:: Buone Feste!

23 dicembre 2015 by

Christmas (790)Gentili lettori,

e così siamo giunti a Natale, un anno sta volgendo al termine e un nuovo anno si profila all’orizzonte. Voglio prendere questo tempo per ringraziare tutti coloro che hanno dato un (piccolo) concreto aiuto al nostro blog acquistando dai nostri link di Libreria Universitaria i loro libri. Per noi è importante, è l’unica fonte di sostentamento e un concreto segnale che apprezzate il nostro lavoro e in qualche modo ce lo volete dimostrare. Ringrazio soprattutto chi ha acquistato Morte di un commesso viaggiatore, Arthur Miller è un grande, non rimarrà deluso. Che dire, grazie. E’ un grazie vero, sincero, non detto tanto per dire. Siamo ancora lontani dall’essere autosufficienti ma è uno sprone a continuare.  Venerdì 1 gennaio inizieranno le votazioni per il nostro sesto Liberi di scrivere Award, come privato non posso mettere premi in palio, incorrereri in no so bene che multa, anche se avevamo trovato lo sponsor. Resterà un premio simbolico per scoprire quale libro del 2015 avete apprezzato di più. Votate numerosi e soprattutto lealmente. Non c’è gusto se no. A tutti, Buone Feste!

:: Quel fantastico peggior anno della mia vita, Jesse Andrew (Einaudi, 2015) a cura di Elena Romanello

23 dicembre 2015 by
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Greg Gaines è all’ultimo anno di liceo ed è quello che a varie latitudini è considerato lo sfigato della classe, con la passione per il cinema amatoriale e autoprodotto, un nerd però nemmeno tanto brillante a differenza di altri. Il suo migliore nonché unico amico è Earl, un ragazzo afroamericano con alle spalle una famiglia molto più modesta e problematica di Greg, che lo aiuta nei suoi sogni di regista in erba.
Greg vorrebbe solo starsene il più tranquillo possibile, visto che a scuola non è un massimo e bisogna scansare gli scherzi degli altri ragazzi e che trovare una ragazza è una missione impossibile, ma sua madre ha altri progetti per lui e gli chiede di tenere compagnia a Rachel, una sua compagna di scuola che sta lottando contro la leucemia. Greg accetta e con l’aiuto di Earl chiede alla ragazza di poter realizzare un film sulla sua vita, che verrà fuori folle, sconclusionato, ma che sarà alla fine un atto di affetto per una persona che non potrà godersi la vita e fare progetti, che sia finire al college o andare a lavorare.
Il filone con al centro storie di giovanissimi affetti da mali incurabili sembra essere tornato in auge, dopo una prima affermazione quarant’anni fa con Love story, ma Quel fantastico peggior anno della mia vita ha diverse carte a suo favore da giocare, che lo mettono decisamente al di sopra di altri titoli. Innanzitutto, non è patetico e frignone a tutti i costi e non esiste nemmeno il ricatto di far nascere una storia d’amore tra i due protagonisti con tanto di strazianti e allucinanti addii al capezzale.
Greg, Earl e Rachel sono ragazzi reali, con le loro paranoie, il loro essere politicamente scorretti, le loro vite da adolescenti di oggi ma alla fine di sempre, non sono eroi, santini, martiri, e la storia raccontata del libro alla fine non è edificante o noiosamente moralistica, è solo il ritratto di cosa succede quando ti devi confrontare con la morte e sei troppo giovane, non ci pensavi e reagisci con gli strumenti che hai in mano in quel momento, fosse anche un film amatoriale. Uno spaccato di vita di liceo negli Stati Uniti oggi, con le sue pecularietà, alcune descrizioni e interazioni gustose e molto tipiche del luogo (i vari gruppi etnici e culturali, le varie attività), che senz’altro piace ai coetanei, ma che non è sgradevole nemmeno per chi ha vissuto la sua adolescenza qualche anno fa, e che qui può ritrovare qualcosa. E il merito di Jesse Andrews è quello di parlare di giovani e malattia senza sbavature e piagnistei e di raccontare una storia toccante senza far frignare tre volte in una pagina. Una cosa non da poco.
Da Quel fantastico peggior anno della mia vita è stato tratto l’omonimo film diretto da Alfonso Gomez-Rejon vincitore del Premio della Giuria e del Premio del Pubblico al Sundance Film Festival, sceneggiato dallo stesso Jesse Andrews. Traduttore: A. Sarchi.

Jesse Andrews ha qualche anno in più dei protagonisti della sua storia, ha lavorato a lungo come sceneggiatore anche per conto di altri e sta scrivendo il suo secondo romanzo. Nato a Pittsburgh, ha frequentato la Schenley High School e l’Università di Harvard. Abita a Boston. Il suo sito ufficiale è http://www.jesseandrews.com/

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cafè Julien, Dawn Powell (Fazi, 2015) a cura di Federica Spinelli

22 dicembre 2015 by
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Accade qualche volta che il libro giusto ti capiti tra le mani quando meno te lo aspetti. Un po’ come succede, dicono, con i grandi amori. Cafè Julien è forse uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi tempi. È fondamentalmente e prima di tutto un libro divertente. Di quelli che rallegrano, un po’ come quelle vecchie commedie anni 80 con sceneggiature solide e battute rimaste nella storia. Il divertimento di questo libro deriva dalla costruzione quasi millesimale di personaggi a tutto tondo appartenenti a un mondo mitico come la New York degli anni 50 e da un intreccio che non risparmia niente all’ironia, disegnato da un dialoghi arguti e immediati. Il Cafè Julien è il punto di ritrovo della società artistica di un’America uscita dalla Seconda Guerra mondiale e con una gran voglia di ricominciare, ma soprattutto è il teatro delle vicende di artisti, ereditiere sfiorite, mecenati e attrici. In un’atmosfera che ricorda gli anni Venti ma anticipa anche quella ventata di voglia di tornare a vivere che anima tutto il dopoguerra americano, gli incantevoli personaggi si alternano in un continuo andirivieni intorno al Cafè, incontrandosi, lasciandosi, riprendendosi e cercandosi. Elleonora, aspirante fotografa innamorata di Ricky, giovane di bell’aspetto che la insegue per anni senza mai riuscire a raggiungerla, Cinthia, mecenate ed ereditiera e Dalzell, pittore squattrinato insieme con Edith e Jerry, due giovani donne alleatesi per entrare nella buona società di New York: questi sono i personaggi che si rincorrono nel carosello di scene descritto con mirabile maestria da Dawn Powell. Forte di alcune influenze che ricordano Parigi è una festa mobile di Hemingway, Dawn Powell ritrae con ironia e leggerezza un mondo brillante e patinato quanto pieno di contraddizioni attraverso un intreccio dal ritmo veloce e coinvolgente. Il Cafè Julien, teatro di numerose avventure, destinato a essere tristemente demolito e sostituito da un orribile condominio, è non solo il silente scenario del romanzo, ma anche il porto di approdo di speranze e delusioni di una nicchia di artisti in cerca dell’amore, del riscatto o della sopravvivenza e in fuga dai propri fantasmi.

Dawn Powell (1896-1965) È nata in una piccola cittadina dell’Ohio e si è trasferita a New York giovanissima. Riscoperta negli ultimi anni grazie a Edmund Wilson e Gore Vidal, è oggi considerata una delle maggiori scrittrici americane del Novecento. È stata accolta nella Library of America, insieme a Ralph Waldo Emerson e Edith Wharton, e nel giugno 2015 è entrata a far parte della New York State Writers Hall of Fame, al fianco di scrittori del calibro di Henry James e Herman Melville.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Fazi.

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:: Etica dell’acquario, Ilaria Gaspari (Voland, 2015) a cura di Federica Guglietta

22 dicembre 2015 by
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Viviamo in un tempo in cui è sempre più difficile che scrittori giovani, anche giovanissimi, si distacchino da quella che è la generazione di cui fanno parte. Sembra impossibile non far coincidere narrazione e vissuto personale, romanzato o meno che sia. Alcuni ce la fanno, altri decisamente no.
Ilaria Gaspari, alla sua prima prova con un romanzo, “Etica dell’acquario”, uscito a novembre per la casa editrice romana Voland, ci è decisamente riuscita.
Un libro diretto e intenso per una storia che si svolge quasi tutta al passato, dieci anni prima. La protagonista, Gaia, era entrata alla Normale e aveva vissuto appieno la vita della Scuola, scoprendo fin da subito quanto si trattasse di uno spazio di studio e di crescita poco propenso alla socializzazione e ai rapporti umani, quanto più alla competizione e al voler primeggiare sugli altri. A tutti i costi. I compagni, più che sodali, erano nemici, avversari. Il collegio più che una casa era una caserma, un luogo invivibile e ostile, un ecosistema a sé… Un acquario.

“Matteo era scomparso da poco e io, il giorno che mi fermai a fissare lo stagno, capivo finalmente tutto. Nella vasca di cemento in cui i pesci per sopravvivere sviluppavano quei caratteri mostruosi, l’acqua ristagnava, si faceva verde e muscosa; e io vedevo all’improvviso che stare alla Scuola era proprio come essere dentro a un acquario. Ecco perché quel senso di esilio in un luogo innaturale, che a tratti sapeva farsi più selvaggio, più violento del mondo di fuori.”

L’infelicità, le sopraffazioni e i ricordi degli anni universitari, che fanno di “Etica dell’acquario” un romanzo generazionale, sfociano, però, da subito nei toni del noir: Gaia, infatti, rievoca la sua storia in occasione del suo ritorno a Pisa. Non per piacere o per nostalgia, tutt’altro. Una sua vecchia compagna di studi, Virginia, è scomparsa e loro ex alunni vengono convocati tutti insieme per essere interrogati.
Quello che ne esce è sicuramente un’opera matura per una scrittrice alla sua prima prova editoriale, capace di creare un congegno narrativo ben riuscito tra emotività e thriller e anche di oggettivare i sentimenti negativi in un viaggio di ritorno non voluto, ma necessario.
Etica dell’acquario” ha vinto il Premio Vittoriano Esposito 2015.

Ilaria Gaspari, classe 1986, è nata a Milano e ha studiato Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Attualmente vive e lavora a Parigi, dove sta scrivendo una tesi di dottorato. “Etica dell’acquario”, uscito a novembre per Voland nella collana “Amazzoni” è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Pirati. Culture e stili dal XV secolo a oggi, Matteo Guarnaccia (24 Ore Cultura, 2015) a cura di Elena Romanello

22 dicembre 2015 by
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Se c’è una figura che periodicamente torna nell’immaginario popolare è quella del pirata, tornato nei romanzi popolari, da Salgari in poi, nelle figurine, al cinema, nei fumetti, nei serial. I pirati dell’immaginario a volte ricalcano come erano davvero, in quanto a ferocia e violenza (o meglio come sono, visto che nel Sud del mondo esistono ancora, come insegnano le vicende di Paesi come la Somalia o l’India), altre volte sono un emblema di romanticismo e avventura oltre ogni limite, gente che si ribella ad una società ingiusta in nome della libertà.
Ai pirati è dedicata una delle proposte del Sole 24 ore Cultura, Pirati, un volumone illustrato più che scritto, che racconta appunto il mito dei pirati nelle arti figurative, mescolando copertine di dischi e di antichi libri, moda e travestimenti ispirati ai pirati (ritornato in auge con Jack Sparrow), cartoline e ritratti di pirati veri, immagini da film e incisioni dell’epoca della pirateria. Nei testi si citano canzoni, film, realtà storiche, anche se questo è un libro che parla per immagini, a differenza di altre pregevoli e interessanti storie della pirateria che sono uscite nel corso degli anni, presso vari editori nel corso degli anni.
D’altro canto qui si vuole parlare di come una figura è rimasta tra realtà e fantasia, e per farlo si lascia spazio all’arte visiva, tra alto e basso, cultura popolare e Storia, per un risultato curioso e interessante, dove convivono David Bowie, Vivien Westwood, Barba Nera, sir Walter Raleigh, il corsaro nero e Capitan Harlock. Un omaggio a come è stata interpretata la figura del pirata, ribelle con una causa e un codice d’onore, che magari lottava contro i pirati cattivi o più spesso contro dittatori, re e simili. Un immaginario spesso inventato ma molto efficace e duraturo.
Un libro per chi si è appassionato per le storie di pirati, magari fin da bambino, storie che sono cambiate ma hanno mantenuto lo spirito dell’avventura e della ribellione, magari combinandoli con ambientazioni fantastiche o per contro con un recupero della realtà storica. Ma anche un libro per chi ama le arti in tutte le loro forme, come testimoni della realtà in tutti i suoi aspetti e come capaci di reincarnare sogni, aspirazioni, immaginari.

Matteo Guarnaccia, classe 1954, ha dedicato la sua vita e il suo lavoro allo studio dell’arte e delle controculture mondiali, occupandosi di hippy e sciamanesimo, realizzando mostre, collaborando con il mondo della moda e con quello della musica, scrivendo libri e realizzando reportage. Tra le sue opere: Paradiso psichedelico, Amsterdam 1967 – 1974: La Mecca degli Hippies (AAA Edizioni), Magickal Mystery Book. Visioni esoteriche intorno ai Beatles (Apogeo – Urrà), Underground Italiana ( (Shake edizioni), Ribelli con stile. Un secolo di mode radicali (Shake edizioni).

Source: mandato materiale documentario in tema dalla casa editrice.

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:: Furto di Natale, Raffaella Ferrari

21 dicembre 2015 by

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Il disordine regnava sovrano nel grande salone dai pavimenti di marmo di Carrara. Il maresciallo Saverio Lo Giudice si guardò intorno. Le due poltrone Frau di pelle erano rovesciate, i tendaggi di broccato rosso risultavano malamente strappati, diversi soprammobili giacevano in terra rotti. Un tagliapizza era abbandonato sopra il prezioso tappeto persiano anch’esso ammucchiato in un angolo.
La contessa Bianca Maria De Mastri piagnucolava seduta sul divano bianco. “i miei preziosi quadri, i miei preziosi quadri, tutti scomparsi, rubati… Proprio la notte di Natale…” Ripeteva fra le lacrime come fosse una filastrocca senza senso, una nenia infantile.
Dalle pareti, infatti, pendevano diverse cornici prive di tela. Saverio le esaminò da vicino e si accorse che i dipinti erano stati asportati con  tagli netti. Facile e pulito, pensò. I ladri avevano portato via solo la tela: Probabilmente dopo averla recisa dalla cornice l’avevano arrotolata.  Avevano così potuto accaparrarsi diverse tele occupando poco spazio.
La grande vetrata che dava sulla scogliera a picco sul mare era frantumata. I vetri erano finiti tutti sugli scogli sottostanti.
Il brigadiere Sarrino, braccio destro del maresciallo, si rivolse al suo superiore con tono confidenziale. Collaboravano da anni ormai, nella piccola caserma rosa di Portovenere, e il loro rapporto travalicava quello di lavoro per rasentare quello di una vera amicizia.
“La situazione è chiara” disse  “mentre la contessa era alla messa di Natale i ladri si sono arrampicati su per la scogliera, che avranno raggiunto in barca, poi hanno sfondato il vetro della porta-finestra e sono entrati. Con quel tagliapizza hanno asportato le tele e sono scappati con il loro bottino da dove sono venuti…”
Saverio Lo Giudice guardò di nuovo il salone, dove l’enorme albero di Natale , rimasto clamorosamente intatto, sembrava ammiccare con le sue luci al led intermittenti.
Si voltò verso la contessa.
“I quadri erano assicurati?” Chiese.
“Certamente…”
“Chi altro vive nella villa?”
“Solo i domestici, ma, chiaramente, questa notte erano in libertà”
“Chi era a conoscenza dell’assicurazione sui dipinti?”
” Nessuno naturalmente! Non ho familiari  che risiedano vicino e non metto certo al corrente la servitù dei miei interessi!”
“Bene. Se le cose stanno così la dichiaro in arresto per frode dell’assicurazione…”
“Ma è impazzito?!” Protestò la donna rossa in volto per la rabbia “lo sa chi sono io?”
“Sì. Una bugiarda!”
Bianca Maria si alzò furente e minacciosa
“Spero che sappia quel che dice, maresciallo, e che abbia le prove! Altrimenti i suoi superiori saranno informati della sua sfacciata incompetenza” urlò rabbiosamente, agitando il bastone che portava sempre con sé.
“Certo, contessa. Lei é colpevole. E ora le dimostro anche perché.  Per cominciare i vetri rotti della finestra sono verso l’esterno. Questo significa che il colpo che ha infranto la vetrata è stato sferrato da qualcuno che si trovava in questo salone. In caso contrario, infatti, se chi ha rotto i vetri fosse stato all’esterno, in bilico sulla scogliera, i frammenti sarebbero stati qui, sul pavimento. E perché qualcuno che era già dentro avrebbe dovuto rompere la finestra se non per farci credere a un’effrazione che invece non c’è stata? E poi c’è la faccenda del tagliapizza. Nessun esperto di arte farebbe mai una cosa simile: Tagliare una preziosa tela con un aggeggio del genere equivarrebbe a danneggiarla irrimediabilmente. Invece i tagli sulle tele sono netti, perfetti. E lei come tutti sanno è un’esperta d’arte. Non avrebbe potuto sopportare che i suoi meravigliosi dipinti venissero danneggiati, neanche per riscuotere il premio dell’assicurazione. Però ha voluto lasciare il tagliapizza in bella mostra per convincerci che a rubare i quadri fosse stato qualcuno poco esperto, qualche ladro occasionale. E anche il disordine nella stanza è esagerato per dei ladruncoli che poi hanno portano via solo tele… Non ho dubbi contessa, confessi!”
“Che tu sia maledetto!” Urlò la contessa cerea in volto “non avrai mai una confessione da me!”
“Non ce ne sarà bisogno, mi dia il suo bastone da passeggio…”
“No…”
Il brigadiere, rispondendo ad un’occhiata di Lo Giudice, le strappò il bastone di mano e lo porse al maresciallo che, lesto, svitò il gommino sul fondo. Il bastone era vuoto all’interno e dalla cavità uscirono le quattro tele arrotolate.
Di fronte all’evidenza la contessa Bianca Maria De Mastri emise un grido animalesco e svenne fra le braccia dell’attonito brigadiere Toni Sarrino.

Raffaella Ferrari è nata a La Spezia e i gialli sono la sua passione. Dopo la laurea in Filosofia, ha partecipato a diversi premi letterari ottenendo buoni riconoscimenti. Al suo attivo ha la pubblicazione di diversi romanzi gialli, tutti ambientati nella Provincia della Spezia (da Sarzana, a Cadimare, alle Grazie e Portovenere. Numerose nel tempo anche le collaborazioni con riviste letterarie (fra le quali “Storia e Dossier – Giunti Editore”), web magazine (“Pensalibero.it” e “O Magazine”) e riviste locali (“La Spezia Oggi”, “Gazzetta della Spezia”, “I Ragazzi di Piazza Brin” e “Cadimare… sapori e colori del Golfo”). Ha inoltre condotto una trasmissione televisiva per una rete locale dal titolo “Sanremo Dossier”. Vive e lavora nella sua città natale, con suo marito, sua figlia Manuela e il piccolo persiano Teddy Bear.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Tom Clancy’s Full Force and Effect, Mark Greaney, (Putnam’s Sons, 2014) a cura di Stefano Di Marino

21 dicembre 2015 by

tomDa solo vale 5 Segretissimi, nel senso che le quasi 700 pagine raccolgono in realtà quattro o cinque storie che potrebbero stare in piedi da sole e invece sono unite da un solo filo conduttore: in questo caso un piano dei nordcoreani per lo sfruttamento minerario di una regione da adibire poi alla costruzione di missili intercontinentali. Dal Vietnam si passa all’Europa, al Messico , a una missione di infiltrazione in Corea con vari personaggi occupati in missioni differenti che si collegano. Un’altra ottima prova di Greaney che sa gestire azione, detection e fantapolitica con buon equilibrio. Di certo la sequenza migliore è l’attentato a Jack Ryan senoir. Devo dire che questi nuovi mi appassionano molto di più degli originali.

Mark Greaney. The Gray Man, il thriller con cui ha debuttato è diventato un bestseller nazionale, ed è stato nominato per un premio Barry nella categoria Best Thriller. Il seguito, On Target, è stato anche nominato per un premio Barry nella categoria Best Thriller. Ballistic, il terzo della serie ha ricevuto recensioni entusiastiche tra cui quella del New York Times. I libri di Mark sono pubblicati in varie lingue e sono disponibili in ebook e audiolibri anche. Mark ha una laurea in Relazioni Internazionali e Scienze Politiche. Nelle sue ricerche per i soggetti di Gray Man e dei romanzi di Tom Clancy ha viaggiato in decine di paesi, ha visitato il Pentagono e molte agenzie di intelligence di Washington, ed è stato addestrato all’uso delle armi da fuoco insieme a militari e forze dell’ordine, alla medicina sul campo di battaglia, e  alle tecniche di combattimento ravvicinato. Mark vive a Memphis, Tennessee.

:: Lost in translation, Ella Frances Sanders (Marcos Y Marcos, 2015) a cura di Federica Guglietta

19 dicembre 2015 by
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Lost in translation è un gioiellino. Ai più distratti, magari, ricorderà il famoso film con Bill Murray e Scarlett Johansson del 2003.
Sempre di intraducibile si tratta, ma su un altro livello.
Ho avuto modo di prenderlo a Più Libri Più Liberi, ma già sapevo della pubblicazione di questo libro da novembre, ne avevo letto buone cose in giro su internet: edito da Marcos Y Marcos, con la traduzione di Ilaria Piperno e le splendide illustrazioni dell’autrice, la giovane Ella F. Sanders, scrittrice e disegnatrice cosmopolita. Chi meglio di lei, allora, poteva consegnarci questo prontuario emozionale della parola mancante, quell’insieme di fonemi che manca nella maggior parte delle lingue del mondo e, guarda caso, esiste e resiste in hindi, malese, gallese o persino in urdu.
Sapevate che i norvegesi usano una parola ben precisa per tutto, ma proprio tutto, quello che può essere contenuto tra due fette di pane? No? Ebbene, la risposta è “pålegg”. Oppure che “tiam” in farsi sta ad indicare quello scintillio negli occhi quando si incontra per la prima volta una persona che davvero ci piace. Poi c’è “waldeinsamkeit” che per i tedeschi indica quella piacevole sensazione di essere soli nel bosco. E ancora, per i tanti lettori forti assidui frequentatori di Liberi di Scrivere, dovete sapere che in giapponese esiste una parola per indicare la pila di libri ancora da leggere accatastati sul comodino, messi in attesa: si dice “tsundoku”. Esula tutte le unità di misura la parola araba “gurfa” che sta puntualmente ad indicare la quantità esatta di acqua che può essere contenuta nel palmo di una mano concavo, per abbeverarsi.
Le parole scovate, selezionate e illustrate dall’autrice sono cinquanta e io non voglio svelarvele tutte, quindi, se vi va, non vi resta che immergervi nella lettura. Restereste sicuro senza parole.
Illustrazioni di Ella Frances Sanders. Traduzione italiana di Ilaria Piperno.

Ella Frances Sanders è una scrittrice e illustratrice ventenne, o giù di lì, che per scelta vive un po’ ovunque, negli ultimi tempi in Marocco, Regno Unito e Svizzera. Ama realizzare libri fatti di vere pagine e disegnare per persone che le piacciono. Non le fanno paura le domande né gli orsi.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Ex voto, Marcello Fois (minimum fax, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 dicembre 2015 by
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Questa short story è la mia prima lettura di Fois. Mi incuriosiva perché era in presentazione il secondo giorno a “Più Libri Più Liberi” e, fortunatamente, come tutti i libri presi alla cieca fino ad adesso, non mi ha deluso.
Eppure un po’ ero titubante, forse per l’argomento, che sentivo poco mio, per niente vicino al mio quotidiano.
Eppure, inaspettatamente, a fine lettura, ne sono uscita con un libro che merita, merita davvero.
Facciamo un passo indietro e lasciate che vi presenti Antonia “Tony”, Jenny e Mariarca che vivono ad Adelaide, in Australia, ma come tradisce il “nome parlante” della terza, sono di origini italiane. Adelaide, dopo Napoli, infatti, è il secondo luogo di culto della Madonna dell’Arco in tutto il mondo.
Tre personaggi femminili, tutte – ognuna a suo modo – protagoniste della storia, ognuna ha un suo peso.
Tony è figlia di Mariarca, Jenny è figlia di Tony. Tony è forte, ruvida e sfuggente, protegge Jenny col suo amore di madre, per non farla sentire più incompleta di quello che già non sia. Ha evidenti problemi di salute e di crescita, Jenny, quella figlia imprecisa per una madre imperfetta, ancora bambina in un corpo da adolescente. Mariarca è la madre colpevole, che è scappata lontana da Napoli e dall’Italia per arrivare in un continente terra di tutti e di nessuno, dove ricominciare tutto da capo. Lei, la “strega”, straordinariamente devota e attaccata alle proprie radici, nonostante tutto, è la nemesi perfetta di sua figlia Tony, che arriva a rinnegare persino il suo nome, per lasciarsi il passato alle spalle, per svecchiarsi, per essere una del posto. Non ricorda il vero motivo del loro trasferimento. O fa solo finta di non ricordarselo.
Fois ci catapulta con un ritmo incalzante e, per questo, mai noioso, in un tempo lontano che brucia più della ferita sullo zigomo alto di sua figlia e che stenta a rimarginarsi. Perché i miracoli non salvano mai del tutto e questo Tony, Mariarca e Jennifer, seppur inconsciamente, lo sanno.
In un atmosfera ovattata e non per questo meno altalenante si susseguono culti religiosi, immagini e persone del passato, presente e, forse, anche da un probabile futuro, in un romanzo breve che ha le sue basi nei saggi antropologici che hanno individuato il culto della Madonna dell’Arco ad Adelaide. Strano, ma vero.

Marcello Fois, classe 1960, è nato a Nuoro, ma vive da anni a Bologna. Laureato in Italianistica, è un autore prolifico, non solo in ambito letterario in senso stretto, ma anche per teatro, radio e fiction televisiva. Negli anni pubblica con Einaudi, Frassinelli, Marcos y Marcos e altri. Tra i suoi scritti ricordiamo: “Sempre caro” (Premio Scerbanenco – Einaudi, 1998); “Dura madre” (Einaudi, 2001); “Memoria del vuoto” (Premio Super Grinzane Cavour e Premio Volponi – Einaudi, 2007); “Nel tempo di mezzo” (finalista al Premio Strega – Einaudi, 2012); “Luce perfetta” (Einaudi, 2015). “Ex voto” è il primo suo romanzo breve, o racconto lungo che dir si voglia, edito da minimum fax. Il suo sito è: http://www.marcellofois.it.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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Info: disponibilità immediata solo un pezzo.

:: Nebbia – Massimiliano Franchetto

18 dicembre 2015 by
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Boldini – Ritratto La Contessa Speranza

Era una di quelle grigie mattine di fine novembre, di quelle in cui la nebbia, che a Mantova fa parte dell’arredo urbano, non sembra avere nessuna intenzione di alzarsi. Un sole malato stentava a filtrare dalla coltre lattiginosa, mentre la città, come ogni giorno, iniziava i suoi riti fatti di caffè e di saracinesche che si alzano nella speranza che la Crisi, quella che si scrive con la “C” maiuscola di fronte alla quale gente con tre lauree ha dato prova di criminale incompetenza, passasse rapidamente.
Ero reduce dal turno di notte, tuttavia l’abitudine di fare due passi in centro dopo aver passato un paio d’ore a leggere, era più forte della stanchezza o delle condizioni metereologiche, per cui, barcamenandomi tra plotoni multietnici di studenti che si affrettavano per non arrivare in ritardo a scuola, commesse impomatate che sfilavano impeccabili per corso Umberto con gli occhi fissi sui loro smartphone e impiegati di banca che uscivano dai bar come se fossero stati impegnati a salvare il pianeta, mi avviai verso piazza Sordello, in modo da rispettare la regola autoimposta dei quattro chilometri quotidiani.
La adoravo, con quella leggera salita che conduce verso il Duomo e con le arcate quattrocentesche di Palazzo Ducale, sempre pronte a ricordare il passato glorioso della mia piccola città.
Ma il punto che forse più mi affascinava era il campanile del Duomo, un torrione romanico, non troppo alto con una nicchia ospitante una testa di donna, forse il frammento di un’antica statua romana: una sorta di rievocazione del mito della Grande Madre messa su quello che in epoca medievale era l’edificio più alto della città per sorvegliarla e proteggerla.
Mi piaceva fermarmi a fumare una sigaretta sotto alle arcate di Palazzo Ducale, osservando la piazza animarsi stancamente, tra stranieri diretti in questura e qualche sporadica comitiva di turisti.
Nonostante fossero ormai le nove passate, la nebbia non si era minimamente diradata, al punto che persino la sommità della Torre della Gabbia si distingueva a fatica e gli sporadici passanti assumevano i contorni di figure spettrali.
Oggi non vediamo il sole, mi dissi spegnendo stancamente il mozzicone.
In quel momento un brivido mi attraversò la schiena, uno di quei brividi che non hanno nulla a che fare con la temperatura. Mi voltai di scatto e notai due donne provenire dall’ex Mercato dei Bozzoli.
Una delle due catturò immediatamente la mia attenzione, forse per il fatto che era bellissima o perché sembrava emanare qualcosa di… speciale. Sembrava poco sotto la quarantina, capelli biondo scuro, viso affilato con due occhi che ricordavano il colore del cielo di quella mattina e parlava fittamente in russo con la sua amica, che invece aveva più l’aria della classica matrona dell’Est.
Tuttavia, mi parvero vestite in modo troppo elegante per essere semplici badanti, soprattutto la bionda, con i suoi immacolati jeans di marca, gli stivali e la borsetta griffata.
Avanzarono di buon passo verso l’arco che divideva la piazza da via Cavour, così, spinto da non so quale impulso, le seguii, tenendomi a debita distanza.
In piazza Broletto si salutarono e si divisero: fortunatamente la matrona si avviò verso via Ardigò, quasi come se il Destino, ironico come sempre, avesse voluto farmi credere di poter tentare un approccio con la più bella delle due che, senza sapere perché, soprannominai subito “la contessa”.
Spinto dalla fantasia iniziavo già a costruire ipotetiche storie su di lei. Forse era l’ex moglie di qualche miliardario e poteva permettersi di sperperare il suo assegno mensile venendo a fare shopping in Italia, mentre lui se ne stava a Londra, spaparanzato sul sedile posteriore di una Bentley, fingendo di vendere gas uzbeko dal suo IPad… Oppure era un’ex spogliarellista che aveva accalappiato qualche produttore di salumi della provincia ed aveva passato la notte in città a spassarsela con il suo amante, che certamente aveva dieci anni meno di lei…
Nella mia mente bacata tutto era possibile, anche se, tra tutte le ipotesi, comprese quelle apparentemente più strampalate, esclusi immediatamente che si trattasse di una escort: troppo avanti con gli anni, nonostante fosse bellissima.
Attraversò piazza Mantegna con un passo da bersagliere, si voltò di scatto e si infilò in un bar. Probabilmente si era accorta del sottoscritto.
Che fare? Tirare dritto e lasciar perdere tutto, mettendosi la sua immagine alle spalle con un sospiro o entrare per vedere la sua reazione, magari rimediando l’ennesima figura da imbecille con una donna?
Optai per questa soluzione, ripetendomi che al massimo mi sarei limitato a fingere di leggere i giornali lanciandole di tanto in tanto qualche occhiata, solo per imprimermi il suo volto nella memoria.
Entrai, senza riuscire a vederla tra gli avventori al bancone. Strano, non poteva essersi volatilizzata così, pensai, a meno che non sia andata alla toilette… Ormai ero lì, quindi ordinai un caffè e presi di mira la Gazzetta dello Sport su uno dei tavolini. Della Contessa nemmeno l’ombra, quindi terminai in fretta il mio caffè, pagai ed uscii, con la sensazione di dovermene tornare a casa con le pive nel sacco.
Accesi una sigaretta e mi avviai per corso Umberto Primo, cercando di distogliere i miei pensieri da quello strano incontro, quando, come per magia, me la ritrovai davanti, intenta a studiare la vetrina di un negozio d’abbigliamento.
Ora o mai più, mi dissi sperando che parlasse un inglese decente. Dovevo solo percorrere una trentina di metri con tutta calma, avvicinarmi e buttare lì una frase adatta alla situazione: una frase che fosse contemporaneamente garbata, ironica e originale, in modo da non apparirle né il classico molestatore all’ultima spiaggia, né un Dongiovanni da strapazzo e né tantomeno un potenziale spasimante. In fondo la mia attrazione per lei nasceva solamente dalle mie fantasticherie, dal personaggio che le avevo costruito sopra, indiscutibilmente alimentato dal suo fascino quasi rétro
In quel momento due corrieri indiani attraversarono la strada trainando i loro carretti stracarichi di scatoloni, che si rovesciarono rotolando fin quasi ai miei piedi, costringendomi ad effettuare una sorta di gimkana tra bestemmie in una lingua incomprensibile e pacchi sparsi ovunque.
Ovviamente la contessa era, nel frattempo, sparita dalla mia visuale.
Provai a gettare un’occhiata in via Oberdan: nulla.
Pazienza, mi dissi, si vede che doveva andare così.
Guardai l’ora: quasi le dieci, tanto valeva tornarsene a casa.
Alla fine di corso Umberto notai un negozietto di orologi usati e antiquariato, di cui non conoscevo l’esistenza. Probabilmente aveva appena aperto, dato che ormai, a causa della Crisi, i negozi del centro aprivano e chiudevano nel giro di sei mesi.
Diedi un’occhiata alla vetrina ed un oggetto colpì subito la mia attenzione: un Omega Speedmaster a carica manuale, come quello indossato dagli astronauti al tempo del primo sbarco sulla Luna.
Pur sapendo di non potermelo permettere, entrai per chiedere il prezzo.
-Buongiorno.- Mi accolse il titolare, un tizio un po’ effeminato con gli occhiali e l’aria di trovarsi lì per espiare chissà quale colpa.
-Salve, volevo sapere il prezzo dell’Omega in vetrina…- Mi bloccai di colpo.
Sulla parete di fianco al bancone avevo notato una fotografia in bianco e nero, incorniciata: un ritratto di donna dei primi del ‘900. Una donna che riconobbi subito, nonostante il vestito e l’acconciatura. La targhetta posticcia applicata alla cornice diceva “contessa Alexandra Petrovna Kyiviatna (1878-1918).
-Lo Speedmaster appartiene ad una serie celebrativa prodotta nel ’79, per il decennale dello sbarco sulla Luna…- Iniziò il titolare effeminato prendendo l’orologio dalla vetrina per mostrarmelo in ogni dettaglio.
Ma io non lo sentivo più, dato che stavo fissando la fotografia come se fossi stato ipnotizzato.
-Tutto bene?- Mi chiese, forse sconcertato dalla mia espressione.
-Sì.- Risposi tentando di riordinare le idee. – Ho solo visto un fantasma.-

(Mantova, Dicembre 2015)

Massimiliano Franchetto, ha 43 anni, è nato a Mantova, dove vive tutt’ora. Lavora come benzinaio in un’area di servizio in autostrada e per hobby scrive praticamente da sempre. Ha pubblicato due romanzi horror su Ilmiolibro.it,  ed essendo un grande appassionato di automobilismo, cura saltuariamente la pagina dei motori sulla rivista “Lo sguardo“, un mensile a diffusione locale.

:: Di impossibile non c’è niente, Andrea Vitali, (Salani 2015), a cura di Viviana Filippini

18 dicembre 2015 by
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Di impossibile non c’è niente di Andrea Vitali, edito da Salani, è un libro per bambini, ma anche per adulti che, grazie a questa divertente e curiosa storia, potranno recuperare quella spensieratezza fanciulla, troppo spesso dimenticata una volta diventati grandi. La vicenda, narrata dallo scrittore nato sul lago di Como, ha come sfondo una tranquilla, ma allo stesso tempo originale, casa di riposo per anziani, nota con il nome di Ospizio Vistalago. Qui si è ritirato Babbo Natale e, accanto a lui, ci sono i tanti altri amici e personaggi della tradizione: i Sette Nani, il Topolino dei Denti, la Cicogna che Porta i Bambini e la Befana. Perché sono in questo posto? Semplice. La vita delle persone si è trasformata a tal punto che, certe abitudini del passato sono cadute nel dimenticatoio per sempre. A smuovere Babbo Natale e i suoi compagni dall’armonioso, ma anche un po’ monotono, torpore della casa di riposo, è l’arrivo di una letterina. A scriverla il bambino Gelso, il quale chiede aiuto a Babbo Natale, perché lo stupendo boschetto davanti a casa sua rischia di essere abbattuto. Motivo? L’intento dei grandi è di eliminare il bosco fatto di alberi sui quali nascono fragoline meravigliose per costruirci case, altri palazzi e ancora case. Leggendo le parole del bambino Gelso, Babbo Natale sente rinascere in lui la voglia di agire e di fare il bene per il prossimo. Questa forza rinnovata, un poco alla volta, coinvolgerà anche tutti gli altri ospiti dell’ospizio, che metteranno da parte i loro acciacchi per aiutare il piccolo Gelso. Recuperando la vitalità di un tempo, Babbo Natale e i suoi amici, con le loro eroiche gesta, dimostreranno che bastano pochi, semplici gesti per rendere davvero felici i bambini. Andrea Vitali crea una favola per i piccoli lettori nella quale la magia e la fantasia faranno sognare i bambini, portandoli in un mondo nel quale tutto è possibile se lo si desidera con tenacia. Allo stesso tempo, l’intreccio narrativo creato dall’autore ha la potenza comunicativa tipica del romanzo per adulti, perché spinge il lettore (adulto o bambino che sia) a riflettere sul valore delle tradizioni e su quanto sia importante mantenerle vive, trasmettendole nel tempo. Di impossibile non c’è niente di Andrea Vitali è una storia di Natale dove ci si diverte e si ride in compagnia di Babbo Natale e dei suoi compagni ma, allo stesso tempo, il libro ci invita a non dimenticare quegli usi e costumi tramandati di generazione in generazione. Illustrazioni Fabiana Bocchi

Andrea Vitali da ragazzo voleva fare il giornalista, ma poi suo padre l’ha convinto e, dopo aver fatto lavoretti come andare a leggere i contatori dell’acqua, consegnare i certificati elettorali, lo scrutatore nei seggi elettorali e il contadino, ha finito per fare il medico. È nato a Bellano, sul Lago di Como, ed è proprio lì che, ispirato dal denso odore di spezie dell’acqua immobile e scura, ha cominciato a scrivere romanzi, e non si è più fermato. Ha scritto più di venti libri per adulti che hanno venduto oltre tre milioni di copie, ma è solo da qualche anno che ha cominciato a dedicarsi anche ai ragazzi, imparando a farsi amare da intere generazioni. Il successo però non gli ha dato alla testa e continua a vivere, sognare e scrivere nella sua Bellano, inebriato dall’aria del lago di cui profumano tutti i suoi romanzi. Il suo sito ufficiale è: www.andreavitali.info

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Salani.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Sotto una buona stella, Richard Yates, (minimum fax, 2014) a cura di Giulietta Iannone

17 dicembre 2015 by
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Sotto una buona stella  (A Special Providence, 1965, 1969) è il mio primo Yates, il mio approccio con questo scrittore, che già di per sè dovrebbe far tremare le vene ai polsi a qualsiasi lettore abbia intenzione di approfondire la cosiddetta letteratura alta, poco commerciale, quasi per adepti. Forse è una scelta azzardata. Revolutionary Road, il suo libro più noto, sarebbe stata una scelta più canonica, e io mi sono rifiutata pure di vedere il film, almeno non prima di aver letto il libro. E questa occasione non si è mai presentata. Non l’ho mai cercata, è più corretto dire.
Sotto una buona stella è dunque una divinità minore nel pantheon yatesiano. Ma sempre di divinità si tratta. Critiche tiepide al suo apparire, poco calore dal pubblico (ricordiamo Yates è per adepti), un certo ripetersi di temi che sembrano totemici per questo autore, ripetuti senza vincoli di continuità, e espressi quasi in tono minore. Che dire Yates o lo si ama o lo si odia. E’ difficile dire ni, mi piaciucchia. E anche chi lo odia deve riconoscere che è uno scrittore notevole, forse solo i temi appunto che tratta possono scoraggiare o apparire indigesti.
La mia totale ignoranza sulle sue opere (è difficile non aver sentito parlare di Yates) mi impedisce di fare seri raffronti (anche solo nella mia testa) e mi spinge a usare la prefazione di Francesco Longo e i cenni biografici di Andreina Lombardi Bom (che è anche la sensibile traduttrice del testo) come due mappe astrali (restando in tema di stelle). L’ignoranza però non viene sempre per nuocere, anzi, in questo caso, mi permette uno sgurado scevro da scorie, preconcetti, o idiosincrasie.
Yates è un autore difficile, non perche sia particolarmente oscuro o contorto, (la sua scrittura è piuttosto limpida e lineare, classica se vogliamo), ma per i temi che affronta, altamente autobiografici (se non psicoanalitici). Il suo realismo, perchè di realismo si è parlato, non tende all’ autoassoluzione o alla catarsi. E’ spietato, essenziale, (alcuni ritengono abbia portato al minimalismo) e senza dubbio americano. Non disdegna le parti sgradevoli, spoglia i suoi personaggi e ce li presenta nella luce peggiore.
Non è un realismo moralista. Si tiene ben alla larga da giudizi di merito o condanne preventive. Forse è condannato e contaminato da una certa freddezza che rende difficile parteggiare per i suoi personaggi. Anche nel finale, che non anticipo, ma che dovrebebre essere il culmine della nostra empatia verso Alice Prentice (la madre) e quasi invece lo accogliamo come una sorta di liberazione.
Piacevoli però i corsi e ricorsi, e la struttura circolare. Inizia nel prologo con madre e figlio che vanno a cena (crocchette di pollo, faccio finta di ascoltarti, etc.) e si ripete quasi identica nell’epilogo con Alice e l'”amica” Natalie Crawford a parti invertite.
Sotto una buona stella è un romanzo senza eroe, dunque, e Robert Prentice (il figlio) se ne accorge suo malgrado (in guerra) di non averne la vocazione. Ma Alice Prentice al contrario è titanica nel suo fallimento, nelle sue aspirazioni tradite, nel suo coraggio sprecato, nel suo amore per il figlio. E’ un personaggio da tragedia greca a cui si perdona egoismo, grettezza, e superficialità, tanto il suo sogno e le sue illusioni sono alte e incontaminate.
La pochezza (di ambienti, destini, talento) che la circonda non la sfiora e non l’annienta. Ha una fiducia incondizionata nel futuro e nelle sue possibilità e quasi rimpiangiamo di non potere vedere la sua faccia e conoscere i suoi pensieri dopo l’ultima lettera, con vaglia accluso, del figlio. Ma se tanto ci da tanto, non accetterà come una sconfitta neanche quella ennesima beffa del destino. Se Yates è realista, Alice Prentice è l’irrealtà fatta donna, con buona pace del sogno americano.
Un gigante e soprattutto un maestro per generazioni di scrittori.

Richard Yates (1926-1992) dopo una vita avara di successi e diversi anni di ingiustificato oblio, è stato recentemente scoperto come una delle voci più significative della letteratura americana del Novecento: la sua scrittura cristallina e spietata ha anticipato il realismo di Raymond Carver e Richard Ford, e oggi viene ammirata da narratori come Nick Hornby, Michael Chabon e Zadie Smith. Yates è autore di nove libri, fra cui la raccolta di racconti “Undici solitudini” e i romanzi “Easter Parade” e “Disturbo alla quiete pubblica”, tutti editi in Italia da Minimum Fax, che sta ripubblicando la sua opera Omnia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.