:: L’invenzione della madre, Marco Peano o della malattia come metafora (minimum fax, 2015) a cura di Giulia Guida

17 gennaio 2016 by
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Marco Peano ha scritto il romanzo che stavo cercando dalle sei di mattina del dodici febbraio duemilatredici, quando mio padre – nella sua forma di organismo umano bipede a sangue caldo come l’avevo immaginato per i primi ventitrè anni della mia vita, con tanto di discutibili maglioni a rombi, una passione irrefrenabile per la frutta martorana, un’eccitazione quasi fisica per i numeri e gli LP di Giorgio Gaber nascosti tra un ventricolo e l’altro con disincanto e ostinazione – ecco, quando tutto quello che aveva contribuito a costituire l’entità “padre” fino a quel momento ha smesso di esistere. Quando si guarda una persona morire, – nell’istante della transizione tra uno stato e l’altro della materia – nella coscienza dell’osservatore si impone un’evidenza, arriva luminosa e inappropriata, quell’evidenza che accomuna tutte le specie dell’universo fin dall’era della formazione del primo protozoo unicellulare: ovvero, noi siamo il nostro corpo.

Si vive dentro un corpo per anni, decenni alle volte, senza avere una piena consapevolezza del suo peso, senza la necessità di combattere per la sua sopravvivenza, senza la preoccupazione di preservarlo dal suo naturale e inevitabile processo di decadimento. Da giovani si canalizzano tante di quelle energie verso l’interno, impegnati come siamo nella costruzione e nella cura della nostra introspezione, che si finisce per dimenticare la caducità del corpo, ridotto a mero involucro della personalità, concepita invece come un’entità immateriale ma destinata a un’esistenza più duratura, vincolata a una promessa di non deperibilità, scriverebbe Peano. Fin quando non ci si ammala o si guarda qualcuno ammalarsi. Solo a quel punto l’integrità del corpo appare in tutta la sua indispensabilità, quando il mondo già comincia a dividersi in sani e malati, in funzionanti e guasti, in vivi e morituri. Ecco perché Peano è riuscito laddove altri hanno fallito: ha raccontato con una lingua dolorosamente concisa non la morte e la successiva rielaborazione della perdita, ma la storia di un corpo che muore, la storia di una malattia, che si trasforma nella storia della malattia stessa.

Mi ricordo che una delle volte in cui mio padre era ricoverato presso l’ospedale di Padova, mentre bighellonavo nella sezione saggistica della Feltrinelli, mi sono imbattuta nel libro di Susan Sontag, “Malattia come Metafora”. “La malattia”, scriveva Sontag, “è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiamo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese”. La dicotomia che consegue dall’insorgenza della malattia, tra la vita prima e la sopravvivenza dopo – come se la scoperta delle cellule cancerose segnasse un anno zero, l’inizio di una grottesca rinascita al contrario – si reifica nel romanzo di Peano a tal punto da spaccare la sua casa a metà, la sua famiglia in due ambienti separati: un “di qua”, dove lo status quo è ancora intatto e un “di là”, in cui i punti di riferimento implodono, la rete dei rapporti familiari si riduce a un cumulo di significanti senza significato, gli articoli ospedalieri sono accolti come “nuovi membri della famiglia” e i blister di medicine giacciono sul comodino come “le scatole di cioccolatini per gli ospiti nelle case delle altre famiglie”:

“Di là” è il mondo convenzionale con cui Mattia e suo padre hanno preso a chiamare il basso fabbricato che, dopo il ritorno a casa successivo all’ultimo ricovero, ospita la madre e la sua malattia […] Come se mettendo pochi metri di distanza – quanti saranno dieci? – dalla casa vera e propria, il dolore potesse essere contenuto. Di là. Sembra quasi mimare l’abitudine di pensarla “al di là”. La malattia di questa madre diviene un elemento fondante del nucleo famigliare, tanto “da far pensare a Mattia che il cancro sia in realtà il legame, ciò che permette di continuare a sommare un giorno agli altri giorni”.

Il cancro trangugia ogni parola e rimodula il linguaggio fino a diventare l’unico strumento di narrazione della realtà esterna: se il cancro non può essere sconfitto, lo si impara a conoscere in tutte le sue possibili manifestazioni, se ne studia morbosamente l’eziologia, la patogenesi, la percentuale di incidenza, le variabili del processo di accrescimento e di metastatizzazione. Se il cancro non può essere sconfitto, non resta altro che diventare il cancro. Un giorno, mentre è seduto al caffè di un centro commerciale, incontra due ex compagni di classe che si stanno per sposare di lì a poco. Seppur più per cortesia che per reale interesse, i due domandano notizie delle condizioni della madre e Mattia si confida, sente l’urgenza di una valvola di sfogo esterna rispetto alla dimensione del “di là” – ma quando comincia a illustrare nel dettaglio i segni del carcinoma meningeo che sta devastando il corpo di sua madre – l’orrore della perdita dell’autosufficienza, della vista e della coscienza – gli amici inorridiscono, non possono e non vogliono comprendere, i loro occhi non conoscono la decomposizione del corpo, i loro sguardi sono proiettati al futuro – lo stesso futuro a cui il padre di Mattia il 1° agosto del ’74 andava incontro il giorno del suo matrimonio, “nervoso ed eccitato mentre visualizza il profilo di quella che sta per diventare sua moglie stagliarsi perfetto nella luce del giorno”.
In quel momento il figlio percepisce la portata della propria inadeguatezza e della propria liminalità: è un organismo anfibio, ormai incapace di esistere nel mondo dei vivi, ma non ancora destinato a occupare uno spazio in quello dei morti. Ed ecco dunque la misura del danno, tragicamente racchiusa nella condizione dell’orfano: “una parola che stringe nelle spire delle o in apertura e in chiusura chi le indossa: due catene circolari che ammanettano a un infinito presente”.

Marco Peano è nato a Torino nel 1979. Si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Einaudi. L’invenzione della madre è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale.

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:: Liberi di scrivere Award sesta edizione: i vincitori

16 gennaio 2016 by

fuVince la sesta edizione del Liberi di scrivere Award:

Quando le chitarre facevano l’amore, Lorenzo Mazzoni, Edizioni Spartaco

È il 2 maggio del 1945. Martin Bormann, braccio destro di Adolf Hitler, scompare per le strade di Berlino durante l’avanzata sovietica. Vent’anni dopo, fonti prossime alla CIA lo identificano come Martin Weisberg, finanziatore eccentrico e pacifista della rock band The Love’s White Rabbits vicina al Movimento radicale. Da qui ha inizio una caccia all’uomo che coinvolgerà settori deviati dei servizi segreti americani e israeliani, uno scovanazisti italiano, un attore cieco fan di Charles Bronson, un reduce dal Vietnam fuori di testa. La vicenda è ambientata prevalentemente negli Stati Uniti, con incursioni fra Città del Guatemala, Singapore, Saigon. Sullo sfondo il clima esplosivo dell’estate del ’68. Storia, cronaca e finzione si rincorrono fondendosi dalla prima all’ultima pagina di questo originale romanzo dal ritmo incalzante e dal finale al cardiopalma. Così accade che una spia in gonnella semini il Caos. Uno scheletro sia perdutamente innamorato di Anita Garibaldi. Una chitarra racconti la Beat generation. Una scultrice plasmi marijuana e hashish. Uno spietato killer del Mossad adori indossare scarpe rosa coi tacchi a spillo. E mentre scorrono fiumi di limonata all’LSD, esplode la questione nera, le università sono in rivolta, la musica psichedelica spopola tra i giovani e gli agenti dell’FBI reprimono le proteste.

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974 e ha abitato a Parigi, Hurghada, Londra, Sana’a. Ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui Il requiem di Valle secca (Tracce, 2006),  Le bestie/Kinshasa Serenade (Momentum Edizioni, 2011), Apologia di uomini inutili (Edizioni La Gru, 2013, Premio Liberi di scrivere Award). È il creatore dell’ispettore ferrarese Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta, indagini di uno sbirro anarchico, La Trilogia (2011, Premio Liberi di Scrivere Award), La Tremarella (2012, il cui ricavato è andato interamente alle vittime del terremoto in Emilia), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi sui giornali Il Manifesto, Il Reportage, East Journal, Il reporter e Torno Giovedì- Collabora con Il Fatto Quotidiano. Vive tra Milano e Istanbul.

2° Classificato (a parimerito)

9788817074902Più sporco della neve, Enrico Pandiani, Rizzoli

In mezzo alla neve e al silenzio di una notte d’inverno, un furgone bianco risale i tornanti che lo portano al confine francese con l’Italia. Parlano poco, i due passeggeri, concentrati sul carico che stanno trasportando. Poi un’esplosione violenta, una palla di fuoco in aria, il bosco che si illumina, i rottami scagliati ovunque. A cento chilometri di distanza, Zara Bosdaves indaga su un caso di scomparsa e non può immaginare la valanga di guai che sta per franarle addosso. Per dirla tutta, non ne ha mai avuti tanti come da quando ha lasciato la polizia e aperto un’agenzia di investigazioni a Torino. Ma una come lei, abituata agli schiaffi della vita, non teme le cadute e conosce mille modi per rialzarsi. Solo che adesso i problemi sembrano essere arrivati perfino nell’unico posto dove si sentiva al riparo: tra le braccia di François, il bellissimo uomo di colore che sa come proteggerla e farla stare bene. Da qualche tempo infatti lui è diverso, taciturno, misterioso, e una sera torna a casa sporco di sangue, senza fornire spiegazioni. Così Zara dovrà non soltanto dare la caccia a un mercante d’arte e alla banda di assassini che lo vogliono morto, ma anche affrontare la paura peggiore, quella di perdere il suo uomo e la certezza del loro amore.

Enrico Pandiani è nato a Torino. La sua carriera di narratore è cominciata scrivendo e disegnando storie a fumetti, pubblicate sul “Mago” di Mondadori e sulla rivista “Orient Express”. Ha collaborato per anni con il quotidiano “La Stampa” per il quale cura la parte infografica. Da sempre attratto dalla letteratura di genere poliziesco, nel 2009 esordisce con il primo romanzo, Les italiens (instar libri), e ottiene un ottimo successo di critica e di pubblico, che accostano l’autore ai grandi del noir. Il suo secondo romanzo della serie, Troppo piombo (instar libri), è uscito a marzo 2010. Una storia invernale e cupa, ricostruita attraverso la nuova indagine della brigata dei poliziotti italo francesi. Seguono Lezioni di tenebra (instar libri, 2011) e nel gennaio 2012 per la casa editrice Rizzoli la quarta indagine de Les Italiens, Pessime scuse per un massacro. Con La donna di troppo, del 2013, Pandiani inaugura le indagini della detective privata Zara Bosdaves, donna sensuale e determinata, in una Torino che l’autore disegna moderna, seducente e crudele.  I semi del male, un’antologia edita da Rizzoli, è la sua ultima opera.  Nel 2015 è uscito il romanzo Più sporco della neve, sempre per Rizzoli, in cui è nuovamente protagonista la detective Zara Bosdaves.

sag1980, David Peace, Il Saggiatore, trad. Marco Pensante

Vigilia di Natale 1980, Leeds, Inghilterra: lo Squartatore dello Yorkshire ha massacrato la sua tredicesima vittima. Lo cercano da anni per porre fine a una serie mostruosa, senza pari nella storia del paese. Potrebbe essere un vicino di casa, un padre, un poliziotto; potrebbe essere chiunque. È introvabile. Nel 1980, Leeds è una città in rovina, schiacciata da un cielo nero e persa in un punto qualsiasi dell’Inghilterra e del cosmo. Le fabbriche automatizzate sono le sue cattedrali: come se una bomba fosse esplosa lasciando alle macchine il dominio su un deserto infernale di cemento, freddo, buio, incredibilmente thatcheriano, dove gli uomini hanno lasciato il posto a entità spettrali e inferocite. Alla radio ronza il mantra dei notiziari: il disastro collettivo di una nazione depauperata e derelitta, tra gli scioperi dei minatori, gli attentati dell’Ira, lo shock dell’omicidio di John Lennon e i cadaveri dello Yorkshire, i cadaveri dello Yorkshire… Dentro un’utilitaria, parcheggiata in un autosilo, un ispettore piange lacrime disperate. È Peter Hunter, il poliziotto che indaga, compulsivamente quanto vanamente, sugli omicidi, trasformandosi da cacciatore a preda.

David Peace (1967), nato e cresciuto nel West Yorkshire, nel 2003 è stato inserito nella lista dei migliori scrittori della Gran Bretagna dalla rivista Granta. È autore dell’osannato Red Riding Quartet che gli è valso l’epiteto di maestro del noir al pari di James Ellroy, mentre grazie al suo quinto romanzo, GB84 (Tropea, 2006), ha vinto il prestigioso James Tait Black Memorial Prize. Con Tokyo anno zero, bestseller in Gran Bretagna, Usa e Olanda e in traduzione in dieci lingue, è stato riconosciuto come una delle voci più originali della narrativa contemporanea. Il Saggiatore ha pubblicato anche Il maledetto United – il racconto della vicenda di Brian Clough, storico allenatore del Leeds United – che il Times ha definito «il più grande romanzo mai scritto sullo sport» e Red or Dead sulla figura leggendria di Bill Shankly, ex allenatore del Liverpool Football Club. Vive a Tokyo con la moglie e i figli.

3° Classificato

indexGuarda come si uccide, Ivo Tiberio Ginevra, I buoni cugini

Chi di voi non ha mai fatto una prova di coraggio con gli amici d’infanzia? Sicuramente pochi. In “Guarda come si uccide” Calogero e Ninni hanno il coraggio di farla, ma all’interno di quella vecchia clinica abbandonata, il solo coraggio non basta! E Giuseppe Ingrassia detto Pinuzzo, perché vuole diventare un uomo di cosa nostra a qualunque costo? Il cuore impazzito di Calogero ha ripreso a fare gli straordinari. Si sporca di sangue, ma non importa. Capisce subito che è proprio ridotto male. Molto male. Sembra che non abbia nulla di sano e poi tutto quel sangue lo confonde. Non sa cosa fare. Si sente inutile. Allora fa l’unica cosa che un bambino di 12 anni sa fare. Piange, gemendo forte. Incantato nel ripetere l’unica parola possibile in questi casi: “Dio” e poi l’altra che ha un senso nella vita: “Mamma”.

Ivo Tiberio Ginevra è nato a Caltanissetta e vive a Palermo da più di quarant’anni. È ornitologo ed ha all’attivo numerose pubblicazioni di articoli nelle riviste specializzate del settore. Con la sua casa editrice “I Buoni Cugini editori” si dedica principalmente alla pubblicazione di opere “dimenticate” ed ha salvato dall’oblio molti romanzi di Luigi Natoli, come Squarcialupo, Alla guerra!, Gli ultimi saraceni, mai stampati in libro e apparsi più di cent’anni fa solo nelle appendici del giornale di Sicilia. Con Robin Edizioni ha pubblicato Gli assassini di Cristo (2011) Sicily Crime (2012).

4° Classificato

indexCarne viva, Merritt Tierce, edizioni SUR, trad. Martina Testa

Marie è una ragazza poco più che ventenne che lavora come cameriera; ha cominciato in bistrot e catene per famiglie per approdare a uno dei più lussuosi locali di Dallas. Si è fatta strada per la sua scrupolosità ed efficienza in un mestiere logorante, ma nella vita privata è disordinata fino all’autolesionismo: fa sesso casuale, si droga, sa di non essere all’altezza del suo ruolo di madre (ha una bambina che vive con il padre, un bravo ragazzo che ha lasciato Marie dopo l’ennesimo tradimento). Ma nelle pagine del romanzo racconta tutto ciò con implacabile lucidità e senza un briciolo di vittimismo, rivendicando anche le esperienze più dolorose come conseguenza delle sue scelte, e affrontando il mondo a viso aperto. Ne esce un ritratto di donna indimenticabile – brutalmente realistico, potente e sensuale – con intorno una galleria di aneddoti e personaggi che restituiscono con inedita vivacità il “dietro le quinte” del mondo della ristorazione, dai lavapiatti ispanici al solitario pianista di sala, dal gestore cocainomane al maître elegantissimo che prenota i prive negli strip club ai clienti più facoltosi.

Merritt Tierce, nata e cresciuta in Texas, attualmente vive a Dallas col marito e i figli. Segretaria e addetta alle vendite, prima, si scopre scrittrice dopo aver frequentato un workshop di scrittura creativa a Iowa City. Si laurea nel 2011 e già nel 2013 è nella rosa del “National Book Foundation’s 5 Under 35”. Inoltre è impegnata in prima persona per i diritti delle donne.

Menzione speciale per la migliore traduzione

Marco Pensante

per 1980, David Peace, Il Saggiatore

Marco Pensante vive e lavora a Brescia. Ha pubblicato i romanzi Il Sole Non Tramonta e Ponte di Mezzo. Dal 1987 ha tradotto per Urania, Interno Giallo, Corbaccio, Marco Tropea Editore, Il Saggiatore. Ha tradotto romanzi di James Ellroy, Don DeLillo, Joyce Carol Oates, Douglas Coupland, Dennis Cooper e David Peace.

:: Un’ intervista con Jo Rebel, a cura di Elena Romanello

15 gennaio 2016 by

indexJo Rebel è una giornalista specializzata nel settore automotive, ma anche un’appassionata lettrice, con come libro di culto Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen di cui adora il personaggio di Darcy. Torinese, gattofila in particolare per la sua micia Mya, amante dei viaggi e della musica, Jo Rebel ha pubblicato presso Golem edizioni il suo primo romanzo, l’urban fantasy Craving, storia di due vampiri eternamente giovani, Gregorio e Victoria, che si trovano, nella loro ricerca eterna di nutrimento ma anche d’amore, nel capoluogo piemontese. Abbiamo incontrato l’autrice per chiederle qualcosa in più sul suo libro e non solo.

Come nasce il tuo interesse per i vampiri?

Quando ero ragazzina ho visto il film Per favore non mordermi sul collo di Roman Polanski, l’ho trovato geniale e ho cominciato a interessarmi alla figura del vampiro. Ho letto molto, dai classici alla letteratura contemporanea, e sono rimasta colpita da come la figura dei bevitori di sangue si sia evoluta e trasformata nel tempo. Il concetto di vampirismo esiste da millenni, già nelle antiche culture greche e romane alcune figure demoniache, per le loro peculiarità, potevano essere considerate come i precursori del moderno vampiro, anche se le leggende sulle creature soprannaturali che si nutrono di sangue, così come le conosciamo oggi, sono nate in tempi ben più recenti per lo più nell’Europa dell’est. Oggi alcuni addirittura splendono come diamanti, ma questa è un’altra storia.

Chi sono i tuoi maestri, del settore fantastico e non?

Come dicevo ho letto molto, dal racconto breve di Polidori a Bram Stoker e Van Helsing, ma l’amore vero e proprio per la letteratura dark fantasy con protagonisti i vampiri è nato grazie a Anne Rice e alle sue Cronache, soprattutto i primi libri. Lei per me resta la vera regina della scrittura di genere. In epoca più recente ho apprezzato parecchio Scott Westerfeld e Cassandra Clare. Ammetto di leggere poco che non sia fantasy, ma esulando dal genere mi piacciono molto gli scrittori sudamericani, Allende e Coelho soprattutto. Trovo 11 minuti un libro pregno di significati. Altre opere che sono state fondamentali nella mia crescita come lettrice sono stati Mattatoio n°5 di Vonnegut, Sulla Strada di Kerouac e Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, che rileggo almeno una volta l’anno.

Che rapporto hai con Torino, città in cui ambienti la tua storia?

Amo Torino, è una città ricca di storia e di mistero. A metà del Cinquecento Nostradamus passò del tempo a Torino, dove fecero la loro comparsa anche Cagliostro, il Conte di Saint-Germain, Paracelso e Fulcanelli, tutti personaggi di grande rilievo nell’ambito dell’occulto. Gli esperti di esoterismo dicono che Torino sia parte di due triangoli magici, quello bianco (insieme a Praga e Lione) e quello nero (con Londra e San Francisco) vivendo perciò una lotta perenne tra la luce e le tenebre. Possiede una splendida collina da cui è possibile ammirare la metropoli e le montagne non distanti, è attraversata dal grande fiume Po, e porta con sé un fascino storico e barocco a cui è difficile resistere. È stata definita da Le Corbusier come la città con la più bella posizione naturale del mondo e Jean-Jacques Rousseau descrisse il panorama dalla vetta collinare di Superga come il più bello spettacolo che possa colpire l’occhio umano. Come non amarla? 😀

Cosa pensi della situazione attuale in Italia per quello che riguarda la letteratura di genere fantastico?

Non è una domanda facile a cui dare risposta. Credo che per quanto riguarda il numero di potenziali lettori di genere fantastico siamo messi bene, ma manca un po’ la cultura. Per tanto, troppo tempo i lettori italiani sono stati poco recettivi verso questo tipo di letture, spesso non per colpa loro, ma a causa della visione comune circa il genere, qui da noi sovente inteso come fantasia fatta galoppare senza una meta. Così non è. Faccio alcuni esempi di opere straniere che hanno avuto (giustamente) grande successo: La storia infinita di Michael Ende è un romanzo di formazione, la storia di un’indimenticabile avventura, uno dei più grandi libri dell’epoca moderna; la saga di Harry Potter, che ho rivalutato di recente dopo averla stupidamente snobbata per troppo tempo (amo ammettere i miei errori) è una lettura sagace, ricca di contenuti e metafore, adatta sia ai bambini che agli adulti e scritta da una penna sapiente e colta come quella della Rowling; e poi Stardust di Gaiman dove tutto comincia in una fredda sera di ottobre quando una stella cadente attraversa il cielo e il giovane Tristan promette a Victoria, per conquistarla, di andarla a prendere, iniziando una incredibile e coinvolgente avventura. La lista è lunga, passa da Tolkien a Orwell, da Brooks alla Rice, senza dimenticare anche i successi di massa (che forse però con il fatto che si tratti di fantasy contemporaneo c’entrano poco) come Twilight.
Abbiamo tanti ottimi scrittori made in Italy che scrivono libri fantasy (e vari sotto generi) ma che fanno fatica a emergere, forse anche un po’ per colpa delle grandi case editrici che hanno sempre considerato il fantastico come un genere di nicchia (per non dire di serie B) buono per far soldi con la traduzione di autori stranieri già affermati. Questo spiace. Ciò che mi auguro, in quanto amante da sempre del genere fantasy (soprattutto contemporaneo), è che in Italia, così come avvenuto in altri Paesi, si possano aprire nuovi orizzonti verso la letteratura di genere fantastico, che è anche una lettura per adolescenti, ma non solo. Anzi, spesso può contribuire ad aprire la mente di chi la maggiore età l’ha superata da un pezzo, portandolo oltre la realtà quotidiana e, con l’aiuto della fantasia, aiutandolo almeno in parte a superarla.

Prossimi progetti?

Sto scrivendo il sequel di “Craving”, il mio primo romanzo urban fantasy (2015, Golem Edizioni), che è stato l’inizio di una trilogia. Per adesso mi concentro esclusivamente su questo progetto e sulla promozione della storia dei due protagonisti, i fratelli immortali Victoria e Gregorio 🙂

:: Annientamento di Jeff VanderMeer (Einaudi, 2015) a cura di Giulia Gabrielli

14 gennaio 2016 by
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Tra i tanti libri ricevuti per Natale il primo a cui mi sono dedicata è stato Annientamento: già da diversi mesi ero incuriosita dalla nuova trilogia pubblicata da Einaudi nella collana dei Supercoralli, anche per il coinvolgimento di un illustratore che amo molto per le copertine (Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ), ma devo dire che questo libro ha superato di molto le mie aspettative.
Ero preparata a leggere un romanzo di fantascienza con un probabile buonismo ambientalista di fondo e invece mi sono trovata tra le mani una storia inquietante, con un pizzico di orrore lovecraftiano, un’indagine della mente umana e molteplici piani di lettura, un romanzo del genere che di solito appartiene alla fantascienza alta, quella di riflessione sociale e politica.
La storia è quella della dodicesima spedizione esplorativa nell’Area X, composta solo da donne: la Biologa, la Psicologa, la Topografa e l’Antropologa. E le altre undici spedizioni? Nessuno è mai davvero tornato indietro dall’Area X, tutti hanno fallito, i più fortunati sono morti lì.
E anche la dodicesima spedizione è destinata a fallire: ce lo dice subito la nostra voce narrante, la Biologa, che come ogni membro di ogni spedizione deve tenere un diario delle proprie scoperte, dei propri pensieri.

«Vi direi i nomi delle altre tre, se fosse importante, ma solo la topografa sarebbe durata un paio di giorni in più. E poi ci avevano sempre vivamente sconsigliato di usare i nomi: dovevamo concentrarci sulla nostra missione e «lasciare a casa qualunque dato personale». I nomi appartenevano al luogo da cui venivamo, non alle persone che eravamo durante la missione nell’Area X.»

Una totale spersonalizzazione delle protagoniste, indicate solo con il loro ruolo, e totale assenza di riferimenti geografici o temporali. Perché l’Area X è un ambiente alieno all’uomo, ecosistema incontaminato che da trent’anni è riuscito a liberarsi di tutte le presenze umane che hanno tentato di violarlo, è un’area di transizione che lega assieme la foresta, le paludi e il mare. Un ambiente in cui affiorano solo poche costruzioni umane: un villaggio soffocato dalla vegetazione, un faro fortificato sul mare, il tunnel, o meglio la Torre. Qui si cela il mistero dell’Area X: le “parole viventi” che brillano nel buio e sprofondano nella terra, formate da una sorta di colonia di funghi luminescenti che crescono lungo le pareti della torre.
Nella narrazione di VanderMeer le parole hanno il peso dell’ipnosi, riecheggiano nella mente confusa e offuscata della Biologa, divisa tra il mistero di un luogo che i suoi strumenti scientifici non sono in grado di spiegare e i ricordi della vita fuori dall’Area X, i ricordi dell’infanzia e di suo marito, scomparso nella spedizione precedente.
Ma le parole ipnotizzano anche il lettore: la vertigine, la transizione, la mutazione della natura, la luminosità, le onde, la Torre, si rincorrono sulla pagina, tornano sempre a legare, a suggerire nuovi percorsi nell’interpretazione del testo.

Jeff VanderMeer, nato a Bellefonte in Pennsylvania nel 1968, ha trascorso la maggior parte della sua infanzia nelle Isole Figi; scrittore ed editore statunitense, autore di antologie di racconti e romanzi con cui ha vinto il BSFA Award, il World Fantasy Award, il Nebula Award e con cui è stato finalista allo Hugo Award. Scrive per numerose testate fra cui il “New York Times”, il “Guardian” e il “Washington Post”. VanderMeer ha lavorato anche con altri media: ha girato un film basato sul suo romanzo Shriek con la colonna sonora della rock band The Church, e dal suo racconto A New Face in Hell Joel Veitch ha realizzato una versione animata per la Playstation.
Per il momento in Italia sono stati pubblicati solo i tre libri della Trilogia dell’Area X.

Source: acquisto personale.

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:: La legge dell’oblio, Luca Simioni (Limana Umanìta Edizioni, 2015) a cura di Elena Romanello

14 gennaio 2016 by
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Nella Marca Occidentale di un impero di un mondo alternativo, con echi sia medievali che della società europea prenindustriale, vive il popolo dei Wadi, un’etnia guerriera con gli occhi rossi e la capacità di vedere durante la notte. La loro comunità, dove vivono anche persone di etnie diverse, viene attaccata da un misterioso nemico che arriva dal deserto che si stende poco lontano dalla marca. Un fatto inaudito, visto che il deserto è un luogo disabitato secondo le mappe, dove ci sono solo resti di civiltà scomparse. Mado, uno dei Wadi, con una lunga esperienza come soldato alle spalle, viene incaricato di pattugliare il deserto per capire cosa c’è dietro queste nuove minacce, con un gruppo di cinque individui, molto diversi tra di loro come estrazione sociale e appartenenza etnica.
Insieme scopriranno quanto di falso è stato loro detto, e che là fuori ci sono insidie e una guerra possibile, su pensiero e stili di vita, che può schiacciare la vita di un mondo che per generazioni aveva vissuto in maniera tranquilla e autosufficiente.
Curioso e originale: questi sono i primi due aggettivi che possono venire in mente leggendo le pagine di un libro che si pone nella tradizione del fantasy epico, anche se è molto diverso e molto lontano da autori come Tolkien, Terry Brooks, Terry Goodkind, George R.R. Martin. Se si vuole trovare qualcosa di simile nel mercato straniero, il nome che viene in mente è quello di Joe Abercrombie, da cui Luca Simioni riprende ambientazioni e toni, compreso il tema della ricerca e del viaggio, più da western che da fantasy, al centro per esempio di Red Country dell’autore statunitense.
Nel mondo fantasy scelto da Luca Simioni ci sono comunque anche echi del genere steampunk, ma tutto l’insieme è insolito, un universo fantastico formato da tante suggestioni, e non tutte di stampo irreale e fuori dal mondo.
Attuale: questo è l’altro aggettivo che richiamano le pagine del libro. Perché, certo, la storia raccontata è irreale, certo ci troviamo nei territori del fantasy epico e steam, ma ci sono forti echi del mondo di oggi e delle sue contraddizioni e problemi. La storia de La legge dell’oblio parla di incontro tra diversità, a livello globale nella vicenda narrata ma anche a livello individuale con la squadra di Mado che va in cerca di una possibile salvezza per il loro modo di vivere, facendo i conti con problemi di comprensione spesso insormontabili. Senza contare poi i giochi di potere e lo scontro di civiltà che c’è sotto tutta la storia, molto realistico e molto metaforico dell’oggi, con il deserto visto come non luogo ma anche luogo universale, un po’ come sono i deserti nel mondo reale.
La legge dell’oblio, pubblicato dalla casa editrice indipendente Limana Umanìta che ha inaugurato così una collana dedicata ai romanzi di genere, è quindi una storia avvincente di genere fantastico che piace e piacerà ai cultori del genere, soprattutto a chi cerca vicende insolite e non ripetizione trita e ritrita di modelli noti. Ma è anche uno specchio deformante di tanta attualità, dalla convivenza tra persone diverse all’incontro tra mondi opposti passando per il desiderio di imporre uniche ideologie. Un libro quindi con più livelli di lettura che rivela una nuova voce di casa nostra.

Luca Simioni, originario di Cittadella, in provincia di Padova, è laureato in Storia dove si è specializzato in nazionalismi e movimenti di massa. Ha scritto vari racconti, uscite in antologie edite da Limania Umania, come Time Warp e I mondi del fantasy. Nel 2014 ha fatto uscire il suo primo romanzo E ora, con l’aiuto del sole. La legge dell’oblio è la sua seconda prova letteraria a lungo raggio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Le ateniesi, Alessandro Barbero (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

13 gennaio 2016 by
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Atene, 411 a.C.: la cittadinanza si appresta ad assistere alla nuova commedia di Aristofane, Lisistrata, che racconta una ribellione di donne contro il potere patriarcale degli uomini che pensa solo a fare la guerra. In parallelo, nelle campagne vicine alla città, le due giovanissime Charis e Glicera sognano una vita diversa che quella di lavoratrici indefesse nelle piccole fattorie dei rispettivi padri, una vita che per loro sembra rappresentata dal ricco coetaneo Cimone, figlio di Eubolo, che sta tramando con altri qualcosa contro la democrazia di Atene. Mentre in città gli abitanti di Atene assistono alla presa in giro graffiante, scurrile ma molto realistica di Aristofane, Charis e Glicera in campagna vanno da Cimone per concludere la vendita dei fichi coltivati dai padri, senza immaginare che conseguenze tragiche potrà avere la loro azione.
Alessandro Barbero ci porta in un’antica Grecia ritratta in uno dei suoi momenti e luoghi di massimo splendore, la classicità di Atene, per raccontare una storia eterna e molto attuale, di violenza contro le donne e soprusi classisti. Una violenza derisa ma denunciata da Aristofane, che sconvolge i benpensanti ateniesi convinti di essere al centro del mondo, mettendoli davanti ai propri vizi e limiti, ma una violenza vissuta e subita da due ragazzine troppo curiose, in un’escalation brutale, restituita dall’autore con uno stile sobrio da cronista che però non risparmia niente al lettore, senza gratuità.
Una Grecia metafora del presente, visto che classismo e maschilismo continuano ad essere prerogativa dell’oggi: Alessandro Barbero, oltre a omaggiare Aristofane, ha dichiarato con questo libro di aver voluto ricordare uno dei fatti italiani di violenza contro le donne più gravi e orrendi, il delitto del Circeo, dove due ragazze di estrazione modesta furono sequestrate, torturate, stuprate e una uccisa da tre rampolli di famiglie bene. Un fatto vergognoso, che ha segnato la generazione di chi, come l’autore, era adolescente al momento dei fatti, ma che è rimasto come eco anche anni dopo, simbolo, nella realtà e anche nel libro, di sopraffazione verso le donne ma anche di oppressione classista verso chi è più povero, supportata da ideologie estremiste che sono sempre uguali.
La donna che rappresenta di più la sopraffazione è Aglaia, fatta schiava a Melos, evento vergognoso della guerra tra Atene e Sparta che non appare nei libri di scuola, costretta a diventare schiava con il nome di Andromaca. Da lei viene la soluzione della vicenda e un messaggio di ribellione, ieri come oggi, contro ogni forma di oppressione, violenza e prevaricazione. Un libro duro, questo di Alessandro Barbero, durissimo, forse non indicato per parlare di Grecia ai giovanissimi, ma su cui leggere e meditare comunque se si ha qualche anno in più.

Alessandro Barbero, torinese, classe 1959, è docente universitario di Storia medievale presso l’Università del Piemonte orientale. Collabora con la Rai, dove è un volto noto e popolare di Rai storia e della trasmissione Il tempo e la storia. Ha scritto sia libri di saggistica che di narrativa: tra i suoi maggiori successi nell’uno e nell’altro campo ricordiamo Lepanto. La battaglia dei tre imperi (Laterza, 2010), Donne, madonne, mercanti e cavalieri. Sei storie medievali (Laterza 2012), Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo (Mondadori, 1995, vincitore del premio Strega 1996) e Gli occhi di Venezia (Mondadori, 2011).

Source: prestito in biblioteca SBAM.

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:: L’eredità medicea, Patrizia Debicke Van Der Noot (Parallelo45 Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

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Alessandro de’ Medici, duca di Firenze, è appena stato assassinato da Lorenzino de’ Medici, detto il filosofo, lasciando vedova Margareta d’Austria. L’assassinio era stato messo in atto per una voglia da parte del filosofo di salire al potere al posto del parente, ma dopo aver compiuto l’omicidio ed essersi vantato in lungo e in largo, preso da un attacco di codardia consono alla sua natura, scappa da Firenze lasciando il seggio vuoto. I fiorentini vogliono come successore assolutamente uno di loro, non accetteranno nessun altro candidato come nuovo duca, così il consiglio dei Quarantotto decide di nominare Cosimo de’ Medici, ragazzo molto giovane con i suoi 17 anni, ritenendolo facilmente malleabile e manovrabile, ma con il passare del tempo dimostrerà lo stesso spirito e la stessa forza d’animo del padre, Giovanni de’ Medici detto delle Bande Nere, e della nonna, Caterina Sforza.
Appena arrivato a Firenze Cosimo si innamora subito di Margherita D’Austria, vedova di Alessandro de’ Medici, e cerca in tutti i modi di sposarla, ma l’imperatore, padre di lei, ha altri piani per la figlia e con la scusa che la figlia deve rispettare il lutto temporeggia fino a quando Cosimo non decide di sposarsi con Eleonora di Toledo.
Durante il regno di Cosimo grandi forze si muovono nell’ombra, a partire da un personaggio sconosciuto e misterioso che si fa chiamare appunto L’Ombra, fino ad arrivare alla Chiesa Cattolica nelle veci del Papa, alle famiglie rivali dei de Medici che vogliono a tutti i costi spodestare Cosimo per conquistarsi tutto il potere.
Un romanzo storico che sa unire fatti reali a narrazioni di fantasia unendo così storia e sentimento.
Una narrazione che pur partendo molto avvincente e briosa con l’omicidio di Alessandro de’ Medici e la fuga di Lorenzino de’ Medici, rallenta purtroppo in maniera drastica, bloccandosi con lunghe descrizioni di piatti cucinati, pasti luculliani e vestiti sfarzosi, perdendo così l’attenzione del lettore che deve aspettare di arrivare almeno a metà romanzo prima di ritrovare un po’ di azione che riesca a riassorbirlo nella lettura, azione che questa volta riesce però a tenerlo legato fino alla fine del romanzo facendogli provare emozioni contrastanti e coinvolgendolo al punto che si ritroverà a incitare i suoi personaggi preferiti, mentre combatterà con loro per difendere la vita di Cosimo.
I personaggi sono molto ben caratterizzati, sia a livello fisico che a livello emotivo, tant’è vero che si riesce a percepire l’amore di Alessandro Vitelli per Angela, la frustrazione di Bianca quando Cosimo parte per Firenze e pensa che pur essendo incinta di lui non lo potrà più avere tutto per sé, i sentimenti prima contrastanti e poi sempre più profondi di Margherita d’Austria…
Un modo tutto nuovo e alla fine molto piacevole di riscoprire fatti di storia, un romanzo che, nonostante il suo andamento altalenante, sa rapire il lettore ed entrargli nel cuore e nell’animo, trasportandolo in un bellissimo viaggio nell’Italia del 1500.

Patrizia Debicke Van Der Noot è nata a Firenze nel 1942.
Nipote del segretario storico del famoso premio letterario fiorentino L’Antico Fattore, Candido Vanni, ha trascorso molti anni della sua vita a viaggiare, vivendo così sia in Italia che all’estero.
Bilingue, grazie anche alla nonna alsaziana, ha lavorato sempre come scrittrice.
Grazie al primo marito, il principe Alessandro Ruspoli, ha frequentato gli ambienti dell’aristocrazia degli anni ’60 e ’70.
Tra le sue pubblicazioni ci sono vari racconti e antologie, ebook con MilanoNera e Delos Digital. Con Corbaccio ha pubblicato L’oro dei Medici, La gemma del cardinale e L’uomo dagli occhi glauchi.
Nel 2010 ha vinto il secondo premio assoluto al VI Festival Mediterraneo del giallo e del noir con L’uomo dagli occhi glauchi.
Nel 2012 premio letterario alla carriera al IX Premio Europa di Pisa.
Nel 2013 ha pubblicato La sentinella del Papa con Todaro.
Tra i suoi impegni anche molte conferenze storiche per il FAI, circoli di lettura e corsi di scrittura.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: La nonna vuota il sacco, Irene Dische,(Beat 2015) a cura di Viviana Filippini

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La nonna vuota il sacco di Irene Dische è un romanzo allegro e davvero coinvolgente. La voce narrante è quella di Elisabeth, una donna tedesca di fede cattolica che narra la vicenda della sua famiglia, dal suo matrimonio fino alla nascita dei suoi nipoti e pure pronipoti. La nonna vuota il sacco non è un vero e proprio diario ma, il carattere della narrazione biografica e memorialistica gli calzano alla perfezione. Elisabeth ci porta dentro al suo mondo privato e noi lettori scopriamo che lei -capelli castani, naso fine, occhi azzurri e labbra perfettamente delineate- è una giovane donna corrispondente al 100% ai canoni della bellezza germanica. Il marito, Carl Rother, ha un naso adunco, occhi profondi e neri, è medico ed è il figlio di un ferramenta ebreo dell’Alta Slesia. Siamo tra gli anni Venti e Trenta del Novecento e le differenti religioni, per ora, non impediscono a Elisabeth e Carl di sposarsi. Tutto però si complica con la salita al potere dei nazisti. La loro violenza, e politica repressiva, andranno a colpire ogni ebreo, compresi coloro che hanno sposato tedeschi puri. Mentre i fratelli di Elisabeth diventeranno gerarchi nazisti, lei e il marito, sentendo incombere il pericolo, decideranno di scappare in America, nel New Jersey, con la figlia Renate. Qui, nel Paese dove tutto sembra essere possibile, l’inserimento dei fuggitivi non sarà proprio facile, ma un po’ alla volta, superati i diversi ostacoli e pregiudizi, la famiglia riuscirà a trovare un’adeguata stabilità. Il tutto durerà fino a quando Renate sposerà lo scienziato Dische, un uomo intelligente sì, ma pieno di manie comportamentali e la situazione sembrerà sfuggire al controllo completo, di tutto e tutti, quando arriverà Irene, la loro figlia. Il libro della Dische narra la vita di una famiglia, mostrandone le gioie, i dolori, le incomprensioni (il rapporto tra Elisabeth e Renate sarà sempre un po’ teso), gli improvvisi colpi di testa (Irene da adolescente dimostrerà una instabilità del vivere che la porterà a cambiare più scuole e ad intraprendere viaggi senza mete e obiettivi precisi) che condurranno i personaggi protagonisti a compiere scelte a volte stravaganti, ma per loro fattibili e importanti. Il romanzo della Dische è un vero e proprio viaggio nella memoria che riunisce tre diverse generazioni di donne appartenenti ad un unico nucleo familiare. Elisabeth, Renate e Irene sono rispettivamente una nonna, una madre e una figlia. I caratteri sono tra loro diversi, ma ciò che unisce queste tre figure femminili, oltre al legame di sangue, è il legame madre figlia che attraversa i tempi, è una sorta di senso di protezione sempre presente, nonostante i contrasti. Il linguaggio schietto e l’ottima traduzione di Riccardo Cravero permettono al lettore di entrare nel mondo privato di Elisabeth, nel quale la quotidianità è velata di ironia e da situazioni che commuovono e fanno riflettere chi sta fuori dal libro. Leggere La nonna vuota il sacco di Irene Dische è stato appassionante, è stato come essere a fianco della narratrice stessa e si percepisce in Elisabeth (e anche in Irene Dische stessa) la volontà di condividere con i lettori, i legami affettivi e una vita ricca di colpi di scena che ricordano emozionanti film ma, in questo caso, sono realtà vera e vissuta.

Irene Dische è nata a New York e vive a Berlino. È giornalista, scrittrice di libri per adulti e per ragazzi. Ha pubblicato anche Pietose bugie (Feltrinelli, 1991), Un accordo drammatico (Feltrinelli, 1995), Esterhazy. Storia di un coniglio, scritto con Hans Magnus Enzensberger (Einaudi, 2002), e La nonna vuota il sacco (Neri Pozza, 2006). Le lettere del sabato, con cui Dische ha vinto il Deutsche Jugendliteraturpreis, il più autorevole riconoscimento alla letteratura per ragazzi in Germania, è stato pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1999.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Beat.

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:: Oversight, Charlie Fletcher (Fanucci, 2014) a cura di Elena Romanello

12 gennaio 2016 by
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Nella Londra vittoriana, luogo iconico per tante storie che non cessa di affascinare anche se è ormai distante decenni, la società segreta Oversight ha come compito quello di proteggere gli esseri umani dalle scorribande delle creature fatate, che non sono certo benevole. Per motivi vari, non ultimo il crescente scetticismo della società ottocentesca, alla Oversight sono rimasti solo in cinque, in mezzo a problemi che aumentano, anche perché uno dei loro compiti più difficili è quello di proteggere la Chiave, un oggetto magico che mantiene l’equilibrio tra le dimensioni e i tempi diversi.
Oversight è il primo romanzo rivolto ad un pubblico adulto di Charlie Fletcher, autore di diversi romanzi di genere fantasy per ragazzi, con cui l’autore ha iniziato una saga di cui è già uscito in lingua originale il seguito, Paradox. Per questa sua fatica, l’autore si è rivolto alla grande tradizione narrativa dell’Ottocento inglese, formata da autori come Charles Dickens, Charlotte Bronte, Elizabeth Gaskell, Thomas Hardy, Willie Collins. Ovviamente il suo stile è più moderno, ma il fascino di quella narrativa e di quella Londra cupa e dove entrava il gotico e il paranormale c’è tutto.
L’universo fantastico messo al centro di tutto non è formato dalle creature classiche del gotico, a cominciare dagli un po’ troppo inflazionati vampiri, ma è legato al Piccolo Popolo, le cosiddette Faeries che non vanno rese in italiano come Fate, ma sono creature maligne e temibili, presenti per secoli nella cultura irlandese e celtica a cui l’autore si ispira.
Un libro quindi che parte da molto lontano, da un folklore remoto e dalla letteratura ottocentesca, ma con echi anche di romanzi, film e telefilm attuali, da Neil Gaiman a Susanna Clarke, senza dimenticare Penny Dreadful, ma anche un Torchwood o un X-Files in salsa vittoriana: il risultato è un romanzo complesso e affascinante, originale in tempi in cui il gotico è diventato sinonimo di storielle d’amore per quindicenni amanti di vampiri luccicanti, pronto a far riscoprire o scoprire, in chiave moderna, una tradizione fondamentale per l’immaginario non solo fantastico.
Il tutto con al centro una lotta tra bene e male che non si può esaurire in 600 pagine dense e nella migliore tradizione del romanzo a capitoli capaci di avvincere pagina dopo pagina: un libro per gli amanti del genere fantastico ma anche per chi cerca storie avvincenti, con dietro tradizioni antiche ma sempre valide.

Charlie Fletcher, classe 1960, è laureato in letteratura inglese e ha iniziato la sua carriera lavorando come sceneggiatore alla BBC. Si è poi trasferito in California dove ha collaborato con case cinematografiche come Tri-Star, MGM, Paramount e Warner Bros, ma ha svolto anche attività di giornalista di vario genere, dallo sport all’enogastronomia. Autore della serie Stoneheart, sta ora lavorando alla saga iniziata con Oversight e vive con la sua famiglia a Edimburgo.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Forse non tutti sanno che a Firenze… (Newton Compton, 2015) di Francesco D’Isa e Matteo Salimbeni a cura di Irma Loredana Galgano

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A ottobre 2015 è uscito nella collana Quest’Italia di Newton Compton Forse non tutti sanno che a Firenze… di Francesco D’Isa e Matteo Salimbeni.
Un tentativo di mostrare a turisti e fiorentini tutto ciò, del capoluogo toscano, che ben resta celato a uno sguardo distratto, sfuggente o frettoloso.
La storia di una delle tante eccellenti città d’arte italiane ricostruita assemblando piccoli tasselli apparentemente disgiunti fra loro.
Un testo, quello di D’Isa e Salimbeni, nel quale vengono armonizzati storia, arte e tradizione orale. Racconti, poco più che leggende, si uniscono a testimonianze storiche grazie alla presenza ‘fisica’ dell’arte, elementi che rendono, per gli autori, la città “magica”.

« Accanto all’Arno, scorre un secondo fiume, fatto di riflessi quasi impercettibili che solo una particolare inclinazione dello sguardo può essere in grado di cogliere.»

Il lavoro svolto dagli autori per Firenze ricorda, nelle intenzioni, quello condotto da Palumbo e Ponticelli per Napoli e diventato un libro edito sempre da Newton Compton nel 2014, Il giro di Napoli in 501 luoghi. «La città come non l’avete mai vista» è il sottotitolo del libro che racconta i luoghi, i misteri e gli “incredibili tesori artistici” del capoluogo campano.
Una dichiarata volontà da parte di tutti di far conoscere a quante più persone possibili i segreti che stanno alla base del fascino delle rispettive città, una bellezza che non va ricercata nelle mode e nella eccessiva modernità, bensì in una riscoperta del passato e della tradizione, veri pilastri in grado di sorreggere questi ‘colossi’ di arte, storia e cultura.
Il balcone al contrario, le buchette del vino, la finestra sempre aperta, la donna pietrificata, la sfilata della Venere senza braccia… curiosità e misteri sconosciuti ai più, «lampi d’identità che sono più che stranezze o note a margine alla storia ufficiale», sono fasci di luce che illuminano una città dalla tradizione mista e composita.

Francesco D’Isa, classe 1980, fiorentino, è un artista visuale. Laureato in Filosofia, si avvicina come autodidatta all’arte visiva. Dopo l’esordio con disegni e racconti sulle pagine della rivista d’arte e letteratura “Mostro”, di cui era redattore e co-fondatore, le sue opere vengono pubblicate in libri e riviste in Italia ed all’estero. Dal 2001 ad oggi le sue opere d’arte visiva hanno vinto vari premi in Italia ed all’estero e sono state esposte in gallerie d’arte in Europa, USA, Giappone, Russia e Sud America. Dal 2010 affianca all’attività artistica quella di scrittore e giornalista, collaborando al quotidiano online “il Post” e “Orwell” (Pubblico Giornale). Nel 2011 il suo romanzo illustrato, “I.”, viene pubblicato dalla casa editrice Nottetempo (Roma, Italia) e alcuni suoi racconti in antologie di narrativa, come Selezione Naturale (effequ 2013), Toscani Maledetti (Piano B edizioni, 2013). “Ultimo piano (o porno totale)” è il suo ultimo lavoro, pubblicato quest’anno da Imprimatur.

Matteo Salimbeni cresce a Firenze e vive a Milano. Si è diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. È drammaturgo e autore di varie opere teatrali di prosa e lirica rappresentate in giro per l’Italia e all’estero. Ha scritto romanzi (L’ascensione di Roberto Baggio, con Vanni Santoni, Mattioli 2011), sceneggiature (Bathrooms di Lorenzo Bechi) e racconti per numerose riviste.

Source: ebook inviato da uno dei due autori, ringraziamo Francesco D’Isa per la disponibilità.

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:: Dalle rovine, Luciano Funetta (Tunué, 2015) a cura di Federica Guglietta

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Di Luciano Funetta dicono tutti sia un esordiente. Vero, ma neanche troppo. Ha troppa dimestichezza con l’intreccio narrativo per essere al suo primo romanzo pubblicato. Impegnato da anni in diversi progetti, fa parte di collettivi, ha sempre scritto racconti. Ho voluto presentarvelo così, di getto, fin dal primo rigo di questa recensione, senza fare un minimo accenno neanche alla trama, ma andiamo con ordine.
In una città tanto moderna quanto desolata, in un tempo passato più che mai assimilabile col nostro presente vive Rivera, un ex giornalista che molla tutto per prendersi cura delle creature che più gli stanno a cuore: alleva serpenti velenosi, li cura come fossero dei figli.
L’attenzione (e l’attrazione) nei loro confronti è tale da spingerlo, all’inizio del tutto inconsciamente, ad inscenare un numero con loro. Permette, infatti, alle sue trenta creature di strisciare sul suo corpo nudo e riprende il tutto con una telecamera.
Da questo gioco ingenuo all’ascesa tra le file del cinema porno d’autore il passaggio sarà inaspettatamente breve, da derelitto e solo che era, Rivera diventerà l’uomo che tutti vogliono. Entra nel mondo del cinema porno come se fosse un fantasma.
Avvicinandosi ad un ambiente a lui del tutto oscuro, avrà modo di conoscere produttori (Birmania e Traum) che, a loro modo, hanno fatto di questo genere un’arte e sono acclamati da un pubblico invisibile, ma sempre presente; registi (Laudata) la cui unica preoccupazione è arrivare a premi e riconoscimenti, in una parola al successo; giovani attrici francesi un po’ smarrite e un po’ sfuggenti; sceneggiatori fuggitivi, in crisi d’identità e con un passato per niente roseo alle spalle (l’argentino Tapia).

“Quello che gli proponevano non aveva niente a che fare con nessuna delle pellicole pornografiche che Rivera aveva visto fino a quel momento. Più che altro davano l’impressione di aver scelto di partecipare a un gioco senza regolamento preciso, un’impresa del cui esito disastroso nessuno si preoccupava, perché ogni esito è in sé una catastrofe verso la quale Birmania e Laudata si dirigevano con entusiasmo.”

Attirati dallo scintillio della ribalta o meno, tutti i personaggi del romanzo interiorizzano i propri demoni nei modi più diversi e questo non li aiuterà di certo a risalire la vetta del loro personalissimo monte Parnaso.
L’autore riesce a mescolare luoghi, a partire dall’immaginaria e arida Fortezza e da una Barcellona sfrenata e piena di sorprese e due tempi, presente e passato, che si annodano tra loro, seguendo un ritmo allucinato e strisciante. Proprio come le bestiole tanto care a Rivera. Nel mezzo troviamo, non a caso, rimandi a Tod Browning, il regista di Freaks, film scandalo del 1932.
Quella di Dalle rovine è una scrittura d’impatto che diventa metacinema: ciò che viene raccontato si percepisce, è visibile e chiaro, nella sua sfatta straordinarietà.

“Avevamo incontrato Rivera per caso, durante una tetra notte di squallore in cui anche noi vagavamo tra le ombre, e ci era sembrata la creatura più diffidente della terra. Ne eravamo rimasti colpiti e abbiamo iniziato a seguirlo.”

Fin dall’inizio della lettura colpisce lo specifico ruolo che Funetta affida al punto di vista: un narratore esterno ed onnisciente, che conosce il protagonista e lo segue in tutti i suoi movimenti, una voce polifonica che diventa sempre più presente e vivida, seppure invisibile, una terza persona plurale che rappresenta tutto e niente, che si allontana e poi ritorna.
Un romanzo consigliato a chi ha paura dell’ignoto, ma non dei fantasmi della mente.

Luciano Funetta, classe 1986, è nato in provincia di Bari. Dopo sette anni a Bologna, nel 2012 si è trasferito a Roma dove è entrato a far parte del collettivo TerraNullius e della direzione artistica del Flep! – Festival delle letterature popolari.
Finora ha pubblicato: Noi stessi abbiamo dimenticato, «Watt» 0; Certe informazioni, «Costola» 1; Gli occhi della montagna su Cosa si scrive quando si scrive in Italia, Granta Italia; Strappacuore su «Prospektiva» 55; alcuni contributi per archiviobolano.it oltre a numerosi racconti e saggi su TerraNullius.
Dalle rovine è il suo primo romanzo, pubblicato nella collana romanzi di Tunué, curata da Vanni Santoni.

Source: libro ricevuto in regalo.

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:: La bambina e il sognatore, Dacia Maraini (Rizzoli, 2015) a cura di Elena Romanello

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Nani Sapienza, maestro in mutua, rimasto solo dopo la morte per leucemia della sua bambina Martina e l’abbandono della moglie che non ha retto al dolore, fa uno strano sogno in cui vede una bambina con un cappottino rosso che somiglia alla sua morta. Una volta sveglio, sente al notiziario che è sparita una piccola nel suo sonnolento paesino della provincia italiana, la piccola Lucia, che tra l’altro frequenta la scuola dove lui insegna, anche se in un’altra classe.
Nani non si rassegnerà a chi dà Lucia scomparsa per sempre, i suoi genitori in testa, e cercherà di capire cosa è successo veramente, in mezzo ad allievi entusiasti dei suoi metodi educativi non convenzionali, superiori che lo criticano, difficili rapporti tra etnie, altre bambine che spariscono, poliziotti che cominciano a sospettare di lui, misteri che vengono svelati.
Il nuovo libro di Dacia Maraini si presenta e può essere letto come un giallo, in fondo c’è un enigma da risolvere, legato ad uno dei fatti più devastanti che possono accadere, la scomparsa di una persona senza motivo, ancora più tragica quando si tratta di una bambina o bambino. Ma a questo, come avveniva anche già in un altro suo libro degli anni Novanta che si presentava come un giallo, Voci, si aggiunge molto altro, riflessioni sulla vita e sulla nostra società.
La bambina e il sognatore parla di lutto, di perdita, di cosa succede dopo che è morto qualcuno di caro, magari troppo giovane come era la piccola Martina, ma parla anche di non rassegnazione, di ricerca della verità, di proposta, soprattutto ai più giovani, di ideali diversi e anche non conformi a quello che si vuole che si dica.
La violenza contro le donne e soprattutto contro chi è più fragile, le bambine, è al centro del libro, che sia una scomparsa dettata dall’ossessione di chi ha una psiche malata (ma non anticipiamo lo svolgimento) o il traffico di bambine per i bordelli che c’è in certi Paesi, che emerge da un episodio collaterale in cui si trova coinvolto anche Nani nella sua ricerca di Lucia e di un nuovo senso alla sua vita, o ancora le bambine di etnie diverse a cui anche qui in Occidente vengono negati diritti come l’istruzione in vista di un ruolo sottomesso all’uomo.
Tra le pagine del libro si parla di anticonformismo ma anche di radicalizzazione integralista, di discriminazione e convivenza e Dacia Maraini fa centro ancora una volta tracciando un quadro universale della nostra società, usando il filtro popolare e molto amato da varie generazioni di lettori e lettrici del racconto di indagine poliziesca, comunque condotto in maniera originale e non trita e ritrita.
Interessante che, dopo anni di protagoniste donne, stavolta sia protagonista un uomo, con fragilità e difetti, un eroe moderno in cerca della sua verità e che crede ad un mondo migliore, aiutato tra l’altro da un suo allievo, per certi versi emarginato come lui, che nella ricerca di Lucia forse troverà un modo per migliorare una vita che sembra già condannata da schemi sociali sbagliati.
La bambina e il sognatore, storia avvincente che si fa leggere tutta d’un fiato, contiene tanto su oggi, su noi, sulle cose per cui bisogna lottare: Dacia Maraini non ha certo bisogno di conferme per il suo talento, ma la sua è una di quelle storie di cui comunque si ha un gran bisogno, oggi più che mai.

Dacia Maraini, classe 1936, figlia dell’orientalista Fosco, è considerata una delle più grandi autrici italiane viventi. Nei suoi romanzi e racconti ha raccontato storie autobiografiche e non, di donne e non solo. Oltre all’attività di scrittrice Dacia Maraini è anche poetessa, drammaturga e articolista. Tra i suoi libri ricordiamo L’età del malessere (1963), Memorie di una ladra (1972), La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990), Voci (1994), Colomba (2004), Il treno dell’ultima notte (2008), Chiara d’Assisi. Elogio della disobbedienza (2013).

Source: letto in prestito presso la Biblioteca di Torino Villa Amoretti, in vista del gruppo di lettura del progetto Leggermente.

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