:: Un’intervista con Andrea Frediani a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2012 by

Benvenuto, Andrea, su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Presentati ai nostri lettori. Chi è Andrea Frediani?

Io mi definisco un “divulgatore storico”. Mi piace far sapere agli altri che la storia è bella e avvincente, e non è quella, fatta di date e dati, che si studia spesso a scuola. La storia è fatta di uomini e delle loro emozioni, e io cerco di farlo capire attraverso le mie quattro declinazioni di romanziere, saggista, consulente e articolista.

Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre, che era un militare, mi portava spesso al cinema a vedere film di guerra, da bambino. Inoltre, ai miei tempi non c’erano playstation, wii o cose del genere e i maschietti giocavano a soldatini. Ho finito quindi per visualizzare i contesti in cui ambientavo le mie battaglie e per sviluppare una passione per la storia, che poi ho concretizzato negli studi universitari.

Quando hai deciso per la prima volta di diventare uno scrittore?

A nove anni ho letto “La storia di Roma” di Indro Montanelli, e ho pensato che da grande avrei fatto la stessa cosa: avrei spiegato la storia agli altri attraverso i libri.

Come è nato il tuo amore per l’Antica Roma?

A me la storia piace tutta, senza grosse distinzioni. Mi interesso di più di antica Roma perché mi viene più richiesta.

Ho iniziato a conoscerti come autore leggendo Dictator: L’ombra di Cesare-Il nemico di Cesare-Il trionfo di Cesare, poi ho avuto modo di leggere La dinastia. Il romanzo dei cinque imperatori entrambi editi per Newton ComptonC’è una sorta di continuità tra i due libri, un progetto che ha accomunato la dinastia Giulio- Claudia. Ce ne vuoi parlare?

In realtà, sono nati ciascuno per conto suo, ma ora nuovi romanzi creeranno una linea narrativa comune. A suo tempo, mi è stato chiesto di scrivere una trilogia su Cesare, e in un primo momento avevo rifiutato, perché sembrava che su di lui fosse stato scritto di tutto. Poi mi è venuto in mente che della sua amicizia/rivalità con Tito Labieno non aveva mai parlato nessuno, e ho incentrato la trilogia su questo aspetto. La Dinastia è nata invece da una mia intuizione: adesso vanno molto le serie televisive sulle grandi famiglie storiche (I Tudor, I Borgia), ma mai nessuno aveva parlato della più importante di tutte, la Giulio-claudia. Così, ho pensato di scriverne un libro concepito come un serial Tv, strutturato attraverso 17 episodi pressoché autoconclusivi con personaggi di volta in volta diversi.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La dinastia? Quale stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Il potere. Non dovevano esistere personaggi del tutto positivi, perché il messaggio che volevo lanciare era che il potere corrompe e droga anche il più idealista degli uomini. Tutto, nel libro, ruota intorno a questo concetto.

Come hai fatto a gestire così tanti personaggi, dai protagonisti ai comprimari. Come sei riuscito a non farti sovrastare dalla complessità delle loro vicende?

Questo è stato infatti il motivo per cui avrei preferito farne una trilogia. I personaggi sono tanti, spesso con nomi uguali: ve ne sono ben 450, di cui solo 6 inventati, sebbene solo una trentina siano i veri protagonisti. Le vicende legate alle loro gesta sono infinite, naturalmente, e ho dovuto operare delle scelte, che tenessero conto dello scopo che mi prefiggevo, ovvero del messaggio che volevo lanciare. Ma non ho mai avuto dubbi che ciascun lettore avesse il proprio eroe e le proprie fissazioni, e che magari avrebbe preferito che sviluppassi una linea narrativa piuttosto che un’altra, un personaggio piuttosto che un altro…

Come ti sei documentato? Che testi hai consultato? Hai fatto ricerche in rete? Visto sceneggiati e film?

In rete è sempre meglio non attingere. Troppe bufale. Le fonti sono abbondanti, per quell’epoca: Cassio Dione, Svetonio, Tacito, o almeno quello che di loro sopravvive, ci forniscono molti spunti, che però vanno sviluppati perché permangono molte zone d’ombra. Ed è lì che entra in gioco la “immaginazione scientifica” di un romanziere, che deve rispettare i paletti posti dalle fonti e riempire i tanti vuoti con vicende verosimili, se non vere. E ho scelto di dare credito alle voci di pettegolezzo sulle nefandezze di imperatori come Caligola e Nerone; dove c’è fumo, come vediamo oggi con i nostri politici, spesso c’è anche arrosto…

La dinastia è un romanzo strutturato come un serial tv. Che tipo di strumenti tecnici hai mutuato dalla televisione e dal cinema?

Come in tutti i miei romanzi, non ho fatto uso della voce narrante. Ogni capitolo è una scena cinematografica, vissuta “in soggettiva” da uno dei personaggi. Il lettore vive la vicenda sempre attraverso gli occhi dei singoli protagonisti. Il linguaggio è semplice, essenziale, non descrittivo, proprio come una sceneggiatura. I capitoli sono strutturati sempre con montaggio parallelo tra le scene, secondo una tecnica cinematografica che assicura allo spettatore il ritmo e una cadenza serrata.

Quale è stata la parte più laboriosa durante la stesura del libro?

L’evitare la confusione tra personaggi e generazioni e che tutti somigliassero troppo l’uno all’altro. Evitare che il lettore si perdesse tra i tanti personaggi e gli infiniti gradi di parentela tra loro. Mi sono dovuto mettere in continuazione nei panni del lettore, per assicurarmi che fosse sempre tutto chiaro. Il rischio di ripetersi o di sovrapporre i protagonisti era sempre dietro l’angolo: una specie di incubo…

Quali sono i tuoi scrittori contemporanei preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Quando ho iniziato a scrivere romanzi, dopo tanti anni di saggi, mi sono posto il problema di come scrivere, e ho deciso di ispirarmi agli scrittori anglosassoni dai cui romanzi sono stati tratti film: gente che magari non ha un grande spessore letterario, ma che sa come farsi capire e come rendere avvincente un romanzo,. Sto parlando in special mondo di Ken Follett e Michael Chrichton.

Progetti di traduzioni per l’estero?

I miei libri sono già tradotti in diversi paesi. La Dinastia dovrebbe finalmente arrivare anche al mercato anglosassone, almeno in formato elettronico.

Cosa stai leggendo al momento?

Leggo sempre più cose contemporaneamente, tra saggi e romanzi. Soprattutto testi che mi servono per documentarmi sul mio romanzo in stesura. Per evadere, mi rilasso con qualche thriller o noir.

Sempre quest’anno è uscito Le grandi battaglie di Alessandro Magno. L’inarrestabile marcia del condottiero che non conobbe sconfitte. Ce ne vuoi parlare?

Alessandro Magno è una ristampa di un mio saggio uscito diversi anni fa. Molti dicono che sia stato il più grande condottiero della storia, ma forse è stato soprattutto il più fortunato, perché il padre gli ha messo a disposizione un regno coeso e una Grecia finalmente unita, e perché l’impero persiano era in decadenza, nonché retto da un re che scappava ad ogni battaglia. Se il valore di un condottiero lo si vede anche dalle condizioni in cui costretto a operare e dallo spessore degli avversari che incontra, allora quello di Alessandro va un po’ ridimensionato. Il che poco toglie all’enormità delle sue imprese, comunque…

Cosa pensi degli ebook?

Sono stato molto diffidente nei loro confronti, ma siccome non abito in un castello, mi sto decidendo a leggere almeno i romanzi in formato elettronico, perché ormai ho libri anche in bagno. Ho paura che in futuro prenderanno il sopravvento e il mestiere del libraio sarà destinato a sparire. Ovviamente, io appartengo a una generazione legata al libro-oggetto, e sono restio ad accoglierlo con entusiasmo. Ma se servono a indurre alla lettura gente che non legge o che ha avuto il suo imprinting con l’elettronica, ben venga…

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti se stai scrivendo un nuovo libro. Altri progetti?

Ovviamente, non posso parlarne in dettaglio. Ma qualche indizio l’ho fornito nel corso dell’intervista. Intanto, comunque, a brevissimo uscirà un nuovo saggio cui tengo molto: “Le grandi battaglie tra greci e romani. Falange contro legione”, con 16 pagine di ricostruzioni a colori degli scontri, dei soldati e degli equipaggiamenti.

:: Recensione di Nero criminale – I segreti di una città corrotta di Stefano Di Marino (Edizioni della Sera, 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 settembre 2012 by

Era il ‘nero criminale’, una mia elaborazione dell’hard-boiled ispirata un po’ a Richard Stark, un po’ a Josè Giovanni e a Melville, parecchio al poliziottesco e al cinema del milieu di Fernando Di Leo che poi era una sua rivisitazione personale di Scerbanenco.

Io racconto storie criminali, come questa in cui si trovano persone di ogni etnia e ceto sociale in un intrico che lega tutti perché a volte, la sera, quando guardo il traffico cittadino scorrere nelle grandi arterie tutte quelle luci mi sembrano far parte di un unico disegno, un unico piano. Non so se criminale ma, con la fantasia, di certo lo è.

Ma, in questa foto al nero della mia città c’è anche fortissima la passione per il ‘polar’ francese degli ultimi anni. Di quello cinematografico e televisivo ma anche quello reale. La storia dei Manouches è una storia vera e ci riporta all’epopea dei ‘flic e dei caid’ che hanno creato la leggenda criminale della banlieue francese. [1]

Chance Renard, alias il Professionista, torna in libreria con Nero criminale – I segreti di una città corrotta, grazie a Edizioni della Sera e a Enzo Carcello, che l’ha voluto nella sua collana Calliphora, dopo Rock – I delitti dell’uomo nero di Danilo Arona.
L’autore, Stefano Di Marino, con una bibliografia importante, qualcosa come più di 80 romanzi pubblicati oltre a numerosi racconti, saggi e traduzioni, è indubbiamente un maestro del “nero criminale” e soprattutto uno scrittore di talento capace di nobilitare un genere che ha avuto anche i suoi grezzi eccessi pieni di stereotipi ed effettacci da z movie.
Con una solida scrittura e grazie all’insolita capacità di unire il senso dell’azione a lampi introspettivi venati anche di malinconia, Di Marino si colloca tra gli scrittori in grado di dare spessore e realistica profondità ad un genere che è riduttivo definire solo “noir”. E’ molto di più, è letteratura senza categorie e limitazioni.
La sua capacità di dare vita all’anima più nascosta di Milano, con pochi tratti, con poche frasi essenziali e illuminanti, facendo si che i luoghi diventino parte viva della narrazione e protagonisti essi stessi, è a mio avviso cosa meglio definisce il suo stile ed è sicuramente la parte che ho amato di più di questo libro. Tutto scorre come nel fiume di auto che scivola tra i grattacieli, tra i grandi palazzi dalle sagome più bizzarre costruiti in vista dell’Expo 2015. Un torrente di luci in movimento che supera i navigli, i rioni con le case basse, quelli delle fabbriche abbandonate. Cartelloni pubblicitari e insegne di locali notturni, grandi magazzini e scure abitazioni popolari. Gangland, appunto. La mia città.
L’utilizzo della prima persona, canale diretto tra il protagonista, alter ego dell’autore e il lettore, aggiunge ad una storia dannatamente seria e violenta se vogliamo, connotazioni intime e private capaci di suscitare suggestioni ed emozioni che nascono dalla spontaneità e dalla sincerità che traspare come in filigrana tra le pagine.
Non è certo un testo dichiaratamente politico o con intenti sociali, pur tuttavia emerge un quadro sociologico che necessità di una lettura ben più approfondita di una semplice lettura superficiale. Nel testo sono presenti messaggi, riflessioni, considerazioni dell’autore, che denotano la volontà di parlare di cose serie pur sotto la forma di letteratura di intrattenimento e di svago. Ma svago intelligente, che trasmette qualcosa, non si limita a parlare del nulla.


:: Recensione di Tre settimane a dicembre, Audrey Schulman, (E/O, 2012) di Viviana Filippini

7 settembre 2012 by

L’Africa. Chi ci è stato almeno una volta nella vita ne è rimasto affascinato. In Africa c’è una forza  misteriosa che si nasconde e che lascia qualcosa negli animi dei suoi visitatori. Un segno così intenso che molte persone una volta visitato il continente nero, spesso ci ritornano. L’Africa, o meglio uno dei suoi stati, è il protagonista del romanzo Tre settimane a dicembre di Audrey Schulman. Nel presente recente troviamo Max, che non è un uomo come si potrebbe pensare dato il nome, ma un giovane donna esperta di etnobotanica spedita in Africa a cercare misteriosa una radice, i cui effetti sarebbero molto utili in ambito farmaceutico. Nel passato del 1899 c’è invece Jeremy, un esperto ingegnere mandato in Africa per controllare i lavori di costruzione della ferrovia. Una donna e un uomo lontani nel tempo, ma vicini per le esperienze vissute e i luoghi conosciuti. In Africa, Max  immersa in mezzo alla natura e ai gorilla troverà finalmente quel senso di libertà che ha sempre cercato, ma che non è mai riuscita a trovare a causa dei limiti che la sindrome di Asperger (malattia di cui la protagonista è afflitta) le ha da sempre imposto. In parallelo,  Jeremy diventerà un eroe per la popolazione locale e il terrore per i branchi di leoni che girano attorno ai villaggi. Allo stesso tempo il suo cuore sarà toccato nel profondo dagli ambigui sentimenti che prova nei confronti di un indigeno che lo accompagna a caccia, fino a quando capirà che ciò che lo tormenta non è semplice affetto. Quello presentato in Tre settimane a dicembre non è solo un viaggio fisico attraverso le affascinanti terre del continente africano, ma un vero e proprio cammino interiore che Max e Jeremy compiono nel tentativo di capire il loro io. Un percorso di  studio del sé che la donna e l’uomo riescono a fare solo sradicandosi in modo completo dal mondo dove sono nati e cresciuti, cioè da quella dimensione sociale che a causa dei tanti pregiudizi non solo non li ha mai capiti, ma li ha anche esclusi etichettandoli come “strani” e “diversi”. I due protagonisti si trovano coinvolti in un conflitto tra il mondo umano e quello animale che assume i tratti di un pellegrinaggio conoscitivo compiuto con modalità diverse e per comprendere al meglio quanto Max e Jeremy lottino per capire se stessi è interessante il differente rapporto che i due instaurano con l’ambiente naturale che li circonda: Jeremy per ottenere ciò che vuole utilizza la violenza e finiti gli sfoghi di rabbia trattenuta per troppo tempo, lui ha dei profondi sensi di colpa che lo tormentano. Segni evidenti di un animo sensibile e combattuto. Nel  presente, Max agisce in modo diverso relazionandosi  in pace ai gorilla, creando con loro una simbiosi perfetta, tanto da diventare parte integrante del branco. Perché leggere Tre settimane a dicembre edito dalle E/O? Perché il romanzo non racconta solo la scoperta di una terra sconosciuta e le bellezze che la caratterizzano, ma in esso troverete l’eterno conflitto tra l’uomo e la natura, poi scoprirete la lotta alla sopravvivenza e alla conoscenza di sé attuata con grande coraggio da parte dei due protagonisti. Il libro della Schulman è un condensato di immagini d’Africa, non tanto visive, ma più olfattive e tattili, in quanto la percezione degli elementi naturali del continente africano avviene grazie a Max e al suo modo, direi fisico, di relazionarsi con l’ambiente circostante. Tre settimane a dicembre è un libro intenso e carico di sensazioni che evidenzia verso il lettore un grande potere di attrazione, perché il lettore sarà comodamente seduto nella poltrona di casa e leggendo esplorerà tra passato e presente la lontana terra d’Africa, attraverso le sottili e intricate trame di due vite lontane a livello temporale, ma molto più vicine di quanto si possa immaginare. Il tutto – 400 pagine  ben tradotte da Nello Giulgiano, che volano via in una soffio-  è un percorso costruttivo di sensazioni percettive attraverso gli odori, i profumi e i colori. Max e Jeremy saranno tra loro lontani nel tempo, ma in realtà c’è un qualcosa di nascosto nelle vite di entrambi che li rende molto più vicini di quello che noi lettori pensiamo. E’ un qualcosa di profondo e di inaspettato che lascerà – a me è successo – chi legge col fiato sospeso fino alla fine, con la conseguente consapevolezza che il mondo con tutte le sue complicazioni sociali, forse non è quell’immenso sconosciuto che crediamo.

Audrey Schulman è autrice di altri tre romanzi, Swimming with Jonah, The Cage e A House Named Brazil, tradotti in più di dieci lingue. Nata a Montréal, oggi vive nel Massachusetts.

:: Recensione di Finché le stelle saranno in cielo di Kristin Harmel (Garzanti, 2012)

7 settembre 2012 by

Finché le stelle saranno in cielo (The Sweetness of Forgetting, 2012), traduzione di Sara Caraffini, edito da Garzanti, è il primo romanzo uscito in Italia di Kristin Harmel, reporter di People Magazine e opinionista di diverse trasmissioni televisive americane tra cui Good Morning America, già autrice di numerosi bestseller che probabilmente i lettori in lingua inglese conosceranno. Finché le stelle saranno in cielo non è dunque il suo esordio, e leggendo la sua biografia risulta che ha iniziato a scrivere molto giovane dedicandosi prevalentemente al giornalismo, tuttavia conserva una certa freschezza che non lascerà indifferenti specialmente le lettrici più sensibili e romantiche.
Finché le stelle saranno in cielo è per prima cosa una storia famigliare, di amore se vogliamo, che racchiude un messaggio profondo quanto mai attuale e coraggioso. Innanzitutto il romanzo fa luce su un aspetto dell’Olocausto ebraico decisamente oscuro e poco noto, che merita invece di venire alla luce e di essere conosciuto più diffusamente anche tramite un romanzo, perché no.
Facendo una veloce ricerca in rete ho trovato per esempio il saggio Tra i giusti Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi, edito da Marsilio, di Robert Satloff, storico e direttore dell’Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente, il cui 5 capitolo s’intitola “Gli arabi proteggevano gli ebrei”, ma sinceramente prima di leggere Finché le stelle saranno in cielo non avevo mai approfondito il fatto che durante la Seconda Guerra mondiale molte comunità musulmane, e non solo cristiane, si attivarono per salvare dalla deportazione e dai campi di sterminio migliaia di ebrei.
Finché le stelle saranno in cielo parla proprio di questo, narra infatti la storia di Rose, una ebrea scampata, nella Francia occupata, alla furia nazista grazie ad una famiglia musulmana ed emigrata in America. Ormai anziana e sulla soglia di perdere completamente la memoria, per il morbo di Alzheimer, incarica la nipote Hope di cercare i suoi parenti sopravissuti e il suo antico amore Jacob, padre di sua figlia.
La delicatezza con cui Kristin Harmel tratta questo tema, e l’influenza del diario di Anna Frank si manifesta evidente in alcuni tratti, forse i più poetici, rende la lettura adatta sia ad adulti che ragazzi. Commovente ed emozionante, questo romanzo, decisamente ben scritto, racchiude un messaggio di pace e speranza raccontando una storia realmente accaduta che supera il tempo e lo spazio e infrange innumerevoli preconcetti e tabù. Consigliatissimo.

:: Recensione di Lupi di fronte al mare di Carlo Mazza (Edizioni EO, 2011)

4 settembre 2012 by

Lupi di fronte al mare, noir di denuncia e opera di esordio di Carlo Mazza, uscito circa un anno fa nella collana Sabot/age dell’editrice EO, è un romanzo che si ricollega alla tradizione che lega il noir sociale al più coraggioso reportage giornalistico, filtrato dalla sensibilità di uno scrittore che partendo da una base realistica e ampiamente documentata, la cronaca ci presenta quotidianamente casi di malasanità, corruzione e malaffare per cui gli spunti narrativi sono innumerevoli, costruisce una storia romanzata colorata di umanità e debolezze che accrescono e danno profondità a fatti che se narrati in modo asettico e impersonale perderebbero di efficacia nel condannare i mali più rugginosi della nostra società.
Lupi di fronte al mare è ambientato al Sud, a Bari, ma pur essendo geograficamente delimitato, a questo contribuisce anche l’uso mirato e sapiente del dialetto, pur non perde una certa universalità che accresce la solida base etica e morale che lo sorregge. Denunciare il malaffare, le strette connivenze tra criminalità, politica e società apparentemente per bene, l’omertà, la corruzione sempre più profondamente corrosiva e infestante, implica non solo una scelta morale ben precisa di adesione alla legalità, ma anche un coraggio etico che l’autore non si limita a possedere, ma trasmette anche al lettore più si va avanti nella lettura.
Lo stile è piano, uniforme, cadenzato, non gioca sulle regole classiche della suspense ad effetto, e questo sicuramente contribuisce ad accrescere il sapore di verità e il realismo di quest’opera ibrida per alcuni versi.
L’atmosfera mefitica che avvolge la città, ben delineata da una sorta di rassegnazione ed inevitabilità, accentua poi il contrasto delle scelte morali fatte dal protagonista, il granitico e tormentato capitano  Bosvades e dalla coraggiosa giornalista che l’affianca nell’indagine che, partendo dall’omicidio di un onesto professore, si allarga a macchia d’olio portando alla luce tutto il marcio che avvelena una città, Bari, divenuta simbolo di quella terra di frontiera dove si combatte ogni giorno tra legalità e illegalità, tra compromessi e atti di coraggio, tra corruzione e integrità.
Forse per la prima volta lo scandalo della sanità pugliese è stato trasposto in un romanzo, sicuramente gli spunti di riflessione sui meccanismi di questo degrado morale, prima che economico, sono innumerevoli e ben si prestano ad approfondire la nostra conoscenza dei problemi che avvelenano il nostro vissuto. Una ragione in più dunque per leggere  questo libro, con la consapevolezza che persone come il capitano Bosvades esistono veramente e che molto spesso si accontentano di piccole vittorie che, anche se non debellano il male alla radice una volta per sempre, sono pur tuttavia l’unica strada percorribile per un essere che voglia definirsi “umano”.

Intervista a Carlo Mazza qui

:: A Roma il FLEP! il primo festival delle letterature popolari

4 settembre 2012 by

A SETTEMBRE PARTE IL FLEP!

A Roma dal 12 al 16 settembre il primo festival delle letterature popolari.  E’ pronto a partire il Flep!, il primo festival delle letterature popolari, ideato e promosso dagli autori di TerraNullius Narrazioni Popolari e dall’associazione Ontheroad con il patrocinio del V municipio di Roma. Un progetto che prenderà vita dal 12 al 16 settembre al Parco Meda, nel quartiere popolare Tiburtino, dove all’inizio degli anni ’80 un gruppo di ragazzi decise di “piantare”un bus e riappropriarsi di uno spazio lasciato al degrado.
Da quel bus, divenuto anche logo del Festival, il Flep! ha deciso di cominciare la sua avventura: cinque giorni di eventi che hanno raccolto da subito l’entusiasta adesione di importanti nomi della scena letteraria italiana, nonché di performer teatrali, artisti e musicisti. In calendario, una fiera editoriale all’aperto concepita più come un bazar dove incontrare i libri e i loro autori, una postazione dove conoscere le nuove tecnologie applicate all’editoria e un palco letterario dove i libri sono presentati attraverso letture, musica ed immagini proiettate su maxi schermo.
Completano il programma corsi di scrittura e illustrazione per bambini, una radio che in diretta streaming darà voce ai protagonisti e agli avventori del parco, un punto ristoro e tanto altro. “Il Flep! – spiegano quelli di TerraNullius – vuole riavvicinare la società civile alla cultura alta, ai valori della nostra tradizione letteraria e artistica, convinti che l’arte in tutte le sue sfaccettature sia l’unico motore ‘sano’ della civiltà, l’unica cosa in grado di raccontarci chi eravamo, chi siamo e cosa siamo in grado di fare. Flep! è una risposta ‘attiva’ all’ imperante mercificazione della cultura e alle logiche della sua industria oramai agonizzante”.
Tradizione, ma anche innovazione: il Flep! permetterà a tutti di entrare in contatto con le nuove tecnologie digitali di comunicazione e condivisione, come gli e-book e il Social Sharing, una biblioteca di opere in copyleft.
Spazio anche all’arte e all’illustrazione con alcuni tra gli artisti che si sono maggiormente distinti in questi anni nell’utilizzo dei mezzi di stampa popolari o dei canali overground. Daniela Tieni, Toni Bruno, Veronica Leffe e Davide De Cubellis sono i nomi degli artisti che esporranno da mercoledì a sabato nella sala Ipercontemporanea, che ogni giorno alle 18 aprirà i suoi battenti con il vernissage delle mostre, l’incontro con gli autori e tanti ospiti tra cui Daniele Magrelli, le riviste Mamma!, Antifanzine e altri ancora.
E non poteva mancare un appuntamento dedicato ai più piccoli, per loro il Flep! ha organizzato uno spazio curato da Miriam Dubini, autrice di Aria e altre pubblicazioni per bambini edite da Mondadori, che proporrà un innovativo ‘laboratorio di cicloscrittura’, dove si divertiranno a scrivere racconti e a illustrarli per poi esibirli nella giornata finale.
Momento centrale dell’evento sarà ovviamente il palco letterario, dove si alterneranno autori rappresentativi di quel sentimento che vede nella letteratura un momento di condivisione popolare.
Molti quelli che hanno già dato la loro adesione al Flep: da Erri De Luca a Wu Ming , da Nanni Balestrini a Carola Susani, e ancora, Claudio Morici, Carolina Cutolo, Saverio Fattori e tanti altri.
Ogni giorno il festival si chiuderà con una serata musicale, proponendo artisti che spazieranno Dal free jazz al rock acustico, fino ai dj set r’n’b, dubstep e reggae.
“Siamo partiti solo da poche settimane- avvertono gli organizzatori- e l’entusiasmo che Abbiamo trovato ci sta invogliando a non fermarci qui e a immaginare altri appuntamenti, in altri luoghi dove continuare a divertirci a fare cultura. Ma per ora, si parte col bus del Flep! poi si vedrà”

Per saperne di più non resta che seguire il bus!

Il portale del flep
http://www.flep.tk/

:: Recensione di Il Confidente di Hélène Grémillon (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

4 settembre 2012 by

Una lettera trovata tra le decine di biglietti di condoglianze ricevute per la morte della madre. Un uomo che spunta da un passato sconosciuto. Una verità tenuta nascosta per decenni. Un segreto che è giunto il momento di svelare. Questi sono gli ingredienti de Il Confidente di Hélène Grémillon.
Camille lavora per una casa editrice quando sua madre muore in un tragico incidente d’auto. Da quel giorno la vita di Camille cambierà inevitabilmente.
Dopo il funerale riceve tanti biglietti di condoglianze. Tra queste dimostrazioni di affetto e vicinanza spunta una busta molto più grossa e pesante delle altre. Camille la apre e si trova davanti a uno strano racconto di un tale di nome Louis. Lo scritto parla di Annie, di Louis e di un piccolo paesino francese prima della Seconda Guerra Mondiale.
Camille non conosce nessun Louis e nessuna Annie. Pensa  che il mittente abbia sbagliato destinatario. Quando la settimana successiva riceve una seconda lettera si accorge che il racconto prosegue.
Camille lavora nell’editoria e il suo compito è quello di selezionare nuovi possibili romanzi e così crede di trovarsi davanti a uno scrittore piuttosto intraprendente che le propone il proprio romanzo in una maniera un po’ insolita: a puntate, tramite posta ordinaria e interrompendosi ogni volta in un punto cruciale. Un buon modo per cercare di attirare l’attenzione e emergere dalla massa di manoscritti. Camille infatti comincia ad aspettare con ansia l’arrivo di ogni lettera finché cominciano i dubbi: e se non si trattasse di un racconto ma di una storia vera? Se Annie e Louis fossero due persone in carne ed ossa? Ma soprattutto, se lei, Camille, c’entrasse davvero qualcosa con tutta quella storia? “Ho sempre pensato che i segreti devono morire insieme a chi li ha custoditi. Adesso, però, a lei devo dire tutto.”  E se questo segreto riguardasse l’intera esistenza di Camille?
Il confidente è un romanzo a più voci che parla di un segreto tenuto nascosto per troppo tempo. La storia si dipana tra presente e passato tenendo incollato il lettore alle pagine del libro. Si legge tutto d’un fiato. La storia di Annie e Louis è avvincente e tragica e, come Camille, anche il lettore vuole arrivare in fonda alla faccenda, scoprire la verità. Ma la verità ha sempre almeno due facce: e oltre alla versione di Louis spunta poi quella di una donna molto vicina a Camille.
Un romanzo ricco di suspense dove il passato ritorna per modificare il presente e dare al futuro una luce radiosa, perché, a volte, i segreti è meglio svelarli, specie se potrebbero cambiare in meglio la vita delle persone come in questo caso.

:: Recensione di Il silenzio dell’onda di Gianrico Carofiglio (Rizzoli, 2012) a cura di Elisa Giovanelli

3 settembre 2012 by

L’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, finalista al Premio Strega 2012, è un’esperienza multisensoriale, da leggere e da ascoltare. L’autore, infatti, attraverso i suoi personaggi, indica la musica che fa da colonna sonora alla sua storia: l’album Nevermind dei Nirvana, Light My Fire dei Doors, Time Is on My Side dei Rolling Stones, Everybody Hurts dei R.E.M., Tunnel of Love dei Dire Straits, Don’t Stop Me Now dei Queen, With or Without You degli U2 e Stairway to Heaven dei Led Zeppelin.
Il titolo allude a un’onda: bisogna pensare alle grandi onde oceaniche della California che avvolgono, e spesso travolgono, i surfisti. Anche la vita a volte si comporta così: travolge, sommerge, lasciandoci senza fiato e senza punti di riferimento, come accade ai protagonisti del romanzo. Nelle recensioni di solito ci sono delle anticipazioni sulla vicenda narrata e sui personaggi. In questo caso, però, ogni informazione rischia di rovinare il piacere della sorpresa, quella sensazione che si prova quando si entra in un mondo nuovo, da scoprire pagina dopo pagina. È una caratteristica tipica dei buoni romanzi, ma in questo si apprezza particolarmente.
Carofiglio, mandato in ferie per un po’ l’avvocato Guerrieri, dà vita a una storia dalla trama semplice, con pochi personaggi, ma che scava profondamente nell’animo umano. Il libro racconta in parallelo le vicende di Roberto Marías, maresciallo dei carabinieri in congedo in cura da uno psichiatra, e Giacomo, un ragazzino timido che scrive in un diario i suoi sogni in cui vive grandi avventure in compagnia di un cane parlante.
Seduta psicanalitica dopo seduta, sogno dopo sogno, si scoprono particolari sulla vita dei personaggi, con una struttura narrativa vivace, dove si alternano in maniera efficace e non giustapposta realtà e dimensione onirica, episodi del presente e del passato. Cosa ha portato il maresciallo dei carabinieri specializzato in missioni sotto copertura a prendere psicofarmaci e a dover andare dallo psichiatra due volte alla settimana? Cosa vuole comunicare il cane al piccolo Giacomo?
Tutti i romanzi interessanti provocano al lettore un dispiacere quando è costretto a interrompere la lettura per dedicarsi ad altre attività. In questo caso, però, è un vero e proprio fastidio: Carofiglio riesce immediatamente a catturare l’interesse di chi legge, che si affeziona ai protagonisti e continua a pensare a cosa accadrà loro nelle pagine successive almeno finche non potrà riaprire il libro. Lo stile è essenziale, le situazioni e i personaggi vengono descritti in modo vivace, inserendo anche battute ironiche. I protagonisti, nonostante siano stati messi a dura prova dalla vita, non smettono di cogliere i lati comici dell’esistenza. Notevole è poi la capacità dell’autore di passare dal linguaggio di un maresciallo molto vicino alla realtà criminale, a quello di un bambino di undici anni, con i suoi sogni e le sue paure.
Chi non è un carabiniere sotto copertura nato in California e abituato a trattare con i narcotrafficanti internazionali non ha vissuto esperienze simili a quelle di Roberto  Marías, ma tutti hanno dei momenti di difficoltà, in cui ci si sente travolti e sopraffatti. Il silenzio dell’onda, oltre che un romanzo avvincente, ha la funzione di una seduta di analisi che, a un prezzo ragionevole, offre un messaggio di speranza: può capitare di finire sotto una grande onda, ma si può venirne fuori. La regola fondamentale è non farsi prendere dal panico, non fare resistenza perché è inutile, e aspettare che passi.

Il silenzio dell’onda

Gianrico Carofiglio

Rizzoli, 2011

pp. 300

:: Recensione di Il vangelo di Nosferatu, James Becker (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

1 settembre 2012 by

Non c’è la Transilvania, non ci sono le cime irte dei Carpazi,  non ci sono pipistrelli, però una quantità industriale di scarafaggi! Quelli sì ci sono! E sono talmente numerosi che ad un certo punto ho avuto l’impressione di averli sotto i piedi. In compenso, leggendo Il Vangelo di Nosferatu, edito dalla Newton  Compton,  troverete una coppia in vacanza a Venezia, tombe profanate, antichi papiri da decifrare, dodici ragazze scomparse nel nulla e una confraternita pronta a tutto pur di mantenere vive gli usi e costumi del passato. La trama di questo thriller storico recupera il folklore popolare dell’Europa dell’Est – e non solo – sviluppandosi tra il passato boemo del 1741 e il presente veneziano del 2010, dove l’ispettore  Chris Bronson e la ex-moglie Angela Lewis saranno catapultati – diciamo che non fanno nulla per stare lontani dai guai- in una serie di eventi che metteranno a dura prova la loro stessa stabilità fisica e psicologica. Il vangelo di Nosfertatu è una sorta di danza macabra nella quale la coppia dei protagonisti viene coinvolta, un fluido vortice nel quale antichi rituali, ricordi del passato e arcaiche tradizioni della credenza popolare vengono riportate, o meglio mantenute vive, da un gruppo di loschi individui affascinati dalla figura del vampiro. Il romanzo di Becker mescola la finzione e la realtà creando un libro dalle atmosfere cupe e travolgenti, dove aleggiano in ogni pagina della narrazione il senso incombente del dramma e la presenza del male. La Venezia che Becker racconta non è quella abituale, cioè bella, assolata, piena di turisti e piccioni. Qui c’è una città cupa – leggendo il libro capiterete sull’Isola dei Morti, un luogo non molto allegro devo dire-  dominata da una sensazione di umido, di fetido e di oscurità perenne che la minano in ogni suo anfratto. Dalle piazze, passando per le calli, fino ad entrare dentro alla case si ha la percezione di un senso di profondo malessere, di pericolo fisico ed emotivo che aleggiano in modo perenne, avvolgendo ogni cosa e tutti i personaggi buoni o cattivi, senza fare nessuna distinzione. Come vuole la tradizionale macchina narrativa del thriller non mancano azioni ad alta tensione, colpi di scena improvvisi, inaspettati e scoperte che ti lasciano un po’ riflettere sul senso della vita e di quello che a volte passa nella testa delle persone. Ci sono le vittime e i carnefici pronte ad  incontrarsi e scontrarsi nell’eterna lotta tra le forze del Bene e quelle del Male che caratterizzano la società umana dagli inizi del proprio esistere. Come vuole la tradizione, ciò che incarna il Male deve essere combattuto, sconfitto e allontanato in modo definitivo, utilizzando espedienti a volte impensabili. Utile e interessante alla comprensione de Il vangelo di Nosferatu è la finale Postilla dell’autore – e vi consiglio di leggerla un volta terminato il libro-  perché in essa troverete le informazioni sulla presenza e sull’interpretazione della figura del vampiro nel corso della storia e non solo. Infatti, scoprirete note su personaggi storici citati nel libro e sulla presenza dei presunti vampiri nella contemporaneità. Pensando alla figura classica del vampiro rappresentata dai romanzi e dai film, ci si accorge che ne Il vangelo di Nosferatu c’è una figura misteriosa  e indefinibile che forse non avrà il fascino di Gary Oldman nel Dracula  di Bram Stoker girato da Coppola, non sarà bello come il Tom Cruise di Intervista col vampiro e nemmeno  attraente – per me non lo è, ma dipende sempre da punti di vista soggettivi – come Robert Pattinson protagonista di Twilight tratto dall’omonima saga di Stephanie Meyer, però secondo me questo essere strano e torbido presente nel romanzo di Becker incute un profondo timore che ammalia. Un ultimo consiglio: guardatevi Nosferatu il vampiro del regista tedesco Murnau, è un film horror espressionista del 1922, è muto lo so’, ma è un capolavoro cinematografico incredibile e inquietante…

James Becker, per oltre vent’anni nelle fila della Fleet Air Arm, l’aviazione della Royal Navy, e impegnato nella guerra delle Falkland e ad altre operazioni nei punti caldi del pianeta, dallo Yemen all’Irlanda del Nord fino all’ex Unione Sovietica. Appassionato di storia  antica e medievale, è autore di numerosi thriller, che saranno presto pubblicati in Italia dalla Newton Compton. Per conoscerlo meglio www.jamesbecker.com.

:: Segnalazione di Il sangue dell’orchidea di James Hadley Chase

30 agosto 2012 by

IL SANGUE DELL’ORCHIDEA
James Hadley Chase

(1948, The Flesh of the Orchid)
I Mastini n. 11 – 288 pagine – Euro 14,90

Chi non ricorda la tragica vicenda della bellissima Miss Blandish raccontata da James Hadley Chase in Niente orchidee per Miss Blandish (I bassotti n. 20), uno dei più grandi capolavori gialli di tutti i tempi? Ebbene, ventidue anni dopo il suo sequestro e la sua fine, si scopre che dall’amore malato di uno dei rapitori per quella giovane ereditiera era nata una bambina, Carol, che sembra destinata a essere una vittima al pari della madre. La ragazza, un misto di sensualità, innocenza e crudeltà, è infatti soggetta a scoppi di incontrollabile violenza che hanno costretto i medici a internarla in una clinica. Ora, però, il ricchissimo nonno è morto, e lei è diventata l’erede di una fortuna di oltre sei milioni di dollari. Secondo il testamento la gestione del patrimonio è affidata ad alcuni curatori, ma c’è una clausola particolare: se la giovane dovesse per qualunque motivo rimanere in libertà per quattordici giorni consecutivi, l’eredità sarebbe automaticamente a sua disposizione. E Carol, in una notte di tempesta, riesce a fuggire. Ce la farà a eludere per due settimane le molte persone disposte a tutto pur di mettere le mani su di lei e sulla sua fortuna? Pubblicato originariamente nel 1948, nove anni dopo Niente orchidee per Miss Blandish, il romanzo ha ispirato il film di Patrice Chéreau Un’orchidea rosso sangue (1975), con Charlotte Rampling nel ruolo principale.

James Hadley Chase (1906-1985), nato a Londra, si chiamava in realtà René Brabazon Raymond. A diciotto anni lasciò gli studi e la casa paterna, mettendosi a vendere enciclopedie a domicilio. Mentre era impiegato presso un grossista di libri, si rese conto che i romanzi polizieschi americani avevano un grande seguito di pubblico e, un po’ per soldi e un po’ per ambizione, provò a ricalcarne il modello. Con l’aiuto di un dizionario di slang e di alcune carte stradali degli Stati Uniti, in soli sei week-end completò Niente orchidee per Miss Blandish, rifacendosi a Santuario di Faulkner. Il successo fu clamoroso. Il libro venne tradotto in quasi tutte le lingue e per decenni continuò a vendere milioni di copie; ebbe una versione teatrale e due versioni cinematografiche, di cui l’ultima diretta nel 1971 da Robert Aldrich. Il cinema ha attinto largamente all’opera dello scrittore, che consta di una novantina di romanzi firmati, oltre che come Chase, con gli pseudonimi di Raymond Marshall, Ambrose Grant e James L. Docherty. Dominati da una visione pessimistica e violenta della società, raccontano storie di gangster, d’intrigo e di spionaggio e godettero di enorme popolarità. Benché siano in gran parte ambientati negli Stati Uniti, l’autore vi andò per la prima volta in tarda età, visitando solo la Florida e New Orleans.

:: Un’ intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

29 agosto 2012 by

Benvenuta, Ben, su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ben Pastor? Punti di forza e di debolezza.

Grazie dell’invito. Personalmente, parto dal principio che chi scrive è nel bene e nel male rappresentato dal proprio lavoro, e che le sue forze e debolezze si intuiscono nel lavoro stesso. Interessi, affetti, paure, preoccupazioni, desideri vengono metabolizzati o sublimati in questo modo: leggere un romanzo è conoscere chi l’ha ideato. Confronto alle storie dei miei personaggi, la mia vita è del tutto banale!

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, dei luoghi in cui hai vissuto.

Come sopra. Un’infanzia tipica degli anni ’50 e ’60, in un’Italia che cambiava rapidamente. Padre medico, madre che era stata giornalista e scrittrice. Studi classici, che hanno continuato a formarmi ed affascinarmi, e di cui non sarò mai abbastanza grata ai miei genitori. Sono stata sposata per molti anni con un ufficiale dell’Aviazione americana e ho una figlia, Alexandra detta Alex. Ho vissuto in provincia di Roma, nel Friuli, e poi nell’Illinois, nel Texas, nell’Ohio e nel Vermont; risiedo parte dell’anno negli USA e parte nell’Oltrepo pavese. Per me l’importante, psicologicamente è avere un confine vicino.

Scrittrice italiana naturalizzata statunitense. Perché questa scelta? È stata una scelta d’amore?

Mi sembra che tutte le vere scelte volontarie siano nel nocciolo scelte d’amore per qualcosa o qualcuno, dalla fuga romantica all’emigrazione al tranquillo e cortese passo avanti che fece il conte Beauharnais (“Perdonatemi, madame, è la prima volta che vi passo avanti”) quando si offrì alla ghigliottina per salvare l’ex-moglie, poi imperatrice di Francia, Giuseppina. Senza essere così drammatici, sono andata negli Stati Uniti sia perché ero sposata con un americano, sia perché a ventiquattro anni l’avventura sembrava stupenda.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e per la scrittura in particolare?

Direi che sono prima di tutto una lettrice. Proprio la passione per la lettura, insieme all’esempio materno, mi ha portato a scrivere. Ho cominciato a scrivere quel che mi sarebbe interessato leggere, e che non trovavo necessariamente in libreria o in biblioteca.

Quali sono stati gli scrittori che hai più amato durante i tuoi anni formativi e che inevitabilmente poi dopo hanno influenzato il tuo lavoro di scrittrice?

Fortunatamente a casa c’era una vasta biblioteca (mia sorella e io facevamo il picnic in cima a uno degli scaffali). Le mie prime letture sono state quelle dei ragazzi della mia generazione, dal Corriere dei Piccoli (Mino Milani illustrato da Uggeri e Sergio Toppi!) a Calvino e ai classici della letteratura giovanile della generazione prima della nostra (De Amicis, Wamba, i Grimm, tutta la Alcott, Walter Scott, Stevenson, Salgari, Andersen, Twain…). Ben presto ho cominciato a leggere anche romanzi per adulti — i grandi italiani, i francesi, i russi, gli spagnoli, gli anglosassoni: da Verga a Pirandello alla Serao e alla Deledda, da Bassani a Pasolini; da Balzac e Zola a Mallarmé e de Maupassant; da Cechov e Tolstoj a Lermontov, Gorky e Dostoyevsky; da Cervantes a Lorca a Blasco Ibanez; da Dickens a Melville a Emily Dickinson, da Caldwell ed Heminway a Stephen Crane. Non sempre le traduzioni erano all’altezza dell’originale, come poi ho scoperto, ma la formazione è stata ampia e utilissima. Non posso raccomandare abbastanza la frequentazione di questi autori!

Hai esordito scrivendo racconti per le principali riviste americane di letteratura poliziesca tra cui Alfred Hitchcock’s Magazine, The Strand Magazine e Ellery Queen’s Mystery Magazine. Il racconto è un genere difficilissimo da scrivere, e anche un po’ sottovalutato. Come nascono i tuoi racconti? Parlaci del passaggio tra l’idea e la stesura del testo.

È vero, il racconto sembra passato di moda in Italia, chissà perché. Per fortuna nei Paesi anglosassoni è ancora un genere rispettato e seguito, tanto che lo ospitano riviste di ogni tipo; inoltre, l’esistenza di riviste accademiche e letterarie di grande circolazione favorisce la coltivazione della storia breve come esercizio di inventiva e di stile. Ho spesso partecipato e sono stata pubblicata anche nell’ambito di concorsi stilistici sulla scrittura “minima”: un racconto in cento parole, per esempio. Quello sì che costituisce una prova di disciplina e stringatezza! Non so se sia più difficile scrivere un racconto o un romanzo: richiedono un lavoro diverso, ecco tutto. I pericoli insiti nei due generi sono pure diversi e speculari: nel caso del racconto, si può cadere nella banalità compiaciuta (ciò che gli americani definiscono “Who cares?”), mentre un romanzo rischia di venire abbondantemente annacquato da ripetizioni o elementi estranei per aumentarne la foliazione. In entrambi i casi, poi, il pericolo maggiore è, secondo me, l’autobiografismo — peggio se di tipo terapeutico.
Per quel che mi riguarda, il racconto deve avere un’idea forte e un perché. Spesso nasce da un’immagine che implica un significato (le strade diritte della Prussia Orientale ne Il giaciglio d’acciaio, per esempio, o la teiera vittoriana a forma di scimmietta in uno dei racconti per lo Strand). Per il resto, il suo andamento deve essere proporzionale alla lunghezza, dato che può variare da quattro-cinque pagine a trenta e più. Nel dubbio, tagliare piuttosto che aggiungere, raffinare verbi e sostantivi per ridurre al minimo gli avverbi (specie in italiano, dove i “-mente” moltiplicati appesantiscono il testo). The proof is in the pudding, dicono gli inglesi: la validità del racconto, come quella di un buon budino, è nel risultato stesso. Dopo un racconto chi legge dovrebbe sentirsi cambiato un po’ dalla lettura stessa: il divertimento o la commozione, il coinvolgimento nei confronti dei personaggi e dell’ambiente dovrebbero arricchirne il bagaglio emotivo.

Alcune scrittrici si lamentano che l’editoria sia in mani maschili, che se sei donna è più difficile pubblicare e farsi conoscere, devi insomma essere brava il doppio di un uomo per avere metà della sua considerazione. Ti riconosci in questa affermazione o pensi che finalmente uomini e donne abbiano le stesse possibilità, sia in Italia che negli Stati Uniti dal tuo punto privilegiato di osservazione, conoscendo entrambe le realtà?

Posso solo parlare della mia esperienza. Il tempo che mi è stato necessario per pubblicare e farmi conoscere non mi sembra essere stato legato al fatto di essere donna. Non credo peraltro che una scrittrice debba essere più capace di un uomo per essere apprezzata. Forse in Italia quel che fa la differenza sono le aderenze politiche, le presenze televisive e mediatiche come sportivi/e o intrattenitori/intrattenitrici… tutte cose che non hanno niente a che vedere con la creatività e che esulano totalmente dall’appartenenza all’uno o all’altro sesso. Da una parte e dall’altra dell’oceano vedo donne che scrivono thrillers e gialli di successo, che vincono prestigiosi premi fino al Nobel. Certo negli USA la grande tradizione femminista ha spianato la via per tre generazioni di donne: in Italia non vedo femminismo, e anzi mi cruccia che tante ragazze sembrino fare a gara per rinforzare gli stereotipi maschilisti. È forse anche la mancanza di un pensiero e di una sorellanza femminista che fa sentire sole tante scrittrici italiane!

Nel 2000 hai pubblicato negli USA Lumen, il primo romanzo della serie poliziesca di Martin Bora, che comprende anche: Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora e Il signore delle cento ossa. L’ordine cronologico di pubblicazione non corrisponde all’ordine cronologico delle storie. Perché questa scelta così peculiare?

Mi è sempre piaciuto cominciare in medias res, nel mezzo. Una volta che “vedo” un personaggio nel suo mondo, alle prese con la sua vita, ne posso ricostruire il passato: è una specie di chiromanzia al contrario, una lettura di ciò che è stato e che ha formato il protagonista. Il romanzo di formazione implica uno sviluppo della personalità descritta. Nel caso di Martin Bora, che per ragioni storiche si trova a vivere in un mondo dove tutto è in deformazione a causa della guerra, ho la possibilità di sviluppare la personalità del personaggio, che al contrario di quanto accade in molti romanzi di detection non è mai uguale, né si comporta nell’identico modo; ma ho pure l’opportunità di mostrarne il graduale disfacimento delle illusioni (non degli ideali). Poiché ciò che Martin Bora è non è prescindibile dal suo passato e dalla sua educazione, ecco che per “spiegarlo” è utile e necessario fare occasionali passi indietro, presentandolo a chi legge come era qualche anno prima di una data esperienza. Ogni romanzo è indipendente, e – per così dire – gli album di famiglia di Bora possono essere sfogliati indipendentemente, anche in presenza di incidenti irrimediabili come le ferite o la separazione dalla moglie Benedikta.

Seguendo il tuo consiglio, ho seguito l’ordine storico e l’impressione generale è che attraverso gli occhi del protagonista tu voglia delineare un accurato affresco storico molto personale. La parte di detection quanto è complementare? In che misura incide sull’economia dei romanzi?

È vero, insieme all’archeologia, la storia è un mio antico amore. Per quanto possibile, mi interessa raccontare un periodo storico attraverso gli occhi di chi lo vive ed esperisce. Spero che l’aggettivo “personale” sia più giustamente ascrivibile alla visione individuale che ha Martin Bora dei suoi tempi che alla mia: i fatti storici sono e restano tali, anche se ognuno di noi li carica di valenze diverse. Quanto al fattore detection all’interno dei romanzi, costituisce un’utile disciplina formale, ma non cambia il significato che cerco di dare a ogni romanzo; la risoluzione del crimine mi interessa soprattutto in funzione dell’effetto che ha sul protagonista stesso. Ovviamente in un giallo che vuole essere letterario, gli elementi tipici della detection non possono mancare, e occupano spazio: questo deve essere garantito tutto, ma la forma che tale spazio ha può e deve servire anche le esigenze stilistiche della narrazione.

Nell’epigrafe di Il signore delle cento ossa citi Junichiro Tanizaki: Ci rassegniamo all’ombra, invero, e /senza disgusto. E’ la luce fievole? / Lasciamo che il buio ci ingoi e scopriamo in esso la bellezza.  In che misura il buio e la bellezza ti hanno influenzato nella stesura di questo libro?

Ho letto molta poesia, specialmente in passato. Nella buona poesia mi piacciono non solo le immagini, ma anche la concisione estrema e l’eleganza formale con cui sono espresse. Un’enorme lezione per chi scrive romanzi. Gli haiku giapponesi, nella loro brevità, sono esemplari. La bellezza, sia pure intesa in modo quanto mai idiosincratico e individuale (Beauty is in the eye of the beholder, “La bellezza risiede nell’occhio di chi vede…” o, in parole povere, è bello ciò che piace), è necessaria al mondo. La mancanza di bellezza, l’abitudine al brutto, possono uccidere. Quanto al buio, lo apprezzo ma non lo amo particolarmente: amo invece molto la penombra, confine fra luce e buio, in cui scopro la bellezza più prontamente che nell’oscurità completa. Spesso i miei personaggi si muovono nella penombra del dubbio e delle difficili decisioni morali. Nel caso de Il signore delle cento ossa, il giovane Bora crede di muoversi nella luce delle certezze, mentre è già assediato dalla notte della sua scelta politica.

Come sono nate le trame? Quali sono stati i punti di partenza narrativi?

Ogni trama è naturalmente un caso a sé. Di rado mi ispiro a fatti realmente accaduti, tanto più che l’ambiente della Seconda guerra mondiale è di per sé realistico. Spesso, per quel che mi riguarda, la trama nasce da un dialogo (Lumen), da un proverbio (Luna bugiarda), a volte addirittura da un quadro (La Venere di Salò) o da una fotografia (I misteri di Praga) che fungono da metafora: in nuce, la storia vi è contenuta per ragioni di associazione mentale, e poi si tratta di svilupparla in modo credibile, popolandola di personaggi ed episodi. Faulkner parlava dell’immagine a volte apparentemente fuori contesto che lo ispirava a creare: senza paragonarmi a lui, mi riconosco nel fenomeno.

La ricostruzione storica molto accurata è sicuramente la parte che ti ha richiesto più tempo per il reperimento e la selezione delle fonti. Hai proceduto metodologicamente come per la scrittura di un saggio? Puoi raccontarci a quali fonti hai fatto riferimento?

La storiografia sul Secondo conflitto mondiale (come sulla romanità e la Mitteleuropa) è sconfinata. Preferisco le fonti primarie a quelle secondarie, resoconti e diari ai saggi a posteriori; se conosco il linguaggio, scelgo le fonti nell’originale. E poi viaggi, sopralluoghi, cartine, foto, letteratura, musica e arte d’epoca, meglio se originali, e naturalmente i siti internet di buona reputazione. Il bagaglio accademico mi aiuta nella selezione dei testi, anche se fatalmente si finisce col partire per questa o quella tangente a seconda di dove porta la propria curiosità: da questo punto di vista le ricerche per il prossimo romanzo di Elio Sparziano (La traccia del vento, in uscita in Italia a fine ottobre 2012) e di Martin Bora (Il cielo di stagno, in uscita a maggio 2013) sono emblematiche: per il Bora “russo” (che si svolge a Kharkov nel 1943), oltre alle fonti citate sopra mi sono anche affidata a scrittori come Isaak Babel (Armata a cavallo), un ebreo di Odessa che fu intellettuale, rivoluzionario, epurato e fucilato nel giro di ventun anni; per La traccia del vento, che ha come setting la Britannia del Tardo Impero, ho errato dalla Historia Augusta ai diari di viaggiatori nel nord dell’Inghilterra edoardiana…

Sei stata influenzata anche da film, sceneggiati, canzoni d’epoca?

Senza dubbio. Sono un’amante dell’opera e dell’operetta, e in generale della musica, sia classica che popolare. Come il 1914 non è immaginabile senza Strauss, Schoenberg e Stravinsky, così gli anni Quaranta italiani non sono tali se si ignorano film come Giarabub o Ossessione. A volte ci sono citazioni specifiche nel romanzo, da Zarah Leander in Lumen a La strada nel bosco in Luna Bugiarda. D’altra parte, come scrittrice non posso prescindere da film moderni come Apocalypse Now di Coppola, Sentieri Selvaggi (The Searchers) di Ford, e L’ultimo treno di Alexei German. È un patrimonio ricchissimo!

La figura di Martin Bora è liberamente ispirata a Claus von Stauffenberg, il colonnello della Wehrmacht che attentò alla vita di Hitler, e a Oskar Schindler, come citi nella nota finale a Lumen. Come hai costruito il suo personaggio? Che tipo di maturazione e presa di coscienza lo caratterizzano?

Mi faccio scrupolo di usare come protagonisti personaggi realmente vissuti. Se necessario, li faccio apparire come comprimari o comparse. Detto questo, la costruzione del personaggio di Martin Bora deve molto al conte Stauffenberg, come pure a diversi altri ufficiali del circolo degli attentatori. La loro cultura classica e internazionale, le loro idee religiose (protestanti o cattoliche), il milieu sociale da cui provenivano mi hanno dato ampio materiale da cui creare un personaggio composito eppure a se stante, complesso e piuttosto originale. Una volta disegnato il tipo fisico e morale, gli ho attribuito educazione, talento, interessi, esperienze di viaggio. La personalità di Bora è quella di un giovane colto dei suoi tempi, nel quale istinto e repressione, coscienza di classe e pietà umana convivono con molta difficoltà.

La sua anima sarà mai salva?

La questione posta nel poscritto di Lumen è ancora valida: si può salvare l’anima di chi, come Bora, appartiene, sia pure come militare, al mondo del Terzo Reich? Mi sembra che negli otto titoli finora portati a termine Bora abbia dato prova della sua tenuta etica e mentale, anche in circostanze terribili come la guerra civile spagnola o l’assedio di Stalingrado. Ho buone speranze che continuerà, peraltro a suo rischio e pericolo, a percorrere la via retta nonostante gli ostacoli che incontra sul cammino.

Vedremo mai Martin Bora al cinema o alla tv?

Mi farebbe piacere… anche se mi pare di capire che poi si ponga il problema di come il personaggio viene modificato per il grande o piccolo schermo, dalla scelta dell’attore che lo interpreti alle variazioni operate in sceneggiatura. Ci siamo tutti detti spesso: “Bello, ma non somiglia affatto al romanzo…”

Oltre alla serie dedicata a Martin Bora ha avuto grande successo anche la tua serie ambientata nel IV secolo d.C., dedicata al soldato dioclezianeo Elio Spaziano, che comprende: Il ladro d’acqua, La Voce del fuoco e Le Vergini di Pietra. Dalla Germania nazista all’Antica Roma, quali sono state le difficoltà maggiori nel reperire le fonti?

Certo è meno complicato (quantitativamente, non qualitativamente) reperire fonti affidabili per gli anni 40 del Novecento che non per il IV secolo dopo Cristo. In realtà però esiste un’ottima saggistica sul Tardo Impero – o Dominato, come lo definiscono gli studiosi anglosassoni – da cui trarre informazioni. Da esperta di archeologia in diversi contesti di scavo ho il grande vantaggio di poter letteralmente toccare con mano siti e reperti tardoantichi. A volte la difficoltà è legata alla lingua dei testi di ricerca: le mie scarsissime conoscenze di russo e ucraino non mi permettono per esempio di fruire della saggistica di Mosca o Kiev, che devo leggere in traduzione. Fortunatamente me la cavo in quattro altre lingue moderne, più due antiche…

I misteri di Praga e La camera dello scirocco sono un omaggio alla Praga della vigilia della Prima Guerra Mondiale. Cosa ti ha affascinato maggiormente di questo luogo e di questo periodo storico?

Credo di avere essenzialmente un’anima mitteleuropea. Dopo aver vissuto in Friuli, ho cominciato a interessarmi di cultura, arte e letteratura austroungarica: da quello al subire il fascino di Praga, dell’ebraismo dell’Est e della ricca tradizione folkloristica che va da Vienna a Varna, il passo è stato breve. Praga magica di Angelo Maria Ripellino, e poi le opere di Kafka, Meyrink, Jan Neruda, Hrabal, Hacek, Capek, le poesie di Nezval, hanno fatto il resto. I miei viaggi a Praga e in Boemia sono stati compiuti quando già sapevo di dover cercare il Golem nella soffitta della Sinagoga Vecchio-Nuova, e i lacerti della Belle Epoque a Karlovy Vary/Karlsbad. Un’epoca creativa, fragile, appassionata, per sempre stroncata dalle trincee della Grande Guerra.

La tua lingua letteraria è l’inglese, e tua traduttrice ufficiale è Paola Bonini. Hai avuto modo di rileggere le avventure di Martin Bora in italiano? Che sensazioni hai provato?

Paola e io siamo in grande sintonia; la sua sensibilità e cultura sono squisite. Leggere le sue traduzioni dei romanzi di Bora è un piacere e allo stesso tempo una scoperta: rendere immagini, sentimenti, espressioni idiomatiche in una lingua del tutto diversa dall’inglese è un’impresa in cui lei eccelle. Ho il vantaggio naturalmente di parlare italiano, e di poter giudicare da lettrice la qualità della sua traduzione. Questo non è necessariamente vero per le altre lingue in cui sono tradotti i miei romanzi: devo fidarmi ciecamente di chi mi traduce in polacco o ungherese, per esempio!

Hanno annunciato la pubblicazione di The Tin Sky, per il 2013. Ce ne vuoi parlare?

È da parecchio tempo che pianificavo di scrivere dell’esperienza di Bora sul fronte sovietico. Ho cercato di dare un assaggio ai lettori sia attraverso i ricordi del protagonista descritti in altri titoli che nel racconto “Il giaciglio d’acciaio” per l’antologia natalizia di Sellerio Natale in giallo. Il cielo di stagno, ambientato nell’estate del ‘43, intende dare un’immagine del fronte russo piuttosto diversa da quella che conosciamo attraverso la memorialistica (Il sergente nella neve, L’armata tradita, Centomila gavette di ghiaccio). Bora è, sì, reduce da Stalingrado, ed è circondato dalla follia della guerra. Ma si trova nell’assolata Ucraina dove, tanto per cambiare, niente è come sembra, la morte è letteralmente in agguato e il passato è legato al presente in modo imprevedibile. Le ricerche sono state lunghe e complesse, non ultimo perché la storia della “Piccola Russia” negli ultimi quattrocento anni è intrisa di dramma, sangue e leggenda.

Infine, nel salutarti  ringraziandoti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti: stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Ad ottobre uscirà il nuovo titolo di Sparziano, La traccia del vento (in cui il Vallo di Adriano è più simile a un forte del Far West o ad una guarnigione in Iraq che al tipico castrum romano, e a volte Elio ed il suo amico-nemico Baruch ben Matthias somigliano alla “Strana Coppia” dell’omonimo film). Seguirà per Sellerio Il cielo di stagno nel 2013. Mi sto preparando al prossimo romanzo di ambiente romano, probabilmente ancora più eterodosso dell’ultimo, e non mi dispiacerebbe ritagliarmi un po’ di tempo libero per un viaggio attraverso la Moravia e la Slovacchia: la Mitteleuropa continua a mandare il suo richiamo!

:: Un’ intervista con Giampaolo Simi

28 agosto 2012 by

Benvenuto Giampaolo su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni e con la domanda più odiata dai miei intervistati: chi è Giampaolo Simi?

Uno che sembrava destinato ad altro, nella vita, tipo andare per mare, stare alla reception di un albergo o piantare ombrelloni sulla spiaggia. E invece gli si è piantato in testa un chiodo fisso: narrare storie.

Credi fermamente che per essere un buon scrittore per prima cosa bisogna essere un lettore?

Sì. Leggere con passione insegna a non fare agli altri, da scrittore, quello che non vorresti fosse fatto a te da lettore.

Quale è il libro più bello che hai letto, quello che ti ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Sono più d’uno, per fortuna. Li ho messi quasi tutti sull’immagine principale del mio profilo di Facebook.

E quale è il più sopravvalutato?

Oggi ogni titolo che va in classifica è sopravvalutato. Questo non significa che non possa essere un buon libro, ma ormai una deriva isterica fa strillare ogni tre giorni al “caso editoriale dell’anno”. Ci sono libri che escono già con la fascetta “un successo del passaparola”, lo trovo geniale. Il punto è che si deve vendere sempre di più, in un tempo sempre minore. La strategia è allora costringerci tutti a farci un’idea di quel libro, altrimenti in pizzeria non sappiamo di cosa parlare. Quasi mai il libro può essere all’altezza di tanto scalpore, ma a quel punto ormai l’abbiamo comprato. Magari ci vendicheremo snobbando il libro seguente, ma saranno problemi dell’autore. Gli editori lo sanno e si regoleranno.

So che tieni corsi di scrittura creativa. Ritieni davvero che l’arte di scrivere si possa insegnare, o meglio tramandare? In che misura è fondamentale il talento e in che misura la tecnica?

Non saprei. So che il talento è un dono distribuito in maniera assai antidemocratica. La tecnica invece la si può diffondere e condividere.

Nel 1996 hai esordito con il romanzo Il buio sotto la candela, poi hai pubblicato nell’ordine: Direttissimi altrove, Figli del tramonto, L’occhio del rospo, Il corpo dell’inglese, Rosa elettrica. C’è un particolare, una caratteristica che accomuna questi tuoi libri?

Li definirei tappe molto diverse dello stesso viaggio.

Hai da poco pubblicato per E/O La notte alle mie spalle. Lo definiresti un noir? Quale è la tua personale definizione di noir? Ti faccio questa domanda perché spesso vengono definiti noir anche romanzi che poco hanno a che fare con il genere.

Il noir non possiede elementi strutturali precisi, come la detective story. Il noir è quel cinismo malinconico, quell’eleganza ribelle, quella sobrietà sporca che alcuni scrittori posseggono. Hammett, Izzo, Manchette, Scerbanenco ce l’hanno nel DNA, per esempio. Ma talvolta anche – vado a caso – Simenon e Capote, Joseph O’Connor, Patrick McGrath o Philippe Djian. È un’opinione mia. Per il grande pubblico italiano noir significa invece un “giallo” con qualche ammazzamento in più. E allora dico che no, La notte alle mie spalle non è un noir. È un romanzo, punto.

Parlami del protagonista. Come è nato il personaggio di Furio Guerri? Come hai costruito il suo aspetto fisico e psicologico?

Del suo aspetto fisico in effetti non sappiamo quasi niente. Furio racconta se stesso attraverso ciò che indossa e ciò che possiede. La sua psicologia mi ha affascinato il giorno in cui me lo sono visto alla guida del suo Duetto del 1970. Fa il rappresentante, pensa solo al fatturato ma poi viaggia sempre e solo su un’auto d’epoca. Rinuncia ai comfort e brucia una fortuna in benzina per amore verso un’idea di bellezza. Uno così ha dentro una contraddizione che ti viene voglia di raccontare.

Perché hai scelto di raccontare la dissoluzione di una famiglia? I rapporti umani sono una ragnatela così fragile da rischiare di essere spezzati in modo anche irreversibile?

L’evoluzione della società occidentale prevede solo individui oppure famiglie liquide, cioè dinamiche, allargate, pronte a rimodellarsi. Furio è invece schiavo della famiglia patriarcale, indissolubile, un’impronta vaticana che dal fascismo è passata alla retorica elettorale democristiana, che è poi al tempo stesso giustificazione comoda per il nepotismo dilagante e concetto fondante delle organizzazioni mafiose. Un modello puramente ideologico che uno come Furio si ritrova ad aver assimilato come unico possibile. Ma la realtà è un’altra.

Il punto di non ritorno di Guerri è il non sentirsi più necessario?

Sì. È non sentirsi più al centro di questa famiglia e non contemplare un’altra fisionomia possibile di famiglia.

C’è speranza di redenzione per questo personaggio? Credi che il dolore sia in un certo senso terapeutico o renda solo più cattivi?

Non credo che il dolore sia un valore a prescindere. Furio non lo sperimenta come punizione, incontra il vero dolore quando meno se lo aspetta. Non so se quel dolore lo redime. Di certo lo fa cambiare in maniera imprevedibile.

Cosa rappresenta il personaggio di Caterina?
Il futuro.

Parlami dei luoghi dove è ambientato La notte alle mie spalle.

È la Toscana, dalla Versilia alle Colline Metallifere, dalla Valdera alla Maremma.

Che tipo di linguaggio hai preferito utilizzare: funzionale alla storia, colloquiale, semplice , ricercato, volgare, duro, violento?

Un linguaggio diretto e asciutto. La parola che scegli stimola la fantasia del lettore, tutte quelle che elimini danno a questa fantasia il suo spazio vitale.

Hai collaborato come sceneggiatore e soggettista per varie trasmissioni tv. Vuoi parlarci di questo tuo lavoro, si può dire complementare a quello di scrittore di romanzi?

È stato complementare e prezioso. Mi ha insegnato un nuovo linguaggio e mi ha impedito di scrivere un romanzo all’anno su commissione.

Cosa pensi di Internet: social network, blog etc…?

Penso che ogni lettore oggi può aprire Facebook appena finito il tuo libro, trovarti in mezzo minuto e scriverti quello che pensa. È bello.

Che romanzo stai leggendo attualmente?

Don De Lillo, Underworld.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Una dozzina di copie vendute durante una cena a base di cacciucco, senza che io avessi pronunciato una sola parola sul libro. Va bene che il cacciucco era fenomenale, ma la cosa mi ha fatto comunque riflettere.

Cosa pensi dell’editoria e della critica letteraria nel nostro paese?

I grandi gruppi, ormai solo in parte editoriali, stanno lavorando ferocemente per sostituire i critici con giornalisti fidati e piazzare dei commessi al posto dei librai. E almeno di questi ultimi sentiremo, credo, la mancanza.

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Ho diversi progetti in cantiere per quanto riguarda la fiction. Per il nuovo romanzo sono ai primi passi. L’ho detto, non credo sia sano e necessario pubblicare un libro all’anno.