:: Recensione di Niceville di Carsten Stroud (Longanesi, 2012)

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Siamo a Niceville, sonnolenta cittadina del profondo Sud degli Stati Uniti fondata nel 1764: prati ben curati, ville signorili, viali di querce, case e negozi dai mattoni rossi, il cimitero confederato e nelle vicinanze colline nebbiose, e un fiume, il Tulip River, che scorre ai piedi della parete rocciosa del Tullalah’s Wall in cima alla quale  tra una fitta selva di alberi secolari e nel cuore dell’antica foresta, c’è  un ampia dolina circolare, colma d’acqua nera, il Crater Sink. Un laghetto misterioso, nel quale si diceva che tutto quello che entrava non ne uscisse, un luogo in cui già le leggende indiane narravano che ci abitasse il Male.
La vicenda inizia con la sparizione di un ragazzino di dieci anni, Rainey Teague, figlio adottivo di una ricca coppia di Niceville, personaggio che riserva un piccolo colpo di scena e il cui ruolo fondamentale si svilupperà sicuramente nei capitoli successivi. A seguire il caso il detective Nick Kavanaugh, ex combattente delle forze speciali, ora detective del CID la Criminal Investigation Division della contea di Belfair e Cullen. Le tracce portano all’ultimo avvistamento del ragazzino, impresse nel video di sorveglianza di Uncle Moochie’s, un negozio di pegni. Prima c’è e un fotogramma dopo è scomparso, dissolto nel nulla. Proprio mentre fissava a bocca aperta, ritraendosi forse spaventato, un vecchio specchio esposto in vetrina.
Le bizzarrie proseguono quando il ragazzino viene ritrovato vivo in una cripta. Fatti che ci anticipano, anche se per ora non spiegati, che il soprannaturale circola libero a Niceville. La sparizione di Rainey Teague comunque non è un fatto isolato. Da molti anni la gente scompare ed è tutta in un modo o nell’altro legata alle quattro famiglie dei fondatori della città:  gli Haggard, i Cotton, i Teague e i Walker.
Un anno dopo infatti Delia Cotton e il suo giardiniere scompaiono nel nulla lasciando tracce inquietanti che fanno immediatamente pensare che sia stato commesso un crimine. Nick Kavanaugh chiamato ad indagare anche su questo caso si ritrova a vagare per la villa di Delia Cotton infestata di strane presenze che un po’ mi hanno fatto pensare a Solaris. Questo è almeno il filone principale della storia a cui si intrecciano altre storie minori, sempre in un certo senso connesse col mistero di Niceville: una rapina in banca commessa da un poliziotto, un ex poliziotto e un ex galeotto, con esiti imprevisti, i tentativi di un losco personaggio Tony Block di rovinare la vita a un po’ di persone per poi finire lui stesso vittima di un complicato ricatto. La gente a Niceville diventa cattiva, o almeno più cattiva e questo sembra collegato alla indefinita presenza che giace sul fondo del Crater Sink.
Non vi spiego quale è l’origine delle sparizioni, in un capitolo il padre di Kate, moglie di Nick Kavanaugh, ne da una abbozzata descrizione, ma vi posso dire che ci sono fantasmi, non morti, specchi che riflettono presenze diaboliche, vendette da consumare, faide famigliari, gatti con sopra il sangue di persone morte da tempo, corvi che aleggiano come se fossero il braccio armato della presenza. Ah, non vi ho parlato di Clara Mercier ma quello lo scoprirete da voi se avrete la pazienza di leggere questo piuttosto impegnativo libro. I personaggi sono tanti, divisi equamente tra buoni e cattivi, o meglio di buoni ci sono solo Nick Kavanaugh e sua moglie, e anche lui ha il suo lato oscuro che emerge senza essere mai definito. Poi c’è il raccolto di Glynis Ruelle, che sicuramente racchiude un mistero che troverà spiegazioni nei prossimi libri.
Contaminare il thriller con l’horror, o meglio con la ghost story, è una scelta azzardata. Non che non ci abbiano provato, mi vengono in mente per esempio un grande come Matheson che in Ghost ha dato una prova piuttosto sfumata o Stephen King che in Shining è riuscito invece ad unire felicemente le due componenti. Sebbene la radice comune sia la paura, suscitata, condivisa, combattuta, la differenza principale tra i due generi è l’utilizzo del  soprannaturale, componente fondamentale dell’horror. In un horror ci aspettiamo, zombie, vampiri, case maledette, demoni, fantasmi e li accettiamo perché il superamento della realtà è stato metabolizzato, fa parte del gioco. Il lettore tipo di thriller vuole invece esorcizzare la paura del male con soluzioni razionali, ben ancorate al senso comune: vuole che tutto sia concatenato, spiegabile, lineare. E da qui la frattura.
Carsten Stroud si getta coraggiosamente nell’impresa di unire horror e thriller, forte di una scrittura davvero felice e piacevole, e il risultato – non trovo parole migliori che rubarle ad una recensione di Patrick Anderson pubblicata sul Washington Post – non è per tutti. Personalmente mi sono divertita, Stroud scrive davvero bene e ha un senso dell’umorismo tutto suo, anche se devo confessare che non sono una patita del soprannaturale. Quando mi sono resa conto che era una componente fondamentale del libro ce l’avevo già tra le mani ed era un po’ tardi per tornare indietro. A complicare tutto va anche considerato che Niceville è il primo episodio di una trilogia – comprendente anche The Homecoming appena completato e  The Departure – per cui bisogna anche accettare che non tutto sia spiegato subito, che molto ci sarà ancora da leggere per vederci chiaro. Però mi sono detta, ok sospendiamo la realtà, accettiamo di non trovare spiegazioni logiche per ogni cosa, accettiamo di giocare con le regole inventate dall’autore. Con queste premesse mi sono messa comoda e mi sono lasciata trasportare in un mondo parallelo, dove tutto era possibile.
Il debito verso King è evidente, e molto più profondo dell’apparente similarità con per esempio Cose preziose, ho avuto la sensazione che Stroud conosca tutte le opere del Re e molto spesso vi faccia omaggi e citazioni. E’ uno strano romanzo comunque, che racchiude un suo fascino e che per buona parte della vicenda cattura nel tentativo di capire cosa stia succedendo. Non mi ha fatto paura, questo no, anche se va considerato che  il tema delle sparizioni è sicuramente più inquietante in America che da noi. Il lato horror è abbastanza convenzionale: i corvi che banchettano mi hanno riportato sicuramente alle scene più cruente de gli Uccelli di Hitchcock. Inquietanti anche episodi minori: il padre che fotografa le figlie adolescenti nella stanza da bagno o il dentista che addormenta le pazienti per scattargli foto erotiche e qui ho pensato a Kawabata e La casa delle belle addormentate, per non parlare del padre ubriaco che mette in mano un tosaerba al figlio piccolo con esiti drammatici.
A parte la trama che presenta punti non chiariti, è lo stile di Stroud che mi è soprattutto piaciuto. Le venature liriche che sa dare ad un tessuto narrativo semplice e nello stesso tempo classico. I lampi di dejavu sono accompagnati da un sottile umorismo che forse stempera l’effetto drammatico e puramente di paura in favore di un clima più rilassato, e brillante. Molte promesse spero siano mantenute nei prossimi libri che sicuramente leggerò.

Niceville, 2012, titolo orgiginale Niceville, Longanesi, traduzione di Michele Fiume.

4 Risposte to “:: Recensione di Niceville di Carsten Stroud (Longanesi, 2012)”

  1. Viviana Says:

    ecco e dopo aver letto questo pezzo non posso far altro che prendere il libro per addentrarmi nella provincia americana…son curiosa

  2. Niceville – Carsten Stroud | Thriller Cafe Says:

    […] Goodreads, le medie voto). D’altra parte recensori affidabili come quelli di Liberidiscrivere hanno sottolineato una buonissima scrittura che mitiga la trama con dei punti oscuri. Nel dubbio, ho deciso di […]

  3. :: Recensione di I confini del nulla di Carsten Stroud (Longanesi, 2013) | Liberi di scrivere Says:

    […] un piccolo ripasso giusto per fare il punto della situazione. (Vi consiglio la lettura della mia recensione di Niceville.) Comunque l’autore fa espliciti rimandi svelando parti del romanzo precedente quindi sarebbe […]

  4. Carsten Stroud – La scintilla del male – Contorni di Noir Says:

    […] frenano, perché come descrive perfettamente il mio pensiero anche Giulietta Iannone nel suo blog Liberidiscrivere (la recensione si riferisce a Niceville), diventa una scelta azzardata contaminare più generi […]

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