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:: Mediorientarsi – Specchi Rotti, Elias Khoury (Feltrinelli, 2014) a cura di Matilde Zubani

28 gennaio 2015

elE’ il 1990 a Beirut e Karim Shamms sta per compiere quarant’anni. Sta aspettando un taxi che lo porterà all’aeroporto, dove si imbarcherà alla volta Montpellier per fare ritorno a casa dalla moglie e dalle figlie. Comincia così questo nuovo libro di Elias Khoury (Specchi rotti, Feltrinelli, 2014), un romanzo che varrebbe la pena leggere solo per il suo essere semplicemente bello, ma che è molto di più: è un vortice di mille storie, accennate e intrecciate, che il lettore si trova a vivere, non una dopo l’altra, ma tutte insieme, perché ‘Beirut è una città di specchi dove ognuno è se stesso e molti altri’.
Innanzitutto è la storia di Karim Shamms e del suo ritorno in Libano dopo dieci anni passati in Francia, dove è diventato uno stimato dermatologo e dove ha trovato rifugio dalla tempesta che lunghi anni di guerra civile hanno agitato nella sua anima. Karim decide di tornare, perché suo fratello Nassim gli ha proposto di costruire insieme un nuovo ospedale per Beirut, proprio quando pensava di aver ormai chiuso la sua porta sul Libano.
Nassim e Karim sono due fratelli nati nello stesso anno eppure così diversi (il tema del “doppio” ricorre più volte all’interno del romanzo), tanto da ritrovarsi poi schierati su fronti opposti nel conflitto che ha infiammato la loro terra. Hanno trascorso la giovinezza accanto al padre Nasri, un uomo ossessivo, dalla forte personalità, che finirà per condizionare profondamente le loro vite. Tornare a Beirut significa per Karim ripiombare in un passato fatto di frasi non dette e di dolori appena sopiti, sotto i suoi occhi scorrono frantumi della sua stessa vita: ha cercato di lasciarsi alla spalle l’amore per Hind, diventata poi la moglie del fratello, i sensi di colpa e l’amarezza per la fine di alcuni compagni di lotta, le verità scomode sulla sua famiglia, eppure tutto è così vivido.
Il Libano non è solo uno scenario tormentato, colpisce l’atmosfera sensuale fatta di odori e sapori, ma anche di amori in carne ed ossa: incontri appassionati ed immagini estremamente poetiche, nel senso più mediorientale del termine. L’autore dimostra di tenere molto alla tradizione letteraria arabo-persiana servendosi di immagini allegoriche classiche, in primis quella dello specchio, nonché scegliendo di concludere il romanzo con un maqta’ in piena regola: come nel sonetto persiano, l’ultimo verso della narrazione contiene il nom de plume dell’autore, che viene tradizionalmente inserito nel contesto con qualche abile giro di parole. (Ringrazio un amico esperto di letteratura araba per avermi fatto notare questo imperdibile dettaglio, non so come, ma per un attimo avevo pensato ad una clamorosa caduta di stile!).
L’abilità narrativa di Khoury è notevole, il ritmo si mantiene impetuoso fino all’apice del finale, quasi apocalittico, lasciando spazio ad alcune parentesi storico-politiche che suggeriscono la complessità dell’ambientazione tout court, senza però pesare troppo sulla scorrevolezza della lettura.
Specchi rotti è un libro che mi è molto piaciuto e quindi, senza aggiungere altro, ve lo consiglio!

Elias Khoury è nato a Beirut nel 1948. Ha scritto numerosi romanzi, opere teatrali e saggi. In Libano è considerato una delle personalità di spicco in ambito letterario, ma anche politico. Da anni gioca un ruolo importante nella difesa della libertà d’espressione. Nel 2008 ha ricevuto il Sultan Oweiss Award per la narrativa e il Prix IMA pour le roman arabe. In Italia sono stati pubblicati anche: Il viaggio del piccolo Gandhi (Jouvence 2001), Facce bianche (Einaudi 2007), Yalo (Einaudi 2009) e La porta del sole (Feltrinelli 2014).

La guerra civile del Libano – In molti sostengono che alla base della lunga guerra che ha insanguinato storia del Libano per quindici anni ci sia stato l’esasperato confessionalismo su cui lo Stato si è fondato, dopo l’indipendenza dalla Francia (1943). Cercando di semplificare, possiamo distinguere cinque diverse fasi del conflitto: 1975-1976, Fase Palestinese, nel 1975, in seguito ad un massiccio afflusso di profughi si contano circa 300.000 palestinesi su tutto il territorio libanese, molti dei quali sono guerriglieri che combattono per la libertà della Palestina. La rappresaglia israeliana non si fa attendere e i bombardamenti aerei colpiscono indistintamente i guerriglieri e i civili (palestinesi e libanesi). I primi a reagire a questa presenza sono i cristiani e scoppia la guerra. 1976-1978, Fase Siriana, caratterizzata dall’intervento dei siriani in funzione di mediatori. 1978-1982, Fase Israeliana, Israele avvia in Libano un’operazione congiunta aerea e terrestre che durerà diversi giorni. Prima di ritirarsi l’esercito instaura una zona di sicurezza, che si trasforma in una vera e propria occupazione militare. Questa cosiddetta “fascia di sicurezza” sarà restituita al Libano solo nel 2000. 1982-1990, Fase Integralista, compaiono sul campo gli Hezbollah (milizia musulmana sciita filo-iraniana) creando profonde divisioni interne al fronte musulmano. 1988-89: Fase delle Guerra Inter-cristiana, in cui lo scontro è tra le varie fazioni della destra cristiano maronita, seguita alla “Pax Siriana”, che ufficializza la presenza dell’Esercito di Damasco in Libano attraverso un trattato di alleanza. Il 13 ottobre 1990 termina ufficialmente la guerra civile: 15 anni di combattimenti, massacri e tensioni provocano – fra civili e militari – più di 150.000 morti.

:: Liberi junior – Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry , (Beat edizioni, 2015) a cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2015

Piccolo PrincipeIl piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry è uno dei libri per bambini – adatto anche agli adulti-, più conosciuti al mondo e non a caso è stato tradotto in più di duecento lingue e dialetti, tra cui l’Esperanto. Nonostante questa sua fama, l’ho letto – e me ne pento – per la prima volta solo qualche anno fa. La mia prima conoscenza del Piccolo principe è avvenuta attraverso un cartone animato che facevano in TV negli anni ’80, del quale ricordo l’immagine di questo ragazzino biondo, che viveva sul suo pianeta con una rosa parlante. Solo anni dopo, ho scoperto che quel cartoon era ispirato al libro dello scrittore di Lione, pubblicato per la prima volta il 6 aprile del 1943, in inglese, dall’editore Reynal & Hitchcock di New York. La storia è semplice e affascinate, perché narra l’incontro tra un pilota di aerei, precipitato nel deserto del Sahara, e un bambino che come prima cosa gli chiede di disegnargli una pecora. Il pilota, nel quale non è difficile, identificare l’autore stesso, rimane un po’ stranito dalle richieste e dalle cose che quello strambo ragazzino gli chiede. Solo ascoltandolo, l’adulto capirà che quel bambino ha in sé un’avventurosa storia da raccontare. Il Piccolo principe comincia a dire di sé, narrando che viene da un asteroide dove vive con rosa vanitosa che lui accudisce. Il ragazzino prosegue il suo racconto descrivendo i viaggi che ha fatto, prima di arrivare sulla Terra, partendo dall’asteroide 325 al 330. Queste esperienze gli hanno fatto scoprire che i grandi sono persone davvero molto strane. Il Piccolo Principe non venne solo scritto, ma anche illustrato da Antoine de Saint-Exupéry  e ciò che mi stupisce di questo libro, ogni volta che lo rileggo, sono la spontaneità insita nel piccolo protagonista e la sua capacità di stupirsi davanti alle piccole cose quotidiane. Lo sguardo puro e innocente del ragazzino venuto sulla terra da un altro pianeta, mi fa pensare a quella “parte bambina” che molte persone perdono, assieme alla capacità di provare meraviglia per gli eventi del viver quotidiano, quando diventano adulti. Forse al Piccolo Principe i grandi incontrati (un vecchio re solitario che si crede onnipotente e che cerca di farlo suo ministro per essere sempre ascoltato; un uomo d’affari che passa i giorni a contare le stelle credendo che siano sue; o un geografo seduto alla sua scrivania che ha idea di come sia fatto il suo pianeta) sembrano strani, poiché seguono un comportamento che non ha più la spontaneità tipica della fanciullezza, perché trasformato dalle prove della vita. Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry è sì un libro per bambini, ma ha in sé una natura filosofica che riflette su tematiche eterne della condizione dell’uomo come la solitudine, il significato dell’amore e dell’amicizia. Un pensare che invita tutti i lettori – grandi o piccini che siano – a cercare il senso della vita e a mantenere viva, anche da grandi, la stessa capacità di meravigliarsi per le piccole cose, tipica del Piccolo Principe venuto dall’asteroide B 612.

Traduzione integrale dal francese di Giuliano Corà, condotta sulla base dell’edizione originale dell’opera.

Antoine de Saint-Exupéry nacque a Lione nel 1900 e morì il 31 luglio 1944 a bordo del suo aereo, abbattuto da un caccia tedesco al largo della costa marsigliese. Scrisse numerose opere sul mondo dei primi voli aerei, tra i quali Volo di notteTerra degli uomini e L’aviatore. Compose Il Piccolo Principe negli Stati Uniti e lo dedicò al bambino che fu Léon Werth, suo grande amico. Nel 1946, a guerra finita, Gallimard diede alle stampe l’edizione francese dell’opera. Saint-Exupéry non ebbe dunque il tempo di vederla pubblicata in patria né di assistere al suo strabiliante successo dell’opera che ha venduto 150 milioni di copie.

:: Patagonia, Mauro Boselli, Pasquale Frisenda (Bao Publishing, 2014) a cura di Davide Mana

23 gennaio 2015

pat

Nel panorama della cultura “popolare” italiana, Tex è un colosso che getta un’ombra lunga in una quantità di direzioni diverse. Gli italiani non hanno imparato ad amare il West leggendo L’Amour o McMurtry – gli italiani hanno imparato ad amare il West leggendo Tex.
E il fumetto di casa Bonelli è diventato per molti un oggetto di culto, una forma di fede, un punto di riferimento fondamentale – tanto che qualunque variazione sui temi classici, qualunque deviazione dalla formula che si è dimostrata fin qui vincente, qualunque “invenzione” rischia di alienare lo zoccolo duro dei fan.
Gestire Tex, il personaggio, la serie, è un lavoro che richiede una delicatezza estrema, e una quantità di coraggio degna dell’eroe che mette il suo nome sulla copertina degli albi.
Bisogna essere come Tex, per fare Tex.
L’Albo Speciale numero 23, Patagonia, uscito all’orgine nel 2009 e ristampato ora in versione extralusso, gioca col mito e si allontana dalla pista battuta, correndo tutti i rischi del caso.
Dimostra coraggio e intelligenza, e viene premiato per entrambi.
Tex viene invitato in Argentina come mediatore, vista la sua esperienza nel gestire i rapporti non sempre idilliaci fra i “selvaggi” e le persone “civilizzate”.
La trasferta a sud dell’equatore porta il ranger con la camicia gialla a contatto con una cultura che è al contempo familiare – siamo dopotutto su di una frontiera, anche se non è quella dell’ovest – e alieno.
Sarà necessario entrare in contatto con questa nuova terra, imparare a conoscerla, per capire chi siano i buoni e i cattivi, per capire da che parte schierarsi.
Per tentare di risolvere un problema che forse è irrisolvibile.
Il senso di alienità strisciante, di ingannevole familiarità, è trasmesso anche dal disegno – che è Tex ma inserisce elementi stilistici diversi, lasciando al lettore la sensazione che tutto sia come al solito, ma non completamente.
Patagonia riprende la mitologia della frontiera ma la coniuga in maniera diversa. Adotta e incorpora la mistica del gaucho, gli scenari spazzati dal vento delle grandi pianure argentine.
Ci fu un tempo in cui era frequente che la discussione dei meriti e dei demeriti di Tex si incuneasse in una assurda diatriba politica.
Patagonia cortocircuita molte delle aspettative di coloro che hanno incasellato il personaggio a livello ideologico – e ci riesce senza tradire il personaggio stesso, insinuandoci così il dubbio reale che tutte quelle chiacchiere non fossero altro che questo, chiacchiere.
Alla fine, Tex rimane il colosso di sempre, un’icona per i suoi adoratori, un personaggio che sarebbe stupido ignorare per snobismo o pregiudizio per tutti gli altri.
Patagonia è arte sequenziale.
E vale una rilettura.

Mauro Boselli è nato a Milano il 30 agosto 1953. Sceneggiatore, redattore, traduttore, poligrafo, lavora da più di trent’anni nel campo dei fumetti. Dopo un’esperienza come assistente del creatore di Tex, Gianluigi Bonelli, e la realizzazione di pioneristici “fumetti in TV” (la serie “Tex & Company”, prodotta con Ferruccio Alessandri e Giorgio Bonelli), nel 1984 entra alla Sergio Bonelli Editore come redattore delle riviste “Pilot” e “Orient Express”. Factotum impegnato in traduzioni, revisioni, impaginazioni, correzioni, stesure di articoli e di “librini” allegati agli Speciali, Boselli scrive una prima storia di “Tex” con Gianluigi Bonelli, “La minaccia invisibile”, poi la mini-serie “River Bill”, su soggetto di Guido Nolitta. Il suo primo episodio di “Zagor”, personaggio di cui avrà la cura editoriale per oltre dieci anni, è del 1991. Nel 1994, con “Il passato di Carson”, entra nel ridottissimo staff di “Tex”. Nel 2000, crea, con Maurizio Colombo, la serie horror “Dampyr”. A tutt’oggi, Boselli ha realizzato più di trentamila pagine di fumetti per la Sergio Bonelli Editore e ha ricevuto svariati premi del settore. Dovuto alla sua penna è il romanzo “Tex Willer. La storia della mia vita”, autobiografia “ufficiale” di Tex, pubblicata da Mondadori. Dal 2012 è curatore di “Tex”.

Milanese, Pasquale Frisenda è nato l’8 gennaio 1970. Dopo aver seguito il Corso di Fumetto e Illustrazione presso il Castello Sforzesco, entra in contatto con lo Studio Comix, di Ambrosini e Casertano, che favorisce l’inizio della sua collaborazione con la testata “Cyborg” della Star Comics. Il battesimo del fuoco si dà per Frisenda nel 1992, con la pubblicazione di “Tenebra”, scritto da Michele Masiero, proprio sulle pagine di “Cyborg”. Pasquale Frisenda consolida la sua posizione professionale entrando a far parte della squadra che realizza le nuove avventure di Ken Parker, e lavora a Ken Parker Magazine fino al confluire della testata sotto l’egida della Sergio Bonelli Editore. A questo punto, il giovane disegnatore viene cooptato per l’horror-western di Gianfranco Manfredi, diventando copertinista della testata dal n. 32 al n. 75 della serie. Successivamente si mette al lavoro sul 23esimo “Tex Speciale”, uscito nel 2009, e su di una storia pubblicata nel quinto “Dylan Dog Color Fest”. Attualmente fa parte dei disegnatori di Tex.

:: La ballata di Dante, Eduardo González Viaña, (Baldini&Castoldi, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 gennaio 2015

LaballataQuello che mi ha stupito di La ballata di Dante di Eduardo González Viaña è la capacità dell’autore di realizzare una sorta di versione latinoamericana della Divina Commedia di Dante (non me ne vogliano le spoglie del sommo poeta). Non fraintendete l’affermazione precedente, ma conosce la vicenda narrata dal poeta fiorentino, leggendo questo libro edito da Baldini&Castoldi avrà la sensazione di sentir riecheggiare Dante nella contemporaneità americana di Viaña, dove cultura made in U.S.A. e made in Messico si incontrano e scontrano. Dante Celestino è come il Dante della Divina Commedia, perché anche il personaggio dello scrittore sudamericano partirà per un viaggio che lo porterà ad attraversare l’inferno e il purgatorio, prima di raggiungere una situazione di vita paragonabile alla tranquillità paradisiaca. Il messicano Dante Celestino arriva in Oregon e rimane sempre fermo in quel luogo dove, da solo, cerca di crescere la figlia Emmita, perché la moglie bibliotecaria Beatriz, altro riferimento alla Divina Commedia che richiama alla mente la Beatrice del paradiso dantesco, è morta. Quando la ragazzina raggiunge i quindici anni, Celestino preso dall’entusiasmo –troppo in effetti- organizza una spettacolare cerimonia per celebrare l’ingresso della figlia in società. La gioiosa fatica di Dante verrà spazzata dalla brutale irruzione durante i festeggiamenti di un gruppo di giovani motociclisti che semineranno paura e terrore tra i partecipanti. Il dramma si compie con la fuga di Emmita con Johnny Cabada, il capobanda dei bikers, che si è arricchito con il traffico di stupefacenti. Dante, accompagnato da un asino zoppo e parlante che gli fa da guida spirituale e che, non a caso, si chiama Virgilio, valica i confini dell’Oregon viaggiando per tutti gli Stati americani alla ricerca dell’amata figlia. Certo, nel libro di Viaña non troviamo i vari gironi danteschi con i loro dannati, ma nelle avventure vissute da Celestino povertà, istinto di sopravvivenza, violenza e male che mina gli uomini si mescolano in modo così perfetto da fa apparire, agli occhi di chi legge, il pellegrinaggio del protagonista un vero e proprio viaggio all’inferno. La ballata di Dante di Viaña è interessante perché attraverso la figura di Dante Celestino e della figlia, l’autore racconta le difficoltà di inserimento sociale che molti immigrati hanno nel momento in cui si trasferiscono dal loro Paese d’origine in quello che li ospita. Se la figlia di Dante si sente perfettamente americana e in certi momenti sembra quasi ripudiare le proprie origini del Sud, il padre è l’opposto. Dante vive da sempre in Oregon in condizioni economiche non floride, non sa parlare inglese, non ha documenti d’identità regolari e non riesce a integrarsi nella società americana, perché molto legato alle sue radici messicane. Questo non fa altro che creare un conflitto con la giovane e ribelle Emmita, un dissidio riguardante il classico conflitto generazionale tra genitori e figli. La ballata di Dante Eduardo González Viaña crea il giusto equilibrio tra fantasia e realtà, nel quale temi come gli scontri tra culture diverse e generazioni differenti è trattato con delicatezza, garbo e con una sottile ironia che conferma quanto i libri, spesso e volentieri, riflettano quella che è al realtà quotidiana nella quale i lettori vivono. Traduzione Lucia Lorenzini.

Eduardo González Viaña (Chepén, 1941) giornalista oltre che scrittore peruviano, da molti anni vive in Oregon, dove ha esercitato l’insegnamento presso l’Università, e da questa località invia periodicamente a un ampio circolo di lettori l’e-mail «Correo de Salem», che contiene spesso osservazioni pungenti sulla società statunitense. Ha pubblicato romanzi e numerose raccolte di racconti. Ha ricevuto importanti riconoscimenti fra i quali il Premio Juan Rulfo per il racconto (1999) e nel 2007 il prestigioso International Latino Book Award proprio per La ballata di Dante.

:: Blood magic, Tessa Gratton, (Piemme, 2012) a cura di Micol Borzatta

21 gennaio 2015

1578-Sovra.inddSiamo nel 1908, Philip incontra Josephine, una bambina speciale e decide di prenderla con sé. Per Josephine il cambiamento sembra essere noioso, sì sta imparando a leggere, a scrivere, a vivere nella società per bene, ma non sono solo questi i cambiamenti, Philip infatti è uno stregone del sangue e le insegnerà tutto riguardo alla magia, anche a come prolungare la vita in modo da poter vivere quasi per sempre.
Giorni d’oggi. Drusilla e Reese sono rimasti orfani, tutti dicono che il padre ha ucciso la loro madre e poi si è suicidato, ma loro continuano a non crederci e i sospetti aumentano quando scoprono il libro degli incantesimi di loro padre. Iniziando a studiare e indagare Drusilla si innamora di Nick, ma scopre anche che la madre di lui era legata in qualche modo al padre di lei ed entrambi sapevano usare la magia.
Quale mistero unisce le due famiglie e perché sembra che qualcuno li stia cercando e voglia far loro del male?
Un libro mozzafiato pieno di colpi di scena che tiene il lettore legato a sé in uno stato febbricitante che lo porta a voler arrivare alla fine il prima possibile per sapere come si svolgono i fatti.
I personaggi sono descritti talmente a fondo anche a livello psicologico ed emotivo che è facile instaurare un rapporto empatico con loro e considerarli come degli amici di vecchia data.
I sentimenti vissuti vengono provati in prima persona per tutta la lettura e riempiono il cuore del lettore avvolgendolo in un bozzolo di emozioni che lo isola dal mondo esterno coinvolgendolo ancora di più nelle avventure dei protagonisti.
La trama è ben sviluppata, anche se nelle prime pagine del libro non sembra, infatti fin dalla prima riga viene introdotto immediatamente l’argomento di fondo del libro dando l’impressione che manchi un’introduzione, ma continuando a leggere l’impressione svanisce subito e ci si trova trasportati immediatamente in un nuovo mondo pieno di sorprese.
Un ottimo paranormal-romance che consiglierei non solo alle teenagers ma anche a un target più adulto.

Tessa Gratton ha sempre voluto fin da bambina diventare una maga una paleontologa. Crescendo ha studiato poesia epica, inglese e tedesco. Dopo aver viaggiato molto ha deciso di vivere in Kansas. Blood Magic è il suo romanzo di esordio. Nel 2012 è uscito il seguito The blood keeper.

:: Uno strano luogo per morire, Derek B. Miller, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

15 gennaio 2015

23653542Sheldon Horowitz, ebreo americano, ex marine, ha vissuto sulla sua pelle le guerre degli ulitmi sessant’anni della storia mondiale e ora si ritrova vedovo, a vivere con la nipote, figlia nata postuma del figlio deceduto in Vietnam quarant’anni fa, e il compagno di questa in Norvegia, paese così lontano dagli Stati Uniti, dove ha fatto l’orologiaio, non dimenticando il suo passato con cui non riesce a fare i patti fino in fondo e ha qualche problema legato all’età di mancanza di memoria e simili.
Un giorno la vita e il destino irrompono nella sua casa, nelle persone della vicina di casa e del suo bambino, provenienti dal Kosovo, quel luogo in Europa in cui nemmeno vent’anni fa si è consumata una delle guerre più crudeli e violente dell’era moderna, con corollari, come gli stupri etnici, atroci, in fuga da un pericolo. E questo cambierà la vita di Sheldon una volta per tutte, in una storia on the road con una nuova, forse, ragione di vita per compensare quello di cui non si è mai perdonato.
Uno strano luogo per morire, libro di esordio di Derek B. Miller, funzionario ONU anglosassone che vive da anni a Oslo in Norvegia è un libro interessante e complesso, leggibile a più livelli. Gli amanti dei thriller troveranno abbastanza pane per i loro denti, con tanto di poliziotti integerrimi e molto inseriti nel sistema di una democrazia solida ma molto inquadrata, contro la quale però l’autore non si scatena più di tanto, non raccontando il lato oscuro della Scandinavia come hanno fatto Larsson e compagnia negli ultimi anni.
Più che parlare della Norvegia, Paese in cui si è consumata nel 2011 una delle più grandi tragedie del terrorismo ad opera di un bianco neonazista, Miller parla delle guerre e delle contraddizioni degli ultimi sessant’ani, della comunità ebraica e dei suoi problemi, dei conflitti combattuti dalla democrazia americana in nome di ideali sempre diversi e spesso discutibili di ordine mondiale, delle conseguenze di immigrazione, nuove famiglie, tragedie vecchie e nuove sulla vita delle persone. Un libro attraverso cui si leggono tutti questi eventi, ripassandoli e riscoprendoli, a testimoniare come certi problemi e questioni restano e sono eterni, e sono capaci di portare la loro ombra oscura sull’oggi, sulla vita di un pensionato che vive tra rimpianti, rimorsi e quotidianità.
Il tema del tramonto della vita e degli anziani è un’importante colonna del romanzo: Sheldon è un personaggio che o si ama o si odia, a cui è rimasta l’impostazione guerresca della vita ma anche il rimorso di aver spinto il figlio ad arruolarsi e non aver seguito l’esempio invece del biblico Abramo, seguendo la voce del cuore anziché quella del dovere. Un personaggio che ha dentro di sé tutte le contraddizioni dei tempi che ha vissuto, il rimpianto di aver comunque fallito la sua vita in questo mondo, la voglia malgrado tutto di provare a riscattarsi, e il dramma, molto realistico, dell’essere soli e sentire che il proprio passato sta svanendo, con tutte le gioie e i dolori.
Un libro interessante, quindi, magari con qualche caduta di tono (il nonnino in stile Schwartzy alla fine fa un po’ ridere) e un titolo che si poteva evitare visto che anticipa alla grande un finale che poteva anche essere alla fine una sorpresa, anche se in fondo annunciata. Un libro per appassionarsi ad un intreccio, ma anche per riflettere sul mondo in cui si vive e sui rapporti con generazioni passate che spesso si vedono solo come stereotipate e senza la loro vera anima.

Derek B. Miller è il direttore del Policy Lab, organizzazione dell’Istituto per la Ricerca del Disarmo delle Nazioni Unite. Dopo la laurea in relazioni internazionali all’Università di Ginevra e un master in studi sulla sicurezza della Georgetown University, in cooperazione con il St Catherine’s college, Oxford, ha cominciato a scrivere. Uno strano luogo per morire è il suo primo romanzo. Vive a Oslo con la moglie e i figli.

:: Satyricon a Napoli ’44, Roberto De Simone, (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

14 gennaio 2015

978880621978GRA“Per caso o per destino l’8 settembre 1943 fu anche la data in cui fu stipulato l’armistizio, ma questa volta la famosa Madonna sembrò uscire dalla storia ufficiale. Ben presto i rifugiati bellici nella caverna mariana si accorsero che c’era poco da stare euforici, anzi che la situazione si era aggravata, né si sapeva attribuire alla Madonna alcun intervento prodigioso. Senza sosta rimbombavano le cannonate. I napoletani, dopo l’ordine di evacuare le zone prossime al mare, erano per strada con le loro misere masserizie disposte su birocci, non sapendo dove dirigersi. Dunque il precristiano antro dedicato a Mitra o a Priapo ospitò nuovi rifugiati, e si delineò una marcata scissione tra arcaica religiosità e incombenze smitizzate. I tedeschi intensificarono le loro azioni di sabotaggio e di terrorismo. Gli americani sbarcarono a Capri […] Mancava l’acqua, mancava il cibo, mancava lo Stato, ma certo non mancava Dio. […] Il senso di rivolta divampò senza programma, senza collegamenti, come un misterioso tam tam che allargò sempre più la propagazione. […] E furono le Quattro Giornate di Napoli e le quattro notti del nazismo, in cui l’umano senso del tutto per il tutto spezzò il ferro spinato che aveva tenuto in abiezione l’anima del mondo.”

Tra il 27 e il 30 settembre del 1943 un moto di insurrezione popolare liberò la città di Napoli dal giogo nazista, lasciando agli alleati che vi giunsero il primo ottobre una città ormai affrancata.
Roberto De Simone, allora ragazzino, racconta in queste pagine colme di episodi di storia e frammenti di vita vissuta una città allo stremo delle sue forze, ma eroica nella sua misteriosa capacità di reinventarsi e sollevarsi, ogni volta.
La Napoli del ’44 porta i segni di una invasione appena terminata e quelli altrettanto profondi di un nuovo invasore: l’arroganza dei nuovi arrivati costringe il popolo sfiancato dalla guerra a una sorta di tacito accordo con i nuovi occupanti, in nome di uno scambio non certo equo tra cibi in polvere e donne da vendere, tra un apparente mantenimento dell’ordine e una sempre più diffusa delinquenza di strada.

“Ciò che allora tutti non meritavamo era il discutibile cibo di cui ci nutrivamo: un cibo ridotto in polvere come gli edifici che ci circondavano, e a tale emblema di distruzione corrispondeva la polvere americana che ci sostentava. Polvere di piselli, polvere di fagioli, di lenticchie, di vegetali, e poi polvere di latte, polvere di uova, in sintonia persino con Polvere di stelle, un commestibile motivetto americano con cui cibare i nostri sogni già holliwoodianizzati.”

Fa da sfondo e da sottofondo una languida sacralità di ex voto e promesse infrante, di santi in volo, vecchi e nuovi, e di miracoli in attesa: la santità e la dannazione di una città profanata, aggredita, violata e santificata si respirano, insieme, dentro a ogni suo vicolo e anfratto.
Roberto De Simone è l’amico del pastoraro Turiuccio (perché Napoli è anche i presepi di San Gregorio Armeno) e di Carmeniello, lo scugnizzo senza arte né parte ma dal cuore grande.
Sono loro il centro di questo romanzo o melodramma – come lo ha definito lo stesso autore – fatto di tante storie, tenute insieme proprio dal racconto a volte lucido a volte visionario del giovane Roberto che, con un salto nel passato di quasi settant’anni, ritorna in una Napoli che non esiste più, ma in cui è facile ritrovare immagini, melodie e luoghi familiari.

“A volte avevo l’impressione che Napoli fosse una insensata serie di fotogrammi senza parole, con il commento sonoro di un pianino munito di osceni pensieri sessuali e di progetti omicidi.”

Visioni che ci rimandano a una città travolta dai suoi stessi fantasmi e dalle più antiche ossessioni: le strade di Napoli sono gironi infernali popolati da dannati e peccatori incontinenti con lo sguardo rivolto verso il cielo in attesa di una grazia qualsiasi. Un labirinto in cui si ripetono situazioni e miracoli e in cui è inevitabile perdersi e tormentarsi.

Eppure la prostituzione, più che elemento trasgressivo, era considerata una ineluttabile necessità, un antico tributo da pagare al liquido spermatico del conquistatore che solo a tale prezzo, da che mondo è mondo, eiacula una scatoletta di viveri mutando l’atto di amore in animalesco sfoggio di maschietà.

La scelta del titolo ci rimanda all’opera di Petronio, un lungo frammento narrativo in cui ritroviamo l’alternanza di prosa e versi, che qui De Simone recupera dalla tradizione orale o da testi musicali mai dimenticati, quasi a scandire la melodia della narrazione. Così ritornano le parole della Tammurriata nera (1944 – A. Nicolardi e E. A. Mario) o di Dove sta Zazà! (1944 – R. Cutolo e G. Cioffi) o della bellissima Munasterio ’e Santa Chiara (1945 – M Galdieri e A. Barberis), per citarne solo alcune.
Così Napoli mette in scena – nella sua delirante e tormentata quotidianità – la tradizione dei canti e delle rappresentazioni popolari, nelle feste comandate o in occasione delle cerimonie religiose in onore di santi come San Gennaro o San Giovanni, nel tentativo di ritrovarsi e di salvarsi.
Quello di De Simone è un romanzo che rende onore alla città partenopea e ai suoi abitanti, più o meno eroici, più o meno santi, sempre rispettoso della sua storia e della sua complessità.
Ha voluto così ricordare nel romanzo una donna in particolare, la madre superiora della cappella del Monastero di San Pietro e Paolo a Pontecorvo – Maria Cristina – la quale sfidando la furia nazista, accolse, pur conscia del pericolo, – nei giorni che precedettero le Quattro giornate di Napoli – un gruppo di giovani che fuggivano al reclutamento del colonello Scholl e pagò con la propria vita la propria coraggiosa scelta.

Munasterio ‘e Santa Chiara…
tengo ‘o core scuro scuro…
Ma pecché, pecché ogne sera,
penzo a Napule comm’era,
penzo a Napule comm’è?!

Roberto De Simone (Napoli 1933), musicista, compositore, regista, autore teatrale, accademico di Santa Cecilia. Ha diretto il Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella. Per Einaudi ha pubblicato i volumi: La gatta Cenerentola (1977), Il presepe popolare napoletano (1998 e 2004), Il convitato di pietra (1998), L’opera buffa del giovedì santo (1999), La Cantata dei pastori (2000), Prolegomeni al Socrate immaginario (2005), Novelle K 666. Fra Mozart e Napoli (2006), Cinque voci per Gesualdo (2013) e Satyricon a Napoli ’44 (2014). Ha inoltre curato nei «Millenni» le Fiabe campane e Il Cunto de li Cunti di Giambattista Basile.

:: Capire la Tunisia con Chiara Sebastiani, docente all’Università di Bologna di Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane, a cura di Elena Romanello

13 gennaio 2015

UNA_CITTA__UNA_R_530318e9d4713Chiara Sebastiani, docente all’Università di Bologna di Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane è una conoscitrice della situazione in Tunisia, Paese vicino all’Italia ma percepito come emblema di un’altra cultura e mondo, a cui ha dedicato il saggio Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico, scritto alla vigilia delle ultime elezioni, importante per capire destini e evoluzioni di questa nazione divisa tra Oriente e Occidente.

Come le recenti elezioni possono cambiare la società tunisina?

In Tunisia si sono tenute quattro tornate elettorali in tre anni: la prima nell’ottobre 2011 (per l’Assemblea Nazionale Costituente), la seconda nell’ottobre 2014 (per l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo cioè il parlamento), le ultime due tra novembre e dicembre (primo turno e ballottaggio delle presidenziali). Sono elezioni la cui regolarità è stata certificata da decine di organizzazioni indipendenti nazionali e internazionali, con tassi di partecipazione non eccelsi ma comunque sufficienti, avvenute senza gravi incidenti e che hanno sancito il pluripartitismo e l’alternanza. Esse hanno fatto sì che i Tunisini si familiarizzassero non solo con le procedure democratiche di scelta dei rappresentanti (competizione tra partiti, campagne elettorali, e libere elezioni) ma anche con quelle di formazione dell’opinione pubblica tramite il confronto di opinioni, il pubblico dibattito, l’accesso ad una pluralità di fonti di informazioni, la trasparenza delle istituzioni.
In questo apprendistato molto rapido un risultato importante delle recenti elezioni sarà probabilmente una società meno settorializzata in cui verranno a cadere un certo numero di esclusioni reciproche: ci si abituerà a vedere laici discutere con islamisti, marxisti con liberisti, financo vittime del vecchio regime con ex sostenitori di questo. Ci sarà anche un certo rimescolamento dal punto di vista delle classi sociali: la partecipazione politica è già e sarà ulteriormente un fattore di avvicinamento tra strati diversi e di promozione sociale di gruppi in precedenza marginalizzati, che si tratti dei ceti popolari o delle regioni dell’interno e del Sud. Questo processo sarà rafforzato dal fatto che attualmente si fronteggiano due grandi partiti di massa – Nidaa Tounès e Ennahdha – ambedue con ramificazioni nella società civile tramite associazioni culturali, sociali, civiche, gruppi di pressione, lobbies, vicini all’uno o all’altro.
Sul piano culturale si può infine sperare che la normalizzazione democratica e la rimozione delle barriere sociali favoriscano una rinascita della vita culturale che attualmente è in grave sofferenza. Si produce poco in tutti i campi, e ciò che si produce è raramente di alta qualità, mancano spazi e pratiche dedicati alla cultura. Né potrebbe essere altrimenti, dopo vent’anni di “regime” con le sue repressioni e imposizioni nel campo della cultura, e tre anni di transizione in cui la partita tra rivoluzione e contro-rivoluzione è stata ampiamente giocata anche sul terreno del conflitto ideologico.
Dopo queste elezioni – sia che l’esito istituzionale sia un “compromesso storico” tra islamisti e antislamisti, sia che si configuri in una articolazione fisiologica tra una maggioranza e una opposizione disposte comunque al riconoscimento reciproco – il terreno della cultura potrebbe conoscere una nuova effervescenza. Non bisogna dimenticare che fino ad oggi quanto di meglio sia stato prodotto in campo culturale in Tunisia – e c’è tanto beninteso – soffriva di due grossi limiti: era appannaggio di una piccola élite ed era ampiamente tributario di influenze ex coloniali tendenti a scivolare nel neo coloniale da parte della Francia. Si può prevedere una valorizzazione della cultura locale, anche a seguito dei processi di decentramento politico e di uno sviluppo economico su base regionale, insieme ad una apertura all’Occidente, soprattutto ad un “altro” Occidente, meno europeo, più anglo-americano (e anche ad un oriente più “estremo”).

Che tipo di associazionismo giovanile esiste in Tunisia? E quello femminile? Che evoluzione potranno avere?

Prima della rivoluzione l’associazionismo giovanile era un associazionismo di regime, al quale i giovani rispondevano facendo la resistenza passiva, cioè prendendo poco parte alla vita associativa. Dopo la rivoluzione vi è stata una vera e propria esplosione di associazioni grazie alla liberalizzazione delle procedure di autorizzazione Molte sono state formate da giovani. Alcune esistevano in precedenza ma non erano state legalizzate e la loro attività era sistematicamente oggetto di repressione: è il caso della Association Tunisienne des Diplomés Chomeurs (Associazione Tunisina dei Diplomati Disoccupati) che si battono per delle nuove politiche dell’impiego giovanile. Dopo la rivoluzione i giovani hanno creato numerose associazioni in particolare in campo sociale e umanitario, facendo emergere una forte esigenza di impegno sociale.
In quanto alle donne, la storica Association Tunisienne des Femmes Démocrates (ATFD) esisteva già prima della rivoluzione ma era soggetta ad una soffocante censura preventiva che ne limitava la possibilità di azione. Resta a tutt’oggi la più importante associazioni di donne, accanto all’Association Tunisienne Femmes pour la Recherche et le Développement (AFTURD) anch’essa di vecchia data. Queste associazioni tuttavia attraggono poco le giovani o le donne dei ceti popolari che rimangono oggetto e non protagoniste delle attività e delle rivendicazioni portate avanti.
Peraltro giovani e donne sono spesso impegnati in associazioni non specificamente giovanili o femminili. Vi è la rete tradizionale delle associazioni di beneficenza vicina al partito islamista Ennahdha e vi sono le associazioni che hanno per mission il monitoraggio delle istituzioni e delle procedure democratiche (come TOUENSA). Da queste provengono i volontari che sono stati attivamente impegnati nel monitoraggio delle procedure elettorali ai seggi (gli “osservatori elettorali” locali).

La Tunisia è uno dei Paesi scelti da tanti occidentali anziani, anche italiani, per vivere una terza età dorata. Cosa ne pensa di questo fenomeno sociale e come lo vede nella società tunisina?

Il trasferirsi all’estero nella terza età è fenomeno recente in Italia rispetto ad altri paesi: troviamo infatti nutrite colonie di “expats” inglesi in Grecia o di francesi in Marocco. Il termine inglese “expat” designa una emigrazione di lusso, o perché alle dipendenze di organismi internazionali o multinazionali, o perché scelta da chi ha buone disponibilità economiche. Nel caso degli Italiani si tratta piuttosto di una nuova forma di emigrazione pura e semplice: scelgono di trasferirsi in Tunisia molte persone la cui pensione non consente loro di vivere decorosamente in Italia. Beneficiano così non solo del cambio favorevole e di un costo della vita più basso ma anche di una legge che consente la detassazione delle pensioni italiane versate in Tunisia. Non si tratta però in generale di una vita “dorata” (chi può permettersela non emigra: va dove vuole e per quanto tempo vuole). La Tunisia è pur sempre un paese del “sud del mondo” dove mancano tutta una serie di beni, servizi e confort ai quali siamo abituati in Europa: la qualità delle abitazioni, delle reti idriche ed elettriche, del riscaldamento, dei trasporti pubblici, dell’offerta culturale, ecc. Chi sceglie questa forma di emigrazione ha quasi sempre, accanto alle motivazioni economiche, una qualche forma di motivazione affettiva: origini o legami familiari, dimestichezza e amore per il paese. Non sempre le relazioni sono facili ma in Tunisia gli stranieri sono bene accolti, le persone anziane godono di un rispetto che in Europa ci sogniamo, e il paese ha una vitalità e un clima che sono ottimi antidoti alle depressioni della terza età.
Si tratta di un fenomeno socialmente importante perché è un indicatore tra i tanti della crisi dell’Europa, incapace di trattenere i suoi giovani e di offrire una vecchiaia dignitosa e serena ai suoi anziani. Credo inoltre che questo crescente afflusso dia anche da pensare ai Tunisini: qui le solidarietà familiari sono ancora forti e l’arrivo di anziani soli pare rivelare qualche crepa nella mitizzata società europea. Il fenomeno peraltro non potrà che portare ad un ulteriore avvicinamento tra Italiani e Tunisini che hanno legami storici secolari. E porterà anche a rimettere in questione quella invisibile barriera che taglia in due il Mediterraneo, effetto collaterale disastroso dell’integrazione europea.

Che differenze e somiglianze ci sono tra la Tunisia e il Marocco, l’altro grande Paese maghrebino?

Non conosco il Marocco: posso dire come lo vedono i Tunisini e come lo vedono gli stranieri “expats”. I Tunisini ti dicono che in confronto al loro paese il Marocco è una società feudale, con una popolazione abituata alla sottomissione (tanto più che il re è anche comandante dei credenti e discendente del califfo), dove ci sono più donne velate, dominano i costumi tradizionali, e viene ammessa, sia pure con molte limitazioni, la poligamia. Viene da chiedersi come mai il paese sia prediletto in particolare dai francesi (turisti ed espatriati stabili) i quali hanno snobbato la Tunisia dall’indomani della rivoluzione e della fuga di Ben Ali e continuano a farlo tutt’oggi. Uno dei motivi probabilmente è che il Marocco è dotato di infrastrutture per un turismo o espatrio di lusso con case, alberghi, locali di grande bellezza e atti a soddisfare le inclinazioni orientaliste degli stranieri La Tunisia è meno esotica, è repubblicana, ha assimilato molto di più dall’Europa. Il turismo tunisino non è un turismo di lusso ma un turismo di massa.
La Tunisia nel 2011 disponeva di una popolazione con un buon livello di istruzione, di un grande sindacato, della struttura, ancorché illegale, di un partito di massa, nonché di importanti reti di comunicazione grazie alla digitalizzazione estesa del paese.
Se la Tunsia ha fatto la sua rivoluzione in modo straordinariamente pacifico in confronto al contesto regionale, in Marocco si è messa a tacere la rivoluzione embrionale in modo anch’esso molto soft. I due paesi possono essere visti come i due poli opposti del grande movimento di sollevamento arabo: in Tunisia ha portato ad una vera rivoluzione, in Marocco è stata fatta prontamente rientrare con una riforma costituzionale in larga parte di facciata. Ambedue hanno tuttavia in comune il fatto di aver evitato il bagno di sangue egiziano e la guerra civile di Libia e Siria.

:: L’isola dei libri perduti, Annalisa Strada, (Einaudi, 2014) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2015

isolaL’isola dei libri perduti di Annalisa Strada, edito da Einaudi, è un libro per ragazzi, ma allo stesso tempo la sua storia dimostra –ai bambini e agli adulti- che non si deve avere paura dei libri, anzi si deve continuare ad amarli, perché leggendoli, di generazione in generazione, si manterranno vive le loro storie e i loro valori. La trama del libro della Strada prende il via a Thia, un’isola sperduta nel mare, dove gli abitanti vivono seguendo, nel massimo rispetto, le leggi di vita imposte dal governo centrale. Più che un luogo di felicità, Thia sembra essere una sorta di fortezza-prigione circondata da acque e sabbie mobili che la separano dal resto del mondo. La vita sull’isolotto scorre in modo ripetitivo, sempre uguale a se stessa, divisa tra monotone attività e divieti imposti da chi è il potere. Tra di essi c’è quello della lettura, tanto è vero che di libri sull’isola non se ne vedono e non se ne leggono. Tutta questa uniforme tranquillità, comincia a star stretta ad Amalia, a Nazario, alla ribelle (e ne ha tutte le ragioni, vista la vita familiare da incubo) Flora e al sempre titubante Corrado. I quattro compari decidono quindi di tentare la fuga, per scappare da una vita vuota di emozioni, che non mostra loro nessuna prospettiva allettante per il futuro. I ragazzi hanno una vecchia mappa che studiano per trovare la migliore via per evadere e durante la preparazione del piano di fuga conoscono l’anziana Agape, una simpatica nonnina, che assieme ad alcuni e fedeli aiutanti ha salvato dal macero i libri messi al bando dal governo. L’isola dei libri perduti di Annalisa coinvolge quattro ragazzi alla ricerca della propria identità. A tratti la trama potrebbe sembrare vaga e mancante di qualcosa, ma proprio questa sensazione di incertezza è quella che affligge i protagonisti, costretti a vivere in un mondo nel quale non vedono e non trovano speranze per il futuro. Proprio per questa ragione i ragazzi vogliono rompere gli schemi imposti da altri, per assaggiare la vera libertà e costruirsi una vita con le proprie mani, perché anche i loro genitori sembrano non capirli. Il libro mi ha richiamato alla memoria Fahrenheit 451, solo che qui i protagonisti non sono i pompieri e i piromani incendiari presenti nel libro di Bradbury, in L’isola dei libri perduti di Annalisa Strada ci sono adolescenti che hanno bisogno di maggiori certezze, uscendo da una dimensione d’instabilità esistenziale che sta impedendo loro di conoscere il mondo attraverso il vivere e la lettura. Dai 12 anni in su.

Annalisa Strada si è occupata per anni di servizi editoriali, per poi dedicarsi alla narrativa per ragazzi e, quasi contemporaneamente, all’insegnamento come docente di lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato oltre trenta titoli, tra i quali: Fino all’ultima mosca (Ed. San Paolo, Premio Gigante delle Langhe), I mestieri di papà (Salani), La Bella Addormentata è un tipo sveglio (Piemme), Evviva la Costituzione (Gabrielli), 1861 Un’avventura Italiana (Ed. Paoline, Premio Giovanni Arpino)e La rivincita della mamma imperfetta (Piemme).

:: Ultima la città delle contrade, Carlo Vicenzi, (Dunwich edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

10 gennaio 2015

ULTIMAKINDLE80percento-300x400Il genere fantastico, di cui più volte qualcuno celebra periodicamente il funerale, riesce sempre a risorgere con nuove storie e tematiche, e da un po’ di anni sta aumentando anche il numero di italiani che si dedicano ad esso, con storie che molto spesso non sono la copia di omologhi anglosassoni ma riescono ad aggiungere molto di nuovo.
Come Ultima la città delle contrade dell’emiliano Carlo Vicenzi, uscito per la romana Dunwich edizioni, che sotto l’egida di Lovecraft vuole proporre libri di genere fantastico poco noti o di autori nostrani, un romanzo steamfantasy di casa nostra capace di interessare e appassionare, in un contesto che reinterpreta passato e presente italiano in un mondo futuro alternativo.
Dopo una catastrofe bellica che viene solo accennata, un Paese che può essere l’Italia è regredito in una specie di Medio Evo con un po’ di tecnologia, diverso dalle ipotesi di opere come Mad Max o Ken il guerriero. In questa nuova società il potere si stabilisce non con elezioni come nelle nostre democrazie, ma con un palio all’ultimo colpo, con alcune regole come non uccidere gli avversari. Ed è dal palio delle contrade di una città tanto simile a quelle dell’Italia centrale catapultate in un altro mondo che parte la vicenda di Ultima, con il protagonista, il poco eroico Demetrio Deisanti, che viene accusato di un omicidio in gara dovuto ad un’arma truccata per potersi accaparrare la vittoria e l’elezione, ed è costretto a fuggire, mentre cerca di dimostrare la sua innocenza.
In questo universo Demetrio troverà molti nemici ma anche alcuni alleati, come Veronica e Miranda, una coppia di spie che lo aiuteranno nelle sue indagini, facendogli anche scoprire un modo di vivere diverso, visto che sono due ragazze gay che vivono insieme sfidando pregiudizi presenti anche in quel possibile mondo futuro.
Ultima prende elementi dello steampunk, la cosiddetta fantascienza nel passato, che parte dal presupposto che si sia potuto evolvere un futuro e una tecnologia a partire dalle premesse dell’epoca vittoriana, come era raccontato nei romanzi di Jules Verne e H. G. Wells e figura oggi come uno dei filoni del fantastico più amati, oggetto anche di produzione di gadget, realizzazione di eventi in tema e ispirazione per uno stile di abbigliamento Tra le pagine del libro, trovano spazio anche tematiche del fantasy e del romanzo d’avventura, per una storia che dimostra come il genere fantastico abbia ancora molto da dire e da dare.

Carlo Vicenzi, di Finale Emilia, città dove si svolge tutti gli anni un palio tra contrade, laureando in lingue e antropologia, ha scritto svariati racconti di genere fantastico e sta lavorando alla serie invece decisamente fantasy I cento blasoni per Delos Books.

:: Amore, cucina e curry, Richard C. Morais, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

9 gennaio 2015

5682256_294308Già pubblicato un paio d’anni fa come Madame Mallory e il piccolo chef indiano è uscito di nuovo con un nuovo titolo sull’onda del film di Lasse Hallstrom: Amore, cucina e curry di Richard C. Morais racconta di nuovo il rapporto tra culture e cibo, partendo da una storia vera, con i nomi cambiati ma sempre reale.
Hassan, ragazzino indiano cresciuto con il culto per la cucina fin da quando arrivavano gli effluvi di cibo nella sua stanzetta a Bombay, ora Mumbai, si trasferisce in Francia con la sua numerosa e disfunzionale famiglia, prendendo il posto dell’adorata nonna Ammi nel ristorante indiano, una rarità al di fuori di Parigi e soprattutto nella cittadina di provincia d’oltralpe di qualche decennio fa dove si trova a vivere questo microcosmo giunto così da lontano. Il ristorante suscita le ire di madame Mallory, proprietaria del lussuoso albergo e ristorante di fronte, ma poi tra il giovane Hassan, giunto da un altro mondo e in cerca di un equilibrio tra i valori ancestrali e le sue nuove esigenze, e l’anziana donna legata a schemi antichi e a ricette della grande tradizione francofona nascerà una complicità imprevista, che durerà negli anni e influenzerà la vita di Hassan anche dopo.
Il film non ha avuto il successo sperato, il libro è senz’altro da scoprire o riscoprire, perché, parlando di multiculturalismo in un contesto insolito (di indiani e pakistani in Gran Bretagna sono piene letteratura e cinema, in Francia molto meno perché non si tratta di un’etnia che si è trasferita molto lì, per ragioni storiche e sociali), racconta una storia gustosa, di incontro e fusione di culture, di contrasti iniziali che si risolvono usando un linguaggio universale come il cibo, che può essere davvero un veicolo per capire e farsi capire, per comunicare e anche per esprimere amore e considerazione.
Già sentito in parte, si potrà dire, in tanti libri, anche con storie diverse, a cominciare da Chocolat di Joanne Harris, che non a caso si è detta entusiasta del libro: è vero, ma è bello scoprire anche un storia e un universo diversi, che racconta anche due percorsi e due mondi che sono cambiati in questi decenni.
Da un lato c’è infatti l’India, Paese contraddittorio di cui in questo ultimo periodo si è parlato enfatizzando soprattutto lati negativi e violenti, vista in un momento cruciale del suo cambiamento verso l’essere comunque una potenza emergente sia pure con problemi enormi, attraverso uno dei suoi tratti positivi più caratteristici, la sua cucina speziata e saporita, che non è certo solo puzza e cose strane. Dall’altro c’è la Francia, la patria della Haute Cuisine, dove Hassan troverà la sua strada, sapendo mettere insieme il meglio delle due culture per crearsi una vita partendo da quella che è un’arte su uno dei piaceri della vita.
Un libro gustoso e appassionante, una storia di formazione e crescita, un rapporto rispettoso tra culture, e quindi senz’altro estremamente terapeutico oggi da leggere e meditare, anche solo come antidoto a chi vuole contrapporre le culture in termini solo di odio e contrasto.

Richard C. Morais, statunitense, è nato a Lisbona che ha trascorso gran parte della sua vita in Europa. La sua carriera nel mondo del giornalismo è iniziata a New York nel 1984. Nel 1986 si è trasferito a Londra, dove ha vissuto e lavorato per 17 anni come corrispondente di Forbes. Amore cucina e curry, noto anche come Madame Mallory e il piccolo chef indiano è il suo primo e per ora unico romanzo e nasce dal suo amore per la cucina e le storie collegate ad essa.

:: Cotto a puntino, appunti per una cucina migliore, Guillaume Long (Bao Publishing, 2014) a cura di Micol Borzatta

7 gennaio 2015

Questa mattina a Parigi un commando armato ha fatto irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, giornale satirico francese, uccidendo 12 persone tra cui il direttore Charb (Stephane Charbonnier), e i quattro vignettisti Georges Wolinski, Cabu (Jean Cabut), Honoré (Philippe Honoré) e Tignous (Bernard Verlhac). Un pensiero per le loro famiglie.

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Fumetto di media lunghezza a metà tra un manuale culinario e una raccolta di storie comiche e umoristiche, questo romanzo del blogger gastronomico francese Guillaume Long è un’opera esilarante e contemporaneamente istruttiva con una grafica davvero strepitosa grazie ai disegni eseguiti in modo impeccabile con dei tratti precisi e fini che sembrano voler saltare fuori dalle pagine, dando ancora più vita ai personaggi.
Creato dalla bravura artistica di Long e ispirato alla sua passione per la buona cucina ritroviamo in queste pagine tutto l’entusiasmo, la vivacità e il buon gusto dell’autore che ci porta a conoscere e assaporare i suoi piatti preferiti, le ricette della sua infanzia e i momenti passati in cucina con la madre, ovvero colei che gi ha trasmesso questa passione.
Il tutto viene raccontato con molto umorismo portando gli eventi più semplici a un livello altissimo di assurdità con l’aggiunta di commenti, opinioni e post scriptum che sembrano piccole confidenze dette in un orecchio direttamente al lettore.
Opera magnifica e passionale consigliata a tutti.

Guillaume Long è nato nel 1977 a Ginevra. Nel 2002 si diploma alla scuola di belle arti di Saint-Ètienne. Fin da bambino, guardando la madre in cucina si appassiona al mondo della gastronomia. Nel 2003 vince il premio Topfer con il volume Les sardines sont cuites (Vertige Graphic). Inizia così a realizzare numerosi libri per ragazzi e non solo e lavora per la stampa. Dal 2009 inizia una collaborazione con Le Monde aprendo un blog gastronomico intitolato Cotto a puntino.