::Come si seducono le donne e si tradiscono gli uomini, Filippo Tommaso Marinetti (Bibliotheka, 2025) A cura di Viviana Filippini

23 ottobre 2025 by

“Come si seducono le donne e si tradiscono gli uomini” è l’ opera di Filippo Tommaso Marinetti ripubblicata da Bibliotheka,  con una nota di lettura di Riccardo Calimani. Marinetti, tra i padri fondatori del Futurismo, scrisse, o meglio dettò il testo a due suoi amici – Corra e Settimelli- mentre era in un letto di ospedale militare a Udine, dopo essere stato ferito da una granata durante la Grande guerra. Cosa si legge tra le pagine di questo libro? Questo testo fu importante perché fu una sorta di supporto al passaggio del Futurismo da movimento artistico a fenomeno di costume. Nel libro il futurista parla della sua esperienza di amatore, di grande conquistatore di cuori, mettendo in evidenza anche gli intoppi che si possono verificare, il percorso di seduzione,  e ci sono delle pagine dove elenca pure veri e propri punti da seguire (22) per non cadere in errore, noto come “Manuale del seduttore”. Interessanti anche i primi capitoli dedicati alla donna e alle diverse sfumature  che essa può assumere nel corso della vita in rapporto alla guerra, alla velocità,  alle odore o all’ amore stesso. Pagina a dopo pagina, si ha come la sensazione che Marinetti sia distaccato nel narrare, ma in realtà è solo apparenza in quanto l’autore dimostra una profonda attenzione all’ analisi non solo del a rapporto tra uomo e donna, ma che anche delle problematiche emotive, psichiche ed emozionali che uomini e donne possono avere come singoli e coppia. La cosa che evidenzia lo stile di Marinetti in questo volume dove parla di amore,  seduzione,  è la sua classica irriverenza futurista, dicendo proprio quello che pensa e sente, unita ad una profonda ironia che gli permette di narrare le schermaglie d’amore, i sentimenti e la seduzione. Il libro è quindi un viaggio più a fondo nella vita di uomini e donne ai tempi di Marinetti e nella loro esistenze, dove la ricerca del vero amore  e dell’ essere davvero amati sono il problema fondamentale attorno a cui tutto ruota. Certo è che Marinetti in “Come si seducono le donne e si tradiscono gli uomini” sciorina  tutte le sue capacità amatorie, di grande conquistatore di cuore e donne…. Poi alla fine ne sposò una sola (Benedetta Cappa pittrice, scenografa e scrittrice esponente del Futurismo) alla quale rimase legato per tutta la vita e dalla quale ebbe tre figlie. Una marito fedele e padre amorevole che aveva messo da parte l’irriverenza giovanile.

Filippo Tommaso Marinetti (Alessandria d’Egitto 1876 – Bellagio, Como, 1944) Scrittore, drammaturgo, poeta, pubblica su Le Figaro, nel 1909, il Manifesto del Futurismo, inaugurando uno dei movimenti d’avanguardia più influenti e poliedrici di tutto il continente, a cui parteciparono grandi nomi del Primo Novecento, tra cui Boccioni, Carrà, Balla, Severini, Palazzeschi e Russolo. Un’esaltazione del dinamismo moderno, della macchina, della guerra, della violenza. Le applicazioni sono il romanzo Mafarka il futurista (1910) e, per la poesia, Zang Tumb Tumb. Adrianopoli, ottobre 1912 (1914), descrizione fonosimbolica di un episodio della guerra d’Africa.  (fonte sito Bibliotheka).

Source: 1A Comunicazione

:: L’orologiaio di Brest di Maurizio de Giovanni (Feltrinelli 2025) a cura di Giulietta Iannone

22 ottobre 2025 by

Liberamente ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti, ma rielaborati in chiave narrativa, L’orologiaio di Brest di Maurizio de Giovanni, edito da Feltrinelli nella collana I Narratori di Noir, è un noir atipico nel panorama letterario italiano, che unisce impegno civile, senso della storia, attenzione ai legami familiari ed esistenziali, e un’analisi accurata, seppure filtrata dal genere, degli anni di Piombo. Periodo storico quasi epurato dal dibattito civile italiano, non solo letterario.

Ancora si fatica a fare pace con un periodo drammatico della storia italiana, in cui la strategia della tensione, le stragi, gli attentati, le verità sepolte, la lotta armata di gruppi terroristici paramilitari imperversavano contro le istituzioni. Motivazioni sociali, ideologiche, politiche erano alla base di questi movimenti, con derivazioni più o meno opache tra servizi deviati e organizzazioni segrete parallele se non antagoniste dello Stato.

Fu una guerra civile, con vittime e carnefici, in cui spesso si era entrambi, e i meri esecutori non erano altro che pedine di mandanti che operavano nell’ombra.

De Giovanni, non senza coraggio, abbandona i canoni classici della sua narrativa, i suoi personaggi seriali tanto amati dal pubblico dei suoi lettori, per attingere a questo materiale incandescente e scrivere un romanzo ibrido tra cronaca e realtà.

L’orologiaio di Brest è un romanzo nuovo, con altri personaggi e altre motivazioni che esulano dal solo intrattenimento. Ricollegandosi alla narrativa civile di autori come Moravia e Pasolini, naturalmente con un altro stile e altre peculiarità, vuole fare riflettere, dare consapevolezza ai suoi lettori e portare all’attenzione dell’opinione pubblica temi come dicevo prima quasi rimossi.

Certo resta un romanzo, non certo un saggio sugli anni di Piombo, ma alcune dinamiche sono analizzate da de Giovanni con grande attenzione e rispetto sia per le vittime, sia per i colpevoli a loro volta vittime. Facendo sì che il romanzo per forza e intento si avvicini ai grandi romanzi di denuncia.

Memoria, perdono, senso di colpa, coraggio si intrecciano evidenziando che ci furono anche colpe precise, responsabilità, personaggi oscuri sorretti solo dall’ambizione o dalla sete di denaro che poco aveva a che fare con le ideologie, e tema controverso, che susciterà anche qualche polemica, presenti anche nelle insospettabili alte sfere ecclesiastiche.

Sto cercando di parlarvi del libro senza spoilerare troppo della trama, perché resta un’indagine, semi ufficiale portata avanti da una giornalista coraggiosa, Vera Coen, il personaggio più riuscito del romanzo, a segnalare quanto de Giovanni dia risalto e importanza ai personaggi femminili, il commissario in pensione Bruno Terenzi, e il professore universitario e ricercatore Andrea Malchiodi. L’indagine verte su un attentato avvenuto negli anni ’80 in cui persero la vita un magistrato e un poliziotto, padre di Vera. Chi furono gli esecutori, chi furono i mandanti, perché nessun gruppo eversivo rivendicò l’attentato? Sono tanti gli interrogativi che si pongono sul loro cammino.

Lo stile è scarno, quasi giornalistico, quanto più c’è di antipoetico, che ben si adatta a una storia tesa, cupa, dolorosa in cui è centrale il tema della memoria privata correlata a quella storica del paese. De Giovanni osa, arriva a fare provare compassione e pietà per il colpevole, perlomeno l’esecutore, descrivendoci anche la sua dimensione intima, la sua capacità di amare o credere negli ideali. Non c’è redenzione invece per i mandanti, spietati, occulti, ombre della storia senza coscienza. Passato e presente si alternano in capitoli senza datazione quindi ci vuole un po’ di pazienza e attenzione per seguire le fila della storia.

Con L’orologiaio di Brest, Maurizio de Giovanni firma un noir civile, asciutto, profondamente contemporaneo, dove i contorni della finzione letteraria si sovrappongono alle ombre della nostra storia recente.

Chi ha amato de Giovanni per la sua sensibilità e la profondità dei suoi personaggi ritroverà anche qui quelle qualità, ma declinate in modo diverso, più ruvido, più politico, più urgente.

“Era l’epoca delle stragi, della lotta armata, della politica sommersa. Un pm e un poliziotto, due caduti tra i tanti. Vittime di guerra, in un certo senso.”

L’orologiaio di Brest non è dunque solo un noir. È un romanzo sulla verità, e su quanto costi cercarla. Un libro che ci interroga, ci mette di fronte alle rimozioni collettive, e ci chiede di ricordare. Anche quando fa male.

Il titolo, simbolico e pregnante, richiama la figura di un artigiano nascosto dietro le quinte della storia, che costruisce meccanismi di morte con la stessa cura con cui si compone un carillon.

Maurizio de Giovanni è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano. È celebre soprattutto per il personaggio del Commissario Ricciardi, per i bastardi di Pizzofalcone, e per Mina Settembre, protagonisti di molte sue opere da cui sono state tratte serie televisive di successo.

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:: Visioni di cinema: Rouge (1987) di Stanley Kwan

21 ottobre 2025 by

“La vita è preziosa”

Rouge (1987), diretto da Stanley Kwan, basato sull’omonimo romanzo di Lilian Lee, scrittrice e sceneggiatrice famosa, tra l’altro, per aver scritto il romanzo Addio mia concubina, è un film di culto appartenente alla Second Wave della cosiddetta “Hong Kong New Wave”.

Nonostante sia acclamato da più parti come un capolavoro, e abbia avuto riscontri sia di pubblico che di critica (Anita Mui la protagonista ha vinto per la parte l’Hong Kong Film Award e il Golden Horse taiwanese), non credo esista una versione restaurata e doppiata in italiano, esiste solo la versione in lingua originale con al massimo i sottotitoli in inglese.

Prodotto da Jackie Chan, al tempo pensava di fare un film di cassetta invece si trovò un piccolo film d’autore che paradossalmente circolò più all’estero nei festival, nelle rassegne nei club d’essai, che in Cina, che dopo il passaggio di Hong Kong alla Cina continentale mise forte il vincolo della censura soprattutto per il fatto che i personaggi fanno largo uso di oppio.

Star indiscusse del film sono Leslie Cheung e la già citata Anita Mui, icone tragiche del cinema e della musica hongkonghese dei tardi anni ’80, amati, se non venerati, da uno stuolo di fan che ne conserva la memoria fino a oggi.

Il film è un melodramma struggente con ampie venature di sovrannaturale. Cercherò di evitare gli spoiler, perlomeno quello finale, anche se lo spoiler principale è che Anita Mui, per buona parte del film, è un fantasma che dopo cinquant’anni torna sulla terra per cercare l’uomo che amava, Chan, interpretato appunto da Leslie Cheung.

Fleur, questo era il suo nome, era infatti una prostituta d’alto bordo che, per opposizione della ricca famiglia di lui, non aveva potuto sposare il suo amato. Separati dalle convenzioni sociali decidono così di suicidarsi con resina d’oppio per restare almeno nell’aldilà sempre insieme.

Ma qualcosa va storto, e il fantasma di Fleur, un fantasma cinese in carne ed ossa, si reca nella redazione di un giornale per mettere un’inserzione per persona scomparsa. Incontra così un simpatico giornalista che dopo il primo sgomento quando si accorge che lei è un fantasma (iconica la scena del bus, che si ricollega a tante leggende metropolitane) decide, assieme alla sua fidanzata, di aiutarla.

Il film è essenzialmente al servizio di Anita Mui, la cui recitazione senza sbavature rende il personaggio emotivamente profondo e commovente. E’ un film più triste e malinconico che spaventoso, attimi di vera paura non ce ne sono. Fleur è un fantasma gentile, pallido ed emaciato, al massimo si sbava il trucco o non sopporta la luce del sole, e si interroga se l’amore eterno esiste con ogni sguardo, con ogni gesto, con un’espressione così straziata e delusa, che lascia un eco profonda nello spettatore.

Ma è soprattutto l’Hong Kong degli anni Trenta che non c’è più: Fleur perde le coordinate anche geografiche, non ritrova le strade, gli edifici, i locali, i mercati, i teatri. Tutto è cambiato, è estraneo e respingente. Non solo non trova l’uomo che amava, ma fatica a ritrovare anche i luoghi in cui era stata in vita provocandole uno spaesamento che l’interpretazione di Anita Mui rende memorabile.

Elegante, profondo, commovente, Rouge è un film per chi ama le storie d’amore che tentano di sopravvivere al tempo, alla morte, alla memoria, non aspettatevi un lieto fine classico, ma in fondo un lieto fine c’è, carico di pathos, drammatico e romantico allo stesso tempo. Per la sua ricchezza evocativa un film moderno ancora oggi.

:: A esequie avvenute di Massimo Carlotto (Einaudi 2025) a cura di Patrizia Debicke

20 ottobre 2025 by

Massimo Carlotto torna con A esequie avvenute e riporta in scena Marco Buratti, l’Alligatore, uno dei personaggi più amati e inquieti del noir italiano. Un ritorno atteso e che non delude. Perché questo suo nuovo romanzo è un viaggio nel cuore nero del Nord-Est, ma anche un’amara riflessione sul tempo che passa, sulla colpa e sulla possibilità, sempre più remota, di restare fedeli a sé stessi in un mondo dove la giustizia pare un ricordo sbiadito.
Fin dalle prime pagine ci si ritroveremo immersi in un gelido inverno, tra le paludi venete con la  nebbia che sembra voler inghiottire tutto. Una donna è stata rapita, ma la speranza di ritrovarla viva si spegne di ora in ora. Marco Buratti, investigatore senza licenza e con più ferite che certezze, accetterà l’incarico di consegnare il riscatto. L’ha chiesto Loris Pozza, imprenditore vicentino uso a “imbrogli” ed espedienti: false fatture, capitali riciclati, soldi che transitano per banche clandestine cinesi. Ma qualcosa va storto e la donna, una giovane moldava di nome Aliona, non verrà liberata nonostante il pagamento di un milione di euro.
Da qui partirà l’indagine, non autorizzata e piena di ombre, che diventerà la spina dorsale della trama. Buratti, e i  suoi inseparabili amici: Max la Memoria, mente lucida e ironica, e Beniamino Rossini, vecchio bandito dal cuore d’oro, dovranno muoversi in un territorio ormai irriconoscibile. Il Nord-Est descritto da Carlotto non è più quello degli artigiani divenuti imprenditori, ma una terra dove le nuove mafie: cinesi, ucraine, nigeriane, si sono radicate con disinvoltura, tutte pronte a spartirsi affari e potere.
La doppia trama si intreccia come due linee di basso in un brano blues: da una parte l’indagine sull’omicidio, dall’altra la personale battaglia di Rossini contro la tratta delle donne. Il vecchio contrabbandiere, stanco ma fedele a un codice morale tutto suo, libera una giovane ucraina schiava dei clan del suo Paese, scatenando una vendetta che travolgerà anche l’Alligatore. E mentre la violenza cresce, Buratti sarà costretto a spingersi dove non era mai arrivato, rischiando tutto pur di restituire giustizia a chi non può più parlare.
Carlotto alterna i toni della cronaca nera a quelli del blues più malinconico, componendo una sinfonia di dolore e rabbia. Il suo linguaggio è secco, tagliente, intriso di sarcasmo e pietà. Le sue frasi brevi con i dialoghi asciutti e le descrizioni essenziali restituiscono l’autenticità di un mondo dove ogni gesto pesa e ogni parola nasconde una verità. Non c’è spazio per l’eroismo né per la redenzione. L’Alligatore è un uomo che sopravvive, ma non vince. Porta addosso il peso di chi ha visto troppo, eppure continua a lottare, spinto da un istinto di giustizia che nessuna sconfitta è riuscita a spegnere.
Attorno a lui si muove una galleria di figure secondarie perfettamente delineate: malviventi, donne ferite, poliziotti disposti a chiudere un occhio, politici che fanno finta di non sapere. Tutti partecipano, consapevolmente o meno, alla grande recita del potere e della corruzione. In questo contesto il Nord-Est rappresenta più di un’ambientazione: è un personaggio vivo, spietato, dove il fango delle paludi si mischia al lusso delle ville di nuova costruzione, dove la nebbia nasconde affari, cadaveri e ipocrisie.
Il tempo, nel romanzo, è un protagonista silenzioso. Buratti è invecchiato, Rossini ha smesso di sparare ma non di combattere, Max osserva il mondo con l’amara ironia di chi sa che la memoria serve solo se non la si tradisce. Vivono insieme in una cascina, tentando una tregua con la vita, ma la quiete durerà poco. L’Alligatore non può sottrarsi al richiamo dell’indagine, alla necessità di ristabilire un equilibrio che la società ha da tempo smarrito. Il blues ancora una volta è la voce interiore del protagonista, una vera filosofia. “Quando hai il cuore fuorilegge non puoi pretendere che batta a un altro ritmo”, scrive Carlotto,  frase che è la sintesi perfetta del libro. Il blues accompagna ogni caduta, ogni bicchiere di “calva”, ogni colpo inferto o subito. È la musica di chi non si arrende, anche quando sa di aver perso.
La scrittura di Carlotto è matura, più introspettiva. Meno azione e più riflessione, ma il ritmo resta serrato. Il noir, per lui, non è evasione ma indagine morale: serve a mostrare ciò che preferiremmo ignorare. I soldi sporchi, la connivenza, la rassegnazione. Tutto ciò che rende la nostra società terreno fertile per il male.
Con A esequie avvenute, Massimo Carlotto non concede tregua. È un romanzo sulla perdita, sul rimpianto, ma anche sulla dignità di chi continua a cercare un senso. L’Alligatore, invecchiato ma indomito, resta una delle voci più autentiche della narrativa italiana contemporanea. La sua stanchezza non è resa, ma consapevolezza. E nella malinconia che trasuda da queste pagine si percepisce la maturità di un autore che, dopo tanti anni, non ha smesso di interrogare la coscienza del Paese.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz). Nel 2024 esce Trudy. I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.

:: La vedova di Hong Kong di Kristen Loesch (Marsilio 2025) a cura di Giulietta Iannone

20 ottobre 2025 by

Hong Kong è una città di fantasmi. Spiriti, spettri, presenze inquietanti, leggende, maledizioni fanno parte della sua storia ricca di leggende urbane su case infestate, tram che specie di notte si popolano oltre di passeggeri di ombre di spettri di persone morte tragicamente, di spiriti di annegati, e vendicativi. La stessa cultura cinese ha grande rispetto per i defunti, per gli spiriti degli antenati che vengono celebrati in templi domestici, o anche in grandi feste cicliche come la principale la Qingming Jie (o Festa degli Antenati), durante la quale le famiglie visitano le tombe per pulirle e onorare i defunti con offerte di cibo, fiori e “banconote” finte da bruciare. Poi c’è la Zhongyuan Jie (Festa dei Fantasmi) o altro modo detta La Festa degli spiriti Affamati.

Il confine tra mondo terreno e aldilà è da sempre non solo frutto di superstizione ma legato alla religiosità cinese delle tradizioni taoiste e buddiste. Il sovrannaturale acquista per cui anche una valenza culturale, e identitaria molto radicata.

La vedova di Hong Kong (The Hong Kong Widow, 2025) di Kristen Loesch, tradotto dall’inglese da Isabella Zani, e pubblicato in Italia da Marsilio, pressappoco in concomitanza con la pubblicazione in lingua inglese, è un romanzo in parte ambientato a Hong Kong, che racchiude storie appartenute al patrimonio culturale e alle radici cinesi dell’autrice.

La vedova di Hong Kong è innanzitutto un romanzo misterioso e piuttosto complesso, che per originalità e profondità non assomiglia a nessun altro romanzo da me letto finora. Difficile classificarlo: in parte romanzo storico, in parte gotico e horror con venature di sovrannaturale sia tradizionale cinese che in parte anche occidentale, memoria familiare, thriller investigativo, romanzo psicologico con elaborazione del lutto, e anche romanzo di formazione, – Mei la protagonista cresce e si evolve e noi l’accompagniamo da bambina fino ad anziana- e tutte queste componenti si amalgamano, senza sovrapporsi, in modo armonico e naturale.

Diciamo che la storia ruota intorno a un mistero, uno delle tante leggende metropolitane hongkonghesi, qui drammatizzata e rivisitata dall’autrice: cosa successe realmente nel settembre del 1953 in una sontuosa villa coloniale di Hong Kong chiamata Maidenhair House di proprietà di George Maidenhair, personaggio centrale del romanzo? Il tema della casa infestata non è certo nuovo nel romanzo gotico, con venature horror, ma qui non mira a fare paura, piuttosto a inquietare il lettore per approfondire temi come l’elaborazione del lutto, i traumi bellici, il desiderio di vendetta, l’amore tra madri e figlie.

La struttura narrativa è a capitoli alternati con indicativamente tre linee temporali: Shanghai negli anni 30 e 40, Hong Kong nel settembre del 1953, e Hong Kong nel 2015. All’inizio si fa un po’ fatica a seguire le direttive temporali, ma poi tutti i nodi vengono al pettine.

Poi si parla di vendetta di Mei la protagonista e per tutto il romanzo non si capisce di cosa si debba vendicare, per quello è anche misterioso, poi in un capitolo sul finale lo dice ed è uno dei principali colpi di scena. Ma ce ne sono altri che non vi anticipo. 

La scrittura è poetica, aulica, ci riporta alle antiche saghe e leggende cinese, alle storie di spiriti, maledizioni e miti ancestrali. Mi sono piaciuti tutti i personaggi: Mei, soprattutto, Jamie, Susanna, Max, Holly Zhang, la vedova russa Volkova, anche George, più una figura paterna, un insegnante, che un amante di Mei, e questo equivoco forse rende anche complesso il loro rapporto.

In conclusione, La vedova di Hong Kong è un romanzo originale, raffinato e inquietante al punto giusto, che si distingue per la capacità di fondere mito, storia e introspezione in una narrazione che affascina e coinvolge fino all’ultima pagina. Un’opera che cattura, e quasi imprigiona nelle pagine e lascia un’eco profonda nel lettore, come solo le storie più autentiche sanno fare.

Kristen Loesch è cresciuta a San Francisco. Laureata in Storia, ha poi conseguito un master in Studi slavistici all’Università di Cambridge.  La bambola di porcellana  è il suo romanzo d’esordio, da cui verrà anche tratta una serie tv. Vive sulla costa ovest degli Stati Uniti con il marito e i tre figli.

:: I delitti della Bella di notte di Anthony Horovitz (Rizzoli, 2022) a cura di Patrizia Debicke

17 ottobre 2025 by

Dopo aver risolto il mistero che circondava la morte dello scrittore Alan Conway, Susan Ryeland, giovane editor londinese dalla mente acuta e dalla memoria infallibile, decide di concedersi una pausa. Abbandona la caotica agitazione della città, le nebbie di Londra, la pressione costante dei libri e degli autori, per cercare un rifugio in cui reinventarsi.
La sua scelta di vita cadrà su Creta, dove aprirà un piccolo hotel insieme al fidanzato Andreas. L’isola, con la sua calda luce e i dorati tramonti e il ritmo lento e pacato della vita mediterranea, sembrano offrire una promessa di serenità. Ma, per Susan, l’incanto è solo effimero: il lavoro nell’hotel è estenuante, il rapporto di coppia rischia di guastarsi  e la monotonia, tanto diversa dal suo frenetico mondo editoriale, le pesa con un velo di malinconia.
Questa fragile tranquillità verrà  tuttavia infranta dall’arrivo dei Treherne, una coppia inglese giunta sull’isola con un unico obiettivo: ritrovare la  figlia scomparsa. La ragazza,  Cecily, ha lasciato dietro di sé solo criptici indizi, disseminati  tra le pagine di “Atticus Pünd e il nuovo caso”, il romanzo postumo di Conway, ispirato a un omicidio avvenuto otto anni prima proprio nell’hotel cretese della famiglia Treherne.
Susan Reyland , che ha conosciuto e curato l’opera dello scrittore, appare come l’unica possibile custode della verità  o per lo meno l’unica persona in grado di interpretare quei segnali nascosti, e l’onere di decifrarli la riporterà, inevitabilmente, al suo antico ruolo di investigatrice.
Anthony Horowitz conferma ancora una volta la sua straordinaria capacità di costruire trame complesse e avvincenti. L‘ingegnosa  struttura del romanzo  si svilupperà infatti su due livelli, sovrapposti come scatole cinesi. Al primo piano avremo la Susan reale, che indaga tra gli hotel e la campagna inglese, interrogando testimoni, raccogliendo documenti e interpretando segni; al secondo, invece il mondo letterario di Atticus Pünd, detective dalla precisione quasi maniacale e dal fascino d’altri tempi, immerso nello stesso mistero ma trasposto e filtrato attraverso la penna di Conway.
Il gioco a incastro è molto raffinato: personaggi e indizi si rispecchiano, le situazioni reali e quelle inventate si intrecciano, e il lettore sarà costretto  a immergersi in  due misteri paralleli, ciascuno con la propria tensione, i propri colpi di scena e le proprie rivelazioni.
Il fascino del romanzo sta anche nella capacità di bilanciare la complessità della trama con una facile lettura. Horowitz non tradisce mai il lettore: tutti i plausibili indizi necessari ci sono ma talmente evanescenti e  inafferrabili da sorprendere e intrigare fino all’ultima pagina. Come in un Cluedo letterario all’Agatha Christie: ogni dettaglio, ogni gesto, ogni parola può diventare la chiave per risolvere l’enigma.
L’autore infatti si ispira chiaramente alla tradizione dell’Età dell’Oro del giallo britannico, con atmosfere eleganti, indagini meticolose e colpi di scena calibrati, ma lo fa con un respiro moderno, integrando la psicologia dei personaggi a tensione narrativa e a riflessioni sulla natura umana.
In questo secondo volume della serie, Horowitz introduce anche Daniel Hawthorne, ex detective e alter ego collaborativo dell’autore stesso. Il loro rapporto, fatto di contrasti, sarcasmo e complementarietà, aggiunge profondità e leggerezza al racconto. In “La sentenza è morte”, i due si trovano ad affrontare l’omicidio di Richard Pryce, avvocato divorzista dalla mente acuta e dai rapporti complessi, la cui morte efferata apre una rete di sospetti, alibi e segreti che si intrecciano con la scomparsa di Cecily e con altri misteri collaterali. La narrazione procede così tra intrecci, depistaggi e ingannevoli sospetti, sempre sostenuta da una scrittura precisa, elegante e calibrata. Il maggior pregio dell’opera sta  proprio nel modo in cui Horowitz fonde tradizione e innovazione. La suspense cresce in maniera costante, i colpi di scena arrivano nei momenti giusti, i personaggi sono delineati con cura e credibilità. Susan Ryeland emerge come protagonista forte e determinata, capace di leggere tra le righe della realtà e della finzione. Hawthorne, con le sue imperfezioni e la sua saggezza pratica, compensa e arricchisce la vicenda, creando un duo indissolubile pronto a istradare il lettore attraverso un labirinto di enigmi.
Le ambientazioni, dalla assolata atmosfera cretese alle verdeggianti  campagne inglesi, dai quartieri alti di Londra a librerie storiche come la celebre Daunt Books di Marylebone, sono descritte con cura, trasportando il lettore in luoghi reali e riconoscibili, ma sempre sospesi tra realtà e finzione. La capacità di Horowitz di evocare contesti vividi e atmosfere precise rende ogni scena tangibile, quasi cinematografica.
In sintesi: un giallo corposo, raffinato, avvincente e sorprendente, un’opera che rende omaggio ai grandi classici, ma con voce originale e contemporanea.

Anthony Horowitz è uno degli scrittori più prolifici ed eclettici del Regno Unito, noto per la serie bestseller di Alex Rider. Sceneggiatore per la televisione, ha prodotto, tra le altre, la prima stagione dell’Ispettore Barnaby. Nel 2014 ha ricevuto il titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico per meriti in campo letterario. I delitti della bella di notte (Rizzoli 2021) è il secondo volume di una  serie.

:: Visioni di cinema: Le ombre del pavone di Phillip Noyce (1987)

16 ottobre 2025 by

Le ombre del pavone, titolo originale: Echoes of Paradise (anche noto come Shadows of the Peacock) del regista australiano Phillip Noyce, è un film decisamente interessante, perso tra le varie commedie sentimentali con sfondo esotico tipiche degli anni Ottanta, in cui esotismo, ricerca di sé, e il viaggio come metafora della trasformazione interiore, avevano un certo appeal nelle aspettative di un pubblico ancora non del tutto assuefatto e anestetizzato dal turismo di massa.

Il film di Noyce si differenzia per alcune tematiche peculiari che arricchiscono una trama narrativa abbastanza abusata: una donna, Maria, interpretata da una intensa e credibile Wendy Hughes, prima perde il padre, poi scopre il tradimento del marito, un affermato politico locale, e la sua vita rispettabile e borghese cade in pezzi, perdendo i suoi punti di riferimento sente crollare il suo mondo interiore e le sue aspettative, e tutto questo è descritto con grande sensibilità e attenzione alle dinamiche e fragilità interiori della protagonista.

Un’amica più smaliziata, Judy (Peta Toppano), che sta partendo per la Thailandia, la invita ad andare con lei per interrompere il tran-tran familiare, e riprendersi in un luogo esotico lontano da tutto. Maria dopo qualche esitazione, (non ha mai lasciato soli i suoi figli piccoli) accetta e parte per Phuket, la più grande isola della Thailandia, (originariamente il set era ambientato a Bali, ma per una serie di vicissitudini, che portarono a diverse riscritture della sceneggiatura e scontri redazionali si scelse un luogo altrettanto esotico ma meno suggestivo e di nicchia).

Ad accoglierle trovano Terry (Rod Mullinar), proprietario del resort che le ospita, che, come un maestro di cerimonie, le porta a conoscere i segreti dell’isola e le presenta a Raka (John Lone), danzatore balinese, affascinante e misterioso di cui Maria subito si innamora, corrisposta. Questo amore è molto più che una semplice scappatella, o una vendetta per il tradimento subito dal marito (Steve Jacobs), ma è una sorta di iniziazione, anche spirituale, a un mondo altro, a una ricerca di sé più autentica e profonda dove non contano solo le aspettative degli altri.

Ma la passione, l’amore non basta, e dopo una serie di incomprensioni Maria sente di non appartenere a quel luogo, e neanche a Raka, e torna in Australia dal marito e dai bambini, pur essendo cambiato qualcosa nel suo animo e avendo acquistato una nuova consapevolezza.

L’esotismo non stereotipato, il rispetto per la cultura altra, la sacralità tutta orientale delle cerimonie e i riti, le combattute recriminazioni interiori sull’abbandono di ruoli e responsabilità, rendono il film non usufruibile come mero intrattenimento commerciale, ma avvicinano lo spettatore a qualcosa di più serio e profondo. Bellissime le scene di danza, i costumi, il trucco, per non parlare del paesaggio che da sfondo a un Paradiso dove la felicità sembra a portata di mano, seppure a misura di turista.

Forse una delle opere minori di Philip Noyce, ma ricca di un fascino sottile, che resta impresso nell’anima e arricchisce lo spettatore. Da riscoprire.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni, autore di 81280JL, a cura di Giulietta Iannone

16 ottobre 2025 by

Benvenuto Lorenzo, e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Il tuo nuovo libro, edito da Edizioni Spartaco è un romanzo impegnativo, forse il tuo più complesso: l’affresco, seppure alternativo, di un’epoca, una controstoria underground, sotto acido si può dire. Ma non solo, un ritratto corale, con tanti e tanti personaggi, i più disparati. È difficile definire il tuo nuovo romanzo, o imbrigliarlo in una categoria o in un genere, soprattutto guardando alla letteratura italiana, pochi osano tanto. Da dove nasce l’idea? C’è stato un momento preciso che ha fatto scattare la scintilla?

Grazie a voi per l’ospitalità. Dunque, credo che la scintilla sia stato l’ascolto di A day in the life dei Beatles in un pomeriggio di parecchi anni fa, a Ferrara. Ho iniziato a chiedermi: se Mark Chapman non avesse sparato a John Lennon ci sarebbe stata la possibilità di rivedere insieme i Beatles? E se sì, avrebbero realizzato altri capolavori? Da queste domande ho iniziato a cazzeggiare con la mia testa. Cosa realmente mi abbia portato, passo dopo passo, a inserire nella storia così tanti personaggi e così tante situazioni è difficile da spiegare. Un amico scrittore durante una presentazione, anni fa, mi disse che avrebbe tanto voluto conoscere il mio pusher. Non so, se tra le righe, questo possa dipanare la matassa di come funziona il mio cervello. Scherzi a parte: sì, credo che la scintilla sia stata A day in the life… I saw a film today, oh boy/The English Army had just won the war/A crowd of people turned away/But I just had to look/Having read the book/I’d love to turn you on… e via discorrendo.

Partirei dal titolo, un po’ criptico, ma sveliamo subito il mistero: una data, 8 dicembre del 1980. Cosa successe?

Mark David Chapman, “Il più coglione dei coglioni”, come lo ha definito Paul McCartney, si è recato a New York, davanti al Dakota Building, e ha ammazzato John Lennon. Ispirato dalla lettura compulsiva de Il giovane Holden e da omini verdi dentro la sua testa che lo incitavano a compiere l’atto criminoso chiamandolo “signor Presidente”. Personalmente, credo che l’8 dicembre del 1980 sia uno dei giorni più tragici del Novecento.

Hai immaginato una controstoria degli anni ’80: quanto c’è di documentazione storica e quanto di invenzione narrativa in questa ricostruzione alternativa? Il romanzo si muove tra cospirazioni, geopolitica, CIA, droga, controllo mentale, telepatia… Quanto di quello che racconti credi sia vicino alla verità storica?

La documentazione storica è stata importante, fondamentale. È servita per ricamarci sopra la narrazione. La guerra civile libanese, le ingerenze israeliane in Libano, la compravendita di ebrei tra Romania e Israele, i campi di addestramento a Aden, gli ospiti del Chelsea Hotel, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il South Bronx messo a ferro e fuoco: è tutto vero. Ma anche fatti minori, che apparentemente potrebbero risultare di finzione, sono reali. Per esempio, la scena che vede Asher il Depresso fuggire dall’Afghanistan a dorso di un mulo o l’idea di mettersi dentro una cassa per andarsene dall’Asia, sono tratti da un reportage d’annata sulla Via della droga. La CIA ha realmente compiuto esperimenti telepatici e non è un segreto il fatto che i servizi segreti, non solo americani, abbiano usato (e usino) Paesi in via di sviluppo come base per il commercio di droga in Occidente. Insomma, c’è molta realtà storica, seppur i personaggi siano, in parte, inventati.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere il romanzo? È stato un percorso lineare o caotico?

Ci ho impiegato circa sette anni. Ho iniziato ad accumulare materiale, a leggere testi inerenti al periodo storico, mi sono fatto lunghe sedute di Beatles e Lennon, ho guardato documentari e film, ho abbozzato diverse scalette. Nel mentre, ho lavorato anche ad altre storie. Diciamo che il percorso è stato inizialmente lineare, poi è diventato caotico nello sviluppo centrale e poi è tornato lineare nell’ultimo anno, quando mi sono concentrato a chiudere tutti i sentieri narrativi che avevo aperto.

Perché hai scelto John Lennon come figura centrale e simbolica di questo romanzo? Che cosa rappresenta per te? E, per il romanzo?

Perché la sua morte ha significato la fine di una speranza: rivedere insieme i Beatles. I Beatles, più che il solo Lennon, rappresentano una parte importante della mia vita. Non sono soltanto la colonna sonora di uno dei periodi storici per me più interessanti, ma sono stati, e sono, la mia colonna sonora. Non mi stancherò mai di ascoltarli perché mi danno continue suggestioni, mi forniscono risposte. Lennon non poteva non essere centrale e simbolico in un romanzo ambientato nel 1980, culminato appunto con il suo assassinio. Tutto ruota intorno a lui e ai Beatles e a quello che rappresentano anche per alcuni protagonisti del libro.

C’è un autore o un’opera in particolare che ti ha ispirato durante la scrittura di questo romanzo? A me viene in mente Burroughs, per esempio e le sue contaminazioni con la fantascienza.

I libri di Robert Fisk sulla guerra civile libanese e sul Medioriente in generale. Magnifici. Bellissimi. Coraggiosi. Le impalcature letterarie di Paco Ignacio Taibo II. I dialoghi taglienti di Elmore Leonard. Il giovane Holden, naturalmente. E poi Robert Stone, Barry Gifford, James Ellroy, John le Carré, Graham Greene, Tom Robbins, Jabbour Douaihy.

Cosa è rimasto secondo te dello spirito degli anni ’60-’70, e cosa invece si è perso per sempre?

Si è perso tutto perché la Storia non permette repliche, o se le permette le toglie di ogni sostanza, è solo apparenza. Oggi stanno tornando di moda i pantaloni a zampa e si vedono in giro giovani con t-shirt dei Pink Floyd e dei Grateful Dead. Forse uno su cento di quei giovani sa chi fossero. Gli piace la maglietta. Gli piace la camicetta hippie. Finisce lì. La mia generazione ha gravi colpe nel non aver lasciato nulla di quello spirito. Noi, da figli di chi ha vissuto gli anni ’60 e ’70 abbiamo beneficiato dei ricordi diretti dei nostri genitori e fratelli maggiori e abbiamo custodito con stupido orgoglio quello spirito per lasciare i nostri figli solo con l’apparenza. La creatività sta morendo, e un mondo senza creatività è un mondo vuoto. Insulso. E la colpa è solo nostra.

Come hai lavorato con Edizioni Spartaco? Il libro ha richiesto un editing lungo? A chi è stato affidato?

Con Edizioni Spartaco si lavora sempre bene. Sono stati molto onesti. Nella versione consegnata in redazione c’era qualcosa che non andava. La storia gli piaceva, ma era lunga se non il doppio, quasi. C’erano troppi riempitivi, il linguaggio, soprattutto gli slang, era estremo, c’erano fili che andavano recisi. L’editing è stato affidato a Tiziana Di Monaco che ha fatto un lavoro da perderci la testa. A tratti ho pensato che stesse facendo qualcosa che andava oltre la razionalità umana. Sarebbe bello mostrare cosa io le ho dato e come lei lo abbia migliorato senza snaturare il perché della mia storia e il mio stile. È stato un editing eccezionale, impegnativo, strepitoso. Gli sono molto grato. E sono molto grato a Edizioni Spartaco perché 81280JL è stato un investimento immane per un editore indipendente, e realizzandolo hanno dimostrato, concretamente, di credere, ancora una volta, in un mio romanzo.

Hai già in mente un prossimo progetto, o hai bisogno di una “disintossicazione” da questo universo?

Un solo progetto è riduttivo. Sto lavorando a una storia di italiani emigrati in America durante la Guerra civile, a una storia che inizia nel 1945 e finisce nel 1969 alla ricerca di un diamante blu, e a diversi inediti di Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico. Ma sto facendo tutto con molta calma. Già pronti, usciranno l’anno prossimo, una sorta di metaromanzo che verrà pubblicato da Cafféorchidea, e un testo molto particolare dedicato alle figure dei più celebri dittatori contemporanei che verrà pubblicato dai tipi di Prospero Editore.

:: Di fronte al fuoco di Aleksej Nikitin (Voland, 2025) a cura di Giulietta Iannone

16 ottobre 2025 by

Feliksa uscì dall’ufficio del comando militare amareggiata e scontenta di sè. Non era riuscita a spiegare a quel tenente che sulla scomparsa di Il’ja bisognava indagare immediatamente. Una persona non poteva sparire in città senza lasciare traccia, nel nulla, tanto più se si trattava di Il’ja, che a Kiev conoscevano in molti. Non è scomparso in una foresta o in una palude sperduta. Lui è stato qui ed è andato da Terent’eva, il che significa che anche altre persone potrebbero averlo visto, significa che devono cercarlo subito, al più presto, prima che i pochi che ancora sono qui si disperdano.

Dal 2014 in poi, l’Ucraina ha vissuto un vero e proprio risveglio culturale: festival letterari, editoria indipendente, rinascita della lingua ucraina nelle scuole e nei media, valorizzazione e studio della storia nazionale. La cultura, il patrimonio culturale e identitario ucraino sono diventati necessari: un bene vitale da difendere, da preservare.

Dopo l’invasione russa del 2022, ancora di più la cultura è diventata parte attiva della resistenza, nella difesa dell’integrità del Paese. Artisti, scrittori, insegnanti, registi hanno continuato a creare, documentare, educare, nonostante gli ostacoli, le privazioni, le limitazioni della guerra, nello sforzo tenacemente eroico di preservare qualcosa di sacro: lo spirito di un popolo, con dignità, coraggio e forza morale.

Lo scrittore ucraino Aleksej Nikitin è uno di questi artisti: ha scelto la penna per testimoniare la resilienza e la forza di un popolo che non si arrende, che difende la sua identità, che mostra al mondo quanto l’onestà intellettuale sia necessaria in vista di un futuro reale processo di pace, pur nella complessità.

È appena uscito in Italia un suo libro: Di fronte al fuoco, edito da Voland e tradotto dal russo da Laura Pagliara, che firma anche alcune interessanti note sulla traduzione, utili a contestualizzare il romanzo. Un’opera impegnativa, complessa, imponente per lunghezza — ben 630 pagine — ma scritta in una lingua così viva, composita, lirica, che si legge molto velocemente.

Narra la storia di un pugile ebreo-ucraino, Il’ja Gol’dinov, agente segreto dell’NKVD, che durante l’estate del 1941, dopo aver avuto successo nello sport (secondo posto nel campionato sovietico), sceglie di unirsi ai partigiani contro l’invasione nazista. Poi viene arruolato nell’esercito regolare, finisce catturato, deportato in un lager, riappare per un breve periodo nella Kiev occupata, nel febbraio 1942, quindi scompare nuovamente, lasciando dietro di sé una scia di mistero. La moglie, Feliksa, intraprende una lunga e dolorosa indagine per scoprire cosa gli sia successo.

Scritto in russo, non come adesione a Mosca ma per scelta stilistica e identitaria, e come strumento narrativo capace di restituire tutte le sfumature di un’epoca, il romanzo nasce da un’approfondita ricerca storica, basata su materiale documentario desecretato dopo il 2011, per ricostruire gli eventi dell’epoca. Intreccia al racconto elementi personali, familiari e culturali, tra tradizioni yiddish, propaganda sovietica, legami di lealtà, amore e perdita.

Ne emerge un’idea viva dell’Ucraina multi-etnica di quegli anni, con tutte le tensioni e le contraddizioni tra tradizioni ebraiche, propaganda sovietica e regime nazista, pur conservando una grande tolleranza nella convivenza tra culture.

Soprattutto, è il ruolo della memoria a rendere Di fronte al fuoco capace di parlare non solo a un pubblico interessato alla storia, ma a chiunque voglia riflettere sul rapporto tra individuo e potere, sul destino umano in situazioni estreme.

Tuttavia, è nell’uso della storia per parlare del presente che Di fronte al fuoco diventa profondamente — e dolorosamente — ucraino, consegnandoci questo affresco storico del Novecento che, da particolare, diventa universale. Perché, nonostante la nazionalità, i confini geografici e politici, l’umanità è una sola, identica a Kiev come a Mosca: capace di amare, soffrire, sperare e perdonare.

Un grande romanzo ucraino, epico come un romanzo di Tolstoj.

Aleksej Nikitin Scrittore di lingua russa nato a Kiev (Ucraina) nel 1967, è laureato in fisica e ha collaborato al progetto del sarcofago destinato a mettere in sicurezza la centrale di Černobyl’. Il romanzo Victory Park (2014) ha vinto il Russkaja Premija ed è entrato nella short list del premio National Besteller (‘Nacbest’) in Russia quando era ancora in forma di manoscritto. L’infermiere di via Institutskaja (2016), romanzo dedicato alle recenti proteste di Euromajdan, è stata la prima opera di Nikitin a essere pubblicata in Ucraina. I suoi precedenti romanzi sono Istemi (Voland 2013) e Mahjong (2012).

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:: Visioni di cinema: Era mio nemico (The Chinese Widow) di Bille August

15 ottobre 2025 by

Bille August, regista danese famoso per film come Pelle alla conquista del mondo, o Il senso di Smilla per la neve tra gli altri, è un regista che amo molto, da poco mi ha colpito molto favorevolmente la sua miniserie televisiva, Il conte di Montecristo (The Count of Monte Cristo, 2025), confermando la mia ottima opinione su di lui, (magari ci ritorneremo nelle prossime settimane su questo sceneggiato), per cui ho ricuperato con molta curiosità un suo film del 2017, Era mio nemico (The Chinese Widow), che non avevo ancora visto.

Un dramma bellico, con venature sentimentali, interamente prodotto in Cina, e recitato in inglese, giapponese e cinese, con protagonisti Emile Hirsch e la bella ed enigmatica Liu Yifei, (famosa in occidente per la trasposizione Disney di Mulan). Non un film forse che segnerà la cinematografia mondiale, ma pur con il suo tono pacato, quasi sussurrato, un bel film per passare un pomeriggio piovoso di relax sotto una coperta di lana con una tazza di tè fumante da sorseggiare.

Ambientato durante la Seconda Guerra mondiale, Era il mio nemico segue le vicende belliche di Jack Turner, un pilota americano abbattuto nei cieli della Cina occupata dai giapponesi, durante la missione dei Doolittle Raiders, il celebre bombardamento di Tokyo del 1942, in seguito a Pearl Harbour. Dopo essersi buttato col paracadute dal suo aereo colpito dalla contraerea, ferito, solo, affamato, Jack viene salvato da Ying (Liu Yifei) una giovane vedova cinese che vive sola con la figlia.

Mentre la guerra continua, e le truppe giapponesi cercano il pilota disperso, tra Jack e Ying prima nasce un legame di riconoscenza e rispetto, poi pian piano si trasforma in un sentimento vero e profondo, nonostante le tensioni belliche, le differenze culturali e linguistiche e il destino sempre più incerto. La narrazione è visivamente elegante e stilisticamente coerente con un dramma intimistico con un buon equilibrio tra scene girate in interni, e quelle in esterni nei bellissimi boschi cinesi circostanti.

La regia di August ha la dolcezza trattenuta di atmosfere liriche e poetiche, paesaggi immersi nella nebbia, luce naturale, e una fotografia dai toni caldi e sommessi. Il film è profondamente rispettoso della memoria storica cinese, celebra in modo sofferto e non eccessivamente propagandistico il sacrificio del popolo cinese durante l’occupazione giapponese, e si inserisce nella linea delle produzioni cinesi che univano memoria nazionale e apertura internazionale, grazie alla presenza di attori occidentali e a una narrazione accessibile a un pubblico globale.

Il film nonostante solo lo accenni con sommessa grazia, e pur nella sua semplicità, offre uno sguardo interessante sulla collaborazione tra cinesi e americani durante la guerra del Pacifico, e il coraggio delle comunità locali che aiutarono i piloti americani a mettersi in salvo, portando allo spettatore una prospettiva diversa sulla Seconda Guerra Mondiale. “Era mio nemico” ha davvero una poesia silenziosa che colpisce chi sa cogliere la delicatezza nei dettagli — nei gesti, nei silenzi, nei paesaggi che sembrano parlare da soli.

Non un dramma bellico dove le scene di combattimento sono preponderanti, e sebbene caratterizzato da una certa lentezza, e privilegi l’ambiente domestico, dove lei cucina o tesse la seta, (e coi soldi guadagnati mantiene lei la figlia a e i suoceri), è un film bello, visivamente suggestivo, dove la regia di Bille Auguste è quasi invisibile, così delicata, rispettosa e partecipe che non si sente, pure se è frutto di grande mestiere.

Liu Yifei è poi molto brava a impersonare una giovane vedova forte e resiliente, e nello stesso tempo delicata e sensibile, che conserva la memoria del marito e gli accende incensi. La scena del bacio tra Jack e la protagonista più che passione denota rispetto e riconoscenza, merce rara al giorno d’oggi. Molto brava anche la bambina spontanea e naturale. La violenza non è eccessiva, seppure presente, (nel bombardamento di Tokyo, nel tentato stupro, nella fuga finale). Un film che racconta la bellezza della gentilezza in tempi di distruzione.

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:: 81280JL Lennon, l’Iik e i topi salterini di Lorenzo Mazzoni (Edizioni Spartaco, 2025) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2025 by

Instant Karma’s gonna get you/ Gonna knock you right on the head/ You better get yourself together/ Pretty soon you’re gonna be dead.

John Lennon

81280JL Lennon, l’Iik e i topi salterini di Lorenzo Mazzoni, pubblicato da Edizioni Spartaco, è un romanzo che non passerà inosservato, e non certo per le 456 pagine, o perché l’autore ci ha abituato ad opere provocatorie, surreali, buffe, satiriche e nello stesso tempo tragiche come sono i nostri tempi. Forse con questo romanzo l’autore ha spostato un altro po’ l’asticella consegnandoci un romanzo visionario, provocatorio e incapace di lasciare indifferenti.

Al netto delle provocazioni e dell’eccesso – che non è mai fine a sè stesso -, un ritratto generazionale post Woodstock lisergico e contemplativo, pazzo e visionario, tenero e nostalgico. Un romanzo che davvero ci porta a fare un viaggio, in un mondo imperfetto, tragico, ma tuttavia meraviglioso, e lo fa con una forza immaginifica che si nutre tanto della storia quanto dell’utopia, tanto della cultura pop quanto del pensiero politico radicale.

Non aspettatevi una lettura facile, i personaggi sono tanti, complessi con diramazioni e legami tra loro, le strade narrative impervie, la ricostruzione storica degli anni ’80 alternativa, ma ne vale la pena. Vale la pena immergersi in questa ricostruzione lisergica dove la droga, più del petrolio, finanzia guerre, destabilizza i giovani, propaga il caos. La teoria è affascinante e nello stesso tempo agghiacciante e ci conduce a Mark Chapman: inventore dell’Iik, una cannabis geneticamente modificata (che tanto richiama al Fentanyl), prigioniero a Teheran, omicida di Lennon.

Cospirazioni, operazioni coperte, agenti della CIA, rivoluzionari, militanti, guru, teppisti, malavitosi, telepati, l’affresco è composito, la fantasia a Mazzoni non manca, ma pure con l’inquietudine che quello che dice non sono fesserie, le sue ricostruzioni, sebbene romanzate, hanno un fondo di verità, sono ricostruzioni sensate, anche coerenti per quanto pazzesche, estreme, incredibili.

E questa inquietudine alimenta la nostra curiosità di lettori, e ci sgomenta, pur facendoci anche sorridere, piangere o allarmare. E qui torniamo al titolo, quell’8 dicembre del 1980, in cui davanti al Dakota Building Lennon fu ucciso. Non da un pazzo, non un gesto isolato di un esagitato, ma qualcosa di ancora più inquietante, e oscuro, che Mazzoni costruisce ribaltando responsabilità, e non dico altro per non togliervi il piacere della lettura, ma davvero quello fu un punto di svolta, e Lennon era una spina nel fianco per troppe persone, il suo pacifismo, la sua anarchia, il suo talento visionario che entrava nel cuore di tanti giovani.

Mazzoni scrive un romanzo che è insieme un’inchiesta paranoica, un manifesto underground, un viaggio psicotropo nella psiche collettiva. Ogni pagina vibra di riferimenti pop: dischi, fanzine, canzoni, visioni, deliri, complotti, sogni infranti. La narrativa si fonde con il delirio percettivo: il ritmo accelera come un vinile graffiato, la realtà si scompone in frames da videoclip post-moderno.

E allora si torna lì, al cuore della questione: dopo Woodstock, la rivoluzione non è fallita. È stata neutralizzata, assorbita, corrotta. Gli ideali di pace e amore si sono dissolti in una polvere bianca, e gli anni Ottanta – con la loro estetica sgargiante e la loro oscurità sistemica – sono diventati il teatro perfetto per questa deriva.

Un romanzo necessario, scomodo, che farà discutere, ripeto. Ma soprattutto un romanzo vivo, come lo sono le idee che prova a raccontare. Per chi ha amato Lennon, per chi ha creduto in qualcosa di diverso, per chi ancora oggi si chiede: e se fosse andata diversamente?    

Illustrazione di copertina di Giancarlo Covino

Lorenzo Mazzoni, nato a Ferrara nel 1974, ha abitato a Londra, Istanbul, Parigi, Sana’a e Hurghada. Scrittore e reporter, ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui per Edizioni Spartaco, Quando le chitarre facevano l’amore(2015), con cui ha vinto il Liberi di Scrivere Award, Il muggito di Sarajevo (2017) e 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini (2025). È docente di scrittura creativa di Corsi Corsari e consulente per diverse case editrici. Collabora con Il Fatto Quotidiano.

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:: Visioni di cinema: L’anno del Dragone di Michael Cimino, a quarant’anni dall’uscita

11 ottobre 2025 by

L’anno del Dragone (The Year of the Dragon, 1985), diretto da quel genio eclettico, e per certi versi troppo visionario per l’epoca, di Michael Cimino, è un film che non smette di far discutere cinefili, appassionati o semplici spettatori. Quarto lungometraggio di Cimino, cinque anni dopo le vicessitudini di I Cancelli del Cielo, (Heaven’s Gate, 1980), con sceneggiatura oltre che sua anche di Oliver Stone, basata sul romanzo bestseller del 1981 di Robert Daley, scrittore, giornalista ed ex ufficiale di polizia di New York (che rinnegò piuttosto accesamente il lungometraggio di cui aveva venduto i diritti, soprattutto per la rappresentazione delle forze dell’ordine), L’anno del Dragone divise gli spettatori tra l’ammirazione per le indubbie qualità tecniche e la resa visiva, quasi di stampo operistico, e le criticità che hanno attirato molte opposizioni specie in America nelle organizzazioni cino-americane. Pur essendo radicato nella società americana degli anni ’80, di reaganiana memoria, conserva tuttavia un grumo di autenticità sopravvissuto integro anche ai giorni nostri, sebbene siano passati 40 anni esatti e sia il tessuto della società americana sia profondamente cambiato, sia la percezione delle comunità “altre”, in questo caso cinesi.

Protagonista principale del film è Stanley White, un invecchiato per ragioni di scena Mickey Rourke, allora al culmine della sua bellezza e della sua fama, pur non trascurando le doti recitative (da ex pugile le scene dei pestaggi sono molto realistiche), che non riesce proprio a far sembrare antipatico un personaggio che fa di tutto per esserlo: veterano reduce del Vietnam, poliziotto decorato per meriti di servizio non di scrivania, razzista, violento, intransigente, del tutto privo del senso delle gerarchie, allergico ai compromessi, insensibile verso le sensibilità altrui, ma tuttavia dolorosamente onesto (non è un poliziotto corrotto) seppure incarni tutto quello che c’è di negativo nell’idea, forse un po’ preconcetta, di uomo bianco, arrogante e prevaricatore. Comunque c’è da sottolineare che Stanley White è un personaggio che incarna perfettamente la paranoia securitaria dell’epoca reaganiana, e il film ne è uno specchio, forse distorto, e Cimino ne è ben consapevole.

Dopo l’assassinio, in un ristorante, sotto gli occhi di tutti, del boss di Chinatown a New York, Jackie Wong, White viene assegnato al Quinto distretto e subito fa capire che c’è aria nuova in città. A lui non interessano i patti, i compromessi con gli anziani della comunità cinese locale per quieto vivere, lui come un bulldozer vuole fare piazza pulita di tutto e restaurare l’ordine, il suo personale ordine di poliziotto di origini polacche, un immigrato anche lui anche se ormai completamente integrato nel tessuto sociale americano (“se mi arrendo io si arrende il sistema”, dice sconsolato a un collega).

A contrastarlo, Joey Tai, (John Lone), giovane, ambizioso elemento emergente della Triade o Tong newyorchese, genero del boss locale assassinato e probabilmente mandante del suo assassinio. Joey Tai vuole il potere, con ogni mezzo, a costo di scatenare una guerra personale con Stanley White, con tutto il dipartimento della Polizia di New York, e con tutta la società americana che relega ai margini l’etnia cinese permettendogli di farsi strada solo nella criminalità. C’è in lui rabbia, rivalsa, ambizione, sebbene sotto a una patina glaciale di gelido autocontrollo che l’attore che lo interpreta rende memorabile.

White è il suo opposto, quello che pensa dice, non trattiene commenti sferzanti né volgari o profondamente razzistici, detesta i giochi politici, non è aristocratico, non è ben educato o elegante, non è istruito, è mosso da un suo personale senso di giustizia e da un grumo di odio verso la gente asiatica che si porta dietro dal Vietnam, dove gli asiatici rappresentavano il nemico. Ma mentre in Vietnam, nella jungla, non ne vedeva il volto, qui a New York li può guardare in faccia, sfidare apertamente, affrontare in prima persona, in un processo di rozza semplificazione in cui gli asiatici sono ai suoi occhi tutti un’unica entità senza differenziazioni.

A Cimino non interessa il politicamente corretto, lui vuole opporre un ricalco della realtà, sebbene drammaturgicamente filtrata, descrivendoci una Chinatown, dove si muovono i personaggi, ricostruita nei minimi dettagli (dalle botteghe, ai vicoli, ai ristoranti, ai locali di scommesse) con tutto il folklore delle feste, delle processioni funebri, dei rituali che non sono solo un’esibizione esteriore, ma fanno parte di un senso etnico di comunità, un’adesione alle tradizioni di una cultura altra impiantata quasi a forza nel contesto urbano statunitense.

Non solo una Chinatown da cartolina, ma in filigrana una micro-città sotterranea con regole e microstrutture di potere parallele se non ostili a quelle ufficiali.

Le scene d’azioni sono veloci, sincopate, violente (se non iperviolente) e si alternano a momenti più riflessivi dove i personaggi parlano, si confrontano, si lasciano andare come nelle scene d’amore tra White e Tracy Tzu, la giornalista nippo-cinese che volente o nolente aiuterà White e di cui si innamorerà, dando vita a una relazione interetnica piuttosto insolita per il periodo, o al battibecco coniugale in cucina tra White e la moglie (una splendida e sciupata Caroline Kava).

La violenza urbana si fa strumento narrativo, come nella scena della strage al ristorante, Shanghai Palace, o nel pestaggio nei bagni della discoteca, o nell’uccisione del giovane poliziotto infiltrato cinese, Herbert, a cui è concessa una scena memorabile nell’appartamento high tech di Tracy Tzu, che esprime orgoglio identitario, dove difende con passione la superiorità della sua cultura millenaria, con orgoglio e altruismo. Ma ce ne sono altre anche meno sfumate ma piuttosto disturbanti, con i mezzi dell’epoca, con il sangue che a una visione contemporanea può risultare posticcio.

Tuttavia, ritengo che il passare del tempo non abbia scalfito eccessivamente la visionarietà del narrato, sebbene molto distante dalla sesibilità contemporanea alla luce del Stop Asian Hate, soprattutto per quanto riguarda la veridicità della dimensione psicologica dei personaggi, vibrante, autentica, necessaria seppure a tratti estremizzata ed eccessiva.

Non condivido completamente la critica che si fa del fatto che tutta la comunità cinese è vista come criminale, violenta, mafiosa, in filigrana c’è anche una dimensione onesta, laboriosa, risparmiatrice attenta ai valori familiari. Come Herbert, i lavoratori silenziosi della fabbrica, i camerieri dei ristoranti, la stessa Tracy Tzu, o il personaggio che lavora nella fabbrica di soia e chiama la polizia quando riviene i corpi dei due attentatori del ristorante, e lavora da oltre quarant’anni in quella fabbrica simile a una prigione e conserva tutti i suoi risparmi alla Chase Manhattan Bank, o anche semplicemente nel padre di Tracy Tzu che fa lo spedizioniere. Tutta una massa silenziosa a cui non si dà eccessivamente luce perchè il film focalizza l’analisi sulla criminalità, essendo appunto un noir moderno o ibrido, legato più alla tradizione del poliziesco metropolitano violento che al noir codificato degli anni ’40-’50.

Nel complesso è un film che non si fruisce come mero intrattenimento poliziesco ma invita a riflettere su veri temi morali, etici e sociali, portando lo spettatore a un livello di comprensione delle dinamiche in corso più alto e problematico. È senz’altro un’opera ambiziosa, non senza frizioni, per certi versi scomoda e conflittuale, che tuttavia porta avanti un discorso autoriale coerente, e non svenduto ai meri interessi commerciali di cassetta, grazie anche al fatto che trovò in De Laurentis un produttore illuminato, sebbene pretese alcuni tagli della sceneggiatura per limare alcuni eccessi e pretendendo un finale abbastanza convenzionale con la sparatoria al molo, ma concesse per esempio di girare in Thailandia alcune scene come chiedeva il regista. Insomma alcuni compromessi in via di produzione furono fatti, ma Cimino potè abbastanza liberamente esprimere la sua linea di pensiero.

Uno dei film più interessanti di Cimino dopo Il cacciatore (The Deer Hunter) e al netto delle polemiche che ha suscitato al tempo dell’uscita nelle sale soprattutto in America (1), mentre quando uscì a Honk Kong fu accolto appunto come un film d’azione d’autore (2) o ancora oggi, un ritratto aderente al mondo reale, o perlomeno alla percezione che in certi ambienti si aveva della comunità cinese nell’America degli anni ’80. Per il suo valore di testimonianza attuale ancora oggi.


  1. https://www.latimes.com/archives/la-xpm-1985-08-28-ca-25184-story.html
  2. https://www.upi.com/Archives/1985/11/22/Dragon-debuts-in-Hong-KongNEWLNHong-Kong-welcomes-Year-of-the-Dragon/2262501483600

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