:: Green Stone. La vendetta di Alia di Fabrizio Borgio (Segretissimo Mondadori, 2024) a cura di Giulietta Iannone

28 novembre 2024 by

I nostri analisti temono un’escalation su due frontiere della Serbia: con il Kosovo verso sud e con la Bosnia sul lato occidentale. Una guerra nei Balcani si ritiene potrebbe essere uno sviluppo utile ai russi adesso che sono in una situazione di stallo parziale in Ucraina. Spostare la tensione nei Balcani darebbe loro modo di rinfocolare il fronte ucraino, estendendo un conflitto a bassa intensità per logorare Kiev.

Leone Nosenzo, nome in codice Greene Stone, atterra a Camp Butmir, presso Sarajevo, per una delicatissima missione vitale per gli equilibri geostrategici mondiali: raccogliere informazioni su un misterioso polo industriale e tecnologico in costruzione su iniziativa di una open joint-stock company straniera, con l’appoggio della FIPA, l’agenzia per la promozione degli investimenti stranieri di Bosnia ed Erzegovina, probabilmente per la fabbricazione di droni da impiegare per uso bellico. La questione è seria perchè AISE, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, teme un’escalation in Serbia e l’allargamento del conflitto ucraino nei Balcani è esattamente cosa i Russi vorrebbero per precipitare una situazione in stallo e distogliere l’opinione pubblica. La situazione naturalmente è più complessa e ramificata e trae origini da quello che successe a Srebrenica nel lontano luglio del 1995 e vide come testimone degli orrori perpetrati una ragazzina di tredici anni, oggi donna d’affari di successo, che ha pianificato per trent’anni una vendetta terribile e non ha scrupoli nel perseguire i suoi intenti anche a rischio di incendiare i Balcani. Ecco in breve la trama di Green Stone. La vendetta di Alia di Fabrizio Borgio, spystory militare edita con Segretissimo di novembre. Fabrizio Borgio, ex militare di professione con conoscenze specifiche di intelligence e vita militare, costruisce una storia drammaticamente credibile su dinamiche geostrategiche poco discusse, ma temute da molti analisti internazionali, su un probabile allargamento del conflitto in corso nell’Est Europa nei Balcani, i cui focolai di instabilità e tensione si trascinano dal dissolvimento dell’ex Jugoslavia, rendendolo uno dei punti caldi del pianeta. Partendo da questo Borgio costruisce una storia degna delle migliori spystory, dosando tensione, mistero e avventura senza tralasciare lo scavo psicologico dei personaggi. Borgio ha una penna felice e abilità tecniche e di costruzione di trame che l’accostano ai migliori scrittori di Segretissimo, con un’attenzione tutta italiana alla narrativa di genere e una sensibilità per l’attualità che permette di approfondire e analizzare le dinamiche in atto.

Fabrizio Borgio, classe 1968, ex militare, scrittore e sceneggiatore piemontese di narrativa di genere, con una predilezione per gialli, noir, horror e spy stories, vive a Costigliole d’Asti, a cavallo di Langhe e Monferrato, sulla cima di un bricco. Padre dell’agente speciale Stefano Drago (“Masche” e “La morte mormora” per la Frilli e “Il Settimino” per Acheron Books) e dell’investigatore privato Giorgio Martinengo le cui storie sono pubblicate dalla Fratelli Frilli Editore: “Vino rosso sangue”, “Asti cenere sepolte”, “Morte ad Asti”, “La ballata del re di Pietra”, “Panni sporchi per Martinengo” e “Il pittore di Langa”. Alcuni suoi libri hanno ricevuto riconoscimenti presso prestigiosi festival e concorsi tra i quali Giallo Garda con due menzioni speciali e il premio premio col Concorso eno-letterario Vermentino della Camera di Commercio di Sassari. Finalista al preimio Alan D. Altieri 2022.

Source: acquisto personale.

:: Il mercato della virtù. Critica del consumo etico di Estelle Ferrarese (Castelvecchi, 2024) a cura di Valentina Demelas

28 novembre 2024 by

Estelle Ferrarese, professoressa di Filosofia morale e politica all’Università Picardie Jules Verne, con Il mercato della virtù – pubblicato in Italia da Castelvecchi con la traduzione dal francese di Giulia Prada – ci guida in un’esplorazione lucida e provocatoria del “consumo etico”. Questo libro invita a riflettere su quanto le nostre scelte “responsabili” possano davvero cambiare il sistema economico o, al contrario, finire per rafforzarlo. Con una scrittura chiara ed essenziale, Ferrarese mette in discussione idee radicate senza mai essere cinica o moralista.

L’autrice non critica chi sceglie prodotti cruelty-free, sostenibili o equo-solidali. Al contrario, riconosce il valore di queste pratiche. Tuttavia, ci spinge a chiederci: basta comprare etico per sentirci a posto? O c’è il rischio che queste azioni, senza una riflessione più profonda, diventino strumenti per alimentare il capitalismo, creando nuove opportunità di profitto? Secondo Ferrarese, il consumo etico può trasformarsi in una sorta di ideologia: un gesto che sembra virtuoso, ma che spesso finisce per rinforzare le stesse logiche che vorrebbe combattere.

Il libro si rifà alla teoria critica della Scuola di Francoforte, in particolare agli scritti di Theodor W. Adorno e vuole dimostrare come il mercato sia così flessibile e adattabile da inglobare persino le migliori intenzioni morali, trasformandole in opportunità per crescere economicamente. Il capitalismo, sostiene l’autrice, è una macchina talmente perfetta che, anziché contrastarlo, il consumo responsabile spesso gli offre nuova energia, rendendo ancora più difficile un vero cambiamento.

Un concetto chiave del libro è quello di “misura”, che viene esplorato come un equilibrio tra moderazione e calcolo. Da una parte, il consumo responsabile punta a ridurre sprechi e danni; dall’altra, si affida a logiche e strumenti che si integrano perfettamente con le dinamiche capitalistiche. Questo paradosso è centrale: mentre cerchiamo di fare del bene, rischiamo di rimanere intrappolati in un sistema che alimenta ciò che vorremmo superare. L’autrice si interroga anche su cosa significhi davvero un prezzo “giusto”, analizzandolo non solo dal punto di vista economico, ma anche attraverso le sue implicazioni etiche e sociali.

Il libro affronta anche le teorie di pensatori contemporanei come Axel Honneth e Rahel Jaeggi, che vedono nel mercato uno spazio dove possono emergere valori morali. Estelle Ferrarese, però, si discosta da questa idea. Per lei, il capitalismo non può essere corretto attraverso scelte individuali: la sua natura è orientata all’accumulo di capitale, non al bene comune.

Un altro tema affascinante è il legame tra consumo etico e narrazioni apocalittiche, come quelle sul cambiamento climatico: pur nascendo da preoccupazioni sincere, queste retoriche rischiano di ridurre il consumo responsabile a un gesto di auto-conservazione, più che a una vera azione collettiva per il cambiamento. Così, il consumo etico finisce per diventare una rassicurazione personale.

Questo saggio non offre risposte semplici, ma invita a guardare oltre le apparenze. Estelle Ferrarese illumina le zone d’ombra delle nostre scelte quotidiane e ci sfida a chiederci: stiamo davvero cambiando qualcosa o stiamo solo adattandoci meglio al sistema?

Si tratta di una lettura indispensabile per chi cerca un’analisi intellettualmente stimolante e coraggiosa delle dinamiche del capitalismo contemporaneo e del ruolo, a volte ambiguo, che le nostre azioni giocano al suo interno. Il lettore viene sfidato a guardare oltre la superficie del “bene” e del “giusto”, non limitandosi a smontare le illusioni di virtù legate al consumo responsabile, ma aprendosi a nuovi spazi di riflessione e di consapevolezza.

Estelle Ferrarese è Professoressa di Filosofia morale e politica presso l’Università Picardie Jules Verne e membro senior dell’Institut Universitaire de France. È stata visiting professor presso la New School for Social Research di New York, fellow della Fondazione Alexander von Humboldt presso la Humboldt Universität di Berlino e research fellow presso il Marc Bloch Franco German Center of Social Science Research di Berlino. Ha dedicato diversi lavori al pensiero politico di Jürgen Habermas, alla filosofia di Theodor W. Adorno e alle teorie femministe. Si occupa di teoria critica, filosofie femministe, teorie della democrazia e dello spazio pubblico, filosofia della vulnerabilità e politiche delle forme di vita. Castelvecchi ha pubblicato Manifesto per una teoria critica femminista e La fragilità della cura degli altri (2023).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Castelvecchi.

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: Quel fazzoletto color melanzana di Arianna Mortelliti

28 novembre 2024 by

Lara ha trent’anni quando decide di tornare a Castel Cielo, il suo paese d’origine. Sua madre e suo padre sono morti in un incidente d’auto e oltre a cercare le risposte di come tutto ciò sia avvenuto, Lara ne troverà altre sul suo conto e il suo passato. Sarà dunque l’assenza dei sui genitori a portarla sulla strada della verità. “Nulla si costruisce se prima non si distrugge”. Un viaggio, questo, che scava dentro la vita della protagonista, puntando il focus anche sulla sua famiglia e su un paese di provincia, che sempre possiede il suo “matto del quartiere”. Franco, però, non è un matto qualsiasi: lui è buono, ma soprattutto ha dato nuova vita a una macchina fotografica e da quel giorno immortala ogni angolo di Castel Cielo. Con questo libro, che somiglia a una matrioska, Arianna Mortelliti ci porta a esplorare l’abisso e ciò che si nasconde dietro le apparenze, insegnandoci ad andare al nodo di ogni questione, così da scioglierlo e finalmente, tornare a vivere in consapevolezza.

:: NUOVA COLLANA EDITORIALE DELLA ‘DI FELICE EDIZIONI’ a cura di Patrizia Baglione

26 novembre 2024 by

La collana “La carena”, diretta da Silvia Elena Di Donato, intende accogliere voci della poesia italiana ispirandosi all’immagine evocativa della carena: essa porta con sé l’idea del mare, ma anche di un mondo sommerso, come sommerso giace l’inesauribile segreto dell’animo umano, porto sepolto oltre il fenomenico rivelarsi delle cose. La carena è quella parte dello scafo che solca le acque e vi resta immersa durante la navigazione, nascosta e sempre in contatto col mare: proprio come la parola poetica, carena delle nostre vite nel mare dell’inafferrabile mistero dell’esistere, capace di penetrare le profondità dell’umano, di aprire varchi e fenditure oltre le apparenze. Capace di vedere orizzonti di senso. La carena, il poeta: per l’alto mare aperto. In continua ricerca. Nel mistero.

Come primo volume, è uscita nel mese di novembre la raccolta PARACHROM. Frammenti e scampoli di tempo di Sergio D’Amaro, con la prefazione di Vincenzo Guarracino il quale scrive: «Due-tre cose in particolare vanno dette e colpiscono: intanto, l’impegno, per così dire, riassuntivamente narrativo della storia individuale e collettiva di una “generazione” attraverso tutta una serie di elementi oggettivi, di “scampoli”; poi, la forma poetica adoperata, la loro organizzazione in terzine endecasillabiche, che reclamano spazio e collocazione letteraria all’interno della tradizione del genere “visione” di dantesca memoria, alla ricerca di una verità di sé; infine, la presenza simbolica del Fato, per dare uno sfondo mitico al grande tema del mistero dell’esistenza individuale, per sottrarla, questo sì, all’insensatezza del suo effimero flusso eracliteo.»

Sergio D’Amaro ha pubblicato numerosi libri, tra cui si segnalano Beatles (Caramanica, 2004), Terra dei passati destini (Manni, 2005), L’allegro destino della signora Mariù (BesaMuci, 2018), Romanzo meridionale (ivi, 2023) e Il pane della sera (ivi, 2024). Presso la casa editrice statunitense Gradiva Publications (New York) è uscita nel 2021 la traduzione inglese del suo libro di poesie Il ponte di Heidelberg / The Bridge of Heidelberg (trad. di C. Siani). È co-autore, insieme a Gigliola De Donato, della biografia di Carlo Levi Un torinese del Sud (Baldini & Castoldi, 2001; 2^ ed. pocket Baldini Castoldi Dalai, 2005), delle cui opere ha realizzato molteplici curatele e su cui ha organizzato alcuni convegni di studio.  

Collabora ad alcune testate tra cui “Il Ponte” e “La Gazzetta del Mezzogiorno”. È responsabile del Centro Studi “J. Tusiani” di San Marco in Lamis, per i quali dirige la rivista “Frontiere”. Tra i riconoscimenti ricevuti il “Lerici-Golfo dei Poeti” (opera prima) e il “RhegiumJulii”.

:: Aurora di Marina Visentin (Laurana Editore 2024) a cura di Federica Belleri

26 novembre 2024 by

Chi è Gemma, chi è Vittorio? Chi è Aurora? Chi sono realmente i protagonisti di questa storia? Sono davvero quelli che impariamo a conoscere attraverso le parole dell’autrice o indossano una maschera? 

Queste sono solo alcune delle domande alle quali siamo chiamati a rispondere dopo aver letto questo libro. Domande complesse perché aprono scenari inquietanti, bui. La vita di Gemma, gallerista di successo, ad un certo punto si ribalta, si spezza.

 Qualcosa la sbatte al muro agendo  nell’ombra  e spaventandola.  Tutto si ribalta, si confonde e la confonde. Tutti sembrano puntarle il dito contro. Che fare, fuggire o affrontare? 

La trama è decisamente gialla con una tensione da thriller. I personaggi ruotano su se stessi cercando una spiegazione alla paura, che rasenta l’irragionevolezza. Perché non si può fuggire davanti alle proprie responsabilità, non si può incolpare gli altri per qualcosa che non li riguarda. Non ci si deve convincere di essere innocenti, perché ciascuno di noi ha un lato oscuro. Ognuno possiede un segreto. Ognuno è terrorizzato da ciò che vede o crede di vedere …

Aurora, di Marina Visentin, ci porta a Milano nel periodo natalizio. Dove i colori e gli addobbi lasciano il posto al mistero e alla crudeltà. Dove la ricerca della verità è impresa ardua, quasi impossibile. Oppure no? Magari, semplicemente, non è opportuno parlarne per evitare complicazioni. 

Ho apprezzato questo libro per la ricchezza di contenuti e l’ambientazione. L’intreccio misterioso è ben strutturato. Lo consiglio, buona lettura.

Fonte: omaggio dell’ autore.

:: Il sesso dei moderni: Pensiero del Neutro e teoria di genere di Éric Marty (Castelvecchi, 2024) a cura di Valentina Demelas

26 novembre 2024 by

Éric Marty, con Il sesso dei moderni: Pensiero del Neutro e teoria di genere – pubblicato in Italia da Castelvecchi e tradotto dal francese da Silvano Facioni – ci accompagna in un viaggio intellettuale affascinante, esplorando due concetti cruciali per il nostro tempo: il Neutro e il genere. Non aspettatevi un manuale di gender studies o una lettura leggera: questo libro è un vero e proprio tuffo nella filosofia contemporanea, che invita a riflettere e a mettere in discussione idee radicate.

Il cuore del libro è il dialogo tra due prospettive che sembrano simili ma, in realtà, si muovono in direzioni molto diverse. Da un lato c’è il Neutro, un concetto profondamente legato alla tradizione filosofica francese e al pensiero di Roland Barthes, che lo vede come una sospensione delle categorie. Il Neutro non cerca di definire, ma di liberare, aprendo uno spazio per sfuggire alle rigide opposizioni come maschile/femminile, attivo/passivo, singolare/plurale.

Dall’altro lato c’è la teoria del genere, rappresentata da Judith Butler e dal pensiero anglosassone. Qui non si parla di eliminare le categorie, ma di espanderle, ridefinirle e moltiplicarle. Per Butler, il genere non è qualcosa di fisso, ma una costruzione sociale che si manifesta attraverso i nostri comportamenti, il linguaggio e le norme culturali. Marty mette a confronto queste due visioni, mostrando come, pur condividendo l’obiettivo di superare le rigidità, il Neutro e il genere seguano strade radicalmente diverse.

Una delle qualità più grandi del libro è la capacità di Marty di intrecciare il pensiero di alcuni giganti della filosofia moderna. Roland Barthes, con il suo desiderio di sfuggire alle classificazioni, Derrida e il suo approccio decostruttivo, Foucault e l’analisi del potere, fino a Judith Butler e la teoria del genere come performance. L’autore non si limita a citarli: li fa dialogare, creando connessioni e sottolineando differenze.

Ad esempio, Barthes vede nel Neutro quasi un atto poetico, un gesto di resistenza contro le strutture imposte. Butler, al contrario, analizza come il genere sia costruito e ricostruito continuamente attraverso le nostre azioni. Il lettore viene accompagnato in questo confronto con una scrittura che, pur densa di riferimenti, riesce a rimanere accessibile a tutti.

Pagina dopo pagina, non ci vengono offerte risposte preconfezionate, ma ci vengono poste domande essenziali. Cosa significa davvero parlare di genere? In che modo il Neutro può aiutarci a ripensare le identità? E quali sono le conseguenze culturali e politiche di queste teorie? Leggere questo libro significa confrontarsi con questioni che vanno oltre il mondo accademico e toccano il nostro quotidiano. Il dibattito su genere e identità, infatti, non è solo filosofico: è vivo, urgente e centrale nella società di oggi.

Nonostante la complessità dei temi, Marty riesce a mantenere il suo discorso chiaro e coinvolgente. Ogni capitolo aggiunge un tassello a un mosaico che si completa man mano, offrendo una visione sempre più ampia e profonda di queste tematiche che fanno ormai parte del nostro quotidiano. Non serve essere esperti per seguire il ragionamento, ma curiosità e apertura mentale sono indispensabili.

Una lettura preziosa per chiunque voglia andare oltre le semplificazioni e capire davvero cosa significhi parlare di identità, genere e Neutro. Non si tratta solo di teoria, ma di strumenti per interpretare le dinamiche culturali e sociali che ci circondano.

Con questo libro, Éric Marty ci invita a riconsiderare le nostre certezze e ad aprirci a nuove prospettive. Il confronto tra Neutro e genere non è una questione astratta: è una chiave concreta per comprendere le tensioni e le sfide della modernità. Leggerlo significa mettersi in gioco, riflettere e, forse, cambiare il modo in cui vediamo il mondo. Il sesso dei moderni: Pensiero del Neutro e teoria di genere non è solo un saggio, è un invito a pensare. Se si desidera approfondire i temi più discussi dell’oggi, questo libro è davvero un punto di partenza fondamentale.

Éric Marty è Professore emerito di letteratura contemporanea all’Université Paris-Cité. Scrittore e saggista, si è occupato, tra gli altri, di Sade, André Gide e Roland Barthes, di cui ha curato l’edizione delle opere complete. In italiano è uscito L’engagement estatico. Su René Char (Quodlibet, 2020).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Castelvecchi.

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: Finché il caffè è caldo di Toshikazu Kawaguchi

26 novembre 2024 by

Il caffè, in questo libro, diventa simbolo di transitorietà e fragilità della vita. La regola di tornare nel passato solo finché il caffè è caldo rappresenta il tempo limitato che abbiamo per affrontare le nostre emozioni e rimediare ai nostri errori. Questo elemento di tempo crea una tensione narrativa, poiché i personaggi devono affrontare le loro esperienze in un arco temporale ristretto. Uno dei messaggi più forti del romanzo è che, sebbene non possiamo cambiare il passato, possiamo imparare da esso. Le storie mostrano che è possibile trovare una forma di felicità e pace interiore anche dopo esperienze difficili. La connessione con gli altri, il perdono e la comprensione sono elementi chiave per affrontare le sfide della vita. Kawaguchi utilizza un linguaggio semplice ma evocativo, creando una prosa che è accessibile ma profondamente toccante. I dialoghi sono naturali e riflettono le emozioni dei personaggi, permettendo ai lettori di immedesimarsi nelle loro esperienze.

:: Abbiamo tutti bisogno di un amico fragile di Nicola Vacca (Edizioni Qed, 2024) a cura di Giulietta Iannone

25 novembre 2024 by

Ci vuole una grande ostinazione
per essere liberi
nella prigione del mondo.
Perché libertà è amore
nonostante le catene dell’ordine costituito.

Chi ha amato la poesia dolente e sofferta di Fabrizio De Andrè troverà ristoro nella lettura della silloge Abbiamo tutti bisogno di un amico fragile di Nicola Vacca, Edizioni Qed, omaggio al poeta genovese a venticinque anni dalla scomparsa. Nicola Vacca è un poeta fuori dal coro, usa un linguaggio graffiante e incisivo per protestare contro un mondo, una società, in lento avanzato decadimento. Non ha paura di sporcarsi le mani, di usare parole forti, anarchiche, piene di rabbia e di giusto sgomento. Ci vuole coraggio a immergersi nel magma del suo “fare poesia” senza filtri, compiacimento, rassicuranti illusioni. Vacca scoperchia il calderone dell’ipocrisia con tagli netti, chirurgici, che a volte fanno male, e lo fa per guarire, per scuotere le coscienze, per risvegliare le anime di chi da troppo tempo è assonnato o inerte. Leggere le poesie di Nicola Vacca è sempre un’esperienza catartica, rivoluzionaria, che può turbare anche nel profondo. Scrivo queste righe a fatica con la morte nel cuore, è appena morto un amico, e sto cercando di reagire, di andare avanti, di superare l’angoscia che provo, Nicola Vacca mi perdonerà se questo commento sarà breve, ha sempre tanto rispetto e stima da mandarmi ogni suo nuovo libro per sapere il mio parere e non voglio deluderlo neanche questa volta. Oltre alle poesie da leggere in conclusione la postfazione vibrante dedicata a Fabrizio De André Il nostro Faber – La vibrante protesta di Faber il poeta. Da segnalare i disegni di Mauro Trotta.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È  scrittore, opinionista, critico letterario,  collabora alle pagine culturali  di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog Zona di disagio. Ha  pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004),  Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza  degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010),  Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto  ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020).

Source: libro inviato dall’editore.

Ciao, Davide

24 novembre 2024 by

Nella notte tra giovedì e venerdì 22 novembre è morto nel sonno Davide Mana e credo sia giusto dirgli addio, ma davvero nei giorni scorsi non riuscivo a spiccicare una frase di senso compiuto senza scoppiare a piangere. Davide era troppo buono per volere che i suoi amici piangano per lui, ovunque è ora, e io l’immagino in Cielo in compagnia della sua mamma, che se Davide era l’uomo meraviglioso che era molto lo dobbiamo a lei, l’ha educato come ogni madre vorrebbe educare un figlio, ci sta guardando e non vuole assolutamente che ci abbandoniamo alla depressione. Davide per chi l’ha conosciuto e gli è stato amico, o anche per i semplici lettori che hanno letto i suoi libri era così come appariva, colto, intelligente, amante dell’arte della bellezza, e soprattutto della musica, divertente, generoso, sincero, buono e forse non tutti sanno anche un ottimo cuoco, la sua zuppa di cipolle faceva epoca e se aveva un dono era quello di sapere insegnare. Ci siamo scritti per molti anni, e seguiti sui social, se ho iniziato a scrivere e pubblicare su Amazon, è stato per suo consiglio, mi ha sempre incoraggiata, apprezzata, ha tradotto in inglese alcuni miei racconti (era praticamente bilingue, conosceva e scriveva in inglese tanto e forse meglio che in italiano, se la cosa fosse possibile). Quando ha lasciato Torino per ritirarsi in provincia di Asti per assistere suo padre assieme a suo fratello ha potuto iniziare una carriera facendo ciò che amava, scrivere storie e mantendosi con esse, chi può dire altrettanto in Italia. Forse è più conosciuto all’estero, che in Italia, nei paesi anglofoni era un nome rispettato e amato. Pubblicava sulle riviste internazionali e con i migliori editori di genere, ed era un traduttore sofisticato e incredibilmente creativo e preciso, anche Mondadori ultimamante se ne era accorta e gli aveva commissionato opere importanti da tradurre. Per voi posso consigliare il suo blog in italiano Strategie evolutive e quello in inglese Karavansara e gli articoli che ha scritto per il nostro blog e di cercare i suoi lavori su Amazon e in rete. Ci restano i suoi scritti con i suoi consigli di lettura, le sue riflessioni sulla vita, sull’amore, sull’arte, e la sua calda umanità ed empatia. Voi perdete un artista di incredibile talento, io perdo un amico a cui ho voluto molto bene, forse uno dei miei migliori amici che mi mancherà ogni singolo giorno.

:: Davide Mana (Torino, 1967-Asti, 2024)

23 novembre 2024 by

Ieri è mancato Davide Mana, dopo lunga malattia, ne do notizia oggi, dopo avere avuto conferma, ad amici e lettori con il cuore carico di dolore. Ho sperato fino all’ultimo in un miracolo ma il suo percorso terreno era finito e ora è passato oltre. E’ stato per me un caro amico oltre che collaboratore. Era uno scrittore, un traduttore, un divulgatore culturale, uno scienziato, un insegnante e soprattutto un essere umano meraviglioso. E’ difficile per me scrivere queste righe, spero di elaborare il lutto e scrivere in futuro un suo profilo che gli renda giustizia. Per chi desiderasse dargli un ultimo saluto la cerimonia di commiato si terrà mercoledì 27 novembre alle ore 15.00 al Tempio Crematorio di Asti.

::”Verso l’India. 1879″, Isabel Burton, (Lorenzo de’ Medici Press, 2024) A cura di Viviana Filippini

23 novembre 2024 by

L’India, le sue meraviglia, i profumi e i colori, uniti a usi e costumi sono i protagonisti di “Verso l’India 1879” di Isabel Burton, un vero e proprio diariodi viaggio – tradotto per Lorenzo de’ Medici Press da Simona Bauzullo- grazie al quale il lettore segue, tappa dopo tappa, il percorso attraverso l’Europa della seconda metà dell’ Ottocento svolto dalla Burton e dal marito per raggiungere l’amata India. Si parte dalla terra d’origine della coppia, per passare poi alla Francia, scendendo in Italia ancora alle prese con la fase di riorganizzazione dopo l’Unità d’Italia, dove c’è  Cavour, ma ci sono anche Milano, Brescia, Venezia, Trieste, Roma e i territori circostanti tutti da scoprire. Un viaggio lungo, dove non mancarono degli intoppi, ma che permise all’autrice di vedere da vicino tanti luoghi, comprese le terre dell’Albania  e ben  oltre. Man mano che i coniugi navigano sulla Calypso – imbarcazione costruita a Glasgow-  si vedono scorrere posti che cambiano forma, colore , luce e dalla fredda Europa (non mancano riflessioni sull’Austria e sui magiari dell’Ungheria) si arriva a Port Said, in Egitto; a Gedda teatro di un tragico evento nel 1858, con passaggio nelle zone del Monte Sinai, fino a Aden dove molti viaggiatori arrivavano spesso provati dai chilometri fatti e dove si percepisce anche La Mecca. Il tragitto continua e pagina dopo pagina, si giunge a Bombai, ai suoi profumi, colori, mucche che girano indisturbate nella città controllata verso la metà del XVI secolo dai portoghesi che poi la cedettero poi agli inglesi. Quello che la Burton fa è documentare, raccontare, fermare attraverso le parole il suo viaggio, i posti, le persone, i loro aspetti e caratteri, in quello che è un fare importante che permette a chi legge oggi di comprendere come era il mondo esplorato dalla Burton con il marito. “Verso l’India 1879” è un libro curioso, interessante dove si conferma quanto per la cultura anglosassone del XIX secolo fosse importante mantenere attiva e dinamica la letteratura di viaggio. Non solo, perché nella prefazione scritta dalla Bauzullo e leggendo il libro stesso, emerge un aspetto insolito e innovativo dell’epoca vittoriana, dove era abitudine sociale che la dimensione maschile imponesse il suo essere su quella femminile. Questo non accade nella coppia dei Burton che superò ogni barriera sociale e religiosa (lui era anglicano, lei cattolica) dimostrando di essere uniti, affiatati e complici. Affermo questo perché Sir Richard Francis burton, diplomatico ed esploratore, sosteneva  in modo completo l’intraprendenza e la voglia di conoscere e scoprire della moglie Isabel, la quale riempiva di appunti interi taccuini di viaggio. Questo traspare anche dal libro edito da Lorenzo de’ Medici Press dove, accanto all’esploratrice c’è il consorte, però più che essere lei ad accompagnare lui, è il contrario: è lui che accompagna lei, restando un passo indietro per lasciare campo libero alla voce narrante della moglie Isabel. “Verso l’India 1879” di Isabel Burton, non è solo un viaggiare in luoghi e vederli come erano nel XIX secolo, è osservarli attraverso gli occhi e la sensibilità femminile di una donna curiosa e intraprendente che, nelle sue pagine, oltre al voler far conoscere “il resto del mondo”, ha la volontà di mostrare l’altro, il diverso e ignoto per poterlo scoprire, apprezzare e rispettare.

Isabel Burton (1831-1896) è stata una scrittrice ed esploratrice britannica, moglie dell’esploratore Richard Francis Burton, con il quale viaggiò molto arrivando anche in luoghi come l’Arabia  e l’India che, di rado erano visitati della donne della sua epoca. Tra le sue opere “Inner Life os Syria, Palestine, and the Holy Land” e nel 1879 “ Arabia, Egypt, India”.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ ufficio stampa 1A Comunicazione

:: FILM SU BERLINGUER: AGIOGRAFIA PIU’ CHE BIOGRAFIA, a cura di Antonio Catalfamo

19 novembre 2024 by

Ho visto il film di Andrea Segre su Enrico Berlinguer. La mia curiosità è stata stimolata dalla grande propaganda che intorno ad esso è stata sapientemente orchestrata attraverso i mass-media. Confesso di essere rimasto deluso. Sia chiaro: il regista ha dimostrato tutta la sua competenza tecnica e l’attore protagonista ha dato ampio saggio della sua professionalità.

Ma, al di là dell’aspetto prettamente tecnico, si pone inevitabilmente la questione dei contenuti, del modo in cui sono stati presentati al pubblico gli avvenimenti oggetto della rappresentazione cinematografica. Ho trovato il film marcatamente agiografico. A mio avviso, la «strategia comunicativa» perseguita abilmente dal regista è stata quella di coniugare due esigenze fondamentali.

Da un lato, assecondare la nostalgia intorno alla figura di Berlinguer che anima una fascia di pubblico che ha condiviso, per motivi generazionali, la sua esperienza politica di segretario nazionale del Partito comunista italiano. Si tratta di un’ampia area di persone che, nei decenni a seguire, hanno perlopiù seguito un percorso comune, che è quello dell’adesione ai vari partiti (Pds, Ds, Pd) che sono nati per effetto dello scioglimento del Pci e che trovano conforto nella politica del «compromesso storico» portata avanti da Berlinguer per giustificare la scelta di un processo politico che si è concluso con la nascita di un soggetto, il Partito democratico, che ha unito in sé una parte degli ex comunisti e una componente dell’ex Democrazia cristiana.

Dall’altro lato, il regista ha voluto consolidare una certa immagine di Berlinguer e del Pci a beneficio delle nuove generazioni, presenti e future. Un progetto ambizioso, che sicuramente è destinato ad incidere e ad ottenere risultati tangibili.

Un film agiografico, dicevamo, e, per ciò stesso, poco problematico, conseguentemente esaltatorio e tutto volto ad agire sulla sfera emotiva del pubblico, piuttosto che sulla riflessione critica e, per quanto riguarda i più anziani, anche autocritica.

E’ vero: la personalità di Berlinguer viene ricostruita come tormentata, angosciata dal susseguirsi di avvenimenti drammatici, che hanno un epilogo disastroso, seppur improntata ad alcune scelte di fondo che il politico intende perseguire in maniera intransigente. La «grande ambizione», di cui parla il titolo del film, è quella di dar vita, attraverso il «compromesso storico», ad una collaborazione tra le maggiori forze politiche di estrazione popolare, la Dc e il Pci, per realizzare nel Paese un sistema di riforme tale da assicurare un cambiamento in senso democratico e progressista.

La ricostruzione storica degli avvenimenti è, però, tendenziosa, tutta incentrata sulle passioni del protagonista, sulle sue idee, perseguite con coerenza, sul suo spessore umano e politico-culturale. La prima vittima sacrificale è rappresentata dal dibattito interno al Pci suscitato dal «compromesso storico». Un dibattito che fu aspro, vide posizioni fortemente contrapposte, anche se, in buona parte, fu soffocato dal segretario e dal gruppo dirigente raccolto intorno a lui con la defenestrazione dei suoi antagonisti o con la loro emarginazione attraverso metodi molto discutibili e tutt’altro che democratici.

Nel film questi antagonisti vengono ridotti al rango di semplici comparse, alle quali viene affidata la pronuncia di qualche frase. E’ questa una rappresentazione molto riduttiva di personaggi come Umberto Terracini, fondatore del partito nel 1921, assieme a Gramsci e a Togliatti, condannato dal regime fascista a 22 anni di reclusione, presidente, nell’immediato secondo dopoguerra, dell’Assemblea Costituente, a cui fu affidato il compito di redigere la nuova Costituzione, che porta in calce la sua firma, capogruppo del partito al Senato per lunghi anni e figura di primo piano della lotta politica; come Pietro Ingrao, al quale viene affidata nel film una frase isolata, seppur significativa (laddove egli contesta il progetto di realizzare il cambiamento della società italiana collaborando con la Dc e con uomini come Andreotti che hanno malgovernato per decenni il Paese e sulle cui spalle si addensano pesanti responsabilità); come Luigi Longo, segretario del partito prima di Berlinguer e poi presidente, che manifestò tutta la sua contrarietà al «compromesso storico», a partire dalla stessa definizione adottata, ma che nel film non fa neanche capolino.

Armando Cossutta compare di sfuggita nel momento in cui viene destituito da Berlinguer dal suo compito di tenere i rapporti con il Pcus, sostituito da Gianni Cervetti, e affidato al settore degli Enti locali, e pronuncia brevi frasi che racchiudono la sua preoccupazione per una rottura con l’Unione Sovietica nel momento in cui il Pci è esposto a gravi pericoli che provengono da tutt’altra direzione, come lo sviluppo degli avvenimenti dimostrerà ampiamente. L’immagine di Cossutta come semplice uomo di Mosca è anch’essa molto riduttiva. Si tratta di un dirigente che viene dalla Resistenza ed è stato chiamato a far parte della segreteria nazionale dal segretario che ha preceduto Berlinguer, Luigi Longo, per l’appunto. In linea con le posizioni di quest’ultimo, è stato pubblicamente contrario all’intervento delle truppe del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia, e, successivamente, sotto la segreteria Berlinguer, all’intervento sovietico in Afghanistan, nel 1979. E’ la persona a cui Longo ha affidato il compito di occuparsi dei rapporti con l’Urss per conto del Pci, del quale ha rappresentato gli interessi nelle relazioni bilaterali.

Nel film non compare Ambrogio Donini, storico delle religioni, docente universitario, uno dei capi del Centro esteri del Pci durante il fascismo, esule in vari Paesi nel ventennio della dittatura mussoliniana, autore di un tentativo di liberare Gramsci dalla prigionia attraverso una trattativa mediata dal Vaticano, primo lettore dei Quaderni del carcere, assieme a Togliatti, pervenuti avventurosamente in copia. Donini è il vero punto di riferimento del Pcus in Italia. Sarebbe un’offesa alla sua cultura accademica considerarlo un grigio e dogmatico uomo d’apparato. E’ uno di quelli con i quali Berlinguer ha usato la mano pesante, escludendolo nel 1979 dalla Commissione Centrale di Controllo senza neanche preavvisarlo, come emerge dalla corrispondenza epistolare intrattenuta da Donini con Nino Pino Balotta, già deputato comunista nelle prime tre legislature della Repubblica e anch’egli amico dell’Urss, come uomo di cultura e scienziato di fama internazionale.

L’elenco di coloro che sono stati estromessi ad opera di Berlinguer e dagli uomini che lo attorniano è abbastanza lungo. Si tratta di dirigenti di vecchia data che hanno servito la causa in circostanze difficili, pagando di persona. Un patrimonio di esperienze di cui Berlinguer ha ritenuto di dover privare il partito, mettendo al loro posto persone che poi l’hanno sciolto, come Achille Occhetto, Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Piero Fassino (solo per fare alcuni nomi).

Il film rappresenta il dramma personale di Berlinguer di fronte al rapimento del segretario della Dc, Aldo Moro, e al fallimento del «compromesso storico». Ma non dà conto di quello di migliaia di militanti e di ex dirigenti, defenestrati ai vari livelli, che hanno subito enormi discriminazioni nell’ambito del nuovo sistema creato da Berlinguer assieme alla Dc e al quale è stato dato il nome di «consociativismo».

Non mostra gli effetti nefasti della politica della «concertazione» nei confronti della massa dei lavoratori. Qui basta ricordare che, lungo la scia del «compromesso storico», Luciano Lama, segretario della Cgil, con la «svolta» dell’Eur, nel 1978, accettò la politica di riduzione dei salari, in nome della partecipazione dei lavoratori ai sacrifici imposti dalla crisi economica, in cambio di un promesso aumento dell’occupazione che non si ebbe.

Non rappresenta l’effetto politico principale del «compromesso storico» nell’ambito della sinistra italiana: l’indebolimento del Psi (di fronte ad un accordo tra i due maggiori partiti non poteva che risultare soccombente), la conseguente emarginazione interna del segretario pro tempore Francesco De Martino, l’ascesa al potere di Craxi, in nome dell’autonomismo socialista, che portò da lì a poco alla sua investitura a segretario del partito. I rapporti tra comunisti e socialisti ne risultarono compromessi per sempre e le prospettive di un’alternativa della sinistra alla Dc svanì.

Il film di Andrea Segre ritiene opportuno concludere con il rapimento Moro, tralasciando tutti gli aspetti che ho segnalato e la loro proiezione distruttiva sulla vicenda politica futura.

E’ un film che fa leva sull’emozione acritica e sulla nostalgia, presunta e ingiustificata, piuttosto che sulla ragione critica e sulla riflessione storica, molto più complessa ed articolata.