Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Un uccellino mi ha detto di Susan Fletcher (Rizzoli 2024) di Patrizia Debicke

3 novembre 2024

Florence Butterfield ha vissuto una vita straordinaria, piena di viaggi, anche in paesi esotici passione e avventure ma ormai, a ottantasette anni compiuti, sospetta che non ci saranno più sorprese per lei. A causa di uno stupido incidente domestico, che ha richiesto l’amputazione di mezza gamba, ha dovuto rinunciare al suo delizioso cottage e andare a vivere a Babbington Hall, una tranquilla casa di riposo nell’Oxfordshire, una ex splendida residenza gentilizia riconvertita, ed è convinta che il futuro non le riserverà più colpi di scena. Prende quanto la vita le offre ancora, filosoficamente e con obiettività. Solo da qualche giorno rannuvolata dalla morte di un vicino con il quale era entrata in confidenza che, inciampando in un laccio della scarpa è caduto malamente in un angolo del giardino fratturandosi il cranio.
Ma dopo una gentilezza di Florence, detta Florrie e una breve conversazione tra loro, Renata Green, la direttrice di Babbington Hall, ha espresso il desiderio di parlare ancora con lei, cosa che le regala ottimismo. Finalmente qualcuno chiede il suo parere, insomma la “vede” come una persona ancora vitale e capace.
Però, proprio la notte dopo, il solstizio di mezza estate, il loro appuntamento era fissato per il pomeriggio successivo, scoppia un forte temporale durante in quale accade un fatto terribile, e poi strano, inaspettato. Un grido nella notte e Renata Green precipita dalla sua finestra al terzo piano, con Florrie che assiste alla sua caduta. Un gesto che l’inquieta molto e la rende sospettosa. Ricoverata in coma all’ospedale, la direttrice sopravvive attaccata a una macchina, Le possibilità di un risveglio e di un completo ricupero sono flebili. L’evento però verrà archiviato dalla polizia come un tentativo di suicidio. Il gesto disperato di una giovane donna triste e sola, dall’esistenza irrimediabilmente scialba. Ma Florrie è di un altro avviso e pur confinata su una sedia a rotelle, non rinuncia alla curiosità, che ha sempre fatto di lei un’osservatrice attenta. Insomma un dubbio comincia ad assillarla. Per lei non si tratta di un tentato suicidio ed è determinata a scoprire la verità.
Spalleggiata e creduta da un ex professore di latino Stanhope Jones, un nuovo e gentile residente con il debole per le bretelle sgargianti, cercherà di fare luce sull’accaduto. Stanhope non è arrivato a Babbington Hall da molto tempo, ma è un uomo intelligente, sensibile e anche lui pensa che dietro quella caduta possa esserci molto di più. È stato davvero un tentativo di suicidio o invece stanno vivendo accanto a un potenziale assassino? I due anziani investigatori dilettanti decidono di unire le loro capacità intellettuali per mettersi in gioco e provare a risolvere il mistero.
Ma l’unico indizio da cui partire e che parrebbe avvallare l’ ipotesi di un possibile delitto è un biglietto ricevuto dalla direttrice prima di precipitare dal terzo piano: una busta color magenta, con l’indirizzo scritto a mano, con una calligrafia molto particolare, aperta e subito buttata nel cestino quel giorno.
L’ambientazione della antica casa di riposo, circondata da un lussureggiante angolo di campagna appare perfetta per fornire alle loro ipotesi una miriade di possibili sospetti. Quindi Florrie, spingendo la sua sedia a rotelle lungo il giardino e gli scricchiolanti parquet dei corridoi di Babbington, e Stanhope dall’alto del suo oltre un metro e novanta che lo costringe a piegarsi per non battere la testa contro i soffitti dell’antica struttura , muovendosi con prudenza cercheranno potenziali indizi. Per poterlo fare dovranno attingere alle confidenze di una indimenticabile serie di personaggi quali: le cosiddette “sorelle Ellwood”, invece cognate tra loro e tutte e due vedove di due fratelli gemelli, irrefrenabili impiccione, la ricca ed eccentrica Marcella Mistry, e il nuovo reverendo Joe, un ex buttafuori passato alla Chiesa.
Tutti personaggi ideali per aggiungere suspence alla storia mentre Florrie scava sempre più a fondo nei pettegolezzi che girano, buttandosi con entusiasmo giovanile in una avventura in grado di riesumare i suoi ricordi e di rinnovare quel suo segreto tracciato dalle sbiadite cicatrici sulle sue nocche e semi sepolto, da sette decenni ormai, diventato ora sempre più difficile da ignorare.
Un uccellino ti ha detto della pluripremiata autrice Susan Fletcher è un giallo avvincente e edificante perché anche un ritratto toccante ed empatico dell’invecchiamento, imperniato su una protagonista unica e molto speciale.
Ben scritto e ben tradotto per merito di Matteo Camporesi mi ha costretto ad assaporare ogni frase che pian piano ricostruiva l’umanissimo personaggio Florence Butterfield. Lei, la sua vita, la persistente oscurità del suo passato e il vero focus di chi fosse davvero questa donna di 87 anni, per tanti anni in giro per il mondo alla scoperta dell’amore per quanto fugace, e di come una vera e sincera amicizia possa nascere nelle circostanze più insolite o banali.
Non un thriller veloce ma coinvolgente e che si snoda lentamente in un trionfo di osservazione, comprensione, connessione emotiva e gratitudine, racchiusi in un mistero intrigante e sempre più teso. Un bel libro.

Susan Fletcher è nata nel 1979 a Birmingham. È autrice del bestseller “Eve Green”, vincitore del Whitbread First Novel Award.

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: “Melusina” di Laura Pugno

2 novembre 2024

“Melusina” di Laura Pugno è un’opera che intreccia elementi di mitologia, fantastico e introspezione. La protagonista, ispirata alla leggendaria Melusina, vive una realtà in cui le sue origini e la sua natura la pongono in continua tensione tra il mondo umano e quello fantastico. 

La storia si sviluppa in un contesto in cui Melusina è costretta a confrontarsi con il suo passato e la sua identità, esplorando temi come la solitudine, l’amore e la ricerca di appartenenza. La sua figura diventa una metafora della dualità dell’esistenza, rappresentando le sfide di chi si sente diverso o emarginato.

Pugno utilizza un linguaggio ricco e suggestivo, creando immagini vivide che trasportano il lettore in un mondo in cui il confine tra realtà e mito è labile. La narrativa invita a riflettere sulla condizione umana, sull’accettazione di sé e sul rapporto con la natura. 

Il romanzo si distingue anche per la sua capacità di evocare emozioni profonde e per il suo approccio contemplativo, rendendolo un’opera significativa nella letteratura contemporanea italiana.

:: L’equivoco del sangue di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno, 2024) a cura di Giulietta Iannone

1 novembre 2024

E così la saga coloniale del maggiore Morosini in forze al PAI, del raffinato giornalista e scrittore torinese Giorgio Ballario, giunge al settimo episodio. Dopo Morire è un attimo, Una donna di troppo, Le rose di Axum, Le nebbie di Massaua, Intrigo ad Asmara e Il prezzo dell’onore, è appena uscito per Edizioni del Capricorno L’equivoco del sangue, nuova indagine nell’Africa coloniale italiana. Siamo ormai nel Dicembre del 1937, dopo una breve licenza nell’afosa Massaua, dove ha avuto modo di conoscere una giovane vedova, la signora Caterina, che potrà occupare forse un posto nel suo cuore, Aldo Morosini torna ad Asmara per indagare sulla morte di una domestica eritrea, Samya, a servizio da una potente famiglia di coloni locali italiani, i Bouchard, di ascendenza piemontese e valdese. Sul tardi mentre tornava da una chiesa copta dove era andata a pregare, la donna, in un vicolo, venne prima pugnalata e poi sgozzata (come un capretto), inscenando un goffo tentativo di stupro, con molte probabilità per sviare le indagini. Quando un’altra morte, questa volta eccellente, quella della capofamiglia Maria Elena Bouchard, viene a complicare lo scenario, Morosini, insieme ai fedeli Barbagallo e Tesfaghì, si trova a supporre che i decessi siano collegati e che per far luce sulla verità bisogna indagare più a fondo sui misteri e i complicati segreti famigliari della famiglia Bouchard. In un contesto in cui il “madamato”, una pratica che sfrutta le donne indigene in relazioni diseguali e spesso abusive, riducendole a meri strumenti di soddisfazione dei bisogni dei coloni, e riflette la mercificazione delle relazioni umane, è all’ordine del giorno, Morosini si trova costretto ad avere a che fare con le conseguenze di tali dinamiche sociali. Nonostante le proibizioni del regime fascista, più che altro per preservare la purezza della “razza” secondo i suoi dettami ideologici, le relazioni tra i coloni italiani e le donne indigene sono tollerate seppure queste famiglie alternative generando figli non sempre riconosciuti potevano determinare tensioni morali, economiche e affettive capaci di scadere nel dramma. Ballario sotto l’apparenza di una trama poliziesca ben congegnata indaga la complessità di queste relazioni coloniali segnate da profonde diseguaglianze e dinamiche di sfruttamento e sebbene non approfondisca i danni del colonialismo, riflettendo i punti di vista dei personaggi che lo vivono, offre un accurato quadro d’epoca, denso di particolari anche inediti e ben documentati. La scrittura di Ballario è classica, ariosa, molto salgariana, ricca di termini specifici, vie storiche, usanze, cibi, musiche e film d’epoca (Aldo e Caterina vanno al cinema Eritreo a vedere un film di Camerini, Il signor Max, con De Sica e Assia Noris, vincitore della Coppa del Ministero della Cultura Popolare per la migliore regia italiana). Grande il lavoro di ricerca e di ricostruzione sociale e politica di un periodo storico ancora poco conosciuto e approfondito. Ballario con tocco leggero, venato di umorismo sebbene segnato da profonda malinconia di fondo come si addice a un noir, indaga su vizi e virtù di un mondo scomparso ma ancora vitale e variegato che ha segnato, anche drammaticamente, la nostra storia recente. In conclusione, “L’equivoco del sangue” non è solo un giallo avvincente, ma anche un’opera che invita a riflettere sulle complesse relazioni coloniali e sulle loro inevitabili conseguenze. Consiglio vivamente questo libro a chiunque sia interessato a una narrazione che unisce intrigo e riflessione sociale, offrendo uno spaccato affascinante di un’epoca e di un contesto spesso trascurati dalla narrativa contemporanea italiana. Fatte le debite eccezioni, mi riferisco per esempio a Lucarelli, o a Cellamare di cui segnalo il suo “Delitto a Dogali”.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e ha lavorato a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi:  tra cui Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Le rose di Axum (2010), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

:: Dal libro al cinema: Le Chat di Georges Simenon

27 ottobre 2024

Banlieue parigina, primi anni ’70, un’anziana coppia di coniugi vive il capolinea di un amore iniziato in gioventù con le migliori intenzioni. Se poi nella parte di Julien e Clémence troviamo Jean Gabin e Simone Signoret non possiamo che assistere a uno scontro tra titani. Tratto dal romanzo Le Chat di Georges Simenon Le chat – L’implacabile uomo di Saint Germain diretto da Pierre Granier-Deferre è un gioiellino da riscoprire o da rivedere per chi lo conoscesse già. La storia narra le dinamiche di coppia di due anziani pensionati: Julien Bouin, ex tipografo, e Clémence, ex artista circense, rimasta invalida dopo una caduta. Pur apparentemente non amandosi più, dopo 25 anni di matrimonio, senza figli, non riescono a lasciare la casa che un tempo li ha visti felici, casa che sta per essere abbattuta per i nuovi piani urbanistici del quartiere. La loro quotidianità si trascina monotona anche se in realtà nasconde tensioni e rancori profondi che esplodono quando Julien porta a casa un gatto a cui riserva tutte le sue attenzioni e il suo affetto.

Clémence gelosa lo uccide e da quel momento Julien, per ripicca, interrompe ogni forma di comunicazione con lei provocandole grande sofferenza. Il film esplora temi come la solitudine urbana, l’amore in tarda età e la complessità delle relazioni umane, mostrando come, nonostante le tensioni, i due coniugi non possano fare davvero a meno l’uno dell’altra. Tanto che quando Clémence morirà di dolore, Julien la seguirà subito dopo non potendo più vivere senza di lei. La regia sobria e discreta di Pierre Granier-Deferre lascia campo libero a Gabin e Signoret di rivaleggiare in bravura mettendo in gioco tutte le loro doti attoriali per esprimere la complessità di un amore le cui braci non sono del tutto spente sebbene la dinamica del conflitto abbia prevalso e avvelenato sentimenti come la tenerezza e la complicità. Storia di per sé semplice, sono le sfumature espressive dei due attori che la rendono coinvolgente e toccante, come tra l’altro accade con la penna di Simenon, lasciando nello spettatore un retrogusto amaro e malinconico.

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Ben accolto dalla critica all’uscita del film, fu considerato da Gabin la sua migliore intepretazione del dopo guerra. Il ruolo del vecchio brontolone ben gli si addice e lascia trasparire la sua capacità di immergersi in personaggi conflittuali, e incapaci di risolvere disaccordi passati. Sebbene il personaggio che interpreta di per sè non dovrebbe ispirare simpatia, la sua calda umanità lo riesce a rendere umano e commovente. Stessa cosa riesce a fare Simone Signoret, riuscendo a trasmettere al suo personaggio forza e determinazione, ma anche una sofferta vulnerabilità che ne rivela l’umanità e la grande infelicità. Essere trascurata, non desiderata, non compresa la isola in una profonda solitudine che la porterà alla morte senza che il marito abbia alzato un solo dito su di lei, a evidenziare quanto le dinamiche psicologiche siano altrettanto devastanti che la violenza fisica. Tutto è comunque sfumato, evocato più che descritto, con garbo e lievità. Interessante.

:: Visioni di cinema: L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci

25 ottobre 2024

Film di culto, vincitore di 9 premi Oscar, tra cui miglior film, e migliore regia, L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci è un film che ha fatto la storia della cinematografia mondiale, valorizzando le eccellenze italiane dell’artigianato cinematografico, dal montaggio, alla scenografia, ai costumi, al truccco. Molto si è detto del film, e molto se ne parla ancora oggi, considerato che fu girato nel 1987, e la tecnologia digitale era ancora agli albori, e per le scene di massa vennero utilizzate comparse in carne ed ossa, che lavorarono per mesi accanto allo staff della produzione. Nel 2013 è stato restaurato utilizzando il digitale ma in tutta sincerità l’opera era perfetta già in originale. Che dire ancora di un film così iconico che ha se vogliamo cambiato la percezione che abbiamo del momento storico preciso in cui l’antica società cinese feudale diventava una repubblica ed entrava nella modernità? Bertolucci presentò la sceneggiatura alle autorità cinesi che l’approvarono dandogli l’autorizzazione, forse per la prima volta concessa a un regista occidentale, di girare molte scene all’interno della Città Proibita, dando veridicità alla storia perlopiù incentrata sul personaggio di Pu Yi, l’ultimo imperatore cinese, interpratato dall’allora emergente John Lone, in un ruolo significativo per gli attori di origine asiatica (anche se non vinse piuttosto inspiegabilmente nessun premio per questa parte). A impreziosire il cast Peter O’Toole, nella parte di Sir Reginald Fleming Johnston, diplomatico, docente universitario, e precettore personale dell’imperatore cinese Pu Yi, autore di “Il crepuscolo della città proibita” (Twilight in the Forbidden City), con prefazione dello stesso Pu Yi. Bertolucci optò per una visione non lineare della storia, costruendo il montaggio alternando flashback e momenti presenti, con il pretesto che nel campo di prigionia dove Pu Yi venne internato come criminale di guerra gli fu chiesto di riscrivere la sua storia, dall’infanzia, alla Seconda Guerra Mondiale. Immagini d’epoca sul bombardamento di Shanghai, e gli effetti della guerra batteriologica sono fatti vedere come un cinegiornale ai prigionieri riuniti in una sala comune e il valore documentaristico si intreccia con la ricostruzione storica accurata fino all’ultimo dettaglio, con scrupolo quasi maniacale. Tra le critiche, perchè non mancarono neanche quelle, l’appropriazione culturale non mancò soprattutto rivolta a un regista europeo che decise di ricostruire con la sua sensibilità e il suo talento artistico un periodo piuttosto controverso della storia cinese. Al netto di questo c’è da dire che il film fu accolto più o meno da tutti come un capolavoro, grazie anche a una colonna sonora strepitosa composta da David Byrne, Ryūichi Sakamoto e dal cinese Cong Su. Esiste una director’s cut, ricca di scene tagliate nella versione definitiva, di cui consiglio sicuramente la visione, soprattutto perchè permette un approfondimento del personaggio di Pu Yi non così remissivo durante il periodo di dentenzione nel carcere maioista. Alcune scene danno la dimensione del fatto che non abbia mai abbandonato l’idea di essere imperatore, e anche dopo i dieci anni di detenzione e di rieducazione, che lo trasformarono in un semplice giardiniere, ha sempre conservato questo sogno che si esprime nelle scene finali quando passa il testimone al figlio del custode del Palazzo Imperiale.

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:: Giochi d’infanzia di Tanizaki Jun’ichiro, a cura di Luisa Bienati (Marsilio, 2024) a cura di Giulietta Iannone

25 ottobre 2024

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il Giappone, aprendosi all’Occidente, iniziò un profondo processo culturale, politico e sociale teso alla modernizzazione e industrializzazione del paese. Questo rinnovamento, sempre nel rispetto delle radici culturali tradizionali, portò a una revisione dei processi educativi e della formazione di genere che di per sè avrebbe dovuto formare ed educare una nuova società di cittadini consapevoli e integrati in una struttura sociale complessa e variegata come era la società giapponese. L’importanza dei sistemi educativi, il maestro portava in classe ancora verghe di vimini e l’educazione si basava su meccanismi di premi e punizioni, è dunque ben evidenziata dalla diffusione di un genere letterario che ha per tema l’infanzia e l’adolescenza, i cosiddetti shonen momo (storie per bambini). In questo genere letterario specifico si colloca “Giochi di infanzia” di Tanizaki Jun’ichiro, edito nella collana Letteratura universale di Marsilio. Il testo comprende due racconti di Tanizaki: Shōnen (Adolescenti, 1911) e Chiisana ōkoku (Il piccolo regno, 1918) e un’interessante e corposa prefazione di Luisa Bienati, che ne ha curato anche la traduzione dal giapponse, oltre a un capitolo specifico sulla vita e le opere di Tanizaki, e un glossario finale. C’è da aggiungere che il testo è stato sottoposto a un comitato scientifico. Tanizaki è considerato uno dei più autorevoli e importanti scrittori della letteratura giapponese moderna, famoso per opere come La chiave, Diario di un vecchio pazzo, La croce buddista, tutte opere giunte in Occidente con grande clamore, data soprattutto la modernità, e la libertà con cui Tanizaki ha preservato la sua identità culturale in un contesto di rapidi cambiamenti della società giapponese del XX secolo. Il piccolo regno narra la vicenda umana ed educativa di un maestro elementare alle prese con una classe dominata da un alunno Numakura Shokichi, un ragazzo corpulento, le spalle grosse e rotonde, il viso quadrato dal colorito scuro, la nuca grossa, lo sguardo malinconico, una figura carismatica, dalla forte vocazione di leader, capace di contendere l’autorità anche al maestro coinvolto nei loro giochi infantili per l’affermazione di sè. Profondo lo scavo psicologico e lo studio della dinamica di interazione tra i personaggi a cui si alternano descrizioni della natura poetiche e affascinanti. Sempre di giochi infantili tratta Adolescenti, il secondo racconto, in cui la figura di Mitsuko sovrasta la narrazione e sovverte le regole tradizionali patriarcali in cui era la figura femminile in posizione di sudditanza e inferiorità, qui prende il sopravvento sui compagni di gioco maschi e alla fine ne fa i suoi schiavi. Non senza tracce di crudeltà i giochi infantili non riflettono un mondo di innocenza gentilezza, ma anzi di sopraffazione e lotta per ottenere l’ubbidienza e il dominio. Tanizaki spesso presenta, come in quest’opera, personaggi femminili forti che sfidano le aspettative di genere e affermano la loro identità oltre ai confini imposti dal patriarcato. Questi personaggi utilizzano il gioco e la finzione per affermare il loro potere e riscrivendo le dinamiche tradizionali che legano i rapporti tra uomini e donne mettono in discussione le strutture di potere esistenti in una sorta di protofemminismo del tutto originale e anomalo per la società del tempo. Oltre al valore letterario intrinseco questi racconti sono indubbiamente interessanti come testimonianza e forma di riscatto.

Junichiro Tanizaki, nato a Tokyo nel 1886 e morto nella città di Yugawara (prefettura di Kanagawa) nel 1965, si formò come scrittore a cavallo tra Ottocento e Novecento. Sconvolse il pubblico, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, per via della modernità dei suoi romanzi.
Tra le sue opere: L’amore di uno sciocco (1924 / Bompiani 2000), Vita segreta del signore di Bushu (1932 / Bompiani 2000), Libro d’ombra (1933 / Bompiani 2000), Neve sottile (1948 / Guanda 2009), Diario di un vecchio pazzo (1962 / Bompiani 2009), Morbose fantasie (Einaudi 2003), Nostalgia della madre (Einaudi 2004), Il demone (Einaudi 2010), Sulla maestria (Adelphi 2014).

:: Loro. Il primo caso del tenente Ludivina Vancker di Maxime Chattam (Salani 2024) a cura di Massimo Ricciuti

24 ottobre 2024

Alexis Timée, appartenente alla Sezione Ricerche della Gendarmeria di Parigi, si reca in un villaggio montano con la speranza d’incontrare Richard Mikelis, famoso criminologo in pensione. In Francia sono all’opera due efferati serial killer, che uccidono contemporaneamente. Uno è soprannominato la Bestia, l’altro il Fantasma e firmano i loro omicidi con lo stesso simbolo: *e, che incidono sulla carne delle proprie vittime. Alexis chiede aiuto a Mikelis, ma quest’ultimo rifiuta perché vuole godersi la famiglia, invece di rimettersi a caccia di criminali. Al gendarme non resta che tornare a Parigi e riprendere le ricerche insieme agli altri due componenti della ristrettissima squadra, Segnon Dabo e Ludivine Vancker. Non trascorre molto tempo quando, in una stazione ferroviaria di provincia, un ragazzo getta sotto un treno alcune persone, per poi fare la stessa cosa con sé. Poco prima aveva dipinto su una parete l’ormai noto simbolo. I gendarmi capiscono di trovarsi di fronte a qualcosa di enorme, ben più grande di due serial killer, anche perché gli avvistamenti del simbolo si moltiplicano. A sorpresa Mikelis si presenta a Parigi e decide di aiutarli: lui è un vero e proprio cacciatore di predatori, capace di immedesimarsi in Loro. Gli efferati omicidi continuano, intanto, diffondendosi anche nel resto d’Europa e la squadra stessa viene colpita al cuore. Ormai è chiaro che l’epidemia di violenza non si fermerà e l’unica possibilità è andare a monte e cercare di comprendere i motivi di tale follia.

Criminologo e psicologo forense, Maxime Chattam torna nelle librerie nostrane dopo una prolungata assenza. La sua scrittura è caratterizzata da descrizioni molto cruente, come ben sanno i lettori e come accade anche in questo romanzo, che risale al 2013 e viene ora pubblicato dalla casa editrice Salani. Il Male, di cui l’autore si è sempre occupato, è qui rappresentato da un insieme di persone, prive di sentimenti e di emozioni, che compiono omicidi di massa a livello mondiale. Dai primi due serial killer la caccia si allarga a macchia d’olio e serve qualcuno in grado di prevenire le loro mosse. Per questo è centrale il personaggio di Mikelis, così come, per diversi motivi, sono utili alle indagini tutti gli altri protagonisti. A cominciare da Ludivine Vancker, citata nel sottotitolo del romanzo e dunque, si spera, presente anche in altre opere di Chattam.

Maxime Chattam è nato a Herblay nel 1976. Da ragazzo ha vissuto a lungo negli Stati Uniti. Ha studiato Criminologia e Psicologia forense. In Francia ha un enorme successo di pubblico e di critica ed è considerato il maestro di tutti i più importanti scrittori noir. La stampa internazionale lo ha accostato ad autori come Stephen King, Michael Connelly, Joël Dicker.

::Nonostante i segreti del tempo, Josina Fatuzzo, (Edizioni Tipheret, 2024) A cura di Viviana Filippini

23 ottobre 2024

La Carruberia è lo snodo fondamentale dove prendono forma le vicende dei personaggi nel romanzo “Nonostante i segreti del tempo” di Josina Fatuzzo, edito da Tipheret. La vecchia villa disabitata in Sicilia entra in scena quando le due sorelle che la ereditano dovranno fare i conti con essa. In realtà, tra le due donne, quella sulla quale il lettore ha la maggiore possibilità di concentrarsi -proprio perché vive di più la villa chiamata Carruberia- è Maria Francesca. La professoressa universitaria di Storia dovrà fare i conti con la casa e con Viola, una figura femminile del passato da lei lontana, ma molto vicina, per la somiglianza delle esperienze e dei sentimenti che hanno vissuto in prima persona. La Carruberia per Maria Francesca è una sorta di ancora di salvezza che le permette di evadere un po’ dalla sua vita cupa, fatta di dolore e sofferenza e di lavoro assiduo, svolto proprio per dimenticare quello che la fa soffrire. Maria Francesca è rimasta da poco vedova, perché il marito Corrado, che lei aveva conosciuto giovanissima, è morto in un incidente. Il dramma per la scomparsa del proprio amato si è trasformato in rabbia potente verso il defunto, poiché la protagonista ha scoperto il tradimento dell’uomo con un’altra. Una situazione che mette a dura prova l’animo già lacerato della professoressa di Storia, la quale comincia un processo di completa rivalutazione della propria relazione con l’uomo che lei amava. Maria Francesca si interroga su Corrado e sulla veridicità dei suoi sentimenti, perché credeva di conoscere la sua dolce metà, ma l’amara verità  scoperta le ha posto una serie di dubbi da colmare. Il soggiorno alla Carruberia, il girare tra le sue stanze arredate, camminare nei giardini esterni, l’osservare e toccare con mano gli oggetti di un tempo, la porteranno a trovare un vecchio diario, quello scritto da Viola, dal quale emerge l’immagine della villa nel 1943,  e -soprattutto- il vissuto emotivo della donna. Viola nel suo diario racconta della Sicilia ai tempi della guerra, della sau famiglia, dell’arrivo degli Alleati, alcuni dei quali finirono ospiti della Carruberia. Tra loro il Maggiore Davis, con il quale per Viola ci fu subito empatia per la condivisione degli stessi interessi politici, culturali e letterari. Un rapporto di grande sinergia con il militare che, purtroppo, viste le vessazioni del marito di Viola, lei non trasformò in altro, anche perché Davis partì per altri fronti. Certo è che Maria Francesca e Viola, sono simili per i tormenti emotivi che hanno, per la consapevolezza di aver vissuto una vita che forse avrebbe potuto avere uno sviluppo diverso se solo, con un po’ di coraggio, entrambe avessero deciso di agire per far cambiare le cose e non subirle. Questo porta Maria Francesca anche a riflettere sui sentimenti per Marcello, altra figura maschile da tempo a lei vicina, sempre presente nel suo vissuto, perché vuole capire cosa rappresentano davvero per lei e se può fare ancora qualcosa per cambiare. Le vicende emotive umane presenti nella storia hanno per scenografia La Carruberia  che non è solo una casa. L’edificio è una custode e testimone del tempo, delle esperienze vissute da parte di coloro che in quelle mura hanno vissuto, amato, sofferto e provato emozioni nuove e a volte represse, prigioniere di usi, costumi e “leggi” di famiglia. “Nonostante i segreti del tempo” di Jopsina Fatuzzo è un viaggio tra presente  e passato che ci porta dentro alla vita e ai sentimenti di due donne che, viste le esperienze e le dolorose verità vissute, hanno rimesso in completa discussione la loro esistenza, cercando di capire come sarebbero state le loro vite se avessero seguito in modo maggiore la passione, l’istinto e la libertà nel decidere.

Josina Fatuzzo, nata a Roma e docente di materie letterarie, vive a Siracusa. Ha scritto per il teatro e alcune delle sue pubblicazioni hanno vinto premi prestigiosi, come il Premio Capuana per Sinfonia per una donna sola. È impegnata diverse attività culturali e teatrali e ha promosso il Premio Processo all’Autore, assegnato a numerose personalità del mondo dell’arte e della cultura, tra le quali Dacia Maraini, Gianni Amelio, Inge Feltrinelli. Tra le sue pubblicazioni “La Mastrartua”, “A Gloria dell’Alter ego”(Premio Campofranco), “Sinfonia per una donna sola” (Premio Capuana), “Cavalleria” e “Boccadiforno”.

:: Portami a casa di Sebastian Fitzek (Fazi, 2024) a cura di Massimo Ricciuti

22 ottobre 2024

Jules Tannberg è un uomo che ha trascorso tanti anni a rispondere alle chiamate telefoniche urgenti dei berlinesi. Dopo un drammatico evento che l’ha colpito personalmente, Jules ha deciso di lasciare quel lavoro. Un sabato sera, però, accetta di sostituire un amico che si occupa di una linea telefonica dedicata alle donne che tornano a casa di notte e vogliono essere sicure di arrivare a destinazione sane e salve. Mentre ascolta alla televisione le ultime notizie riguardanti il cosiddetto killer del calendario, Jules riceve la telefonata di Klara, una donna che afferma di aver chiamato per sbaglio. Dall’alto della sua esperienza, l’uomo capisce come la realtà delle cose sia ben diversa e chiede in tutti i modi a Klara di non riagganciare. Inizia così una lunga notte per entrambi, anche perché lei sembra proprio essere la prossima vittima del killer del calendario.

Portami a casa segna l’attesissimo ritorno nelle librerie italiane di Sebastian Fitzek. Nella premessa l’autore spiega di come, in Germania, una donna su quattro subisca violenza dal partner almeno una volta nella vita. In particolare, le donne vittime di violenza domestica durante l’infanzia hanno più del doppio delle possibilità di subire violenza anche da parte del partner in età adulta. Da questi dati Fitzek trae lo spunto per regalarci un intenso thriller. Nel corso della lettura assistiamo a colpi di scena e ribaltamenti dei ruoli, orchestrati dall’autore con la solita maestria. Chi dà la caccia a chi? Questo è solo uno dei tanti interrogativi che si dipanano lungo una trama cui bisogna prestare molta attenzione. Tutti i personaggi mentono e hanno qualcosa da nascondere, ma perché? Quando il lettore pensa di aver finalmente capito, la situazione si ribalta come in un gioco di specchi. Chi conosce il modo di scrivere dell’autore dovrebbe esserci abituato, eppure Fitzek riesce a sorprendere sempre, disseminando tracce e indizi. Sta a noi comprendere se siano veri o falsi.

Considerato uno dei principali esponenti del thriller psicologico, lo scrittore tedesco ci consegna un’altra, imperdibile lettura. Ciò accresce il rammarico per i titoli non ancora tradotti in italiano, con la speranza che la casa editrice Fazi continui nell’opera di “recupero” iniziata con Portami a casa.

Traduzione di Elisa Ronchi.

Sebastian Fitzek, nato a Berlino nel 1971, ha studiato Giurisprudenza ma non ha mai esercitato la professione, preferendo seguire una strada più creativa. Il suo esordio letterario risale al 2006, anno di pubblicazione in Germania di La terapia: il romanzo è stato accolto con grandissimo entusiasmo dai lettori, tanto da contendere al Codice da Vinci il primo posto nelle classifiche di vendita. In seguito ha pubblicato altri ventisette romanzi, che lo hanno confermato come esponente di punta del thriller psicologico. Da Portami a casa verrà presto tratta una versione cinematografica per Amazon International.

:: Quattro delitti prima di mezzanotte di Alexandra Benedict (Newton Compton, 2024) di Patrizia Debicke

21 ottobre 2024

Una storia ambientata sotto Natale tra aperitivi e rompicapo del mistero, tradotta da Beatrice Mesineo e Alessandra Cherchi, destinata ai fan dei puzzle e dei gialli intelligenti ma che rappresenta anche anche un piacevole omaggio al poliziesco classico.
Edie O’Sullivan, il 19 dicembre, dopo aver sentito suonare alla sua porta, va ad aprire e trova un pacco regalo appoggiato sulla soglia di casa. Ottant’anni, ex docente ora in pensione , Edie è una vecchia e stravagante signora che cura con successo una rubrica di cruciverba su una famosa rivista. Nonostante l’età, ancora dotata di mente acutissima e perfettamente in gamba, pur essendo ben nota al pubblico per le sue o capacità, nel privato è burbera e solitaria al limite dello scostante, sempre restia a fare conoscenza e passa le sue giornate solo tra tè e puzzle. Unico vero sincero affetto familiare il pronipote Sean da poco sposato e con il marito vicino all’adozione e unica amica ed eccezione Riga, la sua vicina di casa, un’arzilla e lucida novantenne che non intende arrendersi all’età che avanza ed è un’ appassionata e dotta erborista.
Per compiutezza della storia dobbiamo aggiungere che Edie non sopporta il Natale e tutti i relativi orpelli celebrativi e festeggiamenti perché proprio quel giorno, e ohimè più di una volta, le sono capitate le peggiori disgrazie della sua vita.
Un pacco natalizio, un regalo? Storcendo il naso, lo scarta subito, scoprendo una scatola con dentro sei tessere di un puzzle. Accompagnate da un biglietto con il crudele messaggio:
“Sei nota come solutrice di cruciverba, ma sapresti utilizzare le tue facoltà per scoprire un assassino? Quattro persone, forse di più, moriranno entro la mezzanotte della Vigilia di Natale, a meno che tu non riesca a incastrare i pezzi e a fermarmi. Cerca di fare tutto come si deve, non sei mai stata brava a barare e a mentire.” Firmato: Riposa in Pezzi . Risolvere i cruciverba fa parte del suo quotidiano ma…
Sulle tessere si possono distinguere: piastrelle bianche e nere macchiate di sangue e parte di una sagoma delineata con il gesso. Potrebbe essere la scena di un crimine?
Edie, prozia e madre adottiva dell’ispettore Sean, un trentenne che si divide tra il lavoro e la famiglia, lo contatta immediatamente, cercando di trovare una possibile chiave a quei pochi indizi. Ma non lo faranno ohimè abbastanza in fretta perché appena verrà rinvenuto un uomo in fin di vita con un tassello del puzzle in mano Sean dovrà convincersi che le minacce del biglietto rispondono a verità e che il killer, insomma il mittente del biglietto, ha già colpito. A quel punto, nel timore che Edie, la sua prozia, possa essere in grave pericolo, Sean la esclude dall’indagine. Ma la sua decisione non servirà a fermare la mano del killer già pronta a colpire ancora e con ferocia. E neppure fermerà l’invio di nuovi pacchi a casa di Edie O’Sullivan.
E lei però che non intende certo starsene ferma a sorbire Campari per aperitivo, sollecita la consulenza della vecchia amica Riga mettendo sul tavolo una tessera che contiene la lettera : “o” e che pare la seconda visibile su un cartello stradale.
Non resterà loro intanto che scervellarsi e cominciare a cercare per esempio sulle mappe della città.
Ma con i giorni che passano, i pacchi continuano ad arrivare e il numero di morti aumenta , Edie si convince, insieme al lettore, pur fuorviata da idee sbagliate, di dover fare anche un viaggio nel passato quando insegnava matematica alla scuola di St.Mary… Possibile che l’assassino abbia un conto in sospeso proprio con lei? Ma per poterci riuscire si rende conto, di dover mettere in campo tutte le sue abilità, perché apparentemente la polizia brancola nel buio e lei sospetta di essere l’unica ad avere in mano la capacità necessaria per completare e risolvere il puzzle omicida. Solo assemblando tutti i pezzi potrebbe fermare la mano assassina?
Con Quattro delitti prima di mezzanotte Alexandra Benedict ha creato un personaggio intrigante . Edie O’Sullivan, vivace, astuta e brillante. Solido e tenero il suo materno e protettivo affetto per Sean. Bene costruita poi la sua vecchia amicizia con Riga e divertenti e indovinate le continue battute che scambiano tra loro.
L’indagine vera, la caccia al Killer, rappresenta un classico e ben riuscito romanzo in stile età dell’oro. L’uso di enigmi come indizi è intrigante e ci ha permesso di provare a decifrare il caso al fianco della protagonista . Purtroppo però il fatto di conoscere prima le vittime non ci aiuta perché non esiste mai un chiaro collegamento tra loro. Anzi l’autrice impiega un sacco di depistaggi per tenere l’assassino nascosto, aumentando vertiginosamente il senso del ritmo e i pericoli mentre ci avviciniamo alla resa dei conti. Insomma ci confonde maliziosamente le idee mentre la povera Edie si arrabatta e cerca ogni mezzo per smascherare chi ha ucciso. Alcuni capitoli addirittura offrirebbero una prospettiva in terza persona sui motivi e le azioni dei delitti, ma il fondamentale motivo insomma il “perché” salterà fuori solo al momento giusto.
Una storia indovinata e dal ritmo incalzante sullo sfondo un paese della provincia inglese che si appresta a festeggiare il Natale. E qualcosa da dimenticare.

Alexandra Benedict è stata compositrice, cantautrice, attrice e docente di narrativa poliziesca, ed è ora una premiata scrittrice di romanzi, racconti e sceneggiature. Come AK Benedict, scrive romanzi ad alto concetto, racconti speculativi e sceneggiature. Il suo primo romanzo, acclamato dalla critica, è stato candidato all’eDunnit Award; i suoi racconti sono apparsi in numerose antologie; e il suo audiodramma è stato selezionato per numerosi premi, tra cui il BBC Audio Drama Award 2020 e, due volte, per lo Scribe Award, vincendolo nel 2019. Come Alexandra Benedict, scrive libri contemporanei e certa narrativa poliziesca legata alla Golden Age.

:: La porta di Georges Simenon (Adelphi, 2024) a cura di Valerio Calzolaio

21 ottobre 2024

Parigi, intorno a place des Vosges. Luglio 1959. Il 42enne Bernard Foy vive da venti anni con la moglie 38enne Nelly in un appartamento al quarto piano di rue de Tourenne (III), all’angolo di rue des Minimes. Nel 1940 gli furono amputate entrambe le mani; era di pattuglia in un bosco tra la linea Maginot e la linea Siegfried; strisciava nella neve quando pare abbia toccato una mina, subito esplosa; si è risvegliato in un ospedale militare, già operato. Prima lavorava come meccanico in un garage delle Halles, durante il servizio militare a Épinal aveva conosciuto Nelly, che faceva la giovanissima maschera in un cinema; si erano sposati a inizio 1939 e stabiliti lì, a due passi dal place des Vosges (fra III e IV Arroindessement), dove lui era nato e dove sua madre, a quell’epoca, faceva ancora la portinaia (IV); Nelly aveva smesso di lavorare. Dopo il trauma è stata dura, col tempo hanno individuato le protesi artigianali adatte (da togliere ogni sera); lui si è vista riconosciuta una modesta stabile pensione da invalido di guerra; lei ha intrapreso la vita di magazziniera presso la ditta Delangle&Abouet in place des Vistoires (tra I e II), la più importante passamaneria di Francia, da poco pure promossa caporeparto. Bernard passa le giornate a osservare gli altri dalla finestra (spia ogni movimento), ad ascoltare i rumori (suo malgrado) dei vicini e della strada, a fare spesa e cucinare. Pensa di non essere più un vero uomo ed è convinto che lei possa e debba aver bisogno di altri (in certo modo giustamente). Si amano, fanno sesso volentieri e spesso, si confidano. Eppure, il tarlo ossessivo agisce sia in lui che, indirettamente, in lei, prodromo di tragedie forse, soprattutto da quando al primo piano si è trasferito il giovane fratello della collega, un illustratore poliomielitico su sedia a rotelle, ogni giorno assistito da un’infermiera. Nelly deve fargli commissioni, si ferma là per qualche minuto.

Il romanzo è molto bello. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, quasi trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Questa lunga ansiogena novella originariamente del 1962, né noir né rosa, ma certo di ineluttabile amore, era inedita in italiano. La porta del titolo è quella brutta, con un colore spento e il pomolo di maiolica bianca, dell’allegro sereno 28enne vignettista Pierre Mazeron, il fratello dell’invadente opportunista Giséle, trasferitosi al primo piano dell’edificio in cui vivono marito e moglie. Probabilmente è noto quante volte vi è entrata attraverso Nelly, ma conta soprattutto quante volte Bernard avrebbe voluto aprirla! La narrazione è in terza fissa al passato su di lui, pur se i protagonisti sono anche la moglie, leale e semplice, sempre più bella e ormai pure un poco rotondetta, e soprattutto la dinamica di coppia che (come spesso accade) assume vita propria. Sullo sfondo i due medici (uno diabetico) che si interessano al caso clinico e umano, donne e uomini vicini e dirimpettai, negozianti e clienti delle botteghe consuete. L’ambiente è perlopiù quello dell’appartamento in cui la coppia abita e delle passeggiate che fanno insieme a braccetto (più o meno) per le strade della città; i dialoghi sono i loro, il detto e il non detto, significativo tanto quel che si esprime quanto quel che si pensa; la relazione si è adattata ed è evoluta in forme affettuose per due decenni; ora lui vive una crisi di gelosia, è contrariato e ossessionato, pensa alla morte; lei era una donna “vissuta” quando si sono conosciuti e non può che prenderne atto via via, a proprio modo. Una qualche garbata tragedia incombe, anche se l’autore è bravissimo a rendere plausibili molti finali dalle stesse premesse. Vario ordinario vino accompagna spesso i pasti. Si ballano le canzoni d’epoca, talora in giro e in piazza, difficile non entusiasmarsi.

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery

21 ottobre 2024

“L’eleganza del riccio” approfondisce la vita di Renée, una donna di mezza età che lavora come portinaia in un edificio di lusso. Nonostante la sua posizione sociale umile, Renée è una persona colta e appassionata di arte e filosofia. Nasconde la sua intelligenza e profondità dietro un’apparenza modesta, convinta che il mondo esterno non possa apprezzare la sua vera natura. Dall’altra parte, troviamo Paloma, una ragazza prodigio che si sente alienata dalla superficialità della sua famiglia benestante. Paloma ha una visione pessimistica della vita e pianifica di suicidarsi il giorno del suo tredicesimo compleanno, convinta che non ci sia nulla di significativo nel mondo degli adulti. 

Tuttavia, la sua curiosità e intelligenza la spingono a esplorare la vita in modo più profondo. Le vite di Renée e Paloma si intrecciano quando un nuovo inquilino, il misterioso e affascinante Kakuro Ozu, si trasferisce nell’edificio. Kakuro, un uomo di origini giapponesi, riconosce la bellezza e l’intelligenza in entrambe le donne e avvia un rapporto significativo con loro. Attraverso le sue interazioni con Kakuro, sia Renée che Paloma iniziano a mettere in discussione le loro convinzioni e ad esplorare la bellezza della vita. 

Il romanzo è costellato di riflessioni filosofiche e citazioni di pensatori come Tolstoj e Kierkegaard, invitando il lettore a considerare la propria esistenza e il significato della bellezza. La narrazione è caratterizzata da uno stile lirico e profondo, che riesce a trasmettere emozioni e pensieri complessi. Alla fine, la storia porta a una rivelazione toccante sul valore delle relazioni umane e sull’importanza di vedere oltre le apparenze.