:: Drood di Dan Simmons (Elliot, 2010) a cura di Giulietta Iannone

27 settembre 2010 by

droodCi sono libri capaci di creare intorno a sé un alone di mistero, con venature vagamente soprannaturali; ci sono libri che forse racchiudono realmente segreti ed eventi inspiegabili capaci di intrigare e far scervellare generazioni di lettori.
Questa sorte capitò, nel bene e nel male, a Il mistero di Edwin Drood, opera incompiuta, di quel genio monumentale ottocentesco che fu Charles Dickens, poi pubblicata postuma nel 1870.
Con la sua morte Dickens rese sconosciuto per sempre il finale della sua storia e diede involontariamente inizio ad un fenomeno singolare detto droodismo, (che Valerio Magrelli spiega esaurientemente in un suo interessante articolo apparso recentemente su Repubblica intitolato Il circolo Dickens se la vita d’ autore diventa un giallo”).
In sintesi il droodismo può essere spiegato come un fiorire di variopinte ipotesi sul finale de Il mistero di Edwin Drood, dalle più scontate alla più eccentriche, e non mi stupirei che qualcuno avesse fatto una seduta spiritica per chiedere a Dickens in persona lumi in proposito.
In questo affollato filone droodista si inserisce a pieno titolo Drood di Dan Simmons, autore dell’ Illinois acclamato per le sue opere di fantascienza e conosciuto soprattutto per la saga nota come i Canti di Hyperion.
Non ostante sia americano, Simmons è riuscito a ricreare una Londra vittoriana con così tanta cura per i dettagli e uno stile così raffinato ed elegante da soddisfare anche i palati più esigenti. Ma diamo uno sguardo alla trama per analizzare le originali soluzioni del caso date da Simmons.
Tutto ruota intorno agli ultimi cinque anni di vita di Charles Dickens narrati in prima persona, non privi di una velata beffarda ironia dissacratoria, da Wilkie Collins, schiavo del laudano, anch’egli scrittore, anch’egli amico o più che altro rivale di Dickens, (maggiormente conosciuto per i suoi romanzi gialli e per la celeberrima La donna in bianco, capostipite assieme ad alcune opere di Edgard Allan Poe di tutta la letteratura poliziesca che pone nei colpi di scena e nella suspense il segreto del suo successo).
Drood entra in scena in modo misterioso e inquietante il 9 giugno del 1865 su un luogo di un disastro che coinvolse Charles Dickens. Ma andiamo con ordine. Wilkie Collins ci informa che Dickens soffrendo di superlavoro si era preso una settimana di pausa dalla scrittura e si era recato in vacanza a Parigi con una misteriosa signora di cui si sa ben poco oltre al fatto che non era sua moglie.
Sbarcati a Folkestone, Dickens e la sua amante presero il treno delle quattordici e trent’atto per Londra, ignari che sul percorso un gruppo di operai era intento a svolgere alcuni lavori di manutenzione che consistevano nella sostituzione di alcune vecchie travi ormai usurate. Per un disguido del tutto fortuito l’espresso Folkstone-Londra con a bordo Dickens si trovò così lanciato a tutta velocità verso un binario mancante.
Inevitabile il deragliamento con tanto di vagoni precipitati nel fiume sottostante. Fu allora, tra morti e feriti agonizzanti, che Dickens come in una visione soprannaturale vide per la prima volta un uomo alto e magrissimo che indossava una cappa nera e pesante.
Magro fino ad essere scheletrico, pallidissimo, con una testa calva e bianca, occhi spiritati e cerchiati di nero, senza palpebre, un naso cortissimo simile a “due fenditure nere che si aprivano su una faccia dal biancore di una larva”, denti a aguzzi e distanziati, Drood si preannuncia più come uno spettro che un uomo e da questo momento in poi ossessionerà le vite sia di Collins che di Dickens.
Decisi infatti a far luce sul suo mistero gli intraprendenti scrittori si lanceranno sulle sue tracce inseguendolo per tutto il libro nelle viscere più oscure e pericolose di Londra, altrimenti detta “Babilonia” o il “Grande Forno” espressioni predilette da Dickens per indicarne i peggiori sobborghi, in luoghi dai nomi sinistri come Whitechapel, Ratcliff Cross, Gin Alley, Three Foxes Court, Butcher Row, Continental Road, the Mint, tra sinistri e umidi sotterranei, fumerie d’oppio clandestine e sette segrete depositarie di agghiaccianti culti.
Ma Drood sarà sempre un passo davanti a loro, avvolto dalla sua fama e dalla sua aura di straordinarietà, protetto dalle tenebre, lasciando nei suoi inseguitori il dubbio se sia una creatura diabolica capace di più di 300 omicidi o un essere superiore dotato di poteri soprannaturali.
A voi scoprire se il mistero di Drood verrà svelato, quello che posso dirvi senza rovinarvi il piacere della lettura è che è un viaggio allucinato e sconvolgente negli abissi della mente umana, dove il genio si confonde con la follia, o forse è anche un viaggio alle origini del processo creativo di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi perduto nei mondi creati dalla sua immaginazione, per lui forse più reali della realtà stessa.
Drood è a mio avviso un libro bellissimo che ho avuto la fortuna di leggere non facendomi spaventare dalla mole, sono ben 800 pagine, e che mi ha stregato un po’ per lo stile e un po’ per il fatto che ogni pagina è un gioco di intelligenza, non ci sono sbavature, parole inutili, parti che vorresti saltare per arrivare più in fretta al finale.
La ricostruzione storica è impeccabile, si ha davvero la sensazione di vivere in un mondo ormai scomparso per sempre fatto di carrozze a cavalli, lampioni a gas, treni a vapore, caminetti scoppiettanti, donne in crinolina e uomini in panciotto, orologio da tasca e cappelli a cilindro. Simmons è un maestro nel creare suspense e tensione aggiungendoci un tocco di soprannaturale con venature horror davvero inquietanti.
Sembra di vederle muovere le zampette dello scarabeo che Wilkie Collins ritiene Drood gli abbia messo nel cervello.
Traduzione di Anna Tagliavini.

:: Intervista con Stefano Giovinazzo direttore di Edizioni della Sera

27 settembre 2010 by

Benvenuto Stefano su Liberidiscrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Parliamo un po’ di te, ti va, dell’uomo dietro molteplici attività editoriali e da poco creatore e direttore della casa editrice Edizioni della sera. Sei romano, nato nel 1980, laureato in Scienze della Comunicazione all’Università degli studi “La Sapienza” di Roma. Punti di forza e di debolezza.
Direttore responsabile di Ghigliottina.it, settimanale di informazione e de Il Recensore.com, quotidiano di cultura editoriale. Qualche considerazione su queste tue attività.
Innanzitutto grazie per l’interesse. Le mie attività sono la mia vita: faccio quel che mi piace, svolgo i lavori quotidiani con impegno, interesse ma soprattutto leggerezza. Sono consapevole delle difficoltà ma la voglia che metto nella mia professione mi dona serenità e motivazioni.

Quale è il segreto di una buona recensione?
Beh non c’è un modello fisso. Per la mia esperienza posso dirti che  quando da un articolo il lettore riesce a farsi un’opinione del libro, a venirne colpito sia in maniera positiva che negativa, allora la recensione ha svolto il proprio compito. Sicuramente la recensione deve lanciare degli spunti di riflessione che il lettore potrà poi approfondire nella lettura.

Qualche commento sulla critica letteraria in Italia da un addetto ai lavori. Tutta provincialismo e salottini buoni o c’è di più?
La critica letteraria in Italia esiste. Questo voglio sottolinearlo. Sicuramente quello che posso riscontrare è un certo buonismo nel recensire che si lega molto spesso a dei contatti professionali che non si vogliono, in alcuni casi possono, perdere.

Parliamo più nello specifico di Edizioni della Sera. Quando è perché e nata? Quanti collaboratori siete?
La casa editrice Edizioni della Sera è nata alla fine 2009 con il primo libro pubblicato a gennaio 2010. L’esperienza accumulata negli anni, l’amore per i libri, la volontà di creare dal nulla prodotti editoriali di qualità e sfidare il mercato attuale sono stati degli impulsi importanti per partire. La struttura della casa editrice è completa, sempre in evoluzione, e particolarmente curata. Oltre al Direttore editoriale che sono io, ci sono gli editor che curano il libro in ogni minima parte confrontandosi con l’autore, gli addetti stampa che sono impegnati nella comunicazione esterna del libro, i grafici che lavorano sull’aspetto “estetico” che sin ad ora è stato molto apprezzato dal pubblico e i curatori delle collane editoriali.

I nostri lettori saranno curiosi di sapere un dietro le quinte;  in cosa consiste in effetti il tuo lavoro? Di cosa ti occupi principalmente? Puoi raccontarci una tua giornata tipo in casa editrice?
La mia giornata ruota a 360° sul libro in ogni suo aspetto. Si inizia la mattina con la solita, interessante, doverosa lettura delle mail. Si prosegue con la verifica dei lavori che stiamo eseguendo sul libro “attuale” da pubblicare. Ci si confronta con l’ufficio stampa per organizzare i lavori quotidiani relativi alla comunicazione tradizionale (rapporto con i giornalisti, verifica recensioni uscite, proposta volumi, rassegna stampa), e online (gestione profili virtuali della casa editrice) e gestire gli eventi. Si scrutano i nuovi manoscritti e si mettono all’attenzione quelli più meritevoli di essere valutati a breve. La gran parte del lavoro consiste nella programmazione.

steGli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Luogo comune o realtà? Che strategie si dovrebbero attuare per avvicinarli alla lettura?
Beh io vivo di una realtà quotidiana praticamente fondata sul libro. Le persone che frequento, soprattutto per lavoro, i luoghi che vivo, ruotano attorno ai libri. Non si legge molto, quanto si dovrebbe. La colpa investe più attori in gioco, non solo il pubblico: da un lato gli editori che molto spesso non puntano sulla qualità ma sulla quantità, da una parte il circuito monopolistico editoriale che crea la stessa cerchia degli editori importanti lasciando poco spazio ala piccola e media editoria soprattutto in libreria. Sicuramente bisogna coinvolgere il lettore in prima persona, andar incontro al pubblico e stimolarlo. Sicuramente le fiere per l’editoria che si stanno sviluppando in giro per l’Italia stanno riscuotendo buoni successi. La strada è lunga ma si può e si deve percorrere.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?
Francamente è dura, molto dura. La soddisfazione, l’esperienza, le possibilità connesse alla pubblicazione di un libro sono veramente tante. Se si riesce ad uscire dalla nicchia e ad imporre la propria scrittura, unita ad un talento che di base deve esserci e nel tempo essere affinato, sicuramente la strada può essere rosea. E molto stimolante.

Internet e letteratura. E’ cambiato il rapporto tra editori e lettori nell’era dei blogs, dei social network?
E’ cambiato, l’editoria ha sfruttato e sta sfruttando tuttora il nuovo modo di comunicare con il proprio pubblico di riferimento: dalle fan page di Facebook ai gruppi su Anobii, ai book trailer confezionati e diffusi su Youtube. Il motivo dominante, ovviamente, è la fidelizzazione.

Cosa ne pensi dell’editoria digitale, degli ebooks? Pensi sia un valido strumento per abbattere i costi o pensi che il libro cartaceo abbia ancora maggiore presa?
Ti rispondo così: meglio un libro elettronico che un non libro. Sicuramente il valore del libro di carta è qualcosa di indiscutibile. Questa ulteriore chance di diffondere cultura, tuttavia, è sicuramente un buon modo per avvicinarsi alle nuove generazioni.

Sul tuo sito ho letto che avete in uscita il 28 settembre un libro a cui sicuramente terrai molto. Il volto delle donne. Conversazioni con Dacia Maraini. Vuoi parlarcene?
Come hai ben detto, è un testo a cui tengo molto. Sia per l’idea della collana che ritengo molto valida, sia per l’importanza della scrittrice che abbiamo intervistato Dacia Maraini. Quando un colosso della letteratura si dimostra disponibile ed entusiasta per i nuovi progetti editoriali, è sempre da sottolineare.

Edizioni della sera parteciperà con uno stand al prossimo salone del libro di Torino? Cosa pensi di questo tipo di manifestazioni?
Ci stiamo muovendo con le fiere. Saremo presenti a Nettuno per la fiera della Poesia i primi di ottobre, dal 22 al 24 dello stesso mese andremo al Pisa Book Festival a presentare un libro sul giornalismo d’inchiesta mentre a fine novembre parteciperemo alla manifestazione Un libro a Milano. Il salone del libro di Torino è l’obiettivo principale del 2011.

Quali sono i progetti per il futuro?
Crescere come realtà editoriale nella piccola e media editoria, lanciare qualche giovane promettente, essere nei salotti che contano.

:: Recensione di Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell’etica di Federico Sollazzo a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2010 by

Tra totalitarismo e democrazia

Dottorato di Ricerca (PhD) in “Filosofia e Teoria delle Scienze Umane” conseguito presso l’Università degli Studi Roma Tre nell’Anno Accademico 2006/07.

Totalitarismo, democrazia ed etica sono senz’altro tra i temi importanti se non fondamentali della filosofia quelli che occupano maggiormente le riflessioni dell’uomo contemporaneo. I mali del totalitarismo, sotto gli occhi di chiunque abbia anche una pur vaga conoscenza storica, portano inevitabilmente a considerare la democrazia, pur con i suoi limiti e le sue discrepanze, il migliore dei governi possibili, e quanto l’etica e la moralità siano alla base di questa correlazione è evidente soprattutto a chi si accosta al problema cercando risposte e strategie atte a portare sostanziali soluzioni. Federico Sollazzo nella sua tesi “Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell’etica” analizza prima disgiuntamente i temi seppur concatenati del totalitarismo e della democrazia per poi giungere ad una proposta filosofica concreta che evidenzia come il possibile percorso di pacificazione sociale sia determinato da una moralità minima condivisibile.
Il lavoro prende l’avvio quindi dall’analisi del totalitarismo visto da molteplici punti di vista, partendo dalle sue origini storico-filosofiche, ed essenzialmente considerando che fu la prima forma di regime sociale repressivo e coercitivo a nascere, sorgere e consolidarsi in un preciso periodo storico, l’inizio del XX secolo. Qui è importante l’analisi del lavoro di Hannah  Arendt che in Le origini del totalitarismo ripercorre il processo storico che ha condotto alle dittature europee ed infine al grande dramma della seconda guerra mondiale. La Arendt evidenzia che il modello totalitario moderno possiede delle caratteristiche diverse dalle forme dispotiche del passato tra cui: cieca fiducia e obbedienza nei confronti del capo, uso indiscriminato della violenza fisica, esaltazione di una ideologia tramite lo strumento della propaganda, presenza di un partito unico, e eliminazione fisica dei dissidenti. Dopo aver definito i contorni del totalitarismo, identificato come una vera e propria malattia sociale dell’era contemporanea, Sollazzo ci presenta il suo antidoto ovvero la democrazia, forma di governo basata sul metodo della partecipazione della più ampia parte possibile dei cittadini ai processi decisionali e della persuasione. Anche se specifica che non è la panacea di tutti i mali infatti esistono critiche all’idea e alla messa in pratica della democrazia. A partire da Platone che la considera una forma di degenerazione dello Stato per arrivare in tempi più recenti a Tocqueville che ne denuncia l’insito pericolo dispotico e la cosiddetta tirannia della maggioranza. Popper propone come modello positivo opposto ad ogni forma di autoritarismo la “società aperta”, ovvero una società in cui il confronto e l’accoglimento di prospettive e valori diversi permetta a qualsiasi gruppo o individuo di far valere la propria individualità ad eccezione degli intolleranti. A sostegno dell’idea di Popper si sono schierati pensatori come Norberto Bobbio arrivato ad affermare che “La democrazia, o è la società aperta, in contrapposto alla società chiusa, o non è nulla, un inganno di più”. Sempre Bobbio arriva alla conclusione che la stessa “regola di maggioranza”, cardine di ogni regime democratico, non è esente a critiche essenzialmente perché non è automaticamente garanzia di libertà e di uguaglianza. Inoltre considera che la passività dei cittadini è uno dei principali ostacoli per la realizzazione della democrazia, che invece ha bisogno di cittadini attivi e consapevoli interessati a partecipare alla formazione dei processi decisionali. La moderna crisi delle ideologie, oltre a travolgere i grandi sistemi di filosofia della storia, ha prodotto una rinascita dell’individualismo ovvero dell’affermasi del primato dell’individuo sulla società. La concezione dell’individualismo ha portato al risorgere di principi liberali, che si oppongono ai principi del comunitarismo. Se la democrazia è la soluzione politica del problema, pur con tutti i limiti evidenziati, esiste anche un prospettiva morale ed etica che si identifica in concetti come quelli di libertà, giustizia, solidarietà, uguaglianza, rispetto per i diritti altrui.
Nell’ultima parte del lavoro l’autore si interroga sull’esistenza di un sostrato etico universale e giunge alla conclusione che esiste ovvero esiste un sostrato antropologico comune al quale è  applicabile una etica universale. Evidenzia poi nella giustizia la tematica centrale su cui si fonda e si origina l’etica, e sottolinea che i diritti umani o meglio la loro definizione diventa uno dei compiti principali e imprescindibili di ogni associazione umana come base di qualsiasi pacifica convivenza. Infine per concludere traccia una possibile etica minima capace di costituire il comune denominatore morale necessario ad un confronto di culture diverse in cui, come dice Sollazzo, il rispetto diventa il fattore fondamentale capace di rende attuabile l’universalità dell’etica e nello stesso tempo la pluralità delle culture. 

:: Recensione di Happy – L'incredibile avventura di Keith Richards di Massimo Del Papa

24 settembre 2010 by

prova2Narra la leggenda che Keith Richards sia immortale e infatti leggendo Happy – L’incredibile avventura di Keith Richards, omaggio decisamente sopra le righe scritto da un tipo tosto come Massimo Del Papa, qualche legittimo dubbio viene davvero. Sembra che con la morte, Keith il bandito, il dannato, l’icona più trasgressiva del rock, una partita in corso ce l’abbia davvero. Keith la morte la corteggia, la sfida, la rincorre per poi sbeffeggiarla dicendo: “La vita è splendida, non ho mai voluto ammazzarmi, non sono così scemo”.  E intanto a sessant’anni suonati mentre è in vacanza in Nuova Zelanda pensa bene di arrampicarsi su una  palma per raccogliere una noce di cocco, procurandosi una commozione celebrale con tanto di operazione al cervello.
 
Pensate che questo basti a fermarlo? Ma certo che no, come si vede che non conoscete bene “il pirata” altro nomignolo che sembra piacergli tanto da spingerlo a interpretare il ruolo di Teague Sparrow, sì avete capito bene il padre di Jack Sparrow nella saga Disneyana più famosa di tutti i tempi. E le bizzarrie di questa vita dedicata alla musica non sono finite qui. Di aneddoti curiosi ce ne sono molti altri e di frasi fulminanti prese di sana pianta dal singolare repertorio del chitarrista più eccentrico e incorreggibile del circo Barnum che infondo è il rock. Come quando cita proprio all’inizio del libro appena dopo l’indice: Ho avuto almeno tre medici che mi dicevano:”Se vai avanti così, sei morto entro tre mesi”. Sono andato a tutti i loro funerali. O quando dice: “Devi conoscere i tuoi limiti, che non sono quelli di nessun altro. Un sacco di gente è morta perché pensava di essere me.”
 
Massimo Del Papa non trascura niente neanche dettagli un po’ macabri come quando riporta le ammissioni di Richards di avere sniffato le ceneri del padre insieme ad un pizzico di coca. E poi denunce, droga, arresti, stravizi, violenze, risse, autodistruzioni. “ Se Wood si addormenta in scena, completamente sbronzo, lui lo sveglia a suon di pugni davanti a centoventimila persone.” Forse ad un altro cose del genere non gliele si perdonerebbe, ma Richards è Richards! Ci si aspetta da lui che viaggi ad un'altra velocità, che rasenti la normalità di noi comuni mortali per raggiungere luoghi inesplorati di un altrove irraggiungibile.
 
Se credevate che le leggende del rock fossero storie per ragazzi troppo cresciuti, un po’ sentimentali e un po’ ingenui, bhe niente di tutto ciò. E’ tutto vero. Richards fu davvero capace di comporre Satisfiction in sogno, svegliandosi giusto il tempo per registrare il motivo prima di tornare a russare. E pensate che Richards ne fosse soddisfatto bhe sentitelo cosa dice ancora nel 2000: “ Sto appena cominciando ad imparare a suonarla come Dio comanda”.E poi le origini, gli incontri fortuiti con gli altri membri della band, le ore passate a suonare i classici del blues, del rhythm and blues, del primo rock and roll, del soul, tutto è riportato fedelmente, con precisione, determinazione. Se pensavate poi che gli inizi fossero facili basta sentire Richards parlarne per convincervi del contrario: “Ho visto sangue sul palco, ho visto salirci pazzi armati e cani arrabbiati, ma era niente rispetto a quei primi concerti dove era tanto se portavi a casa la pelle”. 
 
Di miti brutti, sporchi e  cattivi il rock ne ha sfornati tanti ma sfido chiunque a trovarne un altro altrettanto autentico, non costruito a tavolino, irriverente, eccessivo, seducente, magnetico. Massimo del Papa parla di ingenua integrità, penso che abbia colpito nel segno. Keith Richards è come lo vedi, prendere o lasciare, non fa sconti per nessuno, non si ostina a piacere a tutti. Per gli amanti dei Rolling Stones o più estesamente del rock, è un libro che non potrà mancare nelle loro librerie, unico rimpianto è che è troppo breve ed finisce  troppo presto, unica certezza è che spero ci sia una traduzione in inglese che renda lo stile di Del Papa e che Keith la legga. Ci scommetto cosa volete che gli piacerà. Non so che altro dire ragazzi oltre al fatto che ho passato leggendo Happy le ore più divertenti da non ricordo più quanto tempo. Anzi forse una cosa me la si permetta ancora di aggiungere. Lunga vita a Keith Richards che tu non debba davvero morire mai!
 
Massimo Del Papa (Milano, 1964), giornalista e scrittore italiano. Ha pubblicato narrativa, saggi , inchieste  e poesia; è editorialista della rivista “ Il Mucchio Selvaggio”.
Il suo blog: http://babysnakes.splinder.com/
 
Happy. L’incredibile avventura di Keith Richards, Massimo Del Papa, Meridiano Zero, collana Mappe musicali, 2010, 159 pagine, prezzo di copertina 10,00 Euro.

:: Novità da Edizioni XII La clessidra d'avorio di Davide Cassia e Stefano Sampietro

23 settembre 2010 by

clessidra-avorio-cover-230x328Un raffinato nobiluomo, un affascinante dongiovanni, un giovane soldato imperiale.
E un alchimista.
Un antico diario, un arcano sepolto nei secoli, un oggetto bramato da tutti.
E una partita a scacchi.
Da una Parigi reduce dal Terrore alla Venezia e fino all’Egitto d’epoca barocca, tra una Bologna odierna e la Roma contesa tra Vaticano e Napoleone, lungo quattro secoli per una sola ricerca: quella della clessidra d’avorio.

Il libro Salisburgo, 1592. Nella penombra del laboratorio di un alchimista, si svolge una partita a scacchi tra il padrone di casa e un giovane italiano. Molte sono le domande che il ragazzo vuole porre al maestro, ma ancora non immagina il segreto che il vecchio, al termine dell’incontro, gli vorrà svelare.
Bologna, 1604. Un coraggioso alchimista salpa alla volta dell’Africa, seguendo le indicazioni di un antico manoscritto. Ma l’Inquisizione gli dà la caccia, e lui deve nascondersi, fuggire, dimenticare, forse addirittura rinnegare i principi in cui ha sempre creduto.
Francia, 1808. Darius Berthier de Lasalle, un nobile sopravvissuto al periodo del Terrore, suo figlio Sebastien, soldato imperiale ferito, e l’amico di infanzia Moran de la Fuente, avventuriero di origini spagnole e amante della bella vita, partono per l’Italia, con l’intento di recuperare un diario scritto da un alchimista nel 1600 e un fantomatico oggetto prezioso a esso legato.
Bologna, giorni nostri. Giacomo Bandini scova un diario risalente al diciassettesimo secolo e scritto da un suo omonimo. Leggendolo, comprende che il suo antenato era un alchimista alla ricerca di una misteriosa clessidra, unico oggetto in grado di misurare i tempi di lavoro per il compimento della Grande Opera alchemica.

Gli autori Davide Cassia: nasce a Varese nel 1970; il suo esordio nel 2001 con il romanzo noir Morte di un perdente, è autore di romanzi e racconti che spaziano dall’avventura all’umoristico, passando per l’horror e il fantasy. Esperto di videogiochi, tra il 1999 e il 2004 ha collaborato con NGI Magazine, di cui è stato caporedattore. Con Edizioni XII ha pubblicato nel 2007 il thriller Inferno 17, e ha partecipato alle antologie TaroT – Ludus Hermeticus e Corti.
Stefano Sampietro: nasce a Como il 20 febbraio 1973. Dopo la Laurea in Economia, consegue il Dottorato di Ricerca in Finanza Matematica e diviene docente a contratto presso l’Università Bocconi, prima, e presso l’Università LIUC Carlo Cattaneo, poi. A fianco dell'attività accademica, svolge il ruolo di analista in una società di ingegneria finanziaria. Suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista di fantascienza Futuro Europa (Perseo Libri), e nell’antologia Corti di Edizioni XII. La clessidra d’avorio è il suo primo romanzo.

::Gli scrittori parlano dei loro libri: Barbara Baraldi racconta Scarlett

23 settembre 2010 by

Scarlett è nato, come spesso mi capita, da una visione inattesa, e una frase che non smetteva di girare nella mia testa: Pioggia scrosciante. Sono un randagio inzuppato di acqua e di lacrime… Nella scrittura procedo a visioni, come se un film mi passasse davanti. Ho seguito la giovane protagonista avventurarsi tra gli antichi segreti sepolti, demoni scaturiti dalle profondità, occhi fiammeggianti che minacciano morte e sofferenza, occhi di ghiaccio che promettono amore eterno.
In una recente intervista per la Bbc, il giornalista si è detto entusiasta della descrizione dei miei personaggi femminili, dal carattere dolce ma che sanno reagire quando la vita colpisce duro. Anche Scarlett è così, ha sedici anni e la voglia di vivere un amore da film, un amico bibliotecario e l’inguaribile curiosità di scoprire cosa nascondono gli antichi manoscritti che sono conservati in un’area inaccessibile dell’esclusiva scuola che frequenta. Scarlett è sedotta dal fascino del rock e dagli occhi magnetici del bassista della band più popolare della scuola. Poi, un crescendo di tensione: un delitto inspiegabile, l’aggressione da parte di una creatura oscura. Quando il fantastico irrompe nella sua quotidianità fatta di incomprensioni con la madre, un padre assente e prof dall’aria altera, eccola indossare la felpa con le orecchie da gatta, le inseparabili All Star e tuffarsi nella notte per scoprire cosa sta succedendo in quella che sembra una città da cartolina, la splendida Siena.
In questo romanzo il delitto non è più la conseguenza di una esasperazione tra i rapporti umani, ma causa scatenante per una riflessione della protagonista che la porta a esplorare la sua interiorità, alla ricerca di una risposta ai suoi sentimenti.
È stato emozionante immergere la penna tra i solchi lasciati dai combattimenti tra demoni, e allo stesso tempo comporre canzoni per la band dei Dead stones. Scarlett è un romanzo che parla dell’amore, e dei suoi demoni. Non solo in senso figurato.

:: Intervista a Giuseppe Pastore

23 settembre 2010 by

induesiuccidemeglioBenvenuto Giuseppe su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Allora sei nato ad Avellino nel 1979, ami l’horror e la fantascienza, sei uno scrittore, sei laureato, curi il sito Thriller Café. Vuoi aggiungere qualcos’altro?
 
Grazie innanzitutto per avermi invitato da questa parti, è un piacere e un onore per me. Che altro vorrei aggiungere? Mah, non è che ami molto parlare di me. Direi solo che più che di horror e sf, sono un forte lettore di thriller, anche se effettivamente come scribacchino mi sono cimentato diverse volte col fantastico.
 
Quando hai capito per la prima volta che avresti voluto diventare uno scrittore?
 
Questa è una domanda difficile, perché non c’è un momento preciso. Sono sempre stato uno che legge parecchio e a un certo punto, verso il 2003, ho cominciato a provare a scrivere, più che altro per vedere dove potevo arrivare. Ho prodotto delle cose veramente imbarazzanti allora, poi sono migliorato un po’ e ho portato a casa qualche targhetta. Ma ancora oggi sono lontano dall’essere uno “scrittore”. Facciamo uno scribacchino, va’!
 
C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?
 
Alessio Valsecchi, il webmaster de Latelanera.com. Non fosse stato per lui e il suo sito, probabilmente non avrei concluso granché e avrei lasciato perdere in breve tempo. Gran parte di quello che ho combinato dal punto di vista letterario in qualche modo è da ricondurre a lui.
Dopo di lui, tanti amici del forum de La Tela Nera, nonostante le nostre strade si siano col tempo separate.
 
Quali sono gli autori che ti piacciono di più?
 
Dovrei fare un elenco interminabile. Dico Vachss
 
Sei il webmaster di Thriller Café. Collabori anche ad altri siti web che si occupano di letteratura?
 
Su Latelanera.com sono il responsabile della sezione dedicata ai Serial Killer, anche se negli ultimi anni il mio contributo al sito è stato molto sporadico, preso come sono da una miriade di cose tra cui dividere il poco tempo libero che ho. Sto cercando di capire come trovarmi un pugno di cloni per tenere dietro a tutte le attività a cui vorrei dedicarmi ma per ora non sono venuto a capo del problema, purtroppo (chiunque abbia suggerimenti sul tema, mi contatti!) (Sorride).
 
Quale scrittore sogni da sempre di intervistare?
 
Mi sarebbe piaciuto intervistare Edward Bunker, ma non c’è più, come pure Westlake. Uno che mi sta simpatico è Robert Crais: vedremo se prima o poi riuscirò a fargli qualche domanda…
 
Tra i tuoi molti racconti che hai scritto quale preferisci?
 
Molti sono stati una tappa importante per me. Forse quello che mi piace di più è “Vendetta Indù”, che arrivò 3° a un Premio Lovecraft. Lo trovo abbastanza riuscito, per quanto a distanza di tempo si possano sempre vedere dei punti migliorabili.
 
Raccontaci la genesi di In due si uccide meglio. Quanto tempo ci hai messo a scriverlo? Dove hai trovato ispirazione? Come ti sei documentato?
 
Io e Stefano, l’altro autore del saggio, abbiamo impiegato diversi mesi per completare la prima stesura. È stato un lavoro complicato trovare soprattutto il materiale necessario per le parti di approfondimento. Qualcosa è disponibile in rete, ma il grosso è venuto da testi specialistici, diversi dei quali non tradotti in italiano (fondamentale, per esempio il testo di Jennifer Furio, "Team killers").
 
Perché scegliere la formula del saggio e non che so io del romanzo tout court, o del reportage giornalistico?
 
Perché accanto alla cronaca ci sono fondamentali passaggi di criminologia, psicologia, sociologia. Sarebbe stato impossibile farle entrare in un romanzo o in un reportage. Credo che il saggio fosse l’unica formula possibile per quanto ci prefiggevamo di esporre, anche se nelle parti di narrazione dei fatti il testo si può leggere quasi come un romanzo, almeno a quanto hanno rilevato diversi lettori.
  
In In due si uccide meglio tu e Stefano Valbonesi analizzate le storie di persone che uccidono in modo seriale e per farlo decidono di farlo in coppia. In cosa consiste l’eccezionalità di questo fatto? Il fenomeno dei serial killer è prettamente americano o anche in Europa si sta diffondendo?
 
L’omicidio, soprattutto quello seriale, è l’esito estremo a cui certe persone giungono per realizzare le proprie fantasie. Si tratta di qualcosa di fortemente personale nella maggior parte dei casi, quindi è difficile che si riesca a trovare una persona “adatta” con cui condividere l’esperienza. Quando però la s’incontra, le fantasie dei partner si amplificano e si alimentano a vicenda, e conducono ad atti che in singolo non sarebbero stati neanche pensati.
Per quanto riguarda la collocazione geografica del fenomeno, c’è da considerare che, come spiega Maslow nella sua teoria dei bisogni, l'uomo cerca di soddisfare le proprie necessità a partire da quelle più elementari (cibo, tetto), fino ad arrivare a quelle di livello più elevato, scalando una vera e propria piramide, sulla cui cima è presente il bisogno di autorealizzazione. Nelle società più avanzate, e in particolare negli Stati Uniti, laddove la maggior parte dei bisogni primari è soddisfatto, è più forte la spinta a fare ciò che si vuole, e che in moltissimi casi è affermare il proprio Io con l’omicidio. Ma pur restando gli USA “la fabbrica mondiale dei serial killer”, anche in Europa (e in Italia) ci sono molti assassini seriali.
 
Come nelle dinamiche relazionali tra gemelli anche nelle coppie di serial killer c’è un carattere dominante?
 
Quasi sempre. Si parla di incube e succube, nella maggior parte dei casi, anche se ci sono coppie in cui è riscontrabile una “mutua concordanza”, come diceva Sighele. In generale, comunque, c’è un elemento dominante, soprattutto nelle coppie uomo/donna. Qui spesso abbiamo un sadico sessuale che ha plagiato la compagna al punto da trasformarla da persona normale in un’assassina seriale.
 
Tra le coppie che tu e Stefano avete esaminato quale per efferatezza, violenza, ti ha turbato di più?
 
Henry Lee Lucas e Ottis Toole. Uno psicopatico necrofilo abbinato a uno schizofrenico cannibale e ritardato. Lucas era fissato per lo stupro post-mortem, Toole mangiava parti di cadaveri. Dire chi davvero fosse il più perverso tra loro due a mio parere è proprio impossibile. E assieme hanno seminato paura e morte come forse nessun’altra coppia.
 
La prefazione di In due si uccide meglio è stata scritta da Ruben De Luca psicologo e criminologo, un luminare sul fenomeno dei serial killer che fa un resoconto oltremodo lusinghiero. Cosa hai apprezzato di più della sua prefazione? Cosa ti trova totalmente d’accordo e cosa meno?
 
Avere una prefazione dal professor De
Luca è stato per noi un onore, e quanto ha scritto ancora di più, considerando che è uno dei massimi esperti del fenomeno in Europa e che è uno che dice esattamente quello che pensa. Ha definito il nostro libro “onesto”, ed è proprio quello che volevamo realizzare: un’opera senza pretese di abbracciare il complesso e troppo esteso universo degli assassini seriali, ma focalizzata su un solo argomento, da trattare con profondità e sottolineando comunque di non volere dare risposte, ma semmai di far sorgere domande.
 
Che esperienza è stata scrivere un libro a quattro mani? Lo rifaresti?
 
Scrivere in coppia è un'esperienza che arricchisce, anche se è chiaro che ciascuno dei due autori debba confrontarsi con le esigenze dell'altro, i suoi tempi, i suoi ritmi. Non è facile, questo è certo. Ma è molto stimolante e poi quattro occhi sono meglio di due quando si tratta di trovare quello che non funziona e bisogna assolutamente correggere. Lo rifarei? Per un progetto interessante, sicuramente.
 
Che libro stai leggendo attualmente?
 
Solo Fango, di Giancarlo Narciso. Mi sta piacendo molto (come tutti i suoi, devo dire), e sicuramente lo consiglio, anche perché è un noir ambientalista e aiuta ad aprire gli occhi su ecomafie e abusivismi in genere.
 
Se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme quale è l’unico libro che salveresti?
 
Il Corsaro Nero, per una questione affettiva. È il primo libro romanzo che abbia letto: avevo otto anni, se non sbaglio, e se oggi mi piace leggere forse è anche perché l’impatto con la lettura è stato “esaltante”.
 
Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?
 
Non pagate, prima di tutto. Se non trovate un editore che non vi pubblica investendo, è perché la vostra opera non è valida. Leggete di più, continuate a scrivere, frequentate forum, altri scrittori. Cercate di migliorarvi. Al romanzo successivo probabilmente raggiungerete l’obiettivo.
Alla seconda domanda, di certo non posso  rispondere io. Ma il fatto che non possano farlo neanche tanti scrittori con diversi libri nel curriculum dovrebbe bastare…
 
Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito anche italiani?
 
Il libro di esordio di Marilù Oliva, Repetita, è stato una vera sorpresa (e il secondo posto al premio Camaiore non è un caso): appena finisco il romanzo di Narciso di cui parlavo prima, sicuramente leggerò la sua seconda opera, “Tu la pagarás!”.
 
C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere leggere?
 
Fortunatamente tutte le recensioni finora ricevute a “In due si uccide meglio” sono state positive, ma ogni parere per me è importante: da quello dei lettori che mi scrivono via email o su facebook per farmi i complimenti, alle parole di apprezzamento di scrittori come Stefano Di Marino, Donato Carrisi, Barbara Baraldi, o Andrea G. Pinketts, che addirittura mi ha telefonato per dirmi che il libro gli era piaciuto.
 
A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?
 
C'è un romanzo che attende da tanto tempo, ma non sono soddisfatto al 100% dell'intreccio e il tempo da dedicargli pare sempre pochissimo. L'obiettivo è riprenderlo al più presto e portarlo a termine. Vedremo se il 2011 sarà l'anno buono oppure ancora no…
Intanto, grazie per avermi ospitato su Liberidiscrivere!

Grazie a te Giuseppe e sicuramente mi troverai spesso dietro il bancone di Thriller Cafè.

I primi due capitoli di Devil Red di Joe R. Lansdale

22 settembre 2010 by

Devil_RedDevil Red di Joe R. Lansdale

 
Traduzione dall’inglese di Luca Conti
Per gentile concessione della Fanucci Editore
 
1
A bordo della macchina di Leonard, lungo il marciapiede e sotto un lampione fracassato, stavamo guardando una casa a circa un isolato di distanza. La strada era buia, la casa era buia e la casa vicina era altrettanto buia, mentre alle spalle di tutta quella roba c’era un campo da baseball abbandonato, con l’erba alta e bruciata dal sole estivo, ormai secca da un paio di mesi ma ancora intatta, i festoni ricurvi come lame di spada piegate all’estremità. Un vento autunnale e pungente spingeva tutt’attorno le foglie secche, e l’aria fresca entrava con effetto piacevole dai finestrini abbassati. Anche dietro il campo da baseball c’era un gran buio.
Tutta quella zona non era certo il luogo più indicato per il cazzeggio. Si rischiava di farsi ritrovare al mattino dentro un fosso con la gola tagliata, le tasche vuote e tracce di sperma – o, al limite, qualcosa di appuntito – dritte su per il culo. Il tipico posto in cui anche i topi sono di proprietà delle gang.
Fatto sta che eravamo lì. Vittime sacrificali del destino.
«Mi sembra d’essere uno spaccagambe a noleggio» dissi.
«Perché, cos’altro sei?» rispose Leonard.
«Che situazione del cazzo.»
«Ha menato una vecchia, Hap. L’ha ripulita ben bene. Sarà anche una situazione del cazzo, ma di quelle con tanto di cappello e cravatta.»
«Cappello e cravatta?»
«È un modo di dire.»
«Ma dai.»
«Va bene, me lo sono inventato io.»
«Ecco, bravo.»
«Il fatto è che gli sbirri non hanno mosso un dito.»
«Ma se l’hanno fermato per interrogarlo.»
«Mica cazzi» disse Leonard. «Solo che era la parola della signora Johnson contro la sua, e difatti adesso è libero come un fringuello e se la dorme della grossa in quella casa assieme al suo amichetto, con tutti i soldi della vecchia.»
«Però l’amichetto non l’ha menata» dissi.
«Sì, va be’, ma almeno impara a non frequentare la gente sbagliata.»
«Perché, io con te cosa faccio?»
«Ma io sono pieno di fascino» disse Leonard, scrocchiandosi le nocche. «Pronto?»
«Non sono mica sicuro» risposi.
«E che c’è da pensare? Ormai ’sto lavoro l’abbiamo preso.»
«Ai soldi, intanto. Venticinque dollari, da dividere in due. Tutto qui? Sul serio?»
«Da quand’è che stai dietro ai soldi?»
«Da quando la mia parte è dodici e cinquanta.»
«Ci ripaghiamo quelle mazze da baseball del cazzo» disse lui.
«Ah, poco ma sicuro. E magari, a festa finita, ci avanza anche mezzo dollaro.»
«Di che ti lamenti, allora? Tanto di guadagnato.»
«Rischiamo di ritrovarci in galera, tanto per dire. Io, te, Marvin e la signora Johnson, tutti e quattro seduti su una branda a sferruzzare maglioni con la scritta FESSO sul davanti
Leonard sospirò, lasciandosi andare contro il sedile col tipico tono del padre che intende spiegare al figlio perché i brutti voti a scuola ti fanno andare poco lontano nella vita. «’Sto coglione non aprirà bocca. Deve mantenere una reputazione da duro, lui. Secondo te vuole far sapere in giro che è stato colto di sorpresa e preso a botte da un biancuzzo spompato e da un bellissimo megafrocio armati di mazze da baseball?»
«Reputazione? Ha menato una vecchia, che razza di reputazione è?»
«Magari ’sta parte non la fa sapere. Dice soltanto che è un pezzo grosso di qualche gang eccetera. Magari si crede una leggenda. E noi siamo qui solo per recuperare i quattrini della signora Johnson.»
«Cioè dovremmo conciare per le feste qualcuno per la modica somma di ottantotto dollari?»
«E spiccioli.»
«Già, Leonard, vediamo di non scordarcelo. Più quarantacinque cent.»
«Quarantasei. ’Ste cose contano, se devi sfangartela solo con la pensione. E poi guarda che a noi ce ne vengono in tasca venticinque, più la parte che va a Marvin.»
«Lo sai anche tu che lui non vuole un centesimo, e noi pure, e che questo mica è un lavoro vero e proprio. Stiamo solo facendo un piacere a qualcuno, tutti quanti. Marvin alla vecchia, e noi a lui.»
«Sì, va be’, comunque possiamo sempre far finta» disse Leonard. «Almeno ci si diverte. Non ti è mai capitato?»
Gli rifilai un’occhiataccia. «E mentre noi giochiamo a far finta, in quella casa magari c’è gente che fa sul serio. E io sono stufo di menare le mani e di buscarne a mia volta.»
«D’accordo, allora. Le meno io. Tu non spacchi nulla, né i mobili né le ossa di quel tipo. Ci limitiamo a fargli sapere che non ci piace come s’è comportato, e io lo randello sulle parti molli.»
«Fai tanto per dire, eh? Tu sì che hai intenzione di spaccare qualcosa.»
Leonard non rispose subito. «Le ha rotto una mano, quindi mi sembra giusto romperla pure a lui. Ma tu puoi anche tenerti lontano da questa faccenda, fratello. Basta che te ne stai lì e tieni d’occhio il suo amico. Quello grosso, Chunk. Mi seccherebbe sentirmelo ficcare su per il culo.»
«Sbaglio, o gira voce che questo amico è un vero armadio? » dissi.
«Sei più contento se lo tengo d’occhio io, quel tale, e tu gli spacchi la mano?»
«No.»
«Ma che cazzo, fratello. Ti vuoi decidere? Eh?»
Tirai un sospiro. «Spaccagliela tu.»
«Possiamo andare, allora?»
«Va bene. Però, quando saremo dietro le sbarre a Huntsville, ricordati che quest’idea non mi piaceva.»
«Adesso me lo segno» disse Leonard. «Ti darò anche la mia razione di pane, in galera.»
«Ripeti un po’ il nome di questo tipo.»
«E che differenza fa?»
«Se devo menare qualcuno, preferisco sapere come si chiama.»
«Quello che ha preso i soldi è Thomas Traney. Il suo amico, quello grande e grosso, gira sotto il nome di Chunk. Non so altro. E già lo sapevi anche tu.»
«Sì, ma non ci stavo poi così attento. Mica credevo che lo facevamo davvero. Tra un po’ci toccherà torcere il polso a qualche bambinetto delle elementari per sapere chi ha fregato i soldi della merenda. O magari possiamo fregarglieli direttamente noi, duri come siamo.»
«Hai finito di rompere i coglioni?» disse Leonard, infilandosi un paio di guanti e porgendone un paio anche a me.
Feci di sì con la testa, li infilai a mia volta, mi sporsi dietro il sedile, presi le mazze da baseball e ne allungai una a Leonard.
 
2
Scendemmo dalla macchina, attraversando l’erba secca del prato buio per poi salire sulla veranda posteriore. Mi voltai a guardare il campo da baseball e l’oscurità che lo circondava, casomai qualcuno ci stesse tenendo d’occhio.
Niente.
Leonard appoggiò un orecchio sulla porta.
«Più silenzio che nel cervello di un politicante» disse.
«E faremmo meglio a lasciarlo così.» Leonard toccò la porta e la spinse appena. «Non regge un cazzo.»
Questa volta non commentai. Troppo tardi. Eravamo in ballo.
Lui fece un passo indietro e le affibbiò una robusta pedata. La serratura cedette, così come il legno, e la porta si aprì andando a sbattere contro il muro. Eccoci dentro.
C’era un corridoio, che imboccammo subito. Asinistra, una stanza con la porta aperta. Vi guardai dentro. Solo cumul
i di paccottiglia. Guardai Leonard e scossi il capo. Tutta la casa puzzava di sigaretta.

Leonard proseguì lungo il corridoio, determinato come chi deve aprire la strada. Feci fatica a stargli dietro. Aprì di colpo una porta sulla destra ed entrò. Detti un’occhiata. Un materasso sul pavimento, con sopra una donna, più una finestra che lasciava trapelare un raggio di luna. Per quel che riuscivo a capire, la tipa era scura di pelle, con gli occhi sbarrati e nuda dalla cintola in su. Quel che non si vedeva di lei era avvolto in un copriletto. Da come piegò appena la testa alla mia sinistra mi resi conto che stava guardando qualcuno nell’angolo. «Attento!» dissi.
Leonard ruotò su sé stesso e si udì uno sparo e tutto quanto si illuminò per un attimo e una pallottola sibilò in
aria e andò a conficcarsi nella parete. Lo vidi muoversi, Leonard, e attraversare la stanza con la rapidità di una freccia. Al suo mulinare la mazza, udii l’aria spaccarsi in due. Dall’ombra, l’arma esplose un secondo colpo. Feci un salto, precipitandomi all’interno della stanza, anche se era l’ultima cosa che avrei voluto.
Leonard aveva inchiodato qualcuno a terra, nell’angolo, e continuava a menare fendenti con la mazza. La sua
vittima attaccò a gridare, e io sentii un movimento alle mie spalle. Mi voltai appena in tempo per scorgere un gigantesco nero in mutande che riempiva l’intero vano della porta e che poi entrava brandendo un coltello per canne da zucchero, mentre la luna gli metteva in risalto un’espressione non certo di buonumore.
Il bestione alzò il coltello e stavolta fui io a mulinare la mazza, beccandolo allo stinco. Lui mollò un grido, barcollando. Lo colpii di nuovo, adesso su un fianco. Al suo grugnito seguì il rumore del coltello che cadeva ai miei piedi, e che allontanai subito con un calcio, spedendolo tra le ombre.
Udii Leonard calare la mazza con forza. «Che ne dici, eh?»
Ma avevo le mie faccende da sbrigare. Il gigante tentò di rialzarsi, e lo colpii su quell’enorme schiena. Lui tornò a grugnire e riuscì comunque a rimettersi in piedi. Allora mirai alla rotula. Andò giù con un urlo, rotolandosi sul pavimento col ginocchio tra le mani. E anche la sua ombra finì per rotolare lungo il muro assieme a lui.
«Soldi ne hai?» gli disse Leonard.
Il tizio sul pavimento, che doveva essere Thomas, indossava solo le mutande che – semplice annotazione
estetica, beninteso – non s’intonavano affatto a quelle di Chunk. «Cos’è, una rapina?» disse.
«Naaa» rispose Leonard. «Sto solo riprendendo quel che non ti appartiene. Dov’è il portafoglio? Spero che i soldi siano là dentro, per il tuo bene.»
Thomas aveva alzato una mano, nel tentativo di ripararsi dalla mazza. Per il resto, era allungato sul pavimento, la testa appena sollevata.
«Ho i calzoni per terra, accanto al letto. Nella tasca posteriore c’è il portafoglio.»
«Ci penso io» dissi. Mi avviai a recuperare i pantaloni, tirai fuori il portafoglio e mi accostai alla finestra da cui entrava la luna tenendomi su un lato, così da non perdere d’occhio il tizio sul pavimento, ancora impegnato a gemere e stringersi il ginocchio. Chissà, magari gliel’avevo fracassato sul serio. Era stata una randellata coi cazzi.
«Saranno un trecento dollari» dissi.
«Prendine cento» rispose Leonard, torreggiante sulla sua vittima e con la mazza ancora sollevata. «Bastano a
coprire il debito e avanza anche qualcosa per noi, oltre al fatto che ha cercato di spararci, più le mazze eccetera.»
Tirai fuori i cento e lasciai cadere il portafoglio sul pavimento. Poi guardai la ragazza. Carina, più o meno, o forse lo sarebbe stata con un’altra decina di chili addosso. Ci stava che il suo ultimo pasto fosse uscito dritto da un ago e che sapesse davvero di poco. Certo, volevo salvarla. D’altra parte volevo salvare tutti, io. Così come avrei voluto trovarmi altrove, essere tutt’altra persona, non aver fatto schifo ad algebra ai tempi del liceo.
Sventolai i cento dollari. «Presi» dissi.
«Bene» rispose Leonard.
«Tu sei pazzo, amico» disse Thomas. «Poi ti vengo a cercare.»
«Non credo proprio» rispose Leonard. «Sei un vigliacco di merda.»
Vidi il tizio girare la testa e fissare la pistola che aveva usato poco prima. Era anch’essa sul pavimento, dove
Leonard l’aveva gettata. Aneanche un paio di metri di distanza.
«Forza, provaci» disse Leonard. «Non vedo l’ora di battere un fuoricampo con la tua zucca.» E lo colpì leggermente sulla spalla con la mazza da baseball.
Da come le spalle di Thomas si piegarono verso il basso capii che anche la pistola aveva fatto la fine dei suoi sogni giovanili. L’aveva presa nel culo, e lo sapeva benissimo.
«Lasciati dare un paio di consigli» disse Leonard. «Uno teorico, e l’altro pratico. In primo luogo, evita di rapinare le vecchie signore, perché finisci per far loro del male. E questo è il secondo» e qui Leonard calò con forza la mazza sulla mano di Thomas, posata sul pavimento. L’urlo che uscì dalla bocca dell’uomo mi strisciò su per la schiena, andandosi a fermare proprio in cima alla capoccia per poi farsi una bella cacata.
«Questo era il consiglio pratico» disse Leonard. «Per farti capire che se rompi i coglioni alle vecchiette finisci per lasciarci le penne tu. La prossima volta che le torci solo un capello ti ritrovano con questa mazza ficcata su per il culo e la bocca attorno all’uccello di Chunk. Prima, però, vi ammazzo tutti e due.»
Ansimante e lungo disteso sul pavimento, Thomas si teneva ancora la mano, che alla luce della luna mi sembrava bella spiaccicata. Dalla bocca gli uscì un verso simile a quello di un topo che sta tirando le cuoia.
Leonard si sporse verso di lui. «Per scendere un po’più nei dettagli, se solo ti azzardi a darmi fastidio, a me e al mio qui presente brother, o se mandi qualcuno a farlo – ammesso che tu sappia ch  siamo – sta’ sicuro che vi ammazzo tutti quanti, anche se non so per certo che è opera tua. E poi, quando sei morto, ti ammazzo un’altra volta. Questo per dirti com’è che ti ammazzo. Intesi, rottinculo?»
Abocca aperta, Thomas continuava a reggersi la mano con l’aria di uno che vorrebbe dire qualcosa ma non riesce a emettere uno straccio di suono.
«Intesi?» disse Leonard.
«Intesi» disse Thomas.
«Bene» disse Leonard andando a raccogliere la pistola che s’infilò poi alla cintola. «Guarda che non sto scoreggiando a vuoto» riprese, girandosi verso Thomas. «Faccio sul serio.»
«Ho capito» disse Thomas.
«E mi credi?»
«Sì.»
«Fammi sentire un bell’amen.»
Thomas guardò Leonard come si guarda un matto. Leonard continuò a fissare Thomas, in attesa.
«Amen» disse infine Thomas.
«Bene così, testa di cazzo» disse Leonard girandosi verso la porta. Poi si fermò per abbassare gli occhi sul gigante. «Puoi diventare grosso quanto vuoi, Chunk, ma occhi e palle e rotule, quelli restano, com’è che si dice, vulnerabili. Diglielo un po’, Hap.»
«Vulnerabili» feci io.
«E anche tu cerca di starmi alla larga, Chunk» disse Leonard. «Potresti prendere in considerazione, che so, di trasferirti altrove. Non so se mi spiego.»
L’uomo non rispose. Per come se ne stavano zitti, lui e il suo compare, sembrava quasi di sentire il crollo del loro quoziente d’intelligenza. Non che il dislivello fosse così alto, beninteso.
Leonard gli mollò una pedata sulla rotula che Chunk ancora si stringeva. Seguì un urlo.
«Allora?» disse.
«Capito» rispose il gigante.
Abbassai anch’io gli occhi su Chunk, e anche nell’oscurità vidi che stava guardando Leonard come certe volte capita di fare a me, tipo dentro una fossa buia e senza fondo.
«Bene» disse Leonard. «Qui abbiamo finito.»
Guardai la donna sul letto. «Magari è un commento superfluo, ma anche tu faresti meglio a non dire o fare un bel niente. E vedi di mangiare qualcosa di sostanzioso, che se perdi un altro chilo rischi di farti venire un colpo.»
Lei annuì.
«Ottimo» dissi io. «Grazie.»

:: Intervista a James Reasoner, a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2010 by

james-reasonerTraduzione di Luca Conti

Salve, James. Grazie per l’intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Ci racconti qualcosa di lei, ci dica chi è James Reasoner.

R: Un narratore. Un texano a vita. Un marito e un padre. E non sempre in quest’ordine.

Il suo ambiente, la sua infanzia?

R: Sono nato a Fort Worth e cresciuto in una cittadina dei paraggi. Ho avuto una normalissima infanzia. Mia madre era insegnante elementare, anche se ha smesso dopo la mia nascita, e mio padre lavorava nell’industria aeronautica, arrotondando lo stipendio come riparatore di televisori. Ho frequentato tutte le scuole in quella cittadina e mi sono iscritto al college con l’idea di diventare un bibliotecario o un insegnante. Ma in cuor mio già sapevo di voler fare lo scrittore.

Ha ricevuto qualche incoraggiamento in tal senso, all’epoca? E da chi?

R: Non dai miei genitori, che a dire il vero non hanno neanche tentato di dissuadermi. Solo che pensare a qualcuno che volesse fare lo scrittore di professione, specialmente venendo da una piccola città del Texas, non faceva proprio parte della loro mentalità. Chi si mostrava più entusiasta erano i miei amici, alcuni dei quali inserivo nei miei racconti, anche se non credo che nessuno di loro mi ritenesse davvero capace di guadagnarmi da vivere scrivendo. La gente delle mie parti non faceva queste cose, ecco tutto.

Ci parli di Texas Wind, il suo romanzo d’esordio che soltanto adesso è stato pubblicato in Italia da Meridiano Zero, con la traduzione di un grande appassionato del genere come Marco Vicentini. Ci ha lavorato molto? E da dove prende le sue idee?

R: Ho cominciato a scrivere Texas Wind nell’autunno del 1978, terminandolo nel gennaio del 1979. All’epoca ero già un autore professionista da quasi due anni. Ho venduto il mio primo lavoro nel dicembre del 1976, pubblicando in quei due anni diversi racconti polizieschi per la Mike Shayne Mystery Magazine. Da molto tempo ero un appassionato lettore del genere – avevo iniziato con i gialli per ragazzi – e in particolar modo dei romanzi che avevano investigatori privati come protagonisti. Così, dopo aver scritto per la MSMM un paio di racconti lunghi in cui figurava Mike Shayne, firmandoli Brett Halliday (come da tempo era consuetudine della rivista), decisi che forse era arrivato il momento di cimentarmi in proprio. Com’è ovvio mi orientai su un romanzo con investigatore privato, e mi parve il momento opportuno per scrivere qualcosa di realistico sul Texas che non ricalcasse i consueti stereotipi. D’altronde, per andare più sul pratico, gran parte dei romanzi del genere era ambientata a New York o Los Angeles: posti in cui non avevo mai messo piede. Però conoscevo Fort Worth come le mie tasche, avendoci trascorso tutta la mia vita, e non vedevo proprio cosa ci fosse di male ad ambientare il mio romanzo da quelle parti. Tutti i luoghi descritti e citati nel romanzo, eccetto forse un paio, esistono davvero. O esistevano a quei tempi.

È stato difficile trovare un editore? Ha ricevuto molte risposte negative?

R: Come gran parte degli scrittori, ne ho ricevute eccome; o, almeno, sufficienti a farmi valutare l’idea di piantarla lì. Solo che poco dopo mi sono sposato, e mia moglie Livia Washburn (divenuta in seguito, e a sua volta, una scrittrice di successo) mi ha convinto a darci dentro con maggiore tenacia. Alla fine sono riuscito a vendere il mio primo racconto, come ho già detto, e da allora ho continuato a pubblicare con regolarità, anche se i rifiuti non sono mai mancati.

Texas Wind inizia con il suo protagonista, Cody, che fa visita a un potenziale cliente. Una scena che ricorda situazioni analoghe nel Grande sonno di Raymond Chandler e in Bersaglio mobile di Ross Macdonald. Quali autori, se esistono, hanno influenzato il suo stile e il suo modo di accostarsi al genere? Forse, e più di altri, James Crumley?

R: Ai tempi del liceo e del college ho divorato qualunque romanzo hard-boiled mi capitasse sottomano. Hammett, Chandler e Ross Macdonald, certo, ma anche Richard S. Prather, Mickey Spillane, Brett Halliday (quando leggevo i suoi libri con Mike Shayne mai potevo immaginarmi che avrei finito per scrivere racconti utilizzando il suo personaggio), Michael Avallone e chissà quanti altri. Ma all’epoca no, di Crumley non sapevo niente. Ho scoperto i suoi romanzi solo dopo che ho iniziato a scrivere. È stato Joe R. Lansdale, di cui ero diventato amico, a raccomandarmi L’ultimo vero bacio, che resta ancora oggi uno dei miei libri preferiti, con uno dei migliori paragrafi iniziali di tutti i tempi, e da allora ho letto parecchi altri Crumley. Però non credo che la sua opera abbia influenzato più di tanto la mia.

Può dirci qualcosa in più su Cody, il suo protagonista?

R: Cody – e dovrebbe trattarsi del cognome, visto che a tutt’oggi non ho ancora ben capito se abbia o no un nome – è una persona in gamba e per bene, ma sa anche mostrarsi duro quando la situazione lo richiede. È nato e cresciuto in Texas: un posto che ama, anche se non apprezza in maniera indiscriminata il modo in cui si è trasformato nel corso degli anni. Una delle mie battute preferite del libro è quando Janice scorre il dorso dei libri nell’appartamento di Cody e fa: «Prima d’ora non avevo mai visto Hermann Hesse e Zane Grey sullo stesso scaffale.»
Non ricordo se l’ho mai detto prima d’ora, ma l’ispirazione per il suo cognome non mi è venuta, come sembrerebbe logico, da «Buffalo Bill» Cody bensì da Phil Cody, uno dei primi direttori di Black Mask prima dell’avvento di Joseph T. Shaw.

A differenza di New York e Los Angeles, Fort Worth non è una metropoli. Non è piccola, ma ha anche dei tratti semi-rurali e delle caratteristiche che la rendono unica. In che modo un’ambientazione come questa può influenzare una trama?

R: Fort Worth lo ha fatto perché quando scrivevo il libro era ancora, per certi versi, una piccola città. Difficile perdere la strada nei suoi quartieri, all’epoca, e semplicissimo fare la conoscenza di chi ci abitava. Di uno come Cody, per esempio. In linea di massima era comunque un luogo che mi restava molto familiare e che non mi rendeva arduo scriverne con un certo grado di autenticità.

In Texas Wind  lei descrive il tramonto del Texas di un tempo. Cody è una sorta di ultimo cowboy in possesso di una legge morale non scritta. Pensa che il rimpianto per il Vecchio West sia un tema rilevante del libro?

R: Quando era ancora allo stato embrionale, Texas Wind avrebbe dovuto chiamarsi The Passing of the Buffalo. La prima immagine che mi era frullata per la testa era quella di Cody intento a osservare i dipinti esposti all’Amon Carter Museum e a rimpiangere la scomparsa del Vecchio West. Quindi sì, è vero, un senso di malinconia e di perdita occupa gran parte del romanzo. Il paragone tra il cowboy solitario della narrativa western e l’investigatore privato dei polizieschi non è certo nuovo, e io lo condivido in pieno. È un legame molto stretto. Se c’è una cosa di cui parla Texas Wind è proprio il fatto che tutto cambia, niente rimane mai com’era un tempo, buono o cattivo che sia. E questo è un tema che ricorre spesso nella mia opera, anche in maniera del tutto involontaria.

Lei è un autore molto prolifico e ha operato in svariati generi: narrativa d’ambientazione storico-militare, western, poliziesca. Qual è il suo terreno preferito?

R: Per lungo tempo sono stato considerato soprattutto un autore di western perché è il genere che ho trattato più di ogni altro. Ma i miei inizi sono nel poliziesco; tant’è vero che, prima di scrivere una sola riga di narrativa western, avevo già venduto oltre quattromila cartelle di hard-boiled. Il poliziesco è quindi il mio primo amore, ma lavorare su un buon western mi fa sempre piacere. Mi ritengo un privilegiato, perché sono sempre riuscito a trovare qualcosa di buono in tutti i generi con cui ho avuto a che fare. Mi piace la varietà. Il genere è irrilevante, per me: quel che conta è tentare di mettere su carta una buona storia, robusta, con azione a palate e personaggi interessanti.

Hammett o Chandler?

R: Dovessi proprio scegliere direi Hammett. Ma li apprezzo entrambi.

Qual è il suo preferito tra i libri che ha scritto?

R: Uno solo? Impossibile. Posso limitarmi a tre: Texas Wind, perché è stato il primo e trabocca di un certo, grezzo entusiasmo; Dust Devils, un poliziesco di parecchi anni fa in cui mi ero riproposto di scrivere un romanzo pieno di sorprese e credo di esservi riuscito (e che ha anche dei buoni tratti stilistici, soprattutto verso la fine); Under Outlaw Flags, un romanzo storico che è in parte western e in parte di guerra (la prima guerra mondiale), perché sono molto soddisfatto della voce narrante che ho saputo impostare e perché mi sono divertito un sacco. Ah, anche perché mi ci sono infilato dentro come personaggio, nei passaggi di raccordo tra le varie vicende del libro.

Legge molti scrittori contemporanei?

R: Sì, davvero tanti, e gliene fornirei anche un elenco, non fosse che mi seccherebbe – per dimenticanza – lasciar fuori qualcuno. Le mie letture si dividono in parti uguali tra la narrativa contemporanea, o abbastanza recente, e quella che risale all’epoca d’oro del pulp e dei tascabili, ovvero dagli anni Venti a tutti gli anni Settanta.

Ha un consiglio per gli aspiranti scrittori?

R: Leggere a manetta. Prima di riuscire a vendere una sola parola il sottoscritto ha letto centinaia, forse migliaia dei libri dello stesso genere che avrebbe poi finito per scrivere. E ancora oggi leggo più di cento libri l’anno, imparando sempre qualcosa di nuovo e scoprendo nuovi sistemi di mettere in pratica quel che ho in mente di fare. A volte mi capita di dire alla gente che soltanto adesso, dopo trentacinque anni nel mestiere, inizio ad avere le idee più chiare sulla mia attività. E c’è un’altra cosa importante: scrivere, scrivere e scrivere. Poi scrivere ancora e non fermarsi mai. Lo so, si tratta di consigli ormai classici, ma se sono diventati classici è perché funzionano.

Una domanda sull’attività quotidiana di uno scrittore. Ci descriva la sua giornata tipo.

R: Inizio ogni giorno rileggendo quel che ho scritto il giorno prima, tagliando e perfezionando le varie parti ma, se del caso, riscrivendole senza pietà. Lavoro due o tre ore, poi vado a pranzo e riattacco per altre quattro o cinque. Il lavoro di ricerca e quello sulla trama occupano di solito le giornate che scelgo di non dedicare alla scrittura.

Lei è autore di tre romanzi della serie Walker, Texas Ranger. Ci parli di questa insolita iniziativa.

R: Fu il mio agente dell’epoca a chiedermi, un giorno, se avessi mai visto la serie Tv. Guarda caso sì, perché i nostri figli ne erano appassionati e aveva finito per piacere anche a noi. «Oltre ad aver visto tutte le puntate,» gli risposi, «posso anche cantarti la sigla di testa.» Meno male che non gli interessavano le mie esibizioni canore… Comunque saltò fuori che una delle case editrici con cui pubblicavo aveva appena acquisito i diritti del personaggio per realizzare una serie di romanzi legati alla serie TV, che sarebbero stati affidati alle cure di uno dei miei editor di riferimento. E tutti quanti avevano pensato a me come all’autore ideale. Così ne parlai con Aaron Norris, il fratello di Chuck, e con un paio di funzionari della CBS a New York, e la decisione comune fu quella di assegnarmi l’incarico. Iniziai quindi a lavorare con il produttore esecutivo e con l’autore principale dei soggetti della serie, sviluppando alcune possibili trame per i romanzi. Non mi è mai capitato di conoscere Chuck Norris, e neanche di parlarci per telefono. L’idea iniziale per il primo romanzo era quella di farlo diventare una sorta di sequel di uno degli episodi, e per far questo mi spedirono la sceneggiatura relativa. Le trame degli altri due libri, invece, sono completamente mie. Per un certo periodo la CBS si gingillò con l’eventualità di trasformare il terzo romanzo in un episodio in due parti, ma poi non ne fece di nulla. Sono convinto di aver fatto un buon lavoro, con quei libri. A molti dei fan della serie Tv sono piaciuti e ad altri no, ma è la sorte comune a tutti i romanzi di questo tipo. E mi sono anche divertito, a scriverli; avrei continuato volentieri, ma chi aveva potere decisionale preferì chiudere dopo il terzo.

Cosa sta leggendo, in questo periodo?

R: Una raccolta di racconti western di E. Hoffmann Price, Nomad’s Trail, pubblicati in origine su Spicy Western, una rivista pulp degli anni Trenta. È un volume che deve ancora uscire, e tocca a me scriverne l’introduzione. Aspetto solo di finire di leggerlo.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa sta lavorando?

R: A un romanzo western che fa parte di una serie già sul mercato da tempo e che sarà pubblicato sotto uno pseudonimo che non posso svelare. Ma garantisco che si tratta di un’ottima storia, piena di azione e di personaggi pittoreschi.

:: Intervista a Wulf Dorn

21 settembre 2010 by

Ciao Wulf. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Wulf Dorn?

Ciao Giulia, grazie per l’invito a questa intervista. L’uomo dietro La Psichiatra è uno scrittore quarantenne, che vive nel sud-ovest della Germania con la moglie e un gatto Caligo (questo nome significa un gatto di tre colori, secondo i cinesi questi gatti sono fortunati – e in effetti la mia lo è). Sono un corrispondente di lingua straniera, ma negli ultimi sedici anni ho lavorato in un ospedale psichiatrico, a sostegno dei pazienti in riabilitazione professionale. Dallo scorso anno ho ridotto il lavoro a part time per 2-3 giorni alla settimana, in modo da avere più tempo per scrivere. Nella mia vita privata mi piace trascorrere il mio tempo libero leggendo e facendo sport. E sto collezionando film, la maggior parte vecchi film horror in bianco e nero.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato e cresciuto in una piccola città vicino a Ulm. Immaginate una linea sulla mappa tra Monaco e Stoccarda e troverete la mia città, subito al centro. In realtà la mia infanzia è stata poco spettacolare. Ho frequentato il liceo, ha trascorso molto del mio tempo libero all’aria aperta con gli amici, sono stato un ospite ben noto nella nostra piccola ma bella biblioteca, e ogni volta che ho avuto abbastanza denaro per le piccole spese sono andato al cinema, che non era molto  lontano dalla casa dei miei genitori . Ero un bel ragazzo magro e mi ricordo che mia madre mi ha nutrito con tonnellate di cioccolato e torta, ma senza grandi risultati. Bene, oggi mi piacerebbe che fosse ancora così.

Perché sei diventato uno scrittore? Era il sogno di un bambino?

Alcuni anni fa mia nonna mi disse che quando avevo cinque anni le promisi di scrivere libri un giorno. Onestamente non posso ricordarmi di quella promessa, ma ricordo che mi piaceva raccontare storie sin da quando ero piccolo. Da piccolo amavo quando i miei genitori mi leggevano le favole, specialmente su maghi, streghe o luoghi frequentati dagli spiriti. All’età di dodici anni ho iniziato a scrivere brevi racconti. Da allora ho sempre scritto. E ora (molti, molti anni dopo) sto parlando con te della versione italiana del mio romanzo. Così la promessa fatta a cinque anni, è finalmente diventata realtà.

Quale è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Ho pubblicato il mio primo lavoro nel 1999. Era un racconto breve intitolato Jennifer in una antologia di racconti dell’orrore. Negli anni successivi ho scritto un sacco di altri racconti – horror, crime e perfino una fiaba. Alcuni di loro sono stati pubblicati in antologie e riviste. Nel 2007 ho scritto un thriller psicologico e mi sono rivolto ad un agente letterario. Lui mi ha aiutato a trovare un editore per ‘Trigger‘, che voi conoscete come ‘La Psichiatra’. Il romanzo fu pubblicato in Germania nel mese di ottobre del 2009. Ora è stato tradotto in diverse lingue. E quest’anno il mio secondo romanzo ‘Cold Silence’ è stato pubblicato in Germania.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti, europei o americani?

I miei scrittori  americani preferiti sono Poe, Hemingway e Stephen King. Ma ci sono anche un sacco di libri di scrittori europei nella mia libreria, come Andreas Eschbach, Mo Hayder, Bernard Werber e Andrea Camilleri.

Dimmi qualcosa sul tuo paese, la tua città. Qual è il tuo background?

Mia moglie ed io viviamo in un piccolo paese vicino a  Ulm e Stoccarda. La nostra casa è circondata da un giardino pieno di alberi di mele. Non lontano ci sono una riserva naturale di grandi dimensioni e il Danubio. Mi piace la natura e mi piace trascorrere molto del mio tempo all’aperto. Anche se mi piacciono anche città come Londra, Berlino, Monaco o Roma non potrei proprio immaginare di viverci. Sono ottime per lo shopping e per la cultura, ma sono troppo affollate per me.

Come hai avuto l’idea per il tuo primo libro, La psichiatra ora edito in Italia da Corbaccio?

L’idea si basa su una storia vera che una zia mi ha raccontato quando avevo circa dodici anni. Ero in vacanza a casa sua, nella Foresta Nera e amavo esplorare il bosco dietro casa sua. Un giorno ho scoperto le rovine di una casa colonica in una radura. Mia zia mi ha detto che la casa era stata bruciata nel 1910 dal proprietario che era impazzito. Era una storia avvincente e inquietante circa una tragedia umana, parlava di follia e omicidio, e ne rimasi affascinato. Venticinque anni più tardi ho avuto l’idea di scrivere una storia di una psichiatra che si mette nei guai quando uno dei suoi pazienti scompare. Ma non ero molto soddisfatto in quanto mancava un tocco speciale nella mia storia. Poi mi sono ricordato della storia che mi raccontava mia zia. Ed eccolo lì – la sequenza di apertura di ‘La Psichiatra’. Così è successo che la storia inizi proprio in quel luogo che mi aveva fatto venire la pelle l’oca quando ero un ragazzo.

Che tipo di ricerche hai fatto per il tuo primo libro?

Da un lato si basa sulla mia esperienza personale con il lavoro psichiatrico. Certo sono anche legato dal segreto professionale e non posso scrivere di casi con cui ho avuto a che fare, ma è stato utile per esempio per  sapere come è la routine quotidiana in un ospedale psichiatrico. Inoltre ho letto libri e articoli professionali e parlato con una psicologa sul fenomeno che stavo descrivendo nel mio romanzo. E poiché c’è una protagonista femminile ho parlato con molte donne facendomi dire come si sarebbero comportate in diverse situazioni. Non volevo rischiare che Ellen Roth diventasse il cliché di come un uomo vede una donna. Alla fine sono stato molto felice di scoprire che nessuna delle mie consigliere femminili pensava a Ellen in questo modo.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei suoi libri?

Ci sarà una traduzione italiana del mio secondo romanzo ‘Cold Silence’. Per quanto ho sentito dovrebbe essere pubblicato in Italia il prossimo anno.

I tuoi personaggi di fantasia, sono spesso molto simile a te? Ci sono pezzi autobiografici?

Prima di iniziare a scrivere o anche a pianificare una storia, sono solito scrivere un profilo della vita dei miei personaggi. Mi chiedo quando è il loro compleanno, il luogo in cui sono nati, quali sono le loro strutture familiari, quali sono i loro amici, la scuola in cui sono andati, perché scelgono la loro professione e così via. Questa è la base su cui costruisco le loro caratteristiche. Nel complesso è tutto fittizio ma a volte può accadere che ci sia un po’ di somiglianza con me o con persone che conosco.

Preferisci in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione di personaggi o i dialoghi ?

Beh, per me la cosa più importante in un libro è che la storia diventi viva nella mente del lettore. Si dovrebbe avere la possibilità di rimuovere se stessi dal proprio mondo per entrare in quello di un altro. Per raggiungere questo obiettivo, tutti e tre gli strumenti che hai citato sono importanti. Il lettore deve essere in grado di immaginare i luoghi e i personaggi, e naturalmente i loro dialoghi dovrebbero suonare come fatti da persone reali.

Il tuo scrittore esordiente preferito?

L’ultimo libro di un esordiente che ho letto è stato ‘Erebos‘ di Ursula Poznanski, una scrittrice austriaca. Una storia emozionante su alcuni teenager che rimangono intrappolati in un videogioco. Il libro è diventato un bestseller in Germania. E sono stato profondamente colpito da Il suggeritore di Donato Carrisi. Ai miei occhi uno dei migliori thriller dal Silenzio degli innocenti.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Ci sono progetti per fare diventare ‘La Psichiatra’ un film da parte di una grande azienda cinematografica tedesca. La sceneggiatura è già finita e lo scrittore ha fatto un ottimo lavoro. Questo è tutto quello che posso dire al momento.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sto scrivendo il mio terzo thriller psicologico. E uscirà nella seconda metà del prossimo anno in Germania.

Ti piace l’Italia?

L’Italia è un paese bellissimo e mi piace la mentalità italiana per il suo temperamento e la sua cordialità. Siccome  amo il buon cibo e la cucina sono sempre stupito dalla varietà della cucina italiana. Mi piace anche molto la moda italiana e quello che si chiama ‘La Bella Figura’. Ultimo ma non meno importante sono sempre stato interessato alla storia romana, a come i Romani hanno costruito un sacco di città e strade e il Limes vicino al posto dove sono nato. Se camminate attraverso i campi  potete ancora scoprire resti di quel tempo.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

C’è un aneddoto molto simpatico legato al trailer del mio ultimo libro ‘Cold Silence’. Era girato in un parco secolare nei pressi di Berlino, che sembrava il parco della clinica che descrivo nel romanzo. Prima che il team del film arrivasse ho iniziato a camminare attraverso il parco per avere alcune impressioni del luogo. Era mattina presto e non c’era nessuno tranne me nel parco. Beh, nessuno tranne me e tre scoiattoli. Sono venuti da me e all’inizio ero molto divertito da questi piccoli “ragazzi” così carini. Ma poco dopo non ho potuto sbarazzarmene più. Mi hanno seguito attraverso tutto il parco e sono saliti sui miei jeans. Quando finalmente sono tornato al mio albergo c’erano alcuni clienti in attesa dei taxi. Non immagini le loro risate, quando mi videro saltare in giro come un maniaco, cercando di togliere gli scoiattoli dai miei vestiti. Durante le riprese che durarono quasi tutto l’intero giorno, la troup ed io ci guardavamo sempre intorno per vedere, se i miei piccoli fan pelosi fossero tornati. Ma non lo fecero. Sicuramente avevano trovato un’altra vittima.

Cosa stai leggendo in questo momento?

A causa del lavoro per il mio prossimo romanzo e il prossimo tour in tutta la Germania che inizierà tra due settimane io purtroppo non ho molto tempo per leggere al momento. L’ultimo libro che ho letto è stato “Gottes leere Hand” della scrittrice tedesca Marianne Efinger. Una storia molto toccante di un uomo che è nato con la malattia delle ossa fragili (in italiano: L’osteogenesi imperfetta). Quando sta per morire egli incontra il suo grande amore. E ‘una storia di vita, morte e amore che sicuramente non dimenticherò tanto presto.

Che ne pensi di e-publishing?

Anche se i miei romanzi sono anche pubblicati come e-book, io sono ancora un po’ all’antica in questo senso. Io preferisco la versione tradizionale della carta. Soprattutto per i romanzi ho bisogno di sentire un vero e proprio libro nelle mie mani. L’impressione tattile durante la lettura, per così dire. Forse perché questa è stata la mia esperienza di lettura per tanti anni. Inoltre mi piace essere circondato da libri e non riesco ad immaginare il mio studio o salotto senza scaffali. Ma vedo anche i vantaggi degli e-books. Ora si può portare in viaggio dieci o più romanzi e non importa quante pagine hanno la tua valigia non può scoppiare. Poi un paio di settimane fa ho sentito parlare di guide turistiche con GPS integrato, e-books che vi mostrano tutte le informazioni sul luogo dove ti trovi. Non so se questi libri siano già disponibili, ma questa idea mi sembra molto utile.

Come possono mettersi in contatto con te i lettori?

Potete contattarmi tramite la mia home page (www.wulfdorn.net) in inglese o in tedesco. Sono sempre lieto di ricevere commenti su i miei libri. Purtroppo non parlo italiano, ma per tutti coloro che sono interessati ad avere maggiori informazioni su di me e il mio romanzo vi suggerisco di visitare il sito web del ‘La Psichiatra’ (www.lapsichiatra.it) di Corbaccio. E ‘fantastico, in particolare il booktrailer è molto inquietante.

:: Recensione di Il rumore della terra che gira di Roberto Saporito

21 settembre 2010 by

Copertina-Il-rumore-della-terra-che-gira-2010Esce domani 22 settembre per Perdisa Editore l’ultimo romanzo di Roberto Saporito, Il rumore della terra che gira, già noto ai lettori di Liberidiscrivere per la sua ottima prova Carenze di futuro qui recensito. Se nell’opera precedente si era cimentato con il noir, con Il rumore della terra che gira imbastisce una storia di affetti o per lo meno di assenza di affetti all’interno della famiglia,  struttura sociale ormai in balia del caos in quest’epoca segnata da attentati terroristici e diffusione mediatica dell’insicurezza e della paura. La famiglia dovrebbe essere un baluardo, un rifugio in cui trovare certezze e stabilità ma così non è. Il sogno di un vecchio albese di vedere riunita almeno dopo la morte la sua famiglia si sgretola contro la realtà. Un realtà fatta di incomprensioni, risentimenti, egoismi. Le tre vite dei protagonisti, testimoniate in prima persona utilizzando la tecnica del monologo interiore, ormai corrono su binari paralleli e non sarà certo la cospicua eredità e la stabilità economica a interrompere questo flusso inarrestabile di cose. Venato di un sottile pessimismo e da un intimistico riflettere su se stessi Il rumore della terra che gira si potrebbe definire un romanzo minimalista sia per lo stile che per le tematiche. Caratterizzata infatti da uno flusso narrativo spoglio e diretto la narrazione evoca emozioni contraddittorie e stati esistenziali alterati, tematiche care all’autore. Per ottenere ciò Saporito utilizza una prosa essenziale, quasi frammentaria, cadenzata da continui flashback, scevra di artifizi e sofisticazioni e analizza il rumore di fondo di una società quella occidentale disancorata dai cardini rassicuranti del passato e proiettata in un futuro incerto e disgregante. I temi trattati dall’omosessualità, alla droga, alla solitudine dell’uomo moderno sempre in bilico su un estraniante nulla , inducono il lettore a far emergere attraverso i conflitti interiori dei protagonisti, sensazioni ed emozioni forse sopite ma presenti in tutte le coscienze. Saporito infatti da alle sue riflessioni, assolutamente originali e sottintese con pudore e quasi timidezza più che gridate, un respiro quasi universale che fa avvertire se si fa attenzione un brusio, il rumore proprio della terra che gira. Finale affatto scontato.  
Il rumore della terra che gira di Roberto Saporito – Alberto Perdisa Editore – I corsari – 2010 – pagine 112 – Prezzo di copertina  Euro 12,00.

:: Intervista a Graziano Versace a cura di Maurizio Landini

20 settembre 2010 by

raimGraziano, iniziamo con un aspetto delle tue ricerche che mi affascina in modo particolare: ho letto che hai approfondito gli studi di Carl Gustav Jung e dei neo-junghiani: quanto del grande psicoanalista svizzero -e della sua corrente-, è presente nella tua narrativa?
 
In Raimondo Mirabile, futurista lo trovi in certi passaggi che riecheggiano il concetto di sincronicità o, per dirla con Deepak Chopra, il sincrodestino. In parole povere, il ruolo che le coincidenze hanno nella nostra vita. E, proseguendo, in certi brani incentrati sul sogno, sui miti e gli archetipi in genere. Ma sto giusto scrivendo dei racconti che, in parte, si basano sugli spunti di questo geniale pensatore e psicanalista, e su quelli altrettanto originali di James Hillman. 
Raimondo Mirabile Futurista è stato apprezzato molto dagli appassionati di fantascienza. Tu stesso coltivi la passione per il genere da anni e sei stato finalista al Premio Urania per ben due volte. Quando hai scritto il romanzo, pensavi a questi lettori in particolare o avevi in programma una storia di genere fantastico nel senso più ampio del termine?
 
A essere sinceri, e senza grandi pretese, speravo un po’ di ampliare i temi della fantascienza. L’idea di un maggiordomo che fosse anche l’io narrante mi stuzzicava non poco. Per cui, sì, pensavo nello specifico ai lettori di fantascienza, per quanto il romanzo strizza l’occhio ad altri generi.
 
Raimondo Mirabile strizza l’occhio a Verne, Wells, Conan Doyle e, per certi versi, anche allo Steampunk. Quali sono le fonti d’ispirazione per questo romanzo?
 
Oltre ai grandi che tu citi, imprescindibili per la realizzazione del romanzo, direi James Blaylock, uno scrittore forse sottovalutato in Italia. Poi, i fumetti di Ruse di Mark Waid, il Docteur Mystere scritto da Castelli, i fumetti di Rex Mundi, certi echi orrorifici, scrittori come Machen, Hoffmann, Stoker e M.R. James. Ricordo che l’idea, comunque, partì dalla lettura de Il diario segreto di Phileas Fogg di P. J. Farmer, nel quale si scopriva che Phileas Fogg era in realtà un agente segreto in lotta contro nemici cosmici che ambivano a invadere la Terra. Inoltre, R. G. Assagioli e i suoi saggi sulla volontà, C. G. Jung, F. T. Marinetti, la mitologia indiana e l’occultismo in genere.
 
Nel tuo blog ci sono diversi post dedicati al cinema. Come è nato l’amore per la settima arte?
 
Quando vivevo in Australia, stavo alzato fino a tarda notte a vedere film con mia madre. Lei si teneva su grazie a un thermos pieno di caffè; io grazie alla sua vicinanza e alla meraviglia di quello che vedevo. E’ una magia che mi accompagnerà per sempre.
 
Tra la passione per il cinema del tuo libro Ladri di Locandine e l’alchimia paranormale di Raimondo Mirabile Futurista esiste una sorta di filo conduttore?
 
No, non credo. Si tratta solo dell’espressione di due mie grandi passioni. Però, a pensarci bene, Ladri di locandine è un romanzo di formazione sul valore dell’amicizia; Raimondo Mirabile, futurista è un romanzo di formazione truccato che mette in campo valori anche qui assimilabili all’amicizia. Raimondo e Gregorio sono di fatto indivisibili, anche se qui, rispetto a Ladri di locandine, entra in gioco l’amore filiale e quello paterno. Ad ogni modo, restano due libri diversi, e forse distanti, tra loro.
 
Passare da una storia per ragazzi a una destinata a un pubblico più maturo ha comportato per te delle difficoltà? Pensi che al giorno d’oggi esista ancora una separazione “di scaffale” tra letteratura per ragazzi e per adulti?
 
Nessuna difficoltà. Quando una storia mi piace, la sento, non esito a mettermi a scriverla. Non ho preferenze di genere. Passo dal giallo alla fantascienza, dal libro per ragazzi a quello per così dire mainstream, senza dubbi o esitazioni. Per quanto riguarda la separazione “di scaffale”, direi che oggi non esiste più di tanto. Anzi, è mia modestissima opinione che ci troviamo in un periodo che prelude a un nuovo Rinascimento letterario. Lo scrittore oggi è e deve sentirsi libero di muoversi a suo piacimento tra i generi letterari. Deve sentirsi libero di sperimentare, di giocare, di osare; in una sola parola, di inventare. L’invenzione di nuove storie è un modo per esperire meglio il reale, ma anche per avvicinarci (come insegna proprio la fantascienza) a ciò che sta in alto, a ciò che vediamo, all’assoluto tout court. Come diceva non ricordo quale autore di fantascienza, forse Arthur C. Clarke: “Se voglio parlare con Dio, posso farlo solo con una storia di fantascienza”. Ecco, la mia idea è che non debbano esistere separazioni o divisioni: la letteratura è una sola, ma per scriverla abbiamo bisogno di infiniti linguaggi.
 
Quanto, secondo te, c’è dello “spirito futurista” decantato da Marinetti & Company nella fantascienza contemporanea?
 
Beh, senza andare lontani, ed evitando scomodi paragoni con il Cyberpunk o il Transumanesimo, il Connettivismo italiano riflette a suo modo il Futurismo. O forse ne costituisce l’ideale prosecuzione. Per quanto, da quello che ho potuto capire, si riallaccia anche ai crepuscolari e ai surrealisti, forse anche all’Ermetismo come idea o concetto. A ogni modo, quella dei connettivisti mi sembra una delle realtà più sensate, più ardite e più agguerrite della fantascienza italiana. Prevedo un grande futuro per questi neo-futuristi che forse hanno avuto (e hanno tuttora) il merito di aver ampliato gli orizzonti della percezione e del sentire.
 
Come è nata la collaborazione con le Edizioni XII?
 
Ho letto il bando del concorso iNarratori su http://www.frantascienza.com, ho partecipato con Raimondo Mirabile, futurista, e da lì è nata la mia collaborazione con i terribili 12.
 
Segui la letteratura italiana del fantastico? Ci sono degli autori di genere le cui opere ti hanno colpito in modo particolare?
 
Se parliamo di fantascienza, sì. Negli anni, ho letto più che volentieri i lavori di Valerio Evangelisti, Luca Masali, Massimo Pietroselli, Francesco Grasso, Giovanni De Matteo, Francesco Verso, Donato Altomare, Clelia Farris, Giuseppe De Felice, Lanfranco Fabriani, Claudio Asciuti e, last but not least, Errico Passaro di cui ho molto apprezzato Zodiac.
 
Nella vita, Graziano Versace ha più la temerarietà di Raimondo Mirabile o più l’aplomb del suo maggiordomo Gregorio?
 
Né l’una, né l’altro. Sono solo un fabbricatore di storie che ama la pace e la tranquillità. Mi bastano una cucina, un computer e una pausa caffè ogni tanto. Non chiedo altro.