:: Recensione di The Fallen Angel di Daniel Silva (inedito in Italia) a cura di Stefano Di Marino

27 agosto 2012 by

Perché ritengo Daniel Silva uno dei massimi scrittori di spy-story contemporanei?
Prima di tutto per la coerenza. Dopo un esordio eccellente con una storia di spie ambientata durante la Seconda guerra mondiale con tutti gli elementi giusti (compresa una perfetta figura femminile) per catturare il grande pubblico amante d’intrighi, Silva dedica due romanzi con un protagonista seriale a un argomento forse non troppo noto o amato dal pubblico italiano ma certamente gradito a quello anglosassone: la situazione irlandese. Situazione che, storicamente, veniva a una conclusione proprio in quegli anni. C’era però nei tre romanzi d’esordio una comprensione dei meccanismi del genere e, soprattutto, del gusto del pubblico che è rimasta inalterata. La situazione contestuale ben descritta, un giusto equilibrio tra caratterizzazione dei personaggi (tratteggio psicologico sarebbe esagerato e anche inopportuno trattandosi di ‘storie’ e non di analisi con pretesa di realismo) e azione, a volte violenta, a volte costruita sul sottile gioco di mosse e contromosse sul filo del tempo che scorre. E poi figure ben identificate di eroi, perché, alla fine,in questo genere di narrativa sono quelli che il lettore chiede. Buoni e cattivi, non necessariamente tagliati con l’accetta ma comprensibili nelle loro motivazioni e, soprattutto, volitivi,audaci,coraggiosi, violenti, passionali. Uomini e donne che sappiano incarnare emozioni che il lettore comune nella vita di tutti i giorni magari sogna solo. L’era degli eroi ‘piagnoni’, in decisi rinunciatari e, se mi perdonate il gioco di parole legato al primo romanzo di Silva, ‘improbabili’ è finita. Forse sono proprio questi tempi difficili a richiederlo, ma certi modelli ossessionati dal male di vivere ce li lasciamo volentieri a alle spalle. A questo punto è arrivato Gabriel Allon, ‘kidon’ del Mossad. Artista e restauratore, uomo di cultura ma anche d’azione. Agente della squadra inviata a ucciderei responsabili della strage di Monaco che, molti anni dopo, già nella maturità viene raggiunto dalla vendetta del nemico. Allon perde il figlio e la moglie Leah (che sopravvive ma smarrisce la ragione) in un attentato a Vienna. Diventa allora pedina nuovamente di Ari Shamron, che a King Saul Boulevard (la sede del Mossad) tiene le fila di un Gioco pericolosissimo e torna a coordinare una serie di operazioni di vendetta e punizione. Contro terroristi arabi, a seconda dei tempi palestinesi, irakeni o iraniani ma anche contro ex nazisti in fuga. Allon è un manipolatore e un assassino quando lo ritiene necessario. Io me lo sono sempre immaginato con un Eastwood della piena maturità ma ancora possente,cinico, a volte ironico. E intorno a lui si crea una famiglia di comprimari. Il rivale che poi prenderà il posto di Shamron, il cacciatore di nazisti, gli agenti (e le agenti) più giovani con le loro incertezze, i loro errori, i personaggi coinvolti loro malgrado (di solito giovani donne che riecheggiano eroine ‘lecarreiane’). persino un nuovo amore, molto più giovane, un legame oscurato dalla figura della moglie mai persa ma ormai irrecuperabile. Alle singole missioni si sovrappone quindi una continuity personale che supporta le vicende ma non è invadente, come non è invadente il perenne richiamo all’arte, a volte come motore della vicenda, come gadget per arrivare a una soluzione, a volte solo descritto solo come sfondo. L’attività di restauratore (Il Restauratore diventa un po’ come Il Meccanico nel gergo della spy) è un uomo combattuto ma al tempo stesso deciso. Disposto a sacrificare e a sacrificarsi, capace di inganni e di esecuzioni. Abile persino nel tessere impensati legami attraverso la figura di monsignor Donati, alter ego di Shamron alla Santa Sede. E se la posizione di Silva all’interno del Concilio Americano per l’Olocausto spiega alcune evidenti e ricorrenti prese di posizione riguardo alla politica di Israele, la cosa non infastidisce mai, neanche i più accaniti sostenitori del’equità. A me, di fatto, la fedeltà di Allon e della sua ‘ famiglia allargata’ alla causa di Israele, non spiace. Dopotutto la spy story una posizione l’ha sempre presa e questa non è peggiore né migliore di altre. Storie ben costruite che a volte come nel caso del dittico Le regole di MoscaIl Defezionista riecheggiano Le Carré ma trovano una loro identità narrativa. Lo stile è rapido, essenziale ma non sciatto, interessante quando fornisce informazioni e rivelatore di chiaroscuri personali nei dialoghi. I personaggi, come sempre avviene nella migliore narrativa d’intrattenimento, si definiscono per quello che fanno, non per quello che pensano di voler fare e poi tergiversano mentre cercano una scusa per tirarsi indietro. The Fallen Angel, negli ultimi anni è forse il più riuscito perché L’affare RembrantRitratto di una spia pur restando piacevoli presentavano un complotto, una missione di entità ridotta. Qui invece da un omicidio nei musei vaticani seguiamo Allon prima sulla pista di un faccendiere trafficante d’arte italiano che finanzia il terrorismo, poi in Svizzera, di nuovo a Vienna trasudante di incubi passati e presenti e infine in una grande ‘vera’ missione che fa coincidere una visita del papa a Gerusalemme con un piano eversivo degli Hezbollah. Lotta contro il tempo, sparatorie nelle gallerie, doppi e tripli giochi e alla fine, giustizia per i morti. Una giustizia forse politicamente scorretta ma l’unica possibile nella narrativa d’azione. Bravo, Daniel… alla prossima.

:: Recensione La fonte di Mazzacane, Enzo Antonio Cicchino (Laruffa editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

26 agosto 2012 by

La fonte di Mazzacane di Enzo Antonio Cicchino è un vero e proprio sguardo sulla terra del Molise nel secondo dopoguerra, è la rappresentazione della storia degli umili narrata attraverso gli occhi e i modi di vivere della popolazione molisana e non della Storia dei nomi altisonanti. Il romanzo di Cicchino è un’opera corale che ha per protagonisti gli uomini del Molise e l’ambiente nel quale questi ultimi vivono,  un habitat naturale con il quale si instaura una relazione di dipendenza morbosa e affettiva. Gli uomini e le donne  di La fonte di Mazzacane  sono individui semplici, gente comune che assume le vesti di attore principale in questo romanzo un po’ storico e cronachistico, nel quale il passato bellico – recente per i protagonisti letterari – e il presente nel quale vivono, si mescolano in un lunga scia di sequenze dal ritmo cinematografico che permettono a noi lettori di entrare dentro ad un mondo arcaico e di conoscere la gente che lo popola. Il paesaggio molisano è ruvido, secco  è l’emblema di un microterritorio brullo e arido di sentimenti, nel quale l’atto fondamentale è il mantenimento della memoria. Ci sono ricordi drammatici e dolorosi, bocche affamate che si affacciano tra le pagine e sembrano richiedere aiuto direttamente a noi lettori e poi la presenza di un registro umano di personalità molto diverse tra loro, che convivono in modo più o meno pacifico in una terra che sembra essere un mondo a sé stante, impiantato in Italia. Ecco comparire i cafoni, i nobili locali, i dottori, i pazzi e i  vagabondi e, perché no, pure figure misteriose come ex -militari di colore. Sono tante le voci presenti nella Fonte di Mazzacane, tra di loro i coniugi Anacleto – veterinario e quando l’occorrenza lo richiede pure medico – e la moglie fedifraga Peruffa. Interessante è la figura di Barbaruscio, un vero e proprio eremita che vive la sua vita in solitudine facendo il pastore di pecore. Sarà un segreto oscuro a tormentarlo in modo continuo fino a quando Barbaruscio si confiderà con Anacleto, per poi saldare i conti con il destino. Non si deve scordare nemmeno il giovane Cipresso, il cui eccesso d’ira distruttiva ricorda molto da vicino quello di Orlando nell’ Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Una rabbia che un volta cessata indurrà il ragazzo a prendere un decisone ben diversa da quella che il lettore potrebbe pensare leggendo la sua storia. La fonte di Mazzacane è un romanzo che non ha un io protagonista assoluto ed unico. Gli attori di prim’ordine che animano in modo completo le pagine del nuovo lavoro di Cicchino sono le genti molisane alle prese con la ricostruzione e la natura, nella quale il processo di rinascita post-bellica e l’evoluzione economica sono rallentati da un profondo legame alla cultura rurale e contadina presente in ogni singolo individuo che compare sulla scena. Un rapporto viscerale che impedisce ai molisani di staccarsi in maniera netta e definitiva dalle tradizioni passate che li hanno generati e che ne influenzeranno sempre l’agire di ieri, di oggi e del domani. La fonte di Mazzacane è un luogo dove le voci dei singoli formano un gruppo e diventano un tutt’uno con la natura rustica. Ruolo importante nel sottolineare questo aspetto nell’opera di  Enzo Cicchino è il linguaggio utilizzato per la scrittura del libro. Esso è coinvolgente e curioso, ricco di metafore che dalla pagina si stampano visivamente nell’immaginazione di che legge. Ricco e vario è il registro stilistico, che spazia dal tipicamente narrativo, per arrivare a porzioni narrative che incarnano in modo completo la pura poesia e poi si incontrano con il parlato dialettale (esemplare la versione in molisano del Padre Nostro). Una mescolanza di livelli stilistici e linguistici che evidenziano la sapiente abilità dell’autore di far convivere diversi strati culturali-espressivi, mantenendo sempre attivo il coinvolgimento di chi legge. Ogni personaggio, ogni  gesto  e parola ruotano attorno alla Fonte di Mazzacane, un posto che cela in sé ha il senso della Vita, rappresentato dalla Fonte come sorgente di rinnovamento e del nuovo esistere, e della Morte, perché il mazzacane è un pietra grande come un pugno, spesso usata da persone meschine e senza cuore per eliminare  un cane troppo vecchio, inutile o pericoloso. In questo caso il  mazzacane potrebbe corrispondere a tutti gli ostacoli e agli imprevisti che impediscono ai personaggi di rinnovarsi. La fonte è un punto di incontro e scontro, di vita e morte che nella sua natura esplica il destino della propria gente impegnata ad agire per cambiare, ma allo stesso tempo è impossibilitata a mutarsi in modo definitivo per il permanere continuo del legame con la terra madre. Solo chi se ne va si trasforma, chi rimane resta legato in modo viscerale alla selvaggia terra molisana e ai suoi valori primordiali che ne determinano il corso.

Enzo Antonio Cicchino lavora e vive a Roma. È stato assistente alla regia di Paolo e Vittorio Taviani e di Valentino Orsini per diversi film, inoltre è regista di documentari e inchieste storiche per Mixer della Rai e per il programma la Grande storia. Ha pubblicato altri libri di portata storica come La grande guerra dei piccoli uomini (Lifeditore), e il Duce attraverso il Luce, una confessione cinematografica (Mursia).

:: Recensione di La mia festa di famiglia indiana, Anne Cherian (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

23 agosto 2012 by

Dopo il grande successo di pubblico e di critica ottenuto con La moglie indiana (sempre edito dalla Newton Compton) , torna tra gli scaffali delle librerie italiane Anne Cherian con La mia festa di famiglia indiana, un bel libro che lascia in chi legge la voglia di capire cosa sia la vera felicità del vivere. La storia è quella di Vikram,  un immigrato indiano che con lo studio e il lavoro si è creato una esistenza perfetta. Una vita di lavoro e fatica ricompensata dalla creazione di una società informatica, da una moglie e da due splendidi figli, il primo dei quali si è appena laureato con il massimo dei voti. Come festeggiare il tutto se non organizzando una festa di famiglia, molto allargata direi, alla quale invitare anche i vecchi amici e compagni di università. L’evento non sarà solo il momento in cui tutti i suoi parenti e amici festeggeranno Nikhil per il suo successo al MIT, ma sarà per l’imprenditore informatico la perfetta occasione per incontrare gli amici che non vede da quasi trent’anni.  Vikram è convinto di avere un vita completa,  ma questa certezza è quella che lui vede con i suoi occhi e gli servirà proprio la tanto desiderata festa per scoprire che non sempre quello che si vede attorno a noi è quello che sembra. E non a caso tra le pagine scopriremo le caotiche vicende quotidiane di Frances e Jay. Lei agente immobiliare un po’ imbranata nel suo lavoro, lui è un misero impiegato che si accontenta di quello che guadagna. Le loro preoccupazioni oltre che economiche sono fomentate dai due figli, in particolare quelle dell’adolescente Mandy. Poi, c’è Lali, sposata con un cardiologo a tal punto assorto nel lavoro e nella fede, che la donna comincia ad avere dubbi sull’amore che lui prova per lei e per il figlio studente ad Harvard. Vikram si accorgerà che i suoi amici di un tempo hanno delle situazioni familiari parecchio complesse, ma  forse non sono gli unici a non essere pienamente felici. Non a caso sarà proprio l’evento mondano da Vikram tanto voluto e un inaspettato imprevisto a travolgere l’imprenditore e a fargli capire, che nelle protettive mura della sua casa qualcosa non va. Anzi, l’uomo si renderà conto che la soluzione migliore per tutti sarà attuare un radicale cambiamento prima che sia troppo tardi. La mia festa di famiglia indiana è un bel romanzo sul senso della vita, dell’amicizia e dei valori che legano una persona alla propria cultura e mondo di affetti. I protagonisti sono tutti originari dell’India, ma vivono in America dove sono emigrati alla ricerca della felicità e nonostante l’allontanamento dalla propria terra madre,  le tradizioni socio-culturali originarie permangono in modo radicale nello stile della vita quotidiana dei diversi personaggi. L’influenza di questi principi è talmente forte da condizionare lo sviluppo e il corso delle loro esistenze e da indurre in ogni uomo e donna della narrazione ad una profonda riflessione sul loro proprio vissuto, rendendosi conto di aver commesso degli errori e aver nascosto importanti verità. Sbagli che è giunto il momento di non compiere più, perché il destino è imprevedibile. La mia festa di famiglia indiana è l’insieme perfetto di usi,costumi e piatti tipici della tradizione indiana, dei sapori e dei colori d’Oriente trapiantati nella società americana, che li ha accettati e con essi – almeno in questo caso – convive in modo pacifico. Oltre al rapporto tra culture diverse, ciò che la Cherian evidenzia è lo scontro fra generazionale incarnato dal confronto fra genitori e i figli e i conflitti interiori che ogni singolo individuo della trama ha con il proprio io e con i “fantasmi del passato”. I vari protagonisti  creati dalla penna della Cherian ci fanno capire che tutti gli esseri umani possono avere delle piccole fragilità, delle vocazioni e desideri che non sempre riescono ad essere sviluppati. Il messaggio de La mia festa di famiglia indiana credo sia lampante, perché questo romanzo non ci fa conoscere solo la tradizione indiana, ma ci fa capire quanto a volte sia importante riflettere sulla propria esistenza interrogandosi sul senso della gratificazione del vissuto,  per comprendere se quella che noi riteniamo la nostra felicità – proprio come fa Vikram- è la felicità anche per le persone che ci amano e ci circondano.

Anne Cherian è nata e cresciuta a Jamshedpur, in India. Ha studiato a Bombay e Bangalore, e ha conseguito due master (in Giornalismo e Letterature comparate) all’università della California, Berkeley. Vive a Los Angeles, ma si reca periodicamente in India.

:: Recensione di Mala Suerte di Marilù Oliva (Elliot Edizioni, 2012)

23 agosto 2012 by

In questa caliente estate 2012 ho avuto l’occasione di portarmi in montagna Mala Suerte, nuovo romanzo che Marilù Oliva dedica alla Guerrera, dopo Tu la pagaras! e Fuego, tutti editi da Elliot Edizioni, e tra ruscelli che mormorano, tavolacci da picnic e farfalle variopinte che svolazzano, mi sono immersa nell’atmosfera salsera che l’autrice ha voluto evocare in questa originale trilogia che sembra giunta al capitolo conclusivo. Sì, haimè, Mala suerte sembra essere l’ultimo episodio di questa fortunata trilogia noir anche se l’autrice si dichiara disponibile, magari in futuro, a far rivivere il personaggio.  Il noir, si sa, è un genere letterario piuttosto ristretto e vagamente coniugato al maschile, per cui un personaggio come la Guerrera emerge come un’ interessante novità. La Guerrera di libro in libro, cresce, cambia, impara nuove lezioni, altre ostinatamente le dimentica, subisce una metamorfosi. Non è un personaggio statico, anzi, è un personaggio femminile affascinante, mai scontato e sfaccettato: è una donna forte, ha una sessualità matura e indipendente, ha un carattere determinato, non subisce gli eventi ma lotta, è una lottatrice nata e il suo soprannome ben lo evidenzia. Il suo passato doloroso, il suo scontro di volontà con l’arcigna Fausta Zenzero, figura materna amata e odiata, l’ha forgiata in questa lotta, sublimata nella danza che vive come terreno di compimento e valorizzazione di sé. Sarebbe interessante approfondire questo approccio femminile al noir filtrato attraverso questo personaggio e certo non posso farlo io nello spazio ristretto di questa recensione. Tornando a Mala suerte la trama si tesse intorno ad una banda di latinos e italiani, i primi sospettati di un abietto omicidio di una signora anziana avvenuto come corollario di un complicato rito di passaggio di un membro di questa banda. Poi una nuova morte si aggiunge a questa e l’ispettore Basilica assume Elisa Guerra, momentaneamente disoccupata, come consulente per indagare nel sottobosco che ruota intorno ai locali notturni di Bologna e nell’anima latinoamericana di questa città provinciale e cosmopolita al tempo stesso. Esiste il destino o siamo solo noi gli artefici delle nostre vite? Elisa Guerra si interroga, guidata da Dante suo nume tutelare, e intanto vive il suo rapporto con Basilica fatto di rispetto, benevola canzonatura, qualcuno direbbe amore. Addio Guerrera, forse arrivederci, chissà…

:: Recensione de L’Ampolla Scarlatta di Monique Scisci (Ciesse Edizioni, 2012) a cura di Barbara de Carolis

19 agosto 2012 by

“Ero ferma e immobile in una radura e aspettavo. Non sapevo cosa esattamente, ma la sensazione che stesse per accadere qualcosa intorno a me era forte.
Sentivo il respiro della natura che mi circondava, le gocce di rugiada scivolavano dalle foglie e il fruscio degli alberi dondolavano sospinti dalla brezza notturna. Gli animali correvano indisturbati e il canto delle civette guardinghe riecheggiava nell’oscurità.
Dentro di me un’invitante sensazione di leggerezza; la tristezza e il dolore non sembravano esistere in quel luogo, anche la singolare influenza, che mi aveva colpito in quei giorni, era svanita.”

Un lutto improvviso, un dolore immenso. Aurora affronta il momento più complesso della sua vita come meglio crede, abbandonandosi ai ricordi di un amore perduto, fuggendo dalla vita stessa; il semplice respirare è un atto impegnativo, il corpo cede all’agonia dello spirito, si ammala e un misterioso liquido suggerito dal medico di fiducia si rivela l’unico rimedio capace di farla star bene. L’ampolla scarlatta che ospita la medicina miracolosa scuote l’apatia nella quale la giovane si crogiola, divenendo oggetto di un’incessante curiosità.
I giorni trascorrono, la mente di Aurora fluttua in un limbo di dubbi e reminiscenze; qualcuno la osserva, scrutando ogni sua mossa, una presenza al di là del bene e del male veglia su di lei. Sogno e realtà si confondono e la consapevolezza di un inesorabile cambiamento genera un vortice di scoperte, mentre il segreto che il mondo intero sembra volerle tacere, appare sempre più chiaro.
Il suo destino è segnato da tempo e la volontà può ben poco di fronte all’inevitabile; volti nuovi si affacciano all’orizzonte, strane creature bramano la fine della sua esistenza, ogni cosa, presto, perderà la familiare cognizione. La giovane affronta un percorso che la condurrà alla rivelazione di un nuovo io e alla trasformazione definitiva di tutto il suo essere, alla quale la sua natura non potrà sottrarsi ma dovrà lottare per non soccombere.
Il soprannaturale si fa spazio lentamente tra le pagine di questo romanzo che si sviluppa con fluidità intorno alla figura di una protagonista dall’animo inquieto, un animo ben descritto soprattutto al culmine della sua sofferenza, al punto da mettere in difficoltà il lettore sensibile, che conosce quelle sensazioni di smarrimento e vuoto che la perdita di un amore profondo provoca, lasciando il cuore privo di forze.
Nella storia il Bene contrapposto al Male è un tema i cui contorni perdono la loro ancestrale definizione, presentando un punto di vista diverso, relativo, dal quale osservare entrambi i concetti che si avvicinano con naturalezza, incanalandosi poi in un’unica, armoniosa prospettiva.

:: Recensione di Cupcake Club, Roisin Meaney, (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

19 agosto 2012 by

Cari lettori, quando è stata l’ultima volta che avete provato una gioia immensa e perché? Beh, Hannah è al culmine della felicità. Il suo sogno più grande sta diventando realtà. Il Cupcacke Club sarà il negozio dove la giovane produrrà e venderà gustose e colorate tortine, per deliziare il palato dei suoi clienti, dando libero sfogo alla sua eterna passione per la dolce cucina. Questo è il sogno che diventa realtà per la protagonista di Cupcake Club, il nuovo romanzo di Roisin Meaney, pubblicato di recente dalla Newton Compton. Tutto sembra perfetto per Hannah, ma il giorno prima dell’inaugurazione la sua vita sarà sconvolta da un notizia agghiacciante: Patrick, il suo fidanzato, l’uomo giusto per l’eternità che lei credeva di aver trovato, le annuncia di lasciarla, perché è innamorato di un’altra donna con la quale ha già deciso di andare a convivere. Chi è che ha rubato il cuore a Patrick? La giovane pasticcera scoprirà che la “ladra d’amore” è una persona a lei molto vicina, che non si è limitata a prenderle il fidanzato, ma da lui aspetta un figlio. Hannah è affranta addolorata e delusa per l’accaduto e tutti coloro che le vogliono davvero bene (i genitori, Geraldine e Stephen, l’inseparabile amico e poi coinquilino Adam) le stanno attorno, cercando di risollevarle il morale. La ragazza grazie a questi affetti riesce a superare un po’ alla volta il dolore per l’abbandono, ma un buona dose di aiuto le arriverà dalla totale immersione nel suo Cupcake Club, perché è vero sì che la vita sentimentale di Hannah è un disastro, ma almeno nel nuovo lavoro la ragazza  riesce a dare il meglio di sé.  Zucchero, uova, farina, aromi, spezie e glasse di vario gusto e colore servono per fare le  cupcake, ed è grazie a tali ingredienti che la protagonista di questo spassoso romanzo riuscirà a trovare una giusta stabilità emotiva ed economica in un momento nel quale la crisi comincia a mettere zizzania nel mondo del lavoro. Non solo, perché Hanna con le sue tortine saprà conquistare con dolcezza e simpatia la gola degli abitanti di Clongarvin. Il romanzo della Meaney è spassoso, divertente e allo stesso tempo è un‘ “opera corale”, dove oltre gli avvenimenti della giovane proprietaria del Cupcake Club sono raccontate le vite dei tanti abitanti che vivono in questo piccolo centro irlandese. Pagina dopo pagina, oltre alle vicende riguardanti Hanna scopriremo che il suo amico Adam si è preso in cotta tremenda per la musicista Vivienne e lui è talmente perso per questa algida e timida donna da decidere di comprare un clarinetto per prendere lezioni di musica. Poi, scopriremo che Patrick, l’ex convivente della protagonista non solo ha abbandonato lei, ma ha già pensato bene a combinare guai con la futura madre di suo figlio. Ricompare poi l’ammaliante Nora, la sorella di Adam, tornata per un breve tempo in Irlanda, dopo essersi lasciata alle spalle l’America, due matrimoni falliti e un lavoro che non le piaceva. C’è anche un taxista appassionato di jazz, molto vicino a Vivienne, ad Adam e direi anche all’inconsapevole Hannah. Accanto a questi giovani adulti in cerca di sé, si innestano le vicende di coppie felicemente sposate da tempo – vedi la storia di Alice e Tom- messe a dura prova da imprevisti eventi drammatici che trasformeranno per sempre le persone coinvolte nei fatti. Tutti i personaggi narrativi, ma allo stesso tempo molto umani mi permetto aggiungere, frequentano il Cupcake Club e le loro avventure esistenziali sono caratterizzare dalla quella quotidianità e da quell’ umile eroismo che li rende simpatici e che dona loro l’energia per affrontare il vivere giornaliero. Il Cupcake Club è quindi il luogo contenitore e cornice nel quale tutte queste storie di vita irlandese di Clongarvin convergono, mescolando gioie, dolori, tradimenti, prese di coraggio e voglia di trasformare per sempre la propria vita in qualcosa di migliore. Sono tutte vicende di vita comune che hanno per attori principali persone normali, nelle quali noi lettori possiamo immedesimarci o comunque in parte riconoscere noi stessi o qualche nostro amico che è stato protagonista di eventi simili. Il nuovo romanzo della Meaney è un libro simpatico, di piacevole lettura nel quale l’ingegno che anima l’intelletto umano e la voglia di continuare a vivere la vita nonostante gli imprevisti del destino, dimostrano la capacità umana di non arrendersi e di continuare ad avere la speranza in un futuro migliore. Il tutto – e qui ci vuole proprio – condito dalla dolcezza di una gustosa cupcake appena sfornata.

Roisin Meaney, irlandese, ha vissuto negli Stati Uniti, in Canada, in Africa e in Europa. Attualmente risiede in Irlanda, a Limerick. È autrice di diversi libri per adulti e per bambini, molti dei quali bestseller tradotti con successo all’estro. Il suo sito è www.roisinmeaney.com

::Recensione di 1Q84 di Murakami Haruki (Einaudi, 2011) a cura di Claudio Ughetto

17 agosto 2012 by

Murakami Haruki è uno scrittore giapponese di portata globale, capace di coniugare sia la cultura del suo paese (antica e moderna) con la letteratura “alta” e bassa, europea e americana, tutto catalizzato da un immaginario collettivo che va dai manga al cinema.
Murakami sa mettere insieme Kafka con David Lynch, Stephen King e Philip K. Dick, l’iperletterarietà del romanzo ottocentesco e i pensieri dettagliati dei personaggi dei fumetti in personaggi che del fumetto hanno ben poco, descritti e analizzati come sono in ogni minimo aspetto. Niente di nuovo in quest’epoca che sta tuttora elaborando i residui del postmodernismo, nella quale i  “produttori d’immaginario” si rendono improvvisamente conto che il cinema è diventato un’arte obsolescente, buona semmai ad alimentare qualche residuo dei fasti holliwoodiani, mentre in televisione si producono telefilm che si fanno carico di tutta la complessità e potenzialità del cinema del passato. Di Murakami mi colpisce come questa sua abilità metaletteraria (e non solo) non mini affatto il suo potenziale poetico. Egli ha un mondo suo ben riconoscibile, costituito da personaggi ipersensibili, solitari, che transitano in una realtà brutale, dalla quale si proteggono rifugiandosi nel sogno (che talvolta diventa incubo) o cercando rapporti umani esclusivi, spesso idealizzati, che proprio nella realtà possono essere anche belli ma in sostanza fugaci. Si tratta di romanzi scritti con uno stile dettagliattissimo, che non perde neppure un istante della vita dei suoi personaggi, pieni di fughe e digressioni, con soluzioni narrative affascinanti che sconfinano nei territori dell’ultimo David Lynch. Eppure, nell’insieme, conservano un alone quasi fiabesco, d’incanto che può ipnotizzare chi sta al gioco (e siamo in tanti: Murakami è uno scrittore complesso che vende come J. K. Rowling, l’autrice di Harry Potter) o irritare chi vuole scorgere in quest’incanto una furberia. È successo a Franco Cordelli, tra i pochi scrittori che hanno stroncato quasi con odio 1Q84, la sua ultima monumentale opera di cui in Italia deve ancora uscire il secondo volume
1Q84 non fa riferimento al 1984 che abbiamo vissuto ma a una sua variante alternativa. Non “parallela”, semmai da intendere come una diramazione senza possibilità di ritorno, nella quale finiscono i due protagonisti del romanzo: Aomame (una bella killer che uccide gli stupratori con un sottilissimo punteruolo, dando loro una morte istantanea e indolore) e Tengo (aspirante scrittore e ghost writer che riscrive un affascinante romanzo, La crisalide d’aria, che la sua autrice, diciassettenne e dislessica, ha scritto con una scrittura inadeguata). In realtà 1Q84 è così ambizioso da essere inenarrabile nella sua precisa struttura che si dipana in 2 parti (in questo volume) e in 24 capitoli per parte; i capitoli si alternano per trattare separatamente le storie di Aomame e di Tengo, uniti da un incontro infantile e lontano, desiderosi di incontrarsi in questo presente distopico nel quale, per il momento, rimangono separati. In questo loro presente ci sono due lune, c’è un personaggio enigmatico chiamato Leader che ha qualcosa in comune con il sacerdote del Ramo D’oro (a Aomame, proprio come nel testo antropologico di Frazer, tocca recarsi da lui per ucciderlo) e degli strani “omini”, detti Little people, che sono come degli dèi e che interagiscono nel destino degli umani di questo mondo, provocando non pochi disastri.
Chiaramente, se come Franco Cordelli siamo dei patiti della “verosimiglianza”, se non siamo disposti a portare fino all’estremo la nostra “sospensione dell’incredulità”, un libro come questo potrà solo infastidirci, insieme a tutta l’opera di Murakami (tranne forse che per Norwegian wood). Il che significa ignorare che la miglior letteratura di quest’epoca, ovvero quella che rifiuta di lasciarsi impoverire e normalizzare dall’editing sconsiderato e dalla forzata collocazione nel genere, ha fatto proprio dell’inverosimiglianza, dell’iperbole, dell’ipercomplessità, della metanarrazione e dell’apparente inconcludenza la sua stessa poetica. Andando nel passato recente, basta leggersi Il tamburo di latta di Gunther Grass, i romanzi di Kundera o quelli del miglior Salman Rushdie per accorgersene. Se in questi autori è palese  l’intenzione di riportare nella modernità la fantasia e la libertà che stavano alle basi del romanzo stesso (anche se Rushdie già s’immerge a piene mani nella cultura postmoderna), in quelli che verranno dopo di loro la consapevolezza d’essere nati in un’epoca d’assoluto relativismo artistico-culturale sembra trovare le sue naturali difese nel progetto (più o meno consapevole) di realizzare opere capaci, nel loro interno, di nobilitare il caos in cattedrali letterarie che hanno la stessa consistenza dei sogni. O sarebbe meglio dire degli incubi. Non mi sembra affatto casuale che, pur nelle loro abissali differenze, autori come Roberto Bolano e Murakami Haruki siano così ardui e nel contempo venduti. Ma di nomi potremmo farne altri: il Bret Eston Ellis di Lunar Park (molto vicino a Murakami sia per l’approccio pop ai più diversificati materiali narrativi, sia per l’insistenza a citare marche d’abiti, d’arredamento, d’auto e di bevande…), Steve Erickson con le sue trovate inverosimili e metaletterarie (autore tuttavia poco conosciuto in Italia) o il Jonathan Lethem di La fortezza della solitudine1. Volendo poi attenerci a due capisaldi, impossibile non citare lo Stephen King di romanzi come La storia di Lisey o (in un altro campo) il maestro David Lynch – che con i suoi ultimi film ha intrapreso un percorso di estrema ridefinizione delle potenzialità espressive del cinema stesso, azzerando fino all’autolesionismo il concetto di verosimiglianza.
Alla fine si tratta di decidere da che parte stare: c’è chi, come Pietro Citati ci esorta con ragione alla rilettura dei classici e rimpiange la grande lezione dell’ibridazione tra critica e romanzo degli anni 80 (Le nozze di Cadmo e Armonia di Calasso), disgustato dal successo di un Faletti che gli risponde paragonandosi addirittura a Dumas; chi difende il genere (romanzo di genere) come strumento per narrare il presente e chi, più venalmente, vede in questa forma (almeno in Italia) l’unico veicolo per far sopravvivere l’oggetto romanzo; chi continua a coltivare un’idea di romanzo puro, esistenziale, spesso degenerante nell’effimero o nel midcult. Io preferisco scorgere nelle opere di Murakami o di Steve Erickson (o, in modo diverso, nel Neil Gaiman di American Gods) dei tentativi di rinnovamento e di libertà espressiva romanzesca che più di altri si riallacciano alle origini del romanzo stesso, pur tenendo conto di dover narrare storie – molteplici storie in un’unica storia – adeguate al Terzo Millennio. Con distacco e partecipazione. Un punto di vista che richiederebbe dei critici adeguati, come adeguati alla letteratura dell’epoca erano i critici della prima metà del secolo scorso. Critici che, piaccia o no, sono cresciuti leggendo Joyce e guardando Twin Peaks e poi LOST, appassionandosi nel contempo per alcuni libri di Stephen King senza dimenticarsi di studiare la cultura popolare e i miti.
Naturalmente, applicare un simile approccio, non significa approvare acriticamente qualsiasi  cosa scrive Murakami. Il mio ipotetico critico dovrebbe possedere gli strumenti per andare oltre i facili entusiasmi e le facili stroncature pregiudiziali. Non si può certo considerare 1Q84 un “romanzo perfetto”: all’interno di momenti alti e affascinanti, di rappresentazioni disarmanti del mondo attuale, di un’empatia partecipe e di un’ironia non sempre decifrabile, di profonde analisi dell’animo umano, non mancano cadute e lungaggini. Lo stile di Murakami non è schioppettante come quello di Salman Rushdie, che passa da una scena all’altra quasi capriolando, pur con i suoi barocchismi, né riesce a creare più immagini nella stessa frase attraverso associazioni arbitrarie. Per portare Tengo e Fukaeri nella casa del vecchio tutore di lei, Murakami si dilunga in un viaggio nel quale è soprattutto importante darci la percezione di come il giovane percepisce la ragazza. La sua attenzione al presente vissuto dai personaggi, istante per istante, è maniacale. Per alcuni suoi fans questa maniacalità realista, contrastante con la l’inversimiglianza delle storie, è uno dei punti forti della sua arte. Io noto che funziona meglio nelle opere brevi o di media lunghezza, mentre rischia di stancare alla lunga. Ho trovato poi banale la lacrima che scende dall’occhio del padre di Tengo, affetto da demenza senile, dopo il lungo discorso che il figlio gli rivolge nella casa di riposo. Cordelli ha ragione: i maschi di Murakami eiaculano troppo, un po’ come in certi manga pornografici. Ma questo può non essere un difetto: rispetto ai ragazzini di quei manga, dilungarsi sulle eiaculazioni di Tengo è un modo per sondarne la sensibilità.
Questi i difetti. Sui pregi ho accennato più sopra e potrei dilungarmi per pagine e pagine. In realtà 1Q84 è soprattutto un grande e affascinante contenitore di storie. La crisalide d’aria, il romanzo nel romanzo scritto da Fukaeri e rivisto da Tengo, è di per sé una storia che poteva reggersi da sola. Chissà che Murakami non abbia pensato per davvero di scriverla? Eppure qui è in continua relazione con le storie dei due protagonisti e di tutti gli altri personaggi. L’invenzione del paese dei gatti, poi, altra storia nella storia, infilata in un viaggio, è un racconto d’altri tempi di per sé funzionale, senza nessuna concessione al postmoderno.
Borges, Orwell (privato dall’opprimente pedagogia di Orwell), Dick, King, Lynch, Kafka, Frazer e chissà quanti altri autori. 1Q84 è la letteratura al suo meglio. Ma è soprattutto l’essere un  vorticoso catalizzatore di storie a farne una di quelle opere che a mio avviso si distinguono nell’arte del romanzo del Terzo Millennio.


1 E’ un caso che questi autori, tranne Ellis, siano tutti influenzati da Philip K. Dick, visionario e nel contempo acuto interprete del suo tempo e ancor più del nostro?

:: Recensione di La Scorciatoia di P.G.Sturges (Edizioni BD collana Revolver, 2012)

15 agosto 2012 by

La Scorciatoia (The Shortcut Man, 2011) esordio narrativo di P.G Sturges, figlio del celebre regista, sceneggiatore e produttore cinematografico Preston Sturges, traduzione di Fabrizio Fulio Bragoni, nuova scoperta di quella fucina di grandi talenti che si sta rivelando essere la collana Revolver di edizioni BD diretta da Matteo Strukul, che per fiuto e istinto si sta confermando uno dei più interessanti talent scout in circolazione, è un classico hardboiled vecchia scuola, con tutti i personaggi classici del genere al loro posto: l’investigatore o quasi sfigato ma fondamentalmente con una morale, la femme fatale che divora tutti gli uomini su cui riesce a mettere le mani, il miliardario con qualche problemino da risolvere, il filippino braccio destro infido che questa volta caso vuole sia pure innamorato. Non a caso Michael Connelly ha azzardato paragoni con niente di meno che con il buon vecchio Raymond Chandler anche se come ha fatto notare il traduttore Fabrizio Fulio Bragoni la figura centrale della dark lady come incarnazione stessa del male richiama forse più i romanzi di James M. Cain tra cui Il postino suona sempre due volte e particolarmente su tutti La morte paga doppio. L’ossatura hardboiled è tuttavia contaminata con la corrente umoristica del noir sulla scia di Donald E. Westlake, Elmore Leonard, Carl Hiaasen, tra gli altri, più un’ irriverenza e una sfrontatezza tutta sua che ne fanno la cifra distintiva del suo stile. La trama è decisamente lineare: Dick Henry, dai tempi in cui faceva il poliziotto chiamato la Scorciatoia, vive a Los Angeles e trascorre il suo tempo a risolvere i guai della gente. C’è un inquilino che non paga l’affitto e non riuscite a sfrattare? Vostro padre riceve lettere appassionate da una donna e sospettate che ci sia dietro una truffa? Il tizio che vi ha imbiancato casa ha fatto un lavoro scadente e siete una vecchietta che non sa difendersi? Bene Dick Henry è l’uomo che fa per voi  e con le buone o più che altro le cattive risolverà il vostro problema. Finché un giorno un miliardario re del porno non l’assolda per scoprire se la sua amata mogliettina lo tradisce. Dick Henry accetta per scoprire suo malgrado che la fedifraga mogliettina non è altro che la bellissima e sensuale Lynette con la quale se la spassa da qualche mese. Dick Henry sarà così alle prese con un frenetico gioco degli equivoci che lo porterà ad inventarsi un cadavere fino all’esilarante scena delle Onoranze Funebri, che mi ha fatto ridere con le lacrime agli occhi. Anche Lynette ha i suoi piani comunque e Dick Henry si troverà costretto a cercare di uscirne almeno vivo. Capitoli brevissimi, talento visionario e cinematografico, umorismo sopra le righe, sesso e amore alternati con gusto per il paradosso, susseguirsi incessante di colpi di scena ne fanno una storia che scorre veloce verso un finale tragico ma nello stesso tempo inevitabile. Niente paura comunque è già uscito negli Stati Uniti il seguito Tribulations of the Shortcut Man non ci resta che aspettare che venga tradotto anche in Italia. Chissà magari Fabrizio Fulio Bragoni è già al lavoro.      

:: Recensione di Olivia. Ovvero la lista dei sogni possibili, Paola Calvetti (Mondadori 2012) a cura di Viviana Filippini

15 agosto 2012 by

Olivia è una giovane trentenne, carina, con una laurea e un lavoro in un ufficio stampa. Tutto sembra perfetto, e ho scritto sembra, perché poco prima di Natale la sua vita cambierà in modo inaspettato: Olivia viene licenziata. Triste e demoralizzata la ragazza non ha il coraggio di tornare a casa e, in compagnia dello scatolone colmo di tutto quello che è stata la sua vita lavorativa da precaria, si rifugia in un bar tabacchi per trovare un po’ di consolazione. Qui, tra una cioccolata, un pasticcino, uno spuntino e due chiacchiere con il cameriere, la fragile Olivia pensa a come riorganizzare la propria esistenza, cominciando a scrivere una lista di cosa da fare per essere veramente felice. La permanenza nel locale diventa per la protagonista un flashback nel passato fatto di tanti ricordi che hanno caratterizzato la sua adolescenza, i suoi studi letterari, i sogni, le passioni e i fallimenti che l’hanno segnata. Olivia pensa a se stessa, mentre davanti ai suoi occhi scorre la buffa umanità che caratterizza il locale: adolescenti alle prese con le pene d’amore, nonni baby-sitter, coppie impegnate a scegliere cosa preparare per il pranzo di Natale. In questo piccolo universo protettivo la nostra eroina stila la lista dei desideri possibili e li appunta con la consapevolezza che su di lei veglia da sempre, anche se è morta da tempo, lo spirito della nonna, colei che l’ha iniziata alla lettura, al divertimento e alla passione per la fotografia regalandole una Polaroid. Ed è con questa macchinetta che Olivia ha bloccato momenti intensi di vita, carichi di emozioni e di persone che in modo inaspettato torneranno nella sua vita. In parallelo alle vicende tragicomiche della protagonista c’è la storia dolente e complessa, di un lui, Diego, un giovane uomo laureato in legge, esperto di diritto internazionale, con una unica grande passione: la fisica. La sua esistenza è colma di dolore, Andrea, il fratello maggiore ha compiuto un gesto che ha lasciato una ferita profonda in tutti i suoi familiari. Un dolore che i genitori non hanno mai superato. A conseguenza di questo fatto Diego si è sempre sentito poco amato dalla madre e dal padre, ma non ha mai smesso di amarli e di voler bene al suo infelice fratello maggiore. Diego è un giovane uomo, single e si sente inetto e incapace di amare. Il nuovo romanzo di Paola Calvetti racconta due esistenze in bilico costante tra la gioia e il dolore. Olivia e Diego sono il ritratto di una generazione – quella dei giovani adulti della nostra società contemporanea – travolto dalla crisi economica, lavorativa, sentimentale ed emotiva. Su ogni piano le loro esistenze hanno subito scossoni traumatici che li hanno fatti e li stanno facendo soffrire anche nel presente, dimostrando quanto le paure, le insicurezze e le inquietudini di questi personaggi letterari siano simili alle tante ansie che caratterizzano la gioventù di oggi. Se facciamo un parallelo tra noi, la nostra società e il mondo di Olivia, ci rendiamo conto di vivere oggi in una società colpita da una grave recessione economica, un mondo nel quale i tagli dei posti di lavoro sono diventati, purtroppo, la quotidianità, un cosmo talmente cupo e depresso che anche trovare la persona giusta da amare sembra essere ormai un impresa eroica, e vi garantisco che non riguarda solo Olivia! Olivia. Ovvero la lista dei sogni possibili è un libro curioso ed interessante, che permette a chi legge di ritrovare parte del proprio vissuto nelle esperienze dei due protagonisti, due universi così lontani, diversi, distanti tra loro, ma allo stesso tempo inconsapevoli di essere vicini e simili. Tra le pagine libro della Calvetti, edito da Mondadori, c’è molto dolore e sofferenza, ma la festa natalizia finale ha in sé un messaggio di speranza e di rinascita per Olivia e Diego, un monito che dovremmo considerare pure noi lettori. A volte per ricominciare a vivere è necessario staccarsi -anche se è un processo difficile e spesso non completo- dagli eventi che più ci hanno fatto soffrire e Olivia e Diego ne sanno qualcosa, perché la loro vita è stata marchiata da episodi traumatici che li avranno resi sì fragili e ipersensibili, ma allo stesso tempo queste prove hanno dato loro la forza di continuare a sperare nel domani, un segno che anche nel buio più assoluto c’è sempre un spiraglio per la luce.

Paola Calvetti ha lavorato alla redazione milanese della «Repubblica», dal 1993 al 1997 ha diretto l’Ufficio Stampa del Teatro alla Scala e, in seguito, è stata Direttore della Comunicazione del Touring Club Italiano. Oggi scrive per il «Corriere della Sera» e il settimanale «Io Donna». Ha pubblicato L’amore segreto (Baldini&Castoldi 1999), L’addio (2000), Né con te né senza di te (2004), Perché tu mi hai sorriso (2006), tutti in edizione Bompiani, e Noi due come un romanzo (Mondadori 2009).

:: Un’ intervista con Michael Gregorio

13 agosto 2012 by

Benvenuti Daniela e Michael su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni. Ognuno descriva l’altro anche fisicamente.

Daniela: l’aspetto di Mike è molto inglese. O almeno come noi latini ci immaginiamo sia un inglese. Non è solo il fatto di essere biondo (o esserlo stato. Un po’ di capelli e barba bianchi ci sono anche se il biondo chiaro aiuta il camuffamento più di una capigliatura scura) occhi azzurri e abbastanza alto. Ma è soprattutto il mento pronunciato a dargli l’aspetto inesorabilmente British.

Mike: Daniela è… e basta. Quando la conobbi per la prima volta in Inghilterra molti anni fa, faceva impressione la sua personalità spiccata, la sua magrezza e il suo senso di umorismo. E’ così ancora oggi, a parte, diciamo, un “paio” di chili in più.

Per chi non lo sapesse Michael Gregorio è lo pseudonimo di due scrittori Daniela De Gregorio e Michael G. Jacob che sono anche sposati nella vita. Quindi un doppio connubio letterario e di sentimenti. Parlateci di voi, della vostra infanzia, dei vostri studi, della vostra vita professionale.

Daniela: ho avuto un’infanzia insolita e divertente. Mio padre era un pittore con una storia artistica bella ed importante e dunque frequentava gente interessante anche per una bambina. Infatti non mi importava troppo essere in compagnia di coetanei. , perché quando mamma a papà mi portavano dietro a cene, serate, riunioni ed inaugurazioni di mostre, ero in mezzo a persone la cui conversazione e comportamenti erano sempre un po’ “matti”. Ricordo una estate a Spoleto. Un gruppo di amici artisti aveva preso in affitto una bella villa su una delle colline della città. Praticamente era una “comune” prima che le comuni fossero di moda. Ogni tanto arrivava un artista e ne partiva un altro. Dipingevano insieme, parlavano, scherzavano. Ricordo di sera (erano i primi anni ’50 e non c’era televisione) facevano anche qualche spiritismo fra lo scherzoso ed il serio. Io ero l’unica bambina presente. Divertita e coccolata da tutti. Avevo 5 anni. Poi è cominciata la scuola e la mia vita è diventata molto più regolare e noiosa. Ho fatto il liceo classico a Spoleto. Ottimi voti nelle materie letterarie. Filosofia la mia preferita. Nelle materie scientifiche ho avuto problemucci che i professori, siccome andavo molto bene in tutto il resto, non mi facevano pesare troppo. Università a Perugia. Laurea in storia e filosofia. Una collaborazione giornalistica ai quotidiani locali quando ero all’università. Verso la metà degli anni 70 con i miei genitori mi sono trasferita a Firenze. Nel 1975, per imparare l’inglese sono andata a Oxford iscritta ad uno di quei corsi estivi di inglese. Allora non c’erano ragazzini o bambini ed i corsi era pieni di adulti, soprattutto scandinavi. Mike era uno dei miei insegnanti.

Mike: La mia infanzia a Liverpool può essere riassunta in una parola: calcio. Giocavo a calcio, seguivo il calcio, sognavo di giocare tutta la vita. Dopo l’università, cominciavo ad insegnare letteratura inglese, cosa che ho fatto per 9 anni in Inghilterra e per 25 anni in Italia. Sono un collezionista appassionato di fotografie del 19° secolo, e ho avuto la fortuna di insegnare anche storia della fotografia. Ho messo insieme collezioni di una certa importanza. La mia raccolta di fotografia che riguarda il Risorgimento è stata esposta varie volte, e adesso fa parte di una collezione pubblica importante. Ovviamente, il mio idolo non è Mick Jagger, ma Giuseppe Garibaldi.

Come vi siete conosciuti? Ditemi il primo ricordo che avete l’una dell’altro.

Daniela: Ci siamo conosciuti ad Oxford nel 1975. Il modo ha qualcosa di “gotico” e annuncia un po’ il nostro destino. I corsi di inglese si svolgevano all’Hertford College, un posto molto sinistro di suo. Io occupavo una stanza grande da sola. Una sera verso le dieci, bussa alla mia porta una signora francese sui quaranta anni. Le voci dicevano che fosse la segretaria del ministro della difesa francese di allora. Era agitata e mi spiega in un inglese con un forte accento gallico, che dalla sua stanza sentiva grida femminili. La sua ipotesi era che da qualche parte si stesse torturando una ragazza. Raduno subito un piccolo manipolo di amici italiani e spagnoli e si gettiamo alla caccia del “mostro”. La signora francese lo aveva descritto con precisione: era l’insegnante biondo con gli occhi chiari che si chiamava Mike. Ci convincemmo subito “Ma certo! Quello l’aria strana ce l’ha!” “ Ieri l’ho visto e sembrava che..” “ Anche a me sembra che…” Mentre salivamo e scendevamo per le scale buie ci caricavamo. Non trovammo niente. Cominciammo a sospettare che la signora francese avesse inventato tutto. O immaginato. Il giorno dopo vediamo la ragazza che doveva aver subito le torture parlare tranquillamente con Mike. L’avvicino e le chiedo se sta bene. Quella mi dice che sta benissimo. Poi le racconto la paura della notte precedente. Quella indica la signora francese che aveva bussato alla mia camera e si tocca la tempia. Quella è matta. Ecco, è rimasto sempre il dubbio: la francese era matta? Non lo era e Mike era veramente il mostro torturatore di ragazze? Non so se l’ho sposato proprio per questa “aura” di mistero.

Mike: Ad Oxford in quegli anni andavo al cinema d’essai quasi ogni sera. Invitavo i miei studenti a venire con me. C’era una bella ragazza italiana che amava il cinema come me. All’inizio invitavo tutti i miei studenti ad andare a vedere i films. Per esercitare l’inglese. Dopo un po’ invitavo Daniela e basta.

Come è nato il vostro amore per la letteratura? Quali sono stati gli scrittori che avete più amato durante i vostri anni formativi?

Daniela: Da piccola ho letto molto Jules Verne. Poi, verso il ginnasio-liceo ho scoperto Kafka e me ne sono innamorata. Ho anche fatto un pellegrinaggio sulla sua tomba nel 1972. In seguito è cominciata la passione per il mistero ed il giallo. Ho amato (e amo molto anche se non la leggo più da un pezzo) Patricia Highsmith. E poi naturalmente Stephen King fino a quando ha scritto libri non troppo visionari. Ogni due anni rileggo Jane Eyre e Moby Dick. Darei il braccio destro ed un piede per aver scritto uno dei due.

Mike: Studiavo letteratura all’università. Amavo i romanzi ‘grossi’, quelli dai 400 pagine in su: Cervantes, Moby Dick, Dostoevsky, Tolstoy, Flaubert, Fielding. In seguito ho scoperto la letteratura americana, in particolare Faulkner, Vonnegut, e il ‘noir classico’, quelli di Chandler, Hammett, e i loro seguaci. Comunque, il mio preferito è sempre Charles Dickens, e il suo capolavoro, “Grandi Speranze.”

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Daniela: Quando lo lessi, credo avevo sui quindici anni, mi sconvolse “La metamorfosi” di Franz Kafka. Più di recente, ma parlo sempre di diversi anni fa, ho letto e riletto (mi succede di rado) “L’altra Grace” di Margaret Atwood. Adesso sono una lettrice pigra e disordinata. Leggo molti thrillers e ancora qualche libro di storia. Quando facevamo ricerche sulla Germania dell’800 leggevo tutto quello che riguardava quel periodo su cui riuscivo a mettere le mani. Ho trovato libri insoliti e interessanti. Per lo più in inglese.

Mike: “Grande Speranze” ha tutto – mistero, assassinio, le vendette, scene di grande e gotico impatto, l’amore che porta alla rovina, un senso del dovere persistente, la perdita inevitabile della famiglia e dei sentimenti giovanili, e la realizzazione che ogni piccola decisione può essere decisivo e finale, che ti può portare alle stelle o alle stalle. Lo rileggo ogni volta che leggo un paio di romanzi in seguito che non mi ispirano troppo, per rinfrescare la memoria di come deve essere un libro.

Vivete da anni in Italia. Perché avete scelto di vivere nel nostro paese?

Daniela: Io sono italiana, ma ogni tanto sbotto e chiedo a Mike di andare a vivere in Inghilterra. Mi piace molto il loro paesaggio. Qualche volta (quando è troppo caldo come questa estate) invidio anche il loro clima. Ma Mike è irremovibile. Lui non lascerebbe mai l’Italia. Boh… chiedete a lui il perché.

Mike: Che responsabilità! Perché l’Italia? Amo il paesaggio, l’arte, il cibo. Amo casa nostra, e il nostro gatto, Lionello. Mi piace essere un pesce fuori acqua. Mi sono divertito alcuni giorni fa quando presentavamo il nostro romanzo Boschi & Bossoli a Praiano sulla costa amalfitana. Una signora mi ha detto: “Lei è molto simpatico, sembra più napoletano che inglese”. In effetti, mi trovo meglio con la mentalità italiana che è più rilassata e informale che quella rigidamente britannica.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Daniela: Qualche anno fa un programma televisivo credo fosse Rai News International, ci dedicò un servizio a seguito di una intervista di Giovanna Zucconi apparsa su “La Stampa” dove parlava del fatto che fare progetti insieme rende un matrimonio più forte. Ad un certo punto a Mike scappò detto che noi non abbiamo mai litigato tanto come da quando scriviamo insieme. La giornalista lo fermò e chiese al tecnico di cambiare quella dichiarazione. Però è vero. Noi litighiamo molto da quando scriviamo a quattro mani. Su un capitolo che non funziona siamo capaci di dirci cose molto cattive. Però sono circoscritte al lavoro, non passano mai nella nostra vita insieme. Siamo gli editor più feroci l’uno dell’altra e questo è un bene. Il pericolo più grande per uno scrittore, infatti, è il compiacimento per quello che scrive. Il proprio e quello delle persone a cui fai leggere il libro. Anche i più grandi scrittori cominciano a fare errori quando non c’è più nessuno che “osi” dirgli dove il libro non sta funzionando.

Mike: Litigare è una brutta parola. Noi abbiamo ogni tanto degli scambi di opinione assai accesi particolarmente sul lavoro. Nella vita non potrei immaginarmi con una compagna che non sia Daniela. L’importante, come ho imparato, e di non dire sempre che ho ragione io, anche se… Ma no, basta, altrimenti cominciamo a litigare.

Avete esordito con Critica della Ragion Criminale il primo romanzo di una serie che comprende I Giorni dell’Espiazione, Luminosa Tenebra e Unholy Awakeningancora inedito in Italia con protagonista il giovane procuratore Hanno Stiffeniis, tutti ambientati in Prussia durante le guerre Napoleoniche. Come è nata l’idea di questa serie, quanti libri prevede?

Daniela: L’idea non era nata come una serie. Quando abbiamo scritto Critica della Ragion Criminale pensavamo ad un unicum. Ma quando Faber & Faber ci ha fatto il contratto, ci ha detto che ne voleva due e che dovevamo pensare un’altra indagine di Hanno Stiffeniis. Poi c’è stato il contratto per altri due libri. L’idea di Criticaè venuta fuori per la curiosità che in tutti e due aveva suscitato la personalità di Immanuel Kant. Io (Daniela) ho insegnato filosofia al liceo classico e più leggevo e più il filosofo della razionalità mi sembrava una figura sinistra. Veramente “gotica”. Da lì è partita l’idea di descrivere gli ultimi giorni di vita di Kant che diventa un personaggio “dionisiaco” e mefistofelico. Fra i nostri ammiratori c’è un professore germanista dell’università di Edimburgo che usa i nostri libri per far capire la “germanicità” ai suoi studenti. E’ la cosa particolare delle indagini di Stiffeniis: sono dei thrillers anche piuttosto “splatter”, ma in qualche università, Edimburgo appunto e, più di recente a Bologna e Verona, ci sono studenti che le studiano dal punto di vista filosofico. Le indagini di Hanno Stiffeniis comunque, si fermeranno alla quarta “Unholy Awakening”. Almeno per un po’.

Una curiosità la pubblicazione in Italia di Unholy Awakening per quando è prevista?

I tempi di uscita dei libri, soprattutto quelli in traduzione, è sempre una cosa decisa dalla casa editrice. Ci hanno detto, comunque, che sarà alla fine di questo anno o all’inizio del prossimo. Einaudi Stile Libero lo acquistò insieme a Luminosa Tenebradopo aver pubblicato i primi due.

Mi piacerebbe sapere un po’ di più di questo libro. E’ vero che Hanno Stiffeniis avrà a che fare con i vampiri?

Abbiamo cercato di dare alle indagini di Stiffeniis ambientazioni diverse nella Germania dell’inizio ‘800. Il primo romanzo si svolge a Königsberg durante gli ultimi giorni di vita di Immanuel Kant. Ne I Giorni dell’Espiazione lo scenario è quello terribile delle caserme militari prussiane. La Germania allora (insomma la Prussia) era veramente un’unica grande caserma e la vita lì dentro era ferocissima. Avevamo messo le mani su un paio di libri che la descrivevano molto bene. Un vero racconto dell’orrore. In Luminosa Tenebra portiamo Stiffeniis sulle coste del Baltico dove si raccoglie l’ambra, la ricchezza della Prussia di quel periodo. Nel libro, le raccoglitrici di ambra, che sono quasi delle superdonne, vengono uccise in modo terribile. L’idea ci era venuta quando ci siamo imbattuti in un testo del ‘600 di Hartmann che descrive il mistero dell’ambra, come si raccoglieva, che cosa è e da dove arrivano gli insetti intrappolati lì dentro. E in Unholy Awakening(non sappiamo ancora che titolo avrà in italiano) parliamo del fenomeno del vampirismo. Non tanto del vampiro romantico come lo conosciamo oggi dai film e dai libri per giovani tipo “Twilight”, quanto della paura del morto che ritorna. Un familiare, un amico, che bussa alla porta e che viene accolto come se fosse vivo. Poi, improvvisamente, intuiamo qualcosa di “estraneo” e di malefico e comincia l’orrore. Anche qui avevamo trovato un testo del ‘700 sul fenomeno del vampirismo scritto dal vescovo di Trani Giuseppe Davanzati. Era un fenomeno diffuso e ricorrente fino alla prima metà dell’800. Nella seconda metà del ‘700, tanto per dire, Maria Teresa d’Austria dovette emanare un ordine che impedisse alla gente dei villaggi di aprire le tombe alla ricerca del vampiro che secondo loro stava portando la morte (spesso la peste) nelle loro case. Ecco siamo partiti da una paura di questo genere che scoppia nella cittadina dove vive Stiffeniis a seguito di strani fenomeni e dell’arrivo di una misteriosa donna.

Il vostro lavoro prevede un’attenta ricostruzione storica. La scelta di ambientare le vostre storie nella Prussia di inizi Ottocento durante le guerre Napoleoniche è una scelta piuttosto insolita. Non è un periodo molto documentato. Come avete ovviato alla difficoltà di trovare le fonti?

Dove potevamo e come potevamo. Internet è ovviamente una grande risorsa. Abbiamo trovato lì notizie sulle leggi (terribili) che regolavano la raccolta dell’ambra lungo le coste baltiche. Poi libri e documenti, in particolare una rara edizione completa dell’Encyclopedie di Diderot che abbiamo scoperto a Spoleto. Descrive letteralmente tutto. Utilissime anche le lettere che la mamma di Schopenhauer scriveva al figlio descrivendo la paura dell’arrivo dell’esercito di Napoleone dopo la sconfitta di Jena.

Mi piacerebbe sapere qualcosa in più sul personaggio di Hanno Stiffeniis. Si basa su una persona realmente esistita o è unicamente frutto della vostra fantasia?

Non volevamo fare di Kant il personaggio principale. Di investigatori dai nomi famosi ce ne sono troppi ormai. Volevamo che chi indaga sui delitti fosse qualcuno non particolarmente efficace dal punto di vista investigativo (anche di detective che capiscono subito a chi dare la caccia ce ne sono troppi), ma piuttosto che avesse un contrasto interiore. Qualcuno che prova paura di quello che affronta, morte violente, sangue e ferocia, perché lo sente non del tutto estraneo a sé stesso. Hanno Stiffeniis indaga perché è un procuratore e le cose gli capitano perché fa quel lavoro. Ma quello che scopre nelle sue indagini, incluso chi è l’assassino e le motivazioni della violenza, preferirebbe non saperlo. Anche nelle indagini vere avviene questo, crediamo. Soprattutto nei casi più efferati: è sapere chi lo ha fatto e perché che ci rende più inquieti.

Il vostro libro più recente parla di cementificazione e abusivismo. Ce ne volete parlare? Come vi siete accostati ad un approccio così ambientalista?

Abitiamo in una cittadina bellissima (Daniela ci è nata a Spoleto) che ha subito molti scempi negli ultimi tempi. Alcuni progettati, molti attuati. Noi che vivevamo un po’ appartati e con la testa nella Germania dell’800, improvvisamente ci siamo tirati dentro a proteste e manifestazioni per difendere il paesaggio e il centro storico dal solito assalto cementizio che viene spacciato per sviluppo e modernità. E’ successo in molto luoghi, ci viene in mente Monticchiello, per esempio. E la battaglia di Asor Rosa. E’ successo anche a noi. Sicché, quando a seguito di vicende di costruzioni e progetti secondo noi deturpanti che sono anche finiti sui giornali nazionali, Alberto Ibba che dirigeva la collana di VerdeNero-Ambiente ci ha chiesto se ci andava di scrivere un thriller di eco-mafia, non ci abbiamo pensato un attimo ed è venuti fuori Boschi & Bossoli. Per noi è stata una cosa insolita, perché in genere i nostri libri sono scritti in inglese per case editrici inglesi ed americane e poi tradotti in italiano. Questa volta la storia è stata ambientata in Italia, scritta in italiano e poi verrà tradotta in inglese. Insomma, abbiamo fatto il viaggio al contrario, almeno per questa volta. La cosa ci è piaciuta molto. Nella storia ch raccontiamo c’è sempre un elemento violento e feroce, ma questa volta l’ambiente non è la Germania e non è l’800. E’ l’Italia ed è oggi.

Chi dei due è il più pignolo, esigente, e chi invece è il più creativo, fantasioso?

Tutti e due, per fortuna, abbiamo una buona dose di fantasia e una buona disciplina per tenerla a freno. Però ormai conosciamo i nostri individuali pregi e difetti e ne teniamo conto senza discutere più tanto. Per esempio Daniela ha più il senso della trama e di quello che può o non può succedere, date alcune premesse, oltre alla coerenza psicologica e di motivazione dei personaggi. Difetti: non è molto accurata nelle descrizioni. Mike sa descrivere bene la fisica delle cose, dei paesaggi e degli ambienti. Oltre a saper dare vivacità al dialogo. Difetti: dimentica la trama.

Chi ritenete siano i maggiori scrittori contemporanei? Chi apprezzate della nuova generazione?

Daniela: Nel mondo anglosassone ci sono scrittori grandissimi del genere “giallo”. Philip Kerr, ad esempio ci piace molto. In Italia, i giovani come Simone Sarasso, Guglielmo Pispisa, i Kai Zen, i Wu Ming.

Mike: Sono d’accordo per quanto riguarda i scrittori italiani. Fra gli inglesi, apprezzo Mark Billingham, Ian Rankin, Craig Russell, Bill James, R. N. Morris, Declan Burke, Anthony Neil Smith, Damien Seaman e tanti altri. Fra gli americani il ‘vecchio’ Elmore Leonard è quasi imbattibile, come Michael Connelly, un grande veramente.

Quale strumento di scrittura preferite usare: la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Daniela: Ho una mania per le penne, tutte. Devono essere con la punta grande e con inchiostro blu. Il bloc notes è il Reporter’s notebook di 150 fogli che compero da W.H. Smith quando siamo in Inghilterra. Sono capace di riempirne anche un paio, quando buttiamo giù la trama. Pagine e pagine scritte a mano con una calligrafia che nessuno (nemmeno io) riesce a decifrare. Poi, ovviamente il computer. Per la correzione sui fogli stampati, usa matita Staedler HB 2 e gomma da cancellare.

Mike: Cos’è una penna?

Avete relazioni di amicizia con altri scrittori?

In questi anni abbiamo incontrato tanti scrittori, molti dei quali consideriamo amici. Sono inglesi ed italiani. Parliamo insieme di libri. Ma anche di tutto il resto. Con una birra, chiaro.

Durante la stesura di un libro preferite occuparvi della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Crediamo di aver riposto già a questa domanda. Daniela si occupa più della coerenza della trama, le motivazioni e la coerenza dei personaggi. Mike della descrizione dei luoghi e delle persone e dei dialoghi.

Cosa state leggendo al momento?

Daniela: Sto leggendo Prague Fataledi Phillip Kerr oltre ad un libro su Leonarda Cianciulli (la mia passione da tempo).

Mike: Sto leggendo Q di Wu Ming nell’ottima traduzione inglese, Hunger Games di Suzanne Collins, e Dead Money dello scozzese Ray Banks su Kindle. Leggo romanzi in inglese per rilassarmi. Leggo in italiano quando non c’è alternativa. Per esempio, sto leggendo Il Fantasma dell’OVRA(bellissimo titolo scherzoso) dallo storico, Antonio Sennino.

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Daniela: Il più buffo è stato quando abbiamo conosciuto Paolo Repetti e Severino Cesari che avevano già acquistato Critica della Ragion Criminalee qualunque altra cosa avremmo scritto dopo. La nostra casa editrice principale, Faber & Faber di Londra, aveva deciso di mantenere il mistero su chi fosse questo Michael Gregorio. Gli editori di Stile Libero avevano però chiesto di incontrare il nuovo autore. Bene, arriva non una persona sola, ma noi due: una italiana ed un inglese e non da Londra o chissà da dove, ma da Spoleto. Da 125 chilometri. Il più imbarazzante è stato durante uno dei parties estivi che offre la Faber & Faber. Abbiamo parlato con Haneif Kureishi scambiandolo per tutto il tempo con Ali Karim un giornalista esperto di thrillers.

Mike: Un giapponese ci ha scritto tempo fa. Aveva letto il nostro secondo libro, I Giorni dell’Espiazione e siccome stava per visitare Europa ci ha contattato. “Dove posso trovare il castello di Kamentez?” ci ha scritto chiesto. “Ho provato Google Maps, ma senza esito.” Gli abbiamo dovuto dire che non avrebbe potuto fare nessuna gita a Kamenetz perché non esiste, se non nelle nostre teste.

Vi piace fare tour promozionali? Raccontate ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Ci fa un po’di fatica partire (abbiamo un gatto, Lionello, che adoriamo e che non sappiamo mai a chi lasciare,) ma ci fa sempre un gran piacere perché è un modo per incontrare nuove persone. Quello dello scrittore (e meno male che noi siamo in due) è un lavoro molto solitario, la qual cosa ha i suoi vantaggi. Ma ci vogliono delle interruzioni – come dire? – sociali. Comunque la cosa più divertente è accaduta durante la presentazione di Luminosa Tenebraqui a Spoleto. L’abbiamo fatta nella sede bellissima dell’Istituto d’Arte. Una vera performance preparata dagli studenti, con scene truculente e presenze di ragazzi mascherati in modo sinistro. Ad un certo punto c’è stata la lettura di alcuni brani del libro. Noi due ci eravamo dimenticati di quello che avevamo scritto, perché in Italia il libro è uscito circa dopo un anno e mezzo dopo l’edizione inglese ed americana. E poi c’era la traduzione del bravissimo Mario Marchetti di mezzo. Bene, il brano scelto era così efficace che noi due ci siamo guardati, pallidi e tesi. Ci eravamo messi paura da soli.

State lavorando ad un nuovo libro della serie dedicata a Hanno Stiffeniis? Potete anticiparci la trama?

Stiamo lavorando da tempo (la stesura è stata interrotta dall’avventura di “Boschi & Bossoli” con VerdeNero-Ambiente) ad un thriller che si svolge fra l’Inghilterra e la Roma del 1946. C’è un nuovo protagonista: Raoul Sodano un poliziotto che ha fatto parte di una sezione dell’OVRA che si occupava di crimini che potevano destabilizzare l’Italia e che quindi dovevano essere risolti presto. Raoul, innamorato da sempre di Mussolini ha ancora la sua foto nel taschino, ma lavora adesso per la Sezione 2 comandata da un americano eccentrico che ha la stessa funzione dell’ufficio per cui Sodano lavorava all’OVRA. Risolvere crimini potenzialmente destabilizzanti per il paese. A Roma, in squallide e povere stanze in affitto, cominciano a spuntare i cadaveri di donne. Tutte di mezza età, che vivevano sole e la cui scomparsa era stata denunciata qualche tempo prima. Perché mai queste donne si sono allontanate dalla loro case per finire uccise in una stanzetta misera da un’altra parte della città? Qualcuno dice a Sodano che quello è un caso che potrebbe gettare nel caos Roma e l’Italia. Un caso politico proprio prima del referendum monarchia repubblica del 1946. Raoul Sodano è riluttante a crederlo, ma quando scopre che fra le donne scomparse c’è anche una inglese che venti anni prima è entrata in Italia incontrando le più alte cariche del fascismo, sa che quella è una bomba che deve essere disinnescata.

Altri progetti?

Tradurre in inglese Boschi & Bossoli, scrivere una novella in inglese per una casa editrice francese, e sistemare l’altra parte della casa da aggiungere a quella dove già abitiamo. Dopo molte discussioni su dove volevamo vivere, Daniela proponeva l’Inghilterra, Mike l’Italia, la“perfida Albione” ha vinto.

:: Recensione di La trappola del miele di Stefano Di Marino (Lite Editions collana Atlantis, 2012)

12 agosto 2012 by

Il caldo dopo le piogge insistenti dei giorni precedenti era opprimente. Sul terreno sconnesso l’ultimo temporale aveva lasciato pozze che brillavano come traboccanti di piombo fuso. Odore di erba bagnata e di cibo cotto in strada. Jeff passò accanto a una serie di camioncini, sei tuc-tuc gialli e neri arrivati ammaccati da Bangkok e conservati in stato di manutenzione precaria. Due degli autisti giocavano a dama con gli occhiali da sole e i cappelli calati sugli occhi. Un manifesto di incontri di Laoboxing copriva un pilastro all’ingresso del mercato. Voci lontane. Bambini che correvano. Qualche prostituta già al lavoro sulla soglia di un vetusto caseggiato francese. Pareti scrostate e lucertole del colore della sabbia.

Vientiane (Laos). Nel caldo opprimente di una delle più sensuali e misteriose capitali d’Oriente si consumano i destini di un uomo e una donna. Lei: Nikki Leong un’eurasiatica bellissima e letale. Lui:  Jeff un occidentale il cui lavoro è uccidere su commissione. La morte sembra accomunarli, ma inaspettata arriva la passione, che anche solo per un attimo, li sfiora e qualcosa cambia nelle loro vite prima che l’inevitabile si compia. Stefano Di Marino profondo conoscitore della seduzione che l’Oriente esercita da millenni in questo racconto breve venato di sensualità e esotismo ci porta a Vientiane, capitale del Laos, e ci immerge in un’atmosfera rarefatta e pregna di odori e sapori di spezie. Racconto di grande fascino ed eleganza, con grande padronanza di linguaggio, capacità introspettiva e amore per i dettagli delle ambientazioni, come è nello stile dell’autore, La trappola del miele filtra attraverso gli occhi di un occidentale un mondo antico, e per alcuni versi crudele, che dietro la sua grande bellezza nasconde una realtà fatta di povertà e corruzione, che l’autore evidenzia con pochi e decisi tratti scevri da pregiudizi, senso di superiorità o disprezzo. Seppur breve è un racconto ricco di sfumature, da leggere lentamente, gustando specialmente la capacità di Di Marino di farci vivere e partecipare all’azione. L’ambientazione perfettamente riuscita descritta con termini propri dà un senso di autenticità e calore ed è sicuramente la parte che ho preferito. Il tocco di erotismo si amalgama alla storia rendendosi quasi necessario e funzionale alla psicologia dei personaggi che proprio tramite questa particolare storia d’amore provano sentimenti che nel loro mondo sono del tutto estranei e per di più letali. Pochi dialoghi, dove per lo più emerge assordante il rumore delle pale dei ventilatori, del vociare delle strade, del breve scambio di parole codificate tra mandanti ed esecutori e tra Nikki e Jeff. Bellissimo.

Stefano Di Marino è nato a Milano nel 1961. È uno degli scrittori italiani di action/adventure thriller più seguiti dagli appassionati. Ha chiuso in un cassetto una laurea in giurisprudenza per seguire la sua vocazione di narratore senza negarsi il piacere di una lunga serie di viaggi in Oriente e una approfondita conoscenza del mondo delle discipline da combattimento e della loro cultura. Ha esordito con il romanzo Per il sangue versato (1990), seguito da Lacrime di drago (1994), entrambi pubblicati da Mondadori, Il cavaliere del vento (2000) e Quarto Reich (2002), usciti perPiemme. È anche autore di libri di viaggio e di saggi sul cinema e sulle arti marziali. Per il Touring Club Italiano ha scritto E nel cielo nuvole come draghi (2006), un viaggio a Hong Kong attraverso cinema e letteratura di genere. Noto soprattutto per i suoi romanzi di fantapolitica Ora Zero (Editrice Nord, 2005) e Sole di fuoco (TEA, 2007), ha da poco completato per Mondadori la trilogia Montecristo (2008/09), basata sull’ipotesi di un colpo di Stato in Italia. Da diciassette anni, con lo pseudonimo Stephen Gunn, scrive la serie più lunga (trentasei episodi) della spy story italiana su Segretissimo: Il Professionista, che dal maggio 2011 ha una sua collana di ristampe intitolata Il Professionista Story.

:: Un’intervista con Robert Littell a cura di Giulietta Iannone

11 agosto 2012 by

Grazie Robert per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Robert Littell? Punti di forza e debolezza.

Robert Littell vive alla fine di una trafficata stradina in una vecchia casa su una collina che domina il fiume Dordogne in Francia. Trascorre le sue ore leggendo e scrivendo, anche se non necessariamente in questo ordine. Quando era più giovane ha studiato chitarra classica e, per sport, ha fatto  alpinismo. La cosa grandiosa di arrampicarsi sulle Alpi, vicino al Monte Bianco, è che ti dimentichi di leggere e scrivere, pensi solo a dove potrai mettere la punta delle dita o la punta dei tuoi piedi. In breve, l’alpinismo concentra la mente verso la cosa più essenziale: la sopravvivenza. Con l’età si è rassegnato a fare lunghe passeggiate in montagna ed a guardare le cime delle montagne che una volta saliva.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato, cresciuto e diseducato a Brooklyn, New York, nello stesso quartiere (e più o meno anche nello stesso periodo) di Woody Allen. Ho studiato letteratura alla New York University e ho trascorso quattro anni nella Marina degli Stati Uniti, la maggior parte del tempo a bordo di un cacciatorpediniere. All’età di 21-25 ho avuto così tante responsabilità (da ufficiale di plancia come navigatore della nave) che sogno ancora una nave incagliata a causa di un errore che ho fatto. L’esperienza in marina è stata molto difficile, sul momento – ero solito contare il numero di giorni che mi mancavano prima del congedo – ma guardando indietro, fù un periodo molto formativo. Ho anche scritto un romanzo (Sweet Reason) ambientato a bordo di un cacciatorpediniere. Dopo la Marina sono tornato all’ Università e, infine, ho fatto il giornalista, lavorando come scrittore per Newsweek. Nel 1970 ho lasciato il mio lavoro per trasferirmi in Francia e scrivere il mio primo romanzo. Grazie ad una grande fortuna ho potuto fare lo scrittore fino da allora.

Quando ti sei reso conto che volevi fare lo scrittore?

Pensa che quando ero molto giovane – avevo qualcosa come dieci anni – una volta ho aperto un quaderno e ho deciso di scrivere un romanzo (in inchiostro). Ricordo di aver pensato che se avessi potuto solo immaginare una prima frase, il resto sarebbe venuto. Non ho mai scritto quella prima frase, così il notebook è rimasto vuoto – fino a quando ho smesso per Newsweek e in qualche modo sono riuscito a scrivere quel romanzo.

Raccontaci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

I miei preferiti sono Mother Russia (ambientato a Mosca), The October Circle (ambientato in Bulgaria, in cui sono stato molte volte) e, più recentemente, The Stalin Epigram [L’epigramma a Stalin, Fanucci, 2010] (la storia del grande poeta russo Osip Mandel’stam, che disse la verità su Stalin e alla fine pagò per questo con la vita). Il mio libro attuale, Young Philby, [Il giovane Philby, Fanucci, 2012] vorrei metterlo proprio lì con questi altri. Amo molto ambientare romanzi in altri paesi e in altre epoche e ricreare quei luoghi e quei tempi – in Young Philby, ho ricreato la Vienna dei primi anni Trenta, la Spagna durante la guerra civile, l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Suppongo che il motivo del mio particolare interesse per gli anni Trenta sia che oggi siamo ossessionati dalla crisi economica mondiale, ma le preoccupazioni e i pericoli di oggi sono nulla in confronto a ciò che la gente, specialmente gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali – hanno dovuto affrontate durante il periodo in cui Hitler e il fascismo stavano per sorgere.

Sei stato ispirato da eventi reali nella creazione delle trame?

Sì, certo. Ma se un romanzo si basa in particolare su un particolare periodo storico o su un evento, tutti i romanzi – i personaggi, l’interazione dei personaggi, gli eventi – hanno le loro radici nella vita dello scrittore. Consciamente o inconsciamente. Sono sempre sorpreso di trovarmi a scrivere un dialogo che mi sembra in qualche modo familiare, quando ci penso mi rendo conto che era un frammento di conversazione che ho sentito quando ero bambino o adolescente o adulto. Forse è giusto dire che, in definitiva, uno scrittore è qualcuno che scava nella sua propria vita.

Ora parliamo del tuo nuovo romanzo Young Philby da poco distribuito in Italia da Fanucci con il titolo Il Giovane Philby e tradotto da Olivia Crosio. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La miccia che mi diede l’idea di scrivere un romanzo su Kim Philby, chiaramente la più grande spia del suo secolo, fù una conversazione che ebbi a Gerusalemme alcuni anni fa con il sindaco emerito di quella città, Teddy Kollek. Racconto questa conversazione nell’epilogo di Il Giovane Philby. Kollek, un giovane austriaco socialista, era a Vienna quando Kim Philby,  giovane laureato di Cambridge, vi giunse nel 1933 – Kollek conosceva Philby di vista, e conosceva Litzi Friedman una radicale, che divenne l’ amante di Philby e più tardi la sua prima moglie. C’è un segreto sepolto in questa storia mi disse Kollek – un dettaglio su Philby che non avevo mai conosciuto prima e che ha gettato una nuova luce sull’intera storia di questo doppio agente britannico. Ma certamente non voglio svelarvi tutto!

Puoi raccontarci qualcosa della trama di questo libro?

Philby era un personaggio incredibilmente affascinante – insieme ai suoi compagni di classe provenienti da Cambridge, tutti molto di sinistra, tutti molto idealisti, tesserati comunisti- decise di cambiare il mondo, o almeno di aiutarlo a muoversi in una certa direzione. Il problema – il dilemma! – per Philby e per i suoi amici del college , negli anni Trenta, era se schierarsi dalla parte di Stalin al fine di lottare contro la marea fascista che minacciava di travolgere l’Europa. Ci deve essere stata certamente una grande quantità di sofferenza in questa scelta – già negli anni Trenta il mondo era a conoscenza del programma di collettivizzazione di Stalin che aveva provocato la morte di milioni di contadini (la prima fame “organizzata”al mondo fu opera di Stalin), sapevano anche che aveva eliminato molti avversari potenziali (Trotsky, Bucharin, Zinoviev, Kamenev, etc) nelle purghe e tramite esecuzioni. Era, sicuramente, per Philby e la sua generazione, il classico caso di sentirsi presi tra Scilla e Cariddi. È opera del romanziere quella di immaginare come navigarono tra i due(italiani!) pericoli per la navigazione. (Quando ero in Marina a bordo del mio destroyer, mi ricordo che stavo navigando attraverso lo stretto di Messina e passai quello che la carta di navigazione aveva etichettato come Scilla.) Forse tutta la vita è un problema di navigazione tra Scilla e Cariddi.

Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Un grande lavoro. Ho trascorso qualcosa come un anno leggendo quasi tutto ciò che è stato scritto su Philby (incluse le sue proprie “memorie”, pubblicate dopo che aveva cercato asilo in Unione Sovietica e quindi sospette dal momento che il manoscritto avrebbe dovuto essere approvato da parte della polizia segreta), e tanto materiale sugli anni Trenta e Quaranta e Cinquanta. Se si inizia a leggere di un soggetto, è difficile poi fermarsi. Ma ad un certo punto al ricercatore deve subentrare il romanziere e dire “Stop. E’ ora di scrivere “.

Quali sono le tue influenze?

Le mie influenze letterarie? In termini di fiction sono stato e rimarrò un grande ammiratore di F. Scott Fitzgerald – sia per la sua scrittura, la sua riscrittura, il suo perfezionismo, le sue trame intricate. Quello che ammiro – arrivando a riverire! – a proposito di Fitzgerald è che egli era sia un artista e che un artigiano. Troppi artisti non sono artigiani, troppi artigiani non sono artisti. La parte difficile è quella di essere entrambe le cose. Ho letto una grande quantità di libri di storia e biografie. Per la sezione che tratta della guerra civile spagnola in Il giovane Philby, per esempio, ho fatto affidamento su un libro magistrale dello storico inglese Antony Beevor, dal titolo The Battle for Spain. Per le sezioni del mio romanzo che riguardano  Stalin mi sono basato sulle più recenti biografie di Stalin (Stalin: The Court of the Red Tsar e Young Stalin) dello storico inglese Simon Sebag Montefiore.

Chi preferisci Robert Ludlum o John Le Carre?

Le Carre, certamente. Non perché scrive romanzi di spionaggio. Ma perché è uno scrittore raffinato e un romanziere meraviglioso. E’ una coincidenza che l’oggetto dei suoi romanzi sia molto spesso lo spionaggio. Ma io odio quando lo definiscono uno scrittore settoriale, cioè quando lo definiscono diversamente da un romanziere compiuto.

Pensi che ci sia una rinascita della spy story? Qual è il futuro della spy story?

Non ne ho idea. A mio modo di pensare Il giovane Philby è più di un romanzo storico (circa una figura centrale che è una spia) è un romanzo di spionaggio. Ma ancora una volta, perché limitare la definizione di qualsiasi romanzo …

Ci sono film in programma tratti dal tuo libro?

No.

Definiresti il terrorismo la contemporanea “Guerra fredda”? Sei d’accordo?

No. La guerra fredda era molto più semplice – e, finora, molto più pericolosa. Più semplice perché sapevamo chi fosse il nemico e dove il nemico fosse e più o meno quello che voleva. Più pericolosa perché ogni lato avrebbe potuto distruggere l’altro, insieme con la vita come la conosciamo sul Pianeta Terra. Oggi abbiamo solo una vaga idea di chi sia il nemico, non abbiamo idea di dove  sia – e abbiamo solo le nozioni più primitive di ciò che il nemico (per nemico mi riferisco all’Islam radicale) vuole. Ma questo nemico radicale, finora, ha mostrato solo la capacità di distruggere le Torri Gemelle, al contrario di distruggere l’America e le sue infrastrutture. Questo potrebbe cambiare se l’Islam radicale ottenesse, diciamo, le armi nucleari dal Pakistan.

Come possono i lettori entrare in contatto con te?

Il modo tradizionale è quello di scrivere lettere indirizzate a me tramite il mio editore. Ho sempre risposto alle lettere dei lettori.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

No.

Raccontami qualcosa sul tuo prossimo romanzo. A cosa stai lavorando in questo momento?

Mi dispiace. Sono superstizioso e non parlo mai di ciò che sto scrivendo. Ho paura che se ne parlo, possa sparire.