:: Recensione di La principessa di ghiaccio di Camilla Lackberg

31 Maggio 2010 by

Venite a Fjallbacka, un incantevole angolo di Svezia di fronte all’arcipelago, dove regnano pace e tranquillità. Beh forse non d’estate, quando i turisti sciamano a frotte e trasformano il piccolo paesino di pescatori in un villaggio turistico. Ma gli altri nove mesi, ah c’è silenzio, pace , bellezza. Anche se diciamolo Fjallbacka non è più come un tempo, quando la pesca delle aringhe era l’unico mezzo di sostentamento e l’asperità dell’ambiente e la continua lotta per la sopravvivenza aveva forgiato una popolazione temprata e forte.
Certo ora Fjallacka è solo più un luogo pittoresco per turisti danarosi, ma i vecchi sognano come era allora  e dopo tutto d’inverno la neve scintilla e l’unico rumore che sentireste sarebbe quello del vostro respiro. Ma come David Lynch ci ha insegnato spesso le piccole città di provincia nascondono un lato oscuro, dietro le tendine inamidate delle simpatiche casette di legno piene di mobili di betulla dipinti di bianco. Spesso vicende strane e inquietanti trovano vie misteriose per manifestarsi e non è sempre facile indagare sui numerosi segreti degli abitanti del luogo.
Certo c’è un mondo di facciata, perfetto, edulcorato, patinato, costruito su misura per ben figurare a servizio del temibile “ quel che dice la gente”.
Erica Falck lo sa bene che queste sono le regole del villaggio, e quando si trova a scoprire il cadavere di Alexandra sua amica di infanzia immersa nel ghiaccio della sua vasca da bagno con i polsi tagliati in una pantomima che dovrebbe far pensare a tutti ad un suicidio beh un po’ della vernice perfetta che ricopre ogni cosa a Fjallbacka inizia a scrostarsi, a rivelare crepe, ragnatele che in controluce non si vedevano, perché niente è come sembra e la polvere che si nasconde sotto il tappeto basta un colpo di vento per farla disperdere. Segreti incofessabili tornano alla luce, e l’acqua limpida del mare che scintilla nell’arcipelago da cartolina diventa ben presto un acquitrino, un pantano di delitti, di odio e di vendetta.
La principessa di ghiaccio folgorante libro di esordio di Camilla Lackberg è ora disponibile in Italia grazie a Marsilio e all’ottima traduzione di Laura Cangemi, primo in patria di una lunga serie di sette titoli, tradotto in più di 24 lingue, vanta già milioni di lettori sparsi per il mondo.
Nell’onda lunga del giallo scandinavo, ormai una vera  e propria scuola di pensiero, la Lackberg è accomunata a nomi come Stieg Larsson e Henning Mankell, se non addirittura alla regina incontrastata del giallo inglese dame Agatha Christie, cosa che farà sicuramente sorridere i puristi ma un fondo di verità ci dovrà pur essere se no non si spiegherebbe l’incredibile successo di vendite raggiunto. Innanzitutto è un libro di facile lettura, le pagine scorrono fluide e non si ha la tentazione di saltare capitoli interi per arrivare alla conclusione anche se è da notare che i capitoli in questo libro non ci sono affatto.
C’è molta attenzione nella caratterizzazione dei personaggi, anche quelli minori o che compaiono anche una sola volta, una spruzzata di indagine psicologica per spiegare motivazioni, antefatti, intrecci e un susseguirsi inarrestabile di colpi di scena che rendono la trama tutt’altro che scontata o monotona. A differenza dei succitati Larsson e  Mankell la Lasckberg da molto spazio al lato sentimentale della vicenda dedicando pagine intere alla storia d’amore tra la protagonista e Patrick Hedstrom il fascinoso poliziotto, amico di infanzia, con cui porta avanti l’indagine.
A mio avviso la bellezza del libro non risiede tanto nel lato thriller della vicenda, ma soprattutto nel fatto che un romanzo di genere dove il delitto e l’indagine sono più che altro un pretesto per parlare d’altro, per svelare il lato oscuro, il cuore nero, di una società quella svedese solo apparentemente solare e rassicurante.

:: Intervista a Marco Tiano a cura di Elena Pirelli

29 Maggio 2010 by

Home4Ciao Marco, e grazie per aver accettato la mia intervista. Cominciamo subito con le domande. Quando hai iniziato a scrivere e perché? Hai frequentato corsi di scrittura?

Ho iniziato a scrivere per caso. Non ho mai pensato di scrivere romanzi e, sinceramente, non credevo di averne la pazienza. No, non ho frequentato corsi di scrittura perché, come ho scritto sopra, non era nei miei pensieri dedicarmi alla scrittura. Sono sempre stato un bambino ed un ragazzo creativo. All’età di cinque/sei anni dipingevo già e mi piaceva costruire alcuni oggetti di legno. La scrittura è arrivata all’improvviso e mi ha “stregato”. Sin da piccolo ho amato leggere, ma cimentarmi nella stesura di un libro è stata una sorpresa ed una rivelazione.

Come è nata la passione per i gialli?

La passione mi è stata tramandata da mia madre. Lei è da sempre una divoratrice di gialli, mi ha cresciuto con il “Tenente Colombo”, “Jessica Fletcher” e tutti i film di Hitchcock e Agatha Christie. La “dipendenza” dai gialli però è iniziata come una favola. Da piccolo a casa avevamo un volume di “la morte nel villaggio” di Agatha Christie che non avevo mai letto. Un giorno, d’estate, ho preso il libro ed ho iniziato a leggerlo. L’ho finito praticamente nella stessa giornata e da allora ho continuato a leggere tutti i romanzi della Christie, fino a completare la sua intera produzione letteraria. Non per niente la cara “Zia Agatha” è la mia autrice preferita.

Cosa ne pensi del giallo classico, dato che è il genere in cui ti cimenti? Perché lo preferisci agli altri?

Beh, i motivi per il quale prediligo il giallo classico sono molteplici. Primo fra tutti è che il giallo classico è un gioco. Una sfida tra il lettore e il protagonista della storia. lo scrittore fornisce tutti gli elementi necessari a risolvere il caso e sarà poi il lettore più smaliziato a riuscire a interpretarli e soprattutto ad identificarli. Il ruolo dello scrittore, in questo caso, è quello di riuscire a mascherare i veri indizi, sempre nel massimo rispetto del lettore. Chi legge la storia non deve arrivare alla soluzione del caso e accorgersi che lo scrittore ha barato. Gli elementi per risolvere l’indagine devono esserci tutti e soprattutto il lettore deve poter tornare indietro nelle pagine e trovarli. Il mio intento è di far dire al lettore “Caspita! L’indizio era scritto ma non me ne sono accorto. Mi è passato proprio sotto il naso”. Purtroppo, a mio parere, oggi siamo abituati ad assistere a molta violenza, sia nei film che soprattutto nella vita reale che supera di gran lunga la fantasia. Ai telegiornali le notizie di cronaca sono sconvolgenti e non mi sembra il caso di scrivere di serial killer nella società malata in cui viviamo. Il romanzo deve essere una lettura per evadere dalla realtà. Deve essere un modo per immergersi alcune ore in un mondo alternativo e più “pulito”. Nel giallo naturalmente c’è il delitto, ma in questo caso, è un elemento che passa quasi in secondo piano. Come scrisse Van Dine nelle “dieci regole per scrivere romanzi gialli” il delitto nel giallo deve esserci, ma solo perché è l’unico espediente che giustifichi la lettura di un’indagine. Sarebbe quasi banale leggere due/trecento pagine solo per un furto o una truffa. Il delitto è l’unico reato che motivi un racconto. La parte fondamentale, infatti, rimane l’indagine e la soluzione finale (parte alla quale dedica più tempo).

Come è nata l’idea di scrivere il fortunatissimo “Uno di troppo”?

L’idea è nata dopo un viaggio e la reale visita ad un castello medievale. Ero già un accanito divoratore di gialli, ed essermi trovato in un maniero, durante una visita, in compagnia di persone sconosciute e la compagnia di un temporale per me è stato decisivo. Mi sono sentito il personaggio di un film di Agatha Christie e, quando sono tornato a casa, non ho potuto fare al meno di raccontare per iscritto le mie emozioni, sotto forma di un romanzo. Ho iniziato per gioco, non pensando di riuscire a finire il libro. Scrivendo, scrivendo, però, ho notato che mi piaceva e che non riuscivo a smettere, le idee mi affioravano l’una dopo l’altra.

Come nasce l’idea per un libro?

Nel mio caso, come ho raccontato per “Uno di troppo”, tramite le esperienza personali. L’idea per un libro (o anche per un indizio, un particolare) nasce all’improvviso. Capita di guardare una mamma con il passeggino e immagini che dentro c’è un fantoccio e che sotto la copertina che copre il bambino sia nascosta la refurtiva o l’arma di un delitto. Gli spunti per una storia sono nascosti nella quotidianità, arrivano per caso e non tardo ad appuntarli all’istante. Quando scrivo un libro la mia scrivania è ricoperta di tanti pezzetti di carta con appunti scritti sopra. Tovagliolini da bar, post-it, pagine di giornale, di tutto di più. Sono scritti che conservo gelosamente e che rileggo anche a distanza di tempo. Non è detto che li usi tutti, però per la maggior parte sì. La vita quotidiana è una miriade di buone storie non raccontate!

Perché hai scelto di usare personaggi inglesi, ma di ambientare la storia in Italia, a Firenze?

La scelta di Firenze è stata facile, è la mia città italiana preferita dopo la mia adorata Siracusa. Se dovessi trasferirmi, è l’unica città nella quale lo farei con piacere. Per la scelta dei personaggi inglesi, invece, la colpa è della Christie! I suoi romanzi, le atmosfere e l’humor inglese sono stati decisivi. Trovo che le personalità anglosassoni sono inscindibili dal buon giallo classico. Dato che gli inglesi sono i fondatori del genere, scrivere, o leggere, un mistery classico al di fuori del loro ambiente sarebbe come tentare di mangiare una buona pizza italiana in America! Non dico che non ci sono buoni romanzi gialli ambientati in Italia, con personaggi italiani, ma il fascino del buon romanzo dell’età d’oro del giallo è impagabile. A quel punto non parleremmo più un giallo classico inglese, ed invece il mio intento è proprio far rivivere e tramandare questo meraviglioso e appassionante genere letterario che ha estimatori in tutto il mondo.

“Uno di troppo” ti ha dato delle belle soddisfazioni, te lo aspettavi?

Sinceramente no. Tutto mi ha travolto all’improvviso e per me è stata, ed è ancora, una grande gioia. “Uno di troppo” è arrivato da poco alla decima ristampa ed è uno dei libri più venduti dell’editore e, a questo proposito, ringrazio i miei lettori che hanno permesso tutto questo.

Qualche anticipazione?

Posso anticiparti che ho terminato di scrivere il mio secondo romanzo, ancora una volta un giallo classico inglese, ed è in cantiere il terzo. Naturalmente, le idee sono tante e, se avessi tempo, avrei sicuramente scritto almeno sette/otto romanzi.

:: Recensione di Strokes di Stefano Pitino a cura di Nicoletta Scano

29 Maggio 2010 by

strokesLa surreale vicenda narrata da Stefano Pitino riesce a trascinare il lettore e a catapultarlo sulla scena di un racconto che si sviluppa con una trama semplice ma non banale, carica di suggestioni e simbologia. I dialoghi serrati tra i dodici personaggi, un po’ stereotipati nel tentativo rappresentare le più attuali inclinazioni umane, sono caratterizzati da un linguaggio fresco e giovane. Il romanzo è  strutturato come una sceneggiatura, e del teatro riprende anche l’impostazione classica secondo le tre unità di luogo, tempo e tema trattato. Tutti i protagonisti della storia sono chiamati a dare un senso al proprio Destino e alle proprie scelte improvvisamente, in un giorno iniziato come tanti altri, e affrontano in modo differente le domande che l’uomo si pone da sempre: che senso ha la nostra vita? Per cosa vale la pena di lottare e sacrificarsi? Come si affronta la Morte? In poche ore la vicenda arriva al suo epilogo, caratterizzata da un ritmo incalzante che è forse la vera forza di questo romanzo e che ben viene rappresentato anche dal Titolo dell’opera, Strokes (Battiti). Il punto di vista dei personaggi e dell’autore si può anche non condividere, ma è difficile non venir affascinati dalla naturalezza con la quale tematiche complesse e fondamentalmente irrisolvibili sono trattate e proposte al lettore. 

STROKES, romanzo di Stefano Pitino, Editrice ZONA, 2010, pp. 134 – euro 13,90

Novità in uscita per Sperling Kupfer in libreria dal 1 giugno

28 Maggio 2010 by

– Il cenacolo delle sorelle – Roger R. Talbot (http://www.sperling.it/scheda/978882004876)
I diavoli di Zonderwater – Carlo Annese
http://www.sperling.it/scheda/978882004884)
Shopping con Jane Austen – Laurie Viera Rigler (
http://www.sperling.it/scheda/978882004877)
La chiave di svolta – Seth Godin (
http://www.sperling.it/scheda/978882004882)
in più uscirà in versione paperback
Più scuro di mezzanotte – Salvo Sottile (
http://www.sperling.it/scheda/978886061658)

:: Recensione di Scrivere da professionisti di Stefano Di Marino

28 Maggio 2010 by

lw06_dimarino_zSegnalo a tutti i nostri lettori, che oltre alla passione della lettura coltivano l’ambizione magari un giorno di scrivere un libro, un piccolo saggio, non più di un centinaio di pagine, in cui Stefano Di Marino, uno degli scrittori italiani di action thriller più amati, ha raccolto una miniera preziosa di informazioni, suggerimenti, metodi di lavoro alternando consigli pratici a vera e propria teoria della narrazione, e condividendo con noi la sua esperienza, il suo entusiasmo sempre consapevole che per diventare narratori e, vivere di questa professione, è sì utile apprendere delle tecniche ma alla fine quello che conta è il talento e soprattutto la capacità di non farsi demoralizzare da ostacoli e momenti negativi.
 
Di agile lettura il saggio è suddiviso in sezioni che con semplicità e immediatezza ci guidano in un percorso, Di Marino lo definisce un’ avventura, e ci indicano la strada da percorrere con competenza e praticità . Si inizia con un capitolo dedicato alla documentazione, in cui si espone l’importanza del lavoro di ricerca delle fonti sui fatti, attrezzature, luoghi, si passa all’idea della storia, per poi soffermarsi sulle tre sezioni fondamentali di un racconto: l’inizio, lo svolgimento e la fine. Un capitolo importante è dedicato alla genesi dei personaggi e all’importanza della verosimiglianza e di come sviluppare la capacità di far vivere i personaggi, e soprattutto si delinea il ruolo del cattivo vero personaggio cardine di ogni trama a volte più determinante del protagonista stesso. Poi seguono capitoli più tecnici come quello riguardante la revisione del testo,  o quello in cui si discute l’importanza di deciderne la lunghezza. Infine a conclusione della prima parte un capitolo è dedicato alla forma del racconto, ai segreti per stimolare l’attenzione, e alla sperimentazione dei generi.
 
Dato che niente come l’esempio può essere utile quando si vuole trasmettere un insegnamento, Stefano di Marino completa il volume con un racconto inedito, intitolato Un mestiere difficile, nato con il dupplice intento sia di celebrare i 15 anni di vita del suo personaggio più famoso , il Professionista, Chance Renard,  sia di fornire un valido supporto didattico in cui si vedono finalmente in azione le varie tecniche delle sezioni teoriche .

Scrivere da professionisti di Stefano di Marino Delos Books collana I libri di Writers Magazine 2010  143 pagine brossura Prezzo di copertina 10,00 Euro

:: Lorenzo Mazzoni intervista Claudia Ronchetti

28 Maggio 2010 by

duecon sottofondo di "Heretic Pride", di The Mountain Goats

Hai voglia di parlarci del tuo romanzo "La pillola dell'oblio" (edito da Gruppo Albatros Il Filo)?
 
Non parlo volentieri dei miei romanzi, del resto se pensi che per esprimermi ho scelto la narrativa, diventa facile da capire.
"La pillola dell'oblio" è nata così, da una prima frase buttata lì (sovente mi succede) e si è costruita a livelli poco per volta, guidata da me per le prime pagine (anche questa è una mia caratteristica) e poi,mano a mano che i personaggi si delineavano, acquistavano una loro indipendenza. A quel punto non mi rimane che lasciarli interagire e seguirli, descrivendo nel modo più efficace che mi è possibile.
Per quanto riguarda i contenuti, c'è la vita,le vite,i livelli di coscienza…e una buona parte di suspence.

Oltre che autrice di romanzi e poesie, ti sei cimentata anche con i racconti fantastici nelle raccolte "Il Ladro d'Anime" e "il Gioco di Claude" pubblicati dalla Todariana Editrice. Come ti trovi a lavorare in un ambito "irreale"?
 
Direi che è casa mia, tanto che non lo definirei irreale. Parlerei piuttosto di diverse realtà, se non fosse abusato le definirei parallele, ma anche paradossalmente incidenti e intersecanti.

Cosa ne pensi della letteratura fantasy in genere?

Una necessità del nostro tempo e quindi ben venga.

unoChi sono i tuoi "cattivi maestri"?

I dogmi.
Amo il detto zen "Se vedi Dio uccidilo".
Amo la mistica, non altrettanto la dottrina.

Sei molto influenzata dalle altre arti quando scrivi?

Si. Amo dialogare con musica e arti visive. Amo il cinema.
Cerco nei loro linguaggi espressivi assonanze e sintonie.
Credo che ogni tempo abbia i suoi linguaggi (più d'uno naturalmente) e io tento di esprimermi in una lingua rintracciabile nel nostro. I linguaggi simbolici e le tecniche delle altre arti mi appassionano,mi coinvolgono. Sono echi del mondo in cui voglio essere, quello di tutti noi.

Dai importanza all'aspetto estetico della scrittura?

L'estetica è fondamentale. E' veicolo di suggestioni emozioni e concetti. Credo poco nella parola intesa come mezzo ragionevole di comunicazione, per quello che mi riguarda molto poco artistica e fonte di confusione,polemica
( sarà che vivo in Italia).
L'estetica è un codice interno alle opere dell'artista, mai,assolutamente mai, un codice o un dogma esterno a cui riferirsi. Quindi è un concetto elastico, duttile, ci sta dentro tutto ciò che è compatibile con l'opera e serve a coinvolgere il lettore.

treC'è qualche nuovo autore italiano che ti piace particolarmente? Pensi che in Italia ci sia una crisi del libro e/o di lettori?
 
Il mio percorso mi porta altrove, almeno in questi anni, e abbandonare il sentiero sarebbe un po' come tradire me stessa. Prigione e libertà di questo mestiere :andare avanti sulla propria strada costi quella che costa..e costa. Se mi chiedi cosa sto leggendo ora ti stupiresti perchè sto leggendo "La Bibbia" per la prima volta in vita mia.
La crisi dell'editoria e del libro,ma non solo aggiungerei cinema per lo meno, è totale.
Penso che ci siano molti talenti che vengo lasciati morire di una lunga agonia.
e non penso che i lettori siano responsabili,anzi trovo fra loro-nella mia limitata esperienza-persone vivaci in cerca del nuovo,non della novità, anche loro sedate e narcotizzate dalla povertà di prospettive. Vittime i lettori come gli autori.

Quali sono, secondo te, le qualità per provare a essere una buona scrittrice?

A questa domanda non saprei rispondere.Ognuno ha la sua strada, ma so con certezza che ci vuole una grande dose di coraggio e, nel mio caso, di lucida follia. Spero che rimanga lucida ancora per un po'.

quattroHai una giornata tipo nei periodi di lavoro creativo?
 
No, Ho periodi tipo. Il lavoro è totale, mi scopro il dono dell'ubiquità. Vivo nella dimensione di quello che sto scrivendo, compio i gesti quotidiani come fossi in un mondo virtuale. Vivo capovolta.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

Si. Sta per uscire In cartaceo "Sangue del mio sangue" ora su Kindle-Amazon. Ho altro terminato in attesa di pubblicazione e sto lavorando a una cosa nuova…quindi sto per capovolgermi; altro spazio,altro tempo, altre vite.

Grazie, buona giornata e buon lavoro.
 
Grazie a voi
Claudia

http://lorenzomazzoni.splinder.com/

Intervista ad Antonio Paolacci a cura di Giulia Guida

27 Maggio 2010 by

Benvenuto, Antonio. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata con Liberi Di Scrivere. È uscito per Perdisa Pop il tuo primo romanzo, Flemma, ambientato tra il Cilento e Bologna. Che significato hanno per te questi due posti? 

Due precise realtà: la provincia estrema, il basso Cilento, un insieme di paesini da poche migliaia di abitanti, lontano da ogni capoluogo, e poi quella città carica di sensi che è Bologna. Ho voluto accostare questi posti guardandoli dalla prospettiva di chi li conosce ma non appartiene né all’uno né all’altro: sono cresciuto nel Cilento e vivo a Bologna da una quindicina d’anni, con il risultato di sentirmi oggi estraneo ovunque. Lo sradicamento è disorientante, ma utile: per un narratore, essere in grado di raccontare da una certa distanza gli ambienti che conosce meglio, è un privilegio.

Per vari anni sei stato lettore in diverse case editrici. Che tipo di esperienza è stata sul piano formativo?

Lavorare in editoria e scrivere sono due cose che ho dovuto imparare a tenere separate. Utili l’una all’altra di sicuro, ma solo con il tempo. A leggere manoscritti si diventa scettici e cinici. Si impara a conoscere gli aspiranti scrittori dal punto di vista più cattivo: si assiste a un grande spreco, di tempo, di energie, di speranze, di idee. Ho cominciato in una casa editrice piccola per la quale non facevo altro che leggere i testi che arrivavano. Erano tanti, troppi. Chi non è mai entrato in una redazione non ne ha idea. I testi buoni sono pochi, nella gran parte arrivano lavori improponibili, capaci di farti perdere il senso della letteratura, il senso del libro stesso. Solo con tempo e cocciutaggine si diventa più forti e si impara moltissimo.

Com’è iniziata la tua attività in Perdisa? Ci vuoi parlare dell’incontro con Bernardi?

Ho conosciuto Bernardi otto anni fa, se non sbaglio i conti. Ho frequentato un suo corso di scrittura, esperienza intensa e impagabile. Quando ho finito il romanzo, anni dopo, ho voluto mandarlo solo a lui per sentire anzitutto un suo parere. Nel rispondermi, mi ha parlato di questo nuovo marchio editoriale che stava per nascere. Così è stato pubblicato Flemma, dopodiché Bernardi ha iniziato a coinvolgermi anche nel lavoro per Perdisa Pop. 

Com’è nata l’idea di Flemma?

Temi e personaggi li avevo in testa dall’inizio, però non saprei più ricostruire le varie tappe del lavoro, né ricordare un preciso punto di partenza. Oltre a un romanzo, stavo cercando la mia scrittura, la mia voce. Era eccitante e faticoso. Ero sempre distratto. Mi lamentavo in continuazione. Gli amici mi odiavano e io odiavo loro. Inciampavo nelle sedie, rovesciavo bicchieri di continuo. Ero fantastico.

Credo che Flemma non sia ascrivibile a nessun genere preciso e che questo sia uno dei suoi punti di forza. Tu come lo definiresti?

Non lo definirei. In Italia si parla tanto e male – troppo spesso a sproposito – di quello che succede ai generi narrativi. Nel frattempo ci arrivano lezioni potentissime dal resto del mondo, sotto forma di libri, film, serie televisive. Nello scrivere Flemma ho pensato molto al genere noir, alla letteratura postmoderna, al romanzo di formazione: li ho studiati e considerati, ma ne ho preso solo degli elementi, quelli che mi interessavano o servivano di più. Se lo si legge nell’ottica dei generi letterari il discorso potrebbe essere interessante, ma non tocca a me farlo, fuori dalle pagine del testo: lo lascio fare al critico, se esiste, o al lettore, se vuole. Nel mio nuovo romanzo, Salto d’ottava, ho spinto ancora di più su questo punto.

flemma2Lungo tutto il romanzo ricorrono citazioni tratte dal libro di Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”. Una sorta di leitmotiv che collega le varie storie, quindi.

Il saggio viene letto dai protagonisti di Flemma. Non so quanto se ne rendano conto, ma quel libro parla anche di loro e li muove più di quanto credano. Detto ciò, le teorie di Jaynes sulla coscienza sono folgoranti.

C’è un personaggio in particolare in cui ti identifichi di più, a cui hai voluto affidare la tua voce, le tue idee?

Mi identifico in tutti e non ho affidato le mie idee a nessuno. Sembra un controsenso, ma non lo è. Non serve scomodare Freud per dire che è inevitabile essere in qualche modo rappresentati da ogni personaggio che si crea. Però  se penso a loro provo pena, rabbia, disprezzo. Salvo giusto Luca, che è troppo giovane per avere delle idee compiute, ma è l’unico, in tutto il romanzo, che smette di frignare e spacca la faccia al suo avversario con primordiale dignità.

Quando ho letto il libro, ho pensato: “Paolacci ce l’ha fatta. L’ha scritto, finalmente, questo romanzo sulla e contro la nostra generazione”.  Qual è il messaggio che in definitiva Flemma vuole lanciare?

Il tuo pezzo di un paio di mesi fa che diceva “Paolacci ce l’ha fatta” è un elogio almeno duplice: sentire che sei stato letto non solo da una testa pensante, ma anche con i nervi esposti. Nessun messaggio: volessi lanciare messaggi scriverei sui muri, invece che pagine e pagine di narrativa.

Quella citazione in apertura dei Pavement, “Fight this generation”. Ci sono stati artisti e musicisti in particolare che ti hanno accompagnato nella stesura di “Flemma”?

Parliamo solo dei musicisti, altrimenti non finisco più. Oltre ai Pavement, i Pixies, gli Interpol e gli Arcade Fire. Poi c’era Bowie, mentre scrivevo. E i Csi, mentre riflettevo. E Miles Davis, mentre pioveva.

Quali sono stati gli autori che ti hanno influenzato di più  nella tua formazione?

In rigoroso ordine sparso: Dostoevskij, DeLillo, Hemingway, Pasolini, Houellebecq, Moody, Sciascia, Foster Wallace, Kristof, McCarthy, Carver, Cechov.

Ti occupi di editing da vari anni, ormai. Hai qualche consiglio utile per gli esordienti che si affacciano sul mondo editoriale?

Occupatevi soprattutto dalla vostra scrittura.

Libri sul comodino adesso?

Al momento solo una biografia di Rasputin.

Stai lavorando a qualche nuova idea, qualche progetto in canti
ere?

E’ in uscita Salto d’ottava, una novella per la collana Babele Suite di Perdisa Pop. Poi ho in cantiere un racconto per un’antologia da cui saranno tratti altrettanti mediometraggi ideati per la tivù, storie che quindi nasceranno affiancando scrittori e registi. E un altro piccolo libro per una collana molto interessante dell’editore Senzapatria. Nel frattempo lavoro a un nuovo romanzo, ma di questo non dico ancora niente… 

:: Recensione di Acquaragia di Stefano Domenichini a cura di Giulietta Iannone

26 Maggio 2010 by

StefanoAllora mettete “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles in sottofondo e preparatevi a fare un viaggio senza cinture di sicurezza in un fantasmagorico lunapark, bombardati da luci psichedeliche e scintillanti fuochi d’artificio, dove la donna barbuta trova il suo posto tra le montagne russe e il tiroassegno.

Leggendo la raccolta di racconti contenuta in Acquaragia sembra infatti di guardare il mondo attraverso un caleidoscopio multicolore  ed esplorare stati di coscienza alterati a bordo del Volksvagen bus, elemento caratteristico della cultura hippy, che campeggia in copertina decorato con fiori e simboli della pace. La scrittura è anarchica, la totale libertà espressiva ricorda quei racconti umoristici un po’naif che traggono le loro radici dai racconti surreali della tradizione hiddish .

Domenichini passa con elegante ironia dal nonsense più estremo, pericolosamente in bilico con l’assurdo, alla favola, alla filastrocca infantile, al grottesco, sperimentando vari registri linguistici e non disdegnando un soffio di poesia come quando racconta con tenerezza la storia d’amore tra due bambini. Se ci interroghiamo sul perché le donne sposano dei cretini, se fantastichiamo con la biografia non autorizzata del dottor Gibaud o se scopriamo gli effetti esilaranti che produce una zolletta di LSD nel tè del Presidente degli Stati Uniti d’America non può non sfuggire un sorriso perché così è la vita, bizzarra, bislacca, eccentrica, il buffo spesso convive con il tragico, il commovente e ancora più spesso tra il ridere e il piangere non c’è poi così tanta differenza.

Stefano Domenichiniè nato a Reggio Emilia nel 1964. È avvocato, mestiere che lo ha portato a lavorare e abitare a Milano, Roma e Bologna. Dal 2004 è tornato a vivere a Reggio Emilia, dove cresce due figli. Ha iniziato a scrivere pochi anni fa. Suoi racconti sono apparsi nelle antologie Amore e altre passioni (Zona, 2005) e Lama e Trama 3 (Zona, 2006). Acquaragia è la sua prima raccolta.

:: Intervista ad Alfredo Mogavero

25 Maggio 2010 by

six-shots-cover-smallBenvenuto Alfredo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te: quanti anni hai, dove sei nato, dove vivi, i tuoi studi, tuoi pregi e tuoi difetti.

Ciao! Che dire, ho trent’anni e vivo a Salerno, dove sono nato. Dopo un’incredibile sequenza di facoltà sbagliate mi sono iscritto a lingue e letterature straniere, dove dovrei laurearmi quest’anno. Riguardo i miei pregi, direi che sono uno che non si arrende facilmente. Per i difetti se vuoi ti lascio il numero della mia ragazza e vi fate una chiacchierata di qualche ora.

Come ti sei avvicinato alla scrittura? Quando hai deciso: da domani mi guadagnerò la vita scrivendo? C’è stato qualcuno che ti ha incoraggiato o hai trovato solo gente che ti ha ostacolato?

Ho sempre avuto, fin da bambino, un impulso a scrivere, forse anche perché ho iniziato a leggere da piccolissimo (avevo tre anni) e mi sono subito appassionato a fumetti, libri, cose così. Però in me era già grande il desiderio di non fermarmi alla lettura, volevo inventare io delle storie. Per tutta l’adolescenza le ho create solo nella mia testa, poi una notte d’estate di otto anni fa mi sono trovato solo all’aeroporto di Heatrow, a Londra, e il volo per l’Italia aveva otto ore di ritardo. Invece di dormire ho preso un block-notes e una penna e ho scritto il mio primo racconto.  Da lì ho subito iniziato a far leggere le mie cose agli amici attorno a me e devo dire che senza i loro incoraggiamenti forse non avrei continuato. In particolare in questa sede permettimi di ringraziare Enrica, Ezio, Marco Priore e il buon vecchio Salvatore Bosco per la pazienza e l’attenzione con cui hanno sempre trattato i miei scarabocchi.

Come molti giovani hai alle spalle un’ esperienza di precariato. Ti sei trovato per necessità di sopravvivenza ad accetatre lavori  saltuari in call center, hai fatto volantinaggio, hai fatto il contabile ai mercati generali della frutta. Come hai fatto a non farti assalire dallo sconforto ma anzi a trovare la grinta di iscriverti all’università e perseguire il tuo sogno di scrivere?

Bah, come ho detto io sono uno che non si arrende facilmente, non mi faccio prendere dallo sconforto. E poi scrivo, non mi fermo quasi mai, e anche se non sempre mi riesce bene mi serve come valvola di sfogo, mi da la carica.  Durante i mesi passati a lavorare ai mercati generali ho riflettuto e ho capito che volevo cercare di fare qualcosa che mi tenesse più a contatto con la letteratura, io odio i numeri e odio alzarmi presto (mi svegliavo alle tre del mattino per lavorare davanti a un computer), mi deprimono le attività ripetitive dove non devi tenere acceso il cervello. Ora scommetto sul futuro forse un po’ in ritardo sui tempi, ma sai una cosa? Sto molto meglio così.

Hai iniziato con il fantasy poi virando verso l’horror, il noir, la fantascienza, passione quest’ultima nata dai B-movies americani degli anni 50. Quante volte hai visto L’invasione degli ultracorpi? E quanto questo tipo di film ha influenzato il tuo modo di scrivere?

A un certo punto mi ero davvero fissato per quei film. Ho visto “L’invasione degli ultracorpi” e quasi tutti quelli di Ed Wood, “Vampires from outer space” poi altri più moderni come “Essi vivono”, “La casa”, “L’armata delle tenebre” e parecchie orribili produzioni Troma. Mi piacevano perché non erano seri, c’era un certo humor demenziale che poi ho cercato di mettere in molti miei scritti.

Se volessimo leggere i tuoi primi racconti dove sarebbe possibile trovarli?

Mi dispiace ora non è più possibile.

Parlaci del tuo incontro con il sito LaTelaNera.com. Quanto ti ha aiutato, in che modo ha arricchito il tuo bagaglio di esperienze?

Sulla Tela ci incontrammo nel 2002. Eravamo pochi, eravamo entusiasti, eravamo desiderosi di confrontarci. E trovammo “La Macelleria”, dove ci si poteva sfidare ognuno con un racconto, che tutti gli altri dovevano valutare e a cui bisognava assegnare dei punti.  In questo laboratorio ho incontrato altre persone che mi hanno aiutato tantissimo e che oggi come me, stanno raccogliendo le prime soddisfazioni. Mi piace citare Giuseppe Pastore e Stefano Valbonesi, che hanno pubblicato per Edizioni XII “In due si uccide meglio”, o Simone Corà e Raffaele Serafini che sono diventati blogger molto seguiti e collaboratori della stessa XII. E poi il da poco scomparso Giovanni Buzi, Enrico Luceri che oggi scrive gialli di qualità, tanti altri  bravi scrittori come Marica Petrolati, Alberto Priora, Biancamaria Massaro o Matteo Carriero. Un saluto speciale a Luigi”Morgan” Rubino, che per anni resse le sorti della Macelleria e che mai lesinò consigli, incoraggiamenti, frustate e stroncature propedeutiche al miglioramento di tutti noi disgraziati.

Sei un fan di Bukowski, un autore, sporco, cattivo, decisamente non politicamente corretto, in che modo ti ha ispirato e in cosa pensi di essergli debitore?

Bukowski scriveva quello che voleva fregandosene di come sarebbe recepito, anche a me piacerebbe questa libertà. Poi stilisticamente non mi fa impazzire, diciamo che un po’ di tempo fa cedetti al fascino dello “scrittore maledetto” e lessi i suoi libri per trovarci dentro qualche dritta. Parlarne oggi è un po’ strano, non so quanto di lui sia finito nelle cose che scrivo.

Con Six Shots finalmente hai raggiunto un grande obbiettivo. Un ‘importante casa editrice ha creduto in te e ti ha dato la possibilità di pubblicare questa serie di racconti weird western. Come sono nati? Di getto, in periodi diversi della tua vita, dopo quali letture?

L’idea mi venne dopo aver letto “Antracite” di Evangelisti, che però per i miei gusti era troppo serioso. L’ambientazione western era bellissima, apriva a molte possibilità narrative, personaggi, situazioni; volevo cercare però di renderla in qualche modo anche divertente, di non partorire qualcosa di troppo serio. Non mi misi subito a scrivere quei racconti, covai per forse un anno il progetto nella testa, ma ci pensavo sempre. Alla fine (era il 2008) mi uscirono dalle dita assai in fretta, senza troppa difficoltà.

alfredoPensi che Six Shots diventerà mai un fumetto? A che disegnatore affideresti i lavori?

A Giulio Perozziello, talentuoso giovane che collabora con XII per la realizzazione delle immagini dei racconti vincitori del concorso “Minuti Contati”. E’ un ragazzo che s’impegna molto e ha già buone basi, in lui vedo una passione molto simile alla mia anche se in un campo diverso. Un solo consiglio: non prestargli mai libri perché è tremendamente lento a restituirli!

Quali autori ti hanno influenzato di più? Ti senti figlio letterario in un certo senso di Joe Lansdale? 

Anche qui il discorso è un po’ com
e quello di Bukowski: per un periodo mi sono davvero innamorato di Lansdale, leggevo solo sue cose e cannibalizzavo soprattutto lo stile dei dialoghi, molto secchi e veloci. Se però devo citare i nomi che davvero mi hanno influenzato, facendomi venire voglia di scrivere, farò un solo nome: Lovecraft. Dopo aver letto tutti i suoi racconti la mia vita è cambiata.

Il tuo west nasce dalle leggende e dal folkrore di un popolo che in realtà non è il tuo. Che cosa ti ha maggiormente affascinato di questo mondo in un certo senso estraneo?

Lì  nel west la vita era dura, ognuno doveva guadagnarsi ogni giorno il diritto a respirare. Era un mondo nato su un’ingiustizia perpetrata ai danni di popoli indigeni che, pur perdendo la lotta, seppero opporre una fiera resistenza ai bianchi. Ci furono figure leggendarie di eroi e anti-eroi (forse le ultime) come Wyatt Earp e Jesse James, ci fu un andare di pari passo tra il progresso che incombeva alla velocità della locomotiva e le vecchie usanze di un’epoca che stava scomparendo, ma che fece in tempo a lasciare nella memoria collettiva pagine di inusitata epica. Io lo vedo come un momento in cui due periodi storici si fronteggiarono sullo spartiacque della storia, forse per questo è rimasto così vivo nella memoria di tutti. Quando in America si girarono i primi film, furono western. Nessuno può dimenticare quell’epopea, e anch’io come molti altri che vivono al di qua dell’oceano me ne sono lasciato affascinare.

Punto forte della tua scrittura e la sfaccettatura del linguaggio dei personaggi. Raccontaci come sono nati i dialoghi e come si hai lavorato su.

Quello che ho cercato di fare è stato contrapporre a descrizioni e situazioni piuttosto serie e quasi drammatiche dialoghi assurdi e spiazzanti, per ricreare un effetto volutamente ridicolo che strappasse qualche risata e al contempo allontanasse un po’ i personaggi dagli stereotipi. Spero di aver raggiunto almeno in parte l’obbiettivo.

Più bizzarro che horror il tuo west è sporcato da un certo pessimismo esistenziale, da dove hai tratto questa componente?

Mah, “pessimismo” ed “esistenziale” sono due parole che ho messo in una presentazione di me stesso qualche tempo fa, in realtà non sono pessimista. Nel libro forse lo si può ritrovare qua e là in personaggi come Patricia e Twilight Jackson, ma anche loro poi tirano avanti nonostante la vita li abbia trattati piuttosto male. Ecco, questa tua domanda mi ha fatto venire in mente che forse un piccolo messaggio in “Six Shots” ci potrebbe essere: è il sopravvivere alle difficoltà, il non arrendersi, il lottare contro un destino avverso. Il fatto che ci abbia pensato solo ora è davvero bizzarro.

Attualmente stai scrivendo altri racconti. Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

Dai, siccome siete stati in assoluto i primi a parlare di “Six Shots” ve lo dico: sto scrivendo il seguito. Torneranno quasi tutti i personaggi e ce ne saranno molti altri, impegolati in vicende folli o drammatiche, ma stavolta abbandonerò la forma-racconto per quella di un vero e proprio romanzo. Ci sarà una trama portante che andrà costruendosi pian piano nello schema di singole vicende collegate tra loro, così che in realtà si leggeranno più storie nella storia principale. Attualmente sono quasi a metà della prima stesura, ma procedo senza fretta e divertendomi, che per me poi è la cosa più importante quando scrivo. Spero che Liberidiscrivere mi porti fortuna e, ringraziandoti, ti saluto.

:: Novità in libreria: Amori e crudeltà dell'Orchidea Rossa di Stefano di Marino

25 Maggio 2010 by

04_orchidea2"Amori e crudeltà dell'Orchidea Rossa", il romanzo
Fuggito dall’Italia in seguito a sanguinosi avvenimenti durante i moti del 1848, il contrabbandiere che si fa chiamare ‘la Pistola’ arriva in Oriente. Macao sembra la città perfetta per dimenticare e farsi dimenticare. Crocevia di navigatori europei, mercanti cinesi, cantanti di fado, massaggiatrici ceche, fuorilegge, cortigiane e mercanti. Ma c’è un uomo terribile che insegue il protagonista. Un sicario che lo bracca dal cuore dell’impero asburgico. Da una lotta all’ultimo sangue nasce un debito d’onore tra il giovane avventuriero e l’amico cinese che gli salva la vita. Un debito che si può ripagare solo con un altro viaggio verso una città ancora più misteriosa, malacca. Qui la terribile vendetta della regina dei pirati incombe su mercanti, soldati e missionari. L’Orchidea Rossa, leggendario personaggio realmente esistito, è l’immagine stessa dell’Asia affascinante e pericolosa da cui il giovane non sa più staccarsi. Un grande romanzo di avventura nella tradizione di Emilio Salgari, scritto con uno spirito moderno e la passione di chi ha visitato e amato l’Estremo Oriente e lì ha ricostruito come era alla metà del diciannovesimo secolo. La vera storia di… Stephen Gunn.

310 pagine, 15,24 cm x 22,86 cm, rilegatura termica brossurata, interno carta crema (60 g peso), stampa B/N, copertina in quadricromia lucida (100 g peso). Copertina di Luca Oleastri – illustrazioni interne in B/N allestite da Stefano Di Marino
– Stampa su carta: €22.00
– Formato PDF scaricabile: €7.00

02_di_marinoL'autore, Stefano Di Marino
Nel 1989 entra a far parte della redazione della rivista fantascientifica Urania. Nel 1993 inizia a lavorare come traduttore, sceneggiatore di fumetti, autore e consulente. Dal 2002 al 2007 è stato consulente sul thriller e l'avventura per la casa editrice Longanesi. Attualmente dedica tutta la sua attività alla scrittura creativa. Ha curato il volume Gli occhi dell'Hydra che nasce dalla collaborazione con scrittori e lettori del forum ufficiale dedicato ad Alan D. Altieri.
Nel 2008 partecipa al volume History & Mystery della Piemme con il racconto "Il Labirinto di Lucrezia". Nel mese di marzo inizia la sua collaborazione con la collana Il Giallo Mondadori Presenta della Mondadori con "Un uomo da abbattere", primo romanzo della trilogia "Montecristo".
Attualmente svolge l'attività di scrittore, traduttore, saggista free lance. Collabora con la rivista on-line Thriller magazine, con il Blog di Segretissimo e con l'associazione Milanonera Eventi. Scive per Writer's magazine Italia, Milanonera Mag. Svolge un'intensa attività di promozione e presentazione del suo lavoro e di quello di colleghi italiani. Tiene corsi di scrittura in vari centri culturali.
Di Marino scrive firmando le sue opere sia con il suo vero nome, sia con diversi pseudonimi, il più conosciuto dei quali è Stephen Gunn.
Al suo attivo ha più di 80 romanzi pubblicati da vari editori e svariate decine di racconti, saggi e traduzioni.

Come acquistare "Amori e crudeltà dell'Orchidea Rossa"?

E' raggiungibile tramite il sito (http://www.innovari.it/scudo.htm) nella pagina della collana Adventures Stories oppure si può andare direttamente alla pagina dello shop-on line di lulu (in italiano) a questo link:
http://www.lulu.com/product/a-
copertina-morbida/amori-e-crudelt%C3%A0-dellorchidea-rossa/11045326

:: Scrivere Sui Margini

24 Maggio 2010 by

Segnaliamo ai nostri lettori che a Milano presso il villaggio Barona via Ettore Ponti 21 e via Zumbini 6  dal 4 al 6 di giugno si terrà il festival letterario Scrivere Sui Margini, giunto ormai alla seconda edizione. Il sito di riferimento è http://www.scriveresuimargini.org/ Tra gli ospiti: Valerio Massimo Manfredi, Sandrone Dazieri, Silvia Avallone, Giuseppe Culicchia, Giuseppe Genna. Tempi di recupero è il filo conduttore del Festival. Entrata libera. Il festival avrà luogo anche in caso di pioggia.

:: Intervista a Jacopo De Michelis responsabile della narrativa della Marsilio Editori a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2010 by

indexBenvenuto Jacopo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Parliamo di te. Chi è Jacopo De Michelis?

Ho 42 anni, sono sposato con un figlio, laureato in filosofia, nato a Milano, da cinque anni vivo a Venezia. Lavoro in Marsilio come responsabile della narrativa e insegno narratologia alla Naba di Milano.

Responsabile della narrativa di Marsilio Editori, editor, traduttore, consulente editoriale, hai un curriculum di tutto rispetto per essere così giovane. La scrittura in un certo senso è tutta la tua vita; cosa in realtà ami di più fare?

Più che la scrittura, la lettura. Sono in un certo senso un lettore professionista. E quello che amo fare è precisamente ciò che faccio. Il mio è un lavoro che si può svolgere solo se mossi da una grande passione, un’ossessione quasi, perché lo spunto per un buon libro può nascere in qualsiasi momento e occasione della giornata, bisogna tenere le antenne drizzate ventiquattrore su ventiquattro.

Sei sicuramente un sensibile talent scout. Cosa deve scattare secondo te perché  un autore esordiente diventi tra virgolette di successo?

Posso dire cosa deve scattare perché mi venga voglia di pubblicare un esordiente: devo sentire nel testo una voce autentica, personale, originale, e devo trovarci una storia capace di coinvolgere il lettore e di suscitargli delle emozioni. Quanto al successo, è  determinato da fattori così aleatori e imprevedibili che è  impossibile darne la ricetta. Il successo, diceva qualcuno, è un participio passato, lo si riconosce solo dopo che è arrivato, se ne può parlare solo ex post.

Hai mai pensato di passare dall’altra parte e diventare anche scrittore?

Credo che chiunque faccia questo lavoro prima o poi abbia ceduto alla tentazione di scrivere, ma passare buona parte delle mie giornate a stroncare le aspirazione letterarie altrui mi ha reso iper-critico verso le mie.

Alla Marsilio avete un catalogo di tutto rispetto per una casa editrice medio-piccola. Quali sono i segreti che vi hanno permesso di raggiungere un tale obbiettivo di prestigio. La cura dei dettagli, l’amore per il rischio, la fortuna? Suggeriscimi tu altre motivazioni.

In parte quelli che hai citato, tranne il rischio: per arrivare a festeggiare cinquant’anni di attività come farà l’anno prossimo la Marsilio, è molto più importante la virtù della prudenza. E poi: passione, fiuto, impegno, determinazione, rigore. E comunque, negli ultimi anni grazie a una crescita straordinaria siamo diventati una casa editrice medio-grande, e faremo di tutto per restarlo!

Oltre alle tradizionali tecniche di marketing editoriale quali forme innovative di promozione state sperimentando? Con che risultati?

La rete è il terreno d’elezione in questo senso: attenzione verso blog e siti letterari, presenza sui social network, i booktrailer che siamo stati la prima casa editrice in Italia a utilizzare, ecc. Con che risultati? Posso citare due casi a titolo di esempio: Studio illegale di Federico Baccomo alias Duchesne, un romanzo nato da un blog che ha venduto 30.000 copie e diventerà presto un film, e L’ombra del falco di Pierluigi Porazzi, un thriller d’esordio giunto alla seconda edizione quasi esclusivamente grazie agli entusiastici apprezzamenti ricevuti da siti e blog letterari e al passaparola in Rete.

Che strategie state attuando per avvicinare alla lettura anche il pubblico più giovane il più difficile da raggiungere per la tradizionale comunicazione editoriale?

In parte cerchiamo di pubblicare anche libri che possano incontrare i loro gusti, in parte cerchiamo di promuoverli con un linguaggio e delle modalità diversi da quelli tradizionali, che riescano a suscitare il loro interesse. Ma è assai difficile, confesso.

Il mercato editoriale sta per essere travolto dal digitale e dalle nuove tecnologie. Come vi state preparando a questo grande balzo? L’ebook sostituirà davvero il libro di carta?

Innanzitutto stiamo aggiornando tutti i contratti dei libri che ci interessa pubblicare in edizione elettronica. Dal punto di vista tecnico, saremo facilitati dalla partecipazione a Edigita, la piattaforma di distribuzione digitale creata da RCS (gruppo di cui facciamo parte), Feltrinelli e Gems/Messaggerie. Da alcuni mesi poi abbiamo istituito un gruppo di lavoro, che studia la questione, formula e valuta nuove idee e progetti ecc. E’ possibile che prima o poi l’ebook sostituirà del tutto il libro, ma credo che ci vorrà molto tempo, si tratterà di un passaggio generazionale. Certo è che in tempi brevi si ritaglierà una fetta del mercato, per cui sarà importante esserci fin da subito e sapersi muovere nel modo giusto.

Il giallo scandinavo e più precisamente svedese sta vivendo un vero e proprio boom ed è ricordiamolo un tratto distintivo della Marsilio. Pensate che questo fenomeno durerà ancora nel tempo e si consoliderà? Quali sono i nuovi autori scandinavi su cui puntate?

Credo che in questo momento la situazione del giallo svedese sia paragonabile al culmine di una bolla speculativa. C’è oggi una frenesia e direi quasi un’isteria al riguardo, si pubblica praticamente qualsiasi cosa venga da quell’area, presentandola con toni a dir poco enfatici. E come tutte le bolle più prima che poi si sgonfierà. La moda passerà, ma gli autori davvero validi resteranno. Noi continuiamo a puntare su tutti gli autori già presenti nel nostro catalogo, Henning Mankell e Camilla Lackberg in primis, di cui in autunno pubblicheremo due nuovi romanzi. E poi a gennaio 2011 uscirà la nostra nuova grande scoperta, un libro non ancora pubblicato neppure in Svezia i cui diritti di traduzione sono già stati venduti dopo aste accanite in 14 paesi: si tratta di La stella di Strindberg di Jan Wallentin (http://www.bonniergroupagency.se/1100/1100.asp?id=3812), un romanzo davvero strepitoso tra Il senso di Smilla per la neve, Il codice Da Vinci e i Viaggi straordinari di Jules Verne. 

Parliamo del lavoro dell’editor. Esiste una scuola che formi gl
i editors? Quali sono le doti principali richieste per questo difficile mestiere molte volto poco considerato? Consiglieresti ai giovani di intraprendere questa carriera?

Esistono buoni master per redattori editoriali, ma l’editor è un mestiere sotto molti aspetti artigianale, che si impara facendo una lunga gavetta. La dote principale è il fiuto: la capacità di intuire le qualità letterarie e le potenzialità commerciali di un testo. Lo consiglierei sono a chi fosse molto intraprendente, determinato, e spinto da una fortissima e profonda motivazione.

Parliamo degli errori più frequenti che rilevi nei manoscritti degli esordienti che a volte inficiano anche lavori con buone potenzialità. 

L’errore in assoluto più frequente – e più grave – è quello di non avere costantemente presente che si scrive per dei lettori, pochi o tanti che possano essere. Chi non lo fa ha ottime chance di non venire letto da nessuno.

Tra i vostri titoli di punta del 2010 c’è sicuramente Cella 211 di Fransico Perez Gandul, un libro interessante, innovativo, scritto da diverse prospettive, anche difficile per certi versi. Vi sta dando soddisfazioni?

Cella 211 è indubbiamente un ottimo thriller, originale e di qualità, e sta andando discretamente, anche se lo scarso successo avuto in Italia dal film (che in Spagna era stato una clamorosa rivelazione) ha dato al libro una spinta minore di quello che speravamo.

Sinceramente cosa ne pensi dell’ editoria a pagamento? Consiglieresti ad un autore esordiente per esempio di autoprodursi?

L’editoria a pagamento non è editoria, sconsiglierei decisamente.

Cosa bolle in pentola alla Marsilio? Progetti per il futuro?

Tanti altri buoni libri. Mi limito a citarne uno piuttosto curioso in quanto è già un caso a diversi mesi dalla pubblicazione (prevista per settembre): si tratta de L’eroe dei due mari dell’esordiente Giuliano Pavone.