:: Un'intervista con Tony Black

18 agosto 2011 by

Black, TonyCiao Tony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci  qualcosa di te. Chi è Tony Black? Punti di forza e di debolezza.

Iniziamo subito con le domande difficili, vedo!… Beh, sono un po' confuso… l'anno scorso o giù di lì, ho vissuto a Melbourne e Dublino e ora sono tornato ad Edimburgo; così si potrebbe dire che un mio punto debole sia l’ inquietudine, ma un punto di forza potrebbero essere le mie mille miglia!

Parlaci del tuo background, dei tuoi  studi, della tua infanzia.

Sono nato nel New South Wales in Australia – i miei genitori erano di origini scozzesi, anche se da parte di mio padre la famiglia è prevalentemente lituana. Sono andato a scuola in Scozia e in Irlanda (in realtà frequentavo la stessa scuola a Galway come il grande Ken Bruen) e mi muovevo un bel po’ da bambino. Ho studiato letteratura inglese all' Università e devo dire che ero uno studente fantastico – se si definisce 'studente' un ubriacone, che pensa solo ad andare ai party! Quindi, si spiega perché ho lasciato all’ ultimo anno e ancora non ho una laurea.

Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Penso di aver sempre saputo che volevo essere uno scrittore, mia madre e le mie sorelle raccontano che ho sempre avuto la mania di inventare storie sin da ragazzino e le inducevo a scrivere per me molto prima che potessi effettivamente scrivere. Posso chiaramente ricordare che sin da abbastanza presto a scuola ho trovato la scrittura molto naturale e non mi piaceva fare molto altro. Ho odiato la matematica e la scienza e tutta quella roba, dovevo creare qualcosa di nuovo o qualcosa che non era interessato a nessuno fino allora. Ho iniziato a scrivere romanzi polizieschi dopo quattro romanzi molto diversi che non ero riuscito a vendere. Stavo con lo stesso agente ormai da circa sette anni e dopo l’ennesimo libro che continuava a tornare indietro, l'agente mi ha chiesto qualcosa di diverso e così iniziai a scrivere crime. Il mio primo romanzo crime per cui fui pagato, riuscii a venderlo  nel giro di poche settimane, quindi fu una buona mossa.

Dimmi qualcosa di Edimburgo.

Da dove cominciare? Si tratta di una grande città, ed è anche il luogo nel mondo in cui mi sento più a casa. La gente è bella e c'è sempre qualcosa da fare. Ed è piena zeppa di scrittori forse troppi – si può gettare un bastone in qualsiasi strada e colpire uno scrittore!

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho letto davvero molto, e ho un sacco di favoriti. Mi piace Hemingway, Steinbeck, McCullers, Salinger. Sono anche grande appassionato di  Kafka, Turgenev e Chekov. In genere sono un fan enorme di Jim Thompson e David Goodis, James M. Cain. Mi piacciono un sacco gli scrittori del nuovo revival celtico come Ken Bruen, Irvine Welsh e William McIlvanney. Le influenze sono difficili da rintracciare, so quelli da cui mi piacerebbe essere stato influenzato, ma se lo sono stato o no è un'altra questione. Suppongo che, sul piano stilistico, sono certamente stato influenzato dal gallese Bruen, ma allora chi non lo è stato?

Il tuo romanzo d'esordio, Gutted, inizia con un omicidio raccapricciante. Potresti dire al pubblico cosa succede?

Gutted è in realtà il mio secondo romanzo, ma inizia certamente con un omicidio raccapricciante. Il mio protagonista, Gus Dury, è sulle colline di notte – sta indagando su un caso – quando sente delle urla e corre a vedere cosa stia succedendo. Così trova un gruppo di adolescenti che torturano un cane e lui interviene. La lotta finisce in un boschetto di cespugli e Gus quando cade a terra, si trova ben presto ricoperto di sangue … non è ben sicuro del perché, fino a quando si rende conto che è caduto sui resti di un cadavere in decomposizione.

Puoi dirci un po' del tuo protagonista?

Gus è stato descritto come un 'investigatore riluttante e un alcolizzato entusiasta e credo che questa definizione lo riassuma abbastanza bene. Non è necessariamente qualcuno con cui mi piacerebbe andare al pub assieme, ma sa fare il suo lavoro e la sua vita caotica è interessante da esplorare.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho scelto la via dell’investigatore privato perché volevo coprire l'intera società di Edimburgo, è una città molto divisa e esplorare queste divisioni mi affascinava. Un sacco di romanzi si concentrano solo su una determinata classe di persone, ma con Gus Dury sapevo che potevo muovermi tra le classi e fungere da canale e guida per il lettore. Appartiene di nascita alla classe operaia, ma è riuscito a entrare nella classe media a causa della sua occupazione ed è un commentatore sagace delle differenze.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Per me è difficile spezzare il processo di scrittura: la trama, la pianificazione, la costruzione dei personaggi … è un tutt’uno. Quando sto scrivendo un libro succede sempre che praticamente tutto il resto della mia vita si blocchi finché il libro non è finito. E 'difficile trovare il tempo per individuare le parti faticose perché è un inferno di un sacco di lavoro. Trovo il materiale promozionale un po' laborioso, le letture e le presentazioni, e così via. Non avevo mai previsto di dover fare nulla di tutto ciò prima che diventassi uno scrittore (stupido ingenuo che sono), ma è parte del lavoro che svolgo oggi.

Tra Paying for it, Gutted, Loss, Long Time Dead e Truth Lies Bleeding. Qual è il tuo preferito?

È ora possibile aggiungere a questa lista Murder Mile… che sarà pubblicato all'inizio del 2012. Il mio preferito è sempre quello che ho appena finito perché mi da sempre un senso di sollievo averlo finalmente nella borsa!

Leggi sempre le recensioni dei tuoi libri?

Sì, non credo agli scrittori che dicono di no.

Quanto è importante il personaggio centrale di un libro?

E’  fondamentale. Tutto si basa sul protagonista. Quando leggo un libro posso perdonare tutto ad uno scrittore se il protagonista è abbastanza interessante. Come ho detto, sono un grande fan di Ken Bruen e i suoi personaggi sono sempre incredibilmente interessanti e divertenti, è un genio quando si tratta di creare personaggi credibili.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Beh, se intendi come critici gli editor e gli agenti in quanto forniscono un feedback critico, certamente sì. Il mio editor Rosie de Courcy di Random House è un editor favoloso e c'è ben poco che viene passato a lei che non migliori, poi non modifica con mano pesante niente, il suo tocco è molto leggero – crede nei suoi autori e permette loro di condurre la via che credono per produrre i migliori risultati. Il mio agente, Sam Copeland, è molto accorto forse troppo… può leggere un testo e raccomandare una modifica che fa sempre la differenza. E' sottile, ma un vero talento.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Mi piace scrivere racconti brevi! Sono come una pausa dal lungo tour de force di scrittura dei romanzi. Affronto la scrittura dei racconti in un modo completamente diverso – nessuna pianificazione, nessuna trama – Mi immergo nella storia e vedo dove va. Alla fine rimodello il tutto – mi piace la narrativa breve quasi quanto il romanzo. Ho anche appena scritto un racconto per la stampa Pulp nel Regno Unito, che uscirà l'anno prossimo. Si tratta di circa 25.000 parole intitolato RIP Robbie Silva.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In realtà ho appena finito di scrivere Murder Mile e non leggo romanzi quando scrivo quindi ho un mucchio di libri in cui tuffarmi. In cima c’è California di Ray Banks che molto gentilmente mi ha dato qualche mese fa e ho voglia di leggerlo da allora.

Quanto è importante un buon titolo?

Estremamente importante. Non mi piacciono assolutamente i titoli di lavoro, trovo che una volta che un libro ha il titolo adatto tutto il resto va al posto giusto. Ho cercato di scrivere Gutted  sotto una miriade di altri titoli, ma è stato un disastro fino a quando non ho trovato questo che era perfetto. Alcuni scrittori costantemente ideano grandi titoli e si tratta di una vera abilità penso … amo Trainspotting di Irvine Welsh, e The not knowing di Cathi Unsworth che è uno dei titoli migliori di crime.

È davvero un romanzo giallo Il grande Gatsby?

Tra le altre cose, credo di sì. Più che altro, però, è un grande romanzo.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Sì e no. Sono uno scrittore e voglio scrivere più di ogni altra cosa … ma mi divertirebbe sicuramente fare un tour in Italia però! Una volta un ubriaco entrò ad una mia presentazione, ma era inverno a Edimburgo e credo che non volesse solo stare fuori al freddo.

Verrai in Italia a presentare tuoi romanzi?

Ci puoi scommettere.

Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Buona domanda. Vado a controllare con il mio agente adesso!

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

La maggior parte dei miei lettori da tutto il mondo, entra in contatto con me tramite il mio sito web http://www.tonyblack.net e mi dice cosa pensa del ultimo libro che ho scritto e ci sono alcuni regolari che si ripresentano e che è sempre bello rivedere.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Altri progetti?

Bene, Murder Mile è stato appena messo a letto così ho intenzione di prendermi un po’ di pausa e poi tornerò al lavoro. Ho un sacco di idee che bollono in pentola.

:: Recensione di Buio d’estate di Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

17 agosto 2011 by

Buio d’estate di Mons KallentoftDopo aver esordito con Sangue di mezz’inverno Mons Kallentoft, quello che per intenderci ha il vezzo di fare parlare i morti, torna in Italia con il suo secondo romanzo Buio d’estate, sempre edito da Edizioni Nord, un poliziesco nordico, con sfumature femministe, che vede l’ispettrice Malin Fors alle prese con un caso che la metterà in gioco innanzitutto come madre prima ancora che come poliziotto. Siamo a Linköping, amena città della Svezia meridionale, sulle sponde del lago Roxen, in una torrida estate che non conosce pietà. Si invoca un temporale che non arriva e intanto gli incendi divampano nelle foreste di Tyallmo, mangiandosi ettari ed ettari di terreno boschivo. Quando spira brezza dai boschi, si sente odore di bruciato, l’aroma più appropriato in questa Linköping avvolta in un bollore infernale, giorno e notte, con i venti del sud che hanno preso possesso di tutta la regione meridionale della Svezia, mischiandovi una cappa di alta pressione. L’estate più calda a memoria di uomo. E di donna. Malin Fors ha voglia di acqua, per combattere la calura e non pensare a sua figlia in vacanza a Bali con suo padre. Un viaggio vinto alla lotteria del comune, un viaggio da sogno per permettere a padre e figlia di starsene da soli, il loro primo viaggio insieme, la prima volta che Tove lasciava l’Europa. Malin si rifugia nello stabilimento balneare Tinnis e non c’è niente di meglio per rinfrescarsi che una bella nuotata. Il tuffo, l’acqua gelida, qualche bracciata, poi un suono la richiama alla realtà. Lo squillare del suo telefonino, teso da un solerte passante, un volto nero in controluce, un uomo che fatta la sua buona azione scompare quasi consumato dalla luce. E’ il suo collega Zeke Martinsson. Alla Società di Orticoltura è stata ritrovata una ragazza in stato confusionale, seviziata, probabilmente violentata, che non ricorda il suo aggressore, solo il suo nome: Josefin Davidsson. E’ l’inizio di qualcosa di terribile, non è che una sensazione ma l’intuito molte volte non sbaglia. Un’altra ragazzina scompare e questa volta viene ritrovata morta ma tutto fa pensare che le sevizie siano state compiute dalla stessa mano che ha torturato Josefin. Poi una ragazzina ancora. Malin sente nella sua anima il dolore dei loro genitori, anche lei ha una figlia, anche lei impazzirebbe se qualcuno le facesse del male. E quel qualcuno c’è, si muove, respira, architetta i suoi diabolici piani a Linköping e Malin deve fermarlo. Non ha scelta. Buio d’estate accolto dalla critica svedese con grande entusiasmo, addirittura Kallentoft viene citato come uno dei nuovi maestri del giallo non sotante la relativa giovane età, si avvia a diventare un nuovo best seller anche all’estero, sull’onda lunga del giallo nordico, e a mio avviso rientra sicuramente nel dignitoso lavoro di un onesto artigiano, un lavoro confezionato da un autore che sa scrivere, sa escogitare trame originali, sa far affezionare il lettore alla protagonista, una donna, con mille difetti e qualche qualità, una madre single con figlia adolescente, normale, rude quanto basta per saper fare un mestiere che costringe ad entrare in contatto con i lati peggiori dell’animo umano. Una donna con la pistola, un’ eroina che non si arrende finchè il male non viene fermato, dissolto, disintegrato. Alcune pagine sono davvero di struggente bellezza, specie quando descrive gli ambienti, gli scenari, ha un tocco davvero quasi poetico. Ci sono frasi che richiamano subito un’immagine, un frammento di visione, paralizzata in una goccia d’ambra. Accennavo alle venature femministe, Buio d’estate è interessante, oltre che come thriller, anche come spaccato di vita, come affresco sociale della condizione della donna nell’emancipata e progressista Svezia. I temi della violenza contro la donna, dell’omosessualità, vengono trattati con una certa incisività e danno spazio a riflessioni di solito non presenti in questo genere di libri. La voce dei morti, dell’assassino, si sovrappongono alla narrazione come squarci sull’abisso del male, possono risultare opprimenti ma rientrano nell’economia della narrazione.                     

:: Un’intervista a Pino Scaccia

17 agosto 2011 by
Pinoscacciasri03

Benvenuto Pino su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori. Inviato, blogger, autore di libri. Chi è Pino Scaccia?

Uno che non ha voglia di star fermo. Guai a fermarsi. Poi tutto quello che ho fatto, e che faccio, ha un unico denominatore: il reporter. In quest’epoca multimediale non c’è differenza. Se vado, che so, in Libia per la Rai (inviato) posso anche scrivere dei post (blogger) e poi tirarne giù un libro (scrittore). Sono sempre io che racconto quello che vedo.

Inviato storico del TG1 Rai. Attualmente sei capo redattore dei servizi speciali del TG1. Come è nato il tuo amore per il giornalismo? Come hai iniziato? Racconta ai nostri giovani lettori che volessero intraprendere la carriera di giornalista la tua esperienza.

I tempi sono cambiati, non c’erano le scuole. Esistevano soltanto le “botteghe”. Anch’io, come tutti quelli della mia generazione, ho cominciato a collaborare con un giornale (“Momento sera”) naturalmente gratis, per molti anni. Finchè non sono riuscito a strappare un contratto da praticante, ma sono dovuto andare ad Ancona (“Corriere Adriatico”). Da lì, la Rai con la nascita della terza rete. Dopo sedici anni marchigiani, sono tornato a Roma, al Tg1, a forza di lavorare come una furia, neanche un giorno di riposo in sei mesi. Altri tempi.

Quali sono le qualità del buon giornalista?

Montanelli diceva che la bravura si misura dalla suola delle scarpe. In realtà, se dovessi dirlo in percentuale, per il 10% è tecnica (che s’impara), il 10% è talento (naturale), il resto – cioè l’80% – è fatica.

Quali sono stati i tuoi maestri? C’è un giornalista che con il suo esempio, la sua onestà, il suo coraggio, ti è stato d’esempio?

Ho avuto la fortuna di approdare al Tg1 quando c’erano ancora grandi maestri: il capocronista Morrione per esempio, il vicedirettore Di Lorenzo già inviato in Vietnam, direttori come Longhi e Fava, e tanti altri maestri: da Frajese a Catucci, ho imparato un po’ da tutti loro.

Molti giornalisti sono accusati di raccontare le proprie opinioni invece dei fatti. Cosa replichi?

Un inviato è il tramite fra un evento e la gente a casa. E’ chiaro che qualsiasi racconto è filtrato dal suo occhio e dalla sua anima, sarebbe assurdo pensare all’oggettività assoluta, l’importante è mantenere una buona coscienza, diciamo pure l’onestà.

Hai seguito i più importanti avvenimenti degli ultimi vent’anni dalla Prima Guerra del Golfo al conflitto in Libia ancora in corso. Secondo te la pace è solo una parola o c’è gente che lotta davvero con mezzi non violenti per perseguirla? Gino Strada, i medici di Medici senza frontiere?

Non confondiamo l’opera meritoria dei volontari con la pace. Loro aiutano le vittime, ma non possono decidere la fine di un conflitto. Purtroppo le guerre le dichiarano i governi e sempre per interesse. Non c’è via d’uscita.

Sei stato compagno di viaggio di Enzo Baldoni. Parlami di lui; che persona era? Raccontami un episodio che riassuma la sua persona.

Avrei tanto da dire di Enzo, per esempio delle nostre lunghissime litigate. Eravamo molto diversi, per questo ci siamo così attaccati. Invidiavo la sua pulizia interiore e quell’ironia imbattibile. Credo che il suo spirito possa essere riassunto nel famoso testamento per un funerale. Dove bisognava ridere, ballare e fare l’amore. Non prendeva niente sul serio, neppure la morte.

Hai scoperto per primo i resti di Che Guevara in Bolivia. Parlaci di quel giorno. Cosa hai provato? Era una giornata di sole?  

Sole e vento. Il vento sollevava la sabbia. Ricordo tutto, a cominciare dal viaggio dentro la Sierra. Quel che mi resta dentro è soprattutto il racconto dell’infermiera che ha lavato il corpo del Che. Il suo racconto, proprio davanti alla lavanderia dov’è stato deposto il corpo, è stato emozionante, pieno di dettagli minimi, come il fatto che gli ha trovato tre calzini. Quella donna adesso è vecchia ma la ricordo bellissima, con due occhi fulminanti.

Sei molto attivo sul web con il tuo blog La Torre di Babele. http://pinoscaccia.wordpress.com/ Titolo emblematico. Ma di tutte le parole che circolano sul web qualcosa resterà?

Credo di sì e fido nei blog, massacrati dai social network. Nei blog si discute, negli anni mi sono creato una piccola comunità che io chiamo tribù. Qualcosa sicuramente resterà.

Domenica 19 giugno è andato in onda su RaiUno il documentario  “Vita da inviato” di Pino Scaccia, un ritratto di vent’anni da inviato, una vita sul campo, se dovessi fare un bilancio della tua “carriera” c’è qualcosa che rimpiangi, qualcosa che non è andato come volevi?

Fra le qualità primarie di un giornalista c’è quella di non essere mai completamente soddisfatto. Ma devo essere onesto, proprio mettendo insieme, di seguito tutto quello che ho fatto in questi vent’anni (nello speciale c’era solo l’uno per cento) non posso che sentirmi un privilegiato, davvero ho attraversato la storia.

Sei stato il primo giornalista occidentale ad entrare nella centrale di Chernobyl dopo il disastro. Ricordo che in un primo tempo le autorità russe negavano, ridimensionavano il fenomeno. Il potere spesso combatte la verità. Cosa ne pensi?

E’ la prima cosa che mi hanno raccontato gli abitanti di Chernobyl, anche gli stessi tecnici della centrale. L’allarme è stato dato tre giorni dopo. E non dalle autorità sovietiche, ma da quelle scandinave. Altrimenti nessuno avrebbe saputo di quel disastro, come non si è saputo di altri. E’ da criminali, semplicemente.

Dal 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle di New York e la lotta contro il terrorismo anche il giornalismo è cambiato, i toni sono diventati più amari, se vogliamo più critici, meno paludati. Ci voleva un avvenimento così drammatico per cambiare il giornalismo?

Il giornalismo è lo specchio della società. Se il giornalismo è cambiato, significa che quell’evento ha cambiato la società. Ma credo che in realtà molto dipenda dalla tecnologia: in questi dieci anni gli strumenti hanno fatto passi da gigante.

Nella tua vita hai incontrato grandi personaggi. In assoluto qual è l’incontro più significativo, insolito o divertente?

Ci sono incontri che ti segnano come quelli con Falcone o Lech Walesa. Ci sono quelli che ti aiutano a capire come gli incontri con Graziano Mesina o Enrico Nicoletti della banda della Magliana. Ma io ricordo soprattutto il periodo passato con padre Bossi, il frate rapito nelle Filippine. Una persona fantastica, mi ha insegnato molte cose.

Il giornalismo d’inchiesta in Italia esiste? Quali sono i giornalisti più coraggiosi al giorno d’oggi, mi vengono in mente Toni Capuozzo, Gabriella Simoni, o tragicamente scomparsi come Ilaria Alpi.

Non parlo mai dei colleghi. Ma credo che ce ne siano molti altri, cioè tutti quelli che vanno per posti difficili. Per andare comunque ci vuole coraggio perché i rischi sono alti.

Quale è il reportage al quale sei più legato, di cui sei più fiero, che solo tu avresti potuto fare in quella determinata maniera? 

Credo Farouk. Ho svolto un vero lavoro di investigazione, da cronista mi sono ritrovato addirittura dentro il sequestro. Uno scoop vero, insomma.

Quale è il limite tra informazione e manipolazione?

Se è informazione vera, non c’è spazio per la manipolazione. Se manipoli significa che non informi, ma sei solo il megafono di qualche interesse.

Credi nella verità?

In maniera provocatoria ripeto spesso che la verità assoluta non esiste. Esistono i fatti. I fatti sono indiscutibili, intorno ci possono essere almeno due verità. Cioè le verità di parte.

Hai mai subito pressioni, minacce? La tua libertà di parola è mai stata messa in pericolo?

Una volta a San Giuseppe Jato, in Sicilia. E anche a Quindici, in Campania, durante la frana: avevo gruppi di camorristi dietro le spalle durante i collegamenti. Ma mi sono fatto proteggere dai carabinieri e ho comunque potuto dire quello che dovevo dire.

Di giornalismo si muore. Non sono solo numeri in una statistica, ma sono persone che perdono la vita semplicemente per aver fatto il loro dovere, raggiunti anche sotto casa da killer senza volto come Anna Politkovskaja. Tu hai ammesso che il giornalista non è nato per far l’eroe o il martire. Da dove nasce il coraggio?

I numeri sono importanti perché testimoniano un’autentica strage: ogni anno muoiono almeno cento reporter nel mondo con la sola colpa di raccontare. Certo, il giornalista non è un eroe né vuole diventarlo. Fa semplicemente il suo mestiere. Il coraggio nasce dalla passione. Se c’è un evento niente e nessuno potrà mai fermarmi.

Qualcuno disse: “C’era una volta il Giornalismo con la “g” maiuscola”. Il giornalismo sta davvero morendo? E’ tempo per il pessimismo o c’è ancora margine di lotta?

Non muore il giornalismo, diciamo che si sta trasformando. Casomai sta morendo il ruolo di inviato, si lavora sempre più al desk. Un lavoro più da impiegati della notizia che di testimoni. Alla base c’è l’alibi economico: gli inviati costano troppo. Invece è una maniera per omologare tutto.

Grazie della tua disponibilità. Nel salutarti ti chiedo se attualmente stai scrivendo un nuovo libro? Progetti per il futuro?

Ne ho appena scritti due, “Lettere dal Don” sui dispersi in Russia e “Shabab – la rivolta in Libia vista da vicino”. Ma già penso al prossimo che poi sarebbe il settimo. Titolo provvisorio: “La fine dell’impero”. L’impero naturalmente è quello occidentale.

:: Un’intervista con Andrew Grant a cura di Giulietta Iannone

16 agosto 2011 by

Andrew Grant

Ciao Andrew, racconta ai nostri lettori qualcosa di te.

Ciao Giulia! Beh, sono nato a Birmingham, Inghilterra – la città gemellata con Milano – nel maggio del 1968. La mia famiglia si trasferì nella periferia di Londra quando avevo sei anni, e sono rimasto lì fino a quando sono andato all’ Università di Sheffield. Mentre ero studente ho iniziato ad innamorarmi del teatro, così dopo che mi sono laureato ho creato e gestito una piccola compagnia teatrale con cinque amici. Abbiamo tenuto duro per quasi due anni, ma poi, con bollette da pagare e senza soldi in banca, era tempo per un lavoro “vero”. Così, ho fatto una mossa “temporanea” nel settore delle telecomunicazioni – e mi ci sono voluti quindici anni per fuggire di nuovo! Tuttavia, finalmente ne sono uscito fuori, e il mio primo libro, Even, è nato … Sono sposato con Tasha Alexander, che ha scritto una serie di romanzi storici di suspense, e divido il mio tempo tra Chicago negli Stati Uniti e Sheffield nel Regno Unito.

E’ stato l’inizio del tuo interesse per la scrittura?

Non proprio! Penso che il mio interesse per la scrittura sia iniziato dal mio amore per raccontare storie,  amore che dura da tutta la mia vita. Di solito per tirarmi fuori dai guai. Perché non avevo fatto i miei compiti, perché ero tornato a casa tardi, perché non avevo lasciato il cioccolato, perché tutto era andato orribilmente sbagliato al lavoro …

Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.

Dopo che ho lasciato il mio lavoro ho passato circa dodici mesi a lavorare sul manoscritto di Even. Quando finalmente fu pronto ho iniziato la ricerca di un agente, e la mia più grande fortuna è stata di incontrare la straordinaria Janet Reid di FinePrint Lit a New York che ha predisposto il mio primo contratto con la St Martin ’s Press.

Hai studiato letteratura inglese e teatro. Raccontaci qualcosa della tua tesi.

La mai tesi deriva dai miei due amori gemelli la lettura e la produzione di spettacoli teatrali, diciamo che ho esaminato l’effetto che la scelta di un medium ha sul trattamento del materiale di un autore. In particolare mi sono concentrato su Samuel Beckett, come avrai sentito ci sono alcune analogie molto interessanti e anche alcuni contrasti tra le sue opere teatrali e i romanzi.

Raccontaci qualcosa del tuo romanzo d’esordio.

Il mio romanzo d’esordio comincia con l’eroe – David Trevellyan, un ufficiale inglese della Naval Intelligence – che fa una passeggiata a tarda notte a New York City. Vede una forma familiare che giace in un vicolo – un corpo morto – e subito viene arrestato e incastrato per l’omicidio. Ben presto il caso passa al FBI. I suoi capi a Londra si rifiutano di aiutarlo, così Trevellyan è costretto a prendere in mano la situazione. Mentre lotta per discolparsi e ristabilire il suo nome, è risucchiato in profondità in un complotto internazionale. La ricompensa per il successo è la redenzione – per se stesso e il cadavere nel vicolo. Il prezzo del fallimento è la morte. E la sua motivazione è il credere nella vita e non diventare pazzo, così si ottiene Even.

Che tipo di ricerche hai svolto per il tuo primo libro?

Direi che c’erano tre tipi principali di ricerca: fisica, per trovare i luoghi adatti per le diverse fasi della storia e cercare di catturare l’atmosfera di ciascuna di esse; teorica, per capire esattamente come i vari crimini, come il furto di identità che è presente nel libro, in realtà avvengano davvero; e tecnica, per assicurarmi che tutte le descrizioni delle armi da fuoco e delle auto ecc fossero corrette.

Chi ti ha influenzato?

E’ una lunga lista! Da bambino divoravo le storie di azione e avventura con artisti del calibro di Alistair MacLean e Douglas Reeman. In seguito mi sono interessato alla guerra fredda e alle storie di spie di autori come Len Deighton e John leCarré, passando attraverso i serial killer di Thomas Harris, e più recentemente mi sono avvicinato ad autori come Michael Connelly, Sandra Brown, Thomas Perry, John Sandford, Nelson DeMille, Jeffery Deaver, Dennis Lehane, Vince Flynn, Lisa Gardner, Harlan Coben, Tess Gerritsen, Mark Billingham e Ridley Pearson.

Raccontaci qualcosa del tuo eroe l’ufficiale della marina britannica David Trevellyan. È simile a Jack Ryan di Tom Clancy o James Bond di Ian Fleming?

Probabilmente ha elementi di entrambi, ma Trevellyan è stato talvolta descritto come un “James Bond per il ventunesimo secolo”, così avrei dovuto appoggiarmi un po’ più verso Ian Fleming. In particolare ho voluto creare un personaggio motivato dal suo senso interiore di moralità – la determinazione di fare ciò che crede sia giusto a prescindere da quanto rischi di persona – piuttosto che uno guidato da circostanze esterne.

Quale attore potrebbe essere adatto al ruolo di Trevellyan?

Questa è una domanda molto buona! Mi dispiace non me ne viene in mente nessuno…

Jeffery Deaver ha detto parlando dei tuoi libri ” il noir moderno al suo meglio”. Come ti sei sentito?

Se qualcuno mi avesse detto quando ero seduto a scrivere Even che avrei ricevere tale lode da uno dei maestri del genere non ci avrei mai creduto! E ‘stato un onore inimmaginabile.

Preferisci  in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o il dialogo?

Probabilmente a causa della mia esperienza in teatro, la cosa che preferisco è la scrittura del dialogo.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sono al lavoro sul quarto romanzo di David Trevellyan.

Ti piace Nelson DeMille?

Sì! Ho recentemente letto Cathedral, e come sempre mi è piaciuto.

Hai mai avuto la tentazione di scrivere una sceneggiatura?

Questa è una mia precisa ambizione.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di un editore?

Sarà un cammino lungo e difficile ma non bisogna mollare mai, o cercare di seguire l’ultima tendenza o mania. Racconta la storia che vuoi raccontare a modo tuo, ecco il segreto.

Even uscirà presto in Italia?

Sì! E ‘in corso di traduzione in italiano, ma temo di non avere ancora una data precisa di uscita.

Chi preferisci Robert Ludlum o John Le Carre?

Sono entrambi  brillanti fuori classe , ma molto diversi, quindi ho paura di non potere scegliere tra i due. Spiacente!

Sei il fratello minore di Lee Child. Raccontami qualcosa di divertente su di lui.

Humm. Nell’interesse del buon andamento dell’armonia famigliare, passiamo alla prossima domanda.

Qual è il futuro della spy story?

Penso che, data l’attuale situazione economica e il cupo senso di sfiducia politica, i thriller con eroi che sono pronti a risollevarsi e a non cedere alle figure di autorità – continueranno ad essere popolari.

Che ne dici dell’ editoria elettronica?

Penso che l’e-publishing è un’innovazione fantastica, perché offre agli autori un ulteriore metodo di portare il loro lavoro al pubblico, e offre ai lettori un altro modo di godere dei loro libri preferiti e per scoprirne di nuovi.

Cos’è la “libertà” per te?

Essere in grado di scrivere quello che voglio, dove voglio, quando voglio.

Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Mi piace leggere la posta dei lettori, e il mio indirizzo email è andrew@andrewgrantbooks.com.

Grazie Andrew

Grazie, Giulia!

:: Recensione di Il porcospino in pegaso di Eduardo Olmi

12 agosto 2011 by

Ho sempre un certo pudore a parlare di poesia, devo premettere che credo che esista, sembra banale ma non molti lo pensano sul serio. Leggo molta poesia a dire il vero anche se non amo recensirla, nella mia biblioteca conservo Baudelaire, Neruda, Prevert, Garcia Lorca, Jimenez, Evtushenko, mi piace la poesia romantica inglese, ho un debole per Eliot, Cecil Day Lewis, Dylan Thomas,  i sonetti di Shakespeare, Walt Whitman,  Edgar Lee Master, Robert Frost, Sylvia Plath, la Beat Generation. Amo Ungaretti, Quasimodo, Montale, Saba, il Cantico dei Cantici, la poesia persiana, quella cinese, Nazim Hikmet, Anna Achmatova, il colore e il calore della poesia sudamericana per la quale mi sono intestardita a studiare spagnolo con scarsi e alterni risultati purtroppo. Come dicevo non amo recensirla perché è evanescente, umorale, soggettiva, troppo soggettiva. Cosa scatti in un testo perché lo si possa chiamare poesia è un mistero racchiuso in un enigma che trascende i puri intellettualismi e gli arzigogoli razionali. La poesia quando la si cerca di spiegare si sciupa, si rovina, muore, e poi ci vogliono strumenti anche tecnici delicati, non si può maneggiarla come un meccanico con le mani sporche di grasso, forse qualche vecchio professore di liceo con la barba grigia saprebbe scrivere un buon testo di critica poetica, magari un cultore di greco e di latino con una cultura enciclopedica e un busto di Dante in bronzo tenuto nel salotto dal pavimento lucidato a cera con le pattine di feltro, chiunque altro si troverebbe come un elefante in un negozio di cristalli. Tutto questo per dire che è appunto raro che recensisca poesia, specialmente moderna di giovani autori magari alla loro opera prima. Così quando mi è capitato tra le mani questo libricino Il porcospino in pegaso di Eduardo Olmi, dalla copertina metà bianca e metà blu, Felici Editori, finito di stampare nel mese di maggio del 2010, ho esitato poi mi son detta perché no, leggiamolo. Innanzitutto ho iniziato con la prefazione di Alessandro Scarpellini nella quale ho incontrato parole lucenti come: sogni, desideri, amore, morte, eros, meraviglia, stupore; e mi son detta chissà…. Scarpellini accosta le poesie di Olmi a testi di Jim Morrison o Tom Waits, agli sciamani della Beat Generation, alla poesia italiana ed europea del Novecento, agli esistenzialisti, ai punk un modo senz’altro efficace per destare l’interesse, per promuovere un confronto, delle aspettative. Così ho ripreso il libro dall’inizio e ho letto la dedica: Al vecchio Hank che non ha mai letto questa roba. E di Hank che io sappia ce ne è uno solo: Charles Bukowski, Hank per gli amici. “Chiamatemi’Hank’: Charles era mio padre”. Poi l’ ho contate  sono 52 poesie, 52 frammenti, come quasi tutti i poeti contemporanei, a schema libero, usando strofe senza alcuno schema fisso di versi o di rime, quasi una prosa poetica, versi anarchici, intrisi di una certa rabbia controllata e ipodermica una contestazione metodica del sistema, dei pregiudizi, delle norme consuete. Ci sono anche poesie d’amore, ma sono rare, più che altro la passione è incanalata contro i bar borghesi,  i fast food, la macchina burocratica. Si parla di anarchia, di fiumi d’alcool, di briciole della sua adolescenza, di angoscia, incubi notturni, di Nietzsche, di Brecht, di  Mozart. Si accusa Pier Paolo Pasolini di essere un pessimo poeta, si guardano le foglie d’autunno, si ascolta il rumore del vento. Eduardo Olmi è un giovane poeta, nato a Firenze nel 1984 iscritto alla laurea specialistica in Storia Contemporanea presso l’Università di Firenze. Collabora con giornali universitari autoprodotti e con il gruppo artistico Collettivomensa e l’omonima rivista. Segnalo che Il porcospino in pegaso, è tra i 10 finalisti, per la sezione poesia, del Premio Carver 2011, il contropremio dell’editoria italiana, la cui giuria è coordinata da Andrea Giannasi, un premio in cui vengono premiati i libri migliori, senza guardare il nome dell’autore o  il marchio editoriale a garanzia dell’imparzialità la formazione della giuria 5 tra giornalisti, scrittori, critici ai quali viene proposto di far parte di una giuria segreta, questi non conoscono i nomi degli altri giurati e i loro nomi non verranno mai resi noti. Il Premio Carver è organizzato dalla rivista letteraria Prospektiva e la premiazione avverrà il 25 settembre presso la Cittadella della Musica nell’ambito del festival del libro “Un mare di lettere” che si tiene ogni anno a Civitavecchia. A Eduardo i migliori auguri.   http://www.prospektiva.it/carver.htm

:: Recensione di Nero Oceano di Stefàn Màni a cura di Giulietta Iannone

11 agosto 2011 by

Nero oceanoFuori, il vento soffia forte da occidente, agitando le tende. Le fiammelle delle candele vacillano e sul vetro scuro della finestra si abbattono grosse gocce di pioggia, a ritmo con i baci umidi, i cuori che pulsano all’impazzata e la musica cupa. Le candele mandano un ultimo scoppiettio di cera e si spengono, e un fumo azzurro nuota come un pesce nel buio, per sparire nelle profondità del soffitto.
Nessun bene dura per sempre. Il male invece, è eterno.

Vi presento Stefan Mani. Islandese, ex pescatore, sguardo da duro, pizzetto scuro, bicipiti tatuati, canottiera nera da camionista, cappello da cowboy, un po’ Village people un po’ teppista nordico, tutto direste tranne che scrittore, e invece è l’autore di Nero Oceano Marco Tropea Editore, Collana Fuorionda, pagine 378, traduzione dall’islandese di Alessandro Storti, un noir davvero insolito che sta risollevando la mia estate. Claustrofobico, inquietante, sadico, nerissimo è un romanzo che prende alla gola e ti porta di peso in un universo costretto, asfissiante, narrando un vero e proprio dramma dell’isolamento e descrivendo un mondo tutto al maschile segnato da una lotta in crescendo per la sopravvivenza. Un gioco al massacro in mare aperto per nove uomini accomunati da segreti, a volte proprio crimini, ciascuno con un peso sulla coscienza, ciascuno con un appuntamento con il destino. Settimo dei nove romanzi che ha scritto fino ad oggi Mani, e il primo tradotto in italiano,  Nero Oceano disorienta e affascina soprattutto per le sue atmosfere vagamente horror e per un’ ambiguità di fondo carica di tensione. In breve la trama. Nove marinai islandesi partono dal porto di Grundartangi a bordo di una scalcinata nave cargo destinazione Suriname. Ma il viaggio inizia con un’ombra nera che grava come una maledizione. All’insaputa del capitano l’equipaggio ha deciso infatti, come contromisura per salvarsi dalla decisione dell’armatore di licenziarli tutti alla fine del viaggio, di scioperare, fermando le macchine a metà del viaggio, in una sorta di ammutinamento che dovrebbe garantirgli la sicurezza di un futuro. Quello che non sanno è che li aspetterà la tempesta, i pirati, continui sabotaggi, un clandestino. Solo alcuni arriveranno vivi in Antartide, ma questa terra inospitale non è certo la salvezza. Si salverà qualcuno veramente? Questa è la domanda che si insinua subdolamente nella mente del lettore nei capitoli finali seppure i presentimenti sono neri come il cielo che sovrasta l’oceano. Quasi un omaggio a Lovecraft, anzi l’autore sfacciatamente lo cita (come fonte di ispirazione?) nei ringraziamenti assieme a Sartre forse quello di Huis clos, la stanza senza né finestre né specchi metafora dell’inferno, non a caso il clandestino si chiama Satana.  Vertiginosa discesa in un incubo che lentamente ma inesorabilmente proietta i protagonisti in un abisso di dannazione e morte. Il mare come metafora dell’ignoto, della paura, del mistero, catapulta poi tutto in un nichilistico nulla. In Francia la rivista “Lire” l’ ha eletto miglior noir del 2010 e grazie all’eco di questo successo è arrivato anche da noi. Che dire di più. Leggetelo aspetto i vostri commenti.

:: Segnalazione di Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys – Garzanti

10 agosto 2011 by

Avevano spento anche la luna di Ruta SepetysIspirato a una storia vera, un romanzo unico e sconvolgente, che spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia.

Dal 25 agosto in libreria

«Morirono più di venti milioni di persone. Ma c’è ancora chi nega questa realtà. Ruta Sepetys, figlia di un rifugiato lituano, dimostra che la verità è un’altra.
Commovente. Un romanzo importante, che merita il maggior pubblico possibile.»
«Booklist»

Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando arrivano quegli uomini e la costringono ad abbandonare tutto. E a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell’università, è sulla lista nera, insieme a molti altri scrittori, professori, dottori e alle loro famiglie. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all’arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno.
Ma c’è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. È l’unico modo, se c’è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi. Lina si batte per la propria vita, decisa a non consegnare la sua paura alle guardie, giurando che, se riuscirà a sopravvivere, onererà per mezzo dell’arte e della scrittura la sua famiglia e le migliaia di famiglie sepolte in Siberia.

Ispirato a una storia vera, Avevano spento anche la luna spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia, le deportazioni dai paesi baltici nei gulag staliniani. Venduto in ventotto paesi, appena uscito in America è balzato in testa alle classifiche del «New York Times». Definito all’unanimità da librai, lettori, giornalisti e insegnanti un romanzo importante e potente, racconta una storia unica e sconvolgente, che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso.

RUTA SEPETYS è nata in Michigan, da una famiglia di rifugiati lituani. Non ha mai dimenticato le sue origini e la storia della sua famiglia. Per questo è andata in Lituania, nel tentativo di recuperare la memoria paterna. Per scrivere Avevano spento anche la luna le ricerche sono state impegnative e l’hanno portata a visitare i campi di lavoro in Siberia e a conoscere storici e tantissimi sopravvissuti, che l’hanno aiutata a descrivere i particolari più importanti di quel passato di atrocità.

IL CONTESTO STORICO

La Lituania, la Lettonia e l’Estonia scomparvero dalle mappe geografiche nel 1941 e non riapparvero fino al 1990. Tutti sanno dell’Olocausto subito dalla popolazione ebraica, ma non sono molti coloro che sanno che nello stesso momento si stava verificando un altro Olocausto ai danni di un altro popolo. L’autrice Ruta Sepetys dà voce ai milioni di persone che persero la loro vita durante le purghe etniche di Stalin negli stati baltici. Dopo la prima guerra mondiale, gli stati baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) diventarono indipendenti. Tuttavia nel 1939 Stalin e Hitler firmarono il patto di non aggressione, nel quale si impegnavano a non attaccarsi a vicenda. Il patto includeva anche le aree di controllo reciproche, e Stalin si accaparrò gli stati baltici e una parte della Polonia. I cittadini che erano sulla “lista” degli antisovietici (scrittori, professori, militari, dottori…) venivano catturati e divisi: gli uomini venivano mandati in prigione, le donne e i bambini venivano deportati in Siberia. Nessuno di loro aveva commesso alcun crimine. Non sono molti coloro che sono a conoscenza del fatto che 20 milioni di persone morirono così, durante la dittatura di Stalin.

:: Recensione di Bukowski, i Beat, la Pace e i Giovani – Conversazioni con Fernanda Pivano di Gabriele B Fallica

8 agosto 2011 by

Ho un ricordo personale piuttosto bizzarro legato a Fernanda Pivano, ma rivelatore di quanto Nanda amasse i giovani e fosse restata lei giovane dentro anche se ormai anziana. Potrei raccontarvelo ma preferisco dare importanza al suo impegno contro la guerra e al suo amore per la libertà che emerge da Bukowski, i Beat, la Pace e i Giovani – Conversazioni con Fernanda Pivano del giornalista Gabriele B Fallica. E’ un libricino, 60 pagine a caratteri grandi con copertina in bianco e nero, una produzione underground come sarebbe piaciuta alla Pivano, che raccoglie tre brevi interviste due telefoniche e una concessa nella sua casa milanese il 15 Dicembre 1999. Fernanda parla di tutto a ruota libera, a suo agio, scherza, si indigna, ricorda e lascia trasparire la ragazzina che era rimasta per tutta la vita. Conobbe la letteratura americana grazie a Cesare Pavese, suo professore al Liceo Massimo D’Azeglio di Torino e se ne innamorò così tanto da intraprendere il suo celebre viaggio che cambiò la sua vita. Conobbe i maggiori esponenti della Beat Generation, Kerouac, Ginsberg, Corso, e condivise il loro spirito rivoluzionario, antimilitarista e libertario senza sperimentarne gli eccessi. Ci tiene a ricordare che non andò mai a letto con nessuno di loro, che non fumò marijuana, che dormiva nel suo albergo e li ospitava per lavorare e loro la stimavano e la rispettavano per questo sia come intellettuale che come donna. Si rammarica  di non aver potuto intervistare Fitzgerald, era già morto, si arrabbia con i critici che tacciavano Bukoski di essere un pornografo. Potrei continuare ma preferisco non privarvi del piacere di leggere questo libro e scoprire da voi aneddoti, ricordi riflessioni di un’ intellettuale che ha subito il carcere per le sue idee, che si è opposta per tutta la vita a qualsiasi forma di dittatura, che si commuoveva con le lacrime agli occhi pensando ai giovani che ancora dovevano combattere e conoscere la guerra. Pagò un prezzo alto per questa sua indipendenza di pensiero, fu ostacolata, licenziata dai giornali, criticata dai professori universitari che l’accusavano di dilettantismo, ma non per questo si arrese. Bukowski, i Beat, la Pace e i Giovani – Conversazioni con Fernanda Pivano è una testimonianza, un ritratto di una intellettuale coraggiosa, una serie di interviste che avrei voluto fare io ma purtroppo non ne ho avuto l’occasione. Ormai sono passati due anni dalla sua scomparsa, se ne celebrerà l’anniversario il 18 agosto, e mi sembra giusto che non la si dimentichi. Ci tengo a segnalare che il libro è autoprodotto, e realizzato grazie al contributo della community web  di scrittori underground www.wordsonmud.org. Il libro è acquistabile online http://www.assud.it/fernanda/compra.html

Il sio ufficiale di Fernanda Pivano: http://www.fernandapivano.it

:: Recensione di Scarlett Il bacio del demone di Barbara Baraldi

6 agosto 2011 by

COP_Baraldi_Scarlett-2Barbara Baraldi è senz’ altro una delle giovani scrittrici italiane più versatili e interessanti. Soprannominata dal Corriere della Sera “La regina del gotico italiano” ha due doti piuttosto rare la dolcezza unita alla semplicità che la rendono unica e riconoscibile e nello stesso tempo difficilmente classificabile in un genere o in un cliché. Scrittrice sicuramente italiana, che ama ambientare le sue storie in Italia, nello stesso tempo ha un respiro internazionale che la rende apprezzata anche all’ estero altrimenti non si spiegherebbe il successo che riscuote in paesi come l’Inghilterra, la Germania e gli Stati Uniti di solito diffidenti, al contrario di noi, verso i prodotti stranieri e dopo tanti libri di importazione è bello quando succede il contrario. Con Scarlett uscito l’anno scorso per Mondadori, la Baraldi ha iniziato per la prima volta ad occuparsi di letteratura per ragazzi dando il via ad una trilogia, che unisce elementi tipici del paranormal romance ai più classici dell’urban fantasy, rivolta ad un pubblico young adult prettamente femminile e romantico. Con Scarlett. Il bacio del demone, uscito questa primavera sempre per Mondadori nella collana Shout, continuano le avventure della giovane protagonista, la sedicenne Scarlett, questa volta alle prese con i dilemmi del cuore e in lotta con un demone che uccide nel sonno le sue vittime. Ambientato in Toscana, nella dolce e romantica campagna senese, Scarlett. Il bacio del demone, è un romanzo di impronta classica dove temi universali e importanti come l’amore e l’amicizia fanno da sfondo ad una storia che mette in moto il classico scontro tra bene e male con venature horror/thriller sempre moderate considerato il giovane pubblico a cui il libro è rivolto. Il sovrannaturale è poi un tema congegnale all’autrice che già di per sè sembra una creatura fiabesca e fatata, protetta dalla Luna, amica della notte e di tutte le creature che la popolano.  E il suo modo di scrivere riflette bene questa sua anima gotica e dark, il suo stile poetico e suggestivo cadenzato da una estrema cura nella valorizzazione dei dialoghi e nell’ evoluzione degli stati d’animo dei personaggi. Un hurban fantasy caratterizzato da atmosfere cupe e tenebrose dove al giorno è preferita la notte, al sole la pioggia, forse riflesso del bagaglio da noirista dell’autrice. Scritto bene, con proprietà di linguaggio, attenzione per le sfumature, rigore stilistico, forte del caposaldo che non perché è letteratura per ragazzi sia concessa l’approssimazione e la trascuratezza. Anzi con delicatezza l’autrice padroneggia la materia con estrema attenzione per la sensibilità dei suoi lettori. Si sente che non è un lavoro improvvisato, ma c’è uno studio pregresso, una conoscenza della letteratura young adult. Forse manca di eccessiva originalità, ma gli archetipi del genere sono fissi, l’eroina è sempre destinata nel suo processo di crescita a incontrare l’amore e a lottare contro il male che sia incarnato in un demone o no. Una lettura piacevole  e divertente, l’idea giusta per un regalo adatto per preadolescenti e adolescenti.

:: Un’intervista a Massimo Carlotto a cura di Giulietta Iannone

6 agosto 2011 by

Massimo Carlotto

Benvenuto Massimo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Scrittore, drammaturgo, sceneggiatore. Nato a Padova nel 56, un figlio della Bassa. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Massimo Carlotto? Pregi e difetti.

Domanda alla quale non so sinceramente rispondere. Mi e’ stata fatta diverse volte e ho (Foto di Daniela Zedda) sempre risposto allo stesso modo: passiamo alla successiva.

Nel 1994 decidi di scrivere Il fuggiasco, un romanzo autobiografico sul periodo di latitanza. I fatti. Il processo, la condanna, la fuga, tre anni di latitanza, la cattura da parte della polizia messicana,  la detenzione, la grazia. Oggi dopo tanti anni cosa ti è rimasto di quel periodo, a che conclusioni sei giunto?

Che si tratta di una vicenda figlia di quegli anni e come tale e’ memoria. Dopo Il fuggiasco ho chiuso i ponti con il passato, troppe cose da fare e da scrivere per perdere tempo a guardarmi indietro.

Hai vissuto sulla tua pelle i più deleteri risvolti del sistema giudiziario italiano. Cosa ne pensi del carcere ostativo a vita, dei suicidi di detenuti in carceri sovraffollate, dei poliziotti che picchiano a morte persone come Stefano Cucchi? La giustizia è davvero uguale per tutti?

Ovviamente no e nei miei romanzi ho sempre preso posizioni molto nette a proposito. Ne L’oscura immensità della morte, credo di aver raccontato l’ergastolo e molto altro.

Massimo Carlotto e il noir. “La letteratura ha preso il posto del giornalismo d’inchiesta. Tocca ai romanzi garantire le verità che non si leggono altrove.” Il ruolo sociale del noir è ancora così forte?

Penso di si’ ma penso che si stia creando un nuovo territorio narrativo, di contenuti e non di generi, dove gli autori raccontano le storie negate, nascoste di quest’Italia, certamente una novità in grado di soddisfare un pubblico trasversale.

Quali sono i tuoi maestri letterari? I libri che leggi e rileggi costantemente?

Questa e’ una domanda complessa perché altre volte ho risposto in determinato modo e poi ho citato altri maestri. Io credo che esistano maestri in ogni fase della propria vita. La ricerca del maestro che lascia un segno profondo nella tua esistenza e nella tua scrittura non può mai interrompersi perché il nuovo supera il precedente. In questi giorni sto rileggendo Gadda perché la sua lingua mi meraviglia sempre e il Pasticciaccio e’ il noir più bello che abbia mai letto “prima di iniziare a scrivere”…. Ma dubito che rileggerò in futuro La cognizione del dolore, proprio perché sono alla ricerca continua di nuovi modelli.

Il noir sociale, il noir mediterraneo, il neo polar francese degli anni 70, ci sono tante sfumature di noir, il tuo noir in che categoria rientra, ammesso che le categorie abbiano un senso?

Senza dubbio nel Noir Mediterraneo e cioè in quella formula letteraria che concepisce la narrazione di una storia criminale come scusa per raccontare un luogo, un tempo e una realtà sociale. Ma Alla fine di un giorno noioso chiude un ciclo e dal prossimo romanzo supererò frontiere geografiche e di genere.

Il tuo noir è fortemente radicato nel territorio, rispecchia un preciso periodo storico, parla di gente comune. Quali altri elementi distintive lo caratterizzano?

Un’indagine lunga e approfondita, verificata come nel miglior giornalismo d’inchiesta e usata come base per una trama di un romanzo e non di un’inchiesta travestita.

Padova cuore del nord est italiano, vero e proprio crocevia geografico, così ricco da risentire meno di altre regioni  della crisi economica e sociale ma tuttavia lacerato da profonde contraddizioni e intaccato nel profondo da larghe crepe in cui la criminalità si insinua  senza opposizioni, vuoi con il volto apparentemente rassicurante di imprenditori rampanti e senza scrupoli, di faccendieri vincenti e griffatissimi, di politici intrallazzatori, fino ai semplici delinquenti comuni. Si riuscirà mai a debellare questa cancrena a fermare questo circolo vizioso?  

Esiste una relazione precisa tra aumento della corruzione e radicamento delle culture criminali mafiose. Se riuscissimo a limitare (magari a debellare) la corruzione potremmo davvero sognare un Paese diverso. Il nord est e’ un esempio vincente del sistema Italia. Sta alla società civile ricordarsi di esserlo e cambiare rotta.

Marco Buratti, l’Alligatore, detective privato senza licenza amante del blues e del Calvados, è un personaggio costante nei tuoi romanzi, compare in La verità dell’alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Nessuna cortesia all’uscita, Il corriere colombiano, Il maestro di nodi, Dimmi che non vuoi morire, L’amore del bandito. Come si è evoluto negli anni? E’ invecchiato, è diventato più saggio, più deluso?  

L’ amore del bandito e’ uscito ben 7 anni dopo l’ultimo romanzo dell’Alligatore perché avevo bisogno di maturare la sua trasformazione dovuta al trascorrere del tempo e all’accumularsi delle esperienze. Da tempo credo nella necessità di evitare di continuare a percorrere la strada americana dei personaggi perennemente uguali a se stessi. Marco Buratti beve meno Calvados, forse per questo e’ più malinconico.

Giorgio Pellegrini, da Arrivederci amore ciao, a Alla fine di un giorno noioso una bella parabola discendente, ex terrorista, cinico, violento, sfruttatore, lontano da ogni ideologia,  rispecchia bene la mentalità della nuova criminalità dove ciò che conta è essere vincenti, diventare ricchi e in fretta, corrompendo, usando la politica come punto di appoggio e copertura per i propri traffici illeciti, e se una tangente è accompagnata dal sorriso di una bella escort magari dell’est ancora meglio. Un desolante scenario di corrotti e corruttori. Ma davvero questo è il vero volto dell’Italia?

Purtroppo sì. Giorgio Pellegrini nasce dalla necessità di raccontare una realtà che non abbiamo mai voluto riconoscere fino in fondo. Il cattivo vincente però fa parte del nostro quotidiano. Ormai non si nasconde nemmeno troppo, si e’ convinto di essere un modello.

Massimo Carlotto e il cinema. Da Il fuggiasco nel 2004 è stato tratto un film diretto da Andrea Manni, con Daniele Liotti di cui hai curato la sceneggiatura. Da Arrivederci amore ciao, nel 2005 il film diretto da Michele Soavi. Da Jimmy della collina il film di Enrico Pau. Sei soddisfatto? In che misura cinema e letteratura si nutrono a vicenda? Vedremo mai l’Alligatore sul grande schermo?

I diritti dell’Alligatore sono stati opzionali per un progetto televisivo da una giovane produttrice coraggiosa. Speriamo bene… Per quanta riguarda i film tratti dai miei romanzi sono sempre stato soddisfatto. Non sono un autore geloso della propria visione della storia che ha scritto. Anzi credo che contaminarla con altri punti di vista sia una grande ricchezza.

Massimo Carlotto e il teatro.  Cosa ami e cosa odi del teatro italiano?

Amo il teatro e la scrittura teatrale perché mi permettono di giocare su un piano emozionale unico nel suo genere. Ogni volta e’ una sfida dura ma di grande fascino. Il problema italiano e’ quello di un teatro in grande difficoltà e abbandono, nonostante l’altissima qualita’ e professionalita’. Poi ci sono i soliti carrozzoni ma quelli fanno parte del sistema Italia…

Massimo Carlotto e i premi. Premio Scerbanenco nel 2002 per Il maestro di nodi. Secondo posto al Grand prix de littérature policière in Francia 2003 per Arrivederci amore, ciao Premio Letterario Noir Ecologista Jean Claude Izzo 2009 per Perdas de Fogu. Che effetto ti ha fatto riceverli?

Un grande piacere. Il riconoscimento pubblico del proprio lavoro ti aiuta a continuare con quel pizzico di umilta’, necessaria per continuare a confrontarsi con un pubblico che merita solo rispetto.

Massimo Carlotto e l’amore. Che ruolo hanno le donne nei tuoi libri?

Non lo so, dipende dalle storie. Nei miei romanzi e’ la storia che comanda, i personaggi sono solo strumenti utili a raccontarla. Poi e’ evidente che nello sviluppo del romanzo, il personaggio cresce e ha delle peculiarità che ne accrescono lo spessore. In genere racconto storie di una criminalità dove la figura femminile e’ perdente, mi e’ capitato con Le Irregolari di scrivere di donne straordinarie. Anche nel prossimo romanzo ci sara’ una donna molto “intensa”…

Nel panorama italiano c’è qualche giovane da tenere d’occhio, qualche esordiente di cui sentiremo presto parlare?

Assolutamente si’. Sto curando una collana, SABOT/AGE, delle edizioni E/O che debutterà il prossimo 24 agosto con due romanzi di due esordienti, Matteo Strukul e Carlo Mazza che col pulp e il poliziesco classico raccontano due storie, molto ben scritte, ambientate nella mafia cinese e negli scandali della sanità.

L’intervista è finita. Nel salutarti, ringraziandoti della tua disponibilità, permettimi un ultima domanda. Progetti per il futuro?

Un romanzo a cui tengo molto, completamente ambientato all’estero. Uscirà a marzo…

:: Un’intervista a Franck Thilliez a cura di Giulietta Iannone

5 agosto 2011 by

Franck Thilliez

Grazie Monsieur Thilliez di avere accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Se ti fa piacere parlaci un po’ di te. Chi è Franck Thilliez? Vorrei conoscere i tuoi punti di forza e di debolezza.

Ho una buona trentina d’anni. Sono ingegnere informatico. Ho lavorato in azienda per una decina d’anni e ho smesso definitivamente da 5. Abito a le Pas de Calais. Oggi vivo di scrittura e ho scritto 9 romanzi tutti thrillers. Punti di forza, diciamo che amo il lavoro ben fatto e bisogna che questo si senta nei miei romanzi. La mia più grande debolezza: troppo lavoro, forse?

Sei originario della regione di Nord Pas de Calais. Sei nato nel 1973 ad Annecy. Parlaci della tua infanzia e delle tue radici.

Sono nato lontano dal centro della letteratura, i miei nonni erano operai e minatori. Sono cresciuto al Nord dove vivevano i miei genitori. Oggi vi abito ancora perchè ci sono le mie radici, i miei amici, e le persone qui sono estremamente accoglienti e aperte agli altri.

Come hai scoperto la passione per la scrittura e per il polar?

Ho iniziato a scrivere all’inizio del 2000 e quindi molto recentemente. La scrittura mi ha sicuramente appassionato per un bisogno di far tornare tutte quelle immagini di film di genere che avevo accomulato durante l’adolescenza. Verso i 27-28 anni si sono iniziati a formare nella mia testa delle sceneggiature cone dei personaggi, una trama. Mi sono detto: ” Ecco questa storia costituirebbe un film interessante, un film che a me piacerebbe”. Sono entrato nella vita professionale qualche anno più tardi, lavoravo come informatico, ma quello che volevo davvero era raccontare delle storie. allora mi sono detto: queste storie le posso scrivere nel mio tempo libero. Mi sono seduto davanti al mio computer e ho iniziato. Le mie storie contengono sempre una parte scientifica o medica, semplicemnete perchè adoro la scienza, amo i documentari e mi piace insegnare delle cose ai miei lettori, cerco di costruire storie che arricchiscano!

Quali sono le principali qualità richieste ad uno scrittore di romanzi?

Bisogna avere prima di tutto qualcosa da raccontare. La cosa più importante è la storia. Deve essere appassionante e partire da un’idea forte. Personalmente io impiego a volte parecchi mesi prima di trovare queste famose idee. Dopo durante la stesura ci vuole molto accanimento e rigore. Il genere thriller è un genere che non perdona: i lettori sono esigenti e si aspettano che un thriller sia perfetto dall’inizio alla fine! Altra qualità importante: pensare costantementea tuoi lettori, mettersi al loro posto, e tentare di sentire ciò che proveranno durante la lettura di questo o quel capitolo.

Nel 2004 hai pubblicato il tuo primo romanzo Train d’enfer pour Ange rouge, nominato al Premio SNCF del polar francese. Come è stato accolto prima dagli editori e inseguito dalla stampa?

Il solo fatto di sapere che il proprio libro è stato selezionato per un premio, quale che sia, è emozionante; ci si dice: Wow, faccio parte di quelle persone! Il mio romanzo gareggiava con i più grandi. Train d’enfer era tra i primi dieci polar nominati al premio SNCF ( poi La stanza dei morti ha avuto il premio l’anno seguente!) e ciò mi aveva incoraggiato mostrandomi che ero capace di scrivere storie che piacessero! Un autore debuttante vende in generale pochi libri: come fa a sapere se ciò che ha scritto piace? Se la gente l’ha apprezzato? Figurare nella selezione dei premi da buone indicazioni. Ricevere un premio non cambia la vita, ma rimane un momento forte, indimenticabile e soprattutto si è spinti a fare sempre meglio.

Il successo avuto con La stanza dei morti ti ha permesso di smettere il tuo lavoro di informatico a sollac Dunkerque per dedicarti completamente al tuo lavoro di scrittore. Parlaci di questa esperienza.

Ho scritto La memoire fantôme, il mio quarto romanzo, e tutti i libri precedenti avendo un’attività stipendiata. Scrivevo dunque la sera, durante il week-end, qualche volta durante la pausa del mezzogiorno, sul mio portatile, quando avevo un po’ di tempo! Ma questo diventava insopportabile… Scrivere la sera dopo una giornata di lavoro poi partire per il fine settimana per i saloni e le presentazioni, era veramente faticoso. Così mi sono deciso a prendere un anno di congedo, per l’adattamento cinematografico di La stanza dei morti. L’anno è passato bene, i miei libri vendevano bene, e dunque non ho più ripreso la mia attività professionale, per dedicarmi a tempo pieno alla scrittura.

In Italia sono stati pubblicati La stanza dei morti, Foresta nera, La macchina del peccato, con la Nord Editore.Come vorresti presentare questi libri ad un lettore che non li conoscesse?

Scrivo dei thriller che come indica il nome sono destinati a provocare dei brividi. Sono storie molto cupe che ruotano intorno a temi come il male, la malattia mentale. Non c’è mai violenza gratuita, e tutto si spiega. Le storie sono sempre dotate da numerose ricerche scientifiche, cercando di rispecchiare il funzionamento della polizia francese. Alterno spesso dei passaggi cupi con dei tratti di vita molto realistici e toccanti.

A settembre sarà pubblicato in Italia L’osservatore con l’editore Nord. Verrai in Italia per presentare il libro?

Si, verrò a Milano, intorno al 27 settembre!

Ci puoi parlare del romanzo?

Mentre scrivevo il mio romanzo precedente Fractures, facevo delle ricerche sulla storia della psichiatria e sono capitato su un fatto sociale che è accaduto negli anni ’40 in Canada. L’ho trovato talmente doloroso e incredibile che mi sono detto: un giorno ci scriverò una storia. In parallelo a questo fatto, ho condotto delle ricerche sul cervello e l’impatto delle immagini sullo spirito umano. Questo romanzo è dunque un miscuglio di scienza, di fatti sociali e di intrighi polizieschi che condurrà il lettore all’origine della violenza. E’ da notare che la maggior parte delle informazioni fornite nel mio romanzo sono veritiere, ciò che rende la storia ancora più emozionante e quando ci si dice: ” Tutto ciò è successo davvero”.

Quali sono gli autori contemporanei che hanno maggiormente influenzato il tuo lavoro?

Già da molto giovane ero attratto dalle storie ad enigmi ( è la mia parte scientifica che si manifestava). Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes, era un autore che mi piaceva moto. Amavo anche molto Gaston Leroux, Maurice Leblanc, che erano degli autori brillanti della stessa epoca. Poi c’è stato il periodo Stephen King, nell’adolescenza, che per me resta il maestro assoluto. Ha la capacità di di lasciare delle immagini molto precise vent’anni dopo aver letto i suoi romanzi. Più recentemente leggo molto gli autori francesi, penso che il monopolio del romanzo poliziesco e thriller non è più solo anglosassone o nordico. Per l’Italia ho molto apprezzato il romanzo di Donato Carrisi Il suggeritore.
Al cinema adoro tutti i film di genere noir ( film horror, di serie B, thrillers,…) Nella categoria thrillers, citerei Seven, Il silenzio degli innocenti, e ultimamnete l’adattamento cinematografico di Shutter Island, di cui il romanzo resta uno dei miei punti di riferimento.

Descrivici una tua giornata dedicata alla scrittura.

Scrivo tutti i giorni dalle 8 alle 17. Una delle parti più importanti per me e certamente la più angosciante è la ricerca delle idee per il prossimo romanzo. E’ una fase che può durare due mesi e che è molto spirituale. In questo stadio le domande che mi attraversano la testa sono numerose: Quale sarà il tema del romanzo? I personaggi, il luogo, l’intrigo? Sarà un’ inchiesta poliziesca? etc, etc. Durante questo periodo leggo molto, cerco su Internet senza uno scopo preciso, quardo i reportage, le informazioni. diciamo che divento una spugna che assorbe tutto ciò che può contenere! Il 99.9% delle idee che mi attraversano la testa le escludo, ( sono troppo semplici, già viste ) poi arriva questa piccola percentuale dove si ha l’impressione di avere una pista interessante. Allora mi metto a battere questa pista e se dura più di una quindicina di giorni si tratta dell’idea buona.  In seguito giunge la fase di elaborazione dell’intrigo che dura 3 o 4 mesi. Per me questo avviene nel medesimo tempo. La docuemntazione porta degli elementi alla mia storia e gli elementi della mia storia richiedono nuova docuemntazione! Una volta che avendo messo in scena tutto ciò, diciamo in 6 mesi, il romanzo è pronto, non resta altro che scriverlo! Inizio la redazione senza più fermarmi. So perfettamente dove vado, mi viene di aver ancora bisogno di documentazione per dei passaggi, allora lo faccio contemporaneamente. Dunque mi servano pressapoco 4 lunghi mesi per scrivere e altri due mesi sono consacrati alle correzioni e al lavoro di cesello, consistente nel proporre al lettore una storia esemplare senza mbiguità. bisogna che tutte le porte aperte si chiudano alla perfezione. Cosa che non è la più facile in un thriller complesso!

La stanza dei morti è stato adattato al cienema nel 2007 da Alfred Lot. Foresta nera è stato adattato da Julien Leclercq. Sei soddisfatto di questi adattamenti cinematografici? Ci sono attualmente nuovi progetti cimnematografici tratti dai tuoi polar?

Solo La stanza dei morti è stata adattata per il cinema. Il progetto per Foresta nera è ancora in corso di lavorazione. Il film non sarà disponibile subito. Per La Chambre non ho partecipato alla scrittura della sceneggiatura, ma sono stato sempre vicino all’equipe di produzione. Insieme ci siamo recati nei luoghi del romanzo, mi hanno chiesto come vedevo il film, mi hanno fatto leggere le diverse stesure della sceneggiatura e sono stati sempre molto rispettosi della mia posizione di autore. Ho la fortuna di amare molto il film! L’ho trovato fedele al mio universo, vicino alla storia che avevo creato malgrado gli adattamenti necessari per il cinema. In breve è stata un’ esperienza molto positiva., dove ho imparato molto sul modo in cui gli scritti possono essere trasformati in immagini.
L’osservatore interessa ad alcuni produttori, ma i negoziati sono ancora molto lunghi!

Parlaci della tua relazione con i lettori. Come possono entrare in contatto cone te?

Sono sempre molto vicino ai mei lettori è per loro che scrivo le mie storie! Ogni volta che esce un mio romanzo, vado in libreria, nelle biblioteche per poter discutere con loro. Sono presente su Internet, possono trovarmi principalmente su Facebook.

Per concludere vorrei esprimerti la mia riconoscenza per la tua disponibilità. Potresti fare qualche anticipazione sui tuoi progetti?

Non c’è di che! Per i prossimi progetti  in Francia sta per uscire un” huis clos” dove tre persone si ritrovano chiuse in fondo ad un abisso e devono sopravvivere. Adesso sto scrivendo una nuova avventura con Lucie Henebelle e Franck Sharko, i protagonisti de L’ osservatore!

Sito dell’autore: http://www.franckthilliez.com/

:: Calliphora la nuova collana di Edizioni della sera dedicata al thriller italiano

3 agosto 2011 by

edizseraCalliphora, la sfida per il thriller italiano

Ad ottobre Edizioni della Sera inaugura la nuova collana di narrativa gialla con "Rock. I delitti dell’uomo nero" di Danilo Arona.

Curatore della collana sarà Enzo Carcello, caporedattore del sito corpifreddi.blogspot.com, che metterà tutta la sua competenza da esperto di romanzi di genere per la selezione editoriale. Verranno valutati romanzi noir, psycho thriller, romanzi hard boiled rigorosamente italiani. Se avete un manoscritto nel cassetto è la volta buona di tentare! Per informazioni contatate Mr Body Cold Carcello, e dite che vi mando io! Ecco il prezioso recapito:

Proposte editoriali: thriller@edizionidellasera.com