Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: L’ultima oasi, Alfonso Zarbo, (Gargoyle, 2016) a cura di Elena Romanello

16 Maggio 2017
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La rinata Gargoyle Books continua le sue pubblicazioni con un nuovo titolo fantasy, opera di un autore già noto in rete per il suo interesse e la sua competenza in materia, che riversa in un blog di riferimento per i cultori.
L’ultima oasi di Alfonso Zarbo porta in un mondo di un futuro remoto, governato da regole particolari, dove Il sole rischia di esplodere, ed è la luce a far paura per la prima volta nella storia, con un caldo che s’insinua negli stracci dei poveri e nelle corazze dei cavalieri, che distrugge i raccolti e la possibilità di sostenarsi, che prosciuga mari e oceani.
L’unico posto dove tutto regge ancora è quello chiamato Ultima Oasi, angolo di vita in mezo alla devastazione: ma il destino di questo posto e del mondo intero è in mano a due ragazzi, che dovranno incontrarsi per poter salvare le loro vite e le vite di tutti.
Da una parte c’è Arkan, che vive in esilio nel deserto, che non ricorda il suo passato di principe di Ultima Oasi, e che si dedica a difendere i confini dell’ultimo impero prima della sabbia dai predoni. Dopo la morte del suo tutore parte per Ultima Oasi per avere dei rinforzi, insieme ad un tuareg, ad una schiava giunta dal nulla e dalla sua tigre. Ma ognuno di loro nasconde un segreto. Dall’altra c’è Dhaki, l’erede legittimo, soldato addestrato che si sente tradito, e forse solo Arkan potrà aiutarlo.
Il fantasy negli anni si è presentato in varie forme e storie, e non sono ancora esaurite le sue posizioni: interessante che Alfonso Zarbo abbia scelto un’ambientazione non in qualche landa stile celtica o nordica, ma vicina al mondo arabo e delle Mille e una notte, tutto da scoprire come immaginario fantastico.
Interessante anche la prospettiva quasi apocalittica, non sempre presente, se si esclude un Terry Brooks, che ha immaginato il mondo di Shannara dopo una catastrofe nucleare, o Jack Vance che ci ha portati su una Terra morente. Qui il pericolo sta incombendo, sta arrivando e bisogna scongiurarlo, in un microcosmo di intrighi non lontano da quelli a cui ci ha abituati il genere.
Una storia interessante per gli amanti del genere, ma anche per neofiti può essere una bella scoperta, soprattutto se si è lettori curiosi e amanti delle infinite variazioni che le storie possono offrire.

Alfonso Zarbo vive a Lenno, sul Lago di Como. Ha cominciato a scrivere fantasy nel 2008 e non ha più smesso, trasformando questa passione nel suo lavoro.
Ha scritto per «Fantasy Magazine» e curato collane e antologie per la piccola editoria. Sua la raccolta di racconti fantasy Schegge illustrata da Paolo Barbieri. Per Gargoyle Books ha pubblicato il romanzo breve Ultima Oasi.
Ora è consulente sulla saga cult Il trono di spade per Mondadori e co-curatore della collana TrueFantasy di Watson edizioni. A questo affianca il lavoro come doppiatore e speaker.

Source: omaggio dell’editore si ringrazia Sergio Vivaldi dell’ufficio stampa.

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:: Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa, Martin Pollack, (Keller, 2017) a cura di Viviana Filippini

13 Maggio 2017
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Galizia un nome che spesso ci è capitato di sentire e che corrisponde ad un luogo che molti di noi non hanno mai visitato. Galizia, intendo quella terra compresa tra Polonia e Ucraina, è la protagonista del libro “Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa” di Martin Pollack, pubblicato da Keller editore. Il testo è un vero e proprio mix di itinerari e di racconti del passato che portano il lettore a rivivere e conoscere il cuore di quella che fu tra il 1772 e il 1918 la più grande e popolosa provincia dell’Impero Austro-ungarico. Ciò che emerge dalla pagine è l’immagine di una terra ormai scomparsa per sempre ma, allo stesso tempo, essa era la culla della cultura di un Europa in fermento. Il libro di Pollack è interessante perché ripercorre in lungo e in largo la terra della Galizia attraverso itinerari ferroviari e grazie al recupero di testi (romanzi dell’epoca, vecchi reportage di viaggio, articoli di giornale) che raccontano i fatti di cronaca di un tempo e ricostruiscono le peculiarità della Galizia stessa come fu. Quella che emerge è l’immagine di una terra attraversata da una ragnatela di linee ferroviarie e da tante popolazioni diverse contraddistinte da usi e costumi specifici che permettevano a queste etnie di essere facilmente riconoscibili da tutti. C’erano per esempio gli Huzuli, uomini e donne, che avevano capelli lunghi, pantaloni rossi, camicie bianche e abiti tutti intrisi di burro e cenere. Accanto a loro i Ruteni (un popolazione slava orientali oggi corrispondente agli ucraini) e anche tanti ebrei. A confermare la varietà delle etnie presenti in Galizia ci pensavano anche le tante lingue parlate che il viaggiatore poteva udire pure stando in un solo posto. Da una parte, nel corso della sua storia, la Galizia subì le pressioni degli Stati che la circondavano e che facevano di tutto per imporre i loro usi, costumi e abitudini. Dall’altra, non mancarono da parte galiziana esplicite volontà di imporre e far valere la propria identità, autonomia e indipendenza, tanto è vero che la Galizia riuscì a divenire una provincia autonoma dell’Impero austroungarico dal 1873. Un fatto molto importante che permise di bloccare il processo di germanizzazione messo in atto da altri Stati pronti a dominarla. Questo volume, corredato anche da foto che mostrano i luoghi e le persone dell’antica terra, ha per protagonisti una serie di testi di quegli autori molto legati alla terra galiziana perché ci sono nati o ci hanno vissuto (Henry e Joseph Roth, Paul Celan, Bruno Schulz, Ivan Franko per citarne alcuni) che, con i loro scritti, ci hanno lasciato la testimonianza di una terra ormai scomparsa per sempre. “Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa” di Pollack è un viaggio fisico, filosofico ed emotivo nella memoria in luoghi che nel corso del tempo hanno cambiato aspetto, denominazione e struttura, ma nei quali si riverbera sempre un po’ del passato andato, ma mai scomparso del tutto a dimostrazione che la radici di ieri vivono ancora nell’oggi. All’interno un testo di Claudio Magris. Traduzione Fabio Cremonesi.

Martin Pollack è nato nel 1944 a Bad Hall, ha studiato slavistica e storia dell’Europa orientale. È traduttore dal polacco, giornalista e scrittore. È stato corrispondente dall’estero per la rivista «Spiegel» a Vienna e a Varsavia, tra il 1987 e il 1998. Durante la sua carriera ha ricevuto diversi premi per il suo impegno e lavoro. Vive a Vienna e Stegerbasch, nel Burgerland meridionale. Tra le sue pubblicazioni in Italia Il morto nel bunker (Bollati Boringhieri, 2007) Paesaggi contaminati (Keller, 2016) e Galizia (2017)

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

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:: Intrigo a Ischia, di Piera Carlomagno, (Centauria, 2017) a cura di Federica Belleri

12 Maggio 2017
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Ischia, estate 1999. La cronaca nera si occupa di un misterioso delitto all’hotel Mikadi.
Lussuoso e dall’invidiabile posizione, è di proprietà della famiglia Scotto De Falco. Mina, la matriarca, viene ritrovata cadavere nella bellissima piscina dell’hotel. La ricchezza e il buon nome dei De Falco, vengono minacciati da questa terribile vicenda. Dove sta la fama di questa casata di costruttori senza scrupoli e dalle dubbie licenze? Come si sono procurati tutto il denaro che possiedono?
Il commissario Ernesto Baricco si occupa del caso. Bell’uomo, cinquantenne di Torino,trapiantato a Napoli; numerosi i suoi arresti nella malavita napoletana, tra informatori bizzarri e donne che si strappano le vesti. Baricco e Napoli, che in qualche modo lo accoglie. La sua Napoli, fra mille contraddizioni e pericoli. La sua città, fra vicoli odorosi e tradizioni da tramandare. Sul luogo del delitto, perché di delitto si tratta, compare Annaluce Savino, cronista di nera de Il Mattino. È in vacanza proprio nell’hotel in questione, e non manca di intromettersi facendo domande e scrivendo articoli che fanno imbestialire il commissario. Fra i due c’è un rapporto piuttosto difficile. L’indagine ha inizio, tra forze dell’ordine e medico legale. È un’indagine a 360 gradi, che scansiona tutta la famiglia Scotto De Falco e la pone sotto i riflettori, anche dei giornali scandalistici. Egoismo, denaro e fama, portano gli attori protagonisti sullo stesso palcoscenico, per recitare una parte molto diversa dalla loro vita reale. Al punto tale da confondere il commissario Baricco, creando dubbi e lasciandolo perplesso di fronte a qualcosa che gli sfugge. Già, ma cosa?
Famiglie di camorra, sospetti e capricci. Donne seducenti e pericolose contro uomini schiacciati dal peso di pretese troppo gravose. Abbandoni e preghiere. Femminielli e sacralità. Protezione e sfortuna. Rispetto e riconoscenza. Legami famigliari e feste comandate. Mistero e culto dei morti.
Napoli, da vivere in ogni quartiere, sopra e sotto. Carcere compreso. Segreti, motivo di rivalità e odio. Due verità, due modi diversi di osservare la stessa scena, o lo stesso soggetto …
La capacità di qualcuno, di allontanare Baricco dalla verità stessa. La scoperta, orribile, della sofferenza e l’inquietudine ansiosa di afferrare ciò che ci è stato portato via. Il riappropriarsi di una vita che ci spetta da sempre.
Piera Carlomagno ci accompagna in modo fermo ma delicato nella vita passata e presente degli Scotto De Falco. Intrigo a Ischia è un giallo ricco di suoni e profumi, di sfumature e colori decisi. È un giallo di passioni e di segreti, di odio e amore.
Lettura assolutamente consigliata.

Piera Carlomagno, giornalista professionista, scrive su «Il Mattino» di Napoli. Grazie ai precedenti romanzi con protagonisti il commissario Baricco e Annaluce Savino, Le notti della macumba (2012) e L’anello debole (2014), ha vinto numerosi premi. È presidente dell’associazione noir «Porto delle nebbie», che cura la sezione «Largo al giallo» del Festival Salerno Letteratura. È laureata in lingua e letteratura cinese e ha tradotto un’opera teatrale dello scrittore Premio Nobel Gao Xingjian.

Source: omaggio al recensore da parte dell’autore.

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:: La ragazza di prima, J P Delaney, (Mondadori, 2017) a cura di Micol Borzatta

10 Maggio 2017
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Londra passato.
Emma e Simon sono una giovane coppia. Dopo che una notte due delinquenti sono entrati in casa, sorprendendo Emma da sola, decidono di cambiare casa.
Dopo aver girato varie case, senza trovare quella giusta, si imbattono in un appartamento tutto tecnologico in Folgate Street numero 1 in cui Emma si trova subito al sicuro.
Per poter affittare la casa devono superare vari step: il primo è rispondere a un questionario, il secondo superare un colloquio con il padrone di casa e il terzo accettare una serie di regole intransigenti e molto ferree.
Emma e Simon riescono a superare tutti gli step e trasferirsi nella nuova casa, ma per una serie di vicissitudini legate alla rapina subita precedentemente la loro storia finisce.
Emma, ritrovatasi sola e subendo un corteggiamento da Edward, il padrone di casa, inizia con lui una strana relazione, che però finisce con la morte di lei. Morte che non si sa se accidentale o provocata.

Londra oggi.
Jane ha poco più di trent’anni. Dopo aver partorito una bambina morta, di cui il padre era il suo capo, decide di licenziarsi e cambiare casa.
Anche lei si imbatte nell’appartamento tecnologico di Folgate Street numero 1, vuoto da più di un anno, e si prepara ad affrontare tutti gli step per poterla affittare.
Dopo aver superato tutti i passaggi Jane si trasferisce immediatamente. Tutto è stupendo e sembra andare per il meglio, se non fosse che per un mese intero, una volta a settimana trova un mazzo di fiori fuori casa senza nessun biglietto. All’inizio crede che sia un regalo di Edward, ma con il passare delle settimane inizia a dubitarne. Chiamando il fioraio, il cui nome è stampato sulla carta, scopre che loro non hanno mai consegnato nulla. Dopo un mese finalmente nel mazzo di fiori compare un biglietto destinato a una certa Emma.
Jane è impaurita e incuriosita, così la settimana successiva riesce a beccare chi mette i fiori e a chiedergli come mai continui. Viene così a scoprire che Emma è una ragazza che ha abitato in quella casa e in quella casa è morta assassinata.
Incuriosita Jane inizia a indagare sul passato della casa, e quando inizia una relazione con Edward, continua a farlo di nascosto essendo anche lui coinvolto negli avvenimenti.
Durante le indagini Jane scopre che sia la moglie morta di Edward che Emma le assomigliano molto, e come lei anche Emma aveva avuto una relazione con Edward.

Romanzo molto entusiasmante che ha saputo colpirmi e rapirmi totalmente, al punto che l’ho letto in un pomeriggio.
Fin da subito incuriosisce con la descrizione della casa da parte degli agenti immobiliari. Infati, nonostante il titolo sia legato a una delle protagoniste, la vera protagonista in assoluto di tutto il romanzo, per me, è proprio la casa. Tutto gira intorno a lei.
Effettivamente, come dicevo, il titolo richiama la fissazione di Jane per Emma, e la storia si svolge alternando capitoli che narrano di una ai capitoli che narrano dell’altra, ma ogni scelta fatta, ogni decisione presa da ogni singolo personaggio è legata alla casa, che perde il suo ruolo di dimora, ma diventa una scuola di pensiero, un rifugio mentale diverso dal canonico, uno stile di vita che obbliga prima di tutto a un viaggio interiore, a una conoscenza profonda di se stessi, per poter rinascere.
Rinascita che come vediamo non è così scontata, infatti c’è chi esce distrutto da tutta questa consapevolezza del proprio io e chi invece fa i passi giusti e ne esce fortificato, accresciuto e arricchito.
Descrizioni e colpi di scena sono talmente ben fatti e ben posizionati che non saltano subito all’occhio, ma penetrano dentro la mente del lettore senza che se ne accorga, così ci ritroviamo a vivere dentro il romanzo, a porci le stesse domande di Jane ed Emma e a percepire le atmosfere e le ambientazioni tutte attorno a noi come se fossero reali.
Una scrittura lineare e semplice permette di non interrompere il pathos e l’atmosfera, così che ci si possa immergere e assaporare parola dopo parola.
Un thriller che è anche una scuola di vita e che merita il posto tra i migliori romanzi dell’anno.

Joseph Henry Delaney nasce a Preston nel 1945.
Finito il Preston Catholic College inizia la sua carriera lavorativa come tecnico e riparatore mentre nel frattempo si laurea alla Lancaster University, che gli permette successivamente di iniziare a lavorare come insegnante di Inglese al Blackpool Sixth Form College.
La sua carriera di scrittore la inizia sotto lo pseudonimo J. K. Haderack, ma dal 2004 decide di usare il suo vero nome per le sue pubblicazioni.
La sua prima saga, The Wardstone Chronicles, è tradotto in 24 paesi vendendo più di un milione di copie, che gli permette dall’uscita del secondo volume di ritirarsi dall’insegnamento e diventare scrittore a tempo pieno.

Source: pdf inviato al recensore dall’ufficio stampa Mondadori, ringraziamo Anna.

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:: Mia figlia, don Chisciotte, Alessandro Garigliano, (NN editore, 2017), a cura di Viviana Filippini

9 Maggio 2017
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Un padre disoccupato fa lavoretti saltuari per contribuire alla vita familiare però, alla figlia di tre anni lui racconta storie con cavalieri, re, regine e, come le chiama la piccoletta, tante “Principeffe”. Questo padre che si finge professore universitario impegnato in una importante ricerca letteraria è il protagonista di “Mia figlia, don Chisciotte” di Alessandro Garigliano edito da NN editore. L’uomo stravede per la sua bimba, per il coraggio che la anima e che la porta a non avere, a differenza di lui adulto e insicuro, paura del mondo che la circonda. Garigliano sviluppa un intreccio narrativo nel quale si alternano i momenti di vita di ogni giorno vissuti dal protagonista con la propria piccoletta, a parti che hanno invece più la natura di saggio letterario dedicato alla figura di Don Chisciotte della Mancia, uno dei personaggi fra i più importanti della letteratura mondiale, nato dalla mente di Miguel de Cervantes Saavedra. Leggendo il libro ci si accorge di come il narratore svolga una doppia analisi, nel senso che il padre finto professore narrando il proprio rapporto padre e figlia, mette in relazione il loro agire a quello dei personaggi del romanzo spagnolo seicentesco che sta analizzando. In questo modo il narratore, un po’ imbranato, timoroso che qualcosa di imprevisto possa accadere a loro, si paragona allo scudiero Sancho Panza, mentre l’impavida figlia che non ha paura di nulla è un Don Chisciotte in gonnella. Ad un certo punto nel romanzo si percepisce una sorta di svolta, nel senso che è sempre presente la riflessione sul cavaliere spagnolo e sul suo essere un sognatore, però si ha come la sensazione che il narratore protagonista cominci a dedicare molta importanza alla ricostruzione dei fatti e degli eventi che caratterizzarono la gravidanza della moglie e che portarono alla nascita e alla vita della figlia. Quello che emerge è ancora un volta la grande temerarietà e il forte attaccamento alla vita della piccoletta che, già durante la gestazione e il parto, si trovò ad affrontare delle difficoltà. La bimba è valorosa da subito, il padre è invece troppo premuroso, sempre minato da una specie di preoccupazione e di timore cronici nell’affrontare la vita, perché in lui c’è la consapevolezza che non solo sarà responsabile per se stesso e per la moglie. Ci sarà nelle loro esistenze adulte, una nuova vita da amare, curare e proteggere: la figlia. Saranno proprio il coraggio di questa piccola vita da accudire a far capire al narratore aspirante scrittore saggista che il ruolo primario del suo esistere sarà quello di essere padre/scudiero di una figlia/cavaliere audace come Don Chisciotte della Mancia. “Mia figlia, don Chisciotte”, di Alessandro Garigliano è un romanzo-saggio, con sfumature ironiche, nel quale il rapporto tra verità esistenziale e fantasia sono usati dall’autore per raccontare il legame viscerale tra un padre e una figlia, simile alla passione cronica che il narratore ha per la letteratura, e come dal mondo di parole scritte e lette lui riesca a trovare gli strumenti per fare la cosa più importante: il genitore.

Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Misterbianco. Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa NN editore.

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:: Le bambine dimenticate, Sara Blaedel (Fazi, 2017) a cura di Micol Borzatta

9 Maggio 2017
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Louise Rick, agente del Dipartimento Investigativo della Polizia di Stato, viene convocata dal medico legale dopo il ritrovamento del cadavere di una donna sconosciuta.
Louise ed Eik Nordstrom, il suo partner, decidono di inviare una foto della donna a tutte le testate giornalistiche, in modo da chiedere aiuto ai cittadini per il riconoscimento.
Vengono così a sapere che si tratta di Lise Andersen, che risulta morta insieme alla gemella Mette a diciassette anni e mezzo, e che era ricoverata dall’età di tre anni a Eliselund, un ricovero per minorati mentali, a causa di imprevisti durante il parto della madre che ha causato danni al cervello a lei e alla gemella.
Le gemelle, a Eliselund, erano considerate bambine dimenticate, ovvero facevano parte di quel gruppo di pazienti che non avevano più nessun rapporto con la famiglia, a volte per volere della famiglia, a volte per imposizione della direttrice.
Ovviamente il certificato di morte è falso, visto che il cadavere ha circa quarant’anni ed è morto due giorni prima.
Louise ed Eik iniziano allora a indagare per trovare anche la gemella, ipotizzando la falsità anche del suo certificato.
Romanzo molto coinvolgente e particolare per il suo genere.
Per essere un thriller nordico, infatti, ha un ritmo molto veloce e scorrevole, molto più americano rispetto a quello che altri autori del genere ci hanno abituato.
Le descrizioni sono molto minuziose, portando a vivere appieno e in prima persona ogni emozione dei personaggi, provando così la rabbia e l’angoscia di Louise, la calma, a volte apparente, di Eik e la curiosità di Camilla. Stesso discorso vale per le ambientazioni che sembra di poterle toccare con mano, come se ci stessero circondando per tutta la durata della lettura.
Unica critica che mi viene da fare, ma è solo un giudizio personale, secondo me l’autrice avrebbe potuto approfondire maggiormente la parte relativa a Eliselund, descrivere più approfonditamente quello che avveniva e come erano trattati i bambini ricoverati, per il resto il romanzo è eccezionale e colpisce appieno coinvolgendo fino all’ultima molecola, tant’è che una volta iniziato non si può più smettere di leggerlo.

Sara Blaedel nasce nel 1964 a Copenhagen e cresciuta a Hvalso in Danimarca dove ambienta tutti i suoi romanzi. Autrice danese è molto conosciuta per la serie di romanzi gialli con protagonista Louise Rick.
Figlia di un giornalista e di un’attrice, ha ricevuto in Francia numerosi premi e i suoi libri sono tradotti in 31 paesi.

Provenienza: pdf inviato dall’editore al recensore, si ringrazia Cristina dell’ Ufficio Stampa Fazi.

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:: Review Party – Una famiglia diabolica, Salvo Toscano (Newton Compton, 2017)

8 Maggio 2017

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Dopo Insoliti sospetti e Falsa testimonianza, sempre edito da Newton Compton, nella collana First esce un nuovo giallo del giornalista Salvo Toscano, semifinalista al Premio Scerbanenco, dal titolo Una famiglia diabolica. Per l’uscita di questo libro Newton Compton ha organizzato un nuovo Review Party, che vede coinvolti oltre al nostro blog, La Fenice Book, Il flauto di Pan, Libro Fatato, e Penna d’oro. (Vi consiglio di visitarli per conoscere e confrontare i giudizi). Allora comincio col dire che non conoscevo Salvo Toscano, perlomeno non avevo letto ancora nulla di suo, sebbene abbia all’attivo diversi libri, oltre a quelli pubblicati con Newton Compton. E devo dire che mi piace come scrive, proprio a livello di scrittura, affatto banale e piuttosto ironica. Insomma congegnale ai miei gusti, sebbene non legga molti gialli classici di ambientazione italiana. Toscano ambienta le sue storie in Sicilia, ma a differenza di Camilleri, che utilizza spesso il dialetto siciliano proprio nella struttura narrativa, rendendomelo di difficile comprensione, le poche volte che mi sono cimentata, Toscano scrive in italiano, prevalentemente, non ostante qualche parola in dialetto la utilizzi, ma parole credo ormai entrate nel gergo comune. Insomma anche se non conoscete il dialetto siciliano, la comprensione è immediata e diretta. Lo stile è fluido, essenziale, adatto a una storia di indagine condotta oltre che dalle forze dell’ordine da due personaggi (i fratelli Corsaro) che si alternano in prima persona nella narrazione, rendendo pittoresche e personali le loro osservazioni, e il loro modo di affrontare la vicenda. Insomma se amate il giallo classico, di ambientazione italiana, è un libro che potrebbe farvi passare ore piacevoli. Si legge velocemente, scorre verso la verità, che come tradizione si scoprirà nelle ultime pagine. Le parti narrate da Roberto Corsaro (l’avvocato) le ho trovate più interessanti di quelle del fratello Fabrizio (il giornalista), ma nel complesso ben si amalgamo nell’intrecciare questo rapporto tra fratelli un po’ lontani che si avvicinano per scoprire la verità. Senza anticipare troppi colpi di scena, posso dire che la storia inizia a Palermo, narrata da Roberto Corsaro. Una sua carissima amica, Valeria, per motivi di salute non può accompagnare la sorella Greta a Sperlinga, un antico e bellissimo borgo medievale in provincia di Enna, per la divisione di un’ eredità. Così chiede a Roberto Corsaro di rappresentarla e difendere Greta dal parentado, che ben presto si rivelerà una manica di arpie. Tra segreti di famiglia, veleni, e colpi bassi, l’omicidio di zia Rosetta, una dei beneficiari della ricca eredità lasciata da zia Fifi (davvero morta per cause naturali?), innescherà le indagini che porteranno a imprevedibili sviluppi che certo non vi anticipo. Ma la prima domanda è chi ha ucciso zia Rosetta, e soprattutto perchè? I sospetti sono circoscritti, come trazione vuole, nessuno è al di la dei sospetti e tutti bene o male hanno qualcosa da nascondere. Starà al duo Corsaro capire il chi, come, cosa, e nessuno di noi dubita che ci riusciranno. Buona lettura!

Salvo Toscano, giornalista, ha già pubblicato i romanzi Ultimo appello, L’enigma Barabba e Sangue del mio sangue. È stato semifinalista al Premio Scerbanenco e finalista al Premio Zocca Giovani. Con la Newton Compton ha pubblicato Insoliti sospetti, Falsa testimonianza e Una famiglia diabolica. È stato tradotto nei Paesi di lingua inglese. Il suo sito è http://www.salvotoscano.com

:: Canale Mussolini. Parte seconda, Antonio Pennacchi, (Mondadori, 2015), a cura di Daniela Distefano

8 Maggio 2017
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25 maggio 1944 – ultimo giorno di guerra a Littoria, nel breve intervallo tra la partenza dei tedeschi e l’arrivo in città degli angloamericani – Diomede Peruzzi entra nella Banca d’Italia devastata e ne svaligia il tesoro. E’ qui che hanno inizio – diranno – la sua folgorante carriera imprenditoriale e lo sviluppo di Latina tutta. Ma sarà vero?
Intanto, la guerra continua. E’ una guerra di liberazione, ma anche un conflitto civile crudele e fratricida. E la famiglia Peruzzi è schierata su tutti i fronti. Paride al nord nella Rsi – mentre sogna di tornare dall’Armida e da suo figlio – perseguita i partigiani. Suo fratello Statilio combatte i tedeschi in Corsica.
Il cugino Demostene è partigiano della brigata Stella Rossa.
Accanto a loro, lo zio Adelchi; il mite Benassi e zia Santapace, rabbiosa e bellissima; l’Armida con le sue api, e la nonna Peruzzi.
E su tutti c’è Diomede, il demiurgo della nuova città.
In un marcato e ben amalgamato impasto linguistico veneto-ferrarese Antonio Pennacchi ci riporta indietro nel tempo, e nel mondo di pionieri bonificatori, eroici spiantati, lunatici allunati. Sullo sfondo, la costruzione della nostra Italia democratica e repubblicana.

C’è tutto il bene e tutto il male del mondo, in ognuno di noi. Si tratta di imparare a governarli e a questo serve la Storia, poiché è un cammino lungo.

Un romanzo corale, “Canale Mussolini. Parte seconda”. Eppure una voce sgomita per far sentire la potenza del suo parlare. E’ quella che racconta la parabola di Diomede, il figlio di tutti e di nessuno. Il ragazzo che impara l’esistenza senza mai riuscire davvero a viverla. Le pagine che descrivono i suoi anni giovanili sono le più toccanti dell’intero romanzo, forse tra le più belle della nostra letteratura contemporanea. Diomede è un ragazzo che cerca la fortuna sbarcando il lunario. Incontra un ufficiale tedesco e i due cominciano a scambiarsi confidenze e quotidianità. Non accade nulla di eclatante tra i due, amicizia e spensieratezza in mezzo alla guerra e alle sue divisioni. Solo ogni tanto l’ufficiale, ragazzo come Diomede, si struscia contro la sua gamba. Imbarazzo reciproco, poi il tedesco viene ucciso e in punto di morte dice a Diomede: “Ich liebe dich”, ti amo. E’ un evento minuscolo in mezzo agli eventi giganti di questa saga familiare e nazionale, però è bello (Gertrude Stein direbbe: “è interessante”) leggere una storia d’amore universale, perché non solo omosessuale. Erano due anime che si sono ritrovate, ma Diomede lo capirà tardi, anni dopo, quando diventerà l’ago della bilancia della sua città e dovrà allora fare i conti con il cinismo e la complessità del Potere. Un romanzo lucido e commovente, graffiante e godibile, nel quale concetti come la dignità e la libertà assurgono a motori di una macchina fatale che sposta le vite e le montagne con la fede e la giustizia.

Cosa vuole che ne sapessimo noi prima, della libertà? Ma neanche che esistesse. Se lei nasce e fin da piccolo è abituato a stare attento a quel che dice, anzi, a ripetere sempre quel che affermano gli altri, se no chissà che succede… come vuole che le salti per la testa di uscirsene con un qualcosa di diverso? Neanche lo sa che si può fare(..) Ma quando poi all’improvviso viene a sapere che c’è finalmente la libertà e che ognuno può dire quello che vuole senza che nessun altro glielo vieti o gli faccia qualcosa, lei permette che è un bel passo avanti che non se lo sarebbe nemmeno mai aspettato?

Antonio Pennacchi è nato a Latina, dove vive. Operaio fino a cinquant’anni, è scrittore e ha pubblicato per Mondadori i romanzi Mammut (2011), Canale Mussolini (2010, Premio Strega), Il fascio comunista (2003, premio Napoli), da cui è stato tratto il film Mio fratello è figlio unico, e i racconti di Shaw 150. Storie di fabbrica e dintorni (2006). E’ autore anche di Camerata Neandertal (Baldini&Castoldi, 2014), Storia di Karel (Bompiani, 2013), Palude (Dalai,2011), Fascio e martello – Viaggio per le città del Duce (Laterza,2008). Collabora a “Limes”.

Source: Libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: L’equazione, Daniele Mosca, (Les Flaneurs, 2016), a cura di Elena Romanello

8 Maggio 2017
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In una Torino piegata da un alluvione che mette a repentaglio la sua esistenza, all’ex contrabbandiere di origini pugliesi Davide Porta viene affidata una missione di recupero di un oggetto, da qualcuno con cui lui aveva avuto a che fare già tempo prima, con conseguenze imprevedibili.
Tra ex fidanzate che ricompaiono, sette che commettono omicidi efferrati per risvegliare antiche forze, dispositivi moderni che possono essere messi in tilt e provocare disgrazie, i Templari che non hanno mai smesso di influenzare il mondo, si dipana un intreccio incalzante e affascinante, con sullo sfondo un apocalissi che sembra inarrestabile e con comunque una base di veridicità scientifica.
Il giallo esoterico o se si preferisce il thriller fantastico ha alle sue spalle già vari nomi illustri, essenzialmente in ambito anglosassone, che spaziano dal serial The X-Files ai libri di autori e autrici come Dan Brown, Kate Mosse, Glenn Cooper, Kathleen McGowan. Daniele Mosca dimostra di essere più che sulla buona strada dei suoi colleghi, anche perché come enigmi e misteri in Italia non si è secondi a nessuno, a Torino in particolare, vertice dei due triangoli della magia e non solo.
Proprio la scelta di Torino, città emblematica per tante cose, anche e soprattutto per il discorso legato all’esoterismo, risulta essere vincente: probabilmente la storia delle dighe che preserverebbero Torino con l’aiuto di un’equazione segreta è frutto della fantasia dell’autore, anche se si è visto nella vita reale come un‘alluvione può mettere in ginocchio una città, ma l’insieme funziona, con richiami all’attualità e alle tradizioni leggendarie, a cominciare da quella dei Templari, ordine storicamente esistito ed entrato nel mito, pronto ad essere rispolverato in storie che portano nuova linfa a persone che un re di Francia voleva cancellare dalla Storia ma che ha consegnato alla leggenda.
Interessante anche la scelta dei protagonisti: Davide Porta non è un eroe, un poliziotto o un intellettuale come Robert Langdon, è una persona che ha alle spalle un passato che vorrebbe dimenticare e da cui non riesce a liberarsi, e anche gli altri comprimari, a cominciare dalla sua ex Adriana senza dimenticare le ricercatrici del CNR Simona e Isabella, non sono perfetti non sono eroi senza macchia e senza paura, ma persone travolte da un disegno perverso più grande di loro che cercheranno di sventare.
L’equazione è un libro che piacerà ai fan dei thriller esoterici, che troveranno spunti e archetipi del genere, non meramente copiati ma reinterpretati, ma anche a chi conosce, abita o ama semplicemente Torino, qui vista in una luce inquietante, simile a quella della Firenze di Inferno di Brown, ma molto appassionante e efficace.
Il libro fa parte della collana Maigret di Les Flaneurs edizioni di Bari, che si prefigge di pubblicare gialli scritti da autori e autrici italiani, con vari toni.

Daniele Mosca vive a Torino, dove lavora come ingegnere per l’ambiente e il territorio. Inoltre svolge attività come blogger e cantautore e ha scritto racconti e testi poetici. L’equazione è il suo primo romanzo, in cui ha messo dentro il suo amore per la scienza, l’esoterismo e gli enigmi della Storia, oltre che la sua città.

Provenienza: omaggio dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa dell’editore Les Flaneurs.

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:: Lucrezia Borgia, Giulia Farnese, Le donne più desiderate del Rinascimento, Bruna K. Midleton (Bonfirraro, 2017) a cura di Elena Romanello

5 Maggio 2017
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La siciliana Bonfirraro Editore propone un nuovo titolo, a metà strada tra romanzo storico e biografia: Lucrezia Borgia e Giulia Farnese, scritto dall’inglese Bruna K. Midleton che si misura con due icone del Rinascimento italiano, protagoniste da secoli di leggende e di un immaginario non sempre rassicurante.
Su Lucrezia Borgia e Giulia Farnese si è già scritto molto, da autori e autrici italiani e stranieri, a cominciare da Maria Bellonci che rivalutò la figlia di papa Alessandro VI su certe leggende da feuilleton che erano girate sul suo conto. Detto questo, in tempi che le ha riviste protagoniste in serial tv, è bene ricordarle anche sulla pagina scritta, per celebrare l’epopea di due donne bellissime e desiderate, spesso vittime di eventi più grandi di loro in una società a misura d’uomo in cui erano solo pedine, sullo sfondo della Roma dissoluta e fastosa del Cinquecento.
L’autrice ha scelto di raccontare l’amicizia che unì le due donne, una figlia di un Papa e l’altra sua amante con una grande differenza d’età, visto che era un’adolescente legata ad un anziano: la loro fu un’amicizia che durò tutta la vita e oltre la morte, raccontata in maniera documentata storicamente, senza licenze poetiche da romanzetto da quattro soldi, tra incesti, duelli, omicidi, legami di casata, contatti con artisti e letterati.
Il risultato è un libro interessante, da consigliare sia agli appassionati di biografie storiche, genere mai caduto in disuso ma oggi forse meno frequentato che in altri anni, sia a chi ama i romanzi storici verosimili. Lucrezia Borgia, dopo una giovinezza dissoluta segnata dal rapporto incestuoso con il padre e dicono anche con il fratello e due matrimoni finiti malissimo, alla base della sua leggenda oscura, si trasferì a Ferrara con il nuovo, amato consorte, dove rese la città uno scrigno di arte e cultura, grazie anche al suo rapporto con Pietro Bembo. Giulia Farnese diede nuovo vigore alla sua dinastia, che ha lasciato a Roma alcuni dei palazzi e delle collezioni d’arte più belli.
Un libro quindi per scoprire e riscoprire, da un punto di vista femminile, uno dei periodi più interessanti della Storia italiana, i cui echi, sotto forma di patrimonio artistico, sono giunti fino a noi e vivono in questo mondo così diverso ma dove esistono ancora ingiustizie e sopraffazione verso le donne. Interessante comunque come l’autrice non scelga la strada di farne delle facili eroine pseudo rosa, ma guardi Lucrezia e Giulia, bellissime come ci tramandano i loro ritratti, anche in una prospettiva femminista, con loro scarsamente usata se si pensa invece a figure come Caterina II e Elisabetta I.

Bruna K. Midleton è una scrittrice di origine inglese e italiana d’adozione. Vive nella zona di Bergamo, che adora ed ha già scritto i due romanzi Love in e Il veleno delle farfalle. Appassionata di Storia, per scrivere la storia di Lucrezia e Giulia si è a lungo documentata nelle biblioteche di mezza Italia, consultando anche materiale d’epoca.

Source: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Le otto montagne, Paolo Cognetti (Einaudi Supercoralli, 2016), a cura di Maria Anna Cingolo

4 Maggio 2017
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(…) questa storia è uscita così com’è, non ho riscritto quasi niente, non ho fatto prove ed errori, non ho buttato pagine su pagine, non mi sono mai sentito in crisi per non sapere dove andare, e a metà del lavoro ho addirittura abbandonato i miei amati quaderni perché non servivano più, potevo scrivere direttamente in bella. È una sensazione magnifica quando succede così. La scrittura esce dalle mani e non hai che da seguire la storia fino alla fine.
(paolocognetti.blogspot.it)

Nel novembre 2016 esce nella collana Supercoralli di Einaudi “Le otto montagne” di Paolo Cognetti, un libro destinato presto al successo, venduto in trenta paesi prima della pubblicazione, vincitore del Premio ITAS del Libro di montagna 2017 e oggi tra i candidati al premio Strega 2017. Molti lettori imparano a diffidare del caso letterario e dei libri tutto fumo e niente arrosto ma, rimanendo nella metafora, questa volta ogni pezzo (di pagina) è succulento.
Nel suo blog, Cognetti racconta l’episodio autobiografico che lo ha spinto a tradurre in parole i suoi ricordi, scrivendo una storia che è sempre stata viva dentro di lui e lo ha accompagnato in ogni passo. Protagonista è Pietro, figlio di due genitori amanti della montagna che si sono conosciuti e innamorati sotto le Tre cime di Lavaredo e che, sebbene in modo diverso, cercano di trasmettere la loro grande passione anche al figlio, portandolo ogni estate a Grana, in Val d’Aosta. Qui Pietro diventa amico di Bruno, un bambino che non ha mai messo piede in città e che, poco considerato dai genitori, sembra essere più che altro un figlio della montagna, un ragazzo selvatico.
Il libro attraversa un arco temporale che va dagli anni della fanciullezza di Pietro fino all’inizio della sua maturità, concentrandosi pochissimo sugli inverni passati a Milano e poi a Torino, preferendo le estati, quando la montagna diventa più accogliente. L’amicizia con Bruno e il complicato rapporto tra Pietro e suo padre sono il cuore di questo romanzo in cui i personaggi maschili, il loro modo di esprimere affetto e dolore, vengono messi sotto una lente di ingrandimento. Meno spazio è dedicato all’ universo femminile che, nonostante il ruolo secondario, appare però più forte e risoluto: il vento contrario non sposta le donne di questo libro, proprio come non muove le Alpi. Crescendo, Pietro cerca il suo posto nel mondo e lo trova sempre tra i monti ma questa volta quelli altissimi dell’Himalaya, in Nepal; nel frattempo, abituato al Grenon estivo, deve tornare a Grana e confrontarsi con l’inverno che dipinge tutto di bianco e dà sepoltura ai ricordi.
La prosa di Cognetti rifugge ridondanze, fronzoli e asianesimi, descrivendo la montagna con la purezza di chi l’ha vista e vissuta da sempre e che sa che la sua bellezza non ha bisogno di essere accresciuta perché la realtà, priva di sentimenti retorici, è più che sufficiente per raccontarla. Questo romanzo, ad onor del vero, è speciale. È uno di quei rarissimi libri che sono un dono. In queste pagine, della montagna Cognetti ci regala i panorami mozzafiato, l’aria pulita e il cielo terso, le arrampicate e i ghiacciai, i torrenti e le case di legno. Ci permette di conoscere l’anima della montagna che si traduce forse in un modo di accogliere la Vita, il bene che offre e il male che impone, con un’energia e una dignità estranee ai “topi di città”.

Certe notti mio padre non ne poteva più, si alzava dal letto, spalancava la finestra come se volesse insultare la città, intimarle il silenzio. 

Chiuso questo libro, vi alzerete anche voi di notte con il desiderio di scappare dalla città, cercando quella pace che vi manca e che “Le Otto montagne” era riuscito a darvi.

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Autore di documentari a carattere sociale, politico e documentario, ha esordito come scrittore nel 2004, pubblicando raccolte di racconti pluripremiate per Minimum Fax e Terre di mezzo editore.

Source: Libro in prestito in biblioteca.

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:: Le Siamesi, di Alessandro Berselli, (Elliot, 2017), a cura di Federica Belleri

3 Maggio 2017
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Milano. Ludovica è iscritta a Psicologia ma ha deciso di prendersi una pausa di riflessione. Suo padre è un avvocato brillante, famoso e affascinante. Si è risposato dopo il suicidio della moglie. Ha un fratello, Daniel, che le vuole un bene esagerato. La villa dove abitano è ultra moderna e arredata con stile. Il portafoglio è sempre pieno, ma il cuore no. Nessun affetto fra di loro, i genitori sono assenti e troppo impegnati a seguire la carriera. Ludovica ha il vuoto intorno e i soliti weekend nei locali chic in compagnia della gente che conta, cominciano ad annoiarla. Ludovica non mangia, il suo corpo non le piace, vorrebbe solo dissolversi e sparire. Probabilmente non se ne accorgerebbe nessuno …
Per lei un incontro inaspettato con Laura, la sua amica d’infanzia, l’amica dalla quale non si sarebbe mai dovuta separare. Perché si appartenevano, perché erano uguali, come gemelle siamesi. Forse lo sono ancora …
Ritrovarsi porta alla luce un episodio terribile, che sembrava dimenticato. Rivedersi dá il via ad un gioco pericoloso, dove non mancano gli imprevisti. A questo punto far parte della casta aristocratica, credersi uniche e invincibili non basta più. Con freddezza lotterano fra il vero e il falso, fra realtà e immaginazione, rimanendo intrappolate in un’incertezza distruttiva.
Le Siamesi è un noir disturbante, che non permette di pensare a nulla, fino alla fine della lettura. Come il tratto in discesa sulle montagne russe, lanciati a tutta velocità. Perché questa storia fa precipitare nel vortice del male, lasciandoci sospesi nel vuoto. Nello stesso vuoto dei protagonisti. Senza scampo, in picchiata verso una giustizia distorta. Senza sosta, senza fiato. Ludovica e Laura, due amiche maledette che hanno sempre convinto gli altri a fare cose sbagliate, in un gioco fra sensi di colpa e responsabilità. Chi è arbitro in questa partita tra la vita e la morte? Chi è la vittima?
Alessandro Berselli ci presenta il disagio provocato dalla superficialità, dall’estremismo e dall’egoismo. Dove il desiderio di vestire i panni di qualcun’altro passa sopra a tutto. Dove si deve vincere per forza, e manipolare la volontà degli altri. Dove il denaro può lavare la coscienza …
Le Siamesi, noir claustrofobico, scritto in maniera cruda e precisa. Una vicenda oscura e malata. Dove l’amicizia non è assolutamente un sentimento pulito, vista nell’ottica dei protagonisti. Dove le ossessioni dominano e la facciata “per bene” nasconde una crudeltà indefinibile.
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Source: omaggio dell’autore al recensore.

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