:: Lunedì 7 novembre, Walter Siti inaugurerà la prima edizione della Scuola annuale di Scrittura creativa alla Belleville-La Scuola di Milano, cura di Viviana Filippini

4 novembre 2016 by

9° Festival delle Letterature , lo scrittore Walter SitiLunedì 7 novembre alle ore 16, alla Belleville-La Scuola (via Carlo Poerio 29, Milano) Walter Siti inaugurerà la prima edizione della Scuola annuale di Scrittura creativa (dal 7 novembre 2016 al 30 giugno 2017), con una lezione sul tema “Perché si scrive letteratura?” Il pomeriggio – ad ingresso libero fino a esaurimento posti – è il via del primo corso annuale dedicato alla scrittura a Milano, con frequenza diurna, aperto anche a diplomati. L’iniziativa, nata anche grazie al successo dei corsi serali di Belleville, molti dei quali hanno registrato già il tutto esaurito per il 2017, è un’alternativa di qualità all’offerta didattica in questo settore, già presente in altre città o con modalità di frequenza differenti.

Vero punto di forza della Scuola sarà il corpo docenti, composto da scrittori e professionisti quali Walter Siti (Premio Strega 2013), Alessandro Bertante (finalista Premio Campiello 2016), Marco Balzano (Premio Campiello 2015), Edgardo Franzosini, Giacomo Papi, Marco Rossari, Federico Baccomo, Stefano Valenti, Emmanuela Carbè, Stefano Raimondi, Ambrogio Borsani, Alessandro Beretta, Mauro Novelli, Stefano Izzo, Edoardo Brugnatelli, Benedetta Centovalli, Francesca Serafini, Magdalena Barile, Aaron Ariotti.

600 ore suddivise tra lezioni, laboratori e pratica a stretto contatto con i docenti. I partecipanti saranno guidati a concretizzare il loro talento nella forma più congeniale (narrativa, poesia, scrittura teatrale, sceneggiatura per il cinema e la tv ecc.) e accompagnati fino alla creazione di un portfolio di scrittura che sarà presentato alla fine dell’anno a una commissione di addetti ai lavori del settore (editori, editor, agenti letterari, produttori cinematografici, giornalisti culturali). È prevista la possibilità di proseguire il percorso in un secondo anno accademico, nel quale scegliere se dedicarsi alla narrativa o alle arti drammatiche.

BELLEVILLE – LA SCUOLA – Belleville, scuola di scrittura creativa, editoria e comunicazione, nata a Milano nell’ottobre 2014, inaugura a novembre 2016 la Scuola annuale di Scrittura creativa, con oltre 600 ore di lezione tra teoria e pratica. Belleville organizza anche Corsi serali di Scrittura Creativa, Poesia, Scrittura teatrale, Scrittura umoristica, Sceneggiatura cinema, Sceneggiatura Serie TV, Copywriting, Editing.

Per informazioni:
Belleville-La Scuola
Via Carlo Poerio, 29 – Milano
http://www.bellevillelascuola.com
info@bellevillelascuola.com
tel. 02 36795860 – 335 1738165

Ufficio stampa:
Francesca Gerosa
ufficiostampa@bellevillelascuola.com
tel. 340 2350215

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Zero K, Don DeLillo (Simon & Schuster, 2016)

2 novembre 2016 by

«L’intero disco solare, che inondava di luce le vie e illuminava le torri alla nostra destra e alla nostra sinistra; mi sono detto che quello che il bambino vedeva non era il cielo che ci crollava addosso: lui sperimentava il più puro senso di stupore all’intimo contatto fra la terra e il sole. Sono tornato al mio posto, guardando dritto davanti a me. Non avevo bisogno della luce del paradiso. Mi bastavano le grida di meraviglia del bambino». (Trad. Federica Aceto, Einaudi)

Mi sono ripromessa che ne avrei parlato alla fine, quando ne avessero parlato più o meno tutti, quando ci sarebbe stato ben poco altro da dire. Quando ciò che anche avessi aggiunto fosse stato più o meno superfluo. Al limite già detto, in un cacofonico o armonico, fate voi, dejavu. Un po’ perché ci sarebbe così tanto da dire su questo libro, che una recensione è uno spazio ben ridotto, un po’ perché forse comprenderlo nella sua interezza, nella sua profondità, è un’ impresa titanica al pari di scriverlo (eresia!) o tradurlo. Insomma avrei speso i miei due cent rischiando di fare poco danno.
Questa insomma è la più perfetta antitesi di un’ anteprima di lettura di Zero K, di Don DeLillo. Ho letto cose interessanti, analisi più o meno approfondite o originali, alle quali aggiungo il mio commento con nessuna pretesa che sia esaustivo, decisivo, o anche solo più brillante degli altri. In sintesi non aspettatevi grandi cose, la grande cosa è il libro in questione, per cui se potete leggetelo, come una sorta di testamento o epitaffio della nostra modernità o meglio della nostra era moderna. Che per quanto sia tecnologica, proiettata nel futuro, spettacolare sempre dovrà scontrarsi con la morte, con la fine, e col senso che vogliamo darci a questo termine assoluto e categorico. Sempre che un senso ci sia, e anche la morte abbia una sua funzione, etica, artistica, escatologica.
Il tema della morte, bene o male Don DeLillo l’ha sempre affrontato nei suoi romanzi, ma come Demetrio Paolin ha lucidamente intuito dopo l’11 settembre tutto è cambiato, stilisticamente e emotivamente. C’è insomma una frattura che separa un testo come Rumore Bianco da Zero K, uno spartiacque che può essere visto come una maturazione o un totale cambio di registro. Oltre al nuovo stile (sempre Paolin lo definisce enunciativo, con una soppressione evidente delle similitudini) anche il sentimento della morte insomma è cambiato, si è fatto più concreto, e fangoso, e questo cambiamento lo si percepisce così distintamente proprio perché DeLillo usa le parole per farlo, e queste parole sono cambiate, il mondo è stato ricostruito da parole nuove, il mondo interiore dell’autore, il mondo artistico, e anche quello fisico, se stiamo particolarmente attenti.
La parola, il logos è divino, Dio ha creato il mondo attraverso le parole, nominandole esistono le cose, per lo meno nella nostra mente. Se nomino la parola “rosa”, ognuno nella sua mente vedrà una sua rosa ideale, un archetipo, il prototipo originario di tutte le rose che la nostra esperienza fisica, tattile, visiva, sensoriale ci metterà davanti. Il linguaggio stesso si basa su questa trasfigurazione, su questo processo attrattivo. Se non fosse possibile, il linguaggio e la stessa comunicazione sarebbe preclusa, oscurata. E’ una delle cose sorprendenti che si imparano studiando filosofia, anche a livello elementare. DeLillo parte da ciò fino a convergere in una sorta di teologia del linguaggio.
Ma mi rendo conto che sto divagando torniamo al tema centrale del libro: la negazione della morte. Tema filosofico molto dibattuto, la più significativa eredità della nostra cultura moderna postindustriale, e di questa negazione DeLillo se ne appropria e in un certo senso la supera, parlandoci di corpi sospesi nell’immobilità del gelo, in attesa di una risurrezione sintetica e tecnologica.
Avendolo letto in inglese posso dire che la prima cosa che salta all’occhio, anche di chi come me non ha una conoscenza eccelsa della lingua inglese americana, il testo si capisce, è elementare, archetipo, insomma si perderanno alcune sfumature (che non sfuggiranno a chi ha una conoscenza della lingua più completa) ma il filo logico non si perde, non si smarrisce, il pensiero filtra univoco, e ininterrotto.

Everybody wants to own the end of the world.

Così inizia Zero K.
Da qui in poi un’armonia ci accompagna, DeLillo ha una scrittura molto musicale, eufonica, evocativa, nel senso proprio di richiamare in vita le cose. I capitoli sono molto brevi, quasi frantumati, come una serie di quadri.

“We’re not talking about spiritual life everlasting. This is the body”.
“The body will be frozen. Cryonic suspension” he said.
“Then at some future time”.
“Yes. The time will come when there are ways to countract the circumstances that led to the end. Mind and body are restored, returned to life”.

Padre e figlio discutono, il padre spiega al figlio appunto cosa la sua nuova moglie ha intenzione di fare, in attesa che trovino una cura alla sua malattia (sclerosi multipla). Nessuna esitazione, nessun dubbio, nessuna mancanza di fede nel progetto.
Quando il figlio nota che il nome suona come religioso, il padre spiega candidamente:

“Faith- based technology. That’s what it is. Another god. Not so different, it turns out, from some of the earlier ones. Except that it’s real, it’s true, it delivers”.

Bastano questi brevi scambi di battute per portarci al centro della questione, del dialettico rapporto padre e figlio, tra lo scetticismo del figlio, e la fede cieca del padre.
Eros e Thanatos si fondono, acquistando una dimensione liquida, astratta. Il desiderio di morte, e la pulsione di vita diventano un tutt’uno e pian piano scolorano nella luce accecante del deserto, o nella meraviglia incorrotta del bambino nel bellissimo (e poetico) finale (che chiude un cerchio), quanto mai catartico.
Ve lo ripropongo in originale, e lascio a voi nuove visioni, nuove strade interpretative:

Then there is Ross, once again, in his office, the lurking image of my father telling me that everybody wants to own the end of the world.
Is this what the boy was seeing? I left my seat and went to stand nearby. His hands were curled at his chest, half fits, soft and trembling. His mother sat quietly, watching with him. The boy bounced slightly in accord with the cries and they were unceasing an also exhilarating, there were prelinguiistic grunts. I hated to think that he was impaired in some way, macrocephalic, mental deficient, but these howls of awe were far more suitable than words.
The full solar disk, bleeding into the streets, lighting up the towers to euther side of us, and I told myself that the body was not seeing the sky collapse upon us bat was finding the purest astonishment in the intimate touch of earth and sun.

E la chiusa:

I went back to my seat and faced forwards. I didn’t need haven’s light. I had the boy’s cries of wonder.

Source: acquisto personale.

:: Faber, Tristan Garcia (NN editore, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 novembre 2016 by
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Eravamo figli della classe media di un paese occidentale medio, due generazioni dopo una guerra vinta, una generazione dopo una rivoluzione fallita.

Mehdi Faber, chi è? Un orfano magrebino sballottato di famiglia in famiglia fino a giungere a Mornay, città fittizia della provincia francese? Un eroe, un fantasma, un santo, una ossessione, un innocente, un dannato? Un vinto che non si lava il culo e vive allo sbando e nel degrado in una baracca fatiscente (la baracca degli asini), che si raggiunge seguendo la strada provinciale del Couserans, sui Pirenei?

Lui che un tempo aveva capelli ricci così folti da non permettere di vedere il cuoio capelluto neanche pettinandoli, sfoggiava ormai solo qualche raro ciuffo liscio e unto sulla fronte segnata dalla dermatite. Gli mancava tutto quello che dovrebbe manifestare la salute del corpo. Era grosso e gonfio in ogni parte dell’organismo che dovrebbe essere agile e scattante. Palpebre raggrinzite ma guance incavate. Ventre arrotondato ma torace scavato. Costole sporgenti e principio di gozzo. Era brutto. Eppure, non appena si è mosso l’ho riconosciuto.

Basta questa sgradevole descrizione per sapere chi è diventato. Una sorta di cave canem. Ci vuole un certo coraggio, e una buona dose di incoscienza, a fornire una tale descrizione del protagonista del romanzo, col rischio di dissuadere i lettori dal continuare la lettura. Naturalmente io l’ostacolo l’ho superato e sono qui a parlarvene, e a domandarmi: ma basterà poi tutto il resto del romanzo per capire chi era, quale era il suo più oscuro segreto?
Dunque stiamo parlando di Faber, del francese Tristan Garcia, edito da NN editore, tradotto da Sarah De Sanctis (autrice anche della pregevole e illuminante nota del traduttore, a fine libro).
Quando mi si è presentata l’occasione di parlare di questo libro, di dargli insomma un po’ di visibilità, ho accolto l’ offerta senza esitazione, anche se questo libro non è spiccatamente un noir (qualcuno troverebbe da ridire su ciò, un morto c’è ve lo garantisco) ma più che altro un romanzo di formazione con derive filosofiche, sociologiche, politiche. Insomma un romanzo impegnato, di un’ intellettuale, un filosofo (è nato a Tolosa nel 1981) che guarda la sua generazione, quella dei ragazzi degli anni ’90, con occhio critico e circospetto.
Faber è un romanzo che parla di infanzia e di adolescenza, e di cosa diventiamo una volta adulti, quali sogni tradiamo, quali ideali abbandoniamo, in quali meccanismi omologanti veniamo stritolati. E perché non vendicarsi di chi sfugge a questa logica borghese, e assoluta?
Tre sono i personaggi principali: Faber, Madeleine, Basile, tre amici di infanzia, i cui meccanismi di interazione, le dinamiche di gruppo, verranno scientificamente sondate. Si rincontrano 15 anni dopo ormai trentenni, per un giro di lettere ricevute (una richiesta di aiuto che avevano concordato come un segnale) che tutti negano di aver scritto. E già questo primo mistero ci avvisa che non sarà facile capire cosa sta succedendo.
Madeleine va in macchina fino alla baracca degli asini e riporta Faber a Mornay. Faber è cambiato, ha giusto una foto a testimoniare cosa fu, ora è diverso, per lo meno all’apparenza. Fraintendendo i segnali picchia il marito di Maddie, Fabian, e scappa, lo riprende sotto la pioggia Basile e a questo punto torniamo al passato, all’infanzia. La seconda parte del romanzo ci riporta tra il 1981 e il 1995, in terza elementare, dove nel giardino della ricreazione si incontrano. Faber un gigante, Maddie e Basile due ragazzini bullizzati e fragili.
A un certo punto del romanzo Faber scoprirà il manoscritto di Basile, in cui c’è scritto tutto, viene svelato il motivo, di questo ricongiungimento, sintomatico il titolo Faber il Distruttore. E da allora tutto sarà un po’ più chiaro fino al finale denso di un doppio colpo di scena che non sto certo ad anticiparvi.
C’è molta musica in Faber, tante canzoni, anche lì più o meno commerciali, ma alcune bellissime. Le canzoni che uscivano dalle radio, dai giradischi dei ragazzi degli anni ’90. E questa colonna sonora ci accompagna con una spiccata dose di nostalgia. Si sa il passato (ormai conlcuso per sempre) è sempre glorioso, il presente condannato alla realtà.
Mi accorgo che continuando a parlare potrei dire troppo, svelare parte della trama che sarebbe un delitto fare, per cui mi fermo.
Faber è un romanzo complesso, profondo e a volte sgradevole, se non respingente, ma se avrete la costanza di superare i primi capitoli, sarà difficile che ve ne stacchiate.

Tristan Garcia è nato a Tolosa nel 1981. Ha studiato Filosofia alla École Normale Supérieure di Parigi. È autore di diversi romanzi, tra cui La parte migliore degli uomini pubblicato in Italia nel 2011 da Guanda, Le Saut de Malmö et autres nouvelles, Les Cordelettes de BrowserMémoires de la jungle, Faber e 7, vincitore del Prix du Livre Inter 2016, pubblicati in Francia da Gallimard.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’Ufficio Stampa NN Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Andare per treni e stazioni, Enrico Menduni, (il Mulino, 2016), a cura di Daniela Distefano

2 novembre 2016 by
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Enrico Menduni è un mago della parola: in tv, alla radio, è uomo dal bucolico, fiorito linguaggio. Lo testimonia questo piccolo saggio per amanti del viaggio, per i drogati dei mezzi di trasporto, quelli che guardano dal finestrino di un treno e dimenticano che le fermate esistono per distrarci dai sogni ad occhi aperti. Campagna, città, periferie, alberi selvatici, tramonti piangenti, mattinate di nubi che necessitano di non essere spazzate via dalla velocità del tempo..
Qual è l’obiettivo dello scrittore? Raccontare le tappe di un itinerario comune, da Milano a Napoli, come se lo si vedesse per la prima volta. Il treno, le stazioni, evocano sintonie dell’anima, quei ricordi che si trasmutano in nostalgia, un’ epoca che non si vive più se non nella memoria.
Adesso abbiamo treni moderni, problemi irrisolti, un mondo da sempre diviso in classi. Ma chi si ricorda ancora delle valige sulla reticella, con l’etichetta di lontani alberghi, il venditore di cestini alimentari che grida la sua merce sul marciapiede, il fischio della partenza? Attraverso ‘un viaggio sentimentale’ scopriremo qualcosa di più sui treni remoti, sulle littorine, piccole e veloci, e su come gli emigranti sognavano di arrivare a Milano, la porta d’ingresso al Settentrione.
Godremo seduti su una poltrona – divenuta Clavilegno di Don Chisciotte – trasportati col pensiero alla ricerca delle prime ferrovie che nascevano in una città e terminavano in un’altra, senza alcun rapporto con eventuali altre linee. In una seconda fase, dopo la metà dell’Ottocento, le linee si collegarono fra loro e si costruirono stazioni più importanti, spesso con una facciata monumentale e classicheggiante.
La funzione di una Stazione? Era indicata dall’orologio che adornava il timpano dell’edificio, il tutto connesso al bisogno di puntualità del viaggiatore. Forse un giorno saremo tutti come Don Chisciotte su Clavilegno, in un trip mentale che ci porterà in pochi istanti sulla Luna, però – volete mettere? – che goduria questi treni che allungano le ore consentendoci di arrivare dove il pensiero non è ancora pronto a giungere.

Enrico Menduni insegna Cinema, fotografia, televisione all’Università di Roma Tre, è documentarista e autore radiotelevisivo.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo la dott.ssa Ida Meneghello dell’Ufficio Stampa “il Mulino”.

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:: Io, Caterina. I miei segreti, le mie battaglie, la mia storia, di Francesca Riario Sforza (Editrice Nord, 2016), a cura di Irma Loredana Galgano

2 novembre 2016 by
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Io, Caterina. I miei segreti, le mie battaglie, la mia storia di Francesca Riario Sforza è una sorta di biografia di una delle figure femminili più controverse della storia italiana scritta da una discendente che, tutto sommato, ha il suo stesso sangue che scorre nelle vene. Un omaggio a Caterina Sforza, al suo essere stata una donna incredibilmente forte, coraggiosa, indipendente, straordinariamente in anticipo sui tempi. Una donna colta, molto istruita, che non è riuscita a piegarsi al volere della società e alle convenzioni sociali prendendo le redini del governo di Imola e Forlì, dopo la morte del marito, e guidando addirittura l’esercito in battaglia.
Una vita breve ma intensa la sua che ancora dopo seicento anni affascina la sua discendente, Francesca Riario Sforza, e non solo lei.
Nelle oltre trecento pagine che compongono il testo vengono narrate le vicende più significative, quelle che hanno determinato e condizionato l’esistenza di Caterina Sforza, che l’hanno plasmata senza mai riuscire a domarla. Il suo essere figlia illegittima, l’auto-proporsi come sposa alla tenera età di dieci anni, il matrimonio, i figli, lo studio… il tutto vissuto e assimilato in maniera assolutamente non convenzionale.
La scrittura è lineare e scorrevole, lo stile narrativo asciutto, costruito seguendo i dettami del periodo di riferimento ma non così rigido da rallentare la lettura o sembrare altezzoso. Su tutti i personaggi spicca sempre e comunque lei, la protagonista, con il suo carattere e il carisma che deve averla sempre accompagnata. Una storia per certi versi enigmatica, ricca di ‘misteri’ che incuriosiscono ulteriormente il lettore.
Una lettura che si rivela senza dubbio interessante.

Francesca Riario Sforza: Nata a Firenze, ha proseguito gli studi tra Napoli e Roma, laureandosi in Sociologia delle Comunicazioni di Massa. Dal 1996 al 2001 è stata autrice di programmi televisivi per il gruppo Mediaset e ha collaborato con la RAI. Dal 2000 si occupa di sceneggiature televisive e cinematografiche. Insegna struttura narrativa cinematografica e seriale.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio stampa Nord.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Wolf la ragazza che sfidò il destino, Ryan Graudin (De Agostini, 2016), a cura di Elena Romanello

1 novembre 2016 by
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Una delle ucronie, cioè storie alternative del mondo in cui un determinato evento storico è andato in maniera diversa dalla realtà, più amate e nello stesso tempo più inquietanti è quella che immagina una vittoria della Seconda guerra mondiale da parte delle potenze dell’Asse. Dopo libri celebri come Fatherland di Robert Harris e soprattutto La svastica sul sole di Philip K. Dick è arrivato Wolf la ragazza che sfidò il destino, un titolo che sulla carta si rivolge ad un pubblico di adolescenti (o young adult se si preferisce) ma che può piacere davvero a tutti.
Negli anni Cinquanta di questo mondo alternativo, Germania e Giappone, che ha attaccato la Russia di Stalin anziché gli Stati Uniti, si sono spartiti il continente euroasiatico e ogni anno, per festeggiare questo, si organizza una gara in moto che raccoglie il meglio dei giovani di entrambi i Paesi, da Berlino a Tokyo, il cui vincitore ha l’onore di stringere la mano al Fuhrer nella capitale giapponese.
Yael, ragazza scampata ai lager dove è stata sottoposta ad esperimenti che le permettono di mutare il suo aspetto, fa parte da anni della Resistenza e accetta la missione di prendere le sembianze dell’unica giovane donna che ha vinto l’anno prima la gara per riuscire a rivincere e poter avvicinare e uccidere Hitler in diretta mondiale, dando speranza ai ribelli. Riesce ad entrare nella corsa, ma sulla sua strada troverà non pochi problemi e minacce, in un mondo e in un percorso oppresso ma anche stanco dalla dittatura.
Inevitabile il confronto con Hunger Games, anche se Yael è molto diversa dall’eroina suo malgrado Katniss: lei decide da bambina di portare avanti un progetto di vendetta, che non si esaurisce nelle pagine di un romanzo adrenalinico, interessante, ben documentato, visto che sono stati annunciati dei seguiti, mentre un film potrebbe forse essere un po’ difficile per l’espediente alla base della storia della trasformazione.
Yael rappresenta comunque un’altra interessante eroina, contraltare alle sottomesse di vampiri e cantanti di tanti romanzetti young adult che hanno diffamato il genere, in una storia che presenta un universo alternativo ma basato su fatti realmente accaduti. Nelle pagine trovano spazio orrori di cui si è sempre parlato poco come gli esperimenti compiuti dai nazisti sulle cavie dei lager, taciuti e con la fuga di Mengele grazie al Vaticano e con l’arruolamento in cambio dell’immunità di molti aguzzini tedeschi e anche giapponesi negli Stati Uniti come scienziati nell’ambito della famosa operazione Paper Clip. Non è la prima volta che il genere fantastico parla di questo, anche nella graphic novel Io sono legione e nel serial The X-Files si è ricordata una vergogna ignorata per opportunismo per troppo tempo.
Un libro di cui non si vede davvero l’ora di leggere il seguito, per ragazzi curiosi e per chiunque cerchi storie interessanti, oltre che un modo alternativo per non dimenticare.

Ryan Graudin è originaria di Charleston, nel Sud Carolina, dove si è laureata in Scrittura creativa. Vive con il marito e un cane lupo ed è autrice di vari libri, per ora inediti in italiano, dove ha esordito con Wolf. Il suo sito ufficiale è http://www.ryangraudin.com

Provenienza: libro preso in prestito nelle biblioteche dello SBAM torinese.

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:: Un’ intervista con Gianluca Giusti, “Sono fermo, mi muovo”, a cura di Elisa Costa

1 novembre 2016 by

giuntiCiao, Gianluca! Vorrei porti qualche domanda a proposito del tuo bel libro, “Sono fermo, mi muovo”. Sei pronto a cominciare?

Certo Elisa, grazie per l’opportunità.
Lasciami solo salutare e ringraziare i lettori che leggeranno questa intervista.

Parliamo innanzitutto del titolo: si dice che restare immobili troppo a lungo impedisca la crescita e il cambiamento, eppure le tue parole sembrano affermare che a volte è necessaria una sosta, laddove ne valga la pena. Secondo te la società odierna ha perso il senso della contemplazione?

In un mondo che è sempre più chino sugli smartphone e i tablet la contemplazione rischia di diventare un concetto utopico o da ricreare con una applicazione ma, a parte questo, dici una verità incontestabile. Il protagonista del libro, infatti, alterna soste e movimento per lasciare spazio alla riflessione riprendendosi a muovere poco dopo. Quel momento di riflessione serve proprio a creare i presupposti per cambiare ed adattarsi ad una società che a sua volta cambia a velocità pazzesche. Indipendentemente che cambi in meglio o in peggio, senza capacità di adattarsi e reagire, il rischio è di trovarsi troppo indietro. Il mondo del lavoro ne è un esempio classico. Per un giovane la speranza di trovare lavoro è direttamente proporzionale a quanta differenza può fare e il valore aggiunto che può dare per chi lo assume. O per il mercato, se decide di mettersi in proprio. Consiglierei, in particolare ai giovani, e anche ai meno giovani, di alzare ogni tanto gli occhi e chiedersi in che modo possono fare la differenza. Facendo questo è più probabile che il concetto di cambiamento diventi molto più incline ai nostri comportamenti che, per comodità o pigrizia, rimangono generalmente troppo standardizzati.

L’argomento principale dell’opera, lo si capisce fin dalle prime pagine, è l’amore smisurato che nutri nei confronti di Montecatini Terme. Ti propongo un piccolo gioco: se la tua città fosse un fiore, quale sarebbe?

Purtroppo il mio già scarno armamentario di buone qualità si è dimenticato d’inserire l’opzione: animo sublime. Io passo, ma rilancio per il lettore. Coloro che mi daranno il privilegio della lettura possono identificare il libro con un fiore, che per loro è quello ideale.
Il loro fiore sarà il mio fiore.

E se fosse una canzone?

Beh, qui mi dai il più bello degli assist per un goal all’incrocio dei pali.
Naturalmente la canzone del gruppo emergente Zocaffè che, con il suo ritmo trascinante, accompagna le immagini del booktrailer di “Sono fermo, mi muovo”.

E se invece ti imbattessi in un alieno proveniente da un’altra galassia e dovessi descrivergli Montecatini Terme con quattro semplici parole, quali useresti?

La Terra è qui!

Se ti venisse offerta la possibilità di diventare lo scrittore più famoso e apprezzato del mondo, ma per coglierla fossi costretto a lasciare la tua città… Cosa sceglieresti?

Non sono già famoso? Come dici? No? Ah scusa, per un attimo…
A parte gli scherzi, lascerei ma i buoni esempi aiutano come Sirio Maccioni. Montecatinese doc, è il titolare del super rinomato ristorante “Le Cirque”, di New York. Lui puoi giuraci che è famoso. Eppure il legame con la sua città, che poi è anche la mia, è rimasto immutato. Non è tanto la distanza ma come si vive la distanza.

Comunque non dimentichiamo che “Sono fermo, mi muovo” è anche un saggio d’attualità, nel quale esprimi la tua opinione circa problemi importanti. Ma che tipo di ascoltatore sei? Ti piace conoscere le idee di chi magari è in disaccordo con te, senza cercare di persuadere gli altri a ogni costo?

Figuriamoci! Io non sono un guru e ancor meno vado in giro alla ricerca di proseliti. Ascolto volentieri perché ho ancora tanto da imparare e quando ci sono le circostanze, posso tranquillamente cambiare opinione. Ma le circostanze devono esserci, date da fatti dimostrabili e ripetibili. Siamo prossimi a un referendum e ho la mia idea, al momento la parte opposta non è riuscita a convincermi ma non smetto certo di ascoltare. Vedi, saper stare zitti è un’arte, quasi quanto quella oratoria. Anzi, in alcune circostanze lo è anche di più, perché quando si parla per il solo gusto di voler dire qualcosa, la bischerata, detto alla toscana, è prossima a uscire dalla bocca.

Ciò che scrivi dimostra che possiedi un’intelligenza vivace, la capacità di formulare giudizi precisi e, soprattutto, la voglia di aiutare gli altri. Hai mai pensato di proporti per un impegno politico serio, al fine di migliorare il presente e il futuro della tua città? O forse è un’esperienza che hai già fatto?

Mai fatto e che mai farò. Servono capacità che sono consapevole di non avere quindi rischierei di fare danni. Il problema è quando, chi fa danni, ha iniziato pensando di avere le capacità o di utilizzare la politica per i propri interessi personali. Io do il mio contributo con l’esempio e il comportamento, pagando le tasse prima di tutto e agendo con educazione e senso civico. Contributo che ho cercato di dare con Sono fermo, mi muovo, parlando della nostra città in modo positivo esaltando le grandi potenzialità e bellezze che ha da sempre. Guarda caso, e sembra incredibile a dirsi, è stato praticamente ignorato dai politici della maggioranza della città. Ho fatto due presentazioni nello stabilimento principale delle terme e non è passato nessuno di loro, nemmeno per una presenza di circostanza. Potrei capirlo se avessi scritto qualcosa che parla male di Montecatini o per esaltarne le inefficienze, ma è tutto il contrario. La decadenza e le negatività sono bandite da questo libro. Io non cerco i guadagni, la gloria o le copertine patinate, sto solo cercando di dare una mano.

Veniamo ora al misterioso Wilson. Nel finale ci sveli una sorpresa a proposito di questo personaggio, ma per quasi tutta la durata della storia parli di lui come di un fantasma: ti è mai capitato di sentirti davvero inseguito da un’ombra? Un ricordo scomodo, una paura, o magari un rimorso?

Permettimi di ringraziare Silvia Motroni. Lei è il deus ex machina. Scoprirete leggendo perché Silvia è così importante per “Sono fermo, mi muovo” ma, oltre alla sua prefazione, c’è molto di più. Per esempio, che l’idea di creare Wilson è nata proprio da una sua critica, positiva, dopo aver letto la prima stesura. Il racconto, senza questo strampalato co-protagonista, risultava piatto e lei me lo ha fatto notare invitandomi a ravvivare, “in qualche modo”, la scena. Arrovellandomi ho pensato d’inserire questo personaggio che ha delle peculiarità: non lo vede nessuno eccetto me, non parla con nessuno e neanche con me ma, posso rassicurare i lettori che ravviva eccome, la scena. Ombre che m’inseguono no, ma che mi segue sì, ed è la mia. Sufficientemente spaventosa. La paura invece è un’altra faccenda, quella non mi lascia mai. Per il rimorso credo nessun essere umano ne sia privo. Il bello è che spesso sono rimorsi che non hanno ragion d’essere ma di sola auto creazione, giusto per farsi un po’ del male. Il mio rimorso è tra le pagine del libro, emerge potente in uno strano pomeriggio di giovedì, nella piazza principale.

In “Portrait of a Lady”, Henry James faceva dire a uno dei protagonisti che soltanto chi ha sofferto può vedere un fantasma. Come ti comporti davanti ai dolori della vita?

Per fortuna Wilson è solo un fantasma sui generis. Poi non fa paura ma l’esatto contrario. È elegante, stravagante, simpatico, istrionico, impiccione e tante altre cose, tutte anti paura. Definirlo fantasma è riduttivo. In realtà è molto di più di uno spirito inquieto e nel libro si capirà, alla fine, qual è il suo ruolo e il motivo per il quale mi si appiccia dietro sin dall’introduzione. Per venire alla tua domanda, l’esistenza purtroppo si porta spesso dietro tanti fantasmi creati da sensi di colpa oltre che dal dolore e sono presenze ben più scomode dell’innocuo Wilson. Mi piacerebbe poterti dare una risposta da eroe pallido del West e uscire alla grande da questa domanda, ma non sarei credibile, posso solo dare delle indicazioni di massima. Reagire al dolore è sempre una questione personale legata al momento e alle circostanze. Siamo piccoli di fronte al dolore ma può farci diventare grandi, se lo affrontiamo con rispetto e senza mai giudicare.

Ti ringrazio tanto per aver giocato con me e aver risposto alle mie domande! Buona fortuna per tutti i tuoi progetti, a presto!

Grazie a te Elisa, e a tutti i lettori.
Ciao a presto

:: Blogathon “Halloween Party”: Poirot e la strage degli innocenti (Hallowe’en Party, 1969), Agatha Christie a cura di Giulietta Iannone

31 ottobre 2016 by

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Ebbene sì, siamo giunti al 31 ottobre anche quest’anno, questa notte sarà la magica notte di Halloween, festa profana della vigilia di Ognissanti, e per festeggiarla in modo degno il blog letterario “Scheggia tra le pagine” ha lanciato il Blogathon di Halloween. Tutti i blog partecipanti in questo giorno parleranno di un libro che ha per personaggi streghe, zucche, mostri, vampiri, insomma tutti gli eroi di questa notte. Per scoprire l’elenco dei blog partecipanti seguite questo link: (qui) scoprirete anche i titoli dei libri protagonisti.

Io ho scelto forse il più orrorifico giallo di Dame Agatha Christie Poirot e la strage degli innocenti (Hallowe’en Party, 1969) ambientato proprio in questo periodo dell’anno. Non ho usato il termine orrorifico a caso, Hallowe’en Party è senz’altro uno dei romanzi più cruenti della Christie, e sebbene ci sia il personaggio buffo di Poirot, uno dei più inquietanti e crudeli, per certi versi. Il male (sotto le spoglie di un’ insana avidità) questa volta non risparmia neanche i ragazzi, che saranno (più d’uno) tra le vittime. Mai la Christie si era spinta a tanto, a tali estremi di spietatezza, da escogitare una successione di efferatezze degne di un racconto dell’orrore, che culminerà in un crescendo dai contorni violenti da tragedia euripidea.

poirTanti personaggi, tanti morti, sia nel presente narrativo che nel passato più o meno recente, tanti inganni, tante trappole per il lettore, che solo Poirot saprà disinnescare per giungere alla verità. Verità che porta ben poca redenzione, tra un padre che progetta l’assassinio della figlia, (Agamennone sacrificò sua figlia per avere il vento favorevole) una donna (molto probabilmente uxoricida) che scopre l’abiezione del suo amante (un uomo di non comune bellezza) e quanto poco la ami, e una ragazzina che scopre suo malgrado quanto dire bugie a volte si riveli mortale, quanto il ricatto o origliare incautamente alle porte.

Tutto ha inizio il pomeriggio prima della notte di Halloween (sebbene la vera origine della storia abbia radici ancor più lontane). Siamo a Woodleigh Common, uno di quei paesini inglesi pittoreschi e sonnolenti non lontani da Londra, fatti di villette eleganti, giardini curati, e gente cordiale e ospitale dove tutti si conoscono ed è difficile conservare segreti. Fervono i preparativi per la festa di Halloween in casa della bonaria e ricca vedova Rowena Arabella Drake, pilastro della comunità, che ha organizzato una festa per ragazzi (dai 10 ai 19 anni), con tutti gli elementi caratteristici dell’ occasione: le zucche, i palloncini colorati, le luminarie, i giochi, gli scherzi, tanto da prevedere al culmine pure l’arrivo di una strega, impersonata dalla Signora Goodbody (oltre ad avere i lineamenti adatti al ruolo, la voce chioccia e piuttosto sinistra, possedeva una certa prontezza nell’ improvvisare versetti e rime magiche).

L’atmosfera è festosa, le feste di Rowena Drake sono sempre riuscite, ma questa volta una tragedia sta per compiersi. La tredicenne Joyce Reynolds, una dei ragazzini invitati, racconta una strana storia, per attirare l’attenzione degli adulti, per farsi bella davanti a tutti gli ospiti. Racconta di aver assistito a un omicidio, o meglio di averlo capito solo molto tempo dopo che di ciò si trattasse. Nessuno le crede, naturalmente, è nota per essere una racconta frottole inveterata. Nessuno tranne l’assassino. Perché tra i tanti presenti c’è chi vede nella ragazzina una possibile testimone di un delitto davvero compiuto anni prima.

Per Joyce Reynolds non c’è scampo, viene affogata nella tinozza per il gioco della mela che galleggia (l’Apple bobbing è tipico gioco di società, giocato spesso in Inghilterra ad Halloween in cui si riempie d’acqua una tinozza e i bambini devono raccogliere solo coi denti delle mele messe dentro a galleggiare). Viene avvisata la polizia ma tutto potrebbe finire nel nulla se non ci fosse presente alla festa anche Ariadne Oliver, scrittrice di mystery, ospite della vedova Butler, in cerca di personaggi per i suoi romanzi e destino volle amica di Hercule Poirot. Ariadne Oliver è certa che il delitto sia nato proprio da quello che la ragazzina ha raccontato improvvidamente alla festa. Racconta tutto a Hercule Poirot, che non si tira indietro, si reca a Woodleigh Common e inizia a investigare, e la lista di omicidi recenti nella zona non è breve, ognuno dei quali potrebbe essere quello visto da Joyce Reynolds. Poirot non si arrende fino a scoprire che la storia e molto più complessa e torbida di quello che sembra. Che la morte di una ragazzina bugiarda è solo un tassello di un puzzle molto più diabolico.

Una storia per Halloween insomma, se avete modo recuperate anche l’episodio tv con David Suchet, alcuni particolari differiscono dal romanzo, ma per lo più è una ricostruzione fedele.

:: I segreti della casa sul lago, Kate Morton (Sperling & Kupfer, 2016), a cura di Elena Romanello

30 ottobre 2016 by
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1933: in una dimora nobiliare in Cornovaglia la giovane Alice Edevane, figlia di un reduce di guerra, ha la testa piena di sogni e di intrecci misteriosi. Durante una festa d’estate vede sparire il fratellino Theo, di soli due anni, un fatto che porterà la sua famiglia a lasciare la casa e segnerà le vite di tutti. Settant’anni dopo, nel nuovo millennio, la poliziotta Sadie viene sospesa dal servizio per un arbitrio che si è presa in un caso su una donna scomparsa e si rifugia dall’adorato nonno Bertie, che vive a due passi da dove accaddero i fatti di tanti anni prima. Durante una passeggiata con i cani del nonno scopre una casa invasa dalla vegetazione e viene a conoscenza di cosa è successo: decide quindi di indagare sul fatto e cerca di contattare l’Alice di allora, ormai anziana e affermata autrice di gialli.
Kate Morton racconta anche questa volta una storia tra passato e presente, un cold case rimasto in tutto il suo dolore negli animi di chi è stato coinvolto e un’indagine nei sentimenti, e anche questa volta riesce a far centro, restituendo innanzitutto l’incanto della Cornovaglia, luogo di castelli, di laghi e di spazi verdi in cui da secoli si nascondono leggende e misteri. Di nuovo il tutto viene visto in una prospettiva al femminile, con due donne, una ragazza di ieri sognatrice e una ragazza di oggi ossessionata dall’abbandono e dalla perdita, che si incontrano per svelare un mistero che si infittisce, tra sottotrame, tragedie mai raccontate, ripicche, vendette, antiche passioni, voglia di far giustizia e scoprire la verità, forse l’unica cosa che può dare giustizia alle vittime.
Un thriller appassionante e insolito, che racconta due epoche della Storia inglese, concentrandosi in particolare sugli anni durante e dopo la Prima guerra mondiale e svelando il dramma spesso taciuto e sottovalutato dei reduci traumatizzati dalla guerra, una storia che commuove senza essere leziosa o patetica, su cosa si perde nel corso della vita, tragico quando tocca gli affetti più cari e soprattutto quando capita una scomparsa e non una morte, quindi un qualcosa che non si riesce a risolvere. Il personaggio di Alice è interessante sia da giovane nella sua incoscienza che da più anziana, spiace che resti sullo sfondo l’interessante sorella Clemmie, maschiaccio che diventerà una delle tante donne pilote della RAF, ma Sadie, donna con un segreto che l’ha resa attenta a scomparse e perdite, risulta più convicente, un’incarnazione originale dell’archetipo del detective in fondo inventato dalla narrativa anglosassone.

Kate Morton, australiana, si è laureata con una tesi sulla tragedia nella letteratura vittoriana e si è a lungo dedicata al tema del gotico nel romanzo contemporaneo.
A ventinove anni ha debuttato nella narrativa: tra le sue opere ricordiamo i grandi successi de Il giardino dei segreti, che Clint Eastwood ha opzionato per trarne un film, Una lontana follia e L’ombra del silenzio, tutti editi da Sperling & Kupfer come anche I segreti della casa sul lago. I suoi romanzi sono tutti ai vertici delle classifiche dei bestseller internazionali. Il suo sito ufficiale è http://www.katemorton.com

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche dello SBAM torinese.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ala del corvo. Dietro la tenda, Maura Maffei e Rónán Ú. Ó Lorcáin (Parallelo45 Edizioni, 2016) a cura di Micol Borzatta

30 ottobre 2016 by
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Irlanda 1746. Eravamo rimasti che Labhaoise era contesa da due rivali in amore: Bran Ó Brolcháin e Padre Hugony Newman, vedovo di Pádraigín, sorella proprio di Bran e per la quale morte è accusato proprio il vedovo in combutta con la famiglia Ó Chléirigh.
Bran è innamorato folle di Labhaoise, però vuole sposarla anche per sottrarla a Hugony, il quale con il matrimonio riuscirebbe nei suoi intenti e prendere possesso, oltre che delle terre degli Ó Brolcháin acquisiti con il precedente matrimonio, anche di quelli degli Ó Chléirigh, ovvero della famiglia di Labhaoise.
Purtroppo però non è così semplice poter chiedere la mano di Labhoise al padre, essendo le due famiglie in guerra fin dai tempi dei tempi, e c’è il forte rischio che la richiesta venga rifiutata.
Il cuore di Labhoise però per chi dei due rivali batte più forte? E chi dei due riuscirà alla fine a conquistare la sua mano?
Nel frattempo il complotto che è tutt’ora in ballo per liberare l’Irlanda riuscirà nel suo intento?
Secondo romanzo della una trilogia La fragilità della farfalla ritroviamo tutte le atmosfere storiche a cui gli autori ci avevano abituati nel primo romanzo, nelle quali è facile farsi ritrasportare per incontrare vecchi amici e seguirli e aiutarli nelle loro imprese.
Imprese e avventure che nonostante siano passati mesi tra le due pubblicazioni il lettore riesce a riallacciare tranquillamente e rimmergersi senza nessun bisogno di dover andare a rileggere parti del primo romanzo per aiutare la memoria. Questo grazie alla bravura degli autori di saper coinvolgere e raccontare una storia rendendola il più reale possibile, così che rimanga impressa quasi a fuoco nella mente e nel cuore del lettore. Storia, reale, che ritroviamo anche stavolta inframmezzata da fatti di pura fantasia, ma mescolati con talmente tanta maestria da sembrare reali anch’essi.
Anche stavolta troviamo descritti molto minuziosamente, ma sempre con stile leggero e una narrazione veloce, sia la parte psicologica dei personaggi, dando così l’impressione al lettore di provare lui stesso i sentimenti e le emozioni dei protagonisti, sia degli ambienti, ricreandoli alla perfezione e con una grazia quasi tattile.
In questo romanzo, oltretutto, si è andato a eliminare l’unico vero problema che si era riscontrato nel primo. Infatti conoscendo già tutti i personaggi e l’ambientazione, stavolta il lettore non ha nessun problema a seguire tutti i protagonisti senza confondersi con i nomi, che effettivamente rimangono complicati e a volte quasi ripetitivi, ma orami appartenenti a figure ben distinte che hanno una vita propria e che ormai si amano a tal punto da riconoscerle anche senza l’obbligo dell’uso del nome.
Un romanzo che continua a saper colpire e rapire e che alla fine lascia ancora un senso di vuoto e di dispiacere causato dal dover dire addio a degli amici, ma che nello stesso tempo ti rincuora sapendo che li ritroverai nell’ultimo libro della saga, così da creare quel senso di attesa che si prova quando si aspetta il ritorno di amici in visita da città lontane.

Maura Maffei nasce in Liguria ma vive tutta la sua vita in Piemonte, e ha una grande passione, che l’ha portata ad avere una sterminata conoscenza, per la storia e la cultura irlandese.
Nella vita è erborista, soprano lirico, insegnante di Metodo dell’Ovulazione Bilings per la regolazione naturale della fertilità di coppia e presidente diocesano di Azione Cattolica Italiana.
Tra il 2001 e il 2007 ha firmato oltre 200 articoli monografici per il mensile Keltika.
Nel 1993 ha pubblicato Il traditore, nel 2003 Le lenticchie di Esaù, nel 2007 La lunga strada per genova, nel 2015 Feuilleton.
Nel 1999 ha pubblicato un romanzo tutto in gaelico per la casa editrice Coiscéim di Dublino dal titolo An Fealltóir.
Nel 2012 ha pubblicato l’ebook Astralabius e nel 2014 l’ebook An Nuachar – Lo sposo.
Nel 2015 ha anche vinto il premio letterario al 56° Concorso Letterario Internazionale “San Domenichino – Città di Massa” con il romanzo La sinfonia del vento.

Rónán Ú. Ó Locáirn è nato in Irlanda dove vive tutt’ora.
Per anni ha abitato e lavorato in Italia, e per questo mantiene tutt’ora forti legami affettivi e professionali.
Tecnologo e progettista di talento è molto apprezzato per il suo lavoro e gli viene riconosciuta grande originalità nei progetti che firma.
Musicista e traduttore, è appassionato di linguistica, specialmente dell’irlandese in cui crede fermamente convinto che sia molto importante per il bene e il progresso del suo paese natio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Dal 4 al 6 novembre torna la XIV edizione della Rassegna della Microeditoria di Chiari (Brescia), a cura di Viviana Filippini

30 ottobre 2016 by

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Sarà il tema del cammino che animerà la quattordicesima edizione della Rassegna della Microeditoria il 4, 5 e 6 novembre  a Chiari in provincia di BS. L’evento a cadenza annuale ha per protagoniste le piccole e piccolissime case editrici italiane ed è ideato e promosso dall’associazione culturale L’Impronta, in collaborazione con il Comune di Chiari,  patrocinato dalla Regione Lombardia, Provincia di Brescia, Consigliera di Parità della Provincia di Brescia e sotto l’auspicio del Centro per la promozione della lettura. Grazie alla Rassegna della Microeditoria, la città di Chiari, in questo 2016, è stata l’unica località in provincia di Brescia ad essere inserita tra le “Città del libro”, rivelandosi un soggetto attivo nella comunicazione dell’importanza e del piacere della lettura. Il tutto si terrà nel caratteristico scenario la centenaria Villa Mazzotti, la residenza del conte ideatore della famosa gara automobilistica Mille Miglia che ospita la kermesse.

Nel corso degli anni la manifestazione si è dimostrata in costante in crescita perché «ambisce a diventare il riferimento in Lombardia per l’editoria indipendente» come ha spiegato il direttore artistico Daniela Mena, elemento che fa di Chiari una vera e propria capitale del libro e della lettura. Saranno oltre 100 le piccole e piccolissime case editrici presenti quest’anno e 80 gli eventi  in cartellone suddivisi tra incontri, dibattiti, reading e presentazioni accumunati dal tema del cammino, suggerito dal Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, che ha proclamato il 2016 l’Anno Nazionale dei Cammini.

«Il cammino – ha affermato Paolo Festa, presidente dell’Associazione l’Impronta –è la rappresentazione dell’esperienza umana, è un viaggio fatto di relazioni, di incontri e di possibilità di ammirare quello che abbiamo intorno. Alla Rassegna della Microeditoria vogliamo dare spazio a tutti i modi di camminare, sia nel senso fisico del viaggiare ma anche al cammino della vita, di scoperta e di crescita». 

Testimonial d’eccezione sul tema saranno il ciclista Felice Gimondi (Venerdì 4 ore 21.30 Salone Marchetti in via Ospedale Vecchio). Attesi anche il matematico Piergiorgio Odifreddi (sabato 5, ore 16.30 Tendone nel parco di Villa Mazzotti), Tendone nel parco di Villa Mazzotti) e lo scrittore conosciuto con lo pseudonimo di Wu Ming 2 (sabato 5, ore 18.30, Tendone nel parco di Villa Mazzotti) . Non mancheranno come ospiti anche “viaggiatori straordinari” come Roberto Mantovani, Franco Michieli, Pietro Scidurlo, Anna Rastello e il musicista Michele Gazich. Torna per la terza volta lo scrittore Andrea De Carlo (sabato 5, ore 15.30, Tendone nel parco di Villa Mazzotti), e parteciperanno la nota grafologa Candida Livatino (domenica 6, ore 10.30, Tendone nel parco di Villa Mazzotti) e la scrittrice e giornalista, voce di Caterpillar AM su Radio 2: Claudia De Lillo  (domenica 6, ore 14, Tendone nel parco di Villa Mazzotti).

L’inaugurazione dell’edizione 2016 è fissata per venerdì 4 novembre alle 19.30 presso il Salone Marchettiano. Sabato 5 e domenica 6 novembre invece la Rassegna si svolgerà come di consueto nella cornice di Villa Mazzotti, dalle 10 alle 20.

Tutti gli appuntamenti sono gratuiti. L’ingresso è libero, salvo dove diversamente indicato ed è richiesta la prenotazione. Il programma è consultabile sul sito www.rassegnamicroeditoria.it

:: Le cento vite di Nemesio, Marco Rossari (edizioni e/o, 2016), a cura di Maria Anna Cingolo

29 ottobre 2016 by
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Quando nasce suo figlio, Nemesio Viti detto il Vecchio ha sessant’anni e per questa ragione ogni mattina, appena sveglio, Nemesio jr si ripete la stessa frase: Sono nato da uno sperma vecchio (pag.9).
Nemesio odia suo padre e talmente non riesce a sopportarlo che si fa chiamare Nemo, nomignolo aberrante, soprannome che indica chiaramente come il giovane si senta un nessuno. Da una vita, infatti, egli è costretto a confrontare la sua inutile esistenza con quella avvincente e caledoiscopica di Nemesio il Vecchio; nel giorno del suo centesimo compleanno, però, l’anziano genitore ha un ictus e, finito in coma, è ormai prossimo alla morte. Disorientato dalla disgrazia e dalle forti dosi di Ansiolin, ogni notte Nemo sogna di rivivere tutto il secolo in cui il padre è stato protagonista: il ‘900 delle due guerre mondiali, del fascismo e delle avanguardie, della guerra partigiana e del PCI, della caduta del muro di Berlino.

«Senti, un conto è essere scioccato» continuò Nemo. «Un conto è…è…». Non trovava le parole. «È una metempsicosi a ritroso! Una trasmigrazione controcorrente da una generazione all’altra! Una reincarnazione surreale! Un delirio notturno…». (pag.149)

Nemo di notte diventa suo padre, ama l’arte come suo padre e ama le donne, numerose, che suo padre ha amato. Episodi storici si riempiono di dettagli rocamboleschi e di picaresche avventure che scuotono Nemo nel profondo; il giovane inizia a desiderare che la notte sopraggiunga per sognare ancora e conoscere meglio un padre tanto distante. Sebbene le sue visioni siano il risultato di un cocktail di psicofarmaci, fantasia e suggestione, a Nemo sembra di sperimentarle sulla sua pelle e, finalmente, di vivere per davvero.
Le cento vite di Nemesio” sono cinquecento pagine di scrittura ironica, intelligente, sempre piacevole e mai banale, il cui finale è dolce e insieme vigoroso. Vero acrobata della parola, l’autore racconta di un giovane depresso e del suo complesso d’Edipo o, forse, semplicemente narra la storia di un figlio e di un padre. Infatti, Rossari dimostra copiosamente di conoscere la storia, la musica e la letteratura ma il suo sapere più prezioso non è accademico, è la sua capacità di comprendere la natura umana. In questo romanzo, l’autore affronta le difficoltà dei rapporti interpersonali, le lotte interiori, la forza che nasce dal dolore e la fragilità che si nasconde dietro ogni maschera che si sceglie di portare e, a conferma di tutto ciò, dietro una prosa tagliente cela la sua sensibilità straripante.

Marco Rossari: nasce a Milano nel 1973, è scrittore e traduttore. Ha scritto anche “L’unico scrittore buono è quello morto” (Edizioni e/o, 2012) e “Piccolo dizionario delle malattie letterarie” (Edizioni Italosvevo 2016) e tradotto autori come Dickens, Twain, Everett, Eggers, Cain, Thompson.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio stampa EO.

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