Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Nella perfida terra di Dio, Omar Di Monopoli (Adelphi, 2017), a cura di Nicola Vacca

6 luglio 2017
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Omar Di Monopoli è uno scrittore originale che negli anni si è costruito un linguaggio incendiario e riconoscibile.
La conferma di ciò sta tutta Nella perfida terra di Dio, l’ultimo romanzo dello scrittore pugliese appena pubblicato da Adelphi.
La casa editrice di Roberto Calasso scommette poco sugli autori italiani. Ma quelle rare volte che lo fa anche lì non sbaglia mai.
Nella perfida terra di Dio è il romanzo più crudele e incandescente di Omar Di Monopoli. Incandescente nella trama, nei personaggi e soprattutto nella lingua.
Contaminando il dialetto con una scrittura dall’impasto diretto di un italiano letterario che non ha nessuna intenzione di fare sconti alla storia, Di Monopoli ci porta nella Puglia, precisamente sul confine tra il salento e il brindisino, per raccontarci attraverso una serie di personaggi malavitosi di ieri e di oggi come nella perfida terra di Dio l’essere umano dà il peggio di sé.
I personaggi che danno vita alle numerose storie criminali e di malaffare sono tanti. Ognuno di questi ha la sua particolarità.
Mbà Nuzzo, che perde il senno credendosi un santone e predica Gesù promettendo guarigioni.
Tore della Chucchiara, il latitante che torna dopo anni per rivedere i due figli Gimmo e Michele.
Un ruolo fondamentale nel romanzo lo giocano le suore delle Sorelle del Martirio che hanno a che fare con i possedimenti di Nuzzo e che tra le mura del convento nascondono segreti inenarrabili e terribili che poco hanno a che fare con la volontà di Dio.
C’ è anche il Carmine, il boss locale, con un passato torbido e un presente con cui deve fare terribilmente i conti.
Omar Di Monopoli, intrecciando il passato e il presente, racconta tutta la violenza che esplode in questa terra cattiva dove la malavita e gli interessi dei clan uccidono la speranza di ogni rinascita.
In una terra devastata dalla droga, martoriata dalla guerra intestina dei clan, si svolge la storia crudele che lascerà al lettore un amaro in bocca.
Nella perfida terra di Dio si legge come un noir ma è soprattutto un libro in cui l’orrore della vita, quello che tocchiamo con mano ogni giorno, emerge in tutta la sua violenza immanente.
Omar Di Monopoli ha davvero scritto un bel libro in cui tutta la crudeltà incandescente e spietata di cui siamo fatti noi esseri umani, soprattutto quando non riusciamo a mettere un freno alle ambizioni e all’avidità, emerge in tutta la sua cattiveria attraverso tutti i personaggi di questa storia in cui il male trionfa sul bene, perché come scriveva Emil Cioran «l’uomo è il cancro della terra».
Nella terra perfida di Dio ogni giorno inghiottiamo il nostro grammo quotidiano di orrore.
Nella terra perfida di Dio ci siamo finti tutti. Prima che l’oscurità sia definitiva, sarebbe il caso di preservare l’ultimo bagliore. Se ne siamo ancora capaci.

Omar Di Monopoli è nato a Bologna nel 1971, suo padre giocava a baseball nella squadra della polizia.  Ha pubblicato: Uomini e cani, La legge di Fonzi, la raccolta di racconti Aspettati l’inferno (tutti usciti con Isbn dal 2007 al 2014) e il suo ultimo romanzo Nella perfida terra di Dio con Adelphi. La sua scrittura è fortemente influenzata dal southern-gothic, letteratura nata nel Sud degli Stati Uniti d’America, che ha tra le sue voci più significative William Faulkner e Flannery O’Connor.

Source: libro del recensore.

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:: La donna senza passato, Anna Ekberg (Nord editore, 2017) a cura di Micol Borzatta

5 luglio 2017
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Louise Andersen è una donna tranquilla che si mantiene lavorando in un bar.
Un giorno si presenta un certo Edmund che le comunica di essere suo marito e che lei è Helene Soderberg, una ricca ereditiera scomparsa tre anni prima.
Louise è terrorizzata. I suoi ricordi non riescono ad andare indietro oltre quei tre anni in cui ha ricostruito la sua vita a Christianso.
Louise, infatti, partendo dai documenti che aveva in tasca e che le dicevano di essere Louise Andersen, visto che lei non si ricordava nemmeno come si chiamasse, ha cercato una casa, un lavoro, si è fidanzata e ha vissuto la sua vita in quei tre anni credendola vera.
Ora scopre che è tutto falso. Il test del DNA ha confermato le parole di Edmund. Allora chi è Louise e perché aveva i suoi documenti?
Altro mistero è il comportamento di Edmund, sembra quasi che le nasconda qualcosa e per questo non voglia che riacquisti la memoria.
Come risolvere entrambi i misteri?
Romanzo sconvolgente per la bravura degli autori che riescono a mischiare un intreccio di bugie, inganni e tradimenti tale da lasciare il lettore in uno stato ansiogeno e di confusione per tutta la durata della lettura.
Descrizioni minuiziose ci permettono di vivere tutta la vicenda in prima persona percorrendo un viaggio profondo nelle spire mentali dei personaggi.
Disturbante e conturbante è un romanzo che sa travolgere il nostro animo.

Anna Ekberg è lo pseudonimo dietro il quale scrive una coppia di autori.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio stampa Nord.

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:: La compagnia dei soli, Patrizia Rinaldi e Marco Paci (Sinnos, 2016), a cura di Elena Romanello

4 luglio 2017
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In un futuro distopico, un gruppo di ragazzi e ragazze lasciano famiglie e ordine costituito e si nascondono sotto un vulcano, tra cunicoli e abissi, in una città sepolta. I ragazzi sono capitanati da un nano acrobata, Izio, e da una ragazza ribelle, Sara, fuggita da un dramma personale e desiderosa di vendetta.
Tra i ragazzi emerge anche il figlio di uno dei comandanti di questo mondo dittatoriale, molto diverso dal padre e pronto a ribellarsi, ma il prezzo della ribellione può essere anche molto caro, in un mondo che sembra senza pietà, soprattutto per i più giovani e per chi ha l’ardire di sognare un mondo migliore.
L’idea di un gruppo di giovanissimi ribelli al sistema che cercano di costituire un mondo a parte non è nuova, da Il signore delle mosche al fumetto Orfani, ma La compagnia dei soli si distingue per originalità, per una storia costruita con una struttura narrativa insolita e un disegno in cui emergono colori diversi a seconda delle fasi e del personaggio in scena, giallo, verde, blu, per sottolineare momenti di una vicenda che si chiude in maniera aperta, da far sperare ad un seguito, anche se può essere completa anche così.
Una graphic novel che parla di speranza, di ribellione, di convivenza, di prendersi cura l’uno dell’altro, anche se alla fine si è tutti soli, come si dice ad un certo punto Siamo tutti ragazzi soli. Ragazzi soli per cui è difficilissimo credere ad un sogno e essere eroi, in un mondo che fa di tutto per impedirtelo, anche se il mondo sotto il vulcano può rappresentare un nuovo inizio.
La compagnia dei soli ha vinto il premio Andersen, ma sarebbe riduttivo considerarla rivolta solo ad un pubblico di giovanissimi: i toni non sono consolatori, l’intreccio è intrigante e complesso, il disegno insolito, per raccontare una vicenda di formazione e ribellione, ricordando che alla fine da adolescenti tutti siamo stati soli, e che soli non è solo il plurale di solo, ma anche di sole, perché anche nelle situazioni più drammatiche si può trovare una luce e una nuova possibilità, che può ancora esserci.

Patrizia Rinaldi ha pubblicato svariati romanzi per adulti e ragazzi. Per Sinnos di suoi sono usciti Mare giallo, Piano forte e Federico il pazzo, oltre alla graphic novel Adesso scappa

Marco Paci ravennate trapiantato a Verona, è illustratore e scenografo, e ha lavorato per il teatro e per laboratori creativi. La compagnia dei soli è il suo debutto come fumettista.

Source: omaggio della casa editrice che l’articolista ringrazia.

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:: La stanza profonda, Vanni Santoni (Laterza, 2017), a cura di Elena Romanello

3 luglio 2017
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Negli anni Ottanta un gruppo di ragazzi iniziano a incontrarsi nella cantina di uno di loro per giocare di ruolo, in un’epoca in cui è difficile trovare luoghi di aggregazione se non si è discotecari e in cui la cultura nerd non è stata ancora sdoganata da fenomeni come il serial The big bang theory.
Per anni e anni, mentre il mondo intorno a loro cambia e loro crescono e invecchiano, continuano queste partite, tra evasione da una realtà in cui non ci si ritrova e forma di resistenza.
Un libro interessante e insolito, innanzitutto nella forma narrativa, visto che l’autore usa una seconda persona singolare con cui si rivolge ai suoi personaggi raccontandone le partite e la società intorno a loro. A differenza di quello che si può pensare, non è un libro contro l’immaginario dei giochi di ruolo, forma ludica estremamente interessante e creativa in cui un master coinvolge varie persone nella costruzione di un’avventura in un mondo fantasy o in ogni caso fantastico, dove si narra e si interagisce, e che può andare avanti anche per mesi o anni.
La stanza profonda racconta, a metà tra romanzo, saggio e memoir, un fenomeno sociale ancora presente oggi ma adesso sdoganato e diventato un’attrazione per fiere del fumetto e eventi del settore, un modo per incontrarsi e confrontarsi, per divertirsi e costruire mondi fantastici stimolando immaginazione e interazione. Non un modo per isolarsi in mondi alternativi e virtuali, quindi, ma di creare qualcosa di proprio non da soli ma in compagnia.
Del resto, di libri sui giochi di ruolo ne sono usciti davvero pochi e per questo motivo La stanza profonda è interessante sia per chi ha giocato, anche tanti anni fa, ai giochi di ruolo, il mitico Dungeons and Dragons in testa, sia per chi continua a giocare con gli amici di sempre o con nuovi amici ai giochi di ruolo, sia per sapere di più su un mondo che ha introdotto il concetto di universo virtuale oggi alla ribalta con Internet.
Del resto, è auspicabile che escano libri, saggi ma anche romanzi, che raccontino il mondo nerd in tutte le sue sfumature, non per forza celebrativi o critici, ma capaci di narrare un modo di vivere che ha accomunato persone di varie latitudini, età, culture, estrazioni sociali e culturali.
Il libro è candidato al premio Strega, difficile pensare ad una sua vittoria, ma è importante per lo sguardo che lancia su un mondo, un fandom, un fenomeno sociale. Suggestiva e pertinente la copertina di Luca Maleonte, pronta a lanciare in un universo in cui una cantina polverosa può diventare il portale di un nuovo mondo.

Vanni Santoni, classe 1978, è scrittore e giornalista. Tra i suoi lavori sono da segnalare i romanzi Personaggi precari (2006), Gli interessi in comune (2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (2011), L’ascensione di Roberto Baggio (2012), il fantasy Terra Ignota (2013) e Muro di casse (2015). Collabora con vari periodici tra cui Internazionale, Il Corriere della Sera, Il Manifesto, Vice, La Repubblica edizione di Firenze, Rolling Stone e dirige la collana di narrativa dell’editore Tunué.

Source: acquisto dell’articolista.

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:: Bookteen – Le parole del pettirosso, Anna Maria D’Ambrosio, (Giovane Holden Edizioni, 2016) a cura di Lucrezia Romussi

3 luglio 2017

1La casa emergeva dal fogliame con l’ampio cappello del tetto; era bianca e, come se porte e finestre fossero sempre aperte, il verde mai del tutto fuori. – Maddalena avrebbe voluto dargli la mano, ma lo zio camminava un po’ distaccato come rispettando un confine. – Un’estate tutta da vivere al mare: Madi avrebbe nuotato, divorato ciliegie e giocato con le onde. – Lungo un viale, un viale di platani, avrebbe detto Cecilia, ecco due in attesa di attraversare: lui controlla il semaforo, lei indugia a guardare la finestra di fronte dalle fruscianti tende in satin. – Sessantadue giorni a Natale. Considerava fra sé la maestra Bergamelli, mentre il campanello trapanava il minuto e una frotta di scolari spingeva all’ingresso. – Non sono in posa, stavano camminando qualcuno le fotografò. – In corridoio, Ninetta ebbe le vertigini, in cima a una catasta di pensieri affannosi; si sentiva in cima a una scala, obbligata a stare dove poggiava i piedi: avanti non c’erano più gradini, indietro non poteva andare. – Sulla corriera di sole donne, a parte un solitario autista, donne finalmente sole, Selene discorreva con un’amica di come moglie e marito fossero pari e perciò lei si vantava di non cucinare. – Medardo ascoltava il suono dell’acqua. – La Robazza, signorina Camilla Robazza, serrò l’uscio risoluta: che ci rimanessero gli altri a far la muffa, lei partiva per il mare! – Da quando ho lasciato il lavoro e finalmente ho iniziato a scrivere, il disagio di non sapere chi sono si è aggravato. – L’areo decollò un mattino trasparente, con un cielo così terso che le Alpi parevano in rilievo. La casa di scarso spessore, al margine del campo, veniva su dal terreno arato di fresco, dalle zolle di un umido profondo che il sole novembrino non scaldava. – Da allora ogni anno chiude alla mie spalle un cancello, separato dal precedente da un territorio nebbioso. Non so perché mi trovo qui, né quando e in quale circostanza vi arrivai. –

Sono queste le frasi inziali che inaugurano ogni racconto del nuovo libro di Anna Maria D’Ambrosio ‘’Le parole del pettirosso’’. La scrittrice ha partecipato, meritando importanti risultati, a numerosi concorsi letterari: nel 2011 vince il premio Rhegium Julii con la silloge di poesia ‘’Costretti a calpestare l’erba’’; nel 2013 è tra i finalisti del concorso Letterario Internazionale Alessandro Manzoni; mentre durante l’anno 2015 si aggiudica la finale del riconoscimento nazionale Franz Kafka. Anna Maria D’Ambrosio è in grado di cimentarsi egregiamente nella composizione di diversi generi letterari, varia, infatti, dal lirico al romanzesco, proprio a quest’ultima tipologia appartiene il testo d’esordio ‘’Devi solo cadere con me’’. Il testo preso in considerazione ‘’Le parole del pettirosso’’ è edito da Giovane Holden Edizioni, ed è stato da me acquistato in libreria. Il titolo, deriva dall’ auspicio da parte di Anna Maria D’Ambrosio che la parola giusta saltelli come un pettirosso alle menti dei lettori. ‘’Le parole del pettirosso’’ è composto da quindici storie alcune tristi, altre ironiche, talune dolci, ulteriori educative. I racconti, dunque, possono essere letti come paragrafi di uno stesso libro. In essi, le protagoniste sono le donne, rappresentate da diverse personalità. Ci sono: Maddalena, una bambina di campagna che vorrebbe diventare un albero, la quale racconta soavemente la sua infanzia; Cecilia una giovane alla ricerca coraggiosa della propria identità; donne meridionali schiette e pratiche che vantano un’umile origine; una ragazza in solitudine, la quale, però, attraverso stereotipi lessicali, riesce a sdrammatizzare con una sorprendente ironia questa sua condizione. Le pagine de ‘’Le parole del pettirosso”, quindi, affrontano diversi temi come la separazione dai nostri cari, analizzando profondamente l’eterna diatriba tra dolore e bellezza della vita, l’analisi introspettiva di se stessi, il contrasto fra sogno e realtà, illusioni e concretezza, presente e passato, il destino, la sofferenza e la speranza donando, così, una generale ma approfondita riflessione sui molteplici aspetti dell’esistenza. C’è un unico racconto con un protagonista maschile che narra la vita tra i campi faticosa e impegnativa di un contadino della pianura novarese. ‘’Le parole del pettirosso’’ è ambientato tra i territori del sud e del nord Italia, i luoghi, quindi, sottolineano marcatamente il senso dicotomico dell’intero testo. Dunque, non mi resta che augurarvi buona lettura affinché possiate godere al meglio un testo originale e creativo, che attraverso, un linguaggio semplice e, protagoniste coinvolgenti, è in grado di attuare profondi ragionamenti sull’esistenza umana.

Anna Maria D’ambrosio Nord sud: questa duplice matrice caratterizza l’opera della scrittrice, nata a Novara e di origine meridionale.
Ha partecipato e ottenuto ottimi risultati a importanti premi letterari: nel 2011 vince il Premio Rhegium Julii con la silloge di poesia Costretti a calpestare l’erba; nel 2013 è tra i finalisti del Premio Letterario Internazionale Alessandro Manzoni; nel 2015 con la silloge Di fiori e di foglie ed. Interlinea è tra i finalisti al Premio Letterario Giovane Holden e al Premio Letterario Nazionale Franz Kafka 2015. Nel 2016 esordisce nella narrativa con il romanzo Devi solo cadere con me ed. Interlinea.

Source: Libro del recensore.

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:: Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini, Francesca Romano (I Buoni Cugini Editori, 2017) A cura di Viviana Filippini

2 luglio 2017
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Ci sono persone che amano leggere. Ci sono poi persone che oltre a leggere, amano inventare storie da raccontare e anche scriverle. È il caso di Francesca Romano che ha messo su carta alcune delle favole che raccontava ai propri figli prima della buona notte. Il risultato è “Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini”, edito I Buoni Cugini Editori di Palermo. Le nove fiabe create dalla fervida immaginazione di Francesca Romano hanno per protagonisti animali e creature fantastiche che, immersi in situazioni avventurose e piene di colpi di scena inaspettati, portano sempre qualche insegnamento. Ogni storia ha al centro temi importanti presi dalla vita di ogni giorno, ammantati dalla tipica atmosfera della favola. Tanti sono i sentimenti e le emozioni messe in gioco e non a caso, l’autrice parla di amore, della ricerca della felicità, l’accettazione dell’altro e di come, a volte, certi comportamenti un po’ troppo altezzosi possano allontanare dai protagonisti – e anche un po’ da noi lettori- le persone che ci vogliono bene. Altro aspetto interessante del libro è il fatto che ognuna delle fiabe raccontate è dedicata dall’autrice a persone che lei ha incontrato nella sua vita di ragazzina, mamma, moglie e che le hanno lasciato qualche ricordo particolare e importante. “Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini” è un raccolta di favole che fanno volare il lettore piccino – ma anche adulto se il libro viene letto in coppia da genitori e figli- sulle ali della fantasia, per approdare a mondi animati da personaggi fantastici. La cosa interessante è che ognuno dei protagonisti con il proprio vissuto ha molto da insegnare a chi legge, perché anche se i vari personaggi sono un porcospino dagli aculei sì pungenti, ma dall’animo gentile; un tenero orso, forte al momento giusto; colorati fiori; principesse e corpi celesti, ognuno di loro incarna comportamenti, sentimenti ed emozioni con le quali noi possiamo facilmente identificarci. Questo a dimostrazione che la condivisione delle esperienze presentata in “Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini” di Francesca Romano è davvero molto importante per comprendere quali sono gli elementi realmente importanti da mettere in gioco per essere felici con se stessi e con il mondo che ci circonda. A rendere ancora più coinvolgenti le storie della buona notte, e perché no, del buon giorno della bresciana Romano, ci sono le belle colorate illustrazioni di Dafne Zaffuto.

Francesca Romano è nata nel 1973 e vive a Brescia. Laureata in scienze dell’educazione, lavora ai Servizi Sociali del Comune di Brescia. Mamma di due ragazzi e sognatrice compulsiva, da sempre fantastica di vivere di parole d’inchiostro. Scrive da tempo immemore nei piccoli ritagli di tempo che la vita frenetica le permette. Ama scrivere favole e si diletta esprimendo il lato oscuro con racconti gialli/thriller. Diversi suoi racconti, risultati finalisti e vincitori in concorsi letterari nazionali e internazionali, sono stati pubblicati nelle relative antologie, alcune delle quali presentate a Roma, Milano, Chiari, alle fiere dell’editoria. Ha pubblicato per Fabbri editori con racconti collaborativi. “Siamo tutti un po’ orsi un po’ porcospini” è il suo primo libro.

Dafne Zaffuto è nata a Milano 1 marzo 1979. Diplomata in grafica pubblicitaria e laureata in Filosofia (indirizzo Estetica) con diploma di Pedagogia Steineriana presso il seminario triennale di Milano, dal 2009 insegna Filosofia, Storia dell’Arte e Lettere presso la Scuola Steiner di Origlio in provincia di Lugano. Disegna da sempre con passione ed ha approfondito uno stile del tutto personale con particolare interesse all’umanizzazione degli animali. Lavora a dei piccoli fumetti brevi ed ha già illustrato delle copertine per I Buoni Cugini Editori. dafnezaffuto@gmail.com

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Pio La Torre. Ecco chi sei, di Filippo e Franco La Torre con Riccardo Ferrigato, (Edizioni San Paolo, 2017), a cura di Daniela Distefano

1 luglio 2017
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“La realtà non ha mai paura: se non la guardi, è perché sei tu ad averne”.

Chi era veramente Pio La Torre? Cosa ha rappresentato per il nostro Paese sempre deficitario di uomini veri?
Questo libro, la cui prefazione è stata affidata a Giuseppe Tornatore, cerca di fare chiarezza su un personaggio storico e venerabile.
Pio La Torre è stato l’unico parlamentare della Repubblica ucciso dalla mafia mentre era ancora in carica.
A 35 anni dalla sua morte, avvenuta il 30 aprile 1982, i suoi due figli, Franco e Filippo, raccontano l’eccezionale normalità di un eroe, di un uomo, di un padre che noi tutti abbiamo il dovere di ricordare.
La sua era una sagoma modellata sull’antimafia, ma Pio La Torre aveva anche altre manie, se così vogliamo chiamarle.
Una su tutte: la difesa dei più poveri.
Voleva uno Stato giusto, che non schiaccia i deboli e che non è debole coi forti, una società senza sfruttamento.
Se fosse nato in una città della Pianura Padana, La Torre sarebbe stato il peggior nemico degli industriali senza scrupoli; è diventato, invece, il peggior nemico della mafia e di chi se ne serviva.
L’ha combattuta perché era l’antitesi della sua fede nell’uomo.
Aveva ambizioni concrete e di enorme portata, una riforma agraria, per esempio.
L’obiettivo ossessivo era togliere la “roba” ai mafiosi perché la galera a volte era inutile: pure da dietro le sbarre si può rimanere potenti.
Qual era il suo slogan, il suo motto ancestrale?
“Tutto può cambiare”, non è vero che “non cambia nulla”.
Lo Stato, le istituzioni hanno lasciato solo Pio La Torre.
Anche Berlinguer lo disse ad alcuni compagni: “Solo adesso capisco…”, ma era tardi.
Se si fosse compreso il peso gigantesco che Pio La Torre portava sulle sue spalle, forse la mafia non avrebbe trionfato in modo così eclatante.
E’ stata una perdita per tutti, e tutti hanno contribuito a procurarla.
La retrocessione economica di questi anni, gli sbalzi sociali, la sfiducia sono l’effetto di un crollo umano: abbiamo perso coscienza della Verità.
Forse possiamo tentare di rimuoverla, ma presto o tardi dobbiamo fare i conti con il nostro passato di gente che manda a morire i fiori, per sopravvivere da soli nel deserto.

Filippo La Torre (1950) è docente di Chirurgia Generale presso la Facoltà di Medicina e Odontoiatria dell’Università La Sapenza di Roma.

Franco La Torre (1956) è esperto in cooperazione internazionale. E’ autore di “Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia (Melampo, 2015).

Riccardo Ferrigato (1986) è autore di diversi documentari per Rai Storia.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio Stampa Edizioni San Paolo.

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:: Dove comincia il mondo, Truman Capote (Garzanti, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

30 giugno 2017
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“La donna guardò fuori dalla finestra sul retro del Mill Store, concentrando l’attenzione sui bambini che giocavano allegramente nelle acque luccicanti del torrente. Il cielo era completamente sereno, e il sole del Sud caldo sulla terra. La donna si terse il sudore dalla fronte con un fazzoletto rosso. L’acqua che scorreva veloce sopra i ciottoli chiari del fondo del torrente sembrava fredda e invitante. Se ora non ci fossero quei gitanti, pensò, giuro che andrei a sedermi là per rinfrescarmi. Accidenti!
Quasi tutti i sabati la gente di città veniva in comitive a passare il pomeriggio facendo merenda sui ciottoli bianchi delle spiagge di Mill Creek, mentre i bambini giocavano nell’acqua bassa. Quel pomeriggio, un sabato verso la fine di agosto, era in pieno svolgimento un picnic della scuola domenicale. Tre donne anziane, insegnanti della scuola, correvano qua e là nel tratto in ombra, sorvegliando ansiosamente i bambini affidati alle loro cure.”

(Truman Capote, Dove comincia il mondo, Garzanti, Milano 2016, p. 21. Traduzione di Vincenzo Mantovani)

Le persone: vecchi vagabondi; pericolosi evasi; anziane donne scorbutiche ma risolute, ragazzine “apparentemente” per bene, e altre con misteriosi segreti da nascondere, vedove dal passato inaspettato e bambini soli, genitori distanti o totalmente assenti, giovani romantiche o coniugi non più tanto innamorati; e poi i luoghi: i collegi e le abitazioni private, il parco e la palude, i drugstore e le scuole pubbliche, New York e il sud, la Città e i paesi; e per finire i toni, che vanno dall’ironico al malinconico, dall’amaro all’avventuroso, dal grottesco al tragico.
A elencarne così gli elementi costitutivi, pare che ci sia poco (o troppo) da dire su Dove comincia il mondo, volume che raccoglie 14 racconti inediti composti da Capote tra il 1940 e il 1947 (e cioè tra i 16 e i 23 anni); troppo (o troppo poco) per fare un discorso generale, comunque.
Invece, a dispetto della varietà tematica, di ambientazione e di tono, Dove comincia il mondo mostra una sua coerenza interna. Sì, perché se lo stile è ancora in costruzione, la poetica di Capote appare già parzialmente definita: la si rileva, per esempio, nella preferenza accordata dall’autore ai personaggi soli e in un certo qual modo sradicati. I 14 racconti di portano tutti in scena la solitudine, l’isolamento e il senso d’inadeguatezza (temi, questi, ancora centrali nella narrativa del Capote maturo). E non importa che lo facciano rivisitando il topos dell’innocenza tradita o battendo la strada dell’amore non (più) ricambiato, della perdita di una persona cara, del passato che torna a farsi presente, dell’invidia, della noia o del senso di colpa. E poco conta che lo facciano attraverso i modi a volte acerbi dell’autore che non ha ancora trovato la sua voce (o non del tutto, non in maniera stabile), e che è pronto a sperimentare con lo stile e a cimentarsi con la costruzione degli effetti, le figure retoriche, i toni e i modi della narrazione, spaziando tra prima e terza persona, tra ricche descrizioni ambientali e costruzioni più scarne, punti di vista multipli e narrazioni “tradizionali”, attingendo a tutto l’armamentario del già scritto pur di trovare il “modo giusto”.
E poi il “modo giusto” il giovane Capote lo trova sempre, ed è per questo che bisogna leggere i suoi racconti: non solo come testimonianze dell’apprendistato di uno dei maestri della letteratura americana del ‘900, ma come testi dotati di un loro chiaro valore letterario e illuminati da un talento indiscutibile benché ancora grezzo.

Truman Capote (New Orleans 1924 – Los Angeles 1984) è una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. I suoi libri, editi da Garzanti, sono Colazione da Tiffany, Altre voci altre stanze (1948); L’arpa d’erba (1953); A sangue freddo (1966); I cani abbaiano (1976); Musica per camaleonti (1980); Preghiere esaudite (1986), romanzo che Capote scrisse poco prima di morire e pubblicato postumo; Incontro d’estate (2006), scritto nel 1943 e ritrovato solo nel 2004, tra le carte lasciate dallo scrittore nella sua vecchia casa di Brooklyn. I suoi racconti brevi sono raccolti in La forma delle cose (2007, nuova edizione con un racconto inedito 2013) e i suoi scritti giornalistici in Ritratti e osservazioni. Tra giornalismo e letteratura (2008). La più recente scoperta di testi inediti è costituita dai racconti giovanili ora pubblicati in Dove comincia il mondo (2016).
È edita da Garzanti anche la sua biografia scritta da George Plimpton: Truman Capote. Dove diversi amici, nemici, conoscenti e detrattori ricordano la sua vita turbolenta (2014).

Source: inviato al recensore dalla casa editrice, si ringrazia Bianca dell’ Ufficio stampa.

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:: Ritratti di guerra, Ángel de la Calle, (001 Edizioni) a cura di Elena Romanello

28 giugno 2017
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A Parigi si ritrovano quattro persone, quattro artisti, scampati alle dittatture del Sud America, spesso conosciute sulla loro pelle sotto forma di prigionia e tortura. Sono quattro anime morte, con delle ferite interiori inenarrabili: non sono più loro, hanno perso tutto, campano alla meno peggio, sono considerati morti nei loro Paesi, senza patria e senza identità, anche se hanno avuto salva la vita.
In parallelo si snoda la ricerca di un giovane Angel Del Calle, a Parigi, per ricostruire la vita di Jean Seberg, attrice ribelle del cinema americano, interprete cult di Fino all’ultimo respiro di Godard, morta in circostanza misteriose, forse eliminata da quella stessa CIA che dà la caccia agli esuli sudamericani dopo aver favorito le svolte dittatoriali in Cile e Argentina.
La storia si snoda su vari filoni paralleli, c’è la ricerca su Jean Seberg, le vite sospese degli scampati alle torture, di cui nessuno vuole sentire parlare, ma anche un prologo in Cile, con un ospite alla festa di una villa dove ci sono degli strani cali di tensione che scopre l’inferno di torture nascoste nelle cantine, sentendo anche aguzzini che non si fanno scrupoli a fare cose inenarrabili, e con un finale di nuovo con i torturatori del regime in tempi recenti, a parlare dei loro orrori con un’agghiacciante normalità. Tra i tanti personaggi emerge quello di Marga, attivista sociale e insegnante di pittura nei quartieri più poveri, che fugge dopo sevizie e prigionia, portando via con sé dei documenti incriminatori per il regime, altra figura femminile interessante dopo la Tina Modotti già raccontata dall’autore.
Nelle pagine di Ritratti di guerra emerge la storia di una generazione perduta, i giovani idealisti, impegnati socialmente o anche soltanto non allineati con le dittature latinoamericane, attraverso citazioni artistiche e letterarie, ma anche raccontando che rapporto c’è tra creazione artistica e realtà, come si può essere artisti in un mondo in cui non viene ascoltata la tua voce come vittima di orrori e che alla fine ha negato la tua identità.
Un’opera potente, dura, a tratti insostenibile, ricca di riferimenti, di denuncia senza retorica, un ricordo di una pagina troppo presto rimossa, con la fine di una generazione e dei suoi ideali che ha pesantemente influenzato il dopo, fino al mondo globalizzato e spietato di oggi. Da leggere da parte di chi ricorda gli anni Settanta e la disillusione degli anni Ottanta, ma anche per chi vuole sapere di più di un tempo la cui ombra nera è arrivata fino ad oggi, in una graphic novel che alza l’asticella su cosa si può raccontare e rappresentare. E anche per, come dice un personaggio “Raccontare le storie serve per restituire l’identità, per dire chi siamo e chi siamo stati. Credo che quando non si può raccontare la verità, sia meglio non raccontare nulla.

Angel de la Calle, asturiano, ha cominciato a pubblicare fumetti negli anni Ottanta, collaborando a riviste come Ramala, Comix International, Zona 84, El Vibora e Heavy Metal ed è stato condirettore della rivista sui fumetti Dentro la Viñeta. Oggi si occupa di illustrazione, grafica e pubblicità ed è direttore della Semana Negra di Gijón. Con la 001 edizioni ha già pubblicato Tina Modotti, mentre Ritratti di guerra è il frutto di un lavoro ventennale.

Source: omaggio al recensore della casa editrice 001 edizioni, si ringrazia Antonio Scuzzarella.

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:: Sei Quattro, Hideo Yokoyama (Mondadori, 2017), a cura di Micol Borzatta

27 giugno 2017
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Mikami Ayumi dopo aver passato una nottata intera seduta al buio in un angolo della sua camera distrutta a prendersi a pugni la faccia e a graffiarsela, urlando che voleva morire per non avere più quel viso che riteneva orrendo, sparisce all’improvviso.
Qualche giorno dopo il padre, il capo ufficio stampa della polizia regionale Mikami Yoshinobu, viene chiamato da un collega a causa del ritrovamento di una ragazza annegata nel Lago del Karma.
Mikami arriva in obitorio terrorizzato, ma il cadavere non è quello di sua figlia.
Tutto questo lo porta a rivivere un vecchio caso del 1989, in cui una bambina è stata rapita, e nonostante i genitori abbiano pagato il riscatto, la piccola è stata ugualmente uccisa.
Il caso aveva fatto ancora più scalpore per essere l’unico caso mai chiuso in una società in cui vigeva la regola di non lasciare mai un caso impunito.
A Mikami iniziano a tornare in mente tutti i ricordi del caso per trovare eventuali falle.
Romanzo giallo molto particolare, quasi epico, che vuole raccontare, e in alcuni punti denunciare, i rapporti relazionali all’interno delle istituzioni e della società giapponese.
Paragonato ai libri di Larsson per la sua intensità, possiamo trovare al suo interno una classica struttura a incastro dove ogni parte è necessaria per mantenere il giusto equilibrio, come in una Torre Jenga.
Precursore del genere bureaucracy thriller, Sei Quattro sa come catturare il lettore e come tenerlo legato a sé.

Hideo Yokohama nasce nel 1957.
Prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, e uno dei più noti in Giappone, è stato per dodici anni un giornalista d’inchiesta.
Molto legato all’etica lavorativa rigorosa, l’ha trasportata nei suoi romanzi condizionando i suoi personaggi.
Sei Quattro è il suo sesto libro.

Source: omaggio dell’editore al recensore. Ringraziamo Anna dell’ Ufficio stampa Mondadori.

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:: Le Pietre, di Claudio Morandini, (Exòrma Edizioni, 2017) a cura di Federica Belleri

24 giugno 2017
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Dopo “Neve, cane, piede” torna Claudio Morandini con una bellissima storia, legata alla sua amata Valle d’Aosta. È il racconto del quotidiano di due villaggi, uno a valle, l’altro a monte. È il tempo che passa con il trascorrere delle stagioni. È il paesaggio che muta e la montagna che respira e si sposta. Come le pietre, che rotolano a valle e si trasformano in un grande pericolo. Pietre che non si fermano e sembrano avere una vita propria. Cambiano forma, crescono in dimensione. Scottano al sole e si muovono per cercare refrigerio all’ombra. Odiarle o amarle? Sono arrabbiate con gli abitanti? In qualche modo hanno mancato loro di rispetto? Vivere in paesi così originali o trasferirsi in città? Tradizioni contrapposte ai cambiamenti. La forza della natura contro le competenze dell’uomo. Chi vincerà? Preoccupanti rumori notturni disturbano il sonno e provocano ansia. Che sia il diavolo? O un fantasma? Curiosità, rabbia, istinto di sopravvivenza. Una valle sconvolta da un inspiegabile fenomeno. Personaggi intrecciati e amalgamati in un ambiente unico e speciale. Uomini e donne semplici, pieni di voglia di fare, e di domande alle quali cercano disperatamente di dare una risposta. Illusioni e sospetti.
Ragazzi che amano la montagna e non hanno alcuna intenzione di andare via, nonostante tutto. E una voce narrante solare, carica di simpatia e di attenzione ai particolari, capace di portare il lettore per le strade di questi paesi, all’interno delle case, delle osterie, ad affacciarsi alla finestra per salutare chi passa. Come la maestra insegnava, una storia bisognava saperla raccontare bene …
Lettura davvero singolare, che vi consiglio.

Claudio Morandini, «uno dei romanzieri più competenti e spiazzanti nel nostro panorama letterario» secondo la rivista «Pulp», è nato ad Aosta nel 1960. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Le larve (2008), Rapsodia su un solo tema (2010), A gran giornate (2012). A proposito di quest’ultimo, Paolo Morelli ha scritto su «Il Manifesto»: «Bisogna scovare negli anfratti i libri che affermano il potere conoscitivo della fantasia, libri innamorati che portano con sé le parole del mondo e ne propongono una lettura. Ogni volta è una contentezza trovarli, come nel caso di Claudio Morandini». Suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste o sono disponibili in rete. Collabora con il blog Letteratitudine e con le riviste online «Fuori Asse», «Diacritica» e «Zibaldoni e altre meraviglie». Il suo sito è http://claudiomorandini.com.

Source: omaggio dell’editore al recensore.

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:: Eluana 6233 giorni, Claudio Falco, Marco Ferrandino, Martina Sorrentino (001 Edizioni, 2015) a cura di Elena Romanello

24 giugno 2017
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Il caso di Eluana Englaro, ragazza poco più che ventenne rimase vittima di un incidente nel 1992 finendo in uno stato vegetativo permanente in cui è rimasta fino al 2009 quando il padre è riuscito ad ottenere che si ponesse fine ad una pena di vita crudele, resta uno dei più toccanti ma anche vergognosi sul tema del fine vita non solo nel nostro Paese.
Per non dimenticare una questione che resta ancora aperta, visto che in Italia non c’è ancora una legge su fine vita e testamento biologico, la 001 Edizioni presenta una graphic novel che racconta la persona Eluana e soprattutto il calvario attorno alla sua agonia, dopo la tragica fatalità di un incidente non prevedibile che aveva posto alla sua vita allora.
Una storia restituita con efficacia, con uno stile di disegno realistico ma nello stesso tempo essenziale e una trama che ricorda gli snodi fondamentali di una battaglia di civiltà di un uomo, il papà di Eluana, solo contro burocrazia e bigottismo, ricordando cosa la figlia aveva detto di fronte ad una tragedia simile poi alla sua che aveva colpito un coetaneo.
Una graphic novel interessante per chi magari era troppo giovane allora, sono passati otto anni, ma anche per chi non vuole dimenticare un momento in cui si è visto in Italia il meglio e il peggio, raccontato tramite lo strumento delle nuvole parlanti, non certo meno efficace della pagina scritta, anzi, che si distingue per efficacia e concisione.
La narrazione a fumetti è corredata da un’introduzione di Maurizio Mori, professore di Bioetica all’Università di Torino e socio fondatore della Consulta di Bioetica, nonché suo presidente dal 2006 che ricorda l’importanza ancora oggi della vicenda di Eluana Englaro, da un intervento di Pina Florenzano, odontoiatra forense e fondatrice della sezione campana della Consulta di Bioetica, da cenni sullo stato delle leggi sul fine vita in Italia, da una bibliografia, ma anche da un’intervista a Beppino Englaro e dall’ultima lettera che Eluana scrisse ai suoi genitori per l’ultimo Natale che passò da viva.
Il fumetto ricostruisce la vicenda di Eluana attraverso alcuni nodi fondamentali, ma non si chiude con la sua morte, ma sulla sua nascita, con lei neonata vicino a quella che diventerà poi una sua amica nel reparto maternità, per ricordare che se è sacrosanto e naturale metterci nove mesi per nascere, è disumano e innaturale metterci 6233 giorni per morire.

Claudio Falco, napoletano, classe 1958, è medico ematologo all’ospedale Cardarelli di Napoli e sceneggiatore Bonelli per Dampyr. In passato ha collaborato con la Tornado Press.

Marco Ferrandino, anche lui napoletano, classe 1976, è autore e sceneggiatore di fumetti.Tra i suoi lavori ricordiamo la campagna RED per le donazioni del sangue e Le avventure di Neo, per sensibilizzare per la prevenzione del melanoma.

Martina Sorrentino studia pittura all’Accademia di Belle Arti di Napoli, si è specializzata in linguaggio del fumetto presso la Scuola italiana di Comics e pubblica sul mensile ecologista Terra.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa di 001 edizioni, si ringrazia Antonio Scuzzarella.

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