:: Azrael, Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

4 settembre 2015 by
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Quando nel 2010 incontrai per la prima volta Alex Nero e il Teschio, mi sentii davvero bene. Erano gli anni, sembra passata un’eternità e forse è davvero così, in cui un certo tipo di scrittura noir riusciva, in qualche caso meglio che in altri, a restituire il ritratto di una Italia decadente e urbanizzata, metropolitana e al tempo stesso isolata nelle bolle industrializzate, nei non luoghi che crescevano come funghi, fatti di infrastrutture, solchi commerciali scavati nelle periferie, condomini alveare abitati da mammiferi di razze diverse, contesti dove il Male si personificava nelle organizzazioni criminali e, in buona parte, negli eroi letterari che si trovavano a combattere contro queste. Pierluigi Porazzi, in quell’anno, pubblicava, appunto, “L’ombra del Falco” per Marsilio: un thriller cupo e affamato che sapeva nutrirsi di cronaca e di inventiva al tempo stesso. Ecco dove incontrai per la prima volta il Teschio. A Udine. Una città che la penna di Porazzi descriveva in maniera sentita e puntuale, scavando nelle pieghe più oscure e giocando nelle ombre, chiazze di oscurità dove oltre che lo spietato assassino, il Teschio, si muovevano personaggi come Alex Nero, poliziotto dal passato tormentato.
Già allora notai come la scrittura di Porazzi fosse pronta: era in atto una svolta molto importante nella narrativa di genere, il confronto con il format televisivo delle serie tv che in qualche modo cercavano di staccarsi dall’ideale preromantico dell’eroe tutto d’un pezzo per calarsi in quello del movimento corale, più caro all’opera di Joseph Wambaugh e di David Peace che al modello chandleriano. “Azrael” è appunto la consacrazione di questo principio, il passaggio si completa in questo che è il terzo, e non ultimo, episodio della saga che vede Alex Nero, ma anche Raul Cavani, il commissario Scaffidi e tutta la Squadra di Polizia, Scientifica compresa, sulle tracce di quello che sembrerebbe un emulatore del Teschio, che ormai sappiamo essere l’ex poliziotto Cristiano Barone, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Il modus operandi del nuovo assassino è lo stesso del famigerato serial killer. Solo che le vittime, stavolta, sono tutte molto vicine alla Squadra di Polizia e allo stesso Nero in particolare.
Senza dilungarci troppo nella trama di questo romanzo, godibile anche se non si sono letti i precedenti, mai banale, né persa nei cliché o nei luoghi comuni, anzi, sempre sostenuta da un ritmo narrativo in crescendo, quello che anche questa volta conta sottolineare è come il testo thriller-noir di Porazzi sia veicolo di riflessioni profonde sullo stato di salute di una società ormai al collasso, una realtà in cui poteri politici usano extracomunitari come pedine per determinare il valore di mercato di quartieri residenziali, dove la crisi non lascia scampo ed è al tempo stesso pretesto per una lotta di classe che punta “a ripristinare la schiavitù”. Cita Pasolini quando diceva di aver cancellato dal proprio vocabolario la parola “speranza“, proprio perché non esiste nessun inganno più grande con cui i potenti controllano le masse e invece “senza speranza vedi la realtà per come è, non hai aspettative di qualcosa che possa cambiarla“. È una presa di coscienza, quella che invoca Porazzi, ribadita anche nel pensiero di Alex Nero: “Il destino, o la vita, ti colpiscono comunque. E allora è meglio affrontarli guardandoli negli occhi”.
Credo sia questa, la forza del romanzo di Porazzi: la capacità di raccontare, attraverso una scrittura limpida e coerente, e al tempo stesso di stimolare, di interagire con il lettore su più piani.
Un testo che consiglio sia per il valore di inchiesta che per l’abile tessuto di trama e di personaggi. Un romanzo che, appunto, sembra pronto per una trasposizione cinematografica: sono sicuro che Bruce Willis sarebbe molto più contento di interpretare Alex Nero piuttosto che lo sfortunato utente di una compagnia telefonica quando “non c’è campo“.

Pierluigi Porazzi, laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli-Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste, antologie e raccolte in rete. Fa parte del progetto Sugarpulp. Sono del 2010 “L’ombra del falco” e del 2013 “Nemmeno il tempo di sognare“, entrambi pubblicati da Marsilio.

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:: La sirena, Camilla Läckberg, (Marsilio, 2014) a cura di Micol Borzatta

3 settembre 2015 by
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Patrick Hedström ed Erica Falk si sono sposati e lei sta aspettando due gemelli. Mentre si concentra sulla sua gravidanza, Erica, aiuta il suo amico Christian Thydell nella stesura del suo romanzo d’esordio. Durante una festa Christian riceve un mazzo di gigli accompagnati da un biglietto che lo manda in crisi al punto da creargli un attacco di panico. Erica viene così a conoscenza che lo scrittore riceve da ormai 18 mesi delle strane lettere minatorie da un mittente sconosciuto.
Nel frattempo viene trovato il cadavere di un amico di Christian lungo la costa di Fjällbacka.
Le indagini vengono assegnate a Patrick che scopre che tra le lettere minatorie e l’omicidio c’è una correlazione.
Anche Erica inizia a indagare per conto suo aiutando così Patrick, e pensando di riuscire ad aiutare Christian, ma le scoperte che farà la sconvolgeranno.
Sesta avventura per i nostri amici Patrick ed Erica, che se letto per primo capiamo subito che ci sono delle storie passate, ma non per questo incomprensibile da capire, infatti la Läckberg riesce a raccontare i giusti accenni per dare le informazioni necessarie per capire cos’è successo in passato senza però toglierci il gusto e la voglia di leggere i romanzi precedenti.
Le storie principali di ogni romanzo sono a se stanti, quindi iniziano e finiscono rendendo ogni romanzo autoconclusivo, quello che lega e unisce ogni libro, dando un senso di continuità, sono le vite private dei protagonisti, con le loro relazioni, le scoperte familiari e gli sviluppi e i cambiamenti dei nuclei familiari.
Ovviamente anche stavolta troviamo uno stile narrativo nordico, la Läckberg essendo svedese rispecchia in pieno la loro tradizionale scrittura, ma se da un lato alcune parti possono sembrare un po’ lente o ripetitive, la bravura dell’autrice riesce a tenere vivo l’interesse del lettore puntando su una descrizione approfondita dello stato d’animo e della psiche dell’assassino, oltre che degli altri personaggi, utilizzando anche stavolta il trucco dei capitoletti di flash back narrati in prima persona tra un capitolo e l’altro del romanzo, narrato tutto in terza persona.
Anche questa volta il legame tra lettore e personaggi è molto forte, dando l’impressione di conoscerli da una vita intera, invogliando ancora di più il lettore a proseguire con la lettura, non solo di questo romanzo ma anche di quelli precedenti e di quelli successivi.
Gli argomenti trattati sono molto forti perché viene trattato il rapporto genitori-figli in caso di adozioni, il rapporto tra fratelli quando il secondogenito è un figlio naturale, il problema del bullismo, dello stupro e della presenza di deficit fisici e/o mentali. Tutti argomenti che affrontati nel modo sbagliato possono trasmettere un messaggio errato, ma che la Läckberg invece ha affrontato con la giusta prospettiva in modo da far riflettere il lettore e in alcuni passaggi fargli provare il dolore profondo provato dai personaggi in questione.
Un libro e una scrittrice veramente consigliati di cuore.

Camilla Läckberg Il nome completo dell’autrice è Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson, nata a Fjällbacka nel 1974.
Scrittrice svedese di romani gialli, ambienta le sue storie nel suo paese natale e ha sempre come protagonisti Patrick Hedström ed Erica Falk. Il suo primo romanzo La principessa di ghiaccio ha vinto in Francia il Grand Prix de Littérature Policière e darà spunto a una rivisitazione cinematografica.

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:: Un ‘ intervista con Teresa Radice e Stefano Turconi, autori di “Il porto proibito”, a cura di Elena Romanello

2 settembre 2015 by

portoTeresa Radice e Stefano Turconi sono una coppia artistica e nella vita, autori tra le altre cose de Il porto proibito, graphic novel marinara tra avventura e Storia edita da Bao di cui Liberi scrivere si è già occupato. Oggi li abbiamo incontrati per parlare con loro di questa loro opera e non solo.

Qual è stato il vostro percorso di studi ed artistico?

Stefano: Che avrei fatto il fumettista lo sapevo dalle elementari, probabilmente anche da prima: i primi disegni che ho fatto, a 3 anni più o meno, erano un cowboy sul suo cavallo e un altro con Topolino, Minni, Clarabella e Pippo (un destino segnato, insomma…). Il percorso di studi è andato quindi di conseguenza: liceo artistico, accademia di Belle Arti di Brera (tanto per darsi un “tono”), scuola di illustrazione e fumetto (quella del castello Sforzesco) e Accademia Disney (dove poi ho anche insegnato). Da lì ho cominciato a pubblicare su Topolino e non ho più smesso, affiancando al lavoro sui fumetti anche quello sui libri illustrati, per diversi editori, italiani e non, fino ad arrivare, insieme a Teresa, al graphic novel.

Teresa: Anche io credo di aver saputo da sempre che nella vita desideravo raccontare storie: mi dicono spesso che a tre anni già leggevo e ricordo distintamente che, prima dell’asilo, riempivo insieme ai nonni quadernetti su quadernetti di avventure inventate… a fumetti! Alle elementari i miei compagni aspettavano con curiosità la puntata successiva delle mie interminabili storie-feuilleton che vedevano anche loro tra i protagonisti!
Un’altra mia passione, fin da piccolissima, era andare in giro, vedere posti nuovi, esplorare, incontrare gente diversa (forse perché sono figlia unica, ho sempre sentito il bisogno degli altri) : complice, credo, anche un viaggio fino a Londra con mamma e papà, su una 2Cavalli gialla, quando avevo 5 anni.
Così ho studiato lingue, unendo la voglia di viaggiare alle letterature straniere: prima al liceo, poi in università. E’ stato qui che la mia strada s’è intrecciata con quella di Topolino, perché ho partecipato a un corso di sceneggiatura per fumetti che si teneva nelle aule dell’ateneo, al termine del quale, dopo innumerevoli prove e ri-prove e una notevole selezione, sono stata ammessa in Accademia Disney.

Come è nata l’idea di Il porto proibito?

Teresa: Più che da un’idea, come ho detto anche altrove, questa storia è partita da un bisogno. Un bisogno che si è scatenato da una prima perdita… e poi da una seconda, qualche anno più tardi: due persone tuttora tra le più importanti della mia vita, senza le quali non sarei quella che sono oggi. Non è un modo di dire, è la pura verità. Se n’erano andate entrambe troppo presto, e non mi ci rassegnavo (non verrò mai a patti con questo); siccome l’unica cosa che credo un pochino di saper davvero fare è raccontare storie, sentivo che poteva essere il mio modo di farli continuare ad esserci, e inizialmente avevo questa immagine del porto inaccessibile nella nebbia, di una nave, dei marinai a bordo che in parte lo vedevano in parte no… e niente più. Ci sono voluti anni perché quest’embrione di racconto potesse crescere e prendere forma. 20 anni, per la precisione. E, soprattutto, c’è voluto Stefano, che desse corpo ai miei fantasmi.

Stefano: E c’è voluto un film, un bellissimo film: Master and Commander, di Peter Weir, che desse il via a tutto. Entrambi l’abbiamo visto al cinema, nel 2004, subito prima di incontrarci, ed entrambi ne siamo rimasti colpiti: quella era l’ambientazione, il “gusto” perfetto per la storia che Teresa aveva in mente. L’ambientazione è la guerra navale, a inizio Ottocento, tra la Royal Navy di Lord Nelson e la marina Napoleonica, l’epoca d’oro delle “tall ships” e dei grandi viaggi di esplorazione, quando le isole remote erano remote per davvero, quando doppiare capo Horn era un’impresa e circumnavigare il globo un viaggio che poteva durare anni. È proprio per “fare il pieno” di queste suggestioni che abbiamo scelto Plymouth come set. Non si tratta di un porto qualsiasi sulle coste del Devon, Plymouth è, nel mondo anglosassone, Il porto: da qui andava e veniva il corsaro sir Francis Drake, da qui è partita la Mayflower con i padri pellegrini che andavano a colonizzare l’America, è partito Cook per andare a esplorare l’Australia, e poi Darwin, per il suo giro del mondo sul brigantino Beagle, e Shackelton, verso il polo sud… insomma, per chi è appassionato di storia passeggiare sul molo del Barbican (il quartiere portuale della città) è un’emozione indescrivibile. E noi l’abbiamo fatto per una settimana, cercando e fotografando i posti dove poi avremmo ambientato le varie scene. Qui e nell’altro grande porto inglese: Portsmouth, dove c’è la più grande base storica della Royal Navy e dove c’è la Victory, la nave ammiraglia di Nelson (dove il nostro bimbo piccolo, Michele, ha fatto i primi passi, cosa di cui un giorno potrà vantarsi!).

Il vostro fumetto cita la letteratura ottocentesca: che rapporto avete con questa stagione irripetibile e chi sono i vostri maestri?

Teresa: L’incontro con i Romantici e, più in generale, la letteratura inglese dell’Ottocento, è avvenuto al liceo. La mia insegnante di letteratura inglese era una suorina appassionata di Byron, che un giorno probabilmente andrò a cercare per portarle una copia del “Porto”: è stata lei a farmi incontrare Coleridge (Wordsworth, invece, l’avevo già conosciuto al Lake District: ho cominciato molto presto a passare mesi interi di studio in Inghilterra, ospite per anni della stessa famiglia, gli Hutchinson di York). Ecco: questi tre (Wordsworth, Coleridge e Byron) li considero un po’ i miei compagni di viaggio. Quando mi sono messa a scrivere Il Porto Proibito ricordavo ancora, a distanza di vent’anni, interi brani delle loro opere a memoria, senza magari averle riprese in mano da allora.

Stefano: Io invece mi sono occupato della letteratura “ambientata” nell’Ottocento. Parlavamo prima di Master and Commander, ecco, incuriosito ho cercato i libri di Patrick O’Brian da cui il film era tratto, e ho letto il primo: Primo comando. Non mi sono più fermato. Ho l’ultimo (il ventesimo) sul comodino, ma non ho ancora trovato il coraggio di leggerlo: è incompiuto, l’autore, ottantaseienne, è morto mentre lo scriveva…
Il Porto Proibito deve molto a O’Brian: da lui, e dal suo incredibile lavoro di documentazione, abbiamo preso informazioni sulla navigazione, sulla vita a bordo, modi di dire, termini marinareschi. L’abbiamo ringraziato, (oltre che, naturalmente, nei credits) dando il suo nome (il suo vero nome) a un personaggio: l’ufficiale Patrick Russ. Lui si definiva “irlandese di nazionalità britannica”: secondo me avrebbe apprezzato…

Che differenze ci sono tra scrivere per la Disney e scrivere una propria storia, che difficoltà, che peculiarità?

Teresa: A essere sincera, non molte differenze: fatta eccezione per la complessità della trama, che è legata ovviamente anche alla lunghezza, il mio modo di procedere è identico, che si tratti di una storia Disney di una trentina di tavole (o più puntate di questa lunghezza, come ne L’Isola del Tesoro o in Pippo Reporter) o di un graphic novel dieci volte più corposo come il Porto. La verità è che sento molto mie anche le storie che facciamo per Disney, e credo di poter parlare in questo caso anche a nome di Stefano: hanno la nostra impronta, le nostre passioni dentro.
In generale, prima viene sempre una fase di documentazione (anche le nostre storie Disney sono per lo più ambientate in altre epoche, quasi mai nella nostra: non ci piace avere a che fare con troppa tecnologia, anche nella vita reale… io scrivo ancora tutto a mano, pensa un po’!). Poi cerco di stendere un soggetto che sia il più dettagliato possibile (quello del Porto erano venti pagine fittissime), in modo da sentirmi più leggera quando inizio a sceneggiare e da conoscere già ogni angolo nascosto della storia, per non cascare in buchi neri quando già mi ci sono immersa. Davvero, per me questa del soggetto è la parte più impegnativa e sfiancante. Quando ho terminato questa fase, è un po’ come se avessi già scritto l’intera storia: ora devo solo affidarmi ai personaggi e lasciarli parlare. I dialoghi sono sempre la cosa che butto giù per prima; poi li limo e li ri-limo incessantemente, fino… all’ultimissima occasione possibile! C’è chi si è lamentato che sono “verbosa” e io… non posso che confermare ;-), sono così anche nella vita (chiedete a Ste!): mi piacciono le parole. Mi piace sceglierle, rotolarmele nella testa per sentire l’effetto che fanno. Ma mi piace anche lasciare spazio alle emozioni senza balloon, dove possibile. Insomma, se mi sforzo, so anche essere “silenziosa”.

Prossimi progetti?

Teresa e Stefano: Tanti e diversissimi. Il Porto Proibito è stato emotivamente importante e adesso non è facile sapere esattamente quali priorità dare. Sul fronte Disney, stiamo lavorando a una miniserie in 5 episodi ambientata negli anni Settanta, oltre che alla proposta per un altro adattamento di romanzo inglese ottocentesco. Poi siamo in ballo con una serie di libri illustrati dedicati a Viola Giramondo, che ci occupano parecchio tempo e che per ora saranno pubblicati solo all’estero. Abbiamo idee per un paio di racconti un po’ particolari per bambini, che non è ancora detto che trovino un editore e – last but not least – c’è il nostro prossimo graphic novel grosso. Che sarà a colori e che abbiamo (quasi) tutto in testa. Ma è una storia difficile, che in questo particolare periodo ci sta facendo un po’ soffrire e dobbiamo trovare la forza e il modo giusti per raccontarla (magari, prima, anche a Caterina e Michele di BAO, la cui pazienza, prima o poi, finirà per scarseggiare…).

:: Parigi è sempre una buona idea, Nicolas Barreau (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

2 settembre 2015 by
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Non è passato neanche un mese dalla mia partenza per Parigi e, neanche a farlo apposta, in questi giorni ho avuto modo di leggere in anteprima un romanzo, prossima uscita per Feltrinelli il 3 settembre, ambientato proprio nella Ville Lumière.

Già il titolo è eloquente e vero: Parigi è sempre una buona idea. Definitela come volete “città dell’amore”, “città d’artisti”, “città delle luci”, ma a Parigi una volta nella vita bisogna andarci. Che siate innamorati o no, inguaribili romantici o non lo siate per niente, cultori dell’arte o neanche troppo.

Insomma, permettetemelo, ma potremmo ampiamente sostituire il famosissimo detto attribuito a Enrico IV, “Parigi val bene una messa” col titolo del nuovo romanzo di Barreau, già grande successo editoriale in Germania.

La storia è ambientata in uno dei quartieri più caratteristici di Parigi: St. Germain.

Ci sono stata e mi sento di dirvi che già questa scelta vale la lettura di tutto il romanzo. Il quartiere, comincia sulla Senna e lungo il suo corso finisce, fa parte del progetto di riqualificazione viaria voluto personalmente dal Barone Haussmann.
Boulevard Saint Germain è la strada principale del Quartiere latino che attraversa il quartiere di Saint-Germain-des-Prés, da cui prende il nome. Non solo: attraversa anche il faubourg Saint-Germain con i suoi palazzi eleganti, descritto da Proust nella sua Recherche. All’angolo di rue Bonaparte il boulevard incontra l’Abbazia di Saint-Germain-des-Prés, così chiamata per distinguerla da Saint-Germain-l’Auxerrois.

Piccola chicca: proprio di fronte all’abbazia c’è il caffè Les Deux Magots, uno dei tre angoli del cosiddetto “Triangolo d’oro”, formato, oltre che da Les Deux Magots, dalla brasserie Lipp, celebre per essere frequentata da personalità politiche, e il Café de Flore, uno dei più famosi caffè letterari, dove s’incontrano i vincitori del Goncourt, poeti di tutte le generazioni, e per il quale sono passati ideologi della rivoluzione russa e di quella cinese, nonché molte tra le maggiori personalità letterarie francesi.

Sarò sicuramente passata anche in rue du Dragon, anche se non ho testimonianze fotografiche da mostrarvi: qui ci si può imbattere in un piccolo negozio con una vecchia insegna di legno, un campanello d’argento démodé sulla porta e, dentro, mensole straripanti di carta da lettere e bellissime cartoline illustrate: la papeterie di Rosalie Laurent.

La giovane Rosalie ha aperto questa cartoleria contro il volere di sua madre che, non ritenendola di bell’aspetto, aveva paura che non avesse trovato mai marito e, quindi, avrebbe voluto che continuasse quanto meno gli studi.
Invece no.

Rosalie voleva dipingere. A tutti i costi.

In poco tempo diviene famosa per i biglietti d’auguri personalizzati che realizza a mano. Accanita sostenitrice dei rituali, ne ha diversi a scandire la sua giornata: il café crème la mattina, una fetta di tarte au citron nelle giornate storte, un buon bicchiere di vino rosso dopo la chiusura della papeterie.

Non è finita qui: ogni anno, nel giorno del suo compleanno, Rosalie sale i settecentoquattro gradini della Tour Eiffel fino al secondo piano e da lì su, lancia in aria un biglietto su cui ha precedentemente scritto un desiderio. I suoi desideri non erano mai stati esauditi, fino al giorno in cui si presentò nella sua cartoleria Max Marchais, anziano ed affermato scrittore per bambino, che le chiede di illustrare il suo nuovo libro. Rosalie accetta e La tigre azzurra ottiene premi e riconoscimenti fino ad aggiudicarsi il posto d’onore in vetrina.

Per Rosalie, le sorprese continuano. Infatti, poco tempo dopo, un affascinante professore americano, entra in negozio. Rosalie ne è subito attratta, eppure dovrà lottare un po’, in quanto lo sconosciuto è convinto che la storia sia sua e non di Max Marchais.

Una storia sopra le righe in una Parigi immersa tra scrittura, disegni e sentimenti. Sicuramente da leggere.

Nicolas Barreau è nato a Parigi nel 1980 da madre tedesca e padre francese, motivo per cui è perfettamente bilingue. Ha studiato Lingue e letterature romanze alla Sorbonne, poi ha lavorato in una piccola libreria sulla Rive Gauche. Ha scritto sei romanzi, tutti pubblicati da un piccolo editore tedesco che non ha potuto permettersi di lanciarli con una massiccia campagna promozionale, ma che hanno ottenuto un ottimo successo, cresciuto sempre più soprattutto grazie al passaparola dei lettori. Gli ingredienti segreti dell’amore (Feltrinelli, 2011) è un vero e proprio caso editoriale: è stato un bestseller internazionale tradotto in 34 paesi, è rimasto per oltre quattro mesi in vetta alle classifiche italiane ed è diventato un film per ZDF. Con te fino alla fine del mondo (Feltrinelli, 2012), Una sera a Parigi (Feltrinelli, 2013), La ricetta del vero amore (Feltrinelli, 2014), prequel di Gli ingredienti segreti dell’amore, e Parigi è sempre una buona idea (Feltrinelli, 2015) hanno confermato il talento di Nicolas, rendendolo uno dei giovani scrittori più amati dalle lettrici di tutto il mondo. In Germania, Parigi è sempre una buona idea, ha venduto 35.000 copie in sole tre settimane e ha raggiunto la posizione più alta di sempre per un romanzo di Barreau sulla classifica dei bestseller di “Der Spiegel”.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Feltrinelli.

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Vai a Parigi con il nuovo romanzo di Nicolas Barreau!

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:: La ragazza che cuciva lettere d’amore, Liz Trenow, (tre60 editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

29 agosto 2015 by
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L’amore impossibile è il cuore di La ragazza che cuciva lettere d’amore di Liz Trenow, romanzo edito da Tre60. Siamo a Londra nel 2008 e Caroline, disoccupata, senza un fidanzato, passa il tempo mettendo ordine nel caos completo della sua soffitta. Qui trova una vecchia trapunta degli anni Venti, che sua nonna teneva sempre in bella mostra. La giovane non ha la più pallida idea di chi abbia cucito quella coperta e non capisce il significato degli strani disegni presenti in essa, per questa ragione decide di iniziare una ricerca per saperne di più. Caroline riesce a trovare indizi che le permettono di scoprire che la coperta risale agli anni 20 ed è preziosa per le stoffe usate e per essere stata realizzata dalla sartoria reale di Buckingham Palace. Caroline non riesce a credere a tale scoperta, e si chiede come mai sua nonna fosse in possesso di quella trapunta. Per lei e per il lettori comincerà un viaggio tra presente e passato (la Londra del 1910) dal quale emergeranno piano piano la storia di Maria, sarta a Buckingham Palace e del suo grande amore David, futuro principe di Galles. Questo è il primo romanzo della Trenow, giornalista inglese, nel quale il presente e il passato si alternano permettendo a chi legge l’identificazione di due mondi. Nel 2008 c’è Caroline, che a causa del suo perenne senso di sconfitta, e anche un po’ di mancanza di spirito d’iniziativa, più che una donna di quasi quaranta anni sembra essere un’impacciata adolescente. Il passato emerge grazie ai racconti fatti dall’anziana Maria, chiusa in una casa di riposo, ad un giovane psicologa. Devo dire che questa è la parte che più mi ha affascinato della storia, perché dalla memoria di Maria vengono a galla usi e costumi della Londra tra fine Ottocento e inizio Novecento. A tal riguardo sono molto interessanti le parti nelle quali la donna narra la sua infanzia in orfanotrofio, un posto dove più che vivere si doveva cercare di sopravvivere. L’apatia di Caroline è quella che permette alla figura di Maria di conquistare il lettore, perché attraverso il suo racconto verbale scopriamo quanto sia stata dura con lei la vita. Per esempio veniamo a sapere che giovanissima la mandarono a lavorare nella sartoria reale a Buckingham Palce. Qui, oltre al rispetto di regole ferree, la ragazza incontrerà David, il futuro principe di Galles. Tra i due nascerà, prima, una profonda amicizia, poi un grande amore. Il tutto sembra una favola dove arriva l’ happy end, invece la differenza delle origini sociali (povera lei, nobile lui) graverà come un macigno su entrambi. Maria maturerà in fretta facendo i conti con la maternità, con la povertà e potrà contare solo su se tessa per il domani. La coperta che compare nel libro diventa una mappa per fare memoria di un intenso amore giovanile che diede sì tanta felicità, ma che causò anche profondo dolore. Il romanzo della Trenow è un libro per chi ama le storie d’amore, ma devo dire che se dovessi scegliere tra passato di Maria e presente di Caroline, opterei proprio per la Londra dei tempi andati, perché i personaggi in essa presenti, soprattutto la sarta di corte, hanno uno spessore psicologico che li rende umani e questo è assente nel presente, dove il lettore assiste alla vita vuota di stimoli di Caroline. Il romanzo è ricco di emozioni, ma è come se la Trenow avesse scritto due libri paralleli e li avesse poi messi assieme. L’impressione che ho avuto è che nella trama di La ragazza che scriveva lettere d’amore manchi un qualcosa di stuzzicante che permetta a Caroline di riuscire a conquistare il lettore, come fa Maria. Traduzione: Manuela Carozzi.

Liz Trenow, ha lavorato come giornalista per i più importanti quotidiani inglesi e ah curato diversi programmi per la BBC. Nei suoi libri si intrecciano vicende contemporanee e suggestioni tratte dalla storia. Per il suo primo romanzo, La ragazza che cuciva lettere d’amore, l’autrice ha preso spunto dalla sua famiglia, che da oltre trecento anni di dedica alla lavorazione della sete. Trai clienti anche la Famiglia Reale inglese. Per saperne di più liztrenow.com.

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:: La verità sul caso Harry Quebert, Joël Dicker (Bompiani 2013) a cura di Micol Borzatta

28 agosto 2015 by
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Aurora 1975. Harry Quebert, scrittore trentaquattrenne si trasferisce da New York ad Aurora per cercare di concentrarsi e scrivere il suo grande romanzo. Arrivato nel piccolo paesino trova una realtà completamente diversa da quella a cui è abituato e appena si presenta come uno scrittore trova la fama che ha sempre sognato, ad Aurora infatti tutti lo considerano un personaggio molto importante da trattare con i guanti. Appena arriva incontra Nola Kellergan, una ragazza di 15 anni molto bella e amata da tutti, mentre sta passeggiando e improvvisando alcuni passi di danza sulla spiaggia.
Tra i due nasce subito un forte sentimento, ma la grande diversità di età e il fatto che lei fosse minorenne ovviamente sono di ostacolo. I due amanti però, dopo vari tentativi, non riescono a stare lontani uno dall’altro e iniziano a frequentarsi. Fino a quando il 30 agosto 1975 Nola scompare nel nulla, l’unica persona che ha notizie è la signora Cooper che viene trovata morta a causa di un colpo di pistola subito dopo aver chiamato la polizia per dire che ha visto Nola piena di sangue nella sua cucina, dopo averla vista poco prima inseguita da un uomo nella foresta.
Giugno 2008. Marcus Goldman sta passando un periodo di depressione e di crisi lavorativa. Marcus è uno scrittore e un paio d’anni prima ha pubblicato il suo primo romanzo che ha ottenuto un successo straordinario, però finita l’onda del successo, superato anche il momento adatto per uscire con un secondo libro in modo da poterla continuare a cavalcare quell’onda, si ritrova con il blocco dello scrittore e non riesce a scrivere più nulla. Decide così di telefonare a Harry Quebert, grande scrittore, suo ex docente di letteratura, amico, compagno di boxe e colui a cui deve tutto il suo successo perché è stato l’unico a credere in lui e a insegnargli a scrivere.
Harry è felice di sentire finalmente il suo pupillo, talmente felice che si dimentica anche del dolore provato quando è sparito totalmente troppo preso dal suo successo, e lo invita a raggiungerlo ad Aurora per aiutarlo a superare questo momento nero. Marcus accetta immediatamente l’offerta e lo raggiunge il giorno stesso.
Il suo soggiorno si protrae per qualche mese, ma purtroppo non ottiene i risultati sperati, il blocco dello scrittore infatti rimangono e l’unica cosa che riesce a ottenere è una litigata con Harry dopo aver frugato negli effetti del padrone di casa e aver scoperto una scatola contenete una foto di una ragazzina, un biglietto per un appuntamento segreto e delle lettere d’amore. Marcus non sapeva niente delle situazioni sentimentali di Harry e ne rimane sorpreso, così cerca di approfondire la cosa e scopre che la ragazza nella foto si chiama Nola Kellergan e aveva solo 15 anni.
Marcus torna a New York e si concentra per trovare spunto per scrivere il suo nuovo romanzo quando riceve una telefonata da Harry che gi comunica che hanno trovato il cadavere di Nola e lo hanno accusato del suo omicidio.
Marcus torna di volata ad Aurora e si impegna completamente a indagare per riabilitare Harry perché convinto della sua innocenza.
Inizia così a fare molte domande in giro e quello che scopre è davvero sconcertante e sconvolgente.
Un romanzo a cui mi sono avvicinata tardi rispetto alla sua uscita, ma che ho sempre visto con curiosità. Un caso letterario che è stato amato e criticato ai suoi tempi e che devo dire ho amato dalla prima all’ultima pagina.
Dicker riesce con uno stile molto semplice a creare una storia che si sviluppa intorno a tre personaggi e si svolge in epoche diverse ma legate a doppio filo tra di loro. Storia che affronta le tematiche più profonde e complicate della vita umana tra cui l’amore, la solitudine, i pregiudizi.
I personaggi sono descritti veramente nel profondo e il lettore si trova ad affezionarsi subito a Harry vivendo insieme a lui la gioia e l’amore all’inizio del libro e il dolore della perdita e della verità alla fine.
Una delle bravure dell’autore riscontrati è la capacità di stravolgere completamente il pensiero del lettore. Mi spiego meglio, fin dall’inizio il lettore viene portato a credere a determinati fatti, crede di aver imparato a conoscere i personaggi in una determinata maniera in base ai loro pensieri, alle loro azioni, al loro modo di interagire con l’ambiente e le altre persone, ma andando avanti con la lettura si scoprono segreti e avvenimenti che trasformano tutto, specificando alcuni caratteri e trasformando del tutto altri. Questi cambiamenti vengono affrontati durante le indagini che fa Marcus. Parte che all’inizio trasmette la sensazione di essere a un punto morto e di non fare progressi ma senza risultare pesante e lenta, ma incitando il lettore ad andare avanti a cercare insieme al protagonista perché non è possibile che non si riesca a sbrogliare la matassa. Ed è proprio con questa perseveranza sia di Marcus che del lettore che Dicker gioca rivelando nella seconda parte del romanzo in poi avvenimenti e segreti che sconvolgono tutto quello che si era creato nella mente del lettore fino a quel momento, per poi stravolgere nuovamente tutto quanto nella terza parte del romanzo per poi esplodere nell’epilogo finale.
Un romanzo certamente non corto, ma talmente coinvolgente che si legge tutto d’un fiato lasciando in suspance il lettore ogni volta che deve per forza di cose bloccare la lettura.
Consigliato di cuore a tutti è il classico romanzo che non si può non amare.

Joël Dicker nasce nel 1985 a Ginevra. Nel 2010 si laurea in legge all’Università di Ginevra.
Sempre nel 2010 vince il premio del concorso Prix des Genevois Ecrivains con il romanzo Les Dernies Jours de Nos Peres, finito di scrivere nel 2009 ma fino a quando non ha vinto il premio non era riuscito a interessare nessun editore. Nel  2010, il titolare della casa editrice svizzera L’Age d’Homme, Vladimir Dimitrijevic, lo contatta per pubblicare l’opera. Decidono di pubblicarlo per settembre 2010, ma a causa della morte di Dimitrijevic, non sarà pubblicato prima del 2012.
Il 2012 è anche l’anno di pubblicazione del romanzo La verità sul caso Harry Quebert, che a differenza dell’altro romanzo ottiene subito un grande successo, viene tradotto in 33 lingue e vince il premio Grand Prix du roman de l’Académie français.

Source: acquisto personale

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:: Un’ intervista con Alessio Fabbri

27 agosto 2015 by
lamagiara

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Oggi abbiamo con noi, sulle pagine di Liberi di scrivere, Alessio Fabbri, un giovane scrittore, laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Ferrara e  insegnante di Lingua Inglese, che ha esordito quest’anno con il romanzo “La Magiara” edito da Sillabe di sale, un piccolo editore piemontese fieramente non a pagamento. L’ho conosciuto per caso, e per prima cosa mi ha colpito il suo blog, vi invito a visitarlo, qui.

Benvenuto, Alessio, su Liberi di scrivere. Presentati ai nostri lettori, parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro di insegnante.

Grazie dell’opportunità di raccontarmi, di poter parlare di ciò che scrivo. Vorrei ringraziare voi ed i vostri lettori, prima di tutto. Amo l’Inglese da tempo immemore, e col tempo, ma anche grazie ai miei studi letterari, mi sono appassionato all’ambiente letterario dei paesi anglosassoni ed americani. Proprio per questo ritengo Francis Scott Fitzgerald e Virginia Woolf come i miei autori preferiti, e fonte d’ispirazione infinita.

Puoi raccontarci come è nato il tuo amore per la letteratura e per la scrittura in particolare?

Potrei dire di essere stato stregato da “Il Grande Gatsby” non appena l’ho letto. Il mio amore per il periodo storico degli anni 20 aveva finalmente incontrato un narratore eccellente, che mi portasse in quell’epoca e che me ne spiegasse i vizi e le virtù. Scrivere non è stata una qualità innata per me, se non contiamo i buffi scritti di quando avevo sedici anni! L’intenzione di scrivere un romanzo è nata quattro anni fa, ma quella storia è ancora nel cassetto perché ne è nato un libro di almeno cinquecento pagine. La revisione è iniziata e terminata, ed aspetto l’occasione giusta per proporlo. Intanto il secondo romanzo ha visto la luce, ed è stato pubblicato per primo!

Da giovane scrittore esordiente, hai pubblicato quest’anno il tuo primo romanzo, La Magiara, come è stato il tuo incontro con il mondo editoriale? Pensi che il talento abbia un ruolo determinante nella carriera di uno scrittore? O ci sono altre componenti, la simpatia, il bell’aspetto, le conoscenze?

Quando “La Magiara” è stato completato (quindi ad agosto del 2014), ho proposto il manoscritto a diverse case editrici. Affrontare l’approccio ad un mondo nuovo e sconosciuto come quello dell’editoria può essere un’esperienza dai mille volti. Ritengo che sia un campo minato se si è giovani e un po’ ingenui. Avere più di trent’anni mi ha sicuramente aiutato a tenere i piedi per terra e a far tesoro dei bocconi amari che la vita riserva anche in altre circostanze e che, per fortuna, a qualcosa servono.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro? Come hai conosciuto l’editore Sillabe di sale?

Non è stato particolarmente difficile pubblicare “La Magiara”. Ho sempre detto, e continuo a dirlo in riferimento ai miei futuri scritti, che se non avessi trovato un editore avrei continuato a cercarlo e che, giunti ad un certo punto, l’avrei auto pubblicato.

Ho conosciuto l’autrice di un libro edito da Sillabe di Sale. L’ho conosciuta per caso, all’aeroporto, mentre ero diretto in Inghilterra. Mi consigliò di mandare il manoscritto al suo editore, e così “La Magiara” divenne di inchiostro e carta qualche mese dopo.

Hai trovato difficoltà a farti conoscere, a presentare il tuo romanzo, a ricevere attenzione dai media?

Assolutamente sì! Farsi conoscere è la parte più difficile del mestiere di autore. A volte, ti rivolgi a chi credi che possa aiutarti, e trovi muri e porte chiuse. Per esempio, ho contattato un’associazione letteraria a tematica femminile, poiché il mio libro ha per protagonista una donna e ne esplora la psicologia e le difficoltà nel contesto storico e sociale. Mi venne detto che presentano solo libri scritti da donne. Mi parve una risposta ed una chiusura mentale incredibile, per non parlare di sessismo. In ogni caso, ho trovato anche chi mi ha dedicato tempo e spazio, come alcune testate locali. Di questo sono infinitamente grato!

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Oltre alla Woolf e a Fitzgerald, devo dire come mi abbia colpito Sebastiano Vassalli. Ho letto “La chimera” quasi per caso, e mi sono rispecchiato nel suo modo di scrivere e di narrare gli eventi. Ho scoperto solo da poco della sua scomparsa, e questo mi addolora molto.

Ami la poesia? Stai leggendo libri di poesia attualmente?

Adoro la poesia. Nel mio prossimo libro ho voluto anticipare ogni capitolo con due brevi versi. A volte sono così concisi o ermetici che mi sembrano proprio la cornice perfetta. Al momento non sto leggendo libri di poesie, ma mi affascinano molto Dino Campana e Guido Gozzano. Sono i miei autori preferiti e non nascondo l’infinita ispirazione che mi regalano, soprattutto Campana.

Ora parlami del tuo romanzo, La Magiara. Chi o cosa ti ha ispirato a scriverlo? Quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

“La Magiara” è nato dalla combinazione di due desideri: scrivere un romanzo ambientato negli anni 20 e narrare Ferrara. Le due intenzioni si sono intrecciate e mi hanno dato la possibilità di scavare ed indagare alcuni aspetti della vita di città di quegli anni. Ma il punto di partenza è stato Agnese. La protagonista principale era già una donna forte ed indipendente sin dalla sua prima ideazione: questo non avrebbe mai subito modifiche ed è così che è stato.

E’ un romanzo ambientato nella Ferrara degli anni 20, essenzialmente un ritratto di donna. Riassumici la trama in breve.

Agnese è una donna sola: perde la madre, ha sofferto l’abbandono di un uomo e non sa come vivere. Viene rintracciata dal fratellastro Luigi Alfonso, e per volontà del loro comune padre defunto, lei viene accolta sotto il tetto dei Salisbeni, aristocratici di Ferrara. È una sfida immensa per lei: un nuovo ambiente, così restrittivo, nuovi legami, il rancore mai sopito per il padre che non l’ha mai riconosciuta e per il suo ex-fidanzato. Viene da chiedersi: che tipo di femminismo conviene ad Agnese? E sta facendo le scelte giuste? È una pentola a pressione e sembra sempre sul punto di scoppiare. Ma ogni personaggio ha una sua storia da raccontare.

Quali sono i personaggi principali? Come li hai caratterizzati? Sei riuscito a trovare una voce per ognuno di loro? Quale personaggio pensi sia il più riuscito?

Non ho dubbio che Agnese sia il punto focale dell’intera vicenda. Ma mi piace molto come è venuta fuori Sibilla, sua nipote. Quest’ultima è ancora più insicura di Agnese, emotivamente parlando. Così la prende da esempio, diventa il suo modello di donna. Ma ad un certo punto non basta più, perché entra in gioco la rivalità femminile, e Sibilla si ritrova a voler superare la zia, a diventare più furba, più maliziosa.

Ogni personaggio vive delle proprie paure e delle proprie prigioni. Vedremo chi riesce a liberarsene e chi, invece, ne rimane vittima, a volte coscientemente.

Preferisci delineare gli ambienti, caratterizzare i personaggi, o ideare i dialoghi?

Mi piace molto la descrizione degli ambienti. Solitamente spezzo la narrazione con qualche elemento esterno. Non mi piace che il punto di vista narrativo sia il mini-mondo interno di un personaggio, ma che appunto vi sia contaminazione degli elementi.

Che metodo di scrittura utilizzi: fai molte stesure, scrivi di getto?

Generalmente raccolgo le idee su carta, faccio bozze, butto giù idee (incluso date di nascita, dati personali dei personaggi e parentele) e poi inizio a scrivere al portatile. Mi sono trovato a scrivere spezzoni su carta, ma poi è brigoso mettersi a trascrivere tutto, poiché mi trovo più a mio agio a scrivere di getto: l’impulso non va frenato! Ma, appunto, se non sono a casa la carta mi aiuta molto!

Che strumenti utilizzi principalmente per la scrittura?

Oltre al computer, ho spesso portato con me il tablet. Lavoravo a Ferrara all’epoca della scrittura del libro, e così nelle pause pranzo mi estraniavo in qualche angolo della scuola per correggere i capitoli (oppure se c’era il sole ero ad un giardino poco lontano).

Hai svolto ricerche per la stesura del tuo romanzo?

In parte sì. Per esempio, sin dal mio primo arrivo a Ferrara ho subito il fascino di alcuni palazzi. Stavo descrivendone uno molto centrale che mi affascina da sempre, per poi rendermi conto che è stato inaugurato solo nel 1930! Ho dovuto quindi fare qualche modifica! Inoltre, ho cercato di essere più preciso possibile: se villa Salisbeni fosse esistita veramente (e chissà, forse è così), allora la chiesa di riferimento sarebbe stata quella di S. Benedetto (dove infatti è custodito l’atto di battesimo di Agnese). Ho cercato di essere meno casuale possibile, scegliendo sempre in base a ciò che sapevo o scoprivo per rendere tutto autentico.

Cosa stai leggendo in questo momento? Preferisci leggere testi tradotti o in lingua originale?

Quando leggo romanzi in Inglese non posso assolutamente leggere una traduzione: è una questione di principio! Ma se leggo opere straniere di cui non capirei la lingua, allora mi affido ovviamente ad una traduzione. Ora sto leggendo “Il formicaio” di Margit Kaffka, un’autrice ungherese che ha in qualche modo influenzato l’idea de “La Magiara”. È una scrittrice poco conosciuta che però è una delle prime donne ad aver scritto delle tematiche femminili nel Novecento.

Scrivi anche racconti? Quale è il racconto più bello che hai letto?

Ho scritto racconti brevi, ora raccolti ne “Gli elementi dell’essere”, che è disponibile su Amazon. Sono momenti e scelte nelle quali i personaggi si ritrovano a vivere. A volte, però, la questione di un attimo può sembrare eterna, o addirittura divenirlo. C’è amore, sofferenza, tormento, solitudine in queste storie. “24 ore nella vita di una donna” di Zweig è forse classificabile come racconto, tanto è breve. Quello dev’essere il mio preferito!

Che rapporto c’è per te tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?

La memoria è fondamentale. Do molta importanza a ciò che ho ereditato dal mio passato, sia quello che ho ricevuto dai miei avi e sia quello che ho scoperto per mia mano. C’è sempre una linea poco delineata, per me, fra queste due direzioni narrative. La libertà è altresì fondamentale, quindi mi piace pensare che questi due poli tendano ad invertirsi continuamente e che così possa nascere una scrittura piacevole e mai statica.

Grazie del tuo tempo, Alessio, mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti  a cosa stai lavorando in questo momento? A un nuovo romanzo?

Come anticipavo, il primo libro è nel cassetto e credo di proporlo a qualche concorso letterario. Il terzo, invece, è in fase di revisione e sarà presto inviato per una valutazione editoriale. In fase di scrittura ho una trilogia di cui sto mettendo a punto il primo volume e tante, troppe idee. Credo che chi è autore possa capirmi: ci sono tante voci e tutte meritano di essere ascoltate. È il tempo che manca!

Grazie a voi dello spazio e dell’opportunità che mi avete concesso di potermi raccontare un po’!

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:: Niente di vero tranne gli occhi, Giorgio Faletti, (Baldini & Castoldi, 2004) a cura di Micol Borzatta

22 agosto 2015 by
Giorgio Faletti - Niente di vero tranne gli occhi

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Roma e New York, Maureen Martini e Jordan Marsalis, due città lontane e diverse, due persone ancora più lontane ma non così tanto diverse. Denominatore comune un assassinio seriale che dopo aver ucciso posiziona i cadaveri nelle consuete pose dei Peanuts.
Jordan Marsalis è un ex tenente di New York e anche il fratellastro da parte di padre del sindaco. Un giorno viene chiamato proprio dal fratello, che non sentiva da molto tempo, che gli comunica la morte del figlio, ovvero il nipote di Jordan, e gli chiede di prendere in mano le indagini anche se al momento non fa più parte della polizia.
Jordan all’inizio rifiuta, ma viste le insistenze del fratello decide di accettare per mettere dietro alle sbarre l’assassino.
Nel frattempo si verificano altri omicidi e non solo a New York, ma anche a Roma. E proprio a Roma Maureen Martini, poliziotta e mezza americana, viene coinvolta a causa della morte del suo fidanzato che viene collegata agli omicidi di New York.
Inizia così una collaborazione tra le due città e i due poliziotti per trovare il serial killer.
Un romanzo davvero eccezionale che come il primo, Io uccido, sa coinvolgere appieno il lettore con una trama intrigante, indagini approfondite e descrizioni minuziose sia relative ai luoghi che ai personaggi.
Rispetto al primo romanzo si denota una crescita dell’autore dimostrata dall’andamento più brioso e dallo stile più leggero che rendono il romanzo ancora più avvincente.
Le descrizioni sono esattamente come ci aveva abituato nel primo romanzo, trasportando il lettore nei vari scenari e legandolo ai vari personaggi creando un legame morale e simbiotico trasformandoli in amici di vecchia data.
Un romanzo che si è rivelato davvero una notevole scoperta e che dimostra appieno la grande abilità di Faletti anche nel campo della letteratura.

Giorgio Faletti nasce ad Asti nel 1950 e muore a Torino nel 2014. Comico, cabarettista, attore, cantante riesce nel suo meglio anche come scrittore pubblicando ogni volta grandi successi.
Suo libro di esordio Io uccido ha riscosso un enorme successo ed è stato tradotto in diverse lingue e pubblicato in vari paesi stranieri tra cui Francia, Germania, Spagna, Giappone e Stati Uniti d’America.
Niente di vero tranne gli occhi è la sua seconda opera.

Source: acquisto del recensore.

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:: La canzone del sangue, Giovanni Ricciardi (Fazi, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

22 agosto 2015 by
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A luglio la casa editrice Fazi ha pubblicato La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi, un altro capitolo delle indagini del commissario Ottavio Ponzetti.
La trama ruota intorno al mistero sulla paternità della famosa canzone siciliana Vitti na crozza anche se il tutto alla fine sembra sfumare in una bolla di sapone, avendo il lettore inteso che deve, o meglio avrebbe dovuto, concentrare la sua attenzione su ben altra paternità.
Il ‘gioco’ che Ricciardi intrattiene con il lettore si rivela da subito un simpatico espediente. A tratti il testo sembra ‘interattivo’, con espliciti inviti a ‘partecipare’ alle indagini. E così l’autore si diverte a mescolare le carte tra realtà, finzione, teatro e televisione… rimandando continuamente a due grandi figli della terra che ‘ospita’ la storia narrata, la Sicilia. L’immagine del teatro pirandelliano con i suoi personaggi si alterna alle vicende del commissario più noto della televisione, frutto della penna di Camilleri.
Il giallo scritto da Giovanni Ricciardi non fa una grinza, per la storia e per la tecnica. Abilità ormai certificate dello scrittore-professore che non manca di ‘insegnarci’ qualche passo classico o di spiegarci l’origine o l’etimo di usanze e termini.
Quello che invece lascia il lettore molto turbato è il motivo recondito dell’aver voluto raccontare di Vitti na crozza.

« Chissà se quei vecchi incupiti e rugosi che se ne stavano in punta di piedi col cappello tra le mani erano scesi anche loro da bambini nelle viscere della solfara, a portare in superficie la ricchezza degli Arnone per un piatto di minestra.»

Le solfare siciliane, le miniere che risucchiavano ancora a metà del secolo scorso giovani e giovanissimi.
George Orwell diceva:

«Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro è così esageratamente orribile, ma anche perché è così virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene».

Ricciardi focalizza l’attenzione del lettore sui minatori dimenticati e in particolare sull’epopea di un gruppo di siciliani senza lavoro che tentano di espatriare illegalmente in Francia alla ricerca di una vita migliore. Storia ripresa dal regista Pietro Germi nel film Il cammino della speranza.
Un film e una storia tristemente attuali.

«Scesi sottoterra e mi parve di trovarmi in un girone infernale: dalle rocce emanava un calore fortissimo, i minatori – che stavano scioperando da una settimana – erano seminudi o nudi del tutto. Stavano cantando Vitti na crozza. Registrammo quel canto, che andava perfettamente a tempo con la biella della pompa dell’aria. Con quella registrazione iniziammo il film.»

La canzone popolare Vitti na crozza viene indicata come un «canto tragico, un vero e proprio “contrasto” tra la vita e la morte» e per certi versi anche La canzone del sangue di Ricciardi lo è, nell’abilità propria dell’autore di restituirci l’immagine di un’umanità dimenticata, sfruttata, predestinata e non ci si vuol riferire solo ai minatori.
La vera protagonista del libro, Annamaria, pur entrando fugacemente nella scena la domina dall’inizio alla fine con la sua ‘vita sospesa’, il suo amore negato, rubato, e la sua passione che diventa la sua condanna.
Un libro quello di Ricciardi che narra del dualismo sociale, delle ingiustizie, dei soprusi e anche degli innumerevoli futili problemi quotidiani da cui il commissario Ponzetti cerca tenacemente di fuggire, rifugiandosi nel suo lavoro. Atteggiamento diffuso nella società attuale e, come il grande Pirandello ci ha insegnato, tutto ciò diventa paradossale e semiserio al punto che non si sa se ridere o piangere… esemplare il passaggio nel quale il vice di Ponzetti non trova posto per la vacanza con la propria famiglia e si fa ospitare dal commissario. Come quello del resto del ‘folle’ attaccamento di Galloni al suo cane cieco… riproposizioni in chiave moderna delle ‘maschere’ rappresentate nelle novelle prima ancora che sui palcoscenici dal grande drammaturgo agrigentino.
La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi non delude gli appassionati del genere ma anche chi in un libro cerca se non proprio la denuncia almeno il racconto dei mali e dei soprusi della società.

Giovanni Ricciardi: È professore di greco e latino in un liceo di Roma e collaboratore del «Venerdì di Repubblica». Il suo personaggio, il commissario Ottavio Ponzetti, è protagonista di sei romanzi tra cui I gatti lo sapranno, vincitore del premio Belgioioso Giallo 2008; Il silenzio degli occhi, finalista al premio Fenice Europa 2012; e Il dono delle lacrime, candidato al premio Scerbanenco 2014. Una raccolta con le prime tre indagini del commissario è uscita nel 2012.
(Fonte fazieditore.it)

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Fazi.

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:: Un’intervista con Will Firth, traduttore freelance a Berlino

21 agosto 2015 by

unnamedBenvenuto, Will, e grazie per aver accettato questa intervista.

GI: Sei australiano, nato a Newcastle nel 1965. Raccontaci qualcosa della tua infanzia e del tuo background.

Will Firth: Sono nato in una famiglia britannica di estrazione operaia. I miei genitori hanno studiato, poi hanno lasciato la zona industriale di Newcastle poichè volevano qualcosa di meglio. Ho iniziato la scuola in Scozia, dove i miei genitori hanno lavorato e studiato per tre anni, ma la maggior parte della mia infanzia l’ho trascorsa di nuovo in Australia, nella capitale Canberra.

GI: Ora parlaci dei tuoi studi e di come sei diventato un traduttore freelance con base a Berlino. Hai studiato in Australia, a Mosca, a Zagabria – ciò che mi ha colpito di più leggendo il tuo curriculum di traduttore, sono le lingue con cui lavori, alcune sono abbastanza inusuali, come il serbo-croato, il macedone e il bulgaro (altre più tradizionali come il tedesco e il russo).

WF: E’ andata così: a scuola ho imparato il tedesco e il francese perché i miei genitori erano molto ‘eurofili’, ma non ero molto portato per le lingue. Infatti, quando iniziai l’università mi iscrissi a Scienze sociali, insieme con il tedesco. Il mio interesse verso le lingue nacque per la verità per motivi politici: iniziò durante il mio periodo nel Partito comunista australiano. Il partito era abbastanza liberale o ‘euro-comunista’, ma c’era ancora una sorta di riverenza per l’Unione Sovietica. Ho trovato questo affascinante e così ho deciso di studiare russo, lasciando da parte le materie socio-scientifiche. Anche se ho lasciato il partito meno di due anni più tardi e ho trovato una nuova casa nel movimento anarchico, ho continuato con il russo. L’ho anche usato come un trampolino di lancio per l’apprendimento del serbo-croato e del macedone, data la stretta somiglianza tra le tre lingue (un po’ come quella che c’è tra italiano, francese e spagnolo, ritengo). Avevo pensato di diventare un interprete per i servizi sociali o qualcosa del genere, dato il gran numero di immigrati jugoslavi in ​​Australia, ma poi ho avuto la fortuna di vincere una borsa di studio per l’ ex Jugoslavia nel 1988-89. Dopo sono andato in URSS nel 1989-90 per migliorare il mio russo, ed è stato lì che ho incontrato la mia compagna (una tedesca orientale), e ho finito per trasferirmi con lei a Berlino.

GI: Qualche ricordo dei tuoi anni da studente?

WF: Molti. Oltre agli incontri davvero stimolanti con professori e con gli altri compagni di studio, credo che siano propri i tempi a cui spesso ripenso. Ricordo l’intensità e la frustrazione di essere un attivista di sinistra in Australia (1983-1987) in ritardo rispetto alla Guerra fredda, o la programmazione alla stazione radio pubblica a Canberra o ricordo di essere stato arrestato durante un corteo di protesta contro l’estrazione di uranio nell’ Australia del sud. Immergermi nella ex-Jugoslavia, che sentivo molto straniera, è stata per me un’esperienza straordinaria a diversi livelli. L’era della Perestrojka in URSS era anche molto affascinante. Uno dei miei ricordi preferiti è quello di una breve visita a Vilnius (ora Lituania) durante la quale in strada ci imbattemmo in due altri anarchici. Indossavamo i nostri distintivi per cui ci riconoscemmo. Scoprimmo così che i due ragazzi erano venuti da Kharkov, nell’ Ucraina orientale, per organizzare la stampa della rivista della loro organizzazione, che era impossibile stampare a casa loro a causa della carenza di carta. Questo mi ha dato la sensazione di un vibrante paese cosmopolita.

GI: Lavori come traduttore freelance a Berlino – come fai a tenerti aggiornato sullo slang, come acquisti una conoscenza pratica sulle forme gergali collocate anche nel tempo?

WF: Per tenere il passo con l’uso corrente dello slang, cerco di trascorrere qualche settimana ogni anno o giù di lì in ciascuna delle miei aree linguistiche di riferimento. Anche avere buoni dizionari, soprattutto di madrelingua da consultare, aiuta. Leggo molto e ho una buona conoscenza di cultura generale. Se ho bisogno di conoscere particolari stili storici o generi di traduzione provo a leggere una manciata di opere provenienti da quei tempi e campi. Parte dell’abilità di un traduttore dipende dalla sua capacità di adattarsi.

GI: E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettore?

WF: Non sono mai stato veramente un topo di biblioteca, e persino adesso che sono divenuto un traduttore letterario, sono ancora un lettore piuttosto caotico: ho letto molto, ma a casaccio. Mi piacciono soprattutto la poesia e i racconti brevi. Credo che Heinrich Böll e Isaak Babel siano i primi nella lista dei miei scrittori preferiti, ma uno degli scrittori che traduco, la macedone Rumena Bužarovska, starebbe anche abbastanza in alto nella lista. Scrive racconti delicati, anche molto spiritosi. Oh, e sono anche un fan di Tolkien.

GI: Come lavorano i traduttori freelance? Come si fa a entrare in contatto con un editore? Con l’invio di un curriculum vitae, iscrivendosi in una banca dati per traduttori? O sono gli editori che ricercano attivamente i liberi professionisti? Chi si occupa della selezione? La concorrenza è molto forte?

WF: Nonostante sia membro di associazioni professionali sia in Germania che in Australia, posso solo parlare della mia esperienza. Penso che il mercato delle traduzioni letterarie sia molto disomogeneo e casuale. Una parte di questa impressione può essere dovuta al fatto che traduco da lingue poco diffuse, di basso status (anche il russo in realtà non riceve l’attenzione che merita), verso cui la maggior parte degli editori sono disinteressati se non scettici. Può anche essere dovuto al fatto che traduco in inglese, pur non vivendo in un paese di lingua inglese. La maggior parte dei traduttori letterari sarebbero d’accordo che non c’è un modo semplice per trovare un lavoro regolare, discretamente pagato. Agenti ed editori ti avvicinano con sinossi o esempi di traduzioni e se ti piacciono è un modo per iniziare. Frequentare festival e fiere del libro per esaminare la scena è probabilmente una buona idea. Avere un sito web della propria attività (come faccio io) e promuovere il proprio lavoro attraverso i social media (cosa che io non faccio) sono anche cose che vale la pena considerare.

GI: Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata?

WF: Quando ho iniziato a lavorare come traduttore freelance nel 1991, mi ci sono voluti circa cinque anni per organizzare un flusso regolare di lavoro – e poi altri cinque anni per fare che il flusso di lavoro fosse anche interessante (testi di studi umanistici). Anche allora, la combinazione tedesco-inglese era soffocante rispetto alle mie altre lingue, e solo nel 2005 sono stato in grado di passare a tradurre principalmente dalle mie lingue slave. La svolta principale per me è avvenuta nel 2010, quando sono stato contattato da Istros Books a Londra, un editore specializzato in letteratura tradotta da paesi del sud-est europeo. Istros Books è stato il mio principale cliente da allora.
Io lavoro da casa; ho un computer portatile, ma preferisco la pace e la tranquillità della mia scrivania. Mi piace il mio lavoro e probabilmente arrivo a lavorare dalle cinquanta alle sessanta ore a settimana, ma siccome mi piacciono molti suoi aspetti non sempre lo percepisco come un lavoro con la “L” maiuscola.
In termini di tempo, pianifico prudentemente in modo da essere in grado di attenermi alle scadenze, anche se il computer si rompe o devo prendere qualche giorno di malattia. Inoltre, dal momento che la paga non è buona, cerco anche di organizzare le scadenze in modo da avere il margine di manovra per adattarmi a piccoli lavori occasionali meglio pagati lungo la strada.

GI: Sono venuta a conoscenza del tuo lavoro grazie alla traduzione che hai fatto, dal montenegrino, di Till Kingdom Dome, di Andrej Nikolaidis, che dal 27 agosto uscirà in Gran Bretagna grazie a Istros Books. Come sei venuto a conoscenza di questo libro, conoscevi già il suo autore?

WF: Till Kingdom Come è il terzo romanzo breve (o novella) di Andrej Nikolaidis che ho tradotto. The Coming e Son sono stati i primi due. Nikolaidis ha vinto il premio dell’Unione europea per la letteratura per Son nel 2011. I tre libri sono ristampati in lingua originale come una trilogia intitolata Tamno pokoljenje, che significa “La generazione oscura” (un titolo adatto, credo, perché Nikolaidis è un maestro del noir). Istros Books potrebbe fare lo stesso per le traduzioni in inglese, a seconda della domanda.
Ho scoperto The Coming circa cinque anni fa. Avevo sentito parlare dell’autore – è un noto giornalista e critico letterario nella regione di lingua serbo-croata – ma non avevo ancora letto nulla di suo. Ero alla ricerca di uno o due scrittori montenegrini da tradurre, e per quanto può sembrare banale, mi ha attratto la grafica della copertina della versione originale del libro, così ne ho ordinato una copia. Il contenuto non era meno impressionante della confezione, così ho presentato il titolo a Istros libri, che ha organizzato i finanziamenti UE per la traduzione.

GI: Non conoscevo Andrej Nikolaidis, sebbene cercando in rete ho scoperto dopo che è uno scrittore molto considerato, e pressapoco mi sono avvicinata al libro, primo pensando che l’autore fosse greco, poi per la copertina: un uomo con un ombrello in primo piano (ho pensato a Robert Redford ne Three Days of the Condor) e una donna in rosso sullo sfondo. Essendo un’appassionata di noir è interessante per me scoprire un autore montenegrino che utilizza questi canoni narrativi. Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente il suo stile, puoi parlarcene?

WF: Direi che il tratto distintivo del suo stile è una sorta di cinismo intelligente: i commenti feroci sono la sua specialità, e di tanto in tanto mi sembra anche un misantropo, ma non risparmia niente e nessuno, quindi il suo nichilismo arguto è imparziale. C’è spesso un elemento di umorismo nero nei suoi libri, che mantiene la narrazione vivace, ed usa spesso digressioni. Queste sono a volte piuttosto da intellettuale, ma riporta i piedi per terra di nuovo con abbondanti dosi di iperboli. Tutto sommato, la sua scrittura è molto divertente.
La storia del cognome è interessante. Andrej è nato nel 1974 a Sarajevo da madre bosniaca e lì ha trascorso la maggior parte dei suoi anni di formazione. Quando scoppiò la guerra nel 1992, si trasferì a casa di suo padre a Ulcinj, in Montenegro. Il cognome deriva dal nonno paterno, che era a quanto pare un sacerdote greco ortodosso. Emigrò a nord lungo la costa, attraverso l’Albania, e, infine, si stabilì a Ulcinj, la città più meridionale del Montenegro. Dal momento che la popolazione locale è stata (ed è tuttora) a maggioranza musulmana, ha dovuto guadagnarsi da vivere come fornaio. Almeno questa è la storia che Andrej mi ha raccontato…

GI: E’ un noir che tratta il tema dell’identità, niente di più incorporeo e fluttuante. Scoprire all’imporvviso che tutto quello che si credeva vero del proprio passato, della propria famiglia, era invece falso, è come dire… destabilizzante. E’ anche un noir che ci parla dell’iportanza della verità, delle atrocità perpetrate durante i tempi di guerra, e del senso dell’esistenza umana. Cosa hai amato di più di questo libro, mentre lo traducevi?

WF: Mi sono divertito a tradurre questo libro soprattutto a causa dello stile ‘dark’ di Andrej, come con The Coming e Son prima. Tutti e tre i libri trattano di identità e di questioni intergenerazionali, ma ognuna ha un tema diverso. In Till Kingdom Come, mi ha affascinato il focus sui servizi segreti – spesso una Stato nello Stato – e Andrej fonde i fatti (ad esempio gli omicidi reali che egli cita) e la speculazione sulla natura pervasiva di tali istituzioni. Mi è piaciuto il ritratto della “nonna” protagonista, che lavora anche per i servizi segreti: lei adotta un ragazzo orfano, lo ama come un figlio, e finisce per credere alle bugie che compongono la sua fabbricata storia familiare.

GI: E ora vorrei che ci parlassi della letteratura montenegrina contemporanea, che conosco davvero pochissimo. Ci sono altri autori interessanti, di cui ne consigliersti la lettura, che proporersti per un’ eventuale traduzione?

WF: Penso che la letteratura contemporanea dal Montenegro deve essere vista nel contesto della regione – e non è separata dalla letteratura degli altri paesi di lingua serbo-croata. C’erano letterati famosi del XX secolo con un elemento montenegrino nella propria identità, ad esempio, Danilo Kiš e Borislav Pekić, ma il primo è di solito considerato un jugoslavo e il secondo un serbo. Anche oggi ci sono un sacco di scambi e di influenze reciproche tra scrittori, editori e case editrici in Croazia, Serbia e Bosnia.
Raccomanderei molto Ognjen Spahić, probabilmente il più noto autore montenegrino in patria e all’estero. Il suo primo romanzo, Hansen’s Children (Hansenova djeca) è stato pubblicato in inglese da Istros Libri nel 2011. Spahić ha appena finito un nuovo grande romanzo che spero di tradurre nei prossimi anni. Altri scrittori degni di nota sono Balša Brković e Dragan Radulović, ma purtroppo nessuna delle loro opere principali sono state tradotte in inglese. Questi tre autori, insieme a Andrej Nikolaidis, sono a volte indicati come la New Wave letteraria montenegrina, e tutti e quattro sono stati in grado di avere brevi pezzi pubblicati nella recente antologia americana Best European Fiction. Infine, vorrei ricordare Ksenija Popović, che ha scritto due romanzi ed è la prima scrittrice del Montenegro ad aver avuto un impatto in una scena dominata dai maschi, ma non ho ancora letto nessuno dei suoi lavori.

GI: Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

WF: Attualmente sto traducendo un delizioso, romanzo meditativo dello scrittore bosniaco Faruk Sehic, Quiet Flows the Una (Knjiga o Uni). Esso potrebbe essere il mio preferito tra tutti i libri che ho tradotto. Sehic con questo libro ha vinto il premio dell’Unione europea per la letteratura nel 2014.
Questo libro, in gran parte autobiografico, è molto interessante da punto di vista “guerra e pace”. Sehic, in realtà per formazione è un veterinario, è stato coinvolto come un giovane uomo nelle guerre degli anni ’90. Si è salvato dall’abisso dello stress post-traumatico grazie al suo amore per la sua regione d’origine – un paesaggio carsico continentale nel nord-ovest della Bosnia. Un ragazzino che pesca nelle profonde, e limpide acque del fiume vicino a sua casa è ciò che conserva all’uomo adulto la sanità mentale. La scrittura è la sua terapia. E calmo, ma assolutamente struggente.

GI: Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

:: Florence, Stefania Auci (Baldini & Castoldi, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 agosto 2015 by
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Non avevo mai letto nulla di Stefania Auci, il genere storico è stato sempre un po’ distante dai miei acquisti letterari per una motivazione prevalentemente scolastica, legata alla “materia storia” prima e agli esami universitari, poi. Ve e avevo già parlato in merito di un altro bel libro, un graphic novel sempre con ambientazione storico – realistica che trovate qui.

Finché non mi sono imbattuta in Florence e in una citazione, questa:

“Tutti hanno bisogno di qualcosa a cui tornare, che sia una persona o un luogo.

Allora mi sono convinta e, neanche troppi giorni fa, l’ho finito di leggere tutto d’un fiato.

Sullo sfondo c’è Firenze, nella torrida estate di guerra del 1914. In questo clima acceso interagiscono i personaggi e si sviluppa la trama, sotto forma di diario di guerra intervallato da più rosee parentesi ambientate in quei luoghi in cui le granate non arrivano. Almeno per il momento.

Ludovico è un giornalista, scrive su “La Nazione”, il quotidiano di Firenze, e proprio come il più noto poeta D’Annunzio è conosciuto per le sue idee apertamente interventiste: come tanti altri personaggi (di spicco e non) della sua epoca vede, infatti, nella guerra un’occasione di prestigio e ascesa sociale. Carismatico ed affascinante, ha un’amante, Claudia, bella donna e moglie di un ricco avvocato, a cui non si fa problemi a chiedere denaro e favori.

La sua esistenza tutta protesa verso quei benefici che solo l’esperienza in guerra potrà portagli, come se davvero un’esperienza bellica, la prima su scala mondiale, potesse essere portatrice di ricchezza e benestare subisce una svolta quando, durante una manifestazione pacifista, rivede un suo amico e compagno di università, Dante. In quell’occasione conosce anche Irene, venuta dalla Francia e, inaspettatamente, figlia di Laurenti, suo ex professore universitario. La giovane, che ha sempre vissuto a Parigi e ora, dopo la morte della madre, si ritrova a seguire il padre a Firenze, Florence, come ama chiamarla lei – nasce da questa traduzione toponomastica il titolo del romanzo, neanche a dirlo – lo impressiona per la sua verve intellettuale, per il suo piglio e la (forse troppa, per quei tempi) libertà di pensiero, oltre che per un’assoluta indole e credenza pacifista.

I due non stringeranno subito un rapporto. Ludovico viene mandato sulla Marna come inviato di guerra e qui si unisce a un battaglione scozzese. Qui avrà modo di conoscere da vicino quella guerra che, precedentemente, aveva solo idealizzato e questo lo cambierà profondamente. Al suo ritorno, non è più il giornalista deciso, sfrontato e spregiudicato di un tempo. Tutto il contrario: quello che ritorna dal fronte è un uomo smarrito, confuso e tormentato.

Niente è come prima: in primis lui stesso, poi anche il rapporto d’amore con la bella Claudia inizia a vacillare. L’unico a stargli vicino è Dante, che lo invita nella sua tenuta nel Chianti, la Torricella.

Lì c’è anche Irene. I due si incontrano di nuovo, stavolta per più tempo e il legame che nascerà tra di loro aiuta Ludovico a guardare meglio dentro di sé e a comprendere cosa ha davvero perso nell’amara esperienza e cosa, invece, ha guadagnato, in un certo senso al riparo da tutto, proprio quando anche l’immortale città di Firenze, solida dei suoi monumenti e della sua storia millenaria, inizia ad essere minacciata dagli avvenimenti della Prima Guerra Mondiale.

La bravura narrativa e la destrezza stilistica della Auci riesce a far sì che il lettore si ritrovi direttamente al centro della scena, che sia sul fronte o nell’ambiente più tranquillo e riparato della Torricella. Nulla è stridente, nulla è ridondante.
Inoltre, oltre alla perizia storica dettagliata di tutta la narrazione, possiamo trovare in “Florence” importantissimi dettagli socio – culturali propri di quegli anni.

Un esempio? Il romanzo ci dà modo di soffermarci ampiamente sul ruolo della donna e sulla sua considerazione nella società, caratteristiche che assumono connotazioni diametralmente con i personaggi femminili di Claudia e Irene.

La prima, legata alle convenzioni sociali che avevano regolato rispettivamente la vita di sua madre, come quella di sua nonna e così via, a salire, ha scelto di sposarsi per convenienza e, infatti, suo marito è ricco, molto ricco, e le offre una vita più che agiata, ma il suo matrimonio si rivela una trappola poiché l’uomo che ha al suo fianco è risentito con lei, colpevole di non avergli dato un figlio, e quindi fa di tutto per renderle la vita un inferno. Mario come marito “è crudele e grottesco. Violento.”, stando alla descrizione che ci dà la stessa autrice. Per questo motivo, Claudia cerca a suo modo di trovare un po’ di felicità tra le braccia di Ludovico, diventando la sua amante.

L’altra, di ampie vedute, mal sopporta lo stacco provinciale che nota tra la Francia e l’Italia, tra una città laica, artistica e cosmopolita come Parigi raffrontata all’ambiente fiorentino in cui anche solo vedere una donna che fuma sola in un locale può destare scalpore. In più, all’inizio, non riesce a sopportare nemmeno Ludovico, proprio perché la sua strenua fiducia nell’intervento in guerra cozza col visibile pacifismo della ragazza, a cui era stata educata dai suoi fin dalla più tenera età, crescendo con questi ideali nobili e non alla portata di tutti. Nonostante questo aspetto di iniziale diffidenza nel loro rapporto, al ritorno dal fronte Irene lo trova come cambiato e sente di doversi aprire nei confronti di un uomo così diverso da lei eppure così vicino.

Non solo narrazioni belliche, non solo risvolti sentimentali e emotivi. Il nuovo romanzo di Stefania Auci ha il merito di saper spaziare tra i due vasti nuclei tematici, aprendo a svincoli narrativi nuovi ed inaspettati.
Un racconto realistico narrato fin dall’inizio con dovizia di particolari e descritto a tutto tondo sia per quanto riguarda la caratterizzazione storica e dei personaggi, che si muovono come se stesso recitando in un film, sia per ambientazione ed impronta emotiva. Una storia nella Storia che, per importanza di pagine e struttura, non ha nulla da invidiare al Fogazzaro di “Piccolo mondo antico”, tanto per avere un raffronto.

Un plauso a quest’autrice che è riuscita, per la prima volta in anni e anni, a non farmi scappare davanti allo spauracchio che si cela dietro alla definizione di “romanzo storico”.

Stefania Auci, nata a Trapani, ma vive a Palermo, di professione insegnante e scrittrice. Già autrice di romanzi storici, “Fiore di Scozia” (Harlequin Mondadori, 2011), ambientato al tempo di Carlo Stuart e il seguito “La rosa bianca” (Harlequin Mondadori, 2012). “Florence”, pubblicato lo scorso luglio da Baldini & Casoldi, è il suo primo romanzo storico ambientato in Italia. Ha collaborato a lungo con blog letterari e riviste online.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Baldini & Castoldi.

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:: La casa nella prateria, Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Gallucci, 2015) A cura di Viviana Filippini

17 agosto 2015 by
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Chi di voi lettori, nato e cresciuto negli anni ’80, non ha visto almeno una volta il telefilm La casa nella prateria? Lo ammetto, durante la mia infanzia credo di averne guardate solo una o due puntate del telefilm realizzato dall’attore regista Michael Landon (me lo ricordo in Bonanza, altro prodotto TV dove quasi tutti i personaggi avevano gli occhi azzurri). Mi piaceva l’ambientazione immersa nella prateria americana pura, ma non riuscivo a sopportare l’atmosfera troppo mielosa che riguardava i diversi personaggi presenti all’interno della trama. Poi, però, ho scoperto che la fiction prendeva spunto da uno dei romanzi – La casa nella prateria, edito da Gallucci – scritti dall’autrice americana Laura Ingalls Wilder nel 1935, inseriti nella serie di 9 volumi Little House. In questi libri, la Ingalls mette molte delle esperienze personali vissute con la propria famiglia, durante il viaggio che li portò dal Wisconsin, al Kansas, al Minnesota e al Sud Dakota. La scrittrice creò dei personaggi letterari mantenendo i caratteri reali delle persone da lei incontrate, cambiandone i nomi, dando al lettore un mondo letterario realistico. I protagonisti di questa storia sono papà Chalres Ingalls, mamma Caroline, le piccole Mary, Laura e Carrie. La famiglia è la diretta protagonista di un resoconto di vita che coinvolge i lettori (bambini e adulti) trascinandoli in un’America ben diversa da quella super industrializzata che conosciamo oggi. In queste pagine la famiglia si sposta su una carovana alla ricerca di una terra migliore nella quale potersi costruire un futuro. Quando gli Ingalls trovano il posto ideale, il papà, come se niente fosse, comincia costruire la casa per sé e per i suoi cari. La cosa che stupisce, se pensiamo al mondo di oggi, è che ai tempi in cui visse la scrittrice, a quanto emerge da questi racconti, non servivano richieste o permessi per erigere dei muri, bastava solo trovare il posto giusto e mettersi al lavoro. Quello che mi ha affascinato de La casa nella prateria è il modo di scrivere della Ingalls: chiaro, descrittivo al punto giusto e spoglio di tenerezze superflue. Un’accurata cronaca nella quale si leggono, per esempio, le peripezie della famiglia per attraversare la prateria e restare immuni agli attacchi dei lupi. Molto realistica la descrizione delle fatiche e delle difficoltà provate dagli Ingalls nel processo di costruzione della casa. Il lavoro del padre che alza i muri, intaglia il legno per fare i mobili, mette assieme le pietre per il camino, baratta cibo per il sostentamento dei propri cari, fornisce l’immagine di un mondo, dove l’arte dell’artigianato e del fare tutto da sé erano il pane quotidiano per la sopravvivenza. Laura è una bambina che assiste – a volte con senso di impotenza, altre con iperattività – a tutto questo trafficare dei genitori. Sarà lei, piccola eroina, ad aiutare la madre e le sorelle impaurite a spegnere l’incendio che divamperà in casa. Sarà sempre lei, al fianco della madre, ad affrontare i misteriosi e sconosciuti Indiani che arriveranno da loro. Amore per la famiglia, il duro lavoro per ottenere qualcosa, la paura per il diverso (gli animali e gli Indiani), la volontà di non arrendersi e la speranza per il domani, fanno de La casa nella prateria di Laura Ingalls Wilder un fresco e piacevole ritratto storico della società americana dei pionieri che la stessa autrice aveva conosciuto da bambina tra gli anni Settanta e Ottanta del XIX secolo. Traduzione Claudia Porta.

Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Pepin, 1867 – Mansfield, 1957) aveva appena quattro anni quando suo padre decise di lasciare il Wisconsin per cominciare una nuova vita nei territori messi a disposizione dei coloni dal governo americano. Fu solo il primo dei numerosi spostamenti che la famiglia dovette affrontare in quegli anni. Studentessa brillante, nonostante i lunghi soggiorni in zone isolate e prive di scuole, Laura riuscì a coronare il sogno di dedicarsi all’insegnamento. Dalle sue memorie sviluppò la saga letteraria Little House, che ebbe un grandissimo successo. A partire da questo volume, il terzo dei nove scritti dalla Ingalls, prese avvio l’omonima serie televisiva, che in Italia andò in onda dal 1977 e fu amatissima, come ovunque nel mondo.

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