:: Recensione di The Fallen Angel di Daniel Silva (inedito in Italia) a cura di Stefano Di Marino

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Perché ritengo Daniel Silva uno dei massimi scrittori di spy-story contemporanei?
Prima di tutto per la coerenza. Dopo un esordio eccellente con una storia di spie ambientata durante la Seconda guerra mondiale con tutti gli elementi giusti (compresa una perfetta figura femminile) per catturare il grande pubblico amante d’intrighi, Silva dedica due romanzi con un protagonista seriale a un argomento forse non troppo noto o amato dal pubblico italiano ma certamente gradito a quello anglosassone: la situazione irlandese. Situazione che, storicamente, veniva a una conclusione proprio in quegli anni. C’era però nei tre romanzi d’esordio una comprensione dei meccanismi del genere e, soprattutto, del gusto del pubblico che è rimasta inalterata. La situazione contestuale ben descritta, un giusto equilibrio tra caratterizzazione dei personaggi (tratteggio psicologico sarebbe esagerato e anche inopportuno trattandosi di ‘storie’ e non di analisi con pretesa di realismo) e azione, a volte violenta, a volte costruita sul sottile gioco di mosse e contromosse sul filo del tempo che scorre. E poi figure ben identificate di eroi, perché, alla fine,in questo genere di narrativa sono quelli che il lettore chiede. Buoni e cattivi, non necessariamente tagliati con l’accetta ma comprensibili nelle loro motivazioni e, soprattutto, volitivi,audaci,coraggiosi, violenti, passionali. Uomini e donne che sappiano incarnare emozioni che il lettore comune nella vita di tutti i giorni magari sogna solo. L’era degli eroi ‘piagnoni’, in decisi rinunciatari e, se mi perdonate il gioco di parole legato al primo romanzo di Silva, ‘improbabili’ è finita. Forse sono proprio questi tempi difficili a richiederlo, ma certi modelli ossessionati dal male di vivere ce li lasciamo volentieri a alle spalle. A questo punto è arrivato Gabriel Allon, ‘kidon’ del Mossad. Artista e restauratore, uomo di cultura ma anche d’azione. Agente della squadra inviata a ucciderei responsabili della strage di Monaco che, molti anni dopo, già nella maturità viene raggiunto dalla vendetta del nemico. Allon perde il figlio e la moglie Leah (che sopravvive ma smarrisce la ragione) in un attentato a Vienna. Diventa allora pedina nuovamente di Ari Shamron, che a King Saul Boulevard (la sede del Mossad) tiene le fila di un Gioco pericolosissimo e torna a coordinare una serie di operazioni di vendetta e punizione. Contro terroristi arabi, a seconda dei tempi palestinesi, irakeni o iraniani ma anche contro ex nazisti in fuga. Allon è un manipolatore e un assassino quando lo ritiene necessario. Io me lo sono sempre immaginato con un Eastwood della piena maturità ma ancora possente,cinico, a volte ironico. E intorno a lui si crea una famiglia di comprimari. Il rivale che poi prenderà il posto di Shamron, il cacciatore di nazisti, gli agenti (e le agenti) più giovani con le loro incertezze, i loro errori, i personaggi coinvolti loro malgrado (di solito giovani donne che riecheggiano eroine ‘lecarreiane’). persino un nuovo amore, molto più giovane, un legame oscurato dalla figura della moglie mai persa ma ormai irrecuperabile. Alle singole missioni si sovrappone quindi una continuity personale che supporta le vicende ma non è invadente, come non è invadente il perenne richiamo all’arte, a volte come motore della vicenda, come gadget per arrivare a una soluzione, a volte solo descritto solo come sfondo. L’attività di restauratore (Il Restauratore diventa un po’ come Il Meccanico nel gergo della spy) è un uomo combattuto ma al tempo stesso deciso. Disposto a sacrificare e a sacrificarsi, capace di inganni e di esecuzioni. Abile persino nel tessere impensati legami attraverso la figura di monsignor Donati, alter ego di Shamron alla Santa Sede. E se la posizione di Silva all’interno del Concilio Americano per l’Olocausto spiega alcune evidenti e ricorrenti prese di posizione riguardo alla politica di Israele, la cosa non infastidisce mai, neanche i più accaniti sostenitori del’equità. A me, di fatto, la fedeltà di Allon e della sua ‘ famiglia allargata’ alla causa di Israele, non spiace. Dopotutto la spy story una posizione l’ha sempre presa e questa non è peggiore né migliore di altre. Storie ben costruite che a volte come nel caso del dittico Le regole di MoscaIl Defezionista riecheggiano Le Carré ma trovano una loro identità narrativa. Lo stile è rapido, essenziale ma non sciatto, interessante quando fornisce informazioni e rivelatore di chiaroscuri personali nei dialoghi. I personaggi, come sempre avviene nella migliore narrativa d’intrattenimento, si definiscono per quello che fanno, non per quello che pensano di voler fare e poi tergiversano mentre cercano una scusa per tirarsi indietro. The Fallen Angel, negli ultimi anni è forse il più riuscito perché L’affare RembrantRitratto di una spia pur restando piacevoli presentavano un complotto, una missione di entità ridotta. Qui invece da un omicidio nei musei vaticani seguiamo Allon prima sulla pista di un faccendiere trafficante d’arte italiano che finanzia il terrorismo, poi in Svizzera, di nuovo a Vienna trasudante di incubi passati e presenti e infine in una grande ‘vera’ missione che fa coincidere una visita del papa a Gerusalemme con un piano eversivo degli Hezbollah. Lotta contro il tempo, sparatorie nelle gallerie, doppi e tripli giochi e alla fine, giustizia per i morti. Una giustizia forse politicamente scorretta ma l’unica possibile nella narrativa d’azione. Bravo, Daniel… alla prossima.

3 Risposte to “:: Recensione di The Fallen Angel di Daniel Silva (inedito in Italia) a cura di Stefano Di Marino”

  1. :: Recensione di The Fallen Angel di Daniel Silva (inedito in Italia) a cura di Stefano Di Marino | Boiling Point | Scoop.it Says:

    […] Perché ritengo Daniel Silva uno dei massimi scrittori di spy-story contemporanei? Prima di tutto per la coerenza.  […]

  2. Raffaella Vitangeli Says:

    Per Defezionista intendi il “Disertore”?

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