Il Settecento, secolo affascinante, diviso tra Ancien Régime e aneliti di libertà, rivive in uno dei suoi Paesi più controversi e romanzeschi, la Russia dell’avvento di Caterina II, nelle pagine de Il palazzo d’inverno di Eva Stachniak, romanzo storico insolito e originale, appassionante senza scadere in banalità e stereotipi.
L’ascesa al potere della principessa tedesca Sophia Anhalt-Zerbst, sposa infelice di Pietro, nipote di Elisabetta Petrovna, diventata zarina di tutte le Russie con un colpo di stato, viene raccontata dal dietro le quinte, attraverso il personaggio di Varvara Nikolaevna, ragazza entrata al servizio di Elisabetta come protetta, una di quelle giovani, per lo più orfane e comunque povere, che svolgevano ufficialmente attività di cameriere, serve e cucitrici, ma che potevano diventare spie al soldo dei potenti, sentendo e sapendo tutto sulla persona che dovevano tenere d’occhio.
Varvara si vede destinata a spiare Sophia, la futura Caterina, ma tra le due giovani donne, entrambe imprigionate in un matrimonio che non ha scelto, nascerà complicità e alla fine la servetta sarà una delle più preziose alleate della futura sovrana nella sua ascesa, tra amanti, intrighi, figli illegittimi, complotti, attentati, fino a trovare anni dopo un suo equilibrio lontano dagli intrighi, con una nuova possibilità di vita libera da impegni e assilli.
Continua una tendenza degli ultimi anni, presente in questi mesi nelle librerie anche con Longbourn House di Jo Baker, senza dimenticare il serial cult Downton Abbey, e cioè di raccontare le storie dal punto di vista di chi era meno favorito, la servitù che per decenni, in libri e film, era solo una comparsa nelle vicende di principesse e favorite. Il palazzo d’inverno immerge in una corte complessa e crudele, in uno dei suoi momenti più appassionanti, raccontando fatti documentati attraverso un personaggio forse romanzesco ma basato su figure realmente esistite, in tutte le corti, che conoscevano tutti i segreti, anche i più imbarazzanti e scabrosi, da vizi ad amanti passando per aborti e problemi di salute, dei sovrani e nobili di cui erano al servizio.
Tra l’altro, non sono poi tantissimi i romanzi storici sull’epoca di Caterina II, che fu interpretata sullo schermo in tempi diversi da Marlene Dietrich, Jeanne Moreau, Julia Ormond e Catherine Zeta Jones, e che in libreria è stata protagonista essenzialmente con una monumentale biografia di Henry Troyat. Un motivo in più per non perdere questo romanzo se si ama l’epoca, e un altro punto di interesse della storia è di essere comunque lontana dai simpatici ma un po’ datati feuilleton di cappa e spada, presentando un’eroina arguta e realistica, non una wonderwoman guerriera o amante insaziabile, un archetipo divertente ma ormai un po’ superato.
Il titolo allude al principale palazzo della corte russa a San Pietroburgo, ancora oggi meta di visitatori: e viene voglia di andarci, per cercare tra le sale e i corridoi l’eco delle tante Varvare, amiche o nemiche implacabili dei potenti, che su di loro sapevano tutto e sui quali avevano in fondo un potere immenso.
Eva Stachniak è nata in Polonia. Laureata in Letteratura inglese alla McGill University di Montréal, ha insegnato inglese presso l’università di Breslavia, in Polonia, e allo Sheridan College di Toronto, Canada. Ha esordito nel 2000 con il romanzo, Necessary Lies, premiato come miglior opera prima dell’anno.
Breve e feroce romanzo, L’appuntamento di Piergiorgio Pulixi, edito da E/O nella collana Originals. Una storia nerissima, densa di crudeltà e brutalità, che non prevede consolanti lieto fine, e nello stesso pone inquietanti dubbi sulle falle della sicurezza informatica. Che la difesa della privacy sia un lusso che nessuno può permettersi in un mondo sempre più virtuale, è una certezza che ormai in molti hanno, e questo romanzo sembra presentare ipotesi e scenari forse un po’ estremi, ma non del tutto fantastici. La manipolazione dei dati, dei flussi informazioni che ogni giorno immettiamo nel web, nei social network, nelle mail, utilizzando un semplice smartphone, sembra il passo successivo alla semplice sorveglianza, e questo romanzo ci presenta le sue estreme conseguenze.
Noi è la storia di un matrimonio. Connie e Douglas sono sposati da venticinque anni. Douglas è un biochimico, tutto lavoro, razionalità e precisione. Connie un’artista, impulsiva ed irrazionale. Si sono conosciuti a una cena a casa della sorella di Douglas. Si sono innamorati, amati e sposati. Hanno avuto un figlio, Albert, che ora si sta preparando per lasciare la casa di famiglia e trasferirsi al college. Il loro è un matrimonio felice, o almeno è quello che ha sempre pensato Douglas fino a quando, in piena notte, Connie lo sveglia per dirgli che il loro matrimonio è giunto al capolinea e che crede che lo lascerà. Inutile dire che da quell’istante la vita di Douglas non sarà più la stessa.
“In un certo senso credo che il virus abbia diritto di vincere. Per anni abbiamo trattato la terra come se fosse un deposito da saccheggiare. Ma la terra, dopo tutto, anch’essa è viva”.
La narrativa fantastica conosce da anni un largo seguito di pubblico, a cui non fa sempre da contraltare un’originalità delle storie e soprattutto un cercare nuove strade. Ma ci sono per fortuna varie eccezioni, ed una di queste è Le mie due vite, romanzo di fantascienza ucronica di Jo Walton, premiata poetessa e scrittrice di narrativa fantastica, che qui presenta due mondi possibili partendo dai ricordi interrotti di una donna.
Una simpatica storia per immagini con protagonista in piccolo gufo dormiglione. Il gufetto creato da Haughton in fatti cade dal suo nido e, ritrovatosi improvvisamente da solo, comincia la ricerca della sua mamma. Ad aiutare il piccolo protagonista dagli occhi enormi come due fanali, ci penserà un simpatico e goffo scoiattolo del bosco. In un susseguirsi di incontri comici, il gufetto e lo scoiattolo pasticcione troveranno una rana che darà loro i giusti indizi per ritrovare Mamma Gufo. Ne Oh-oh! Il gufetto è caduto dal nido le parole ci sono e sono poche, perché il mondo creato da Haughton vuole raccontare con battute essenziali, immagini semplici e colorate, una storia nella quale il legame d’amore e l’affetto tra i genitori e i loro cuccioli è il motore della narrazione non solo del volumetto edito da Lapis, ma della vita di ogni essere vivente. Il libro ha vinto il «Premio Andersen 2013» per la categoria dei libri per bambini dai 6 anni in su e il «Super premio Gualtiero Schiaffino 2013» come Libro dell’anno. Nel 2014 è uscita una nuova versione del libro in cartonato rigido. Dai 2 anni in su.
Mi chiamavano Piccolo Fallimento è l’autobiografia di Gary Shteyngart, scrittore ebreo di origini russe, nato a Leningrado nel 1972 e trasferitosi a New York all’età di sette anni.
Giuliana Altamura, barese, classe 1984, è laureata in lettere moderne dove si è specializzata in filologia, ha conseguito un master in sceneggiatura, sta conseguendo un dottorato di ricerca in Discipline dello Spettacolo a Torino e si occupa in particolare di teatro simbolista francese, vivendo tra Milano e Parigi, ed è inoltre una musicista, diplomata in violino.
“Sul punto di suggerire il bar della National Gallery, mi sono voltata verso l’edificio e l’ho vista, una donna alta, sulla sessantina, che mi fissava. Non saprò mai sa mi stava già osservando da un po’. […] Con lei c’era una donna sui quarant’anni e due bambini dell’età di Roberta. […] Senza ombra di dubbio, avevano qualcosa di Roberta. La donna più giovane sembrava la versione femminile di John. Quella più anziana, Nina, perché era lei, impossibile sbagliarsi, ci osservava. Guardava i due ragazzini, certamente i suoi nipoti, poi di nuovo John. […] Per un secondo o due ci siamo guardate dritte negli occhi. […] Cominciavo già a vederci meno, allora, ma l’essenza di una persona non svanisce mai, e soprattutto, è impossibile dimenticare il volto di una donna che ha sofferto e nel bisogno ti ha supplicato di aiutarla. ”
Uno dei personaggi più amati della Storia dell’Ottocento è l’imperatrice Elisabetta d’Austria, nota come Sissi anche grazie ai tre film anni Cinquanta con Romy Schneider replicati ad oltranza sulle reti televisive anche in tempi molto recenti. Un personaggio tragico, bellissima e pessimista cosmica, simbolo della decadenza di un mondo e dell’impossibilità di essere felici, anche se spesso è prevalsa, come nei già citati film, un’immagine da principessa da fiaba.
Dagli autori di Shortology, lo studio di giovani creativi H-57 (merita fare un salto a pagina 217 e scoprire le origini di questa inquietante sigla) capitanati da Matteo Civaschi e Gianmarco Milesi, è nato Filmology, da ottobre in libreria grazie a Rizzoli. Imperdibile per gli appassionati di cinema e di giochi con gli amici, magari intorno al caminetto.
























