:: La porta di Georges Simenon (Adelphi, 2024) a cura di Valerio Calzolaio

21 ottobre 2024 by

Parigi, intorno a place des Vosges. Luglio 1959. Il 42enne Bernard Foy vive da venti anni con la moglie 38enne Nelly in un appartamento al quarto piano di rue de Tourenne (III), all’angolo di rue des Minimes. Nel 1940 gli furono amputate entrambe le mani; era di pattuglia in un bosco tra la linea Maginot e la linea Siegfried; strisciava nella neve quando pare abbia toccato una mina, subito esplosa; si è risvegliato in un ospedale militare, già operato. Prima lavorava come meccanico in un garage delle Halles, durante il servizio militare a Épinal aveva conosciuto Nelly, che faceva la giovanissima maschera in un cinema; si erano sposati a inizio 1939 e stabiliti lì, a due passi dal place des Vosges (fra III e IV Arroindessement), dove lui era nato e dove sua madre, a quell’epoca, faceva ancora la portinaia (IV); Nelly aveva smesso di lavorare. Dopo il trauma è stata dura, col tempo hanno individuato le protesi artigianali adatte (da togliere ogni sera); lui si è vista riconosciuta una modesta stabile pensione da invalido di guerra; lei ha intrapreso la vita di magazziniera presso la ditta Delangle&Abouet in place des Vistoires (tra I e II), la più importante passamaneria di Francia, da poco pure promossa caporeparto. Bernard passa le giornate a osservare gli altri dalla finestra (spia ogni movimento), ad ascoltare i rumori (suo malgrado) dei vicini e della strada, a fare spesa e cucinare. Pensa di non essere più un vero uomo ed è convinto che lei possa e debba aver bisogno di altri (in certo modo giustamente). Si amano, fanno sesso volentieri e spesso, si confidano. Eppure, il tarlo ossessivo agisce sia in lui che, indirettamente, in lei, prodromo di tragedie forse, soprattutto da quando al primo piano si è trasferito il giovane fratello della collega, un illustratore poliomielitico su sedia a rotelle, ogni giorno assistito da un’infermiera. Nelly deve fargli commissioni, si ferma là per qualche minuto.

Il romanzo è molto bello. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, quasi trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Questa lunga ansiogena novella originariamente del 1962, né noir né rosa, ma certo di ineluttabile amore, era inedita in italiano. La porta del titolo è quella brutta, con un colore spento e il pomolo di maiolica bianca, dell’allegro sereno 28enne vignettista Pierre Mazeron, il fratello dell’invadente opportunista Giséle, trasferitosi al primo piano dell’edificio in cui vivono marito e moglie. Probabilmente è noto quante volte vi è entrata attraverso Nelly, ma conta soprattutto quante volte Bernard avrebbe voluto aprirla! La narrazione è in terza fissa al passato su di lui, pur se i protagonisti sono anche la moglie, leale e semplice, sempre più bella e ormai pure un poco rotondetta, e soprattutto la dinamica di coppia che (come spesso accade) assume vita propria. Sullo sfondo i due medici (uno diabetico) che si interessano al caso clinico e umano, donne e uomini vicini e dirimpettai, negozianti e clienti delle botteghe consuete. L’ambiente è perlopiù quello dell’appartamento in cui la coppia abita e delle passeggiate che fanno insieme a braccetto (più o meno) per le strade della città; i dialoghi sono i loro, il detto e il non detto, significativo tanto quel che si esprime quanto quel che si pensa; la relazione si è adattata ed è evoluta in forme affettuose per due decenni; ora lui vive una crisi di gelosia, è contrariato e ossessionato, pensa alla morte; lei era una donna “vissuta” quando si sono conosciuti e non può che prenderne atto via via, a proprio modo. Una qualche garbata tragedia incombe, anche se l’autore è bravissimo a rendere plausibili molti finali dalle stesse premesse. Vario ordinario vino accompagna spesso i pasti. Si ballano le canzoni d’epoca, talora in giro e in piazza, difficile non entusiasmarsi.

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery

21 ottobre 2024 by

“L’eleganza del riccio” approfondisce la vita di Renée, una donna di mezza età che lavora come portinaia in un edificio di lusso. Nonostante la sua posizione sociale umile, Renée è una persona colta e appassionata di arte e filosofia. Nasconde la sua intelligenza e profondità dietro un’apparenza modesta, convinta che il mondo esterno non possa apprezzare la sua vera natura. Dall’altra parte, troviamo Paloma, una ragazza prodigio che si sente alienata dalla superficialità della sua famiglia benestante. Paloma ha una visione pessimistica della vita e pianifica di suicidarsi il giorno del suo tredicesimo compleanno, convinta che non ci sia nulla di significativo nel mondo degli adulti. 

Tuttavia, la sua curiosità e intelligenza la spingono a esplorare la vita in modo più profondo. Le vite di Renée e Paloma si intrecciano quando un nuovo inquilino, il misterioso e affascinante Kakuro Ozu, si trasferisce nell’edificio. Kakuro, un uomo di origini giapponesi, riconosce la bellezza e l’intelligenza in entrambe le donne e avvia un rapporto significativo con loro. Attraverso le sue interazioni con Kakuro, sia Renée che Paloma iniziano a mettere in discussione le loro convinzioni e ad esplorare la bellezza della vita. 

Il romanzo è costellato di riflessioni filosofiche e citazioni di pensatori come Tolstoj e Kierkegaard, invitando il lettore a considerare la propria esistenza e il significato della bellezza. La narrazione è caratterizzata da uno stile lirico e profondo, che riesce a trasmettere emozioni e pensieri complessi. Alla fine, la storia porta a una rivelazione toccante sul valore delle relazioni umane e sull’importanza di vedere oltre le apparenze.

:: Visioni di cinema: Memorie di una Geisha di Rob Marshall

20 ottobre 2024 by

Il mondo delle geishe è un mondo piuttosto misterioso, fatto di segretezza ed evanescenza, anche di fragilità se vogliamo, per cui aveva fatto un certo scalpore prima il libro di Arthur Golden, Memorie di una Geisha, e poi l’omonimo film di Rob Marshall del 2005, ispirato al libro. Sembra che il libro avesse travisato molto dei racconti e delle testimonianze della vera geisha, Mineko Iwasaki, da cui fu in parte tratta la storia, rendendo pubblico il suo nome (violando le clausole di riservatezza) e costringendo la donna a scrivere una contro-memoria per chiarire i malintesi (“Geisha: A Life” di Mineko Iwasaki, per chi fosse interessato). Credo che ne seguì pure una causa in tribunale, per dire quanto la questione divenne seria. Ho visto comunque il film di Marshall e da occidentale che viene ammessa in una cultura altra, e soprattutto considera l’opera, un’opera d’arte dove molto gioca la fantasia e quindi non un documentario, mi è piaciuto molto, tutto ricreato in studio certamente ma l’effetto è molto artistico e sontuoso.

Due attrici cinesi recitano due delle parti principali, certo per un richiamo anche internazionale che la produzione voleva, poi c’è Michelle Yeoh che anche lei giapponese non è, credo sia malese di origine cinese, ma insomma dato che in Occidente non si capisce la differenza, orientali sono e va bene così sebbene la questione dell’appropriazione culturale sia seria e dibattuta e ci ritorneremo. Nel film c’è anche una storia d’amore, che forse in realtà è la cosa più proibita di tutta la storia, ma le attrici sono bravissime soprattutto Zhang Ziyi di straordinaria lievità ed eleganza, ma anche Gong Li, cattivissima nella parte di Hatsumomo, e Michelle Yeoh, materna e protettiva nella parte di Mameha. Pensato per il mercato internazionale il film di Marshall c’è da dire ha alcuni grandi meriti, a prescindere dal valore artistico intrinseco del film o dagli errori culturali eventualmente commessi: avvicinare Occidente e Oriente, presentando un lato della cultura giapponese che ha sempre affascinato noi occidentali, e sfatare una volta per tutte il preconcetto, tutto occidentale, che le geishe fossero prostitute, erano artiste e intrattenitrici, che si dedicavano a varie forme di arte, come la musica, la danza e la conversazione, dotate di doti e capacità non comuni e molto considerate e rispettate a livello sociale, che acquisivano il titolo onorifico di geishe dopo un apprendistato che durava anni. Tradizionalmente il loro ruolo principale era dunque quello di intrattenere gli ospiti nelle teahouse e durante eventi sociali, piuttosto che offrire servizi sessuali.

Le prostitute naturalmente esistevano e il termine per definirle era oiran e avevano legali licenze per esercitare la propria professione. E in una società rigidamente strutturata come era quella giapponese questa distinzione era molto importante e denota mancanza di sensibilità e rispetto il fraintendimento. Un’altra cosa che ha creato un certo sconcerto e scalpore è la pratica denominata “mizuage” assimilabile al nostro cosiddetto ius primae noctis pratica a quanto pare sulla cui storicità ci sono molti dubbi e perplessità. Fatta la precedente distinzione tra geisha e oiran, era illegale per una geisha vendere la propria verginità, e la casa a cui apparteneva poteva perdere la licenza se scoperta a praticare questo, non che non succedesse date soprattutto le alte spese sostenute per gli studi e l’apprendistato o anche solo l’acquisto dei kimono, i cui costi potevano essere esorbitanti. E una geisha a inizio carriera, non ancora affermata, poteva averne necessità, per cui questo rito di passaggio poteva essere mercificato ma non era una pratica comune, come invece sembra trasparire dal film, nè onorevole.

La bellezza del film oltre allo splendore e la ricercatezza dei costumi, all’eleganza che traspare da gesti e movenze, al ripetere riti millenari come la crerimonia del tè, sta sicuramente nel descrivere un mondo rarefatto di donne tra cui le rivalità, l’invidia, le piccole vendette si alternano a gesti di grande generosità, di complicità, d’affetto. Un mondo lontano, forse scomparso per sempre, che racchiude in sè tutto il fascino che l’Antico Giappone ancora possiede. Certo un film girato da un occidentale, pensato per un pubblico globale, che apprezza però immergersi in un mondo altro con rispetto e curiosità.

Il film, pur essendo dunque una storia di finzione, ha il merito di offrire uno sguardo rispettoso e onesto sulla vita delle geishe mostrando le loro capacità e la loro importanza nel mantenere vive tradizioni secolari di estrema importanza per preservare la cultura giapponese. C’è anche da fare un’altra riflessione, il mondo delle geishe si ammanta di segretezza, ci sono codici morali e di comportamento custoditi da generazione in generazione che determinano anche parte del loro fascino, esporli senza reticenze può essere stato un motivo valido per suscitare critiche e scontento, o spingere anche solo Mineko Iwasaki a riscrivere la sua storia. Consola il fatto di sapere che ancora molto resta nascosto e celato allo sguardo non solo di noi occidentali, ma anche degli stessi giapponesi, tra cui la sofferenza, la severità, le piccole e grandi crudeltà che queste artiste dell’effimero sapevano trasformare e sublimare in pura bellezza. Fatte queste premesse è un film da vedere, grandioso nella messa in scena, e interessante nel seguire l’evoluzione di una bambina, che diventa ragazza e poi donna affrontando le mille difficoltà della vita sorretta da un unico grande amore per il Direttore Generale Iwamura. Perchè oltre la maschera, dietro il trucco perfetto, la bellezza algida e remota le geishe erano (e sono) donne con una propria individualità e sensibilità, capaci di amare e di perseguire con determinazione le proprie aspirazioni e la propria felicità.

:: Recensione della silloge poetica “Con Effe” di Nicola Manicardi (Edizioni QED, 2024) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2024 by

Effe
il tuo fermacapelli è qui
sul tavolo bianco.
Dove si è appoggiata l’estate
dove l’imbrunire è luce di prima
dove il tuo capello è un foglio
di un fermacarte.
È qui
che nel tacere del canto del grillo
il silenzio ha la sua voce.

Premettendo che la fruizione di un testo poetico è un’esperienza sensoriale intima e personale ci sono alcuni elementi oggettivi che caratterizzano la poesia autentica che “Con Effe” di Nicola Manicardi, primo volume della collana stèresis di Qed edizioni, possiede accostandolo per sensibilità, tematiche e capacità evocative a poeti classici della nostra narrativa come Montale, Ungaretti, Saba e Merini. Sebbene la grande fiducia che mi sia accordata, di cui ringrazio l’autore e l’editore, temo di non avere le competenze necessarie per giudicare un testo poetico di tale complessità e ricchezza espositiva. La poesia mi mette sempre soggezione, mi intimidisce pensare che la mia sensibilità, piuttosto grezza e ineducata, non sia sufficiente a capire i passaggi più significativi e pregnanti che ad altri lettori, più avvezzi a leggere testi poetici, sicuramente non sfuggono. Pur tuttavia proverò con i miei ridotti mezzi critici di fare un’analisi tecnica di questo testo, che a una lettura profana e puramente sensoriale ha evocato in me echi profondi per cui ritengo che Manicardi abbia la stoffa del poeta, del poeta della vita quotidiana che sporca la sua poesia con i grandi temi dell’esistenza dalla felicità, all’amore, dalla lontananza, alla morte. Il lungo preambolo non è per mettere le mani avanti, o scusare la mia inscusabile ignoranza, ma ho troppo rispetto per la poesia, e per i mezzi tecnici necessari a scriverla per non capire le difficoltà che sussistono nell’analizzare un testo poetico. Insomma una poesia non è un semplice scarabocchio estemporaneo su un foglio, a prescindere dalla musicalità, dalle emozioni profonde che evoca, dalla sensibilità e responsabilità del poeta. Inoltre la poesia è sempre un atto politico, una presa di posizione nei confronti del mondo e di coloro che leggeranno i nostri versi. Manicardi ha uno stile personale, una voce poetica fluida con cui intesse i suoi versi in una foresta di simboli, sinestesie e assonanze. La musicalità del verso è un’altra caratteristica da tenere presente, come le pause, le allitterazioni, i silenzi, e tutto ciò come in un gioco di prestigio si trasforma in versi brevi di grande semplicità e immediatezza. All’apparenza sembra una silloge che racchiude canti d’amore dedicati a una donna, che nomina con la sola iniziale del suo nome, ma a volte l’autore si rivolge direttamente alla poesia, facendomi riflettere che amore e poesia siano un tutt’uno in un cortocircuito temporale che dilata l’attimo e lo rende eterno. Ogni verso è carico di significato e di ricordi che l’autore condivide con il lettore facendolo diventare parte del suo mondo in cui quotidianità e poesia si fondono in un’unica voce capace di generare echi profondi nel fruitore ultimo dei versi, in una fratellanza di naufraghi che accomuna l’intera umanità. Toccante la sincerità e l’autenticità che traspare da questi versi che possono essere interpretati a tutti gli effetti come un invito alla vita, all’amore, alla felicità.

Nicola Manicardi è nato a Modena dove risiede e lavora in ambito sanitario. Appassionato di letteratura in particolare modo di poesia ha pubblicato nel 2015, per la casa editrice Rupe Mutevole di Parma diretta da Enrico Nascimbeni, il suo primo volume intitolato Periplo. Successivamente alcuni suoi testi sono stati inseriti in una antologia dedicata al mito di Marilyn Monroe intitolata Umana troppo umana, curata da Alessandro Fo e Fabrizio Cavallaro ed edita da Aragno nel 2016. Nel 2018 ha pubblicato il suo secondo volume di poesia intitolato Non so, per la casa editrice I Quaderni del Bardo di Stefano Donno collana Zeta diretta da Nicola Vacca. Alcune sue poesie sono state tradotte in greco, spagnolo, rumeno, russo e francese e inserite in alcune riviste nazionali e internazionali. Nel giugno 2020 esce una nuova raccolta di poesie dal titolo Umiltà degli Scarti Collana Agorà diretta da Nicola Vacca per l’Argolibro editore. Il 25 settembre del 2021 riceve una Menzione Speciale al XXXIII “Premio Letterario Camaiore Francesco Belluomini” L’ultimo lavoro è una raccolta di poesie e racconti intitolato Carne e Sangue per la casa editrice Oltre. Dal 2022 collabora con la Piccola Accademia di Poesia di Milano diretta da Elena Mearini.

:: L’età dell’oro di Wang Xiaobo (Carbonio Editore, 2024) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2024 by

L’età dell’oro“, (Huangjin shidai 黄金时代), è il primo volume della “Triologia dell’età”, che comprende anche L’età dell’argento (Baiyin shidai 白银时代) e L’età del rame (Qingtong shidai 青铜时代) quest’ultimi ancora disponibili unicamente in lingua cinese. Il romanzo fu scritto dallo scrittore cinese pluripremiato Wang Xiaobo, morto prematuramente nel 1997, a soli 45 anni, per arresto cardiaco. Pubblicato per la prima volta a Taiwan nel 1991, e poi in Cina solo nel 1994, e ora finalmente disponibile anche in lingua italiana grazie alla Carbonio Editore, in un’edizione filologicamente rigorosa curata da due affermate sinologhe: Alessandra Pezza per la traduzione e Patrizia Liberati per la cura editoriale, “L’età dell’oro” è un’opera innovativa rispetto alle narrazioni coeve intrise di patetismo che narrano storie perlopiù legate a esperienze autobiografiche drammatiche accadute durante la Rivoluzione Culturale.

La Rivoluzione Culturale in Cina, per chi volesse approfondire, fu un fenomeno sociale e politico avviato nel 1966, e ufficialmente considerato concluso nel 1976, con la morte di Mao Zedong, avvenuta il 9 settembre 1976. Fu un periodo della storia cinese recente importante per comprendere gli sviluppi della storia cinese attuale, e il ruolo degli studenti denominati Guardie rosse; per chi fosse interessato a ulteriori approfondimenti ci sono numerosi testi ben documentati come Mao Zedong. Il Grande Timoniere che guidò la Cina dalla rivoluzione al socialismo del professore Guido Samarani, o Stella rossa sulla Cina. Storia della rivoluzione cinese di Edgar Show.

Testo fondamentale di introspezione, auto-analisi e critica sociale nel panorama della letteratura cinese contemporanea, L’età dell’oro sancisce la consacrazione letteraria di Wang Xiaobo, autore di culto sia in Cina che all’estero, dopo una gestazione di circa vent’anni di scritture e riscritture. L’autore, con la sua prosa caratteristica incisiva e il suo sguardo acuto e disincantato, riesce a catturare l’essenza di un’epoca segnata da contraddizioni e repressioni, offrendo al lettore un viaggio privilegiato attraverso le complessità dell’animo umano in un contesto politico in cui la libertà individuale viene sacrificata sull’altare dell’interesse comune e di partito.

Utilizzando un mix esplosivo e originalissimo di umorismo, critica sociale, riflessioni sulla libertà e l’amore non solo spirituale ma anche nella sua dirompente carica erotica, l’autore ci presenta un’opera di sicuro valore non solo letterario ma anche umano. Molte sono le scene di sesso esplicito utilizzate per esplorare temi più ampi come la libertà personale, l’intimità e la ribellione contro le restrizioni sociali, in opposizione a un puritanesimo di regime che vede il sesso come un fenomeno perturbante e contrario agli interessi dello Stato. Esempio se vogliamo esplicativo la castrazione dei bufali perchè pensino solo a mangiare e lavorare. Wang Xiaobo utilizza dunque la sessualità come un mezzo per esprimere la ricerca di autenticità e comunione umana in un contesto di oppressione e divisione.

Tuttavia, è importante notare che queste descrizioni, affatto pornografiche, sono integrate nella narrazione e non sono fini a se stesse, ma piuttosto parte di un discorso più ampio sulla condizione umana e le relazioni interpersonali complesse e anche conflittuali. Il sesso, come l’umorismo anche triviale, che l’autore spesso utlizza, diventano strumenti di resistenza all’interno di una società oppressiva che tenta di piegare e omologare gli individui tramite un costante e martellante indottrinamento ideologico.

L’età dell’oro” di Wang Xiaobo può essere perciò considerato di fondamentale importanza anche da un punto di vista morale e di denuncia. In questo senso, “L’età dell’oro” non è solo un’opera letteraria seminale, ma anche un importante manifesto morale che invita alla riflessione e alla denuncia delle ingiustizie, rendendolo un testo significativo sia in Cina che nel resto del mondo. La penna di Wang Xiaobo si rivela dunque un’arma potente contro l’ingiustizia e l’oppressione, rendendo questa opera un capolavoro della letteratura cinese. La sua capacità di affrontare temi complessi con una prosa incisiva e una profonda umanità lo colloca di diritto tra i grandi autori del XX secolo, e “L’età dell’oro” rimane un’opera imprescindibile per chiunque desideri accostarsi alla letteratura cinese contemporanea e comprendere le sfide dell’individuo in un mondo apparentemente disumanizzato e statico, ma in realtà in continua e perenne evoluzione.

Wang Xiaobo (1952-1997) è stato tra i maggiori scrittori cinesi del Novecento. Nato a Pechino da una famiglia di intellettuali, come molti giovani istruiti della sua generazione a sedici anni fu costretto a trascorrere un periodo di ‘rieducazione’ nella provincia rurale dello Yunnan. Trasferitosi negli Stati Uniti, conseguì una laurea presso l’università di Pittsburgh. Tornato in Cina, insegnò all’Università del Popolo e all’Università di Pechino e nel 1992 diede le dimissioni per dedicarsi interamente alla letteratura come scrittore indipendente. Morì d’infarto a 45 anni. Due volte vincitore del prestigioso United Daily News Award for Novel, della sua vasta produzione letteraria ricordiamo la “Trilogia delle età”, di cui fa parte L’età dell’oro, e le raccolte di saggi A Maverick Pig e The Silent Majority.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Carbonio Editore.

:: Il predatore di Marco Niro (Bottega Errante Edizioni 2024) a cura di Federica Belleri

18 ottobre 2024 by

Ho acquistato questo romanzo in occasione di una sua presentazione e mi ha subito colpito il titolo, “Il Predatore”.

Perché un titolo di questo tipo? Cosa nasconde, cosa vuole comunicarci?

Innanzitutto è un romanzo d’esordio per Marco Niro, che ha fatto parte per diverso tempo del collettivo di scrittura Tersite Rossi.

Perciò la mia curiosità si è trasformata in ansia da lettura (presto, subito).

Detto, fatto.

Il Predatore è ambientato a Cimalta, un borgo di montagna. Apparentemente tranquillo, dove ogni giorno sembra simile a quello che lo ha preceduto. Se non fosse per il turista che, in base al trascorrere delle stagioni, è attirato sempre più dalla presenza dell’orso. Chi vorrebbe scattarsi un selfie, chi farebbe carte false per incrociarlo sul sentiero, chi desidererebbe addirittura fermarsi per guardarlo negli occhi.

E come potrebbe reagire un paese a tutto questo clamore?

Ed è solo l’inizio …

Proseguendo la lettura ho poi capito quanto amore ha dimostrato l’autore per il territorio, per la diversità in generale, per le specie da proteggere. Quanta voglia abbia di giustizia, di fare in modo che ogni evento raccontato, seppur di fantasia ma verosimile, trovi la giusta collocazione e la corretta soluzione.

Ma, perché un ma esiste, le persone raccontate in questa storia sembrano impedirglielo. Perché? Perché sono predatori, perché sono irrisolti, perché sono terrorizzati dalle loro azioni. Perché probabilmente non sanno più come riemergere dal fango nel quale sguazzano. E pure bene per giunta.

Altre riflessioni mi sono arrivate alla pancia (questa è la forza dei libri belli). Quando un “cattivo” riesce a trasformarsi in “buono”? Quando si può superare un dolore? Quando si è pronti a morire per seguire un obiettivo?

E ancora, quanto coraggio ci vuole per mantenere il punto nonostante tutto e tutti remino al contrario?

Quanti argomenti è riuscito a trattare Marco Niro in questo noir, perché di noir si tratta. Non esistono sconti o scappatoie, non ci sono grandi spiragli di luce, i personaggi sono costruiti così bene da risultare respingenti (non tutti).

Perciò, e concludo, un noir di questa portata và letto con molta attenzione e pazienza. Vi garantisco che nulla vi sfuggirà, così come alle montagne di Cimalta non è sfuggita questa storia. Nel silenzio hanno osservato tutto, hanno ascoltato i lamenti e le urla. Hanno visto l’ingiusto e l’illegale. Ma non hanno potuto fare nulla, se non accogliere la sofferenza e affrontare l’evidenza. Come hanno fatto alcuni personaggi.

Il Predatore, un ottimo noir. Un ottimo invito alla lettura.

Marco Niro (1978), fondatore insieme a Mattia Maistri del collettivo di scrittura Tersite Rossi, è giornalista e scrittore. Laureato in Scienze della comunicazione, ha collaborato con varie testate giornalistiche e oggi si occupa di comunicazione ambientale. Ha all’attivo un saggio (Verità e informazione. Critica del giornalismo contemporaneo, Dedalo 2005), un libro per ragazzi (L’avventura di Energino, Erickson 2022) e, con Tersite Rossi, quattro romanzi (È già sera, tutto è finito, Pendragon 2010; Sinistri, e/o 2012; I Signori della Cenere, Pendragon 2016; Gleba, Pendragon 2019) e due raccolte di racconti (Chroma. Storie degeneri, Les Flâneurs 2022; Pornocidio, Mincione 2023). Il predatore (Bottega Errante 2024) è il suo romanzo d’esordio.

:: Visioni di cinema: “M. Butterfly” di David Cronenberg

16 ottobre 2024 by

“M. Butterfly”, diretto nel 1993 dal regista canadese David Cronenberg, suo primo film internazionale girato in parte a Pechino, e in parte a Budapest e Toronto (per gli interni) con alcune scene a Parigi, si presenta come un’opera singolare nella filmografia di questo geniale cineasta e si colloca tra la spystory e il dramma, esplorando e ridefinendo il concetto di identità come proiezione e materializzazione di illusioni. Questo film offre inoltre una riflessione profonda e seria sul colonialismo e sulla dialettica tra Occidente e Oriente, evidenziando le dinamiche di potere e sfruttamento insite in queste relazioni sempre imperialiste, anche se a volte reciproche, come dice un personaggio. Basato sull’omonima pièce teatrale di David Henry Hwang, liberamente ispirata alla vera storia di Bernard Boursicot e Shi Pei Pu, “M. Butterfly” di Cronenberg si discosta dalle radici politiche del materiale originale per focalizzarsi sulla complessa relazione tra il diplomatico René Gallimard, interpretato da Jeremy Irons, che riesce a trasmettere magistralmente la vulnerabilità e la curiosità per una cultura altra del suo personaggio e la cantante d’opera cinese Song Liling, interpretata da un convincente e affascinante John Lone. La narrazione si snoda attorno a un legame che si sviluppa per oltre vent’anni, rivelando le fragilità e le illusioni di un uomo che, immerso nella sua visione del mondo, ignora totalmente o decide razionalmente di ignorare, nel senso etimologico del termine, le verità più evidenti su sè stesso, la sua sessualità, la sua identità. La figura di Gallimard infatti rappresenta l’archetipo del burocrate occidentale, la cui ignoranza e incompetenza geopolitica lo portano a non riconoscere le reali dinamiche di potere in gioco, emblematica la scena in cui fa le sue scorrette valutazioni e previsioni (influenzate da Song Liling) sulla presenza statunitense nel sud est asiatico a uno sconcertato ambasciatore Tuolon, interpretato in modo impeccabile da un elegantissimo Ian Richardson, perdendo così ogni credibilità all’interno dell’ambasciata che successivamente lo reimpatrierà in Francia. Se avesse anche solo compreso che nel teatro classico cinese le parti femminili erano recitate da attori maschi,- perchè solo gli uomini decidono come una donna debba comportarsi spiega Song Liling alla compagna Chin-, avrebbe potuto intuire la vera identità di Song Liling, – identità sessuale a tutti nota nel suo entourage (come a noi spettatori, data la grande fama dell’attore che lo interpreta), tranne che a lui,- una spia che sfrutta la loro relazione per raccogliere informazioni per il governo comunista cinese. Se anche aveva sospettato, perlomeno inconsciamente, che Song Liling fosse un uomo, la forza del sogno e dell’illusione, e la proiezione del suo desiderio sono troppo forti, come l’deale di bellezza che Song Liling incarna troppo perfetto, per permettergli di accettare che ama un uomo sotto l’involucro puramente esteriore di una donna, per quanto idealizzata. La rivelazione della verità avviene per lui in modo drammatico durante il processo, quando Gallimard si trova di fronte alla realtà della sua illusione, circondato dagli sghignazzi e dal ludibrio della corte, che non riesce a credere alla sua ingenuità e soprattutto al fatto che non abbia mai capito che Song Liling fosse un uomo dopo anni di convivenza. Quando il giudice chiede a Song se sapesse che lui era un uomo, accrescendo così la gravita delle accuse che gli vengono mosse, Song risponde che non lo sa, non gliel’ha mai chiesto, non tradendo infine l’architettura di fili di seta tra illusione e realtà che li ha legati.

Gallimard rappresenta un esempio emblematico della figura borghese, un contabile abile nel maneggiare cifre e numeri, ma intrappolato in una visione del mondo che riflette le contraddizioni del capitalismo. La sua capacità di individuare le incongruenze nelle spese di agenti diplomatici corrotti è solo un aspetto della sua professione, mentre la sua arroganza e ignoranza rivelano una supposta superiorità culturale radicata, tipica dell’uomo occidentale nei confronti dell’Oriente e delle sue tradizioni, seppur subisca il fascino di una cultura altra che affonda le sue ferme radici in millenni di civiltà, come afferma Song Liling quando gli spiega che i cinesi non sono certo diventati occidentali perchè vivono in case con la luce elettrica. La sua incapacità di riconoscere l’assurdità di far interpretare il ruolo di una ragazza giapponese a una donna cinese durante una rappresentazione di alcune arie della “Madama Butterfly” di Puccini, durante una soirée all’ambasciata svedese, dove Gallimard e Song Liling si incontrano per la prima volta, mette in luce la sua mancanza di consapevolezza storica e culturale. Ignora, ad esempio, il tragico passato in cui i giapponesi utilizzarono prigionieri cinesi per esperimenti di guerra batteriologica. Questo episodio non è solo un errore di interpretazione, ma un sintomo della sua preparazione inadeguata e della superficialità con cui affronta questioni complesse. La sua conversazione con Frau Baden, la moglie dell’ambasciatore tedesco, rivela ulteriormente la sua fragilità intellettuale. Gallimard, consapevole della sua ignoranza riguardo all’opera, teme che la verità possa compromettere l’immagine di un uomo dotato di una profonda cultura, un’illusione che il sistema capitalistico e le sue dinamiche sociali alimentano. In questo modo, la sua figura diventa un simbolo delle contraddizioni e delle ingiustizie insite in una società che privilegia l’apparenza rispetto alla sostanza.

Tra le riflessioni di genere, interessante lo scambio di battute, alle spalle della Grande Muraglia cinese, quando Song Liling narra un antichissimo proverbio cinese: “Dare insegnamenti a una ragazza è utile come gettare riso al vento“, riportando che sia la società antica cinese che quella contemporanea alla narrazione (siamo negli anni ’60 del Novecento poco prima dell’avvento delle Guardie Rosse), opprimono le donne e le tengono nell’ignoranza, cosa che teoricamente non dovrebbe avvenire nell’evoluto Occidente, per spiegare come sia possibile l’attrazione di una donna cinese verso un occidentale, e lusingando l’ego di Gallimard in un gioco di seduzione e attrattiva reciproca sia intellettuale che fisico.

La relazione tra Gallimard e Song Liling, pur basata su dinamiche di potere e reinterpretazione della realtà, evolve in un sentimento che, sebbene inizialmente costruito su menzogne in un contesto di seduzione e manipolazione, dove Song Liling, incarnando un ideale di donna costruito da Gallimard, diventa un oggetto di desiderio e di controllo, si trasforma in qualcosa di autentico. Questo processo di oggettivazione riflette le disuguaglianze di classe e di genere, in cui l’identità e la soggettività di Song Liling vengono sacrificate per soddisfare le fantasie coloniali e patriarcali di Gallimard. Quando Gallimard si confronta con la realtà della sua illusione e decide di porre fine alla sua vita attraverso il seppuku, si manifesta una crisi profonda non solo del suo individuo, ma anche delle strutture sociali che hanno alimentato la sua visione distorta dell’amore. La tragica conclusione segna un punto di non ritorno, mentre Song Liling, in un momento di vulnerabilità, piange sull’aereo che lo riporta in patria, rivelando la complessità e l’ambiguità dei sentimenti umani.

David Cronenberg esplorando i temi di identità e genere, inganno e disillusione si distingue per la sua visione del reale complessa e provocatoria. Gallimard è attratto dall’immagine romantica e idealizzata della Cina e della femminilità, della sottomessa donna orientale, schiava del diavolo straniero, ma la sua relazione con Song si rivela essere un intricato gioco di inganni, in cui le identità di genere e le aspettative culturali vengono sovvertite. L’atmosfera di tensione e ambiguità accresce questo divario culturale ed esistenziale in cui questioni come il colonialismo, la sessualità, le costruzioni sociali di genere, si fanno materia viva della narrazione. Le performance di Irons e Lone sono straordinarie nel creare l’illusione e l’ambiguità che fino all’ultimo accelera stemperandosi nel drammatico e catartico finale quando è l’Occidente a soccombere rispetto all’Oriente, sovvertendo la dinamica pucciniana dove è la ragazza giapponese a suicidarsi per amore di un occidentale. Gallimard metabolizza in un’opera di metamorfosi (già la libellula donata dal pescatore preludeva simbolicamente a questo) questa dinamica diventando lui stesso la proiezione dell’Oriente che ha sempre avuto e con il disvelamento, nel cellulare che li porta in prigione, del corpo nudo di Song Liling ha perso per sempre. Resta un’opera magistrale nell’esplorazione delle complessità dell’amore e dell’identità, temi da sempre al centro delle riflessioni del regista canadese.

Cronenberg, pur affrontando un flop commerciale, ha considerato questo film un successo personale, poiché sintetizza molte delle sue riflessioni estetiche e poetiche, rivelando le contraddizioni e le tensioni insite nelle relazioni tra culture e identità. In questo contesto, lo spettatore è invitato a riflettere non solo sull’incredibile ingenuità di Gallimard riguardo all’identità sessuale di Song Liling, ma anche, e soprattutto, sul mistero stesso dell’amore, un sentimento che sfida le categorizzazioni e le interpretazioni, fondendo reale e ideale. Cronenberg, con la sua visione unica, ci offre un’opera che trascende il tempo, ponendo interrogativi che risuonano ancora oggi. Una curiosità: gli hutong, i tradizionali vicoli di Pechino, dove furono girate alcune scene, ora non ci sono più buttati giù per i piani di ristrutturazione e sostituiti con palazzi e grattacieli.

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:: Note di lettura di Patrizia Baglione: “Parole del tempo” di Lorenzo Calogero

15 ottobre 2024 by

Lorenzo Calogero, nato nel 1910 e scomparso nel 1961, è una figura importante nella poesia italiana del XX secolo. La sua opera è caratterizzata da una profonda introspezione e da un linguaggio incisivo, che riflette le sue preoccupazioni esistenziali e il suo impegno civile. Nel 2010, per l’editore Donzelli, è stato ristampato una parte del terzo volume previsto. ‘Parole del tempo’. In questo contesto, Calogero esplora il concetto di tempo non solo come misura cronologica, ma come un’entità che plasma le esperienze umane. Leggendo i suoi testi, si può riconoscere tutto il suo sentimento per la poesia, una Weltanschauung. Difatti, egli non divide mai la vita dal sogno, la parola dal mondo. 

Nella notte ardua, nel suo mistero 

m’involo silente tra nuvoli, 

nella polvere deserta delle acacie, 

all’ombra oscura del mio sogno vero. 

La sua poesia è spesso considerata un dialogo, un’invocazione a riflettere, una preghiera. Calogero si interroga, acquisisce un’intuizione filosofica, misura i versi con dolcezza e ritmo.

Dimenticato per decenni, sorprendono le parole che i grandi poeti del Novecento gli hanno dedicato: “Lorenzo Calogero, con la sua poesia, ci ha diminuiti tutti”, scrisse Giuseppe Ungaretti; o anche “il più grande poeta italiano del ‘900”, come lo aveva invece definito Carmelo Bene. 

Oggi, fortunatamente, si è ripreso a scrivere di questo poeta solitario, che non ha trovato mai il sostegno di alcun esponente del mondo letterario, a eccezione di Leonardo Sinisgalli: unico a dimostrare la sua amicizia e interesse per Calogero e le sue poesie.

:: Grazie ai lettori di Liberi di Scrivere!

14 ottobre 2024 by

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:: Elogio del quotidiano di Francesco Affatato

14 ottobre 2024 by
Hic et nunc -Immagine a cura di Vittorio, dall’Agenzia di comunicazione Imperfect. Tutti i diritti riservati.

Molto spesso, nella frenesia odierna, siamo portati a non calcolare i piccoli piaceri che le sensazioni ci offrono nel quotidiano procedere nella nostra vita, ad esempio, quando siamo sotto le coperte per riposare o dormire la nostra mente, non essendosi abituata al rilassamento, ci ricorda occasioni mancate, episodi sfortunati della giornata o, peggio, a sfortune che assillano il globo terrestre (fame, povertà, negligenza dei capi di governo, negligenza di capi vari) o piacéri che ormai abbiamo perso con l’accellerare dei tempi, lasciandoci il giusto tempo di capire se abbiamo completato la toeletta serale o abbiamo svolto le nostre mansioni.

Invece il letto può offrirci, nella sua spigolosa vetustà (3500 a.C. in poi) tra le sue coperte leggere estive o tra i caldi coltroni invernali nei quali ci avvolgiamo, piaceri che ormai, con la cella reale dei tempi, abbiamo ormai perso. Come abbiamo perso il piacere di viaggiare, il quale è diventato ormai impossibile per i costi, viste le disastrose condizioni dei mezzi pubblici e l’appena eccessivo costo di quelli privati e quasi nessun aiuto statale, e lo stato di alcune strade. 

Il paesaggio naturale (fatta qualche eccezione) è capace di lasciarci ancora a bocca aperta, se lo vediamo con occhi tranquilli e sereni e non con la fretta che caratterizza ogni spostamento che compiamo per lavoro o vacanza che sia.

Il quotidiano sta proprio laddove l’azione si ripete: lo svitare una penna, il passarsi la mano tra i capelli, l’allacciarsi le scarpe, mangiarsi un panino, lo svegliarsi la mattina e sentire l’odore di te aromatizzato alla vaniglia, lambire con i polpastrelli questo foglio (il testo è scritto in origine su cartaceo). Ed avvertire l’inchiostro nero che ha impresso la stampante sopra, solo una piccola parte di tutte quelle cose che facciamo senza pensare, avvertire, percepire, sentire la loro importanza; il cervello per mantenersi vivo e attivo ha bisogno di molti stimoli, di cui noi siamo da sempre alla ricerca (nelle emozioni forti o, peggio, nelle sostanze stimolanti (come caffè alcol fumo droghe pesanti e pesantissime, che molto spesso portano a conseguenze disastrose) che qualora abusate, ci distolgono  dal coltivare i valori che riteniamo essenziali per la nostra realizzazione.

Per raggiungere il piacere duraturo dovremmo essere ingenuamente sensibili, in pratica avvertire a mente serena l’ambiente che ci circonda ignorando dolore, sofferenza e tutto ciò che veniva considerato “male dell’anima” in modo tale da percepire ogni sfumatura delle modalità di approccio verso gli oggetti e provare piacere e soddisfazione da ciò. 

Questo, purtroppo non è consentito dei tempi che sono diventati troppo frenetici e che, per assurdo,  ci siamo imposti con il tempo e con l’invenzione degli orologi.

Per carità, il tempo è importante, ma siamo troppo spesso concentrati dal prima o dal dopo dei singoli momenti, attimi di rispetto al durante di questi, che costituisce la inverita la vera quotidianità del nostro placido vivere giornaliero.

Un “haiku (componimento giapponese di breve lunghezza:

Sua dolce linfa,

tu assapori foglia.

Sembra lumaca.

Epicureo wannabe, Frankliano in divenire, Francesco Affatato ha già pubblicato su LiberiDi Scrivere.com un altro testo, Scorrere,  ed una sorta di poesia (?), Fuori dagli schemi. Ha sensazione di essere multipotenziale, multiplo  di 12, e multiproteico alla ricerca di situazioni che lo assaporino per bene. Musicista, factotum,  casalingo e babysitter, laureato in Giurisprudenza e basta (!?). Si serve del congiuntivo, dell’ottativo e di tempi e modi di dire, fare, baciare, lettera e testamentocrea e produce idee since 1998 (lui è degli anni ‘90). Gianni Rodari, Nazìm Hîkmet, Roal Dahl, 

:: Nel modo in cui cadono le foglie di Simonetta Calosi (A Car Edizioni, 2024) a cura di Federica Belleri

13 ottobre 2024 by

Ho ricevuto dall’autrice il romanzo in omaggio e per me è stata una piacevole riscoperta, dopo i precedenti.

Riscoperta perché la mia città, Brescia, viene raccontata in maniera particolare.

Riscoperta, di nuovo, perché il protagonista dei libri di Simonetta è il commissario di polizia Pietro Orlandi, ritrovato con piacere dopo l’indagine precedente raccontata ne “Il mare all’incontrario”.

 Orlandi non è solo un commissario di stanza a Desenzano del Garda, è anche un uomo complicato, soggiogato dalla logica e dalle concretezza della vita. E  molto a disagio nel gestire le emozioni del presente e del suo sofferto passato. 

Ha un figlio adolescente che ha ritrovato da poco e una compagna restauratrice, Siria, dal quotidiano molto simile al suo. Lavoro, figlia liceale, le giornate da fare scorrere tra una corsa e un’altra ai piedi del Colle Cidneo di Brescia. La loro è una relazione da montagne russe …

Cosa ho trovato in questa storia? Una trama ben costruita, un paio di sotto trame da non sottovalutare, tanta ricchezza legata all’arte e alla complessità dei sentimenti. Ho trovato le vittime (sì , più di una)che hanno bisogno di giustizia, di una fine decorosa e di pace per riposare. E ancora le emozioni sprigionate dall’amore universale, che in alcuni casi divide e arriva all’odio.

Ho trovato la poesia, la musica e la bellezza di una Brescia autunnale, colorata ma umida, pulsante ma sonnacchiosa. Che bello ripercorrere le strade solcate dai personaggi, che bello rivedere il lago di Garda, che bello lasciarsi trasportare in Val di Ledro!

Insomma, una storia tutta da vivere, al di là del tono giallo.

Ve lo consiglio vivamente.

Buona lettura.

Simonetta Calosi: ha un’esperienza trentennale nel campo del restauro e dei beni culturali. L’amore per la scrittura l’ha portata a pubblicare due romanzi che da anni promuovo in librerie, biblioteche e fiere del libro, tra quest’ultime il Salone del libro di Torino.

:: Aurora di Marina Visentin (Laurana Editore 2024) a cura di Giulietta Iannone

12 ottobre 2024 by

Ma le ombre poi tornano. Tornano sempre. E diventa sempre più difficile far finta di non vederle.
Roberto continuava a dirle che l’amava, Gemma continuava a pensare che erano una coppia, nonostante tutto. Cercavano di passare del tempo insieme, ogni tanto a Milano, qualche volta in Val Cannobina, a turno, perché entrambi non volevano essere giudicati ingiusti.
Da un po’ avevano cominciato a essere infelici. Ma non avevano voglia di dirselo. Non ancora.

Sogni, incubi, ossessioni, fobie, di questo magma caotico e composito è fatto il noir Aurora di Marina Visentin edito da Laurana Editore nella collana Calibro 9, dedicata al giallo e al noir. Gemma ha un legame con Ofelia, il tragico personaggio shakespeariano morto annegato, a cui è dedicata una mostra nell’elegante galleria d’arte dove la protagonista lavora. Gemma ha un segreto, su cui ha costruito una vita perfetta, casa elegante nel cuore di Milano, lavoro prestigioso, fidanzato artista, ma di notte quando le difese si abbassano e il mondo onirico fa emergere il passato, ritornano ricordi, traumi insoluti.

Che cosa succede? Che diavolo sta succedendo? Qualcuno mi segue? Chi? Perché?
Qualcuno sa? Ha visto? Mi ha scoperto?
Davvero qualcuno può aver scoperto tutto?
No.
Non ha senso. Non ha alcun senso.

Tutto è in bilico, tutto scorre apparentemente in modo placido finchè un uomo entra nella vita di Gemma, prima chiede informazioni su di lei ai vicini e conoscenti, la pedina, la spia, la terrorizza, un uomo che si rivela essere un ex poliziotto, vittima anch’egli delle sue ossessioni. Gemma e Vittorio così si incontrano, per uno scambio di persona, si conoscono forse non così casualmente, e iniziano una relazione in un crescendo di angoscia e segreti taciuti che vogliono emergere.

La notte è una culla abitata dal vento, un incubo fatto di acqua scura. È la vita che si spegne, coscienza che sprofonda nell’incoscienza. Oblio e paura. Una bambina che affonda nell’oscurità. Piangendo.
Apro gli occhi. Vedo buio. Chiudo gli occhi. Non cambia nulla, vedo solo nero. Riapro gli occhi. C’è luce ora, un chiarore indistinto che avvolge ogni cosa come un bianco sudario.
È il bianco il colore della morte.

Riuscirà a salvarsi Gemma dalla spirale che sembra avvolgerla e trascinarla dove non vuole andare? Cosa nasconde il passato e soprattutto il minaccioso presente? Chi è Aurora, la piccola dolce Aurora che si chiamava come la principessa della Bella Addormentata? Queste sono le domande che scorrono nella mente del lettore mentre legge questo libro oscuro e inquietante, sorretto da una scrittura evocativa e onirica. Sarebbe piaciuto a Hitchcock per l’importanza dell’inconscio nella vita di una donna apparentemente forte e realizzata che nasconde le sue mille fragilità sotto una spessa scorza di razionalità e durezza e gravata da una minaccia esterna e interna. Una donna in pericolo che ci ricorda le tante donne in pericolo nella vita reale, dominate da meccanismi psicologici sempre uguali, la paura, il senso di colpa, l’incapacità di conquistarsi una reale autonomia, l’incapacità di costruirsi relazioni sentimentali sane, meccanismi che l’autrice indaga con sensibilità e acutezza.

Marina Visentin è nata a Novara, da oltre trent’anni vive e lavora a Milano. Giornalista e traduttrice, una laurea in filosofia e un passato da copy-writer, ha collaborato con varie testate scrivendo di cinema. Ha pubblicato saggi sulla storia del cinema, libri di filosofia (Filosofia – Finalmente ho capito!, Vallardi, 2007), romanzi gialli e noir (Biancaneve, Todaro Editore, 2010; La donna nella pioggia, Piemme, 2017; Cuore di rabbia, Sem, 2021, Gli occhi della notte, Sem, 2023), il divertissement filosofico Raffasofia (Libreria Pienogiorno, 2021).