Sono alcune tra le opere più celebri della nostra letteratura. Capolavori senza tempo, testi destinati ad incidere in modo irreversibile nelle epoche successive.
Eppure tutti sono passati di qui: per pergamene smunte e fascicoli sciolti; per abbozzi, cancellature e riscritture; per appunti di taccuino e fogli di quaderno sparsi.
In “Scritti a mano” Matteo Motolese ci guida in un affascinante viaggio tra biblioteche italiane e collezioni private alla ricerca dei manoscritti che hanno segnato una svolta fondamentale nel campo della lingua e della letteratura italiana.
Dalla pergamena economica su cu un Boccaccio ormai anziano copia il Decameron al taccuino di poche lire in cui Montale annota, tra un appuntamento e un numero di telefono, i suoi Xenia; dagli schemi preparatori utilizzati da Eco per Il nome della Rosa ai “grappoli di sinonimi” segnati a margine delle Operette Morali da Leopardi.
Sono gli albori di opere monumentali, le testimonianze preziosissime di un modo di vivere e di intendere la lingua e la letteratura. Sono le tappe di un instancabile cammino verso la perfezione, i segni tangibili dei dubbi e dei ripensamenti, il risultato di una concezione finanche “fisica” dell’opera.
Con la consueta capacità divulgativa, in grado di coinvolgere specialisti e non, Matteo Motolese ci catapulta dentro e dietro al testo, direttamente nell’officina dell’autore, permettendoci di osservare, attraverso «i segni della lotta», la lenta e progressiva conquista dell’italiano.
Una ricerca lunga e meticolosa (Petrarca lavorerà alla sua opera fino alla morte) di cui questi oggetti fragili e preziosi sono la straordinaria testimonianza.
Matteo Motolese (Roma, 1972) insegna Linguistica italiana all’Università «La Sapienza» di Roma. Dirige, insieme con Emilio Russo, il più importante censimento dei manoscritti autografi degli scrittori italiani. Collabora con il supplemento domenicale del «Sole 24 Ore».
Source: pdf inviato al recensore dall’ufficio stampa Garzanti.
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Queste strategie rappresentative aiutano molto il lettore ad immedesimarsi nella difficoltà vissuta dalla piccola coniglietta e negli sforzi che deve compiere per comunicare. Cece deve osservare sempre il labiale degli altri, frequentare controvoglia lezioni di lingua dei segni, sopportare amiche che le parlano urlando e a rallentatore o fare finta di ridere per quello che dicono alla radio; la coniglietta cerca di nascondere la sua sordità e vuole essere come una qualsiasi delle sue compagne di giochi. Di fronte alle avversità, Cece si immagina in veste di supereroina, SuperSorda che con strabilianti poteri e con il suo apparecchio fonico riesce a risolvere ogni situazione: i litigi con le amichette, la goffaggine di fronte alla prima cotta, le ingiustizie e le lezioni di educazione fisica. Piano piano Cece inizierà a percepirsi come SuperSorda anche nella realtà e non solo nell’immaginazione, scoprendo la differenza che c’è tra sentire bene e sentirsi bene.



























