:: Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco, Franco Matteucci (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

8 luglio 2016 by
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La prima vittima sulle montagne di Valdiluce è un’orsa, sorta di simbolo e mascotte della zona, orrendamente uccisa e non per caso, ma che riesce a lasciare sulla scena del crimine un segno che può incriminare il suo assassino. Poi, altri delitti vengono commessi ai danni di esseri umani o tentati, come un avvelenamento di massa sventato per caso in un rifugio da poco inaugurato.
C’è quindi da fare per l’ispettore Marzio Santoni, non al suo primo caso in quella ridente vallata dove pensava di avere una vita piuttosto noiosa, ma forse alle prese con un lavoro molto pericoloso, con tante implicazioni che arriveranno a toccarlo anche di persona prima della conclusione della vicenda.
Il genere giallo in tutte le sue sfumature ha il dono non comune di essere sempre piuttosto convincente, e anche la serie dell’ispettore Santoni di Matteucci non scappa a questa regola, con titoli tra l’altro godibili anche singolarmente e non organizzati, come usa sempre di più anche nel genere, da Larsson in poi, sotto forma di ciclo.
I gialli nascono come ambiente loro naturale nelle città, ma in realtà possono funzionare anche altrove, come nelle incantevoli montagne dell’immaginaria Valdiluce, un po’ Dolomiti, un po’ Alpi piemontesi, perfetto scenario per commettere delitti aiutati anche dalla conformazione del luogo, che permette gesti che altrove sarebbero impensabili.
Interessante anche il discorso animalista, con la morte dell’orsa all’inizio, di sinistra attualità pensando al caso di Daniza, uccisa per giochi di interessi più grandi di ogni altra considerazione, per ricordare che comunque spesso la crudeltà sugli animali è tirocinio di quella sugli esseri umani. Ma nelle pagine de Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco ci sono tanti riferimenti all’attualità, speculazione edilizia, degrado ambientale, consumo del territorio, presenza umana invasiva, per cui in una qualunque località montana delle nostre Alpi si potrà trovare qualcosa della storia raccontata nel libro.
Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco è ovviamente un libro per tutti gli amanti del giallo, thriller e noir che dir si voglia e testimonia la grande versatilità e presenza anche degli autori di casa nostra. Detto questo, è anche un libro con altri livelli di lettura, una storia di attualità, come capita nei gialli migliori, da consigliare a chi si interessa di certe tematiche e come punto di partenza per discussioni e approfondimenti.

Franco Matteucci è autore e regista televisivo e vive e lavora a Roma. Insegna Tecniche di produzione televisiva e cinematografica presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha scritto i romanzi La neve rossa (premio Crotone opera prima), Il visionario (finalista al premio Strega, premio Cesare Pavese e premio Scanno), Festa al blu di Prussia (premio Procida Isola di Arturo – Elsa Morante), Il profumo della neve (finalista al premio Strega), Lo show della farfalla (finalista al Premio Viareggio – Rèpaci). È autore di una serie di gialli di grande successo che hanno per protagonista l’ispettore Marzio Santoni: Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante, Tre cadaveri sotto la neve, Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco. I suoi libri sono stati tradotti in diversi Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Antonella dell’ Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Il testamento del conte Inverardi, Luigi Valloncini Landi (Salani, 2016) a cura di Micol Borzatta

8 luglio 2016 by
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Luigi Valloncini Landi, figlio di Monia e Mario, rispettivamente la cuoca e il maggiordomo di casa Mandolossa di proprietà dei conti Inverardi, è cresciuto dentro quella casa mentre i genitori erano a servizio, come a loro volta i loro genitori.
Arrivato all’età scolare viene spronato dal conte, che si accollò tutte le spese, a proseguire gli studi fino a laurearsi. Cosa che fece, diventò medico e passò tutta la sua vita a Settepassi come dottore dei conti e del paese.
Grazie alla sua posizione prima di figlio dei domestici e dopo di medico, Valloncini ha potuto raccogliere ricordi diretti e indiretti della dinastia Inverardi della Pieve. Ricordi che decise di raccontare, partendo dal nonno del conte Gilberto fino ad arrivare a raccontare del figliastro, della vedova e dei nipoti del conte.
Una storia lunga quattro generazioni fatta di dolori, sofferenze, perdite, scelte difficili spinte dalla regola in uso noblesse oblige e altre motivate solo dalla cattiveria, dall’egoismo e dall’ingordigia, ma alcune, anche se poche, anche dall’amore.
Quando alla morte del conte Gilberto, grazie al suo testamento, sembrerebbe che le situazioni si potessero sistemare, ecco che la cupidigia risorge e nuovi complotti nascono sottobanco.
Pur trattandosi di una biografia inerente a una casata nobiliare, il romanzo non appare noioso come si potrebbe temere a un primo impatto, ma anzi risulta essere molto coinvolgente e appassionante, sia per il fatto che è raccontata da un diretto interessato, essendo l’autore un discendente dei domestici e cresciuto a contatto con la famiglia in questione, ma anche perché lo stile narrativo è molto scorrevole e porta il lettore a vivere in prima persona le vicende dei vari personaggi, prendendoli talmente a cuore che a volte vorrebbe intervenire per svelare quei segreti che chi li conosce tiene ermeticamente nascosti e chi non li conosce li cerca come se fossero ossigeno.
Le descrizioni degli ambienti e dei periodi storici sono fatte fin nei minimi particolari, così che anche il lettore più all’oscuro riesce ad ambientarsi e muoversi tra le pagine e gli avvenimenti come se fosse stato presente senza nessuna fatica, così da potersi concentrare sui drammi familiari e sulle varie personalità dei personaggi, che vengono descritti tramite i loro pensieri, i loro sentimenti e le loro azioni, molto più che fisicamente, proprio perché l’autore vuole dare molta più importanze al lato spirituale della famiglia piuttosto che ai tratti fisici e materiali in sé.
Un romanzo nato, come dice l’autore, “per descrivere un mondo che conosco bene ma non mi appartiene e per lasciare un segno di me.”

Luigi Valloncini Landi nasce a Settepassi nel 1929.
Nel 1954 si laure in Medicina e Chirurgia e per cinquant’anno fa il medico condotto.
Nel 2004, dopo essere andato in pensione, si dedica alla scrittura raccogliendo tutti i suoi ricordi di una vita.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Matteo dell’ Ufficio Stampa Salani.

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:: Sarai per sempre mia amica, M. O. Walsh (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

8 luglio 2016 by
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Anni Ottanta: in un quartiere residenziale di Baton Rouge, Louisiana, una sera viene aggredita e stuprata la quindicenne Lindy, oggetto del desiderio di vari suoi vicini di casa, tra cui la voce narrante del libro, che a distanza di anni rievoca quei fatti ormai lontani, con l’ossessione di un amore acerbo e forse anche le sue colpe in un fatto che distrusse fiducia e senso di vicinanza in quella comunità. Il protagonista rivive un periodo che ha cambiato la sua vita, aprendogli le porte dell’età adulta, in cui ha cercato anche lui, con l’istinto di giustizia proprio della giovinezza, di proteggere e fare giustizia. Ma crescere è anche capire che certe cose non si possono cambiare.
Da decenni ci sono stati libri, film, telefilm, che hanno raccontato il lato oscuro della provincia, soprattutto di quella statunitense, e dei suoi quartieri bene, dove si nascondono, e tutto il mondo è paese, basti pensare alla cronaca italiana, drammi e delitti di vario tipo. Il tema però non stanca, soprattutto in una storia come questa, dove è accompagnato da una storia adolescenziale di formazione, non sappiamo quanto autobiografica per l’autore, ma struggente nel suo incanto e anche nella sua crudezza.
In ogni caso Sarai per sempre mia amica è più vicino a Il buio oltre la siepe che non a Peyton Place o Desperate Housewives, presentando un mondo e una situazione visti dagli occhi di un quattordicenne sognatore, un po’ schiavo degli ormoni, impotente di fronte alle brutture della realtà, capace ancora di soffrire dopo anni per quello che successe, perché con quello perse tanto di se stesso e delle sue certezze.
La struttura del libro è comunque quella di un thriller, visto che in ogni caso si indaga su un delitto, con un ricordo a distanza di anni: ma in fondo la storia parla della fine delle illusioni, della struggevolezza del primo amore, del rimpianto per ogni occasione persa e di quello che ci si lascia indietro senza possibilità di tornare indietro anche se lo si vorrebbe più di ogni cosa al mondo.
Sarai per sempre mia amica è un libro che si legge tutto d’un fiato, come un thriller appunto, ma che lascia con un groppo al gola: perché se magari, e per fortuna, non tutti sperimentano quello che è raccontato in queste pagine per quello che riguarda il crimine che avviene, tutti ricordano con rimpianto quello che non sono più e quello che se ne è andato per sempre.

O. Walsh vive a New Orleans, dove è il direttore del laboratorio di scrittura creativa dell’Università. Ha già scritto vari racconti, usciti su periodici e riviste letterarie. Sarai per sempre mia amica è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Bianca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: La strada delle ombre, Mikel Santiago (Nord, 2016) a cura di Micol Bozatta

7 luglio 2016 by
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Bert Amandale e Chucks Basil sono amici fin da ragazzi. Cresciuti insieme hanno mantenuto un legame quasi fraterno anche quando le loro strade si sono divise per seguire le rispettive carriere, Bert scrittore e Chucks musicista. Un legame talmente forte che quando Bert si trasferisce in Francia per cercare di sistemare il suo matrimonio si trasferisce anche Chucks.
Una sera, dopo essere usciti a bere, durante il ritorno a casa, Chucks investe un uomo. All’inizio scappa spaventato, ma poi torna indietro per soccorrerlo, ma il cadavere è sparito. Nei giorni seguenti nessuna notizia dell’incidente e quando è andato a costituirsi nessuno gli ha creduto.
All’inizio nemmeno Bert gli crede, ma quando pochi giorni dopo leggono sul giornale della morte di Daniel Someres, Chucks riconosce in lui il tizio investito, ma l’articolo dice che è morto giorni dopo e a 100 km di distanza.
Chucks inizia così a indagare, e quando la figli di Bert lo trova morto, sarà Bert stesso a prendere in mano le indagini, e le scoperte che farà saranno spaventose. Ombre nascoste così bene da sembrare raggi di luce.
Romanzo molto interessante, con un inizio un po’ lento per quanto riguarda il ritmo di narrazione, ma comunque molto coinvolgente essendo incentrato sulla capacità di Bert di capire cosa stia passando Chucks.
Descrizioni molto contraddittorie e frastagliate degli avvenimenti trasmettono al lettore la situazione di confusione mentale sia di Chucks, che crede di impazzire, trasmettendo anche la descrizione della trasandezza fisica in cui cade, che di Bert, che cade in una totale confusione perché da una parte crede all’amico, ma dall’altra teme che sia ricaduto nella paranoia e nella pazzia.
Dopo una prima parte lenta, che come spiegato sembra quasi un lungo prologo, si arriva alla morte di Chucks e al vero libro. Da questo momento infatti il ritmo dello stile narrativo cambia, diventando più veloce, come più veloci diventano i pensieri di Bert, che si ritrova a dover indagare sulla morte dell’amico perché è l’unico a non credere al suicidio. Il cambio di ritmo serve anche per trasmettere meglio al lettore il senso di angoscia di Bert, angoscia che effettivamente verrà provata fino alla fine della lettura, quando con uno spettacolare colpo di scena verranno alla luce tutti i segreti, o come dice anche il titolo, tutte le ombre.
Un romanzo che sa davvero come portare il lettore su una montagna russa continuativa, infatti come le montagne russe inizia piano per diventare sempre più travolgente e quasi spaventoso, dando continue scariche adrenaliniche inducendo così il lettore a non staccarsi mai.

Mikel Santiago nasce a Portugalete, nei Paesi bachi, nel 1975.
Chitarrista in una band rock vive per dieci tra la Spagna e l’Irlanda.
La scrittura è entrata nella sua vita quasi per gioco, ma in breve tempo si è ritrovato ai vertici delle classifiche spagnole e americane con il suo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’ufficio stampa Editrice Nord.

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:: Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Luciano Gallino (Einaudi, 2015) a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2016 by
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Quel che vorrei provare a raccontarvi nelle pagine che seguono, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea.
(..) Abbiamo visto scomparire l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità(..) Considerate questo piccolo libro un modesto tentativo volto ad aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa.

Luciano Gallino, sociologo di chiara fama, è scomparso lo scorso novembre 2015  a 88 anni. Prima di salire in Cielo, ha lasciato al mondo il suo ultimo lavoro, un testamento in forma di saggio, lungimirante, acuto, senza concessioni alla retorica o al nichilismo. I tempi in cui viviamo lasciano poche porte d’uscita dalla crisi, dilaga la rabbia, il senso diffuso di una discesa inarrestabile, l’età dell’oro vive nei lustrini di una speranza che scema di giorno in giorno. Eppure c’è un rimedio che lo studioso propone, una maggiore analisi, una speculare riflessione su ciò che è stato il capitalismo e che non è più.
Il primo aspetto della crisi del capitalismo riguarda la pauperizzazione del consumatore, vale a dire la condizione di povertà relativa in cui la crisi ha spinto milioni di persone delle classi medie e della classe operaia.
La crisi finanziaria esplosa nel 2008 negli Usa e Ue, e la successiva crisi del debito pubblico nel 2010 nei paesi europei, sono soltanto effetti collaterali di una profonda crisi strutturale dell’intero sistema.
A farne le spese è una figura sociale che tanta parte ha giocato nel campo del mondo capitalistico: il consumatore. Una delle cause di questa decadenza è la compressione generale dei salari reali in atto negli Stati Uniti e in Europa sin dagli anni Settanta. Si è inaugurata altresì l’età in cui la maggior parte delle forze di lavoro appare destinata a essere trasformata in esubero.
Come e perché si è arrivati a questo punto dell’evoluzione umana?                                                 <<La tecnologia crea più posti di lavoro di quanti ne distrugge>>.
Questa affermazione ha cessato di essere vera a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. In quel periodo ha cominciato ad affermarsi nella produzione di beni e servizi a opera dell’impresa capitalistica un elemento rivoluzionario: la microelettronica abbinata all’informatica. Essa ha permesso di automatizzare  la produzione industriale. Il risultato è stato la riduzione della forza lavoro. Siamo entrati nella terza rivoluzione industriale, e ci siamo ancora dentro.
Paghiamo con la bassa occupazione il privilegio di vedere progredito di un passo consistente il cammino dell’uomo.
Basta leggere le pagine infervorate e insieme analitiche del Capitale di Marx per comprendere il salto storico che abbiamo compiuto degradando lo svilimento di un operaio costretto a massacrarsi di lavoro in nome di uno sfruttamento legale e comunemente accettato. Le sue braccia sono state sostituite da macchine efficienti e non deperibili, eppure sono questi gli effetti paralleli di una esplosione tecnologica non regolata e selvaggia.
La retrocessione è stata portata avanti dal vento di una  finanziarizzazione che contribuisce alla crisi ecologica. Si è cercato di tamponare il disastro, ma
le politiche di austerità si sono rivelate un fallimento.
In un articolo del 2009,  Matthew Richardson e Nouriel Roubini sostenevano l’esigenza di una << distruzione creatrice>>, secondo la ben nota definizione di Joseph Schumpeter. E’ quello che vediamo oggi ancora in modo offuscato e miope.
Il maggior timore di Schumpeter era che la creatività distruttiva portasse all’implosione del capitalismo, con la società incapace di gestire il caos. Aveva ragione ad avere questi timori – sostengono i due esperti.
Luciano Gallino non parla di distruzione creatrice, però lancia un allarme per le nuove generazioni: il declino oramai non solo economico minaccia la civiltà di cui siamo intrisi e tuttora indispensabile per andare avanti.

Luciano Gallino è stato professore emerito, nonché ordinario di Sociologia, all’Università di Torino. Si è occupato per lungo tempo delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell’epoca della globalizzazione.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Simonetta dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: La ricetta segreta per un sogno, Valentina Cebeni (Garzanti Libri, 2016) a cura di Elena Romanello

7 luglio 2016 by
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Elettra è cresciuta con una madre panettiera capace di creare meraviglie nel suo lavoro, tra pani e dolci, ma lei non ha mai condiviso questa sua passione, preferendo fare altro e dovendo in parte rinunciare alle sue aspirazioni per un debito misterioso in denaro che la madre ha con qualcuno che abita lontano. Quando la madre si ammala gravemente, Elettra parte verso l’Isola di Titano, nel Mediterraneo, dove sono le sue origini, per scoprire una vera storia mai raccontata, legata a fatti avvenuti decenni prima, una grande amicizia rovinata da un altrettanto grande amore. Una storia anche di disperazione e tragica, ma da cui Elettra prenderà spunto per dare un nuovo inizio alla sua vita.
Il tema della ricerca delle proprie origini non è una novità, anche se può essere sempre efficace, in questa sorta di eterno presente in cui ricercare il passato spesso viene visto solo come un atteggiamento nostalgico e conservatore, un atteggiamento sbagliato ma predominante.
La storia ha, soprattutto nella prima parte, alcune discrepanze ed è a tratti troppo macchinosa e poco realistica: non convince fino in fondo il perché Elettra ha rinunciato a frequentare la scuola di giornalismo, né tantomeno come mai parta mentre la madre gravemente malata è in ospedale e senza lei un lavoro fisso per stare per un periodo indeterminato in un posto che non conosce, dove è difficile arrivarci e dove non si capisce come riesca a mantenersi, visto che la sua permanenza di protrae per mesi.
Quello che colpisce nel romanzo è però, più che la vicenda, la grande protagonista neanche tanto nascosta, l’Isola di Titano, un luogo antico e fuori del tempo, che riecheggia la Sardegna, ma anche le Eolie e l’Elba, che raccoglie storie, drammi, misteri, fatti remoti capaci di influenzare il presente, tra una tragedia del mare e un convento in cui si erano intrecciati vari destini al femminile.
Per cui la trama diventa a tratti secondaria di fronte alla forza evocatrice di un’isola inventata su basi reali, che si scopre attraverso gli occhi di Elettra, e non solo come simbolo della ricerca delle proprie origini, perché Titano comunque fa sognare e dovrebbe poter esistere, da qualche parte oltre alle pagine del libro.

Valentina Cebeni vive a Roma dal 1985, anno della sua nascita, ma ha il mare della Sardegna dei suoi nonni nel cuore. Appassionata di storie sin dall’infanzia, ha un grande amore per la cucina, nato proprio per riscoprire i legami con le radici della sua famiglia.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Bianca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: L’abbazia dei cento inganni, Marcello Simoni, (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

6 luglio 2016 by
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Torna Marcello Simoni, con il terzo capitolo della Codice Millenario Saga, imperdibile per chi ha letto i primi due e da leggere rigorosamente dopo. Con queste premesse, non resta che imergersi in questo nuovo capitolo di un thriller storico tutto italiano ma che sta piacendo moltissimo anche all’estero.
A Ferrara, durante l’inverno del 1349, all’indomani della peste nera che ha decimato la popolazione europea e che influenzerà per secoli l’immaginario da Boccaccio in poi, un cacciatore su commissione assiste ad una processione di persone incappucciate e con un animale che evoca l’Apocalissi nelle foreste che ha il potere di terrorizzarlo, e non è l’unico. Il tutto sembra una serie di presagi di fine del mondo, ma potrebbe anche essere un astuto complotto per terrorizzare e destabilizzare i poteri costituiti e per rimpiazzare appunto chi è al governo della città sul delta del Po.
In mezzo a questi eventi si trova il cavaliere Maynard de Rocheblanche, già eroe dei due precedenti capitoli, che cerca di fare luce su questi con l’aiuto dell’Inquisizione, cercando di nascondere i suoi di segreti, che interessano non poco al potere ecclesiastico, visto che è l’unico custode di un mistero che può far traballare il cristianesimo, la reliquia del Lapis exili. L’unica che può aiutarlo è la sorella monaca Eudeline, che si troverà di fronte ad un’importante scelta di cambiamento della sua vita. Ma i rischi per entrambi saranno molto forti, mentre ci sarà anche un ultimo incontro con qualcuno che in passato ha già pesantemente influenzato le loro vite…
Anche questa volta Marcello Simoni non delude, presentando un romanzo appassionante, godibilissimo sia dal punto di vista storico che da quello del giallo. I fatti e le ambientazioni storiche di un Medio Evo vivo e affascinante, lontano da noi ma con non poche pulsioni ancora contemporanee, sono restituite con uno sfondo storico fedele e con la costruzione di un intreccio romanzesco non forzato, che non stride, verosimile e appassionante.
Come giallo medievale, L’abbazia dei cento inganni funziona altrettanto bene, non dimenticando il modello di Umberto Eco e interpretandolo in un momento in cui il potere religioso e il potere politico cominciano a volersi spartire un mondo in cambiamento. Un mondo in cui l’autore conduce per mano, rendendo vivi città, vie, fatti, personaggi anche reali, tra inganni, mistificazioni e ricerca della verità. Tutti discorsi attuali, e forse è anche per questo che le storie tra avventura, Storia e giallo di Marcello Simoni piacciono tanto, perché sono ben ricostruite, ben congegnate, appassionanti e nello stesso tempo i suoi eroi sono molto moderni, mentre cercano la spiegazione dei fatti in quei giorni del Trecento.

Marcello Simoni, originario di Comacchio, classe 1975, è laureato in lettere e ha lavorato come archeologo e bibliotecario. Il suo primo successo è del 2011, con Il mercante di libri maledetti, a cui sono seguiti vari altri racconti e romanzi, come La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, L’isola dei monaci senza nome, L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti, I sotterranei della cattedrale. Tutti successi, tradotti anche all’estero.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Simona e Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Il viaggio di Lea, Guia Risari (Einaudi Ragazzi, 2016) a cura di Viviana Filippini

6 luglio 2016 by
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Perché si nasce, se poi si deve soffrire e morire? Queste sono alcune delle spinose questioni che danno il tormento a Lea, la protagonista del nuovo romanzo per ragazzi edito da Einaudi – Il viaggio di Lea– di Guia Risari. La ragazzina ha dodici anni e vive con il nonno nella periferia di una città che potrebbe essere una di quelle dove viviamo noi. Lea è triste e dopo la morte dei genitori, scomparsi in un brutto incidente d’auto, lei ha cominciato a chiudersi sempre più in se stessa. Il nonno, per aiutare la nipotina a trovare un pizzico di pace le regala un gatto dal pelo rosso. Lea lo accoglie con sospetto e curiosità, ma ogni dubbio scompare quando scopre che il micio oltre ad essere molto saggio, parla pure. La ragazzina trova nel gatto, che chiama Profirio un po’ in onore del filosofo greco di origine fenicia, ma soprattutto per il suo pelo rosso, un vero e proprio amico fidato. Con Porfirio, Lea comincerà un lungo e rocambolesco viaggio nel tentativo di scovare le risposte a tante domande sul senso della vita, della morte e della sofferenza che la tormentano da quando ha perso i genitori. Pagina dopo pagina, Guia Risari porta il lettore a fianco di Lea, facendogli vivere le stesse esperienze della protagonista che, durante il suo pellegrinaggio incontrerà un’umanità stramba e variegata. Lea, esperta ritrattista, finirà in una bisca di imbroglioni, si imbatterà in uno strano vagabondo, incontrerà una coppia di pescatori (marito e moglie) che hanno lasciato i loro lavori stressanti per darsi ad un vita nuova dove la pace e la tranquillità sono i valori principali. Ma non è tutto, in quanto la piccola sarà ospitata da una numerosa famiglia di agricoltori, incrocerà un poeta che fa il serial killer e pure tre imbranati aspiranti rapinatori che ad un certo punto cambieranno professione. Lea è contenta di tutte queste esperienze perché grazie a queste persone lei riuscirà a trovare parti di risposte alle tante domande che si pone, ma c’è un qualcosa o, sarebbe meglio dire, qualcuno che la tormenta. Ed è quella strana presenza che Lea percepisce per tutto il suo viaggio e che la segue in ogni sua mossa. Quando la ragazzina scoprirà chi si nasconde dietro quegli occhi cangianti, allora Lea farà a quella nonnina tutte le domande possibili e immaginabili. Il viaggio di Lea è un romanzo di formazione nel quale la Risari riesce ad affrontare con delicatezza temi non facili come la morte, il dolore, la sofferenza, l’amore, l’amicizia e il valore dell’unicità di ogni essere vivente. Lea è una bambina curiosa, desiderosa di conoscere il senso delle cose e delle emozioni. Il suo trovare spiegazioni, anche se non proprio complete, le permetterà di appianare un po’ i suoi dubbi, compreso il fatto che il vivere e il morire siano tra loro reciproci. Quando Lea tornerà a casa dal nonno, con lei ci sarà Ipa la nipotina della nonnina che ha aiutato Lea. Tra le due bambine scatterà da subito l’empatia e Lea, cresciuta e con una maggiore consapevolezza sul senso del vivere e del morire, aiuterà l’amichetta (e forse anche un po’ i lettori) ad imparare ad affrontare con coraggio quelli che sono gli imprevisti della vita.

Guia Risari (Milano, 1971) è laureata in Filosofia morale all’Università Statale di Milano. È specializzata in Studi ebraici moderni in Inghilterra e in Letteratura comparata in Francia, dove ha vissuto per qualche tempo e ha collaborato con diverse università francesi. Ha lavorato come educatrice, giornalista e traduttrice. Scrive racconti, libri per bambini, testi teatrali, saggi, testi surrealisti, poesie. Tiene laboratori, conferenze e corsi di scrittura e lettura. Fra i suoi libri si citano: Jean Améry. Il risentimento come morale sul risentimento nella filosofia occidentale (Franco Angeli 2002), vincitore di cinque premi letterari, L’alfabeto dimezzato. Storie di coccodrilli scottati e scimpanzé in piscina (Beisler, 2007), Il cavaliere che pestò la coda al drago (EDT-Giralangolo, 2008), Gli occhiali fantastici (Franco Cosimo Panini, 2010), Il Decamerino (Mondadori, 2015), La porta di Anne (Mondadori, 2016), Il viaggio di Lea (Einaudi Ragazzi, 2016).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ autrice e l’Ufficio Stampa Einaudi Ragazzi.

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:: Marcio su Roma di Andrea Colombo (Cairo, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

5 luglio 2016 by
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È uscito a maggio 2016 per Cairo editore Marcio su Roma, il saggio di Andrea Colombo che vuole raccontare di una città «insanguinata dalla guerriglia strisciante delle organizzazioni criminali in lotta tra loro, con alle spalle l’ombra di una mafia di tipo nuovo, non meno pericolosa».
In realtà si parla di una mafia molto più pericolosa di quella tradizionale perché si muove, si insinua e prolifera nei palazzi istituzionali e cresce non all’ombra ma a fianco dello Stato. Una mafia che  ha portato, secondo l’autore, Roma al declino in soli dieci anni.
Per Colombo tutto è iniziato con la seconda vittoria di Walter Veltroni nel 2006 ed è precipitato con la “defenestrazione” di Ignazio Marino nell’ottobre 2015. Ed è proprio con questa affermazione che l’autore sembra cadere in contraddizione considerando che alla pagina seguente del libro riporta egli stesso i riferimenti a un articolo di Manlio Cancogni apparso su «Espresso» nel dicembre 1955 intitolato “Capitale corrotta, nazione infetta”. In esso Cancogni parlava della corruzione edilizia della Capitale e, secondo Colombo, «a scriverlo oggi bisognerebbe cambiare giusto qualche virgola».
D’altronde non è plausibile che tutto il “marcio” emerso con gli scandali esplosi nella Capitale siano frutto di attività recenti. Più lecito supporre siano intrecci maturati negli anni, soprattutto del boom economico ed edilizio.
Sono i mafiosi delle criminalità organizzate che hanno rovinato Roma oppure a farlo è stata la politica corrotta insieme ai «poteri economici che da sempre dominano l’Urbe»? Se lo chiede Colombo al pari degli italiani e, come tutti, giunge alla conclusione che «è stata la politica, non la criminalità organizzata, a mettere in ginocchio Roma». Lo stesso processo denominato Mafia Capitale ha attestato che i «guai della Capitale sarebbero stati identici anche senza la mafia».
Sottolinea Colombo in Marcio su Roma come in realtà lo scandalo Mafia Capitale sia presto diventato un vero e proprio “spettacolo” e come tale trattato anche dai media. Una situazione paradossale, al limite dell’assurdo, quella venutasi a creare dinanzi al palazzo di giustizia con curiosi, cronisti, avvocati, celebrità, associazioni e gruppi… tutti in cerca di visibilità. Una giostra vorticosa che rischia di far passare in secondo piano anche la gravità dei fatti, delle imputazioni, degli indagati.
Un’inchiesta dalla mole enorme, con migliaia e migliaia di pagine solo per le richieste di rinvio a giudizio. Il vero scandalo però non risiede nella quantità di indagati o nel fatto che sia l’ennesimo malaffare su grossi appalti. La «”roba forte” va cercata nel capo d’accusa: associazione di tipo mafioso, art. 416 bis del codice penale».
Una mafia diversa, che cerca di evitare il ricorso alla violenza, non ammazza ma corrompe, fa i soldi con gli appalti e preferisce «la mazzetta alla lupara, ma è anche pronta, se del caso, alle maniere forti». Una mafia che non bisogna più sottovalutare o cercare di nascondere perché la sua paura sembra essere rimasta proprio quella di essere da tutti riconosciuta come tale.

Andrea Colombo: Romano, redattore de «Il Manifesto» e «Gli Altri», ha collaborato con varie testate, tra cui «Liberazione». È autore di diversi libri e saggi e di alcuni volumi collettivi tra cui L’orda d’oro (Feltrinelli, 1997) e Giusva. La vera storia di Valerio Fioravanti (Sperling & Kupfer, 2011).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Cairo Editore.

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:: Mediorientarsi – Ultimo giro al Guapa,Saleem Haddad (E/O, 2016) a cura di Matillde Zubani

4 luglio 2016 by
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La storia che Saleem Haddad ci racconta attraverso gli occhi del protagonista, il giovane Rasa, è una storia personale, intima e allo stesso tempo collettiva. Rasa è un giovane interprete alle prese con due rivoluzioni: una interiore, che coinvolge la difficile  accettazione della sua identità di arabo e di omosessuale, e una esteriore, la lotta di piazza contro un regime spietato.
Gli eventi del racconto si svolgono in luoghi diversi di una brulicante città mediorientale di cui non viene mai rivelato il nome, ma che capiamo essere scossa da un tumulto sociale e politico: sullo sfondo compaiono manifestazioni, proteste, pestaggi, campi profughi e giornalisti inviati dalla stampa internazionale. Il Guapa, locale underground e luogo di ritrovo dei “deviati”e degli esclusi, diventa il cuore stesso della città di Rasa, il simbolo della strada e della sua ribellione.
Le vicende del romanzo si dispongono su due livelli, presente e passato. Il primo livello si sviluppa nell’arco di trentasei ore a partire dalla notte in cui la nonna Teta sorprende il nipote in compagnia dell’amato Taymour. In seguito a questa scioccante scoperta Rasa trascorre momenti di puro tormento, segnati dalla paura che l’amato possa decidere di tirarsi indietro. La storia così fa un balzo nel passato: Rasa ripercorre le tappe importanti della sua vita e compie un simbolico viaggio alla ricerca di sé stesso.
Rasa racconta della sua infanzia, del suo essersi trovato a fare i conti con la doppia natura della società in cui vive, spettatore di un contrasto esistenziale interno alla sua stessa famiglia. Da un lato ci sono le regole imposte dalla tradizione, incarnate dalla nonna Teta, autoritaria e inflessibile, che fanno leva sul concetto di vergogna: ‘eib‘; dall’altro c’è la voglia di rompere questi schemi, rappresentata dalla madre artista e pittrice, che trova ispirazione negli “ultimi”. Sarà il mondo di Teta da avere la meglio, dopo l’allontanamento della madre e la morte del padre. L’opportunità di partire per frequentare l’università in America rappresenterà per Rasa un tentativo di fuga dal Paese e dalle sue costrizioni, nella speranza di trovare un luogo in cui poter essere finalmente sé stesso. Convinto che avrebbe smesso di interpretare un personaggio, si troverà invece costretto a misurarsi con il suo essere arabo negli Stati Uniti di inizio millennio.
Taymour si sposerà con una ragazza di buona famiglia (nell’estremo tentativo di proteggere la loro storia d’amore?), rinnegando sé stesso e i suoi sentimenti, piegandosi al volere sociale. La ricerca di identità del protagonista si intreccia con quella di una collettività agitata dal desiderio di cambiare. Parallelamente, l’autore s’interroga anche sulla breve e intensa stagione delle proteste di piazza prima che la repressione del regime e la conseguente estremizzazione degli scontri portassero all’emergere del fondamentalismo islamico: “Per un attimo abbiamo avuto tra le mani l’intero Paese. Ma poi ci siamo tirati indietro. E adesso il potere della strada è stato abbattuto, gli è stato spezzato il cuore. Abbiamo spinto a calci il cadavere della rivoluzione fino al cordolo dei marciapiedi e abbiamo cercato di allontanarci, senza renderci conto che nel farlo avevamo seppellito noi stessi. E dopo che un uomo viene ucciso, e poi un altro e un altro ancora, le morti diventano così tante che una singola vita non importa più a nessuno.”
Ultimo giro al Guapa è un romanzo intenso e coinvolgente sul piano emotivo, ma anche molto interessante dal punto di vista sociale e politico. L’autore trascina i lettori nel turbinio angoscioso di una storia dolorosa, che lascia però intravedere nel finale una speranza per cui si può ancora combattere:

“Forse dovremo andare a manifestare!”. “Si, si, è una splendida idea. Andiamo a manifestare. Contro chi?” “Contro tutti. Contro tutti.”

Assolutamente consigliato!
Traduzione dall’inglese di Silvia Castoldi.

Saleem Haddad è nato in Kuwait nel 1983 da madre iracheno-tedesca e padre palestinese-libanese. È cresciuto in Giordania, Canada e Gran Bretagna. Ha lavorato per Medici Senza Frontiere in Yemen, Siria e Iraq. Ha collaborato con il Centro di Studi Strategici dell’Università della Giordania. Attualmente vive a Londra dove lavora per conto di Safeworld come Conflict and Security Advisor per le aree del Medio Oriente e del Nord Africa. Ultimo giro al Guapa è il suo romanzo d’esordio.

Source: inviato dall’ufficio stampa al recensore, ringraziamo Giulio dell’ Ufficio stampa E/O.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Sondaggio del sabato

2 luglio 2016 by

Abbiamo un vincitore per la settimana scorsa: Presunto innocente di Scott Turow, con 25 voti su 53. Presto sarà letto e recensito.

Questa settimana i candidati sono tre, e tutti agguerriti. Buon voto!

 

:: Da qualche parte c’è un briciolo di felicità, Svenja Leiber (Keller, 2016) a cura di Viviana Filippini

1 luglio 2016 by
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Ruven Preuk è il protagonista del romanzo Da qualche parte c’è un briciolo di felicità della scrittrice Svenja Leiber. Il libro, pubblicato in Italia da Keller editore per la collana Passi, ha per protagonista il ragazzino Ruven, residente in un piccolo villaggio campagnolo, dislocato a Nord della Germania. Ad un certo punto tutta la comunità si accorge della forte propensione alla musica di Ruven e, per tale ragione, il giovane abbandona il suo villaggetto di campagna con un fine preciso: raggiungere il suo insegnante di violino Golbaum, residente nel ghetto ebraico di Amburgo, e diventare un grande musicista. Con l’anziano maestro, Ruven trova quell’empatia che lo porta a credere di poter avere un futuro e un successo certi e sicuri in ambito musicale. Tutto questo a Ruven sembra una qualcosa di fattibile, perché a dargli forza c’è l’amore per la bella Rahel. Peccato che la vita e le cose non sempre vadano come noi vorremmo e lo stesso Ruven dovrà fare i conti con risvolti esistenziali ben diversi da quello che aveva pensato per sé. L’imprevedibile destino separerà l’aspirante violinista dalla sua amata e, pagina dopo pagina, la Leiber ci conduce dentro alla vita di un giovane diventato uomo che sposerà una donna, forse, mai amata fino in fondo. Ruven, una volta diventato marito, soldato e padre sembrerà del tutto incapace di assolvere alle funzioni familiari, lavorative e sociali, come se fosse travolto da un male di vivere che gli impedisce di trovare la felicità. Il tutto è ambientato in una Europa tra gli anni Dieci e l’immediato periodo del Secondo dopoguerra. Uno scenario narrativo che permette al lettore di comprendere quanto geograficamente la nostra Europa sia cambiata all’inizio del XX secolo e quanto gli eventi che in essa sono accaduti (due guerre mondiali e la ricostruzione poste bellica) abbiano influenzato anche la vite delle persone che ci hanno vissuto. Da qualche parte c’è un briciolo di felicità dimostra che oltre al variare dei confini quello che si verifica nella vita del protagonista è la presa di coscienza del fatto che tutti gli uomini, spesso e volentieri, trascorrono la loro esistenza cercando la felicità, senza rendersi sempre conto che la vera gratificazione sta anche, o forse soprattutto, nelle piccole cose del quotidiano. Traduzione dal tedesco Elisa Leonzio.

Svenja Leiber è nata a Amburgo nel 1975 ed è cresciuta nella Germania settentrionale. Ha vissuto per breve tempo in Arabia Saudita. Ora vive a Berlino insieme al marito e ai loro due figli. Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di racconti, Büchsenlicht, e nel 2010 il romanzo Schipino. Ha potuto godere di diverse borse per scrittori finanziate da importanti fondazioni culturali tedesche e ha vinto numerosi premi letterari, tra cui il Werner-Bergengruen-Preis e l’Arno-Reinfrank-Literaturpreis. Questo è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

Source: Keller editore. Grazie a Silvia Turato dell’ufficio stampa.

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