L’universo dei libri è infinito e multicolore. Al mondo vi si trovano libri di ogni genere, nazionalità, forma, lingua e contenuto. Ci sono esemplari la cui lettura implica profonde riflessioni, libri per i quali ci vogliono minuti e minuti per leggere e capire una singola pagina. Libri che ti fanno cambiare opinione. Libri che sono pietre miliari della letteratura mondiale.
E ci sono libri che definirei “leggeri”. Attenzione: leggeri, non frivoli. Leggeri perché lo stile è fluido e la storia procede liscia senza intoppi fino alla fine. Sono quei libri che si leggono tutto d’un fiato in un paio d’ore. Forse non ti cambiano la vita, non ti aprono la mente a una nuova e inattesa visione del mondo, ma ti fanno semplicemente compagnia.
Eddy il santo di Jakob Arjouni è uno di loro.
Eddy è un musicista berlinese che sbarca il lunario esibendosi in un duo col suo amico Arkadi. Ma i soldi guadagnati con la musica spesso non bastano ad arrivare a fine mese, così Eddy è “costretto” ad arrotondare truffando i passanti.
La sua vita procede così tra un’esibizione e un furtarello finché scontrandosi con un uomo quest’ultimo inciampa, cade, sbatte la testa e muore. Il tutto potrebbe essere liquidato come un semplice incidente: basta andare dalla polizia e spiegare la faccenda. Ma non è così semplice: l’uomo in questione è Horst König, ricco e potente imprenditore rientrato a Berlino per chiudere e vendere ai cinesi un’importantissima fabbrica cittadina, creando così migliaia di disoccupati. Si tratta forse dell’uomo più odiato di Berlino! Nessuno crederà mai che la sua morte sia stata accidentale! Eddy quindi decide di occultare il cadavere e sperare che la verità non venga mai a galla. Ma il corpo viene presto scoperto e l’ignoto omicida viene acclamato come un eroe, un santo dai berlinesi. La morte di König è quasi un sollievo per la città. Ma non per la famiglia e, soprattutto, non per la figlia Romy, che Eddy cerca in tutti i modi di conoscere. Ma conoscere la figlia della sua vittima avrà per Eddy conseguenze inaspettate..Mi fermo qui, non vorrei rovinarvi il piacere della lettura!
Eddy il santo è quindi un libro godibilissimo, leggero, che strappa più di un sorriso durante la lettura. Insomma, l’ideale per passare un paio d’ore seduti in poltrona durante un pomeriggio di relax!
:: Recensione di Eddy il santo di Jakob Arjouni (Marcos Y Marcos, 2012) a cura di Michela Bortoletto
15 novembre 2012:: Recensione di Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo, Lilli Gruber, (Rizzoli, 2012) a cura di Viviana Filippini
15 novembre 2012
Caspita sembrerebbe un romanzo d’avventura visto attraverso gli occhi femminili, ma a dire il vero quella raccontata da Lilli Gruber in Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo, edito da Rizzoli, è pura verità. Alla nota giornalista conduttrice di Otto e mezzo lo stimolo per questo nuovo libro è arrivato dal diario della bisnonna Rosa e da quel novembre del 1918 che cambiò per sempre la vita della sua bisavola e del suo pacifico focolare socio-domestico. Cosa accadde? Venne redatto il Trattato di pace che stabiliva la fine dell’Impero Austroungarico e sanciva il passaggio del Sudtirolo all’Italia. Un evento che magari per molte persone non avrà importanza, ma che sicuramente cambiò per sempre la vita delle popolazioni altoatesine. Il libro della Gruber è una ricostruzione accurata delle vicende riguardanti la propria famiglia di origine a cavallo tra l’Ottocento e i primi 40 anni del Novecento. Eredità è un voce del presente – quella della Gruber- che guida il lettore indietro nel tempo alla scoperta delle voci di un tempo – in questo caso rappresentate dagli scritti di Rosa – e del suo passato famigliare e storico, attraverso le parole messe su carta e i gesti compiute dai membri della famiglia Tiefenthaler-Rizzolli. Il tutto è un piacevole pellegrinaggio tra il presente e il passato nel quale si alternano le varie personalità che caratterizzano l’albero genealogico della Gruber. Tante piccole foglie diverse e simili tra loro, tutte accomunate dalla grande intraprendenza e voglia di libertà che influenzerà sempre ognuna delle scelte da loro compiute. Ci sono due voci che aleggiano in modo costante durante la narrazione – quella di Rosa e della bisnipote Lilli- e che ci portano alla conoscenza di una casata e della società dove essa visse. Poi, durante il periodo del regime fascista emerge la giovane e irrequieta Hella, la coraggiosa figlia minore di Rosa e Jakob, che travolta dalla passione per l’ideologia di Hitler ne subirà le conseguenze, affrontando con coraggio la condanna al confino in uno sperduto paesino del Sud Italia. Eredità di Lilli – all’anagrafe Dietlinde – Gruber è un libro ben scritto, molto accurato nella ricerca storico- dinastica, che intrattiene con il lettore una piacevole relazione letteraria. Chi leggerà l’ultimo lavoro della donna e giornalista Gruber imparerà attraverso il dono del ricordo, l’importanza dei legami affettivi e delle vicende esistenziali che hanno contraddistinto la vita focolare domestico Tiefenthaler-Rizzolli tra l’Impero e l’avvento del Nazionalsocialismo. Non solo, perché Eredità ci guida alla scoperta delle vicende di un intera collettività di frontiera – quella altoatesina molto più legata alla cultura tedesca- dalla fine della prima guerra mondiale, passando per l’ imposta italianizzazione di questi territori, arrivando a quella speranza di un cambiamento, individuata da qualcuno nel regime nazista. Arrivati alla fine di Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo ci si accorge di aver scoperto una tessera in più dell’esistenza di Lilli Gruber e del suo mondo personale e poi, grazie alla figura di Rosa, c’è la presa di coscienza dei tormenti di una donna e di una comunità radicata nella terra di confine e la conoscenza di una parte della storia d’Italia, purtroppo, non a tutti nota.
Lilli Gruber,nata a Bolzano, è giornalista e scrittrice. È stata prima donna a presentare un telegiornale in prima serata e dal 1988 ha seguito come inviata per la RAI tutti i principali avvenimenti internazionali. Dal 2004 al 2008 è stata parlamentare europea. Dal settembre del 2008 conduce la trasmissione di approfondimento Otto e mezzo su La7. Gli ultimi bestseller pubblicati con Rizzoli sono Chador (2005), America anno zero (2006), Figlie dell’Islam (2007), Streghe (2008), tutti disponibili anche in Bur, e Ritorno a Berlino (2009).
:: Recensione di Il giorno della locusta di Nathanael West (Mattioli 1885, 2012) a cura di Giulietta Iannone
14 novembre 2012Lasciò la strada e salì lungo la spina dorsale della collina per guardare dall’altra parte. Da lì potè vedere una decina di ettari di campo di loglio, macchiati da ciuffi di girasoli e gomma naturale. Nel centro del campo c’era un gigantesco mucchio di fondali e oggetti di scena. Mentre li osservava, un camion che trasportava dieci tonnellate venne ad aggiungere altro carico. Era la discarica finale. Pensò al Mar dei Sargassi di Janvier. Proprio come quell’immaginario complesso d’acqua rappresentava la storia di una civiltà sotto forma di deposito di rottami marini, quel posto lo era in forma di discarica di sogni. Un Mar dei Sargassi della fantasia! E la discarica cresceva continuamente, perché non c’era sogno che galleggiasse da qualche parte che prima o poi non sarebbe finito lì, dopo essere stato reso fotogenico con gesso, tela, listelli e vernice. Molte navi affondano e non raggiungono mai i Sargassi, ma nessun sogno scompare mai del tutto. Da qualche parte turba uno sfortunato e un giorno, quando la persona in questione sarà stata sufficientemente travagliata, ecco che il sogno sarà riprodotto nello studio.
Il giorno della locusta (The Day of the Locust, 1939), quarto e ultimo romanzo dello scrittore e sceneggiatore americano Nathanael West, – dopo La vita in sogno di Balso Snell, Signorina Cuorinfranti, e Un milione tondo tondo -, è forse la più lucida e feroce satira che sia mai stata scritta sullo scintillante e vuoto mondo del cinema della Hollywood degli anni Trenta, (che stigmatizza con il lapidario: Mangiavano cibo di cartone di fronte ad una cascata di cellophane) descritto come una vera e propria discarica emozionale e popolato da falliti di ogni risma, nutriti da falsi e corrotti valori morali, assetati di fama e felicità e destinati invece a vedere i propri sogni infranti dallo spietato meccanismo che regola quel mondo che essi stessi hanno contribuito a creare.
Tradotto da Nicola Manuppelli per la collana Originals, delle edizioni Mattioli 1885, dopo la precedente traduzione di Carlo Fruttero per Einaudi e la successiva di Marina Morpurgo per et al. – ma se avete occasione cercatelo anche in versione originale – e impreziosito dalla riproduzione della copertina originale del 39, Il giorno della locusta è un romanzo che non attrae, ne spinge a provare empatia per i vari personaggi che lo animano, anzi volontariamente crea un’algida barriera di sconcerto e repulsione che, solo se superata, permette di comprenderlo e apprezzarlo.
Non lasciatevi ingannare dalla raffinata ed elegante ricchezza espositiva, Il giorno della locusta è un romanzo permeato di violenza e di crudeltà: immaginata, (la scena in cui Tod fantastica di stuprare Faye, interrotto dal cameriere, spoglia il personaggio di ogni eroicità e pietà); rappresentata metaforicamente; mostrata nella realtà.
La tensione puramente sessuale è un altro filo conduttore incanalato nel personaggio di Faye, donna bellissima ma senza alcuna qualità morale, vivificata solo dall’ambizione di diventare attrice, e disponibile con tutti tranne che, immotivatamente, con il protagonista al quale si nega con un semplice: non ti amo.
Ambientato durante la Grande Depressione, in una Hollywood fatiscente e degradata, (molto lontana dall’immaginario comune fatto di lustrini, luci della ribalta, dive platinate, feste senza fine, ville milionarie quint’essenza simbolo del sogno americano), Il giorno della locusta narra le gesta ben poco eroiche di alcuni personaggi appartenenti al sottobosco che gravita intorno al mondo dorato del cinema degli anni d’oro.
Troviamo Tod Hackett, artista di un certo talento che sogna di diventare un pittore di successo e si accontenta di lavorare come costumista e scenografo nelle retrovie di una grande casa di produzione, alter ego dell’autore e voce critica di quel mondo che, seppure disprezza inarrestabilmente, lo affascina e lo attrae.
Poi c’è Harry Greener, l’anziano attore d’avanspettacolo gravemente malato e prossimo alla morte, che si arrabatta vendendo a porta a porta lucido per l’argenteria, sicuramente il personaggio più tragico del già doloroso affresco westiano e sua figlia Faye, una bellezza biondo platino che sogna di diventare una diva, totalmente priva di talento e di moralità, capace delle crudeltà più sgradevoli e ripugnanti, la cui sostanziale innocenza rasenta la stupidità e la cui unica dote è attrarre gli uomini e manipolarli per il suo interesse.
Infine, tra i personaggi maggiori, svetta per patetica intensità drammatica Homer Simpson, un provinciale del Middle West, sessualmente represso, un uomo che con Hollywood non ha nessun legame, è infatti in California per riposarsi, per riprendersi da un traumatico avvenimento che l’ha scosso nel profondo mentre faceva il contabile d’albergo a Wayneville nello Iowa e il cui unico vero errore, che lo porterà alla follia e alla distruzione, sarà innamorarsi di Faye.
A corollario una folla di personaggi minori: il nano Abe Kusich, la signora Jenning, attrice a fine carriera reciclatasi come tenutaria di bordello, il messicano Miguel, allevatore di galli da combattimento (la scena del combattimento nel garage è di un tale macabro sadismo da risultare raccapricciante almeno quanto la corrida ne Il serpente piumato di Lawrence), il cowboy Earle Shoop, simile a tante oscure comparse che popolano i film western del periodo, la signora Loomis, madre dell’aspirante divo bambino Adore che sarà protagonista e vittima nella maestosa scena finale della rivolta davanti al Persian Palace Theatre.
Il giorno della locusta è un libro complesso, e seppure breve, molti temi sono trattati, altri solo sfiorati o sottintesi. C’ un mondo travolto dalla povertà che la Grande Depressione ha portato in America, molti vanno in California a morire, un mondo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza, che West profeticamente solo intuisce, si manifesterà in tutto il suo potere distruttivo.
Il messaggio è chiaro: il sogno americano è una sordida menzogna per addomesticare le folle e Hollywood è il simulacro imbiancato di questo tragico inganno.
Bellissimo.
Nathanael West (1903-1940) Svolse in vita diverse attività, dal vicedirettore d’albergo allo sceneggiatore per la Columbia Pictures. Morì, semisconosciuto, a causa di un incidente d’auto e vide la propria fama incrementarsi sempre più a partire dagli anni ’50, quando venne riscoperto come uno degli autori più dotati della propria generazione. La sua opera è considerata profetica e il suo stile precursore di molti linguaggi moderni, come quello dei fumetti. È autore di quattro romanzi, fra cui La vita in sogno di Baiso Snell e Signorina Cuorinfranti.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mattioli1885.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Un’ intervista a Ray Banks
13 novembre 2012
Ciao Ray. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere.
Grazie per avermi invitato. C’è un buon profumo qui.
Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ray Banks ? Punti di forza e di debolezza.
Ray Banks è un famoso narratore, un playboy internazionale, e il secondo classificato nella stagione 2012 del America’s Next Top Model. E’ anche un bugiardo e un alcolizzato. Punti di forza sono le belle sopracciglia e l’amore incondizionato per il pesto. Punti di debolezza includono l’impossibilità di far funzionare con successo le tapparelle delle finestre. Inoltre, non ci so fare molto con i bambini.
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
La mia infanzia è durata circa 12 anni, tutto sommato. Il mio background è vago per non dire altro, e i miei studi praticamente inesistenti . Sono un uomo davvero molto stupido.
Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Cosa ti ha fatto iniziare a scrivere crime fiction?
Ho sempre voluto raccontare storie, anche se devo ammettere che il mio primo amore sono stati i film. Sono arrivato ai romanzi dopo aver capito che avevo bisogno di soldi e amici per fare film e che i romanzi li potevo scrivere da solo in una stanza buia. La crime fiction è stata una scelta ovvia – aveva la struttura di un genere adatto al realismo contemporaneo della letteratura sociale.
Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?
Un bravo scrittore ha qualcosa da dire sul mondo, e ha sia il dono della brevità che dello spirito. Un buono scrittore è anche profondamente empatico. Per il resto, penso che sia tutta una questione di gusti personali.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?
Ho debuttato con The Big Blind, che è stato riscritto e ripubblicato lo scorso anno con il titolo Dead Money. Mi era stato rifiutato alcune volte, con motivazioni a volte davvero sciocche. Alla fine ne pubblicai un estratto sul sito Noir Originals di Allan Guthrie. Infine Guthrie venne pubblicato e mi ha portato con sé. Da allora, ci sono stati dei rifiuti di tanto in tanto, ma sono stato piuttosto fortunato a riguardo.
Parlaci del tuo processo di scrittura?
Inizio con una scaletta, un paragrafo per capitolo, in modo che da poter vedere la struttura generale del tutto e delineare così l’intera storia nella mia testa. Dopo procedo ad una prima stesura piuttosto rozza. Poi ritorno alla scaletta e vedo quello che funziona e cosa invece devo modificare, se necessario. Poi un’ altra stesura. Poi di nuovo uso la scaletta. Ripeto tutto ciò fino a quando il libro sia finito. Richiede normalmente circa tre o quattro stesure, quindi è pronto perché mia moglie lo legga. Dopo aver apportato le modifiche che mi consiglia lei, normalmente il libro è pronto per uscire.
Fissi una tabella di marcia?
Ci provo. Se ho qualcosa in gestazione, allora lavoro ogni notte e faccio due turni durante il fine settimana fino a che il libro non sia finito. Allora prendo un giorno o due di riposo e vado dritto al libro successivo.
Ora parliamo del tuo romanzo Wolf Tickets, uscito in Italia per Revolver con il titolo I lupi. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Originariamente è nato per divertimento con Ken Bruen (che in origine ha scritto il primo capitolo con Farrell), ma a causa dei nostri impegni concomitanti non progredì molto oltre il primo paio di capitoli. Con la sua benedizione, l’ho finito da solo, ma erano solo 50,00 parole: troppo corto, e poi era troppo violento e aveva un linguaggio troppo volgare per la maggior parte degli editori, così l’ho messo da parte finché non ho sentito che il magazine Needle stava cercando qualcosa da pubblicare a puntate. Così lo spezzettai per loro e presto arrivò Blasted Heath che si interessò al libro. Infine è riuscito ad arrivare nelle mani di Matteo Strukul e lui è andato via di testa dall’entusiasmo.
Puoi riassumerci in breve la trama senza rivelare il finale?
Quando la sua ex-fidanzata Nora lo deruba portandogli via della coca, dei soldi e la giacca di pelle che lo fa sembrare come Franco Nero, Farrell si unisce al vecchio amico e compagno d’armi Cobb per cercarla. La violenza è il risultato.
Qual è stata la parte più laboriosa durante il processo di scrittura?
Probabilmente la terza riscrittura – l’ho scritto, poi riscritto di nuovo per la serie di Needle, e poi riscritto la terza volta per la pubblicazione con Blasted Heath. Ognuna di queste riscritture ha richiesto revisioni approfondite, così per uscì ero nauseato dalla vista del sangue.
Puoi raccontarci qualcosa dei tuoi protagonisti, Jimmy Cobb e Sean Farrell?
Jimmy Cobb è un alcolizzato, ex cocainomane che ama leggere, rubare nei negozi e bruciare le cose. Sean Farrell è un ex contrabbandiere di benzina e un farabutto a tutto tondo che è appena stato scottato dalla sua ex salutista e mangiatrice di verdura.
E per quanto riguarda l’antagonista, Frank O’Brien?
Frank è uno di quegli uomini oscuri e violenti del folkrore dei gangster irlandesi, un professionista che vuole rimettersi in gioco, usando i soldi di Farrell.
Usi il senso dell’umorismo?
Ci provo. Penso sia essenziale.
Qual è il suo ruolo nel libro?
Senza l’umorismo penso che sarebbe troppo sgradevole da leggere. I personaggi non sono esattamente persone con le quali vorresti trascorrere del tempo. Ma se sono divertenti, è più facile che il lettore provi empatia.
Quale è la scena che preferisci in I lupi?
Oh, non lo so. Mi piace la scena nella quale il ristorante viene devastato. E ‘stata divertente da scrivere. Ho anche un debole per la scena della tortura, – penso sia venuta bene. Ma soprattutto le battuute qui e la.
Presto usciranno in Italia, i tuoi libri?
Il primo libro di Cal Innes è stato pubblicato in Italia da Del Vecchio Editore con il titolo Nato di Sabato e credo che tutti i miei e-book siano disponibili in Italia, ma in inglese. A parte questo sono aperto alle offerte.
Ci sono scrittori contemporanei che ami?
Oh, sì, molti – Christa Faust, Allan Guthrie, Charlie Williams, Duane Swierczynski, Johnny Shaw, Helen Fitzgerald, Doug Johnstone, Megan Abbott, Stuart MacBride, Scott Phillips, Stona Fitch, James Ellroy, Sara Gran, Frank Bill, Daniel Woodrell, William McIlvanney, Tom Piccirilli, Martyn Waites, John Rector, James Sallis, Victor Gischler, Anthony Neil Smith, Sean Doolittle, Ken Bruen, Don Winslow, Laura Lippman… La lista potrebbe continuare all’infinito. E sebbene non sia stato pubblicato in inglese per molto tempo, io sono un grande fan di Massimo Carlotto – Death’s Dark Abyss [L’oscura immensità della morte] e The Goodbye Kiss [Arrivederci amore, ciao] sono entrambi superbi.
Descrivici una tua tipica giornata di lavoro.
La mia tipica giornata di lavoro è al lavoro – Sono uno dei tanti scrittori che devono mantenere un lavoro di giorno per arrivare alla fien del mese. Per il resto, è davvero noioso – ti svegli, scrivi, mangi, scrivi, mangi di nuovo , scrivi, vai a dormire e via dicendo. Mi piacerebbe che fosse più romantico, ma per me la scrittura è sempre stata un’equazione molto semplice culo + sedia + battere a macchina = successo.
Consideri il tuo stile cinematografico? I film in generale, o un film in particolare – hanno influenzato il tuo stile o la sostanza del tuo lavoro?
Non so se i miei libri siano particolarmente cinematografici, ma mentirei se dicessi che il cinema non mi abbia influenzato. Qui nel Regno Unito, il lavoro di registi come Mike Leigh, Alan Clarke, Ken Loach e – più recentemente – di Michael Winterbottom, Ben Wheatley e Shane Meadows mi ha influenzato tantissimo sia in termini di tono che per l’ambientazione. Poi sono un appassionato di cinema, quindi suppongo che tutto quello che vedo in un modo o nell’altro mi influenzi.
Dimmi qualcosa del tuo uso della linguaggio. E’ importante l’uso dello slang nella caratterizzazione tuoi protagonisti?
E’ importante nel senso che rafforza la voce di un personaggio, e credo che per i racconti in prima persona, la voce sia incredibilmente importante. Io penso che tu debba sentirti come se qualcuno ti stesse raccontando una storia, e quel qualcuno ha un proprio registro linguistico. Con I lupi i due personaggi hanno ognuno il suo piano (a volte in conflitto), il che spero renda il romanzo più interessante. Uso molto la nararzione in prima persona, soprattutto perché è un facile modo di stare fuori dall’azione. Purtroppo la gente tende ad identificarmi con i miei personaggi, il che significa che mi vedono come una specie di goffo ubriacone psicopatico. Quello che è peggio è che quando mi incontrano di persona normalmente ne hanno conferma.
Ti piace fare tour promozionali?
Li odio, a meno che non siano in un luogo in cui non ci sia mai stato prima. Allora possono essere divertenti.
Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
Se qualcosa di divertente è accaduto, non me lo ricordo. Ero troppo impegnato ad essere scontroso.
Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?
Sì, l’ho promesso a Matteo. Non sono mai stato in Italia, e quindi dovrebbe essere uno sballo.
Leggi le recensioni dei tuoi libri?
Lo facevo, talvolta lo faccio ancora , se sono scritte da persone della cui opinione mi fido. In caso contrario, non ne vedo il motivo. Il libro è finito. Non ho intenzione di cambiarlo, giusto?
Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, (wagneriano) Cornell Woolrich, (pietrificato) David Goodis (cupo), James Crumley (aspro), Jim Thompson, (freudiano) Charles Willeford, (assurdo) Ross Mc Donald, (domestico) Dashiell Hammett, (essenziale) Tony Black( fragrante).
Dammi la tua definizione di “Tartan noir”. Chi sono i maggiori esponenti di questa scuola?
Il “Tartan noir” non può essere definito, perché è senza significato. E ‘un termine di Marketing creato da Ian Rankin e lanciato da James Ellroy. La maggior parte degli scrittori inclusi non sono scrittori di Noir, e raggruppare gli scrittori per nazionalità è un modo sicuro per andare solo in cerca di guai, quindi tendo a non usarlo.
Quali sono i maggiori problemi che affliggono gli scrittori oggi giorno?
Gli stessi problemi che hanno sempre avuto – trovare un pubblico abbastanza grande per guadagnarsi da vivere. Per fortuna, gli scrittori oggi hanno più opportunità di far arrivare il loro lavoro in mano al lettore, così cerco di rimanere ottimista.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Poche cose – sto lavorando su A People’s History of the United States di Howard Zinn e Big Maria di Johnny Shaw mi sta facendo l’occhiolino dalla cima della pila di libri da leggere. Poi ci sono anche un paio di libri di Charles Williams che hanno bisogno della mia attenzione.
E’ importante vincere premi letterari? Aiuta a vendere?
Non credo che i premi letterari siano molto importanti almeno per la maggior parte. In alcuni rari casi possono aiutare a vendere – so che il Man Booker Prize nel Regno Unito aiuta enormemente – altrimenti è solo la conferma del gusto critico. Mi riservo il diritto di cambiare idea se mai ne vincessi uno, comunque.
Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?
Penso che il mio rapporto con i lettori sia OK – tendono ad essere persone, divertenti, intelligenti e attente all’ igiene personale. E’ facile trovarmi on-line – Sono su Twitter e ho un sito web – e non mordo troppo forte se non vengo provocato. Non penso di aver incontrato molti dei miei lettori di persona. Essi non tendono ad andare alle convention e nemmeno io.
Infine, per concludere ringraziandoti di aver risposto davvero a tutte le mie domande, mi piacerebbe chiederti se stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?
Oh, sì. Ho appena finito la stesura definitiva di Inside Straight, che è il seguito di Dead Money e ho in programma di scrivere nel 2013 altri due libri, tra cui il seguito de I lupi. Infine, come ogni altro romanziere del mondo, sto lavorando (ed è un lavoro senza fine) ad una manciata di sceneggiature.
[Traduzione revisionata da Marco Piva Dittrich]
Il suo blog: http://www.thesaturdayboy.com/
Recensione di I lupi: qui
Ray Banks è nato a Kirkcaldy, Scozia, e vive a Newcastle. Autore di sette romanzi, due novelle e decine di racconti, è tradotto in quattro lingue. Ha lavorato come vetraio, croupier e cantante ai matrimoni prima di raggiungere il successo come autore. Nel 2012 ha vinto lo Spinetingler Award.
:: Il signore delle crociate. È nato un guerriero, Jack Hight, (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini
10 novembre 2012
E va bene, forse appena cominciata la lettura de Il signore delle crociate. È nato un guerriero le peripezie vissute da John di Tatewic nella Damasco del 1148 potrebbero farci pensare: «Ecco qui un altro libro che racconta le antiche guerre con protagonisti i crociati!» Questa però è solo una prima impressione, perché entrando sempre più nel libro di Jack Hight ci si accorge che lo scrittore americano racconta sì le famose Crociate, ma lo fa da un punto di vista nuovo, narrando gli eventi attraverso gli occhi dei mussulmani. Inoltre, Hight focalizza l’attenzione nel piccolo mondo domestico e di guerra di chi affrontò da vicino i soldati venuti dall’Europa: il Saladino. Nelle pagine de Il signore delle crociate viene narrata la gioventù di quel ragazzino mingherlino e apparentemente fragile, che sarà conosciuto ai posteri come uno dei maggiori strateghi di tutti i tempi, ma che all’anagrafe si chiamava Yusuf. Yusuf e John, un mussulmano e un cristiano, un adolescente in crescita e un giovane soldato in cerca di redenzione. Un padrone e uno schiavo che diventeranno amici e alleati in battaglia, dimostrando come grazie al dialogo e alla conoscenza reciproca è possibile superare i pregiudizi e le barriere tra culture diverse. Il crociato John ho un ruolo molto importante in tutta la vicenda esposta, poiché è proprio grazie al suo agire che noi lettori siamo condotti alla conoscenza di Yusuf e di quel percorso evolutivo che lo investirà, facendolo diventare un uomo saggio e molto colto. Nel libro di Hight sfilano tanti personaggi storicamente esistiti, le battaglie raccontate sono realmente avvenute e lo scrittore – come spiega nella nota di chiusura – ha riportato in forma romanzata questa storia dopo un lungo processo di ricerca. Il signore delle crociate è un mix perfetto tra realtà a finzione dal quale prende vita un romanzo storico avvincente, dove non solo il lettore conoscerà la storia antica di Damasco e delle terre circostanti, ma scoprirà usi, costumi e abitudini che successivamente saranno adottate dagli europei (la consuetudine di lavarsi o la conoscenza della medicina ne sono un esempio). L’esordio narrativo di Hight è interessante, perché rielaborando la Storia con la fantasia – nei dialoghi o attraverso alcuni personaggi presenti- si percepisce una profonda attenzione e rispetto nei confronti del vero e questo permette a chi legge di conoscere in modo piacevole un’epoca passata e le grandi battaglie che l’hanno determinata. Il signore delle crociate è un romanzo d’avventura dove non c’è una semplice successione di date, ma ci sono intrighi politici, ripicche tra consanguinei, tresche amorose, tradimenti e sotterfugi di ogni genere che rendono la narrazione avvincente e appassionate. Il raccontare le crociate dal punto di vista delle popolazioni arabe ci permette di entrare nel loro cosmo esistenziale conoscendolo dal punto di vista politico, militare e domestico. In questo percorso di svelamento si scopre come la fede, il rispetto e l’onore siano i principi fondamentali che i protagonisti cercano di seguire nonostante i sentimenti del cuore, spesso, rendano difficile questo compito. Tra tutti i valori messi in gioco nel Il signore delle crociate, quello che assume maggiore evidenza è l’amicizia che riesce a legare persone (Yusuf e John) appartenenti a due mondi e due culture completamente diverse tra loro. Il signore delle crociate è una biografia romanzata di vita del Saladino, ma allo stesso tempo è un pellegrinaggio nel tempo alla scoperta di eventi (le crociate) e di una civiltà (quelle araba mussulmana) e del modo in cui essa visse le crociate. È un libro che consiglio per apprendere un po’ di storia lontana da noi e perché il rapporto di amicizia tra Yusuf e John è molto importante e utile per imparare a superare i pregiudizi verso l’altro e a conoscere il “diverso” da noi.
Jack Hight , laureato ad Harvard, ha conseguito un dottorato in Storia all’università di Chicago. Ha già pubblicato il romanzo Costantinopoli 1453. L’assedio (Rizzoli). Attualmente vive a Washington D.C., dove sta ultimando il terzo volume della trilogia dedicata al Saladino. Sul sito www.jackhight.com oltre alle informazioni sulle sue attività di scrittore a tempo pieno troverete curiosità e interessi letterari e filmici dell’autore americano.
:: Segnalazione – Sabato 17 novembre a Como Mercatini dei Libri Usati a cura di Michela Bortoletto
9 novembre 2012
Come ho già avuto modo di scrivere qualche settimana fa in una mia recensione, adoro le bancarelle dei libri usati!
Oggi ho il compito e piacere di presentarvi un’ottima iniziativa organizzata dal Gruppo Cultura Animale di Como,un’associazione no profit che si occupa di educazione e sensibilizzazione ambientale, diffusione di una corretta cultura animale, riconoscimento dei diritti degli animali.
Essendo senza scopo di lucro, Gruppo Cultura Animale, come tante altre associazioni, deve cercare sempre modi efficienti per racimolare qualche euro per poter agire poi sul territorio per i valori in cui crede.
Da questa esigenza nasce l’idea di organizzare un mercatino dei libri usati donati al Gruppo da soci e simpatizzanti.
Sabato 17 novembre, dalle 10 alle 18, a Como in via Anzani 27 E si ripeterà il Sabato del libro usato dove centinaia di libri saranno messi in vendita (con un offerta minima di 1 euro a libro) per raccogliere fondi per quest’associazione.
In più c’è la possibilità di portare un proprio libro (uno a testa!) e scambiarlo gratuitamente con uno dei libri messi in vendita.
Per chi è di Como e dintorni è un appuntamento da non perdere! Le bancarelle dei libri usati riservano sempre delle piccole scoperte per noi lettori appassionati. Io non vedo l’ora di andarci e voi? E poi, ricordate, è per una giusta causa!
Ps: se volete qualche informazione in più sul gruppo potete andare sulla loro pagina di face book
:: Recensione di Niceville di Carsten Stroud (Longanesi, 2012)
9 novembre 2012
Siamo a Niceville, sonnolenta cittadina del profondo Sud degli Stati Uniti fondata nel 1764: prati ben curati, ville signorili, viali di querce, case e negozi dai mattoni rossi, il cimitero confederato e nelle vicinanze colline nebbiose, e un fiume, il Tulip River, che scorre ai piedi della parete rocciosa del Tullalah’s Wall in cima alla quale tra una fitta selva di alberi secolari e nel cuore dell’antica foresta, c’è un ampia dolina circolare, colma d’acqua nera, il Crater Sink. Un laghetto misterioso, nel quale si diceva che tutto quello che entrava non ne uscisse, un luogo in cui già le leggende indiane narravano che ci abitasse il Male.
La vicenda inizia con la sparizione di un ragazzino di dieci anni, Rainey Teague, figlio adottivo di una ricca coppia di Niceville, personaggio che riserva un piccolo colpo di scena e il cui ruolo fondamentale si svilupperà sicuramente nei capitoli successivi. A seguire il caso il detective Nick Kavanaugh, ex combattente delle forze speciali, ora detective del CID la Criminal Investigation Division della contea di Belfair e Cullen. Le tracce portano all’ultimo avvistamento del ragazzino, impresse nel video di sorveglianza di Uncle Moochie’s, un negozio di pegni. Prima c’è e un fotogramma dopo è scomparso, dissolto nel nulla. Proprio mentre fissava a bocca aperta, ritraendosi forse spaventato, un vecchio specchio esposto in vetrina.
Le bizzarrie proseguono quando il ragazzino viene ritrovato vivo in una cripta. Fatti che ci anticipano, anche se per ora non spiegati, che il soprannaturale circola libero a Niceville. La sparizione di Rainey Teague comunque non è un fatto isolato. Da molti anni la gente scompare ed è tutta in un modo o nell’altro legata alle quattro famiglie dei fondatori della città: gli Haggard, i Cotton, i Teague e i Walker.
Un anno dopo infatti Delia Cotton e il suo giardiniere scompaiono nel nulla lasciando tracce inquietanti che fanno immediatamente pensare che sia stato commesso un crimine. Nick Kavanaugh chiamato ad indagare anche su questo caso si ritrova a vagare per la villa di Delia Cotton infestata di strane presenze che un po’ mi hanno fatto pensare a Solaris. Questo è almeno il filone principale della storia a cui si intrecciano altre storie minori, sempre in un certo senso connesse col mistero di Niceville: una rapina in banca commessa da un poliziotto, un ex poliziotto e un ex galeotto, con esiti imprevisti, i tentativi di un losco personaggio Tony Block di rovinare la vita a un po’ di persone per poi finire lui stesso vittima di un complicato ricatto. La gente a Niceville diventa cattiva, o almeno più cattiva e questo sembra collegato alla indefinita presenza che giace sul fondo del Crater Sink.
Non vi spiego quale è l’origine delle sparizioni, in un capitolo il padre di Kate, moglie di Nick Kavanaugh, ne da una abbozzata descrizione, ma vi posso dire che ci sono fantasmi, non morti, specchi che riflettono presenze diaboliche, vendette da consumare, faide famigliari, gatti con sopra il sangue di persone morte da tempo, corvi che aleggiano come se fossero il braccio armato della presenza. Ah, non vi ho parlato di Clara Mercier ma quello lo scoprirete da voi se avrete la pazienza di leggere questo piuttosto impegnativo libro. I personaggi sono tanti, divisi equamente tra buoni e cattivi, o meglio di buoni ci sono solo Nick Kavanaugh e sua moglie, e anche lui ha il suo lato oscuro che emerge senza essere mai definito. Poi c’è il raccolto di Glynis Ruelle, che sicuramente racchiude un mistero che troverà spiegazioni nei prossimi libri.
Contaminare il thriller con l’horror, o meglio con la ghost story, è una scelta azzardata. Non che non ci abbiano provato, mi vengono in mente per esempio un grande come Matheson che in Ghost ha dato una prova piuttosto sfumata o Stephen King che in Shining è riuscito invece ad unire felicemente le due componenti. Sebbene la radice comune sia la paura, suscitata, condivisa, combattuta, la differenza principale tra i due generi è l’utilizzo del soprannaturale, componente fondamentale dell’horror. In un horror ci aspettiamo, zombie, vampiri, case maledette, demoni, fantasmi e li accettiamo perché il superamento della realtà è stato metabolizzato, fa parte del gioco. Il lettore tipo di thriller vuole invece esorcizzare la paura del male con soluzioni razionali, ben ancorate al senso comune: vuole che tutto sia concatenato, spiegabile, lineare. E da qui la frattura.
Carsten Stroud si getta coraggiosamente nell’impresa di unire horror e thriller, forte di una scrittura davvero felice e piacevole, e il risultato – non trovo parole migliori che rubarle ad una recensione di Patrick Anderson pubblicata sul Washington Post – non è per tutti. Personalmente mi sono divertita, Stroud scrive davvero bene e ha un senso dell’umorismo tutto suo, anche se devo confessare che non sono una patita del soprannaturale. Quando mi sono resa conto che era una componente fondamentale del libro ce l’avevo già tra le mani ed era un po’ tardi per tornare indietro. A complicare tutto va anche considerato che Niceville è il primo episodio di una trilogia – comprendente anche The Homecoming appena completato e The Departure – per cui bisogna anche accettare che non tutto sia spiegato subito, che molto ci sarà ancora da leggere per vederci chiaro. Però mi sono detta, ok sospendiamo la realtà, accettiamo di non trovare spiegazioni logiche per ogni cosa, accettiamo di giocare con le regole inventate dall’autore. Con queste premesse mi sono messa comoda e mi sono lasciata trasportare in un mondo parallelo, dove tutto era possibile.
Il debito verso King è evidente, e molto più profondo dell’apparente similarità con per esempio Cose preziose, ho avuto la sensazione che Stroud conosca tutte le opere del Re e molto spesso vi faccia omaggi e citazioni. E’ uno strano romanzo comunque, che racchiude un suo fascino e che per buona parte della vicenda cattura nel tentativo di capire cosa stia succedendo. Non mi ha fatto paura, questo no, anche se va considerato che il tema delle sparizioni è sicuramente più inquietante in America che da noi. Il lato horror è abbastanza convenzionale: i corvi che banchettano mi hanno riportato sicuramente alle scene più cruente de gli Uccelli di Hitchcock. Inquietanti anche episodi minori: il padre che fotografa le figlie adolescenti nella stanza da bagno o il dentista che addormenta le pazienti per scattargli foto erotiche e qui ho pensato a Kawabata e La casa delle belle addormentate, per non parlare del padre ubriaco che mette in mano un tosaerba al figlio piccolo con esiti drammatici.
A parte la trama che presenta punti non chiariti, è lo stile di Stroud che mi è soprattutto piaciuto. Le venature liriche che sa dare ad un tessuto narrativo semplice e nello stesso tempo classico. I lampi di dejavu sono accompagnati da un sottile umorismo che forse stempera l’effetto drammatico e puramente di paura in favore di un clima più rilassato, e brillante. Molte promesse spero siano mantenute nei prossimi libri che sicuramente leggerò.
Niceville, 2012, titolo orgiginale Niceville, Longanesi, traduzione di Michele Fiume.
:: Bookup! La prima storia bella
5 novembre 2012
Cari amici,
in alto i libri!
Quali sono i romanzi d’esordio più belli degli ultimi due anni?
Qual’è il “primo libro” del tuo scrittore preferito?
Dopo il successo di Letti di notte, è la volta di Bookup! La prima storia bella.
Dieci giorni dedicati al tema dell’esordio, per riaffermare il valore del libro e il ruolo indispensabile del libraio.
Dal 17 al 25 novembre tante librerie indipendenti in tutt’Italia allestiranno vetrine e spazi dedicati agli esordienti.
Si alterneranno giochi, eventi creativi con autori alle prime armi e autori già noti.
Ventidue gli editori partecipanti e quasi cento le librerie indipendenti.
E i lettori segnaleranno il loro esordio più amato partecipando al concorso Bookup! La prima storia bella.
Un concorso
Nelle librerie che aderiscono a Bookup! o sul sito www.lettidinotte.com troverete le cartoline dove potrete consigliare l’esordio letterario – del presente o del passato – che vi ha fatto “volare più in alto”; potete vincere l’intera collezione degli esordienti di Bookup!
Dieci giorni di eventi creativi in libreria & in streaming
Si potrà seguire Bookup! dal vivo in una delle tante le librerie aderenti l’iniziativa (scoprile attraverso il sito www.lettidinotte.com) o in streaming sulla piattaforma Streamago.
Bookup! è un’idea di Piazza Repubblica Libri e Marcos y Marcos organizzata in collaborazione con Add Editore, Adelphi, Aisara, Arkadia, Dalai, :duepunti, e/o, Einaudi, Emons, Fandango, Fazi, Giulio Perrone, Hacca, InstarLibri, Iperborea, La nuova Frontiera, minimum fax, Neo, Nottetempo, Sellerio, Voland.
Ringraziamo per la preziosa collaborazione Tiscali.
Sul sito www.lettidinotte.com maggiori dettagli.
:: Recensione di Miradar di Ilaria Mavilla (Feltrinelli, 2012) a cura di Michela Bortoletto
5 novembre 2012
Miradar è il romanzo di esordio di Ilaria Mavilla. Miradar è il vincitore del concorso nazionale Ilmioesordio 2011 indetto dal Gruppo editoriale L’Espresso e dalla scuola Holden.
Miradar è un albergo a ore. È un ristorante. È una discoteca. Miradar è il castello dei destini incrociati.
In questo locale che in passato ha visto giorni più felici si incontrano e si incrociano le storie di Margherita, Marilù, Barbara, Clarissa e Sugar.
Sugar, il proprietario del Miradar che passa la sua vita cercando di tenere a galla il locale della defunta madre e chattando con sconosciute incontrate attraverso siti di agenzie matrimoniali.
Margherita, trent’anni e senza lavoro, si ritrova assunta come ballerina al locale. Danza seminuda sotto un crocefisso illuminato. Il fidanzato in America e un sogno nel cassetto: pubblicare un romanzo che sembra non riuscire a compiersi mai.
Marilù, vera e propria prostituta, vive al Miradar ormai da anni. Ha parecchi clienti ma nessuno le è affezionato come Pepi, un uomo triste che ha perso la moglie in un tragico incidente e che chiede a Marilù di vestire i panni della defunta compagna di vita. Marilù si traveste quindi in Giovanna, un po’ per lavoro, e tanto per compassione e affetto verso Pepi.
Barbara, ragazza madre rumena che è riuscita a scappare dal suo aguzzino nonché padre di suo figlio. Ma la minaccia è sempre lì, dietro l’angolo. Passa la vita in fuga tra una città e l’altra dell’Italia, accumulando faticosamente i propri risparmi in un barattolo di latta per riuscire ad andare lontano e poter vivere finalmente serena e tranquilla con il suo figlioletto.
Clarissa, un fidanzato violento che non riesce a lasciare, tanti debiti e il sogno di fuggire lontano.
Cinque persone, cinque anime diversamente ferite che approdano al Miradar. Per qualcuna di loro sarà il porto di arrivo. Per altre solo un nuovo punto di partenza.
La prima opera narrativa di Ilaria Mavilla è asciutta ed essenziale. In poche righe delinea i tratti fondamentali dei personaggi. Non un dettaglio di più, non un dettaglio di meno.
Alcune storie si chiudono in un finale irreversibile. Altre, come quella di Clarissa, si aprono alle incertezze del futuro, sono delle opere incompiute. D’altra parte, attraverso la voce di uno dei suoi personaggi, è Mavilla ad aver scritto: “Le opere compiute sono perfette ma morte.”[1]
[1] I. Mavilla, Miradar, Milano, 2012, pag. 118
:: Segnalazione di Verso nord Unonoveottootto di Han Han (Metropoli d’Asia, 2012)
4 novembre 2012
Oltre a Mo Yan, fresco vincitore del Nobel per la letteratura, un altro scrittore e blogger cinese sta raggiungendo una sorta di fama da rock star. Forse non l’avete mai sentito nominre ma Han Han ha un blog con 450 milioni di visitatori all’anno e una media di quasi 15.000 commenti quotidiani. Scrive per il New York Times e rappresenta un punto di riferimento per molti suoi coetanei cinesi e non solo. Oltre che blogger dicevo è anche scrittore. Ha già pubblicato nel 2011 Le tre porte, ottenendo un buon successo di critica e di pubblico, e ora sta per uscire il 7 novembre per la casa editrice milanese Metropoli d’Asia con Verso Nord Unonoveottootto. Ecco la trama del libro tratta dal sito dell’editore per chi fosse curioso di conoscere il suo punto di vista sulla Cina contemporanea.
A bordo di una station wagon scassata, un ragazzo cinese sulla trentina parte per andare a incontrare un amico che esce di prigione. Lungo la strada conosce una prostituta incinta, Nana, che diventa sua compagna di viaggio. La narrazione è un continuoandirivieni tra passato e presente: ricordi di infanzia e di giovinezza si intersecano senza soluzione di continuità al racconto del viaggio e alle riflessioni del protagonista. Emerge una condizione di degrado sociale che rappresenta la faccia più nascosta della Cina contemporanea, che l’Autore tratteggia quasi con rassegnazione offrendoci uno sguardo originale e fresco su una società che ancora oggi presenta agli occhi dell’Occidente molti aspetti misteriosi.
Han Han è lo scrittore ribelle divenuto la voce rappresentativa della sua generazione in Cina. Nato nel 1982, residente a Shanghai, blogger, pilota automobilistico e icona pop giovanile, si sta rapidamente trasformando da fenomeno mediatico inviso ai circoli letterari ufficiali in uno degli intellettuali più influenti della Cina contemporanea. La sua rivista letteraria Party, uscita nel 2010, è stata accolta dal consenso della critica, prima di essere chiusa dalla censura, che però non è in grado di mettere il freno a un blog con 450 milioni di visitatori all’anno e una media di quasi 15.000 commenti quotidiani. Dal 2011 ha iniziato a scrivere sul New York Times. Dell’autore, Md’A ha già pubblicato Le tre porte (2011) ottenendo un buon riscontro di pubblico e di critica.
Pagine 208
Euro 14, 50
Traduzione di Silvia Pozzi.
:: Recensione di Titoli di coda. Dalla bandana di Silvio al loden di Mario di Cinzia Poli (Aliberti editore, 2012) a cura di Viviana Filippini
4 novembre 2012
Amici di Liberi di Scrivere, come avrete notato sul nostro blog ci sono libri gialli, thriller, storie di vita vera e d’avventura e pure qualcosa dedicato all’amore per deliziare i cuori più teneri. E va bene…. ve lo confesso, ma perdendomi nel fantastico e vario mondo dei libri – e mi succede ogni volta che entro in una libreria – ho scovato, nello scaffale riservato al fumetto, una curiosa raccolta di vignette ironico satiriche realizzata da Cinzia Poli e intitolata Titoli di coda. Dalla bandana di Silvio al loden di Mario. Protagonista costante del libro è un simpatico micione a strisce – nel quale identificherei un alter ego della Poli stessa-, accanto al quale compaiono i più disparati, e a volte anche disperati concedetemelo, abitanti del mondo animale che con il gattone si scambiano sferzanti battute. Cani, volatili di varia specie, puzzole, serpenti, pesci, tartarughe, maialini di dimensione varia e mucche, nei quali identificherei un po’ tutti noi italiani impegnati con piacere, grazie alla sembianza fumettistica, a dialogare con il saggio e colto Mineow – un nome scelto con esplicito riferimento al direttore di RaiNews Corradino Mineo, con il quale l’allegra banda di Catterpillar A. M. si collega ogni mattina tra le 6.00 e le 7.30- sempre pronto a rispondere. Il tratto delle immagini è semplice, lineare a tal punto da creare un impatto visivo efficace e ad effetto. Questa purezza espressiva permette alle creature di Cinzia Poli di imprimersi con facilità nella mente del lettore. I disegni sono simpatici e sempre accompagnati dalle sagaci battute dell’abile disegnatrice, contraddistinta da un‘ironia incisiva che le dona quella giusta eleganza nel saper punzecchiare tutti e nel cogliere lo stato d’animo della gente comune. Sfogliando Titoli di coda si passa dal mondo della politica presa di mira nel singolo rappresentante di partito o nell’ intero movimento, passando all’ istruzione, al mondo del lavoro e alla società italiana, a dimostrazione del fatto che tutti sono possibili obiettivi del pennarello di Cinzia Poli. La cosa che piacevolmente stupisce è la capacità di centrare il bersaglio con ironia senza la minima volgarità e cattiveria, proprio perché i personaggi scaturiti dalla mente e dalla mano della Poli evidenziano un’astuta capacità – figlia della creatrice stessa – di fare satira senza essere offesivi (e non tutti riescono in questo). Ogni disegno coglie in pieno l’obiettivo con raffinato umorismo, scatenando in chi legge il sorriso e la riflessione sulla contemporaneità. Titoli di coda è un libro da leggere come si vuole, nel senso che lo si può fruire dall’inizio alla fine seguendo l’ordine cronologico con il quale è stato assemblato, leggendo le vignette dal 16 settembre 2011 fino al 30 maggio 2012, per avere un quadro generale di quello che è accaduto nel nostro stivale in quei nove mesi. L’altra modalità di lettura è casuale, perché chi prenderà Titoli di coda potrà anche aprirlo a caso, in un giorno qualsiasi della stagione di Catterpillar A. M. 2011/12, per ridere con piglio razionale del nostro mondo che è passato e anche di noi stessi. Il tutto fa sorridere e allo stesso riflettere sulla complessità che caratterizza la società italiana, dove ogni lettore e ascoltatore – e poi vi spiego perché vi ho chiamati ascoltatori – vive quotidianamente. Quindi… oltre tenere sempre portata di mano Titoli di coda di Cinzia Poli, la mattina, dalle 6.00, provate ad ascoltare Catterpillar A. M. su Radio2 perché assieme al mitico trio Solibello, Lusenti, Ardemagni -sempre pronto ad informarci e coinvolgerci sull’attualità-, quando meno ve lo aspetterete arriveranno Cinzia, il micio e Co. a darvi il giusto tocco di adrenalina per sorridere di prima mattina e per affrontare la giornata nella nostra caotica, ma sempre bella, Italia.
Cinzia Poli è nata a Milano il 12 marzo 1970. Quindi è dei Pesci, qualsiasi cosa voglia dire. Ha studiato Filosofia all’Università e si è dedicata al teatro per bambini, per poi passare a lavorare a Solletico, programma televisivo della Rai. Qualche anno a Linea Verde, tra prodotti tipici e malattie delle piante, per poi approdare finalmente alla radio. A Radio2 ha lavorato per il programma musicale Fuori Giri, è stata autrice di Aria Condizionata e dell’edizione estiva di Un Giorno da Pecora. Dal 2000 collabora con Caterpillar come redattrice, inviata, autrice e presentatrice, insomma fa quel che c’è da fare. Dal settembre 2011 si alza all’alba per Caterpillar A.M. e, per il momento, resiste e la trovate ogni mattina, dal lunedì al venerdì dalle 6 alle 7.20, sempre su Radio2 in compagnia di Natascha Lusenti, Filippo Solibello e Marco Ardemagni.
:: Recensione di Alle radici del male di Roberto Costantini (Marsilio, 2012)
3 novembre 2012
Sotto la sabbia e il sangue. Il petrolio. Il maledetto petrolio.
In Alle radici del male di Roberto Costantini, edito da Marsilio, secondo episodio della Trilogia del Male, viene narrata l’adolescenza del protagonista, il Commissario Michele Balistreri, vissuta a Tripoli con il nonno, vecchio colono, il padre, la madre Italia, il fratello Alberto ed i suoi amici: gli Hunt, tre americani che abitano nella villa contigua alla loro, gli Al Bakri, libici, marito e due mogli e i 5 figli tra cui specialmente Ahmed e Karim che diventano suoi fratelli di sangue assieme a Nico l’amico siciliano che lavora ad una pompa di benzina che suo padre il ricco Salvatore Balistreri ha messo a disposizione della sua famiglia.
In quegli anni l’omicidio di una povera ragazza del Sudan prima e poi di Nadia Al Bakri, di cui non si trovano gli assassini, e soprattutto il suicidio o forse l’omicidio della madre Italia lasceranno profonde cicatrici nell’animo tormentato del futuro Commissario. Oltre questo anche la Storia porta il suo bagaglio di morte e sofferenza. Dopo la morte del nonno Michele Balistreri viene infatti coinvolto nel colpo di stato che porta al potere Gheddafi: a Michele viene ordinato di uccidere Gheddafi. L’attentato non avrà mai luogo a causa di un tradimento e Michele si salva solo perché il fratello lo fa fuggire a Roma e dopo l’università lo fa entrare in Polizia. A Roma, tredici anni dopo, l’uccisione di altre ragazze si ricollega agli omicidi avvenuti a Tripoli.
Dopo il più che fortunato Tu sei il male, migliore opera prima al Premio Scerbanenco 2011, vincitore del Premio Azzeccagarbugli 2012 al Romanzo Poliziesco e finalista del Premio Camaiore 2012 di Letteratura Gialla, Roberto Costantini continua la sua trilogia con un ritorno al passato. Non è frequente conoscere le ragioni della rabbia, infelicità, del buio che portano dentro i personaggi al centro di thriller o noir. Molto spesso consociamo i personaggi già formati, adulti, con il loro carico di delusioni, sconfitte, amarezze e possiamo solo immaginare cosa sia successo prima.
Questa volta no, l’autore ci accompagna a visitare la giovinezza del suo protagonista, vissuta a Tripoli, terra che Costantini conosce per esperienza diretta essendoci nato e avendoci vissuto per molti anni, terra che rimane nella sua penna fatta di sabbia del deserto e di vento, del silenzio delle notti africane, dell’odore degli eucalipti, di fatalismo. Uno scorcio d’Africa postcoloniale in cui la presenza italiana è stata forte, in cui il petrolio ha dettato le regole del gioco, la cui descrizione rappresenta sicuramente la componente più peculiare e originale del nuovo lavoro di Costantini. Molte domande, che erano rimaste senza risposta, molti conflitti insoluti di Tu sei il male, trovano così una spiegazione, confermando o sovvertendo le idee che ci eravamo fatti, dando spessore all’apparente antipatia che il protagonista suscitava.
La Libia degli anni 60 e l’Italia degli anni 80 fanno da sfondo ad una vicenda complessa, anche se in realtà drammaticamente lineare, in cui il tradimento è la parola che si ripete inesorabilmente quasi racchiudendo in sè la radice di ogni male: il tradimento di un marito nei confronti della moglie, il tradimento di un ideale, di un amico, di un padre nei confronti della figlia, il tradimento di una nazione.
Alle radici del male è un libro avvincente, fatto di capitoli brevi in cui si susseguono molti colpi di scena seguendo le regole del thriller. Anche se è l’atmosfera che si percepisce più che la suspense ad accrescerne la bellezza. La scena iniziale con cui si apre il romanzo per esempio, dove appaiono tutti i personaggi seduti a guardare il Festival di San Remo in televisione, sottolineando che sono in Libia, a Tripoli e nello stesso tempo facendo sentire l’Italia così vicina è un esempio della capacità dell’autore di creare suggestioni e rimandi.
La scrittura di Costantini e scabra e tagliente, scava nella psicologia del protagonista descrivendolo anche negli aspetti meno edificanti. Balistreri è pronto ad odiare, a vendicarsi, a uccidere anche se la giustizia per le vittime resta un dovere morale che non sa tradire e forse in questo risiede il motivo per cui seppure non privo di lati negativi resta nell’immaginario del lettore un eroe, un buono a cui spetta di diritto uno scampolo di lieto fine anche se amaro, anche se il mistero che maggiormente vorrebbe svelare resterà insoluto.
Alle radici del male a mio avviso per originalità e qualità di scrittura costituisce senz’altro un’ottima prova di bravura e di talento non inferiore a Tu sei il male e conferma Costantini un vero scrittore sebbene faccia tutt’altro nella vita. Non ci resta dunque che aspettare il terzo e ultimo capitolo di questa interessante trilogia.


























