:: La scomparsa di Elisa Ohlsen di Antonio Fusco, (Rizzoli 2024) a cura di Patrizia Debicke

3 giugno 2024 by

Una segnalazione anonima, proveniente da un telefono non rintracciabile, permette di ritrovare sepolto all’Idroscalo di Ostia il cadavere mummificato di una giovane donna. Al dito di quei poveri resti un anellino con due cuori intrecciati che corrisponderebbe a quello che figura nella denuncia di scomparsa di Elisa Ohlsen, diciassettenne allontanatasi dalla casa di vacanze della famiglia per passeggiare nei boschi intorno al lago di Albano e poi svanita nel nulla sette anni prima.
Il caso aveva fatto scalpore, il fascicolo è ancora aperto e le prime indagini della scientifica si indirizzeranno in quel senso cercando una comparazione certa, con il testo del DNA . Il pensiero infatti degli investigatori va subito a lei. Impossibile poi tenere celato il ritrovamento ai cronisti e all’attenzione dei media visto che le indagini si concentrano subito freneticamente sulla riapertura del fascicolo Ohlsen. Il livello di guardia è al massimo e tutti, nel XVII distretto di polizia, sono coinvolti direttamente nel caso, salvo l’ispettore Massimo Valeri – pecora nera della squadra detto l’Indiano di origini shinti ma adottato e cresciuto come un figlio da un funzionario e sua moglie- , che dopo l’ennesima lite con il suo superiore, il sostituto commissario Tognozzi, è stato destinato con l’assistenza di Matteo Landini ad approfondire il ritrovamento del cadavere di Emilio Bassetti, un anziano professore. Un cadavere rinvenuto per caso pochi giorni prima per colpa del pallone lanciato in aria e atterrato in un balcone del primo piano durante una partitella di calcio tra ragazzi. Il tredicenne Marius, un ragazzino dominicano, che l’Indiano conosce bene, si era arrampicato per ricuperarlo ma, così facendo, notando la porta finestra socchiusa, era entrato per scusarsi e aveva trovato il morto. L’uomo viveva solo non aveva relazioni e non era stata più visto da quando sette anni prima era andato in pensione. E poi essendo privo di famiglia, con l’unica sorella che viveva altrove ed era deceduta, nessuno si era preoccupato per lui. Solo il caso aveva fatto ritrovare il suo corpo mummificato sdraiato in una brandina della sua abitazione. Insomma, almeno a prima vista, per l’Indiano un caso facile e da archiviare in fretta. Un caso che gli consentirebbe di tornare sulla sua casa barca, ormeggiata nel porto turistico di Roma e riprendere la relazione con Giulia, felicemente ricominciata la sera prima dopo troppi anni di lontananza. Secondo le prime ipotesi la morte del vecchio parrebbe un suicidio. Ma l’Indiano si è sempre fidato poco delle apparenze. E poi, signori, beh questo è un romanzo giallo.
E infatti presto la faccenda si complica e di parecchio. In un inspiegabile gioco di incastri che coinvolgono il sostituto commissario Tognozzi, Massimo Valeri dovrà farsi carico anche dell’indagine sulla diciassettenne scomparsa. E là cominciano le prime sorprese. Costretto ad ampliare la sua inchiesta, non potrà ignorare le coincidenze che si presentano una dopo l’altra e paiono voler far incrociare il presunto suicidio del professor Bassetti con la scomparsa di Elisa Ohlsen. Le sue ricerche devono per forza allargarsi, in modo esponenziale senza trascurare ogni possibile e immaginabile pista, tanto che ben presto si capirà quanto stia per diventare coinvolgente, complessa e intricata la trama costruita per noi da Antonio Fusco.
Qualcosa poi ai piani alti della politica e addirittura dei servizi pare volersi interessare al caso. Un qualcosa di condizionato da un diverso interesse ? Perchè? Forse un mistero? Potrebbe? Ciò nondimeno, a conti fatti, l’ispettore di polizia Massimo Valeri, detto l’Indiano, straordinario investigatore, insofferente per natura, menefreghista poco amante delle gerarchie ma che sa collaborare con i colleghi, oltre a riuscirsi ad adeguarsi alle situazioni, pur di venire a capo dell’indagine dovrà servirsi di tutte la sua capacità. Addirittura stavolta per riuscire a fare luce nel marcio, Valeri dovrà districarsi in un sottofondo di segreti e incredibili legami, denso di soprusi, feroci ricatti e inquietanti depravazioni con riferimenti alla massoneria e peggio. Cercando di scoprire come e perché delle vite apparentemente normali siano state coinvolte in erotiche e perverse cerimonie rapportabili ad antichi ordini esoterici.
Una complessa e rischiosa indagine, che andrà a scavare in un tormentoso e sconvolgente passato che continua fatalmente a lambire e contaminare anche il presente.
Un’inchiesta che richiama irrisolti e dolorosi casi di ragazze scomparse avvenuti nel passato, come quelli di Rossana Corazzin, Emanuela Orlandi e Catherine Sherl.
E terza volta in libreria per l’ispettore Massimo Valeri, l’Indiano, secondo personaggio creato da Antonio Fusco, che si muove e opera nella dura e complicata realtà della capitale.
La scomparsa di una persona cara è il peggior evento che ogni familiare debba essere costretto ad affrontare. L’omicidio, l’uccisione di una persona di famiglia provoca choc ed orrore, ma di solito piano piano al dolore subentra un faticoso processo di rielaborazione legato alla perdita e al lutto, al quale fa forzosamente seguito l’accettazione. Altra cosa invece è la scomparsa di una persona che suscita incertezza, inquietudine , nulla di certo a cui appigliarsi come una crudele sospensione nei sentimenti. Senza contare l’ impotente senso di un’angoscia che si rinnova ogni giorno e persino di colpa, se si arriva a immaginare che il proprio caro abbia bisogno di aiuto ma non si possa fare abbastanza o addirittura sia impossibile darglielo.

Antonio Fusco, nato a Napoli nel 1964, vive a Pistoia dove è ancora funzionario della Polizia di Stato.Laureato in Giurisprudenza e Scienze delle pubbliche amministrazioni, dal 2000 si occupa di casi di polizia giudiziaria in Toscana ed è criminologo forense.
Ha esordito nella narrativa nel 2014 con il romanzo noir Ogni giorno ha il suo male introducendo il personaggio del commissario Tommaso Casabona protagonista al 2020 di sei indagini.
Con La pietà dell’acqua ha vinto nel 2016 la quinta edizione del Premio Mariano Romiti.

:: Un colpo di magia by Shanmei

1 giugno 2024 by

Se solo mi ricordassi cosa viene dopo “abra

farei sparire l’intero pubblico

Harry Houdini

Fissate la mia mano. La velocità del vostro sguardo non supererà mai la velocità della mia mano, questo crea l’illusione e la magia. Perché ho scelto questo lavoro. Perché mi piacciono gli smoking, i cappelli a cilindro e il rullo di tamburi prima della grande esibizione. Mi piacciono i teatri, la gente in platea, gli sguardi dei bambini, le assistenti bellissime, i camerini odorosi di talco, il trucco sul viso, l’adrenalina che scorre nelle vene.

Sin da bambino ho capito che l’ illusione è la porta per i sogni, che la mente la si inganna come i sensi ma non la si offende.

La potenza delle mie magie sta nei tempi. Tutto deve essere fatto al momento giusto, tutto deve essere fatto per strabiliare, incantare, sorprendere, ammaliare. Io so farlo e mi amano.

Non sempre sono felice, è una vita triste la nostra, gli impresari non sempre sono onesti, il pubblico non sempre applaude, a volte il coniglio ti scappa dal cappello e corre in sala tra le sedie spaventato e furibondo.

Però ci sono volte che spruzzi di vera magia ti sorprendono e tu ti trovi a credere alle leggende. Ai fantasmi nascosti nel suggeritore, alle botole misteriose, ai vecchi maghi del passato che tornano per aiutarti.

Cos’è l’illusione se non un arcano piacere antico di avvicinare la realtà al nostro desiderio, di catturare le stelle. Dall’alba dei tempi l’uomo l’ ha capito e io ora su queste umili tavole mentre sego in due l’aria e metto gambe finte dall’altra parte della scatola. Già non si velano i trucchi. Forse ma io lo faccio a volte quando mi distraggo. Anche se è un delitto spiegare il mistero.

Ora passo una mano davanti al mio volto e sparisco.

Cadabra.

:: Trilby, George du Maurier, (Gallucci editore) A cura di Viviana Filippini

30 Maggio 2024 by

Arriva per la prima volta in Italia “Trilby” di George du  Maurier,  edito da Gallucci, un romanzo con protagonista una giovane, modella Trilby O’Ferrall, nella Parigi dell’Ottocento, che ebbe così tanto successo di pubblico da dare il via al mito della Bohème. Du Maurier è un cognome noto che rimanda a Daphne, scrittrice prolifica, nipote di George, la quale portò avanti con successo l’eredità della passione per la scrittura. George era nato artisticamente come pittore, passò poi all’illustrazione ma, costretto dalla mancanza di vista, optò per la scrittura. Di lui ci sono rimasti alcuni romanzi (tre) tra i quali “Trilby” che lo consacrò al successo.  La storia di Trilby è affasciante, la giovane modella vive nel quartiere Latino di Parigi, posa negli atelier degli artisti e con la sua bellezza riesce a conquistare tutti coloro che la incontrano. Tra di loro c’è Piccolo Billy (inglese come i suoi amici) che ne rimane ammaliato a tal punto da volerla sposare, anche perché pure Trilby lo ama. Purtroppo la vita di questi giovani artisti squattrinati alla ricerca del colpo di fortuna con la loro arte e della modella che tutti amano dipingere, si complica con l’arrivo del nemico di turno, pronto a fare di tutto pure di ostacolare la felicità altrui: Svengali. L’uomo è un violinista, suona il pianoforte, è un grande artista, ma il suo carattere prepotente e scorbutico è quello che gli impedisce di trovare l’adeguato successo a Parigi. Il cupo Svengali oltretutto è esperto di ipnosi, tanto da applicare sulla modella gli insegnamenti mesmerici (Mesmer medico tedesco vissuto tra il 1734 e il 1815) per guarirla da alcuni malanni che la affliggono. In realtà Svengali utilizzerà le sue competenze e astuzie per manipolare e plagiare Trilby  al fine di trasformarla in una grande cantante lirica (anche se lei non lo è), riuscendo a scovare in nella ragazza una voce meravigliosa. Il tutto solo per fare soldi. Questo atteggiamento meschino, velato dall’inganno, porterà il Piccolo Billy ad allontanarsi da Trilby, a vivere la sua vita lontano da quello che era, ed è, il suo amore e sarà proprio tale forza che riuscirà a riunire la coppia. Trilby agisce come un’ automa è sotto il completo controllo di Svengali, le azioni che compie non sono spontanee, ma indotte dal manipolatore che porta la ragazza a fare cose senza che lei non se ne renda conto. Il tutto  fino a quando un improvviso colpo di scena riunirà la coppia e vedrà la sconfitta di Svengali. Tutto sembra tornare alla normalità, ma gli imprevisti e l’abilità narrativa sono sempre dietro l’angolo tanto è vero che un ritratto del cupo violinista cambierà per sempre i piani di Trilby e del suo amore, il Piccolo Billy. “Trilby” è un romanzo avvincente, con colpi di scena inaspettati che ci regala un vero e proprio spaccato della vita nella Parigi ottocentesca. Allo stesso tempo  stesso tempo Geroge du Maurier pone però l’attenzione su alcuni temi attuali ieri e ancora oggi come la sete di potere e denaro; la manipolazione dell ’altro per trarne beneficio considerandolo più un oggetto che una persona con emozioni e sentimenti e quanto ambigui possono dimostrarsi gli esseri umani che nascondono dietro una maschera la loro vera natura, a volte buona, in altri casi (vedi Svengali) crudele e meschina, sempre pronta a sfruttare il prossimo per trarne beneficio. Traduzione Pierdomenico Baccalario.

George du Maurier era nato a Parigi nel 1834, il padre era francese e la madre inglese. Iniziò come pittore, passo poi all’illustrazione per la rivista satirica “Punch”. I seri problemi di visto lo portarono a dedicarsi alla scrittura di romanzi, ne realizzò tre, tra i quali Trilby, che lo consacrò al successo. George du Maurier morì a Londra nel 1896, era lo zio di Daphne du Maurier, anche lei scrittrice di successo.

Source: inviato dall’editore.

:: MARIA TERESA LIUZZO, “PIOGGE VERDI DI SMERALDI”, A.G.A.R. EDITRICE, REGGIO CALABRIA, 2024. S.I.P.

26 Maggio 2024 by

La prefazione di Mauro D’Castelli, studioso serio ed attento, a questo nuovo romanzo di Maria Teresa Liuzzo è ampia ed articolata. L’autore dimostra tutta la sua profondità d’analisi e il suo acume critico. Sarei tentato di non aggiungere nulla, se dentro di me non fossero maturate nel tempo tutta una serie di riflessioni sull’opera della Liuzzo che incalzano e impongono di essere esplicitate, perché ci troviamo di fronte a una svolta nella letteratura italiana (e non solo) che non può essere taciuta, come lo è stata, purtroppo, fino a questo momento. Troppo isolata nella sua Calabria, troppo estranea ai circuiti letterari dominanti è l’autrice perché il suo «caso» possa imporsi alla critica cosiddetta «ufficiale».

Certo, l’originalità della Liuzzo non è sfuggita a studiosi come Antonio Piromalli, ma siamo in presenza di un critico che non si accontenta (o, meglio, non si accontentava, finché era in vita e operava culturalmente) dei «canoni» consolidati, che cerca e trova l’originalità nel vasto panorama delle lettere con l’entusiasmo che deve animare il vero ricercatore, se è vero, com’è vero, che la ricerca, secondo la felice definizione di Giuseppe Baretti, ripresa da Piero Gobetti, è «frusta culturale e civile», ansia conoscitiva che non può trovare appagamento definitivo. Per dirla, ancora, con Pavese, la cultura umanistica non è una comoda «poltrona» sulla quale adagiarsi, godendo i risultati ormai conseguiti, ma studio inesausto, che si pone continuamente nuovi orizzonti.

Maria Teresa Liuzzo ‒ dicevamo ‒ segna una svolta. E’ rischioso parlare di una «letteratura al femminile», perché ci si scontra con le opposte resistenze delle femministe di professione e dei benpensanti di sempre che, con motivazioni contrastanti, negano questa “specificità”. A noi non interessa la “logomachia definitoria”. Basta inquadrare un fenomeno, individuarne i caratteri in termini di poetica e di estetica, nonché di sociologia letteraria, e lasciare che sia poi il lettore a giudicare, dopo essersi misurato con l’opera in questione.

Il «caso» di Maria Teresa Liuzzo ha una sua originalità e specificità nell’ambito di quello che, solo per intenderci, definiamo «filone femminile» della letteratura. Abbiamo dei precedenti illustri, che meritano tutti la fama e la stima che li circonda. A partire da Saffo, il cui esempio letterario, a nostro avviso, non è stato sinora studiato in tutte le sue implicazioni. L’esperienza del tiaso è multiforme. Si tratta di una scuola d’arte, di formazione ed educazione, di mistica religiosa, impastata di erotismo legato al culto di divinità. Saffo assomma in sé tutti questi aspetti. Ma si muove sempre in una dimensione aristocratica, anche se trasgressiva, e letteraria, nel significato elitario del termine. L’esperienza di Maria Teresa Liuzzo, per converso, non può essere circoscritta entro questi confini, travalica i limiti della posa letteraria, che, che nell’ambito del «filone femminile» che abbiamo individuato, caratterizzano altre esperienze artistico-letterarie novecentesche.

A proposito di Sibilla Aleramo, Antonio Piromalli ha parlato, con riferimento al volume autobiografico Una donna (1906), di «un libro che è una confessione, sul piano dell’arte, di una vita femminile lucidamente e coraggiosamente combattente». Ma anche qui lo “scandalo” è rimasto circoscritto al campo delle lettere, magari allargato a quel settore della cosiddetta «società civile» che lo circonda. In più, va sottolineato il percorso accidentato seguito dalla Aleramo in termini di poetica e di estetica, con l’adesione alle più disparate correnti artistico-letterarie, aventi pur esse carattere elitario, se si esclude lo sbocco neorealista dell’ultima fase, e in campo politico, passando da una posizione estrema all’altra, a seconda dei momenti storici.

A proposito di Alda Merini, Daniele Piccini ha evidenziato «il destino esemplare di una vocazione alla parola d’amore, al canto». Ed ha aggiunto: «Lei stessa parla e scrive di una poesia che si “detta”, come se sorgesse da dentro, da profondità remote, quasi inaccessibili alla stessa coscienza». Ma nella Merini, sempre a nostro avviso, finisce per prevalere, a livello di poetica, una confusa e contraddittoria dimensione mistico-religiosa, nella quale viene ingabbiata a forza la stessa esperienza amorosa, anche nei suoi aspetti trasgressivi e “scandalosi”. Giovanni Raboni, che pure è stato tra gli scopritori del “caso Merini”, parla di una poesia destinata a rimanere oscura.

Se in Maria Teresa Liuzzo esiste una componente religiosa, si tratta di una religiosità di matrice popolare, profondamente radicata nei sentimenti del popolo calabrese, senza connotati mistici, né, tantomeno, “scandalosi”. Così come manca l’esito oscuro, il “mistero” fine a se stesso, che rientra nell’ampio arco ermetico descritto dalla poesia italiana, carico di quella artificiosità che in esso ha ravvisato Cesare Pavese nello scritto teorico Due poetiche, nel quale ha ben evidenziato come i poeti “ermetici” si beino dell’ “arcano” col quale, per la loro forza medianica, hanno avuto il privilegio di venire in contatto e si fermino a questo godimento misticheggiante, guardandosi bene dall’approfondirlo. Essi esibiscono il loro “stupore” e chiamano il lettore a parteciparvi. Tutto si trasferisce sul piano dell’irrealtà, di un “mistero” e di un misticismo artificioso.

La figura femminile che più si accosta a Maria Teresa Liuzzo è Alba Florio, anche lei calabrese. Antonio Piromalli ha rivalutato questa poetessa in pagine molto limpide che meritano di essere citate. In esse leggiamo: «La sua poesia solitaria e drammatica, nella quale si ritrovano motivi psicologici e ontologici della tradizione calabrese: il sentimento dell’assoluto, della giustizia, della vita come frattura e come scacco […].

Nel mondo della Florio i motivi del dolore, della distruzione, della morte si coloravano di mistero, la natura era trasfigurata in un sentimento cosmico. Spesso la morte oscurava l’immenso spazio del paesaggio, nubi di silenzio si diffondevano nel mondo devastato, l’amore esisteva ma come elemento vitale perduto per sempre, l’esilio, il limbo diventano la terra di nessuno nella quale l’umano era costretto a vivere, i fatti e le occasioni si succedevano come per inesorabile svolgimento che si pativa senza potervi contrastare. […]

La sofferenza del dualismo in cui si agita la vita, il rimpianto dell’innocenza e il senso di colpa che la vita ci comunica con le cose incompiute e caduche allargava l’orizzonte etico ed estetico della Florio, senza lasciare adito ad alcuna speranza».

La sofferenza esistenziale della donna calabrese, che investe anche la sfera amorosa, è pure presente nell’opera di Maria Teresa Liuzzo, ma non sfocia mai, a differenza di quel che accade nella poesia di Alba Florio, nel pessimismo assoluto, senza speranza, che ha una componente decadente e, perciò, prettamente letteraria. Ben più complesso è il rapporto della Liuzzo con il destino e questa complessità ci rimanda ‒ come vedremo ‒ a Cesare Pavese. In lei il critico armato di filologismo deteriore (ben diverso dalla filologia, come ha sottolineato Concetto Marchesi) potrà individuare al microscopio qualche “imperfezione”, ma si tratta di un elemento che arricchisce la sua opera, non la impoverisce, ne dimostra l’originalità creativa.

Leonardo Sciascia, in una nota breve ma penetrante contenuta in Nero su nero, sottolinea con acuta ironia come la perfezione stia alla «cretineria» più che all’«intelligenza», la quale, per l’appunto, «ha sempre, come i tessuti dei navajos, una qualche imperfezione o fuga». Le opere «perfette» sono spesso il risultato di sottile plagio, ben dissimulato, dello scimmiottamento di scritti altrui, abilmente mascherati: «Se una scimmia si mettesse a battere sui tasti di una macchina da scrivere, alla fine verrebbe fuori un sonetto di Shakespeare (variante: dodici scimmie, tutti i libri del Museo Britannico)».

E’, allora, il caso di assaporare la preziosa “imperfezione” dell’opera di Maria Teresa Liuzzo, che è, ad essere precisi, una falsa imperfezione, perché, in realtà, si tratta del salutare allontanamento dai «canoni» consolidati, anche a livello stilistico, oltre che contenutistico ed ideologico. La Liuzzo non scrive solo per se stessa, per ammirarsi allo specchio, assumendo pose letterarie e richiamandosi a correnti e scuole estranee al flusso reale della vita, come lo sono state quella ermetica e quella decadente, che hanno avuto tanti epigoni e che sono state riproposte in mille salse. Esprime la vera «gioia» di scrivere, che risiede, come ha ben evidenziato Pavese in un pensiero del suo diario, Il mestiere di vivere (1935-1950), datato 4 maggio 1946, nel «parlare da soli» e, contemporaneamente, «a una folla». Non considera l’arte un «mestiere», che, per l’appunto, è fatto di pose, di atteggiamenti, della recita di una «parte». Anche qui la scrittrice dà inconsapevolmente (cioè spontaneamente) concretizzazione a un pensiero pavesiano, pur esso contenuto nel diario e datato 7 maggio 1949: «In qualunque mestiere e professione si può vivere il cliché del mest[iere] o profess[ione], “facendo” quella parte. Da scrittori e artisti no. Si sarebbe bohémiens, fessi e insopportabili. Perché? Perché l’arte e lo scrivere non sono mestieri. Almeno in quest’epoca».

Un altro elemento accosta Maria Teresa Liuzzo a Pavese: il voler scrivere «da morta». Leggiamo, ancora, in una pagina diaristica di Pavese datata 10 aprile 1949: «In fondo, tu scrivi per essere come morto, per parlare da fuori del tempo, per farti a tutti ricordo». Anche Maria Teresa Liuzzo scrive come «da morta». Infatti, in questo nuovo romanzo, Mary è morta e rivive da questa dimensione la propria, tragica esperienza esistenziale. Il testo narrativo è costruito su un continuo susseguirsi di prolessi ed analessi: si passa da quel che succede a Mary «da morta» alla rievocazione di ciò che le è accaduto da viva. Scrivere «da morta» serve all’autrice per trovare il distacco necessario ad analizzare razionalmente ciò che ha vissuto e patito, non solo «per farsi a tutti ricordo», cioè per proiettare nell’eternità la propria storia, in modo che i posteri (soprattutto le donne che verranno) possano trarne insegnamento per la loro vita, se è vero, com’è vero, che la vera letteratura, come quella della Liuzzo per l’appunto, ha foscolianamente funzione eternatrice dei valori umani.

Mary è proiezione autobiografica dell’autrice, ma va precisato che opera nel romanzo una trasfigurazione letteraria degli avvenimenti della sua vita, che vengono plasmati artisticamente, rielaborati, arricchiti di una componente “fantastica” che contribuisce ad assegnare ad essi funzione simbolica. La capacità artistica sta nel realizzare l’equilibrio tra realtà e simbolo. Scrive Pavese ne Il mestiere di vivere in data 12 dicembre 1939: «Ci vuole la ricchezza d’esperienze del realismo e la profondità di sensi del simbolismo». E conclude: «Tutta l’arte è un problema di equilibrio fra due opposti». Maria Teresa Liuzzo dà il meglio di sé quando riesce a districarsi tra due polarità opposte, conciliandole dialetticamente, ad un livello di sintesi superiore. Questo meccanismo dialettico le consente di superare continuamente se stessa, di rinnovare la propria opera, superando quelle precedenti e, nel contempo, inglobandole. Così il presente romanzo è il punto d’arrivo, anch’esso provvisorio, di un percorso artistico-letterario sempre in fieri. Non una «saga» tradizionale, né un’opera «seriale», nel senso abusato (ed usurato) del termine, bensì una storia viva che, per l’appunto, attinge questa vitalità dal reale, visto nel suo processo dialettico, e lo trasforma in arte, trasfigurandolo in una dimensione «simbolica». Da questa narrazione fondata sul rapporto dialettico tra realtà e simbolo nasce il «mistero», non costruito artificiosamente, come negli ermetici e nei loro “epigoni”, che abbiamo menzionato, ma reinventato continuamente grazie alla forza rigenerante dell’«angoscia creativa», che è la sofferenza, effettivamente sentita, non simulata, dallo scrittore, nel rivivere una «seconda volta» (anche qui in termini pavesiani) gli eventi della propria vita, nell’avvolgerli nel simbolo, combinando razionale ed irrazionale, conscio e inconscio. Una tecnica narrativa che non imita pedissequamente né i canoni estetici ermetici e decadenti, né il «flusso di coscienza», il «monologo interiore», anch’esso abusato, ma si fonda ‒ come abbiamo già detto ‒ sul sottile equilibrio tra realtà e simbolo, razionalità ed irrazionalità, conscio ed inconscio. Individuiamo qui lontane scaturigini nell’ «ultrafilosofia» del Leopardi, fondata, per l’appunto, sull’equilibrio tra sentimento e ragione, ben individuato da Remo Bodei nel prezioso volume Leopardi e la filosofia, che segna una svolta nella critica, che ha oscillato a lungo nel considerare il Recanatese un «romantico», legato alla «poesia pura», espressione diretta dei sentimenti, oppure, sul fronte opposto, un «filosofo», che distrugge con la ragione le «illusioni» umane, create dalla natura.

Su questo continuo rinnovarsi e “superarsi” dell’artista, sul suo rimettere progressivamente in discussione se stesso e la propria opera, all’infinito, non solo sotto l’aspetto eminentemente “tecnico”, bensì in una visione «estetica» più ampia e «complessa», che implica una genesi non artificiosa del «mistero», che sgorga, per converso, dalla forza vivificante dell’«angoscia creativa», nel suo rapporto dialettico con la realtà effettivamente vissuta, «storica», così si esprime Cesare Pavese in una densa pagina diaristica datata 22 dicembre 1939: «Ogni artista cerca di smontare il meccanismo della sua tecnica per vedere com’è fatta e per servirsene, se mai a freddo. Tuttavia, un’opera d’arte riesce soltanto quando per l’artista essa ha qualcosa di misterioso. Naturale: la storia di un artista è il successivo superamento della tecnica usata nell’opera precedente, con una creazione che suppone una legge estetica più complessa. L’autocritica è un mezzo di superare se stessi. L’artista che non analizza e non distrugge continuamente la sua tecnica è un poveretto». E ancora: «Così è in tutte le attività. E’ la dialettica della vita storica. Ma tanto nell’arte che nella vita, da quando esiste il romanticismo esiste in questa dial[ettica] un pericolo sempre vivo: quello di proporsi deliberatamente il campo del mistero per garantirsi la creazione vogliosa. Nell’arte, l’ermetismo.[…]

Smontare il mistero per servirsene a freddo nell’opera (senza l’angoscia creativa) è lo sforzo di tutta la storia dello spirito. Qui è la dignità dell’uomo ma anche la sua tentazione».

Maria Teresa Liuzzo non «smonta» «a freddo» il «mistero», né se ne serve per «maravigliare», come fecero gli ermetici, in un ritorno di «secentismo», denunciato da Gramsci in una nota breve ma profonda contenuta nei Quaderni del carcere. Lo fa scaturire spontaneamente dalla narrazione, dalla dialettica tra realtà e simbolo, razionale ed irrazionale, conscio ed inconscio. Il lettore rimane “impigliato” nella trama del racconto, coinvolto nel «mistero», non esplicitato dalla scrittrice, ma circondato da quel pizzico di «indeterminatezza» che deve caratterizzare l’opera letteraria, cosicché egli si trova sollecitato ad assumere un ruolo attivo, non meramente ricettivo, a collaborare alla “costruzione” della storia narrativa, ad interpretarla in modo personale e creativo, divenendo, in un certo senso ed entro certi limiti, «coautore», pur senza indulgere all’estremismo di talune «teorie della ricezione».

L’esistenza di Mary è dolorosa, anzi tragica. Anche qui è possibile una lettura «intertestuale» tra l’opera di Maria Teresa Liuzzo e quella di Cesare Pavese. Leggiamo ne Il mestiere di vivere in data 20 aprile 1936: «La lezione è questa: costruire in arte e costruire nella vita, bandire il voluttuoso dall’arte come dalla vita, essere tragicamente». E’ stato Italo Calvino, l’allievo prediletto da Pavese, tanto da essere da lui definito «scoiattolo della penna» per l’agilità e vitalità frenetica della sua scrittura, a dirci che cosa significava per il maestro «essere tragicamente» nella vita e nell’arte. Le riflessioni acute di Calvino sono contenute in uno scritto commemorativo del 1960 intitolato significativamente Essere e fare. Lo «scoiattolo della penna» richiama, per l’appunto, la pagina diaristica da noi testé citata e così la spiega e commenta: «Essere tragicamente vuol dire condurre il dramma individuale ‒ anziché spenderlo come moneta spicciola ‒ a una forza concentrata che impronti di sé ogni tipo d’azione, d’opera, ogni fare umano, vuol dire trasformare il fuoco d’una tensione esistenziale in un operare storico, fare della sofferenza o della felicità privata, queste immagini della nostra morte (ogni felicità individuale, in quanto porta in sé la sua fine, ha una controparte di dolore), degli elementi di comunicazione e di metamorfosi, cioè delle forze di vita». E conclude: «Trasferimento di valori dell’essere nel fare, dalla vita nell’opera, dall’esistenza nella storia. Pavese appartiene a una stagione della cultura mondiale tesa a integrare l’esperienza esistenziale con l’etica della storia». E ancora: «Pavese ci sollecita a un modo di lettura di cui purtroppo la letteratura contemporanea ci dà occasioni più uniche che rare: cioè vuole essere letto come si leggono i grandi tragici, che in ogni rapporto, in ogni movimento dei loro versi condensano una pregnanza di motivazioni interiori e di ragioni universali estremamente compatta e perentoria, E’ un modo di inserirci nel reale e viverlo e giudicarlo che abbiamo completamente perduto; e nell’averlo ‒ per sue vie laboriose e solitarie ‒ raggiunto, sta il valore unico di Pavese nella letteratura mondiale».

Maria Teresa Liuzzo non si limita a “piangersi addosso”, a rappresentare il suo dramma esistenziale, attraverso il personaggio di Mary, pur filtrato ‒ come abbiamo già detto ‒ per mezzo della trasfigurazione letteraria, come un unicum da vivere nel proprio isolamento e nella propria inazione, come hanno fatto (e fanno) gli epigoni nostrani dell’ermetismo e del decadentismo. Lo trasforma in un impulso all’azione, all’«operare storico» ‒ per dirla, ancora una volta, con Pavese ‒ , cioè in slancio vitale, che diventa «elemento di comunicazione», non va tenuto per sé, ma trasmesso agli altri, per determinare in se stessa e nella collettività una rivolta etica. S’inserisce, in tal modo, al pari di Pavese, nella migliore tradizione letteraria mondiale, sfuggendo alle deformazioni imitative, agli “scimmiottamenti” dei modelli d’oltralpe che ne hanno sminuito il valore artistico.

Come i tragici greci, la nostra scrittrice ingaggia un “corpo a corpo” con la realtà, con il «mondo grande e terribile» ‒ per dirla con Gramsci ‒ e dal conflitto nasce l’opera letteraria, che è un’opera di denuncia altamente etica.

Dicevamo che il rapporto di Maria Teresa Liuzzo col «destino» è complesso ed articolato. Anche qui ci viene spontaneo citare un altro pensiero diaristico pavesiano, datato 18 ottobre 1942: «L’ubris è il conoscere un oracolo e non tenerne conto». Pavese usa il termine greco ubris nel significato particolare di «sfrontatezza», «rivolta». Maria Teresa Liuzzo, così come lo scrittore langarolo, è ben consapevole dell’esistenza di un «destino», che incombe sugli uomini e sulle donne del mondo, ma non intende accettarlo passivamente, si «ribella» ad esso. La sua è una ribellione etica, affidata alla denuncia letteraria, che ben si distingue dal cosiddetto «impegno» gridato da tanti intellettuali italiani per motivi di successo e poi contraddetto nei comportamenti concreti.

L’inserirsi della Liuzzo nella più feconda tradizione letteraria mondiale spiega il suo successo all’estero, dove è ben conosciuta e apprezzata da studiosi di valore, di contro ad una sottovalutazione colpevole in Italia, che abbiamo stigmatizzato.

Maria Teresa Liuzzo è scrittrice poliedrica e fantasiosa. Assistiamo nel suo romanzo al superamento delle distinzioni artificiali tra «generi» e «sottogeneri», desunti da una lettura schematica di Aristotele, segnatamente tra poesia e prosa, perché siamo in presenza di un testo narrativo molto lirico nelle sue movenze e nella sua musicalità interna, e tra i diversi codici linguistici, in particolare tra la lingua nazionale e il dialetto. Troviamo decine di versi in un dialetto siciliano che va studiato a fondo. Intanto i versi dell’incipit rappresentano una delle più dure condanne letterarie della condizione di miseria, morale e materiale, nella quale le classi dirigenti italiane hanno tenuto il Meridione e, nel caso specifico, la Calabria, che è rimasta quello «sfasciume pendulo sul mare» di cui parlava Giustino Fortunato. Ma per avere una denuncia così forte ed incisiva dobbiamo andare ai versi ormai “remoti” e dimenticati di un altro poeta dialettale, un altro calabrese, Pasquale Creazzo, comunista libertario che scrive ed opera a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Quest’ultimo usa, per l’appunto, il dialetto calabrese. Maria Teresa Liuzzo, pur essendo nata e vissuta in Calabria, ricorre al dialetto siciliano, che è la lingua della madre, originaria di Messina. Pasolini ci ha insegnato quanto sia importante per tutti noi questa forma princeps di comunicazione, che è il tramite con le nostre lontane origini, con tutte le conseguenze che ne derivano sul piano del nostro essere, fino al profondo della sua intimità, conscia ed inconscia. Ma la Liuzzo non si limita a questo ritorno alla «lingua della madre». Essa rappresenta la lingua di fondo dei suoi versi, sulla quale si è innestato, non in una semplice sovrapposizione, ma nell’ambito di un processo di “mescidanza”, di reciproci prestiti ed “interazioni”, di “consonanze” e “dissonanze”, il dialetto calabrese, e, segnatamente, quello parlato nell’area geografica e culturale che circonda, sull’altra sponda, lo Stretto di Messina. Ne è venuta fuori una lingua molto originale, che, però, non costituisce un “idioletto”, una lingua artificiale ed artificiosa, tutta “letteraria”, nata per partenogenesi, senza alcun rapporto fecondativo con la realtà, bensì una lingua viva e creativa, ricca di umori e sapori strettamente legati al territorio geografico di riferimento, che abbraccia i due versanti. Un’operazione certamente “artistica”, quella compiuta dalla Liuzzo, ma che non perde i suoi connotati “reali”.

La scelta del dialetto ha un suo significato specifico. Non è un caso che i poeti, nel corso dei secoli, quando hanno voluto protestare, abbiano fatto ricorso al dialetto: da Giuseppe Gioacchino Belli a Carlo Porta, a Delio Tessa, al già citato Pasquale Creazzo, al siciliano Santo Calì, che ha voluto utilizzare la lingua dei braccianti e dei boscaioli di Linguaglossa, sulle pendici dell’Etna. Anche per Maria Teresa Liuzzo il dialetto ha una funzione di protesta e di denuncia delle condizioni di miseria e di corruzione dilagante che dominano la sua terra di Calabria, come emerge chiaramente ‒ dicevamo ‒ dai versi di esordio (ma non solo da essi).

A differenza di quanto avviene in altri scrittori dello Stretto, come Stefano D’Arrigo, autore di Horcynus Orca, nei versi di Maria Teresa Liuzzo i due codici linguistici, nazionale e dialettale, rimangono su piani irrelati, ma non contrapposti, perché l’autrice, pur senza mescolarli, riesce ad armonizzarli. Il risultato è estremamente musicale e gradevole per l’orecchio del lettore, tanto che il romanzo andrebbe letto ad alta voce, ricordando, lungo la scia di Borges, che la poesia, dapprincipio, fu musica e canto.

Maria Teresa Liuzzo piega il dialetto a tutti gli stili e i registri: dal tragico al comico, all’elegiaco. E’ tragico nel racconto della violenza subita da Mary sin da bambina. E’ sottilmente ironico nella descrizione delle profferte amorose fatte al Principe da un esercito di popolane per il tramite delle rispettive madri. Qui troviamo pure una componente erotica, anch’essa sottile, con l’ostentazione di organi sessuali al vento, nella speranza che il Principe scelga qualche donzella in cambio di adeguata ricompensa.

Siamo in presenza di un erotismo che non è mai volgare, mai esibito per far colpo sul pubblico dei lettori e sulle sue fantasie represse. Maria Teresa Liuzzo non “civetta” mai col lettore, non indulge a «strategie comunicative» funzionali al successo, così come non insegue le mode, né assume pose letterarie, che sconfinino nell’«estetismo» deteriore. C’è in lei uno scambio continuo tra vita ed arte, nel senso buono, in quanto le esperienze esistenziali nella sua opera diventano letteratura, senza perdere, però, il sapore della realtà, che, pur nella trasfigurazione simbolica, rimane attaccata al vissuto come polpa ad nocciolo. In questo senso la sua arte è vita e la sua vita è arte, con una semplicità che, al di là della trasfigurazione e transcodificazione letteraria, rappresenta la cifra fondamentale del suo essere ontologicamente e, nel contempo, del suo “farsi” scrittrice di cose, non di parole vuote. Ci viene da richiamare la distinzione fatta da Pirandello tra Verga come «scrittore di cose», per l’appunto, e D’Annunzio, come «scrittore di parole» (puro “pirotecnico della parola”, aggiungiamo noi). E Maria Teresa Liuzzo s’inserisce a pieno titolo, con le sue peculiarità e con la sua originalità, naturalmente, nella migliore tradizione letteraria meridionale, perché ‒ vogliamo ricordarlo con Sciascia ‒ la realtà del Meridione è così tragica che s’impone allo scrittore, anche a quelli che sembrano distaccarsene, per dar vita ad un mondo tutto “letterario”, anzi “teatrale”, come lo stesso Pirandello.

Maria Teresa Liuzzo ci dimostra che la poesia è davvero principio e, insieme, momento culminante di ogni civiltà (e qui ha ragione Benedetto Croce, laddove riconduce tutta la «letteratura» a «poesia», anche se non condividiamo la definizione restrittiva che il filosofo dà di quest’ultima, prettamente neo-idealistica e neo-romantica, visto che restringe la «poesia» ad «intuizione lirica», espressione immediata dei sentimenti umani). Attraverso la metafora compie il “miracolo” di trasformare le vicende individuali in vicende collettive.

E Maria Teresa Liuzzo, attraverso il suo romanzo, ha fatto vera poesia, ha saputo cogliere quella che Lukács ha definito «eterna umanità ideale», vale a dire, al di là delle concretizzazioni contingenti ed epocali, la vera essenza dell’umanità, così come si articola nei secoli, nella sua gioia e nel suo dolore: quella che Leopardi ‒ da noi già citato ‒ ha chiamato «varietà della natura».

Perciò possiamo dire, in conclusione, che la sua opera varca i confini nazionali e diventa un esempio di letteratura mondiale. E’ bene che la critica italiana ne acquisti consapevolezza, colmando un ritardo inammissibile ed adeguandosi a quella internazionale, che è stata giustamente generosa con Maria Teresa Liuzzo, che merita la sua (e la nostra) attenzione.

:: Minerva in fiamme di Susanna Raule (Mondadori 2024) a cura di Patrizia Debicke

26 Maggio 2024 by

Una bella storia, dai toni squisitamente rosa e da cosy crime uhm… anche se forse in realtà non un giallo vero e proprio ma sicuramente disporremo di una trama interessante e intelligente con questo Minerva in fiamme.
Intanto come prima cosa rassicuriamo i lettori non è che una preziosa statua o un celebre dipinto che raffigurano la dea vergine guerriera ma considerata anche la dea della sapienza, simbolo dell’ingegno e dell’intelligenza siano stati distrutti dalle fiamme. No per fortuna, anche se il nome è giusto: proprio quello della antica divinità italica passata a far parte della ricca mitologia etrusca per poi innestarsi nella mitologia romana e di là poi essere equiparata alla greca Atena, nata con addosso tutta l’armatura dalla testa dolorante di Giove in virtù dell’ascia bipenne di Efesto. Ma non è il nostro caso. La Minerva del romanzo infatti è solo la brava psicologa e psicoterapeuta quarantenne in forza al Centro per adolescenti della Spezia, per suo dispiacere da quindici anni di (più o meno) vive un’ educata convivenza con la sclerosi multipla che, durante una leggera ricaduta, presenta alcuni dei classici sintomi: intorpidimento di un arto nel suo caso la gamba destra con forte senso di bruciore (di qui le fiamme) e naturalmente maggior senso di fatica incrementato a dismisura dal gran caldo. Prima mossa: telefonata in ospedale, evitando di svegliare il compagno bello e dotato pittore di qualità , per fissare un immediato appuntamento e passare il suo paziente un ragazzo di sedici anni, primo incontro terapeutico della mattinata a suo carico, a un’amica collega e via di corsa all’ASL per una visita di controllo.
Sappiamo tutti che il lunedì da sempre è la peggior giornata per chi lavora e in particolare quel lunedì a La Spezia fa un caldo boia… Una giornata insomma che per lei si sta annunciando nefasta in tutti i sensi e ohimè alla mercè di un afa’ quasi insopportabile.
Alla ASL la neurologa che la segue da anni e la conosce come le sue tasche, organizzerà subito per lei una prima settimana di flebo di cortisone e programma una risonanza da fare prima possibile secondo i tempi, li conosciamo purtroppo , da lumaca della Sanità italiana.
Ma quando dopo la visita, ecc. ecc. , un paio d’ore più tardi circa, schiacciandosi come una sardina dentro un autobus affollato riesce finalmente ad arrivare al suo posto di lavoro al Centro Adolescenza, verrà accolta dalla brutta notizia, spauracchio di ogni terapeuta: Angel Batista il suo paziente sedicenne non si è visto, insomma non si è presentato perché è morto per un incidente. . Il ragazzo di origine sudamericana e in terapia obbligata dopo l’arresto per spaccio, era soltanto alla seconda seduta con lei. Lo aveva valutato poco comunicativo e diffidente. Faceva parte di un complessino rap… Ma in quel loro primo incontro aveva cavato ben poco da lui. Ciò nondimeno le successive notizie sull’accaduto chiariscono che non si è trattato di un incidente stradale, che so con il motorino come poteva essere prevedibile a quell’età. No il ragazzo è morto di notte in un supermercato, e Minerva scoprirà trattarsi di uno piccolo e da lei frequentato, inesorabilmente schiacciato da una catasta di bottiglie di acqua minerale. Apparentemente solo un fortuito e disgraziato incidente . Ma cosa era andato a fare di notte Angel in quel posto. A rubare? Ma cosa ? L’armadietto dei liquori chiuso a chiave non presenta segni di effrazione E allora? Oddio, a ben guardare parrebbe un incidente un po’ strano, pensa Minerva. E istintivamente non ci crede, per lei c’è qualcosa che non va, poi riflettendoci e considerando meglio i particolari diventa addirittura sospetto. Insomma gatta ci cova. E quando questa sua sensazione si trasforma in certezza, suo malgrado si troverà coinvolta in una personale indagine sulla morte del ragazzo. Epperò appena comincia a muoversi e a provare ad approfondire la storia, questa diventa più misteriosa Sorgono nuove domande… La polizia sembra accettare per buona la tesi dell’incidente ma Minerva e i suoi colleghi covano dubbi. Tanto che la carovana di psicoterapeuti e collaboratori della protagonista vedi: Celeste Aicardi l’amica psicologa senior, Damiano Testa pelo rosso e barba luciferina, Glenda Fontana psichiatra che vive in salopette e Daria Peverini la tirocinante affannata come una foca , e persino la neurologa di Minerva si mettono in caccia di particolari. E neppure il capo in testa del Centro Adolescenza, l’elegantissimo e rompiscatole Pier Boero (giovanile e insopportabile ex marito di Minerva) pur all’inizio riluttante, riuscirà ad esimersi dal ficcare il naso. E quando collaudati professionisti del settore come loro decidono di fare i detective… le faccende si complicano. E la loro diventerà una passeggiata obbligata tra delinquenza, spaccio, microcriminalità che opera agli incerti confini, spesso superandoli , della legalità. Ma alla fine i risultati si vedranno, è garantito, anche se non saranno quelli di una gettonata serie TV. Tutt’altra cosa. Persino la polizia finirà con starli a sentire…
In una città arroventata dalla calura di giugno che distrugge quasi Minerva sul piano fisico, la teorica sfida mentale diventa presto sempre più un casino e anche ohimé molto pericolosa. Giostrando tra orde barbariche di turisti che poco più che in costume da bagno invadono le strade sopraffacendo la popolazione locale, pazienti muniti di coltelli, allarmi bomba, uno strano spacciatore forse disposto a dare una mano e gli arcigni dirigenti dell’ASL il cui unico pensiero pare sia la paura di venire coinvolti in rischi penali e possibili, per Minerva non sarà facile barcamenarsi e arrivare in fondo al caso con ancora un po’ di fiato e quasi risanata. O, per lo meno, sempre viva…
In Minerva in fiamme si toccano con colta disinvoltura spinosi argomenti quali: salute mentale, inclusione, parità di genere, problematiche della nuova generazione di giovani che non sanno ancora cosa vogliono e stentano a inserirsi nella difficile quotidianità e malattia …
Susanna Raule parla della sclorisi multipla con tono volutamente ironico, sdrammatizzando una situazione a lei ben nota perché coinvolta personalmente, ma una patologia che oggi per fortuna gli studi più recenti, salvo rari drammatici casi, hanno reso curabile e con la quale, controllandosi, si riesce a convivere bene per decenni.
Un romanzo piacevole, veloce, arricchito da un modo di scrivere naturale, mai dottrinale anche quando tratta temi in cui descrive il quotidiano dei pazienti e del personale di ogni centro pubblico ospedaliero al giorno d’oggi, tutti uniti contro un comune nemico battendosi ogni giorno con burocrazia, mancanza di personale e di fondi. E un romanzo che rappresenta anche la testimonianza della vita privata di Minerva, la sua serena lotta contro la malattia, con per sua fortuna sempre al suo fianco la forza, l’intelligenza e lo spirito di un compagno straordinario.

Susanna Raule, psicologa e psicoterapeuta, nota al pubblico come scrittice di fantathriller, sceneggiatrice di fumetti e vincitrice di alcuni prestigiosi premi. È tra le fondatrici del collettivo per la parità di genere nel fumetto Moleste (www.moleste.org). Il suo sito è http://www.susannaraule.com.

:: Quando cala la nebbia di Giancarlo Vitagliano a cura di Massimo Ricciuti

21 Maggio 2024 by

Emilio Severi, più semplicemente Milo, si è da tempo laureato in Criminologia e cerca di lasciarsi alle spalle quello che lui chiama il fatto, ovvero l’omicidio della madre. Seppur ragazzino, Milo aveva avviato una personalissima indagine per scoprire il colpevole, dando una grossa mano alla soluzione del caso. Diventato adulto, il nostro protagonista era tornato sul campo una seconda volta, insieme agli amici di sempre: Giorgio, capitano del Reparto Analisi Criminologica dei Carabinieri e Clelia, magistrato dai solidi principi. I tre erano venuti a capo del cosiddetto “mistero delle ragazze dai grandi occhi”. Da allora Milo ha giurato a se stesso di limitarsi a tenere corsi universitari e a scrivere saggi. Una sera, però, riceve l’angosciante telefonata di Vittoria, sua ex fidanzata, la cui sorella Nadia è deceduta in seguito a quella che è stata classificata come morte bianca, ossia un incidente sul lavoro. Vittoria e i suoi genitori non credono alla versione ufficiale, ritenendo che la ragazza sia stata uccisa e, perciò, chiedono aiuto a Milo. Quest’ultimo, all’inizio refrattario, prova a coinvolgere Giorgio e Clelia, ma tutto porta in direzione dell’incidente. Milo, allora, s’intestardisce, anche per le pressanti richieste di Vittoria e cerca di ricostruire l’accaduto, parlando più volte con i superiori e i colleghi della vittima. Una brillante e inaspettata intuizione del protagonista capovolgerà la situazione, portando a una verità sconvolgente.

Quando cala la nebbia è il terzo romanzo di Giancarlo Vitagliano incentrato sulla figura di Milo, detective per amore. Insieme a lui ritroviamo Giorgio, Clelia e la sua esuberante figlia, Daniela. C’è anche Francesca, collaboratrice di Giorgio: con lei stava nascendo una forte simpatia, ma proprio alla fine del secondo romanzo ci viene spiegato il perché Milo si sia sentito tradito dalla ragazza. Gli unici familiari rimasti al protagonista sono la zia Lucy e lo zio Mario, sempre pronti ad accoglierlo in casa loro. Centrale è il ricordo della mamma del protagonista, che spesso gli appare in sogno. Una parte rilevante è riservata alla musica, come sempre accade nei romanzi dell’autore: potete trovare, infatti su Spotify la Playlist dei CD citati nell’opera in questione. A Giancarlo Vitagliano va rivolto, inoltre, un particolare plauso per il modo ingegnoso e degno dei migliori giallisti con cui conduce Milo alla soluzione del caso. Anche per il difficile tema trattato, quello delle morti sul lavoro, l’autore dimostra una volta di più la sua profonda conoscenza dell’animo umano e delle relazioni fra le persone. Aspettiamo, dunque, la quarta avventura di Milo, sicuri che non ci deluderà.

:: Il grande Nord. Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo, Martin Tallack, (Iperborea, 2024) A cura di Viviana Filippini

15 Maggio 2024 by

“Il grande nord. Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo” di Martin Tallack, edito da Iperborea è un libro che mescola diversi generi letterari, nel senso che non è solo un saggio che mette al centro il tema del viaggio attorno al sessantesimo parallelo del pianeta terra alla scoperta di tutti quei luoghi che lo caratterizzano. Accanto ad esso ci sono le storie e il vissuto umano e naturale. Quello che Tallack fa è portarci nel suo pellegrinaggio personale, alla scoperta del suo universo interiore e di quel  cammino di ricerca di pace e equilibrio al quale lui  anela dal momento della morte improvvisa del padre, scomparso tragicamente. Il saggio, ma è anche un po’ memoir di viaggio, è una vera e propria avventura umana, dove l’autore racconta il perché ha deciso di affrontare i luoghi scelti per il percorso e il rapporto con le persone che incontra. Non solo, infatti oltre al presente, allo stesso tempo, troviamo la storia passata, le abitudini, usi e costumi, miti, leggende e folklore delle località visitate e delle popolazioni incontrate. Realtà, avventura, ieri e oggi si intrecciano in una narrazione scorrevole che trascina chi legge in un mondo di emozioni appassionanti dove l’aspetto umano ed emotivo hanno un ruolo fondamentale per lo scrittore  e per il lettore che diventa, pagina dopo pagina, partecipe delle emozioni e avventure dello scrittore britannico. Tallack, che tra l’altro è anche cantautore, ci accompagna in quello che è un itinerario nel Nord attorno al sessantesimo parallelo, dove lo spostamento fisico diventa un profondo viaggio alla ricerca di sé. Tra le tappe ci sono le Shetland dove regnano sovrane la roccia e la torba;  la Groenlandia con Quassik, la montagna dei corvi; il Canada con Fort Smith che all’inizio del XX secolo non era ancora una località molto sviluppata, ma con la corsa all’oro del Klondike ci fu una vera e propria invasione del Canada Occidentale. Troviamo poi l’Alaska dove i turisti accorrono per vedere la risalita dei salmoni rossi e il valore della terra è importante e fondamentale, perché essa rappresenta il passato e il futuro del paese  ma, allo stesso tempo, è fragile e indomita. Tallack ci porta in Siberia a contatto con gli eveni della Kamčatka, e alla loro convivenza con le renne tra i ghiacci siberiani; a San Pietroburgo, voluta da Pietro il Grande verso la fine XVII, dopo essere rimasto affascinato dall’Europa Occidentale, soprattutto da Londra e Amsterdam. Un passaggio lo si fa anche in Finlandia con le Isole Åland e in questa cultura finlandese si percepisce il forte attaccamento alla propria identità e si scopre che, un tempo, i palazzi prendevano i nomi dai pesci e dagli animali facevano da traino all’economia locale, tanto è vero che ci imbatte nella casa delle anguille, in quella delle capre, quella dell’aringa o dell’abramide (è un pesce). Si arriva infine in Svezia e Norvegia per muoversi tra canali e canaletti, divinità antiche, botanici come Linneo e società moderna e contemporanea alle prese con eventi inaspettati come gli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia dove morirono 77 persone. “Il grande Nord. Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo” di Martin Tallack è un libro che si apre al mondo nordico attorno al sessantesimo parallelo, un universo sì vasto, a volta solitario, ma affascinante dove realtà differenti si trovano a condividere lo stesso spazio diventando “casa” e come dice Tallack: “centro del mondo”. Traduzione Stefania De Franco.

Malachy Tallack è uno scrittore e cantautore britannico. Con il romanzo “La valle al centro del mondo, apparso in Italia presso Bompiani, è stato candidato all’Highland Book Prize e all’Ondaatje Prize della Royal Society of Literature. Il grande Nord è stato Libro della Settimana per la BBC Radio 4 ed è entrato nella shortlist del prestigioso Saltire First Book Award. Dopo aver vissuto per buona parte della sua vita sulle isole Shetland, ora risiede a Fife, vicino a Edinburgo.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

:: Un’intervista con Patrizia Debicke a cura di Giulietta Iannone

14 Maggio 2024 by

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di cuore di aver accettato questa nuova intervista. Ho avuto il piacere di leggere il tuo nuovo romanzo Figlia di re – Un matrimonio per l’Italia e mi ha colpito che tu abbia voluto parlare del Risorgimento italiano da un punto di vista insolito. Dunque non un giallo o un thriller storico ma stavolta un vero e proprio romanzo storico. Ce ne vuoi parlare, quale è stato il punto di partenza da cui hai tratto ispirazione?

Dici bene niente giallo stavolta ma un romanzo storico. Anche se sappiamo tutti che la storia cela sempre i suoi misteri . Talvolta addirittura persino più intriganti e complessi di quelli che si possono inventare per una fiction che sia thriller gialla o noir. E quindi sì stavolta un romanzo storico, intanto con un personaggio femminile che risalta in primo piano ma anche e soprattutto scritto per ridimensionare certe pseudo iconografie esasperate in eccesso e in difetto, restituendo ai protagonisti idee e pensieri propri profondamente naturali e condivisibili. E i miei due protagonisti che volevo far conoscere e rivalutare erano il principe Napoleon Joseph, spesso dagli italiani schernito con l’infantile nomignolo di Plon Plon usato da sua sorella da bambini e sua moglie, Maria Clotilde di Savoia.

Il punto di partenza e fulcro di tutta la storia poi in realtà sarà legato a una cittadina Plombierès, un tempo celebre centro termale francese a i patti stipulati tra Napoleone III imperatore dei francese e il conte di Cavour durante il loro notturno convegno segreto di Plombierès durato otto ore. Patti che prevedevano un trattato che contemplava la perdita da parte dell’Austria della Lombardia e del Triveneto a favore del regno di Sardegna, che poteva annettersi anche i ducati di Parma, Modena e la parte più settentrionale dello Stato della Chiesa. In cambio la Francia avrebbe ottenuto la Savoia e Nizza. A sugello di detto trattato, Napoleone III chiese e ottenne anche la mano della primogenita di re Vittorio Emanuele II, Maria Clotilde di Savoia, per suo cugino e ardente italianofilo Napoleon Joseph, figlio di Jerome Bonaparte e di Catherine del Wurttemberg.
A Plombières non fu sottoscritto alcun documento ufficiale, ma sei mesi dopo venne firmato il trattato di alleanza tra Francia e regno di Sardegna in caso di guerra dell’Austria contro il Piemonte con l’ impegno dell’intervento di un esercito francese di duecentomila uomini.

Un matrimonio combinato il loro, come era la prassi per quasi tutti i matrimoni principeschi di allora e che sanciva un’alleanza tra due stati.
Nessuno nega che Maria Clotilde avesse meno di sedici anni e Napoleon Joseph trentasette, e cioè ventuno di più, ma lei chiese tempo e poi accettò liberamente di sposarsi. Aveva il suo carattere e le sue idee, ma parlava correntemente quattro lingue e sapeva muoversi a corte.
Napoleon non era un uomo facile, ma la stimava e, fiero di aver sposato la figlia di un re, dimostrò di esserle affezionato. Lui ateo, tollerò le sue abitudini religiose, le mise a disposizione una cappella a Palais Royal e la sostenne generosamente nella beneficenza. Mantenne l’amante in carica, in seguito la sostituì con un’altra, ma diversamente dall’imperatore più volubile, era solito averne una sola per volta. E Maria Clotilde, da brava figlia di suo padre, non ignorava certe debolezza maschili.
Comunque per suo piacere o dispiacere la giovanissima Clotilde si innamorò del marito. I suoi scritti, quelli di altri e le testimonianze soprattutto francesi dell’epoca lo confermano.

Il romanzo ci narra la storia franco-italiana che va dal luglio del 1858 al gennaio del 1861. Anni cruciali per la storia italiana. Come hai approfondito la ricerca storica? Hai potuto visionare documenti d’epoca? Ti servirà come scenario questa volta di un vero e proprio giallo o thriller storico?

Molto è già stato scritto, molto è facilmente reperibile negli archivi francesi legati a quel periodo, ho potuto disporre di documenti e ricostruzioni precise. Per la corrispondenza mi sono principalmente rifatta al carteggio privato tra Napoleone III e il cugino, quasi tutto in inglese e tra Nigra, Cavour e il principe Napoleon. E a parte di quello di Maria Clotilde con i fratelli. Tanti telegrammi poi, tanta roba da inserire e rendere parte del romanzo. Sono anni cruciali che hanno visto i Savoia, con la neutrale compiacenza della Francia e l’appoggio diretto o indiretto di Inghilterra e Prussia a creare il Regno di Italia a spese degli Austriaci, dei principati padani, dello Stato della Chiesa e infine, con il fattivo apporto di Garibaldi conquistare anche il Regno borbonico delle Due Sicilie.
Quindi tanto ottimo materiale a disposizione, anche se per ora non ho previsto un romanzo giallo storico ambientato nel XIX secolo ma… mai dire mai.

La figura della principessa Maria Clotilde di Savoia non è spesso valorizzata, più che una mera pedina di Cavour è stata una donna con una forte personalità, dal forte carattere che ha anche imposto il suo punto di vista. Ce ne vuoi parlare, come hai costruito il suo personaggio?

Raccontando quanto di lei hanno scritto i francesi che l’ammiravano. Tengo a ricordare che Maria Clotilde principessa Napoleon fu l’ultima persona della famiglia imperiale a lasciare Parigi dopo la sconfitta della Francia a Sedan. Seppe mantenere il suo ruolo in ogni circostanza, aveva ricevuto un’educazione adatta a una principessa di sangue reale ed era sempre pronta ad adattarsi, senza fare storie, a ogni situazione. Lo spirito avventuroso che faceva di lei un’eccellente cavallerizza le aveva regalato competitività ma anche duttilità. Apprezzò il lungo viaggio in America (il loro panfilo attraccò a New York mentre era in corso la Guerra Civile) – ampiamente descritto nel diario di bordo del figlio di George Sand – e rintracciabile sui quotidiani locali dell’epoca – dove fu ripetutamente fotografata e osannata dagli italiani emigrati.
Era curiosa, le piaceva divertirsi, ballare, era insomma una ragazza normale con desideri normali: quali una famiglia e dei figli, non la maniacale bigotta costruita dall’iconografia cattolica. Non lo divenne neppure in tarda età quando si dedicò alle opere pie con ammirevole senso di devozione.

Seppe interpretare bene la sua parte senza strafare, ma facendosi apprezzare dai francesi. E il suo matrimonio portò suo marito Napoleon Joseph, il liberale detto il Bonaparte Rosso, sempre sensibile alla causa italiana e amico di tanti patrioti, a farsene paladino anche a costo di mettersi contro il cugino imperatore e a offrire costante e pubblico sostegno alla conquista dell’Italia da parte dei Savoia.

Un punto di vista femminile dunque sul Risorgimento, quanto hanno influito le donne su questo movimento?

La leggenda storica attribuisce anche alla seduzione delle bella Contessa di Castiglione “più che una buona parola” con Napoleone III per la causa italiana . Ma sicuramente altre donne più lei. Salotti di sostegno alla causa infatti furono tenuti da Bianca Milesi, Metilde Viscontini Dembowski, Teresa Casati e da Cristina Trivulzio di Belgiojoso. Tra di loro primeggia Cristina di Belgioso. Figlia di una antica famiglia lombarda, fu grande sostenitrice di Mazzini, patriota, giornalista e scrittrice e, partecipando attivamente al Risorgimento, affrontò, senza mai tirarsi indietro, l’esilio e le privazioni. E come dimenticare Ana Maria de Jesus Ribeiro, Anita la guerriera moglie brasiliana di Garibaldi, morta in Romagna nel 1849 e Rose Montmasson, l’unica donna che partecipò per intero all’impresa dei Mille: persona libera, ferma nei suoi ideali, moglie di Crispi, capace di sopportare scelte dolorose, persone che dettero tutte se stesse per L’Unità d’Italia

Stessa cosa per il personaggio di Napoleon Joseph, sì amava le donne, ma era meno vanesio e farfallone di come era descritto nelle cronache locali, anzi era un instacabile lavoratore e amico dei patrioti italiani di cui ha sostenuto con passione la causa, oltre ad appoggiare le numerose opere di beneficienza della moglie. Come hai costruito il suo personaggio? E quanto Maria Clotilde ha influenzato in positivo il suo carattere?

Bellissimo personaggio Napoleon Joseph, umiliato purtroppo dalla storia in Italia e persino in Francia dove l’hanno maltrattato per tanti anni fino alle biografie più recenti in cui vengono messe in risalto la sua repubblicana fierezza, la sua cultura enciclopedica, l’intelligenza, l’acutezza mentale e la lungimiranza. Uomo di carattere, illuminato, di grandi idee sovente inascoltate ha saputo mantenere per il cugino importanti rapporti personali con gli altri stati. I suoi risultati e i suoi successi diplomatici sono stati attribuiti troppo spesso ad altri che non li meritavano. Les Archives nationales francesi contengono la maggior parte del suo archivio personale e di tutta la sua corrispondenza che è consultabile, anche se purtroppo qualcosa manca. Una preziosa raccolta che narra storicamente tutta un’epoca.
Positiva influenza di sua moglie? Maria Clotilde , soprattutto nei primi anni di matrimonio ha sempre giuocato per lui un ruolo di incondizionato appoggio, di costante presenza domestica e di rappresentanza, suscitando tenerezza, rispetto e regalandogli la soddisfazione di essere padre di tre figli.

Progetti di traduzione per l’estero?

Incrocio le dita

Infine, ringraziandoti della disponibilità, l’ultima domanda. Stai lavorando a un nuovo romanzo storico? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Un nuovo romanzo? Qualcosa avrei in mente ma dovrei prima accordare le mie scelte con le richieste degli editori. Progetti? Mah? Intanto continuare a leggere , leggere e scrivere fino a quando avrò altre nuove idee.

:: Gli ultimi soldati di Roma: Vexillatio, 476 d.C. di Marco Vozzolo (Ali Ribelli 2024) a cura di Patrizia Debicke

13 Maggio 2024 by

Negli anni precedenti al definitivo disfacimento dell’Impero la divisione dell’Europa era questa: tribù nomadi, formate da popolazioni diverse, stanziavano a nord di Teutoburgo e premevano da oriente. La penisola iberica e il nord dell’Africa erano dominate dei vandali. Gli alamanni si erano impossessati delle terre che giungevano fino in Elvezia mentre i galloromani ormai del tutto indipendenti da Roma spaziavano nella penisola.
Mentre praticamente tutte le forze militari al di là delle Alpi erano allo sbando, un’unica guarnigione, la Vexillatio, era rimasta in forza nelle Gallie, a guardia del distretto di confine di Duro Catalaunum, un centro romano nei cui pressi si era svolta la famosa battaglia dei Campi Catalaunici 451d.C., contro Attila vinta dall’ultimo grande generale dell’esercito dell’Impero Romano d’Occidente: Flavio Ezio. (Ai nostri giorni la città sorta sulle rovine di quell’antico centro porta il nome di Châlons-en-Champagne, nel dipartimento della Marna, in Francia).
Compito di questa legione romana, era di presidiare quell’avamposto ai limiti dell’impero. Una legione prevalentemente composta da militari selezionati e voluti dal generale Pietro Marcellino, praticamente tutti originari dalla penisola italica e dalle sponde del fiume Liris, , oggi il Garigliano, che divide il Lazio dalla Campania. Legionari, un tempo solo dei ragazzini che per raggiungere la loro destinazione avevano percorso ben 954,85 miglia, l’equivalente circa di 1413 chilometri: al comando Aristarchos Temistocle, ormai un veterano dell’esercito spalleggiato dal centurione e conterraneo Vatinio Arunco.
Ma, erano tempi rischiosi per un avamposto isolato. Fino a quel momento Duro Catalaunum aveva miracolosamente schivato gli attacchi dei turingi e dei burgundi sia per la sua posizione, protetta dalle foreste, che per la maggior appetibilità di altre province . Orde di barbari infatti, tenendosi sempre alla larga dai domini e dai possibili scontri con i visigoti, avevano privilegiato la presa e i saccheggi in Provenza e Borgogna e, dopo aver conquistato ogni città, che incontravano, vi si installavano razziandola per poi spremerla fino in fondo secondo il vessativo sistema di tasse e ruberie ormai collaudato dai romani. Ciò che accadeva nei posti di confine rispecchiava in toto la squallida realtà dell’Impero d’Occidente.
Ma ormai purtroppo anche il piccolo borgo fortificato di Duro Catalaunum, ricco e prosperoso in virtù dei commerci, stava per rientrare nei loro progetti di espansione. Brutte voci di scorrerie e devastazioni di fattorie e villaggi correvano. Insomma bisognava prevedere un assalto da un momento all’altro. Ed era impossibile, nonostante le richieste e sollecitazioni inviate, contare sull’appoggio dell’esercito di stanza nella Gallia Meridionale. Le forze imperiali erano allo sbando, sconfitte o sterilmente impegnate in mille altri rivoli . Ed era anche inutile confidare nel soccorso richiesto alla V Legione Ferrata. A Duro Catalaunum non potevano ancora saperlo ma la V era stata sterminata dall’armata del generale erulo Rudulfus, che adesso stava muovendo il suo esercito proprio verso di loro.
Mentre le autorità cittadine come il borioso vescovo cattolico , Caliberto, messo al corrente della situazione suggerisce di pregare per invocare l’aiuto divino, e il superbo governatore della città, Attilio Fatico, propone l’invio di un ambasceria apportatrice di promesse di ricompense adeguate e doni sostanziosi, per convincere Rudulfus a rinunciare alla conquista e al saccheggio, Aristarchos Temistocle l’esperto centurione primae spatha al comando dell’intera guarnigione sa che tutto sarà inutile e che invece dovrà fare i conti con l’inesorabile catastrofe pronta ad abbattersi su tutti loro. E infatti sia l’ambasciatore del governatore che l’emissario del vescovo verranno barbaramente trucidati su ordine del generale erulo.
A Duro Catalaunum dunque non resta altro da fare che prepararsi alla migliore difesa possibile. Gli uomini della guarnigione romana, sotto l’esperta guida di Aristarchos Temistocle coadiuvato dai suoi migliori ufficiali, i centurioni Vatinio Aurunco e Antonino Tacito e dai loro fratelli legionari, sia di origine italica che barbara, saranno costretti a fronteggiare un attacco condotto da un numero spropositato di nemici. Loro unica certezza la lunga e dura esperienza nelle feroci campagne militari affrontate e il costante durissimo addestramento che ha fatto di loro dei combattenti micidiali, pronti a battersi fino alla morte per reggere a ogni costo le posizioni.
Il generale erulo Rudulfus non concederà mai tregua, ma dopo interminabili sanguinose battaglie e la dolorosa perdita del loro eroico comandante, i legionari sopravvissuti guidati dal centurione Vatinio Aurunco e dal centurione Antonino Tacito, pur estenuati dalle marce forzate e i continui duelli mortali, raggiungeranno finalmente la costa del Mediterraneo e il mare. Là gli ormai pochi superstiti della Vexillatio troveranno il momentaneo rifugio di Massilia. Dove apprenderanno che il tredicenne Romolo Augusto, fatto acclamare imperatore a Ravenna dal padre Oreste, dopo aver regnato per soli dieci mesi dal 475-476 d. C. a settembre era stato deposto e relegato in esilio presso Castellum Lucullanum, (ovvero l’odierno Castel dell’Ovo di Napoli9 da Odoacre, generale e politico germanico, principe sciro o unno. Ogni residua pretesa ufficiale all’impero nella penisola è ormai lontana (Giulio Nepote, erede legittimo al trono, ha riparato in Dalmazia). Odoacre, dopo aver allontanato l’imperatore fanciullo si è proposto a Zenone, imperatore di Oriente come patrizio e reggente in suo nome. Ma ovunque o quasi regna ancora il caos e anche Massilia, pur con le sue possenti mura non rappresenta più un porto sicuro. I legionari superstiti della Vexillatio potrebbero arruolarsi in altre unità, ma sia Vatinio Arunco che Antonino Tacito e alcuni dei loro uomini, tutti provenienti dalla stessa regione italica, dopo i tanti anni passati al servizio di Roma, decidono di trovare un imbarco e far ritorno nelle loro zone di origine della penisola italica. Non avranno vita facile: primo ostacolo con tutte le imbarcazioni contingentate per contribuire alla difesa della città dovranno accontentarsi di una specie di malconcia carretta del mare. Ciò nondimeno nonostante le tempeste, gli scontri al largo e i mortali agguati loro tesi , riusciranno a raggiungere la costa laziale, sbarcare e rivedere trionfalmente le sponde del fiume Liris. La loro unica speranza è vivere là per il resto della loro vita. Purtroppo i loro piani dovranno confrontarsi con quelli del feroce generale erulo Rudulfus che, solo spinto dal desiderio di vendetta e di schiacciare quei pochi prodi che hanno saputo contrastare e sconfiggere lui e il suo esercito ha deciso di rintracciarli ovunque persino all’opposto confine dell’impero.
Una trama intrigante caratterizzata da un ritmo indiavolato e una notevole varietà di situazioni. Marco Vozzolo da storico e appassionato, ha curato molto le scene d’azione, approfondendole e spiegandole in modo minuzioso per descrizione, abbigliamento e corredo dei legionari e dei loro usi e costumi mirando a lettori appassionati di romanità e di battaglie. Un romanzo da gustare e che fa immergere il lettore in un periodo lontano troppo poco studiato nei percorsi scolastici italiani.

Marco Vozzolo è nato a Minturno (LT) il 12 settembre 1972. Cresciuto a Castelforte, un piccolo paese della provincia di Latina, con pochi abitanti, un po’ retrò. Si divide tra la Toscana, Castelforte e la Provenza. In origine si trasferì a Pistoia per motivi di lavoro. La scelta di rimanere a vivere in Toscana è maturata dall’amore verso i paesaggi, il loro passato e il lento scorrere della vita in alcuni piccoli, preziosi paesi. Rimane comunque un Castelfortese DOC. Frequentatore, per le ricerche storiche, di archivi, biblioteche, archivi vescovili e collezioni private. Sommelier per hobby, è propenso verso i vini Toscani e Francesi, di cui è cultore. Ha pubblicato i seguenti testi e romanzi: La Corona del Re Longobardo, Il Valore delle Piccole Cose, La Bottiglia di Napoleone, Pistoia Medievale… ma non troppo, Una Passeggiata nella Castelforte del 300, Il Grifone, Una Storia Medievale, I Gufi di Velathri, Guillame de Villaret – Dell’ultimo Templare, Ampoiles, Storie di Mare, Necropoli.

:: “Traiano. Il migliore imperatore di Roma”, Mirko Rizzotto, Graphe.it  (2024) A cura di Viviana Filippini

6 Maggio 2024 by

Quando si pensa a Traiano, la mente corre spesso alla Colonna Traiana innalzata  a Roma nel 113 d.C. per celebrare l’impresa che portò l’ imperatore Traiano a conquistare la  Dacia. La colonna narra per immagini i momenti più importanti e salienti della battaglia che permise all’imperatore l’importante vincita. In realtà ancora molto non si sa della vita di Traiano le cui ceneri, tra l’altro, si trovano nella base della colonna, e a narrarla per darci maggiori particolare ci pensa Mirko Rizzotto con “Traiano. Il migliore imperatore di Roma”, edito da Graphe.it. Il testo non solo racconta la persona di Traiano per le imprese compiute, perchè quello che l’autore cerca di fare è proprio restituire un ritratto umano dell’antico imperatore di origine spagnola che, salito al trono nel 98 d.C., e passato alla storia come l’ “Optimus Princeps”, ossia il migliore imperatore, qualità che come si nota nel libro, gli permise di conquistare fama ai suoi tempi e di riottenerne molta altra anche in epoca medievale. A tal fine nell’ultima parte del testo si trovano tutta una serie di scritti di epoca medievale riferiti a Traiano e alla sua importante figura. Questo interesse ieri e oggi perché? Per il semplice fatto che Traiano, dimostrò di essere un abile uomo di armi e stratega che fece guerre daciche e partiche grazie alle quali ampliò il suo impero arrivando in Dacia (Romania), Armenia, Mesopotamia, Assiria e che gli permisero anche di intessere interessanti rapporti con il regno indiano dei Kushan, frenati poi dall’improvvisa morte di Traiano stesso. Certo è che l’ imperatore riuscì a mettere in campo le sue qualità anche in ambienti non esclusivamente militari, ma nella vita di ogni giorno. Basti pensare all’amore per l’arte che lo portò,  durante il suo impero a Roma, a far realizzare i diversi monumenti che ancora oggi possiamo vedere, compresa la colonna che racconta le sue gesta descritta all’inizio della recensione. Il suo amore per la cultura lo portò a sostenere la maturazione di letterati come Plinio il Giovane, Tacito, Dione Crisostomo, segni evidenti della sua versatilità. A rendere più approfondita questa biografia ci sono anche una serie di testi rumeni che l’autore ha consultato e che gli hanno permesso di aggiungere ulteriori informazioni e dettagli in più su Traiano, sulle sue maggiori battaglie, ma anche sulla dimensione umana e colta di colui che venne poi definito nel tempo e nella memoria “il migliore degli imperatori”.

Mirko Rizzotto laureato in Storia romana all’università di Padova è insegnante di Italiano e Storia nell’istituto comprensivo statale del proprio paese natale dal 2004. È stato conservatore e poi collaboratore alla didattica nel Museo Civico Archeologico di Cologna Veneta, il più antico della provincia veronese. È direttore editoriale di varie collane per una casa editrice patavina e collaboratore con l’editore statunitense ABC-Clio (California). Tra le sue pubblicazioni ne ricordiamo alcune: “Mario Massimo. Frammenti” (2006);  “Xifilino. Vita dell’imperatore Traiano (2010); “Krum il grande nemico dell’Impero romano” (2011). Ha curato inoltre la pubblicazione dei frammenti delle opere dell’imperatore Traiano (2020), degli scritti del babilonese Beroso e dell’ambasciatore bizantino Pietro Patrizio (2021).

Source: inviata dall’editore. Grazie allo studio Comunicazione 1A.

:: Figlia di re – Un matrimonio per l’Italia di Patrizia Debicke Van der Noot (Ali Ribelli Edizioni 2024) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2024 by

La figura della principessa Maria Clotilde di Savoia è al centro del nuovo sontuoso romanzo storico di Patrizia Debicke Van der Noot Figlia di re – Un matrimonio per l’Italia, AliRibelli Edizioni, romanzo che tratteggia con grande padronanza storica e dovizia di particolari la storia franco-italiana che va dal luglio del 1858 al gennaio del 1861. Sposa giovanissima di Napoleon Joseph Bonaparte, nipote di Napoleole I e cugino di Napoleone III, Clotilde è appena una ragazzina, ha solo 15 anni, quando viene data in sposa, per ragioni di Stato, al principe francese che non potrebbe essere più diverso da lei: ateo, lei invece è religiosissima, più anziano di lei, ha solo due anni meno di suo padre Re Vittorio Emanuele II, con un’ingombrante fama da libertino.

Matrimonio fortemente voluto dal Cavour, abile stratega e intessitore di alleanze, per rinsaldare i legami tra Francia e Regno di Sardegna, in vista dei trattati di Plombières che posero i presupposti per lo scoppio della seconda guerra di indipendenza italiana, ma non certamente da Clotilde che strappa abilmente la concessione di poter decidere o meno di dare il suo assenso alle nozze solo dopo averlo visto. L’incontro avviene nel gennaio del 1859 a Torino e inaspettatamente Clotilde si innamora del francese catturata dai modi straordinariamente affascinanti del principe, poco avvezzo a trattare con le giovinette che già da subito la tratta da donna e l’ammalia con il racconto dei suoi viaggi, con l’amore per i cavalli e i complimenti galanti.

L’interesse che il principe le aveva dimostrato, la gentilezza, i complimenti ricevuti avevano fatto agevolmente breccia nelle sue difese.
Era la prima volta che qualcuno la trattava da donna e la corteggiava.
Si sentiva pronta al gran passo. Ufficialmente si “piegava alla ragion di stato”. In realtà voleva farlo.

Le nozze subito dopo, con grande sfarzo e forse precipitosamente come teme Napoleone III. Ma sono un successo diplomatico di Cavour e sembrano fermamente volute da entrambi gli sposi.

L’ambasciatore britannico Lord Cowley riferì in patria: «… Il matrimonio del principe Napoleon con la principessa Clotilde di Savoia è il più gran risultato di Cavour!».
Gli austriaci invece sostennero che Maria Clotilde di Savoia era la prima vittima della guerra.

Napoleon forse certo non la ama, ma è orgoglioso di poter sposare la figlia di un Re e godere dei vantaggi tra cui la cessione di Nizza e Savoia alla Francia in cambio dell’appoggio militare al Piemonte in caso di attacco. E arriverà ad ammirararla e rispettarla anche per le sue straordinarie doti di carattere, dandogli ben tre figli. La Debicke tratteggia, oltre alle vicende private e sentimentali dei personaggi, anche i cambiamenti politico sociali che coinvolsero la Francia, il Regno di Sardegna, la penisola italica tutta, e descrive, rivalutandone la figura, il personaggio di Napoleon Joseph meno vanesio e farfallone di quanto era stato dipinto ma anzi instacabile lavoratore e amico dei patrioti italiani di cui sostiene con passione la causa, offrendo pubblico sostegno ai Savoia per la conquista dell’Italia, anche nel lungo e tragico assedio di Gaeta.

Napoleon lavorava davvero. Con l’energia e i ritmi frenetici che lo distinguevano quando s’impegnava, mise a punto una serie di misure indispensabili per l’Algeria, che dovevano cambiare l’assetto legislativo e amministrativo del paese, si occupò del Senegal per contrastare la tratta dei neri nella regione, accordò il suo Patronato alla società creata da Lesseps per scavare il canale di Suez e provò a liberalizzare i mille laccioli burocratici che legavano alla patria la Reunion, l’isola francese a migliaia di miglia nel Pacifico.

Ma tornando a Clotilde sono soprattutto le sue doti di carattere, di buon garbo e di gentilezza che sapranno fare breccia nei cuori della corte francese e del marito che potrà confidare in lei come moglie devota e innamorata appoggiando le sue opere di beneficenza. Figlia di re – Un matrimonio per l’Italia è un romanzo storico straordinariamente emozionante che sa valorizzare una figura femminile poco nota come fu quella di Maria Clotilde di Savoia, ma straordinaria e ricca di inattese sfaccettature.

Patrizia Debicke Van der Noot, è scrittrice e critica letteraria. Tra i suoi libri: “L’oro dei Medici “(TEA, 2009); “L’uomo dagli occhi glauchi” (Corbaccio, 2010); “La Sentinella del Papa” (Todaro, 2013); “La congiura di San Domenico” (Todaro, 2016); “La gemma del cardinale” (TEA, 2017); “L’eredità medicea” (Parallelo45 Edizioni, 2015; TEA, 2022); “L’enigma del fante di cuori” (Delos Digital, 2020), “Il Menestrello di Notre-Dame” (2021) a doppia firma con sua figlia Alessandra Ruspoli, e “Il segreto del calice fiammingo” (AliRibelli, 2022).
È relatrice di conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Francia e Lussemburgo, l’Università del Lussemburgo e per circoli letterari. Ha coordinato e condotto la decima e la dodicesima edizione del Festival del Giallo di Pistoia. www.patriziadebicke.com.

:: Santa Veronica Giuliani. Visioni e rivelazioni di Vincenzo Speziale (Edizioni Segno) a cura di Daniela Distefano

4 Maggio 2024 by

Mio Dio, eccomi pronta a qualsiasi pena, purché si convertano a Voi tutti quelli che vi offendono. Mio Dio, Vi chiedo anime: queste vostre piaghe siano voci per me e dite con me medesima: o anime redente col sangue di Gesù, venite a queste fonti di amore. Io vi chiamo, e queste sante piaghe fan voce per me; però venite tutte”.

Orsola Giuliani nacque in un piccolo borgo della provincia di Pesaro-Urbino, Mercatello sul Metauro, 1361 anime, luogo di quiete, pascetudine, ma anche aguzzi ficcamenti di tenebre, il paradiso sulla Terra è un abbaglio luciferino. La futura Santa, ultima di sette figlie, già all’età di tre anni comincia ad avere visioni di Gesù e Maria che dai quadri si animavano e gli sorridevano e lei ricambiava con queste espressioni: “Gesù bello! Gesù caro! Io ti voglio tanto bene!”.

Dopo molti anni, una volta mentre faceva orazione, le parve di vedere il Signore con un paio di scarpette in mano tutte d’oro, e le disse: Queste son le scarpe che tu mi desti da piccola. Il povero ero io. – E subito disparve.

Durante il processo di canonizzazione, venne dichiarato che questo povero era in abiti da pellegrino e che la seconda scarpetta che Orsola gli gettò dalla finestra, rimase sopra l’architrave della porta di casa, al ché il pellegrino si sollevò in aria e andò a prendersi la scarpetta.

Ben presto, inizia la battaglia, “Io ti ho eletto per grandi cose, ma ti converrà patire molto per mio amore”. Quest’ultima parola restò così impressa nella sua mente che le servì d’aiuto. Così ogni volta che le sopraggiunge qualche patimento, pensa: per chi si deve patire?

I tormenti di suor Veronica trovano sollievo solo quando va in chiesa, ma il diavolo doveva metterci sempre lo zampino, assieme ai suoi servitorelli.

La santa scrive nei Suoi diari: “Mentre facevo penitenze, parve che si scatenasse l’inferno tutto, sentii rumori, urli e stridi, fischi come di serpenti. Alla fine parvemi di sentire una confusione di voci, né potevo capire cosa dicessero. Solo ricordo che alla fine dissero: “Maledetta che sei! Te la faremo così scontare”. Già il tentatore non voleva che si pregasse per la conversione dei peccatori, ed io presi animo… e andavo ai piedi di Gesù Crocifisso e di cuore mi mettevo per mezzana fra Esso e i peccatori, e una volta con voce sensibile mi disse: ”Mia sposa, mi sono grate codeste tue carità che fai a quelli che stanno in disgrazia mia, perciò ti confermo per mezzana come tu brami”.

Questa missione di mezzana la prende così tanto che i demoni la temono, specie quando si mortifica per la conversione dei peccatori. Oltre alle imprecazioni e alle grida orrende, gli urlavano di smettere di pregare, ma lei chiaramente continuava e sempre con maggiore fervore, tanto che i demoni presi dalla rabbia, le massacrarono un piede.

Esprimeva il suo amore in mille modi e spesso, anche nelle notti gelide dell’inverno correva nell’orto a fare a penitenza, abbracciava il cipresso e poi si metteva a urlare:”O peccatori ostinati venite a Dio e di cuore pentitevi, perché Esso vi ama, ed invece di castigo vi darà il suo amore. Venite, venite, lasciate il peccato, tornate a Dio. Via! Non più vi offese di Dio, ma pentimento e amore. A Dio, a Dio!”.

Suor Veronica vuole somigliare al suo Sposo e Gesù gli dona la corona di spine:

Mi si presentò il Signore tutto piagato e coronato di spine. Stavo tra questi sentimenti: il suo Amore infinito e la mia ingratitudine. Signore mio, dicevo, datemi questa corona perché le punture delle spine siano voci per me per dirvi quanto io desideri amarVi”.

Il Signore le disse: “Queste pene le sentirai finché avrai vita, quando più quando meno secondo che vorrò io”.

Morì il nove luglio 1727, fu beatificata nel 1804 da papa Pio VII e canonizzata nel 1839 da papa Gregorio XVI.

La storia di questa Santa è intessuta di miracoli, visioni del Paradiso, lotte contro il demonio, battaglie, naufragi, pericoli di finire nel precipizio della perdizione, ma anche fiducia nella Bontà Divina superiore ad ogni sforzo umano. “Parvemi di sentire di molti suoni e canti di paradiso; e sentivo che cantavano quel verso: Veni sponsa Christi; accipe coronam quam tibi Dominus praeparavit in aeternum.Tutti i santi e sante risposero:Amen. Il Signore si cavò l’anello dal suo costato: “Ti voglio fare questa grazia per mia sposa”. Così dicendo mi pose l’anello in dito, e di nuovo, cantavano tutti quell’antifona: Veni sponsa Christi.

“Io faccio voto e prometto a voi, o dolcissimo sposo, alla Beata Vergine, al Padre S. Francesco, alla Madre Santa Chiara, a tutti i santi e sante, di voler osservare, tutto il tempo della mia vita, la regola e vita delle povere suore di Santa Chiara, ed anco le regole datemi da voi, o mio Sposo, vivendo in obbedienza, senza proprio, ed in castità, osservando la clausura ordinata dalla costituzione dell’ordine”. Il Signore le rispose:Ed io ti dico:se tu ciò farai, ti prometto la vita eterna”. Non ricchezze, non potere, non carriera, ma qualcosa che trascende queste cose terrene. Santa Veronica aveva anche predetto che la sua agonia sarebbe durata 33 giorni, perché doveva sostenere tre purgatori per espiare l’umanità peccatrice ed impenitente. Nessuno riesce a procurarle un poco di sollievo nelle sofferenze e nei dolori, ed è questo il primo purgatorio, il secondo deve sostenerlo a causa delle continue vessazioni che il demonio le procura contro la fede, la speranza e le altre virtù cristiane. Il terzo purgatorio lo deve all’obbedienza cieca e senza riserve alla volontà di Dio. Santa Veronica ha una spiritualità marcatamente cristologica-sponsale: è l’esperienza di essere amata da Cristo, Sposo fedele e sincero, e di voler corrispondere con un amore sempre più coinvolto e appassionato. In lei, tutto è interpretato in chiave di amore, e questo le infonde una profonda serenità. Ogni cosa è vissuta in unione con Cristo, per amore suo, e con la gioia di poter dimostrare a Lui tutto l’amore di cui è capace una creatura. Il Cristo a cui la Santa è profondamente unita è quello sofferente della passione, morte e resurrezione; è Gesù nell’atto di offrirsi al Padre per salvarci. Da questa esperienza deriva anche l’amore intenso e sofferente per la Chiesa, nella duplice forma della preghiera e dell’offerta. La Santa vive in quest’ottica: prega, soffre, cerca la “povertà santa”, come “esproprio”, perdita di sé, proprio per essere come Cristo, che ha donato tutto se stesso. Il suo cuore si dilata, vivendo con ansia il desiderio della salvezza di “tutto l’universo mondo”. Veronica grida: “O peccatori, o peccatrici… tutti e tutte venite al cuore di Gesù; venite alla lavanda del suo preziosissimo sangue… Egli vi aspetta con le braccia aperte per abbracciarvi”. Animata da un’ardente carità, dona alle sorelle del monastero attenzione, comprensione, perdono; offre le sue preghiere e i suoi sacrifici per il Papa, il suo vescovo, i sacerdoti e per tutte le persone bisognose, comprese le anime del purgatorio. Riassume la sua missione contemplativa in queste parole:”Noi non possiamo andare predicando per il mondo a convertire anime, ma siamo obbligate a pregare di continuo per tutte quelle anime che stanno in offesa di Dio… particolarmente con le nostre sofferenze, cioè con un principio di vita crocifissa. Per lei, il soffrire con gioia è la chiave dell’amore. Le ultime parole della Santa possono considerarsi la sintesi della sua appassionata esperienza mistica: “Ho trovato l’Amore, l’Amore si è lasciato vedere!”. Oggi più che mai, questa umile Santa ci insegna come trovare la felicità anche su questa terra e ci suggerisce: “Abbandonandosi in tutto e per tutto, al solo divino volere, si partecipa un Paradiso in terra; perché stando l’anima nostra, in tutto, unita alla divina volontà, ella diventa una cosa sola con Dio che si comunica alla medesima anima, e le dà tutti i contenti, perché tutti i contenti si restringono tutti tutti, in questo solo volere di Dio. Ed ha tale efficacia questa divina volontà, che qualsiasi pena e tormento che ci avvenga, tutto ce lo fa apparire felicità e godimento. Trasforma il medesimo patire in gioia e contenti, perché un solo contento ci contenta in tutto: e questo altro non è che fare la volontà di Dio. Oh! Se mi fosse concesso di andare per tutto il mondo e poter far capire alle creature tutto questo gran bene affinché tutte si unissero a questa sola divina volontà! Credetemi che la stessa terra diverrebbe un Paradiso di viventi”. La Provvidenza divina ci sta additando questa Santa perché ci insegni la dottrina della Croce, che è dottrina di “espiazione”, di “penitenza”, di “sofferenza” per la salvezza delle anime.

Tutte queste cose da molti anni a questa parte non si sentono più nelle omelie, non si sente più parlare di peccato, di inferno e neppure di giustizia divina, ma solo di misericordia a basso costo, ma la cosa più grave è che non si hanno più quelle risposte che spiegano la morte e il dolore e dalla Chiesa vi è un esodo non indifferente. Stiamo perdendo, noi cattolici, noi battezzati, la fede, ma Santa Veronica viene in aiuto e ci dona tutte le risposte e le verità di fede che troviamo nei suoi scritti, solo la rugiada che ci serve per trovare nuova linfa al nostro modo di essere cristiani autentici.