maria Clotilde con i fratelli. Tanti telegrammi poi, tanta roba da inserire e rendere parte del romanzo. Sono anni cruciali che hanno visto i Savoia, con la neutrale compiacenza della Francia e l’appoggio diretto o indiretto di Inghilterra e Prussia a creare il Regno di Italia a spese degli Austriaci, dei principati padani, dello Stato della Chiesa e infine, con il fattivo apporto di Garibaldi conquistare anche il Regno borbonico delle Due Sicilie.
Quindi tanto ottimo materiale a disposizione, anche se per ora non ho previsto un romanzo giallo storico ambientato nel XIX secolo ma… mai dire mai.

La figura della principessa Maria Clotilde di Savoia non è spesso valorizzata, più che una mera pedina di Cavour è stata una donna con una forte personalità, dal forte carattere che ha anche imposto il suo punto di vista. Ce ne vuoi parlare, come hai costruito il suo personaggio?

Raccontando quanto di lei hanno scritto i francesi che l’ammiravano. Tengo a ricordare che Maria Clotilde principessa Napoleon fu l’ultima persona della famiglia imperiale a lasciare Parigi dopo la sconfitta della Francia a Sedan. Seppe mantenere il suo ruolo in ogni circostanza, aveva ricevuto un’educazione adatta a una principessa di sangue reale ed era sempre pronta ad adattarsi, senza fare storie, a ogni situazione. Lo spirito avventuroso che faceva di lei un’eccellente cavallerizza le aveva regalato competitività ma anche duttilità. Apprezzò il lungo viaggio in America (il loro panfilo attraccò a New York mentre era in corso la Guerra Civile) – ampiamente descritto nel diario di bordo del figlio di George Sand – e rintracciabile sui quotidiani locali dell’epoca – dove fu ripetutamente fotografata e osannata dagli italiani emigrati.
Era curiosa, le piaceva divertirsi, ballare, era insomma una ragazza normale con desideri normali: quali una famiglia e dei figli, non la maniacale bigotta costruita dall’iconografia cattolica. Non lo divenne neppure in tarda età quando si dedicò alle opere pie con ammirevole senso di devozione.

Seppe interpretare bene la sua parte senza strafare, ma facendosi apprezzare dai francesi. E il suo matrimonio portò suo marito Napoleon Joseph, il liberale detto il Bonaparte Rosso, sempre sensibile alla causa italiana e amico di tanti patrioti, a farsene paladino anche a costo di mettersi contro il cugino imperatore e a offrire costante e pubblico sostegno alla conquista dell’Italia da parte dei Savoia.

Un punto di vista femminile dunque sul Risorgimento, quanto hanno influito le donne su questo movimento?

La leggenda storica attribuisce anche alla seduzione delle bella Contessa di Castiglione “più che una buona parola” con Napoleone III per la causa italiana . Ma sicuramente altre donne più lei. Salotti di sostegno alla causa infatti furono tenuti da Bianca Milesi, Metilde Viscontini Dembowski, Teresa Casati e da Cristina Trivulzio di Belgiojoso. Tra di loro primeggia Cristina di Belgioso. Figlia di una antica famiglia lombarda, fu grande sostenitrice di Mazzini, patriota, giornalista e scrittrice e, partecipando attivamente al Risorgimento, affrontò, senza mai tirarsi indietro, l’esilio e le privazioni. E come dimenticare Ana Maria de Jesus Ribeiro, Anita la guerriera moglie brasiliana di Garibaldi, morta in Romagna nel 1849 e Rose Montmasson, l’unica donna che partecipò per intero all’impresa dei Mille: persona libera, ferma nei suoi ideali, moglie di Crispi, capace di sopportare scelte dolorose, persone che dettero tutte se stesse per L’Unità d’Italia

Stessa cosa per il personaggio di Napoleon Joseph, sì amava le donne, ma era meno vanesio e farfallone di come era descritto nelle cronache locali, anzi era un instacabile lavoratore e amico dei patrioti italiani di cui ha sostenuto con passione la causa, oltre ad appoggiare le numerose opere di beneficienza della moglie. Come hai costruito il suo personaggio? E quanto Maria Clotilde ha influenzato in positivo il suo carattere?

Bellissimo personaggio Napoleon Joseph, umiliato purtroppo dalla storia in Italia e persino in Francia dove l’hanno maltrattato per tanti anni fino alle biografie più recenti in cui vengono messe in risalto la sua repubblicana fierezza, la sua cultura enciclopedica, l’intelligenza, l’acutezza mentale e la lungimiranza. Uomo di carattere, illuminato, di grandi idee sovente inascoltate ha saputo mantenere per il cugino importanti rapporti personali con gli altri stati. I suoi risultati e i suoi successi diplomatici sono stati attribuiti troppo spesso ad altri che non li meritavano. Les Archives nationales francesi contengono la maggior parte del suo archivio personale e di tutta la sua corrispondenza che è consultabile, anche se purtroppo qualcosa manca. Una preziosa raccolta che narra storicamente tutta un’epoca.
Positiva influenza di sua moglie? Maria Clotilde , soprattutto nei primi anni di matrimonio ha sempre giuocato per lui un ruolo di incondizionato appoggio, di costante presenza domestica e di rappresentanza, suscitando tenerezza, rispetto e regalandogli la soddisfazione di essere padre di tre figli.

Progetti di traduzione per l’estero?

Incrocio le dita

Infine, ringraziandoti della disponibilità, l’ultima domanda. Stai lavorando a un nuovo romanzo storico? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Un nuovo romanzo? Qualcosa avrei in mente ma dovrei prima accordare le mie scelte con le richieste degli editori. Progetti? Mah? Intanto continuare a leggere , leggere e scrivere fino a quando avrò altre nuove idee.

:: Figlia di re – Un matrimonio per l’Italia di Patrizia Debicke Van der Noot (Ali Ribelli Edizioni 2024) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2024

La figura della principessa Maria Clotilde di Savoia è al centro del nuovo sontuoso romanzo storico di Patrizia Debicke Van der Noot Figlia di re – Un matrimonio per l’Italia, AliRibelli Edizioni, romanzo che tratteggia con grande padronanza storica e dovizia di particolari la storia franco-italiana che va dal luglio del 1858 al gennaio del 1861. Sposa giovanissima di Napoleon Joseph Bonaparte, nipote di Napoleole I e cugino di Napoleone III, Clotilde è appena una ragazzina, ha solo 15 anni, quando viene data in sposa, per ragioni di Stato, al principe francese che non potrebbe essere più diverso da lei: ateo, lei invece è religiosissima, più anziano di lei, ha solo due anni meno di suo padre Re Vittorio Emanuele II, con un’ingombrante fama da libertino.

Matrimonio fortemente voluto dal Cavour, abile stratega e intessitore di alleanze, per rinsaldare i legami tra Francia e Regno di Sardegna, in vista dei trattati di Plombières che posero i presupposti per lo scoppio della seconda guerra di indipendenza italiana, ma non certamente da Clotilde che strappa abilmente la concessione di poter decidere o meno di dare il suo assenso alle nozze solo dopo averlo visto. L’incontro avviene nel gennaio del 1859 a Torino e inaspettatamente Clotilde si innamora del francese catturata dai modi straordinariamente affascinanti del principe, poco avvezzo a trattare con le giovinette che già da subito la tratta da donna e l’ammalia con il racconto dei suoi viaggi, con l’amore per i cavalli e i complimenti galanti.

L’interesse che il principe le aveva dimostrato, la gentilezza, i complimenti ricevuti avevano fatto agevolmente breccia nelle sue difese.
Era la prima volta che qualcuno la trattava da donna e la corteggiava.
Si sentiva pronta al gran passo. Ufficialmente si “piegava alla ragion di stato”. In realtà voleva farlo.

Le nozze subito dopo, con grande sfarzo e forse precipitosamente come teme Napoleone III. Ma sono un successo diplomatico di Cavour e sembrano fermamente volute da entrambi gli sposi.

L’ambasciatore britannico Lord Cowley riferì in patria: «… Il matrimonio del principe Napoleon con la principessa Clotilde di Savoia è il più gran risultato di Cavour!».
Gli austriaci invece sostennero che Maria Clotilde di Savoia era la prima vittima della guerra.

Napoleon forse certo non la ama, ma è orgoglioso di poter sposare la figlia di un Re e godere dei vantaggi tra cui la cessione di Nizza e Savoia alla Francia in cambio dell’appoggio militare al Piemonte in caso di attacco. E arriverà ad ammirararla e rispettarla anche per le sue straordinarie doti di carattere, dandogli ben tre figli. La Debicke tratteggia, oltre alle vicende private e sentimentali dei personaggi, anche i cambiamenti politico sociali che coinvolsero la Francia, il Regno di Sardegna, la penisola italica tutta, e descrive, rivalutandone la figura, il personaggio di Napoleon Joseph meno vanesio e farfallone di quanto era stato dipinto ma anzi instacabile lavoratore e amico dei patrioti italiani di cui sostiene con passione la causa, offrendo pubblico sostegno ai Savoia per la conquista dell’Italia, anche nel lungo e tragico assedio di Gaeta.

Napoleon lavorava davvero. Con l’energia e i ritmi frenetici che lo distinguevano quando s’impegnava, mise a punto una serie di misure indispensabili per l’Algeria, che dovevano cambiare l’assetto legislativo e amministrativo del paese, si occupò del Senegal per contrastare la tratta dei neri nella regione, accordò il suo Patronato alla società creata da Lesseps per scavare il canale di Suez e provò a liberalizzare i mille laccioli burocratici che legavano alla patria la Reunion, l’isola francese a migliaia di miglia nel Pacifico.

Ma tornando a Clotilde sono soprattutto le sue doti di carattere, di buon garbo e di gentilezza che sapranno fare breccia nei cuori della corte francese e del marito che potrà confidare in lei come moglie devota e innamorata appoggiando le sue opere di beneficenza. Figlia di re – Un matrimonio per l’Italia è un romanzo storico straordinariamente emozionante che sa valorizzare una figura femminile poco nota come fu quella di Maria Clotilde di Savoia, ma straordinaria e ricca di inattese sfaccettature.

Patrizia Debicke Van der Noot, è scrittrice e critica letteraria. Tra i suoi libri: “L’oro dei Medici “(TEA, 2009); “L’uomo dagli occhi glauchi” (Corbaccio, 2010); “La Sentinella del Papa” (Todaro, 2013); “La congiura di San Domenico” (Todaro, 2016); “La gemma del cardinale” (TEA, 2017); “L’eredità medicea” (Parallelo45 Edizioni, 2015; TEA, 2022); “L’enigma del fante di cuori” (Delos Digital, 2020), “Il Menestrello di Notre-Dame” (2021) a doppia firma con sua figlia Alessandra Ruspoli, e “Il segreto del calice fiammingo” (AliRibelli, 2022).
È relatrice di conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Francia e Lussemburgo, l’Università del Lussemburgo e per circoli letterari. Ha coordinato e condotto la decima e la dodicesima edizione del Festival del Giallo di Pistoia. www.patriziadebicke.com.

:: Un’intervista con Marina Sorina, scrittrice, traduttrice e attivista a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2024

Marina Sorina è nata a Kharkiv in Ucraina e dal 1995 vive in Italia, a Verona. Autrice di due libri di narrativa, lavora come guida turistica e si occupa di traduzioni letterarie dall’ucraino e di attività di volontariato. Attualmente è impegnata nella campagna elettorale con la lista “Stati Uniti d’Europa”.

Benvenuta Marina su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Sei nata a Kharkiv in Ucraina ma da molti anni vivi a Verona. Sei una traduttrice e una scrittrice, hai pubblicato articoli e racconti per riviste letterarie, ti occupi di libri e di cultura.

    Inizierei con il chiederti di parlarci di te, dei tuoi studi, del tuo amore per i libri.

    Grazie per l’invito!

    Sono cresciuta in una famiglia dove il libro era il valore più grande, come d’altronde è tipico per le famiglie ebraiche in Ucraina. Tutti attorno a me leggevano, a volte anche durante la cena, mentre mangiavamo. Entrambe le mie nonne erano insegnanti di lingua, e mia madre traduceva: per cui era logico che anche io mi interessassi di letteratura fin da piccola. Negli ultimi anni di scuola ho anche frequentato un circolo letterario per ragazzi, che mi ha aiutato ad affinare le mie abilità di scrittura e analisi e a trovare amici. Ho studiato tre anni all’Università magistrale di Kharkiv, ma poi ho deciso di emigrare. Questa decisone ha provocato qualche anno di pausa negli studi, perché dovevo imparare la nuova lingua. Quando ho rafforzato abbastanza la mia padronanza dell’italiano, mi sono iscritta all’Università di Verona, dove ho conseguito la laurea quinquennale, e poi il dottorato di ricerca.

    La creatività invece non si è fermata: dopo l’emigrazione avevo continuato a scrivere racconti in russo. In quel periodo la scrittura mi aiutava ad elaborare la nuova realtà in cui mi sono trovata. Una decina di anni dopo, sono passata all’italiano e nel 2006 ho pubblicato il mio primo romanzo, mentre lavoravo alla mia tesi di dottorato. C’è stata poi una lunga pausa in cui accumulavo racconti, editi e inediti, che sono confluiti nell’ultima raccolta, “Storie dal pianeta Veronetta”, uscita nel 2018.

    La letteratura, i libri sono canali privilegiati, veicoli solidali di pace che difendono l’identità di un popolo, la sua essenza, il suo spirito.

      In che misura la poesia, e la letteratura sta consentendo al tuo popolo di resistere dopo questi due anni di guerra dopo l’invasione russa?

      Dovrei precisare che la guerra in realtà è iniziata nel 2014, anche se nel 2022 abbiamo visto l’invasione su ampia scala e l’avanzamento massiccio dell’esercito russo sul territorio ucraino. In questa situazione disastrosa, vissuta in prima persona dai nostri parenti e amici in Ucraina, la letteratura, in fattispecie la poesia, sono diventati una sorta di valvola di sfogo per le emozioni ed esperienze violente che la gente si è trovata ad affrontare.

      Al novero dei poeti si sono aggiunte tante persone che scrivevano prosa, o che non hanno mai scritto nulla in vita loro: essere catapultati in questa nuova realtà ha dato una spinta alla loro creatività. Numerose voci, famose e meno famose, si sono intrecciate nel narrare quanto accaduto. Grazie ai social, un poeta che si trova in trincea o in un centro profughi può pubblicare ed essere immediatamente letto da migliaia di lettori, senza il tramite di carta stampata. Questa poesia istantanea aiuta ad elaborare il lutto, testimoniare lo stato d’animo attuale e conservare questa impronta della realtà per i posteri.

      Poi, col passar dei mesi, arrivano anche le antologie collettive e i volumi di singoli autori, tanto più preziosi quanto fragile è la vita di ciascuno di loro. Infatti, la lista delle personalità del mondo d’arte e della letteratura uccisi è molto lunga, ed include nomi luminosi, che avrebbero potuto brillare per lunghi anni, grazie al loro talento, ma sono stati spenti dalla crudeltà dell’esercito russo. Per citarne solo due, Viktoria Amelina e Maksym Kryvtsov: quando traducevo le loro poesie, pensavo di avere tutta una vita d’avanti per proporre a loro un giorno di pubblicare in Italia una raccolta. Invece Viktoria è stata uccisa dalla scheggia di un missile russo a Kramatorsk, a fine giugno 2023, e Maksym invece è stato ucciso sul fronte il 7 gennaio 2024, il giorno dopo l’uscita della sua prima raccolta di poesie. Loro non ci sono più, ed è un vuoto difficile da colmare. Però le loro parole vivono ancora sulle pagine dei libri.

      Come organizzi il tuo lavoro di traduttrice? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata?

        No, nel mio caso purtroppo funziona al contrario: trovo un testo che mi ispira, mi metto in contatto con l’autore, e se è d’accordo, comincio a tradurre, dopo di che cerchiamo l’editore adatto. Ho realizzato così due libri, ho qualche progetto pronto “in cassetto”, uno “in cantiere” e mi affido soprattutto al FB per pubblicare e far sentire la mia voce.

        In parallelo, altre traduttrici stanno lavorando alla grande per riempire lo “scaffale ucraino”, troppo a lungo schiacciato dalla presenza ingombrante della letteratura russa. In Italia, i classici ucraini non venivano tradotti se non in rare edizioni limitate, e ora invece abbiamo ben due traduzioni di “Il canto della foresta” di Lesia Ukrainka, per non parlare di numerosi libri di letteratura contemporanea.

        Hai tradotto un libro di poesie dal titolo Lettere non spedite di Oksana Stomina. Ce ne vuoi parlare?

          Anche se le poesie sono state scritte in Ucraina, il libro come progetto editoriale è nato in Italia. A novembre del 2022 Oksana Stomina, insieme a Iya Kyva e Natalia Belchenko era venuta in Italia per un tour poetico, grazie a Pina Piccolo, poeta e traduttrice. Durante il reading a Verona c’è stato un felice incontro fra la poetessa e Andrea Garbin, curatore della collana Le zanzare, pubblicata dalla casa editrice Ghilgamesh. Garbin stava giusto cercando un nuovo autore per continuare la serie dei volumi, dedicati alla poesia impegnata scritta dai poeti che partecipano in prima persona alla vita sociale del proprio paese. Oksana Stomina era la candidata perfetta. Oriunda di Mariupol, aveva una lunga carriera poetica alle spalle, ma con l’invasione nella primavera del 2022 ha perso tutto: casa, amici, marito, rimasto a difendere l’acciaieria Azovstal e poi preso prigioniero dai russi. Costretta alla fuga, Oksana ha dovuto rifugiarsi a Kyiv, e tutta questa esperienza è confluita su due binari: un diario in prosa, che sto traducendo attualmente, e le liriche, in cui esprimeva dei sentimenti contrastanti: dolore e speranza, sdegno e amore, attaccamento alla città natia e disorientamento provocato dalla necessità di andarsene.

          Le sue poesie sono liriche, ma insieme molto concrete. Descrivono la situazione del momento, con dei particolari facilmente decifrabili. Ad esempio, descrive le sensazioni di chi esce la mattina presto dal rifugio sotto terra e vede un enorme buco nel palazzo fino a ieri intero. Oppure, condivide con noi la visione della città amatissima avvolta dal fumo nero. Grazie al talento di Stomina, queste liriche assumono un valore universale, in cui può riconoscersi anche chi ha semplicemente vissuto il distacco dai luoghi d’infanzia o dalle persone care.

          E poi c’è il tema di amore che vince ogni ostacolo, o almeno ci prova. Piacciono molto alle lettrici, anche alle più giovani. Infatti, abbiamo potuto testare le diverse poesie di “Lettere non spedite” durante i nostri due tour promozionali, il primo nell’autunno del 2023 e il secondo nella primavera del 2024, per un totale di 29 incontri. Siamo state ospiti nelle zone geografiche distanti, e negli ambienti diversi. Ambasciate, biblioteche, associazioni ucraine, circoli letterari: in ogni ambito i lettori erano colpiti dalla testimonianza di Oksana e dalla forza del suo spirito.

          Hai anche tradotto un testo in prosa Le mie donne di Yulia Iliukha. In che misura le donne stanno portando avanti la loro resistenza spirituale e culturale?

            Infatti, anche il secondo libro che ho tradotto dall’ucraino ha questa particolarità: è scritto da una donna in apparenza fragile ma molto forte di carattere. Yulia Iliucha è di Kharkiv, e come Stomina aveva già una certa carriera letteraria alle spalle: scriveva narrativa young adult, romanzi, racconti e qualche poesia. Quando la guerra si è abbattuta sulla sua città, e il marito si è arruolato, lei ha scritto una serie di brevi testi in prosa, ma ad alto grado di poesia. Sono come un concentrato di un potenziale racconto lungo, che potrebbe essere allungato e dettagliato, diventando anche un romanzo. Ma non c’è tempo per narrazioni estese: in primavera del 2022 Yulia doveva badare al figlio e alla propria sopravvivenza.

            Eppure il dovere di scrivere e di descrivere il proprio vissuto e le storie che le raccontavano altre donne ucraine era troppo forte. Con l’aiuto dei social, ha potuto diffondere questi brevi testi che nascevano e venivano condivisi, giorno dopo giorno, a puntate, finché non sono diventati un libro completo.

            Anche “Le mie donne” di Yulia Iliukha, edito da Mezzelane Ed., esce in Italia prima che in Ucraina, ma, a differenza dal libro di Oksana, non ha il testo ucraino a fronte. In compenso, è riccamente illustrato da immagini in rosso e nero di Iryna Sazhinska.

            A prescindere da un discorso puramente politico e ideologico il popolo ucraino e quello russo hanno radici strettamente intrecciate. E’ raro che in una famiglia non ci siano rami sia ucraini che russi. Mariti ucraini e mogli russe e vice versa.

              Infatti, dal punto di vista storico il rapporto fra i due popoli è quello di colonizzatore più giovane, quello russo, che colonizza e soggioga la nazione più antica, quella ucraina, rallentandone lo sviluppo per secoli. Non è preciso dire che tutte le famiglie sono miste: lo dimostrano le statistiche. Nemmeno nei tempi sovietici gli ucraini erano comunque in maggioranza sul territorio dell’ucraina, affiancati da minoranze più numerose (come russi, moldavi, armeni, ebrei), o quelle meno numerose (coreani, greci, italiani). Ciò non toglie la presenza di famiglie miste, ma qui bisogno fare un distinguo: sono tutti cittadini ucraini, anche se l’appartenenza etnica può variare.

              Le faccio un piccolo esempio recente. Questa settimana ho conosciuto una ragazza, con la quale abbiamo parlato in ucraino. Lei è cittadina ucraina, di origine coreana, nata però in Kyrgyzstan. Come mai ha questa identità complessa? I suoi erano i coreani d’Ucraina, deportati in Kyrgyzstan nei tempi di Stalin (destino comune di tanti popoli), e poi tornati alla terra d’origine – che è in questo caso l’Ucraina. Poi lei si è sposata con un ragazzo ucraino, e in casa non parlano russo, anche se lo conoscono.

              La guerra ha anche spezzato legami d’amore e di affetto, oltre che spazzato via intere generazioni di giovani ucraini che credevano nella libertà, nel coraggio, nella giustizia e nell’amore. Come pensi, finita la guerra, si possano ricucire queste ferite? O pensi che la frattura sia ormai insanabile?

                Per quanto riguarda i legami d’affetto spezzati, va detto prima di tutto che queste situazioni di rottura riguardano le persone a prescindere dalla loro origine: quel che conta è essere di qua o di la delle barricate. Uno può esser etnicamente ucraino ma vivere in Russia ed essere a favore della dittatura russa, e vice versa. Conosco ad esempio una famiglia russa che si è trasferita qualche anno fa in Ucraina. Erano disgustati dalla velenosa atmosfera che regnava nel loro paese d’origine. Quando si sono trasferiti, hanno imparato l’ucraino, e i figli maggiori si sono arruolati, mentre la mamma, sarta, confeziona le barelle e i vestiti comodi per i soldati. Con tutto questo, in tasca hanno il passaporto russo: durante la guerra è difficilissimo cambiare cittadinanza. Quindi, è un conflitto di civiltà, non di etnie.

                E le spaccature succedono a prescindere dalla geografica. Per gli ucraini chi avevano parenti in russia, nella maggior parte dei casi, il rapporto è irrimediabilmente guasto, ma lo stesso può capitare anche all’interno della stessa famiglia che vive in Ucraina, se ci sono divergenze ideologiche e generazionali.

                Certo, c’erano molti legami personali, culturali, economici. Tanto più amaro è il risveglio che ci mostra che non eravamo per niente amici: si trattava di rapporto di prevaricazione e non di parità. Sono tradimenti impossibili da dimenticare. Potresti mai perdonare chi uccide ciò che per te è più caro, e lo fa con intenzionale efferatezza, scegliendo proprio gli obiettivi più sensibili, che lasciano tracce più dolorose. Certo che no! In Italia ci si offende per molto meno. Ma il paragone più preciso è quello con un rapporto abusivo. Dopo anni di soprusi da parte di un partner violento riesci a liberarti, lui ti rincorre per punirti per la tentata fuga. Che faresti? Perdoneresti al tuo aguzzino sia gli anni di sofferenza che la violenta rappresaglia, per tornare all’ovile? Non credo proprio!

                Uno dei racconti di Yulia Iliukha è dedicato proprio al dialogo ormai impossibile con dei parenti russi; e anche nel “Diario di una sopravvissuta” Stomina dedica attenzione alle conversazioni con gli ex-compagni di studi che vivono in Russia. Parlando con loro al telefono e raccontando loro l’evidenza della distruzione causata dai russi, la scrittrice ha riscontrato totale indifferenza. Lo stesso è capitato a moltissimi ucraini. Invece di dare retta alla voce di un amico ucraino che racconta il proprio vissuto, i russi scelgono la voce avvelenata della propaganda, che glorifica la Russia e celebra i crimini di guerra come se fossero prodezze. I figli dei nostri amici di una volta vengono sul suolo ucraino per ucciderci. Non è “Putin” a schiacciare il bottone di lancio dei missili, e dietro ogni militare c’è non solo la sua famiglie, o i suoi amici e parenti che approvano e lo incitano ad uccidere ancora: ci sono tutti i cittadini russi, a prescindere dall’origine etnica, che si sono trovati bene nelle caselle della società dittatoriale, e sono ora solidali e motivati a continuare finché non distruggeranno i vicini “ribelli”, che hanno osato costruirsi una vita indipendente invece di vivere nella cieca obbedienza per loro abituale.

                Tornando alla letteratura ucraina, quali sono gli autori contemporanei più interessanti che consiglieresti di leggere ai nostri lettori, e quelli che ti piacerebbe tradurre in italiano?

                  Certamente consiglio Serhii Zhadan, tradotto ormai da tanti anni da Lorenzo Pompeo e presentato qualche anno fa al Salone del Libro di Torino. La più acclamata scrittrice ucraina contemporanea è invece Oksana Zabuzhko, autrice sia di romanzi che di saggi, seguita da Andrii Kurkov, che, tra l’altro, aveva cominciato la sua carriere letteraria scrivendo in russo, ma che negli anni scorsi, ormai in età matura, è passato a scrivere in ucraino. Tutti e tre sono presenti nell’editoria italiana da tempo.

                  Fra le novità c’è da prendere nota dei nomi ancora non molto noti. Nell’ambito della saggistica, “Il Donbas è ucraina” di Katerina Zarembo, per la poesia, oltre alla già citata, Oksana Stomina, Iya Kyva, poetessa oriunda del Donetsk, anche lei profuga da quasi un decennio.

                  Aggiungerei anche un saggista di origine russa, Arkadii Babchenko, che è proprio un esempio di come si possa rinunciare alla carriera a Mosca e rinunciare per spostarsi a vivere a Kyiv, ponendosi completamente dalla parte degli ucraini e osservando la realtà di guerra con uno sguardo esperto e disincantato. Per chi invece vuole fare un tuffo nel passato, ecco fresca di stampa “Il canto della foresta” di Lesia Ukrainka, tradotto da Yaryna Grusha per Mondadori.

                  Parlando dei miei desideri per il futuro, mi piacerebbe tradurre ogni libro che permette agli italiani di capire meglio la mentalità ucraina, colmando le lacune riguardo al passato, e soprattutto condividere con i lettori italiani la diaristica di questi primi due anni di guerra. Come esempio posso citare due libri che ho sulla mia scrivania: il saggio “La lingua è una spada: linguaggio dell’impero sovietico”, un saggio divulgativo che analizza dal punto di vista post-coloniale le strategie comunicative sovietiche, che sono in sostanze molto simili a quelle di altre dittature, oppure il libro- diario di Anna Hin, una scrittrice di Kharkiv che ha osservato, giorno dopo giorno, la vita della città nel primo anno di invasione. Le sue brevi impressioni soggettive, sempre molto umane ed acute sono inframmezzate con le statistiche, brani di discorsi ufficiali, cronache dei crimini di guerra. Insieme, compongono un quadro storico e nello stesso tempo molto individuale.

                  Quale è il tuo ultimo libro di autore ucraino che hai letto?

                    Stranamente, l’ultimo libro ucraino che ho letto è una storia per bambini, che racconta le avventure di un baby-Coala strappato dal bosco di eucalipto dove abitava e portato in giro in uno zoo. Una storia semplice e toccante, con forte messaggio ecologista e umanitario, per la quale mi piacerebbe trovare l’editore.

                    Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

                      Quando saranno finite le elezioni europee, alle quali sono candidata, tornerò a tradurre il diario dei primi giorni di invasione, scritto da Oksana Stomina. Non è un lavoro semplice: i fatti che racconta sono difficili da accettare. Due anni fa, più o meno, i difensori della città asserragliati nella ferriera hanno dovuto arrendersi, seguendo ordini dei loro superiori. Oksana narra la vita, o meglio – la distruzione – della città di Mariupol nelle settimane precedenti, quando era ancora possibile agire, fare volontariato, spostarsi.

                      Grazie per il tuo tempo e la tua disponibilità, e auguri per il futuro.

                      Grazie a te e ai nostri lettori! Ci vediamo al Salone del libro di Torino la domenica del 12 maggio, per presentare “Le mie donne”.

                      :: Mi manca il Novecento: libri, scrittori e altre divagazioni di Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2024) a cura di Giulietta Iannone

                      26 aprile 2024

                      Da gennaio 2018 prese il via sul blog letterario “Liberi di scrivere” una nuova rubrica dal titolo provocatoriamente evocativo: Mi manca il Novecento. Curata dal poeta e critico Nicola Vacca, ripercorre il secolo letterario appena trascorso e ci presenta voci e luci del Novecento, libri e autori troppo spesso ingiustamente dimenticati o proprio banditi da editori, critici, studiosi e lettori superficiali. L’idea era infatti di alternare libri di quel grande e irripetibile periodo a profili di scrittori tra i più significativi con un taglio moderno, essenziale che andava al cuore della loro poetica. Un modo per ricordare la grande letteratura e diffonderla tra i giovani e gli adulti che hanno ancora voglia di conoscere e apprezzare la bellezza, come inviti alla lettura ma non solo per mero spirito di divulgazione. Ora Mi manca il Novecento è finalmente un libro vero e proprio grazie all’editore Galaad Edizioni. La domanda che sottende è naturalmente: il Novecento ha ancora da dirci qualcosa? La risposta è un sonoro sì, anzi ritornare alle radici del Novecento è quanto mai vitale in un mondo letterario contemporaneo troppe volte autoreferenziale che ha ben poco da dire di veramente nuovo. Rileggere Tabucchi, Ennio Flaiaino, Albert Camus, Emil Cioran, Pasolini, Moravia, Buzzati, Celine e molti altri è un viaggio nel nostro recente passato sì, ma soprattutto è un viaggio dentro la grande letteratura del secolo breve, dal titolo di un celebre saggio dello storico Eric Hobsbawm pubblicato nel 1994, che divenne un modo per indicare il XX secolo. Un secolo che racchiuse ben due guerre mondiali e la caduta del Muro di Berlino, e nello stesso tempo diede i natali a grandi uomini che fecero della letteratura il loro grimaldello contro la barbarie e la dissoluzione delle coscienze. Che molti abbiano troppa fretta di chiudere i legami con il Novecento è evidente da molti atteggiamenti e da vera e propria ignoranza. Riscoprire il Novecento ha il pregio di dissipare le nebbie di questo grumo nero che oscura le nostre coscienze e ci riporta a scoprire che noi siamo figli e nipoti di quegli uomini, che non è possibile interrompere il ciclo di continuità. Nicola Vacca con il suo solito arguto acume e la sua penna pungente ci accompagna in questo viaggio che acquista coerenza e omogeneità, e tocca corde del profondo di ognuno di noi, corde nascoste che è bene tornino in superficie. Da leggere.

                      Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È  scrittore, opinionista, critico letterario,  collabora alle pagine culturali  di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog Zona di disagio. Ha  pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004),  Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza  degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010),  Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto  ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020).

                      Source: libro inviato dall’editore.