
Grazie Monsieur Topin di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Parlaci di te. Disegnatore pubblicitario, disegnatore di fumetti, scrittore di polar, sceneggiatore per la televisione francese. Chi è Tito Topin? Punti di forza e di debolezza.
Un breve riassunto: Sono nato nel 1932 a Casablanca, questo farà di me ben presto un ottantenne. Ho vissuto a San Paolo del Brasile. Mi sono trasferito a Parigi nel 1966. Illustratore e grafico ho partecipato a diverse campagne pubblicitarie, ho disegnato fumetti, cartelloni pubblicitari di film prima che mi trasferissi nel 1978 vicino a Vasison-la-Romaine. Ho pubblicato il mio primo libro nel 1982 all’età di 50 anni, ho scritto la prima sceneggiatura nel 1984, ho creato la serie Navarro nel 1989 e costituito la mia casa di produzione (Serial Producteurs) nel 1997. Dopo aver fatto di Navarro una serie storica, ben 108 episodi, l’ho interrotta nel 2005 in seguito a un disaccordo con TF1. Dopo ho scritto dei romanzi che pubblico con Fayard, Rivages, Denoel.
Sei nato a Casablanca in Marocco il 23 febbraio del 1932. Parlaci della tua infanzia, delle tue radici. Quando sei arrivato in Francia?
Ho spesso descritto la mia infanzia o meglio la mia adolescenza nei miei libri, nei miei racconti, per mezzo di personaggi immaginari ma tuttavia di carne e di sangue. Non è che mi piaccia parlare di me ma la città dove sono nato, non esiste più, il paese che era stato il mio è diventato un altro, mi è sembrato necessario ricostruirlo nello stesso modo che farebbe un cineasta per conservarlo intatto nel tempo. Quanto alle radici, non ci credo, è una furberia. Detesto la nomea non controllata di “français de souche”. Ho sempre preferito il nomade al sedentario, il ramo alla radice. Mia nonna è nata in Sicilia a Alia, mio nonno in Corsica, io in Marocco, i miei figli in Brasile. Mi sono trasferito in Francia a 34 anni a Parigi in un primo tempo, in Provenza in seguito.
Negli anni 70 hai fatto sia il disegnatore pubblicitario che il disegnatore di fumetti. Queste esperienze hanno poi influito sulla tua carriera artistica successiva?
Al mio ritorno dal servizio militare nel 1954 ho creato la mia prima agenzia pubblicitaria a Casablanca, Publicasso. In seguito ho lavorato in Brasile come libero professionista poi ho creato una società Catalox specializzata in cataloghi pubblicitari. Ho imparato il mio mestiere sul campo ma la pubblicità, essendo una padrona infedele, mi ha lasciato quando ho compiuto i miei 50 anni. Anche io le ero stato infedele. I miei fumetti ( I miei due album “La langouste ne passera pas” e Voyage au centre de la c… ulture” apparsi nel 1969) saranno ristampati in ottobre di quest’anno 42 anni dopo! Poi ho fatto poster di films, illustrazioni, e anche cortometraggi di animazione. Tutto ciò può sembrare confuso ma c’è una certa coerenza in tutto ciò che mi ha portato poco per volta alla scrittura. In un fumetto raccontavo una storia in una serie di casi rappresentati dalle azioni ellittiche. Tra i casi c’è uno spazio bianco che è quello dl lettore, se lo spazio bianco è troppo stretto non riesce a far lavorare l’immaginazione e se è troppo grande si perde, si annoia. Bisogna trovare lo spazio giusto. E’ lo stesso per un film.
Come è nato il tuo amore per la scrittura e per il polar in particolare?
Sono arrivato alla scrittura per pura necessità. Scrivere è molto più difficile e più lungo che disegnare una bottiglia di Coca Cola ma molti non volevano più i miei disegni allora ho preso una macchina da scrivere e un mese dopo avevo un romanzo. L’ ho invito a cinque editori. Gallimard ha risposto per primo. Perché un polar? Bella domanda. Ho letto molto, io leggo sempre molto, e quando non si è fatto degli studi, io non ho un diploma, si è impediti nella scrittura. Come dirsi scrittori dopo Balzac, Dumas, Moravia, Hemingway? Il polar è un genere più recente e soprattutto più abbordabile perché ce ne erano già di così mediocri che avevo una piccola possibilità di fare meglio.
Nel 1982 hai pubblicato il tuo primo romanzo, “Brelan de Nippons” al quale sono seguite sei inchieste con protagonista il commissario marocchino Emile Gonzales. Ci puoi parlare di questa serie? Verrà tradotta anche in Italia?
Il mio primo romanzo è stato Graffiti Rock, e ha per protagonista un poliziotto di nome Emilio Gonzales che si trova in tutti i miei romanzi della serie nera di Gallimard, salvo uno. Ci sono in Gonzales tutti gli ingredienti che dopo faranno il successo di Navarro alla tv. La sua famiglia, la sua umanità, la sua vicinanza. In Graffiti Rock ha una cinquantina d’anni ma nel mio romanzo 55 de fiere ha vent’anni è sta entrando in polizia come semplice poliziotto.
Nel 1989 hai dato vita ad una delle delle più amate serie della tv quella del commissario Navarro, interpretato da Roger Hanin. Navarro è stato anche protagonista letterario di storie come “Le système Navarro” e “Sur un air de Navarro”. Da dove nasce questo personaggio ce ne puoi parlare?
Dopo l’uscita di 55 de fiere nel 1983, che ha avuto un buon successo, un produttore mi ha telefonato per dirmi che lo ha letto e che pensa che io potrei scrivere una sceneggiatura. Ne scrivo una due tre quattro e un altro produttore mi chiama e mi domanda: “ Tu non avresti un’ idea per un personaggio di un poliziotto per una serie?” Ho scritto la bibbia di Navarro in meno di quindici giorni con una decina di sinossi per dare un’idea delle storie che si potevano raccontare. C’era in quel momento a Parigi, come nel resto dell’Europa, un vento di cambiamento. Gli stranieri arrivavano da ogni luogo , una nuova delinquenza si installava e cambiavano le regole della criminalità. Ho voluto un poliziotto che venisse da fuori, straniero lui stesso. E’ per questo che si chiama Navarro, che è nato in Algeria, perché uno straniero è più adatto a capire questo nuovo paesaggio urbano di un “ francese de souche”. (Vi ho detto che detesto questa espressione). TF1 ha accettato subito e ha ordinato al produttore una prima serie di 13 episodi, alla fine sono diventati 108 di 90 minuti ciascuno. La Metro Golwin Mayer con me solo. Qualche volta lavoravo con altri sceneggiatori ma facevo sempre l’adattamento e i dialoghi in modo da preservare la coerenza della serie
In Italia sono stati pubblicati Fotofinish, Ore contate, e Delitti sulla Senna. Come presenteresti questi libri ad un lettore che non li avesse mai letti?
Non so come il lettore italiano ha accolto i miei libri nel vostro paese. Fotofinish è stato pubblicato da E/O mentre gli altri due sono stati pubblicati da Giunti. Sarei felice se avessero ottenuto un piccolo successo. Mi hanno permesso di essere invitato a Festival di qualità a Torre Pelice, a Coumayeur, a Cagliari, e mi hanno permesso di bere bene, di mangiare bene, di vedere delle ragazze carine, penso che sia già un successo enorme.
Il commissario Bentch, il cui vero nome è Jacques Benchimoun, è di origine marocchina come te, quanto vi somigliate in realtà?
Il commissario Jacques Benchimoun, detto Bentch è nato in Francia da genitori originari dell’Algeria, della città di Orano. Non mi somiglia neanche un po’ anche se lo considero come un fratello. E’ ebreo, io non lo sono, è poliziotto, io no, ha una famiglia infrequentabile, io amo la mia, si innamora facilmente… bene, li ci si somiglia molto ma lui ha il privilegio di essere più giovane di me quindi ha un maggior successo.
La prima indagine del commissario Bentch risale al 2006 e si intitolata “Bentch et Cie” e le sue avventure sono perseguite anche in “Cool, Bentch!”. Hai scelto Parigi come scenario di questa serie, quanto la sua società multietnica si riflette nei tuoi libri?
Ho scelto Parigi come sfondo per le inchieste di Bentch per una sola ragione. Non si vede più Parigi al cinema. Tornarci costa molto caro. Bisogna pagare una tassa di autorizzazione, chiudere le strade alla circolazione, mobilizzare i poliziotti, pagare le comparse, pagare i monumenti pubblici. Se tu hai la Tour Eiffel sullo sfondo, bisogna domandare l’autorizzazione alle riprese alla società che gestisce la sua immagine, etc… Di colpo mi sono pagato il lusso di prendere Parigi come decor, di avere i Bateaux-Mouche, le strade, una folla di gente, le fucilate, tutto per un soldo. E’ formidabile scrivere un romanzo rispetto ad una sceneggiatura. In una sceneggiatura tu metti una vettura e questo cosata caro, in un romanzo tu metti anche un elicottero e ne posso mettere quanti ne voglio e non costa nulla.
Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?
Tornerò in Italia ogni volta che me lo si chiederà per il Chianti, il vino bianco di Morges, i carciofi, le penne all’arrabbiata, Sofia Loren e Valeria Golino.
Quale sarà il tuo prossimo romanzo edito in Italia?
Non lo so. Resta ancora da tradurre il terzo Bentch ma tutto dipenderà dal successo dei primi due , io penso.
Quali autori contemporanei hai letto e quali ti hanno maggiormente influenzato?
Leggo volentieri e sono molto eclettico. I romanzieri americani contemporanei che amo si contano sulle dita di una mano, fanno tutti parte di una stessa scuola di scrittura. I romanzieri francesi, quelli che ingombrano i media, sono disperatamente borghesi. Amo la letteratura spagnola, portoghese e italiana naturalmente, come tutti immagino, Niccolò Ammaniti, Antonio Tabucchi, Sciascia, Laura Grimaldi, Macchiavelli, Massimo Carlotto, invece Camilleri mi annoia.
Parlaci di una tua giornata dedicata alla scrittura.
Scrivo senza alcuna regola, come vivo. Mi sveglio ad orari differenti a seconda di che ora sono andato a dormire, di quanto alcol ho bevuto, e lavoro quasi tutta la giornata con le interruzioni causate da una vita di coppia, da relazioni di amicizia o professionali, come mangiare, fare la spesa, guardare una cosa in televisione, o ansare a bere un bicchiere di rosato sotto i platani della piazza della mia città. Ecco la differenza tra romanzo e sceneggiatura. Se ho tre mesi di ritardo per la fine di un romanzo, non muore nessuno, se ho tre mesi di ritardo per una sceneggiatura c’è in produttore che sfora il bilancio, un centinaio di tipi che verranno licenziati, un attore che si suicida, il debito pubblico del paese che aumenta.
Ci sono attualmente progetti cinematografici tratti dai tuoi romanzi polizieschi?
No. Non ho mai avuto dei romanzi adattati per il cinema o la tv. I miei romanzi sono troppo cari, hanno troppi personaggi, troppa azione, E Spielberg non ha ancora letto uno solo dei miei libri.
Parlaci del tuo rapporto con i lettori. Come possono mettersi in contatto con te?
Leggo i commenti dei miei lettori ben inteso. Mi incontrano ai Festival e soprattutto grazie agli attuali mezzi di comunicazione tramite il mio sito, il mio blog, e Facebook.
Infine ringraziandoti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere qualcosa dei tuoi progetti. Attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo del commissario Bentch?
No, non scrivo su Bentch. Per il momento ho scritto una trilogia su questo personaggio ma non lo ho abbandonato, semplicemente mi domanda di pazientare al bistrot dell’angolo, lo troverò più tardi. Sto terminando un polar, è un road-movie in Libia. L’avventura di alcune persone che per motivi differenti tentano di fuggire dagli avvenimenti attuali e di oltrepassare la frontiera tunisina. Mio Dio, cosa mi è preso di scrivere una storia così !


Maddie Dawson
Benvenuto Alessandro su Liberidiscrivere. Iniziamo subito con le presentazioni. Ti chiami Alessandro Manzetti, classe 1968, romano, scrittore e web editor freelance. Sei il curatore di un sito bellissimo, vera chicca per gli amanti dell’ horror, del noir, del weird che si chiama Il posto nero. Parlaci un po’ di te descriviti anche fisicamente ai nostri lettori, non tralasciando studi, background, pregi e difetti.
Secondo romanzo dell’avvocato e scrittore svedese Lars Rambe, già autore del promettente Incubo bianco, Il mosaico di ghiaccio, pubblicato in Italia dalla casa editrice Newton Compton e tradotto da Mattias Cocco, ci riporta a Strängnäs, pittoresca ed amena cittadina svedese che esiste veramente come Rambe ama sottolineare, nella vita di Fredrik Gransjö reporter d’assalto specializzato in cronaca nera e politica locale del Strängnäs Dagblad. Direte voi l’estate è una stagione tranquilla, il tempo ideale per intrattenere turisti e indigeni con un simpatico Festival del jazz, capace di radunare i migliori musicisti di mezzo mondo. Strängnäs non potrebbe essere più idilliaca e ben frequentata di così e invece tutto sembra andare storto. Prima l’evasione di Szalas, poi i Corpi speciali sparsi nei quattro angoli della zona per cercarlo e poi attacchi ai furgoni portavalori, rapine in banca e chi più ne ha più ne metta. Decisamente un’ estate movimentata. Il mosaico di ghiaccio più che un classico thriller nordico tutto neve, fiordi e critica sociale è più che altro un’ insolita gangster story in cui il protagonista quasi sbiadisce e i riflettori vengono puntanti quasi unicamente sui “cattivi”, sui loro conflitti famigliari, sulle loro donne, sui loro piani criminosi, sul modo in cui la faranno più o meno franca alla faccia della solerte polizia svedese. Con un occhio di riguardo ai gangster movie americani degli anni Trenta Rambe ci presenta Marcin Szalas criminale di professione polacco evaso dal carcere di Bondhagen e Jimmy Phil ladruncolo con il sogno di diventare pilota professionista di rally impegnati a fare il colpo della vita non ostante il Klan, organizzazione criminale di Eskilstuna, che a quanto pare decide vita , morte e miracoli di tutti i piccoli delinquenti della zona. A indagare sui crimini del nutrito gruppo di delinquenti Fredrik Gransjö fresco padre di Hampus alle prese con notti insonni, rigurgiti di neonato e pannolini e Emilia Gibbons tirocinante per il periodo estivo dello Strängnäs Dagblad. Diciamo che Rambe ha avuto coraggio, ha cercato di cambiare le regole classiche del genere cercando di portare una ventata di novità e forse si può dire che la sua scommessa sia in un certo senso riuscita. L’ambientazione di provincia ha un suo indubbio fascino e adempie egregiamente da sfondo per una storia forse un tantino troppo complessa ma giocata sui toni dell’ironia e del rifiuto dell’ovvio. Diciamo subito una cosa chi scrive, non ostante la saturazione raggiunta dal cosiddetto “giallo nordico”, e in effetti più che una moda sta assumendo anche caratteristiche grottesche, si pubblica di tutto basta che provenga dal freddo nord, apprezza il genere, trova interessanti autori anche da noi meno conosciuti come Gunnar Staalesen o Kjell Ola Dahl, per cui forse non faccio testo, ma tuttavia apprezzo chi cerca di cambiare le regole del già detto e si ingegna a intraprendere nuove strade. Rambe è uno di quelli.
L’ombra del destino è un romanzo maledetto, concepito come un’autentica bomba a orologeria. Fatto per esploderti tra le mani, sul più bello, mentre la lettura ti avvolge e non ti accorgi che il prossimo turning-point sarà la riduzione in macerie delle viscere stesse della tua civiltà e di tanti suoi convincimenti. La sensazione che sanno comunicare libri come questo è assolutamente paralizzante, come il pantano che ci sta coprendo. Solo che con la lettura almeno te ne accorgi.
Roma 52 a.C. Vigilia della guerra civile tra Cesare e Pompeo. In un fredda sera di gennaio l’ex tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro discendente dell’artefice della Via Appia, viene barbaramente ucciso in un agguato proprio in quella strada. Tito Annio Milone suo avversario sostenitore degli aristocratici, pare il responsabile e subito viene accusato dell’omicidio mentre i seguaci di Clodio decisi a spaventare i seguaci di Milone portano il cadavere di Clodio in Senato e lo danno alle fiamme causando un incendio che si estende anche ad altri importanti monumenti confinanti. Di diverso avviso è Gordiano il Cercatore, amico di Cicerone, il quale sospetta che le cose non siano andate in maniera così semplice. Così, su incarico della moglie di Clodio e di Pompeo Magno, che la folla vorrebbe come successore di Clodio, si mette ad investigare poco prima che il processo a Milone abbia inizio, contro il volere di Cicerone stesso, deciso a chiudere il processo al più presto. Cercando, cercando Gordiano si avvicina ad una verità del tutto diversa da quella nota. Col figlio Eco e con il suo schiavo, Gordiano deciso a scoprire la verità a qualsiasi costo, ritrova infatti il luogo dell’agguato e interroga i testimoni che videro e sentirono ciò che successe e quello che emerge dalle sue indagini avrà una portata così sconvolgente da mettere in forse il futuro stesso della Repubblica. Omicidio sulla via Appia ( Murder in the Appian Way, 1996) è il 5° romanzo dopo Sangue su Roma, Lo schiavo di Roma, L’enigma di Catilina, e Delitto sul Palatino, edito in Italia da Edizioni Nord e tradotto da Fabrizia Villari Gerli, della serie che lo scrittore texano Steven Saylor, ha dedicato all’antica Roma, denominata Roma sub-rosa, e che vede protagonista Gordiano il Cercatore, intraprendente investigatore ante litteram sulle tracce dei più oscuri misteri che hanno sconvolto l’antichità. La caratteristica principale dei mystery storici di Saylor è la incredibile capacità di immedesimarsi in un periodo storico così remoto facendo propri usi, costumi e modi di pensare. Basandosi infatti su documenti autentici, l’autore ha ricostruito una Roma credibile e molto accurata il cui rigore storico ha impressionato favorevolmente numerosi autorevoli studiosi del periodo e gli ha permesso di tenere conferenze nelle più prestigiose università americane. Avendo letto il bellissimo Sangue su Roma ho potuto ritrovare in questo lavoro lo stesso stile raffinato e colorito. Gordiano è sicuramente un protagonista simpatico e intelligente, dotato della tenacia e dell’intuito del buon investigatore, che conserva la propria indipendenza e la propria forza morale in un mondo avvelenato dagli intrighi e dalle congiure, ma anche gli altri personaggi sono ben delineati pure i personaggi minori che costituiscono un affresco corale dell’epoca. La prosa chiara ed elegante rende la narrazione avvincente senza annoiare il lettore pure nelle numerose digressioni storiche, accompagnate da un linguaggio accurato e sempre attento al lessico corretto e in questo molto è dovuto all’ abilità del traduttore. Forse la trama è leggermente più smorzata dei libri precedenti a favore dei personaggi, ma più che un difetto penso segua una precisa volontà dell’autore deciso a ricreare un periodo storico tramite le voci di coloro che ci vissero. L’indagine, sempre attenta a seguire la logica concatenazione dei fatti, passa quasi in secondo piano rispetto alla incisività dei personaggi anche se rimane il filo conduttore principale della narrazione caratterizzata da scoperte, e intuizioni fino al colpo di scena finale che giunge inatteso e drammatico nella più pura tradizione del giallo investigativo.

























