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:: Un’ intervista con Rosa Liksom, autrice di Scompartimento n° 6 a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2014

scompartimento 6Benvenuta Rosa, e grazie di aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Rosa Liksom? Punti di forza e di debolezza.

Sono nata in Lapponia, regione a nord della Finlandia proprio vicino al confine svedese, nella zona di lingua Meän. I miei genitori erano agricoltori e allevatori di renne. Ho 4 fratelli e una sorella. A 17 anni mi sono trasferita a Helsinki. Ho fatto vari lavori e studiato antropologia all’università. Ho trascorso la mia giovinezza (occupando edifici) e vivendo in squat e comuni in tutta Europa. Ho vissuto e lavorato come barista per quattro anni a Christiania, un quartiere di Copenhagen, e ho trascorso molte estati a Parigi lavando i piatti in un ristorante. Ho anche vissuto e lavorato in una fishfactory sia nella Norvegia settentrionale, che in Islanda, e ho studiato a Mosca durante l’era di Breznev. Ho scritto i miei primi tre libri a Christiania dove lavoravo in una panetteria e davo una mano in un negozio locale. Mi sono trasferita di nuovo a Helsinki, in Finlandia nel 1987. Oltre a scrivere libri, sono anche un’ artista e ho fatto numerose mostre in Europa e ho girato cortometraggi dal 1985. Ho fatto libri a fumetti, un libro da colorare e libri per bambini. Sto anche progettando una linea di prodotti per bambini chiamata ECo HeloU per il negozio Kiasma (nel Museo di arte moderna di Helsinki). La scrittura e la creazione di tutti i tipi di arte sono un modo di vita per me. Faccio tutto questo perché (semplicemente ) mi piace così tanto (enormemente).
La mia forza è che amo il mio lavoro di scrittrice e di artista. Sono una persona molto laboriosa e non ho problemi a portare avanti molti progetti allo stesso tempo. Sono una buona organizzatrice. La mia debolezza è che mi piace dormire e quando gli altri vanno ai party, io vado a dormire.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Non scrivo libri commerciali, scrivo libri belli e di facile lettura. Scelsi di scrivere in Christiania, Danimarca, forse perché l’atmosfera era molto creativa. Tutti avevano a che fare con l’arte, il teatro, la scrittura, le riviste alternative. Era il tempo del Punkrock ed anche io ero una punk. Facevamo di tutto, suonavamo musica, facevamo spettacoli, happening …

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

La cosa più importante è essere in grado di lavorare per lunghi periodi da solo, poiché uno scrittore passa molto tempo da solo. E’ anche un bene avere buona memoria e occhi acuti. Uno scrittore poi deve essere curioso della vita ed è importante che abbia qualcosa da dire.

IMG_8970Sei una scrittrice acclamata dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Sì, certo, ma così va il mondo. A qualcuno piace un libro, ad altri quel libro… così io da scrittrice tendo a meravigliarmi di cosa i critici letterari dicono dei miei libri. Molte volte leggo quei critici che possono vedere le cose che io come scrittore non riesco a vedere. A volte ho imparato molto dalla lettura critica dei miei libri. La cosa principale è questa: lo scrittore scrive libri e il critico letterario li analizza.

Compartment number 6 (Titolo originale: Hytti nro 6), è ora edito in Italia da Iperborea Editore con il titolo Scompartimento n ° 6 . Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho fatto questo viaggio dalla Siberia alla Mongolia nel 1986. Il vero viaggio è stato il punto di partenza di questa storia.

Mosca, anni 80, due sconosciuti, una studentessa finlandese timida e taciturna e un rude e violento russo, condividono lo stesso scompartimento. I capitoli di apertura presentano i protagonisti . Potresti dire ai lettori cosa succede?

Per raccontare questa storia ho provato a immaginare cosa accade quando due persone totalmente estranee sono messe in una cabina ferroviaria per due settimane, senza che possano scappare. Quindi questa storia è anche un esperimento di come la vita comune si svolge in una cabina. Che tipo di processi si verificano e come questi processi si sviluppano …

Quale è la tua scena preferita in Scompartimento n° 6 ?

Amo la natura siberiana e tutte quelle scene dove descrivo la natura, gli animali, l’architettura e le cose che la Siberia mi ispira. Mi piacciono anche le scene liriche del libro.

Quale è stato il personaggio più difficile da raccontare e perché? Il più semplice e perché?

La cosa più difficile era trovare le parole adatte da far pronunciare al personaggio maschile. Voglio dire, quando un lettore finisce di leggere il libro, sia una lei o un lui, deve capire che l’uomo sta veramente parlando della Russia. Comunque mi è veramente piaciuto scrivere questa storia, ciò che l’uomo dice alla ragazza in treno. Sono storie di russi, storie folli, di persone che vivono in campagna. E mi è anche piaciuto descrivere il personaggio di Arisa. Forse era la cosa più difficile da creare è stata proprio il personaggio della ragazza finlandese, che viveva e studiava a Mosca proprio come ho fatto io, ma lei non era me.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

La mia scrittrice preferita è Hertha Muller, è nata a Romania, ma adesso vive in Germania. Mi piace anche molto l’americana Annie Prouloux.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto un sacco di libri di saggistica. Amo la storia e la sociologia.

Ti piace fare tour promozionali?

Mi piace viaggiare.

Verrai in Italia di nuovo per presentare i tuoi romanzi?

Certamente. Questo è il mio terzo libro tradotto da Delfina Sessa e pubblicato in Italia . Ho fatto in precedenza due tournee letterarie in Italia. Il pubblico italiano è fantastico. Ho ricordi particolarmente affettuosi di Sorrento, dove sono stata due anni fa. Napoli e Firenze sono anche città fantastiche, e naturalmente Roma.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto scrivendo un nuovo romanzo.

:: Un’intervista con Dale Furutani a cura di Giulietta Iannone

23 marzo 2014

imagesBenvenuto Dale e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dale Furutani? Punti di forza e di debolezza.

Sono probabilmente la peggiore persona al mondo capace di dare una descrizione oggettiva di me stesso. Se costretto, direi che sono una persona comune, benedetta con opportunità eccezionali.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia biografia puoi trovarla sul sito DaleFurutani.com. In breve, sono nato nel 1946 a Hilo, Hawaii. La famiglia di mia madre era di Suo- Oshima nel Mar interno di Seto, in Giappone. I miei nonni emigrarono alle Hawaii nel 1896, dove è nata mia madre. Quando avevo cinque anni, mia madre ha sposato un caucasico che poi mi ha adottato. Ci siamo trasferiti in California, dove sono cresciuto e sono stato educato. Ho una laurea in scrittura creativa presso la California State University di Long Beach. Ho anche un MBA presso la Graduate School of Management presso l’ UCLA.
Oltre a scrivere, ho avuto una carriera imprenditoriale di successo negli Stati Uniti e in Giappone. Ho visitato il Giappone più di 30 volte e vi ho vissuto per periodi che vanno dai tre mesi ai tre anni. Oltre a svolgere consulenze, ho avuto incarichi di Marketing Manager per la Yamaha Motorcycles negli Stati Uniti e sono stato Direttore dei Sistemi Informatici di Gestione per la Nissan negli Stati Uniti. Diversi anni fa ho iniziato a dare maggior spazio alla scrittura fino a quando la malattia ha interrotto definitivamente il mio lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Il mio patrigno, che mi ha adottato, aveva un QI di 75. Nonostante queste doti intellettuali limitate leggeva sempre. Lottava duramente anche solo per leggere una rivista, impiegando un grande sforzo per capire quello che stava leggendo. Il suo sforzo mi ha fatto capire che la scrittura era un’ attività molto importante.
Ho iniziato a scrivere in quarta elementare. Ero solito stilare una lista delle parole della settimana  che poi usavo per scrivere una storia. Il mio insegnante mi ha permesso di leggere queste storie in classe e mi ricordo le reazioni positive dei miei compagni.
Quando ero al liceo ho scritto alcune poesie e alcuni testi di saggistica, e ho avuto la fortuna di vendere alcuni testi di saggistica e vincere alcuni premi locali per la poesia.
In realtà, ho scritto per la maggior parte saggistica. Ho pubblicato più di 300 articoli e tre libri.
Dopo il college ho scritto un breve racconto per vedere se riuscivo a venderlo. L’ho inviato ad una rivista e ho ricevuto una lettera di tre pagine da un editor piuttosto famoso. Era una dettagliata analisi della mia storia con suggerimenti per migliorarla. Ero così ignorante che non sapevo che questa era una cosa straordinaria per un editor che aveva ricevuto una storia non sollecitata da uno scrittore del tutto sconosciuto. Non mi rendevo conto che avrei dovuto riscrivere la storia facendo tesoro anche dei suggerimenti dell’editor. Tutto quello che invece vidi era che la mia storia non era stata acquistata, così smisi di scrivere romanzi e mi concentrai sulla saggistica e nella mia carriera di affari .
Quando mi sono avvicinato ai 50 sono diventato amico dello scrittore Michael Nava. Mi piaceva parlare con lui di scrittura e dei problemi tecnici legati ad essa. Michael mi suggerì di provare a scrivere un mistery. Dal momento che questa era una cosa che avevo sempre voluto provare, l’ho fatta. Sono stato fortunato e il mio primo romanzo giallo ha avuto un agente nel giro di poche settimane, è stato venduto quasi subito, e ha vinto diversi premi (sono stato il primo scrittore asiatico-americano a vincere importanti premi di scrittura gialla), e ha ricevuto diverse recensioni positive. Non so se il mio successo nella narrativa possa essere definito lento o veloce. Dopo tutto, mi ci sono voluti quasi 30 anni per sviluppare sufficienti capacità di scrittura, acquisire abbastanza esperienza di vita, e sviluppare le conoscenze del business necessarie per diventare un autore pubblicato di narrativa.
Sono stato molto felice quando Marcos y Marcos ha deciso di pubblicare in Italia i miei libri della serie del Samurai e di Holmes. Marcos y Marcos ha una reputazione per la fiction di qualità, e vedere da parte loro tanto entusiasmo per il mio lavoro è stato davvero incoraggiante. Dovrai chiedere a Marco y Marcos, se vuoi sapere che cosa pensano di me, ma so che hanno trovato divertente che io abbia sviluppato una dipendenza dal Chinotto quando ero in Italia!

Sei il padre del personaggio di Matsuyama Kaze, un detective samurai sullo sfondo del Giappone feudale. Come ti sei avvicinato al personaggio?

Il personaggio di Kaze è motivato da tre fattori fondamentali nella cultura giapponese. Il primo è il Bushido, che è la via del guerriero. E’ una filosofia di vita dura e violenta. Il secondo è il Buddismo Soto Zen. Come tutti i tipi di Buddismo, si basa sulla compassione e serve a temperare l’asprezza del Bushido. Il terzo è l’ ideale confuciano della struttura e dell’ ordine. Kaze è spesso motivato a cercare di ristabilire l’equilibrio con il mondo intorno a lui, che gli dà un senso di giustizia. Questi tre fattori sono tutti combinati con l’amaro, e sardonico senso dell’umorismo di Kaze.

The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, ora edito in Italia da Marcos y Marcos Editore con il titolo Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, è una raccolta di racconti in cui i protagonisti sono Sherlock Holmes e un medico giapponese, il signor Watanabe. Ho avuto l’opportunità di recensirla (questo è il link: qui) Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho avuto un decennio di gravi problemi di salute, durante i quali non ho scritto. Alla fine di questo periodo, quando pensavo che la mia salute fosse tornata alla normalità, ho scoperto di avere una forma molto aggressiva di cancro. Durante la convalescenza dal trattamento per il cancro non mi sentivo di scrivere un romanzo, così ho iniziato a scrivere una serie di racconti collegati tra loro. Per queste storie ho voluto tornare alle mie radici del romanzo poliziesco (proprio come i miei libri di Matsuyama Kaze esploravano le mie radici giapponesi). Così ho riletto tutti i racconti e  i romanzi di Sherlock Holmes e ho capito che c’era un periodo mancante nella cronologia di Holmes, durante il quale fingeva di essere un norvegese di nome Sigerson che stava esplorando l’Asia. Da lì è stato un attimo portare Holmes in Giappone.

Crimini, indagini, avventure, l’incontro dell’Occidente con l’Oriente sono i temi principali. Ma c’è anche una storia di amicizia, tra due persone non così diverse. Potresti dirci qualcosa di più riguardo le trame di questi racconti?

Ho cercato di mantenere lo spirito delle storie originali di Holmes, ma facendo sì che ogni mistero avesse in sé qualcosa di tipicamente giapponese, per cui Holmes non può risolvere i vari misteri senza l’aiuto del Dott. Watanabe. Le storie coinvolgono fantasmi, il concetto giapponese del galateo, e l’umorismo che può sorgere quando culture così diverse entrano in contatto.

Cosa hai aggiunto di tuo al personaggio di Sherlock Holmes?

Holmes è un grande eccentrico. Ho cercato di immaginare come queste eccentricità potessero essere viste attraverso gli occhi dei giapponesi del 1890. Questo porta ad alcune situazioni davvero divertenti. Per quanto possibile, ho cercato di non cambiare Holmes o il suo carattere.

Ci sono progetti cinematografici tratti da questo libro? Guy Ritchie è magari interessato? Quale attore contemporaneo vedresti bene nel ruolo del Dottor Watanabe?

L’ unico interesse cinematografico per i miei libri è stato quello di cambiare i miei libri sui Samurai in western (proprio come “Seven Samurai” divenne ” The Magnificent Seven ” ). La mia esperienza con Hollywood è stata come un petardo inesploso – un sacco di emozioni quando la miccia viene accesa, senza il botto alla fine!

E per quanto riguarda il tuo stile di scrittura?

Cerco di scrivere con uno stile pulito. Ho passato un sacco di tempo nel fare in modo che ogni parola fosse la parola esatta, necessaria a descrivere quello che volevo trasmettere. Questo è probabilmente un retaggio della mia formazione di poeta . Sono sempre alla ricerca di quello che io chiamo ” il dettaglio rivelatore” che fissa una scena in luogo o nel tempo. Per le sequenze d’azione ho coreografato ogni movimento, così i personaggi si muovono da una posizione all’altra senza problemi e con grande grazia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Ho letto tonnellate di saggistica e molto poca narrativa. Se uno scrittore di fiction è migliore di me, ho paura che possa influenzare il mio stile. Se uno scrittore è peggiore di me, non finisco neanche il libro, perché è difficile che me lo goda ed è impossibile che possa imparare qualcosa ( tranne, forse, le cose da non fare). Amo le biografie, la storia (soprattutto la storia romana e in particolare la guerra civile americana), l’aviazione, e le auto da corsa. Uno scrittore di fiction da cui non posso stare lontano è Tony Hillerman, e ho anche riletto alcuni autori classici di fiction.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Caesar: Life of a Colossus di Adrian Goldsworthy. Mi interessa molto il periodo compreso tra Silla e Augusto.

Hai un agente letterario?

Sono stato con Sterling Lord Literistic, una grande agenzia di New York, per quasi 20 anni.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri.

Mi piace andare in un posto e starci un po’, ma non mi piace il tipico tour dove trascorri solo un giorno o due in ogni città. Viaggi troppo e non hai abbastanza tempo per vedere le cose. Mi piace incontrare i lettori e parlare con loro (soprattutto se sono miei lettori)!
I miei libri vengono spesso regalati nelle comunità giapponesi- americane. Una volta durante una presentazione alla firma dei libri un uomo prese un mio libro e lo guardò intensamente. Pensando che potevo aiutarlo a decidere se il libro fosse un regalo adatto, dissi: ” Questo libro non contiene né violenza né sesso gratuito.” L’uomo disse: “Grazie” e prontamente mise giù il libro. Credo che avesse idee molto precise su ciò che voleva in un romanzo.

Verrai in Italia per promuovere i tuoi libri?

Nel 2013 mia moglie ed io abbiamo trascorso un mese in Italia. Era la nostra prima visita e abbiamo viaggiato in diverse città grandi e piccole. La gente era molto gentile e ci siamo trovati benissimo. Il cibo italiano è il nostro genere di cibo preferito e abbiamo assaggiato molti deliziosi piatti regionali.
Ho fatto presentazioni a Roma, a Milano, a Piacenza e a Fidenza e le ho apprezzate molto. Marcos y Marcos anche organizzato una lettura di una troupe professionale di attori di ” Strane Avventure di Sherlock Holmes in Giappone ” per il suo evento del 2013 “Libri a Teatro”.
Ho trovato i lettori italiani molto intuitivi e interessati a cose che andavano al di là della trama o dei personaggi. Spesso mi facevano domande sulla cultura, sulla filosofia e sull’etica. Spesso ricevo questo tipo di reazione da parte dei lettori accademici, ma in Italia questo tipo di commenti arrivava da lettori di tutti i tipi. Nel 2014 trascorrerò due mesi in Francia, ma probabilmente non arriverò in Italia. Io e mia moglie comunque abbiamo adorato l’Italia e non vediamo l’ora di avere la possibilità di ritornarci.

Come è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Apprezzo chi usa parte del suo tempo per leggere il mio lavoro. Cerco di rispondere a tutti, a seconda della mia salute, ma di solito non riesco a impegnarmi in una lunga corrispondenza. Eppure, apprezzo moltissimo ricevere lettere e mail. Un indirizzo email è incluso nel mio sito web, DaleFurutani.com, in alternativa i lettori possono chiedermi l’amicizia e seguirmi su Facebook (“Dale Furutani”).

Grazie per la tua gentilezza. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti se c’è una nuova avventura di Sherlock Holmes in programma o altri progetti.

Ho altri progetti in cantiere. Ma non so quando sarò in grado di farli. In questo momento sono felice che il mio libro di Holmes sia disponibile in Italia.

:: Un’intervista con Stefania Nardini a cura di Giulietta Iannone

17 marzo 2014

alcazarBenvenuta Stefania, è un piacere ospitarti su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te, del tuo lavoro di giornalista e poi di scrittrice. Racconta ai nostri lettori qualcosa che ti piace condividere.

Grazie dell’ospitalità! Parlare di me qualche volta mi risulta difficile. Il mio percorso esistenziale e professionale ha subito diverse mutazioni. Ed è visibile nel mio lavoro. Come giornalista iniziai giovanissima, era l’iter di quegli anni, quando il mestiere si doveva imparare, qualche volta rubare, prima di raggiungere i primi risultati. E’ una professione che ho amato molto e che ho avuto la fortuna di praticare negli anni in cui non mancavano i grandi maestri, ma anche gli anni in cui per le donne l’accesso non era affatto scontato. Dalla macchina per scrivere al computer si sono verificati dei cambiamenti all’interno delle aziende editoriali che hanno giocato un duro colpo al giornalismo italiano, un giornalismo al quale va il merito di avere avuto il coraggio di arrivare là dove la verità era scomoda ma formativa.
Poi è cambiato tutto. E sono cambiata anch’io. Tant’è che ho deciso di lasciare l’ultimo giornale dove ho lavorato per andarmene, in cambio di nulla, in Umbria per ricominciare. E lì è successo che recuperando la lettura ho scelto di confrontarmi con la scrittura. Perché il desiderio di raccontare non si è mai spento. Non sempre un buon giornalista può essere un buon scrittore, però il giornalismo che ho vissuto ha aperto sicuramente una porta. E’ la porta sul mondo, sulle storie. Anche se poi il passaggio dallo scrivere un reportage a un romanzo richiede impegno, pazienza e umiltà. Non è la stessa cosa.
Poi Marsiglia, dove vivo dal 2002, a parte vari rientri in Italia, e dove ho posato la valigia travolta dall’innamoramento letterario per Jean Claude Izzo di cui ho poi pubblicato la biografia.

E’ uscito da poco per le edizioni E/O, collana Sabot/age, il tuo ultimo libro, Alcazar ultimo spettacolo. Un noir “vintage” ambientato tra Roma, Napoli e Marsiglia durante la Seconda Guerra Mondiale. Un periodo storico, relativamente recente, che ancora, si può dire, lascia strascichi nel nostro mondo contemporaneo. Come ti sei documentata per ricostruire la vita di allora, piena di dettagli dalla brillantina Linetti, alle canzoni che si sentivano alla radio?

E’ stato un lungo lavoro di ricerca in cui sono stati preziosi gli archivi francesi, i racconti che mi faceva mia madre, la rete e tanti libri ormai non più editi.

Un noir polveroso, granuloso, che lascia trasparire la polvere del tempo: le luci di un passato glorioso, quello del teatro Alcazar e le ombre di un periodo di guerra, segnato da fame, miseria, ristrettezze. Come hai affrontato questa parte della scrittura?

Con naturalezza. Cedendo alle emozioni e cercando di stare dentro quella storia immaginandola nei minimi particolari.

La Marsiglia di allora, che evochi nelle tue pagine, ha un che di luminoso, poetico: il Mistral che la sferza, la luce del cielo e del mare, il calore e la solidarietà della gente. Come è la tua Marsiglia?

La mia Marsiglia,  è il tramonto che dipingeva ieri pomeriggio Vieux Port, è un argot aperto alle parole del mondo, è la passione del bene e del male, è il mediterraneo…

Varian Fry, giornalista americano giunto a Marsiglia per salvare dai campi di concentramento ebrei, artisti, antifascisti, è un personaggio realmente esistito, anche se poco noto. Io almeno non ne avevo mai sentito parlare. Come hai scoperto la sua missione, la sua opera?

Qui a Marsiglia gli hanno anche intitolato una piazza, c’è un’associazione, e poi su Fry in Italia è uscito recentemente il suo diario. Fry è nella storia di Marsiglia, quando la città divenne il porto della speranza per fuggiaschi, clandestini, ebrei braccati dal nazismo. E’ un personaggio straordinario Fry, con la sensibilità del giornalista raffinato e la tenacia del cronista, altrimenti non avrebbe mai potuto salvare 5000 persone dai campi di concentramento.

Il romanzo si ispira alla vita di tua madre, un’artista, unica donna trasformista in Europa, erede di una tradizione artistica tutta al maschile.  Alcazar ultimo spettacolo è un modo di ricordarla, con affetto, con pudore, con grande tenerezza.  Che ricordo hai di lei?

Il romanzo non si ispira alla vita di mia madre ma alla sua particolare arte. Anche se il personaggio del romanzo è lei in tutte le sue sfaccettature. Il ricordo è vivo. Mia madre è volata via qui a Marsiglia la notte di Natale del 2003. Mi aveva accennato, nella sua imprevedibilità, che era stata a Marsiglia nel 39 e all’Alcazar. Mi aveva promesso che mi avrebbe raccontato il suo ricordo con calma davanti a un caffè. Ma non andò così. Allora decisi di farlo io, a mio modo. Attraverso un racconto infarcito di ricordi e pezzi di memoria.

Le venature noir del romanzo sono date dalle pagine dedicate al Milieu marsigliese. Alfred Morello, il Chevalier è un “fuorilegge”, assassino suo malgrado, glielo impongono e lui non può rifiutare, anche se non è un violento, né un uomo crudele. Come hai costruito il suo personaggio?

Ho immaginato un uomo non banale. Dalla parte del male eppure con una grande umanità. Talvolta il male nasce dalla mortificazione dei sentimenti.

La compagnia che porterà all’Alcazar lo spettacolo Pioggia di stelle, fugge dall’Italia e dal fascismo. Le leggi razziali, le persecuzioni verso gli omosessuali, gli zingari, gli antifascisti, fanno parte di un regime oppressivo e violento. L’Ovra agiva a Marsiglia, le spie agivano nell’ombra, i campi sull’isola di San Domino rinchiudevano gli invisi. Uno scrittore americano, Alan Furst, mi ha detto che è curioso che la lotta antifascista di molti esuli italiani in Francia sia stata trattata da ben pochi scrittori, lui lo ha fatto nei suoi romanzi. A cosa pensi ciò sia dovuto?

Su questo argomento c’è molta diaristica e forse poca letteratura rispetto a ciò che invece merita la vicenda degli esuli. Probabilmente per un lungo periodo c’è stata la tendenza a localizzare le storie in Italia per dare loro una forza storica, di rivendicazione. Credo che sugli anni della guerra c’è ancora molto da raccontare, da ripercorrere.

Anche il Milieu, la mafia marsigliese, si dividerà tra antifascisti e collaboratori della Gestapo, mi ricorda ciò che lessi dei mafiosi americani che aiutarono l’esercito per lo sbarco in Sicilia . Durante le tue ricerche ti sei imbattuta in aneddoti, racconti curiosi  che non hai inserito nel tuo romanzo?

Certamente basti pensare a un personaggio come Lucky Luciano, ai fratelli Guerini a Marsiglia considerati dei resistenti e fregiati con la medaglia d’oro per aver collaborato alla liberazione della città.

L’intervista è finita, ringraziandoti della tua disponibilità mi piacerebbe chiederti quali sono i tuoi prossimi progetti letterari.

Per il momento sto vivendo una fase di assestamento. L’ennesima nuova fase. Ma una cosa ho in testa, e spero trovi un editore capace di capirne il valore: una guida di Marsiglia, una vera guida per conoscere l’anima della città. Qui è pieno di Italiani e non c’è un testo del genere a parte qualche depliant. Poi nel cassetto c’è un’altra storia in cui, neanche a dirlo ci sarà Marsiglia. Anche se ora il mio obiettivo primario è che almeno “Alcazar” venga tradotto in Francia. Mi sembra paradossale essere chiamata, io italiana, a raccontare la città negli incontri organizzati dalle biblioteche piuttosto che dai gruppi di lettura, e non poter essere letta.

:: Un’ intervista con Gianluca Arrighi a cura di Irma Loredana Galgano

12 marzo 2014

Cover_l'inganno_della_memoriaIl prossimo 27 marzo uscirà per Edizioni Anordest il nuovo legal thriller di Gianluca Arrighi: L’inganno della memoria, ancora una volta ambientato a Roma, città dove l’autore vive e lavora, svolgendo la professione di avvocato penalista. Lo abbiamo intervistato cercando di scoprire qualcosa di più sul nuovo libro, sulla sua vita come scrittore ma anche su quella privata.

Definisci la scrittura un caos di sensazioni contrastanti: passione, odio, amore, rabbia, gioia, impegno, commozione, fermento… perché?

Per raccontare una storia non è sufficiente narrarla, ma bisogna anche farla propria e immedesimarsi nelle vicende, nelle situazioni, nei personaggi. Chi scrive romanzi “vive” necessariamente tante vite e ognuna di esse trasmette, prima ancora all’autore che al lettore, una serie infinita di emozioni.

La tua professione ti pone quotidianamente in contatto con il crimine, con i delitti, le violenze eppure sembra che tu riesca a non farti schiacciare dall’ovvio e vai avanti, vai oltre a cercare sempre il lato umano anche in chi sembrerebbe averlo perduto. Cosa ti spinge in questa direzione?

La voglia di conoscere a fondo la natura dell’animo umano, anche se non è semplice vivere a stretto contatto con il crimine. L’amore per la professione e la passione per il diritto e la procedura penale spesso non sono sufficienti, soprattutto quando ci si trova di fronte a delitti molto efferati. Devo ammettere che scrivere per me ha un effetto terapeutico, mi consente di lavorare meglio e con maggiore serenità. Non bisogna mai dimenticare come anche il migliore degli esseri umani abbia dentro di sé una “parte oscura” e come il male sia un pezzo possibile della nostra vita. Cerchiamo di tenerlo lontano da noi, ma al tempo stesso ne subiamo il fascino perverso e seduttivo ogni volta che lo vediamo impossessarsi di un nostro simile. In qualche modo è come se, guardando il male, percepissimo una visione astratta di un qualcosa che, in modo latente, è presente nella nostra anima.

Il tuo primo romanzo, Crimina romana, è stato adottato come testo di narrativa ed educazione alla legalità in alcuni licei della capitale. È una bella responsabilità.  Come hai vissuto questa esperienza?

Crimina romana piacque molto al presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti che, insieme ad alcuni assessori, decise di adottarlo nei licei come testo di narrativa e di educazione alla legalità. Presentammo il libro nelle scuole superiori, dove io tenni alcune conferenze di cui conservo ancora un ricordo meraviglioso. A ogni incontro le aule magne dei vari istituti erano colme di studenti tra i sedici e i diciotto anni, assetati di giustizia e pieni di domande alle quali cercavano risposte.

A breve uscirà il tuo nuovo romanzo, sempre genere legal thriller, intitolato L’inganno della memoria. Anche questa volta lo scenario di sfondo sarà Roma, la tua città, che sembra anche essere un po’ la tua musa. Quali sono le sensazioni e quali le aspettative in merito al tuo nuovo libro?

Secondo me è venuto un buon lavoro, ma, si sa, ogni scarrafone… Lo scenario anche stavolta è quello della mia amata Roma, con i suoi vicoli, le sue chiese e i suoi palazzi. Ne L’inganno della memoria ho dato vita al personaggio di Elia Preziosi, un enigmatico e indolente pubblico ministero che dovrà indagare su una serie di inquietanti omicidi collegati tra loro da una misteriosa e indecifrabile logica. Sullo sfondo di una Capitale assolata e distratta, Preziosi dovrà affrontare i demoni del suo passato prima di poter giungere alla scoperta della sconvolgente verità. Quanto alle aspettative, spero solo di non deludere quelle dei tanti lettori che mi seguono con stima e affetto sin da quando, nel 2009, è iniziata questa mia parallela vita di scrittore.

:: Un’intervista con Arne Dahl a cura di Giulietta Iannone

20 febbraio 2014

image001Benvenuto Jan, e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di scrivere. Jan Arnald è il tuo vero nome. (Arne Dahl è il tuo pseudonimo.) Raccontaci qualcosa di te. Scrittore, giornalista, critico e editor. Chi è Arne Dahl? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per l’invito. Arne Dahl è una parte importante di me. E’ il ragazzo che scrive, indubbiamente. Ma non proprio. Io sono un’ unica persona naturalmente, ma scrivo con due nomi diversi, a seconda del genere. Senz’altro è vero che AD è la parte più produttiva di me. L’altra parte, Jan Arnald, appartiene al mondo della letteratura alta, e lui è molto più lento.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto a Stoccolma, ero il maggiore di tre figli, e i nostri genitori erano entrambi insegnanti. Eppure non ho ricevuto un’educazione unicamente intellettuale, per lo più era importante lo sport, davvero, così ho dovuto nascondere le mie preferenze letterarie per un po’. Forse ho iniziato troppo presto a leggere romanzi polizieschi e mi sono piaciuti molto. Comunque ho iniziato seriamente a occuparmi di letteratura – all’università a circa ventun’ anni –. Ho subito abbandonato la crime fiction e mi sono dedicato alla cosiddetta letteratura alta. Ci sono voluti quindici anni per tornare alla letteratura poliziesca.

Hai lavorato come giornalista per il quotidiano svedese Dagens Nyheter. Ho intervisto un altro scrittore svedese, Håkan Östlundh, che lavora come giornalista per il tuo stesso giornale, perciò questo nome non mi è nuovo. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Ero soprattutto un critico letterario, e ho scritto davvero tanto per ricordare tutto. Ma mi ricordo chiaramente la prima intervista che feci ad un grande intellettuale. Era l’ autunno del 1989, avevo venticinque anni, ed ero estremamente nervoso quando incontrai, nella hall di un albergo di Stoccolma, il meraviglioso Umberto Eco. L’intervista con il filosofo italiano, davvero paziente e riflessivo, durò due ore e mi ricordo che pensai: quando sarò più vecchio voglio essere come quest’uomo, saggio e loquace e alla mano senza le maniere di una diva. E ‘stato anche uno dei fattori chiave che molto più tardi mi hanno trasformato in uno scrittore di crime. Non sarebbe mai potuto accadere senza ” Il nome della rosa “.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Ho scritto davvero molto in una fase molto precoce della mia vita, intorno ai 13-14 anni, quando non facevo sport, come i miei fratelli minori. Ho smesso, tuttavia, e in realtà stavo studiando per diventare un ingegnere quando improvvisamente mi sono reso conto che la letteratura rappresentava per me il senso della vita. Scherzi a parte. Avevo diciannove anni quando presi la decisione. Non più scienza, non più tecnologia, solo letteratura, arte, e filosofia.

Sei il creatore di un gruppo immaginario di investigatori svedesi, chiamato A group, protagonisti della tua prima serie poliziesca, che ti ha dato una grande celebrità internazionale. Ora Paul Hjelm, il personaggio principale, torna in una nuova serie, la serie OpCop. Un tipo di poliziesco innovativo, nell’era di internet e della globalizzazione, che verte sulla internazionalizzazione della criminalità, e sulla conseguente internazionalizzazione delle forze moderne di polizia. Pensi che la narrativa aiuti a riflettere meglio sulla realtà?

O sì. La Fiction è troppo spesso sottovalutata come strumento per analizzare più in profondità la realtà. La Fiction è troppo spesso considerata anche come una sorta di fuga dalla realtà. Ma non c’è modo migliore di andare sotto la pelle della realtà apparente che la finzione. La Fiction ti insegna come far fronte a ciò che può accadere realmente e ti permette di indossare i panni di altre persone. E ‘ il modo migliore per collegare tutti i punti della realtà e trasformarli in una storia valida. Penso che in realtà ti permetta di diventare anche un po’ più saggio. Se leggete con attenzione …

Chinese Whispers (Titolo originale: Viskleken ), ora uscito in Italia grazie a Marsilio Editore con il titolo Brama, è il primo romanzo poliziesco della serie OpCop. Ho avuto l’opportunità di recensirlo qui. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura ?

Ti sono molto grato, mi sembra una recensione molto ben argomentata. Grazie mille per questo. Il punto di partenza è stato che avevo trascorso una decina d’anni scrivendo polizieschi, in tutto undici libri, sulla criminalità svedese, e mi sono accorto che questo approccio nazionalistico non era più sufficiente. Volevo analizzare la criminalità internazionale, la criminalità europea, come è nella vita reale. Nessuna grande criminalità organizzata è più nazionale. E ‘ sempre internazionale. E il confine tra il legale e l’attività illegale è sempre più difficile da distinguere. Così ho deciso di scrivere qualcosa sui crimini che avvengono in Europa.

Tra le cose che mi hanno colpito di più: la tua conoscenza della mafia italiana, (la mafia cinese o russa è sicuramente internazionalmente più nota che l’Ndrangheta), l’uso di Twitter per piazzare una trappola, il piano per rovinare finanziariamente la Lettonia, per poi comprarla a buon mercato. Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Fa tutto parte di un quadro più ampio, dove le grandi imprese – legali e illegali – hanno iniziato a lavorare insieme. E fondamentalmente il romanzo parla di democrazia e umanesimo. Possiamo davvero creare un’ Europa senza credere nella vera democrazia? Il punto di partenza è stato la grande crisi finanziaria del 2008-09, dove era evidente il fatto che così tante grandi banche (non solo svedesi) sono riuscite a distruggere praticamente un certo numero di paesi più piccoli. La Lettonia è sopravvissuta, e da allora i problemi si sono spostati a sud. E davvero tutto si riduce all’ avidità.

Non c’è un protagonista, ma un gruppo di dodici elementi. Quanto è difficile gestire così tanti personaggi ?

Sin dall’ A Group,  sono abituato ad una prospettiva collettiva. Penso che abbia molti vantaggi rispetto alla prospettiva singola. È possibile spostarsi molto più velocemente da un luogo all’altro nel mondo globalizzato, per esempio. Mi dà l’opportunità di fare un ritratto molto migliore di un’Europa con così tante culture diverse, rispetto a ciò che mi permetterebbe una sola prospettiva. Ma naturalmente è importante far sì che tutti i personaggi siano realmente vivi e tridimensionali. Penso comunque che si ottenga una miglior aderenza alle dinamiche del mondo contemporaneo, con più personaggi.

Il romanzo è ambientato tra l’Europa e gli Stati Uniti d’ America. Puoi descriverci questo scenario?

E’ coinvolta una banca d’investimenti americana, la mafia russa e italiana sono coinvolte; e una grande rete di crimini sono intrecciati. Quindi andiamo a Londra, a Riga, a New York, in Italia, a Berlino – per seguire il denaro. Tutto inizia a Londra, con il grande vertice dei G20, avvenuto nel aprile del 2009, quando Barack Obama fece la sua prima apparizione internazionale. Due persone tra la folla – indipendenti l’una dall’altra – stanno, per ragioni diverse, cercando di entrare in contatto con il nuovo, promettente giovane presidente americano. Questo è il punto di partenza.

Progetti di film tratti da questo libro?

I primi cinque libri della mia prima serie (compresi i quattro precedentemente tradotti in italiano) sono stati trasformati in una serie TV che è stata trasmessa in tutto il mondo, dal Giappone alla BBC in Inghilterra, e gli episodi tratti dai seguenti cinque libri saranno girati quest’anno. Tutto sommato sarà una serie di 20 episodi basata su 10 libri. Ancora niente per Brama – ma ho un contratto per un film tratto da questo romanzo, quindi c’è speranza .

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Certamente. So per certo che autori svedesi come Sjöwall / Wahlöö e Henning Mankell mi hanno influenzato, ma oggi leggo soprattutto crime fiction in lingua inglese. Alcuni tra i miei preferiti sono James Ellroy, Denis Lehane, Peter Temple, Don Winslow, Ian Rankin, Mark Billingham, Val MacDermid… E i miei buoni amici svedesi Roslund / Hellström e Håkan Nesser.

Il tuo romanzo è diverso dal tipico thriller scandinavo lento e introspettivo, è più simile ai thriller americani per ritmo e azione. E’ una scelta voluta?

Pensavo che la tradizione scandinava stesse cominciando a diventare molto omogenea. Tutto doveva essere scuro e cupo e – come tu dici – lento e introspettivo. Sentivo che avevo bisogno di altre dinamiche, e credo veramente di aver imparato molto di più dagli scrittori americani (e dalle serie TV) che dalla tradizione scandinava. Oggi mi considero più un europeo che uno svedese.

Cosa stai leggendo in questo momento?

L’ultimo di Denis Lehane.

Hai un agente letterario?

Sì, è assolutamente necessario quando si è tradotti in 30 lingue. Altrimenti non ci sarebbe più tempo per scrivere.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri .

Sì, moltissimo. Di solito viaggio con mia moglie e cerco di fare più esperienze possibile, combinandole con le ricerche per i miei libri. Un sacco di posti in cui ho viaggiato compariranno prima o poi nei miei libri. Ho fatto, per esempio, un viaggio molto particolare e bello in Giappone con giornate piene di interviste per la Tv e i Magazine, e alcuni grandi reading a Tokyo. Poi sono stato ad Osaka, dove avrei dovuto parlare all’università. Avevo preparato il mio discorso in inglese, ma quando sono arrivato nell’aula magna, mi sono reso conto che tutti i giapponesi presenti parlavano svedese! Così ho pronunciato un discorso in svedese, ad Osaka. E ‘stato un po’ surreale.

Come è  il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Oggi ho un rapporto molto attivo con i miei lettori, soprattutto attraverso Facebook . Curo la pagina di Arne Dahl su Facebook io stesso, e i lettori possono chiedere quello che vogliono, e io rispondo sempre. È https://www.facebook.com/ArneDahl.Crimefiction

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Senza dubbio. Sono stato in Italia diverse volte come scrittore (per non parlare come turista, mi piace molto l’Italia). L’ultima volta sono stato al Festival del poliziesco un anno fa a Senigallia, e questa primavera verrò a Venezia per il Venice International Literary Festival – Incroci di civiltà –  il 3-5 Aprile. Vorrei anche venire a Cremona per il festival – Le Corde dell’Anima – dal 30 Maggio al 1 Giugno. Sarà fantastico come sempre.

Grazie per la tua disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri. Ora so che sei impegnato a scrivere il tuo quarto romanzo della serie OpCop, che  dovrebbe essere pubblicato in Svezia nel mese di giugno. Quando arriverà in Italia il tuo prossimo romanzo della serie OpCop?

Grazie per le belle domande. Sì, sto finendo proprio adesso il nuovo OpCop, è stato un lavoro complesso, un ritratto piuttosto unico (mi permetto di crederlo) della criminalità internazionale. Così ora sono un po’ perso. Ma presto inizierò un nuovo progetto, sempre un crime, ma separato dalla serie, con non tanti personaggi principali. Tornerò alle radici della letteratura poliziesca. E credo che avrete il secondo OpCop in lingua italiana entro un anno o giù di lì …

:: Un’ intervista con Alessandro Bastasi

12 febbraio 2014

sceltaCiao Alessandro, bentornato su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Parleremo del tuo nuovo libro, di libri scritti da altri, dei tuoi progetti futuri, insomma di tante cose che interesseranno di certo i lettori che ti seguono e quelli che impareranno a conoscerti leggendo questo blog. Allora di mestiere fai altro, ma la scrittura è un punto fondamentale della tua vita. Quanto tempo dedichi a scrivere?

Quanto tempo dedico a scrivere? Tutto quello che posso. In realtà “scrivo” anche mentre sono in macchina e penso ai personaggi, alla storia, a snodi narrativi particolarmente complicati, a immagini suggerite da quello che succede sul ciglio della strada. Allora mi fermo e prendo appunti sul mio moleskine (non è per fare il figo, è proprio un moleskine [Sorride] ). Questo tempo, che partendo da un’idea dedico alla preparazione del romanzo, di solito è parecchio lungo. Purtroppo non ho dèmoni che mi frullano nella testa o personaggi che premono in cerca di un autore. Faccio tutto da solo. Finita questa fase, passo a scrivere al computer. Lo faccio di sera, nei week-end, in pausa pranzo, nel tempo libero. Per la prima stesura non ci metto molto, la revisione invece può richiedere anche alcuni mesi.

Hai pubblicato da poco La scelta di Lazzaro, con Meme Pulishers. Parlavi in un’ intervista della difficoltà di trovare un editore tradizionale per il romanzo. Il terrorismo è ancora un argomento tabù?

Negli ultimi trent’anni tanto la politica quanto i media hanno continuato a raccontare il terrorismo come se fosse un mero fenomeno criminale, mentre la realtà è molto più complessa. E quindi sì,il terrorismo, nel momento in cui tenti di affrontarlo come fenomeno politico e capirne il contesto e le ragioni, è diventato argomento tabù. Mi rendo conto che le ferite ancora aperte nelle carne viva delle vittime di quella stagione rendono difficile una disquisizione asettica, una visione distaccata. Ma cercare di capire non vuol dire giustificare. E comprendere è importante, se non altro per evitare che si ripeta. Per esempio, si dimentica che lo spartiacque tra la stagione di un movimento pacifico come quello del ’68 e quella successiva, che ha visto la nascita della lotta armata, è la strage di  piazza Fontana, pianificata a tavolino da apparati dello stato in risposta alle lotte operaie dell’autunno caldo del ’69. Ne seguì la convinzione di alcuni che la lotta meramente parlamentare non avesse alcuna prospettiva, che i parlamenti nazionali non avessero alcuna funzione democratica, dal momento che le decisioni passavano sopra i parlamenti, prese all’interno di centri di potere sottratti a ogni controllo. Soprattutto all’interno di quello che le BR, nei loro documenti, chiamavano lo Stato Imperialista delle Multinazionali. In estrema sintesi, l’idea era che la lotta fino a quel momento pacifica di studenti e operai non avesse sbocco, e che bisognasse attuare, in risposta alla violenza dello stato, un cambiamento strategico rivoluzionario che prevedeva anche l’uso delle armi. Che fosse una strategia sbagliata, in quanto non teneva conto del contesto internazionale, della natura della società italiana, dell’opposizione totale del PCI e del Sindacato tradizionale – che non a caso diventarono i maggiori nemici delle organizzazioni terroristiche – lo ha poi dimostrato la Storia. Il risultato è stato l’affossamento delle ragioni e dei sogni del movimento del ’68-’69 e l’inizio di un processo di restaurazione politica, sociale e culturale che ci ha portati allo sfascio del tempo presente. Dove per davvero le decisioni che riguardano tutti noi vengono prese e attuate da organismi transnazionali privi di qualunque legittimazione democratica. Dove quindi i limiti d’azione di una democrazia parlamentare stanno diventando sempre più stretti.

Gli anni di piombo sono una realtà piuttosto ingombrante del nostro recente passato. Molti dei protagonisti sono morti, ma altri hanno diciamo raggiunto la maturità. Ci sono i terroristi pentiti, quelli che non hanno mai rinnegato la loro lotta armata, e le vittime, o meglio i figli e nipoti delle vittime. Una ferita ancora aperta che non si rimargina. Soprattutto perché nessuno tenta seriamente di fare il punto della situazione, di metabolizzare il passato. Perché secondo te? Tutti dicono che lo stato abbia vinto, che gli anni di piombo siano storia, ma è davvero così? Secondo te ci sono i germi per una rinascita di questi fenomeni?

Appunto, nessuno fa veramente e fino in fondo il punto della situazione. Si è cercato di metabolizzare il passato rimuovendolo. Ripeto, le ferite nel cuore di chi ha subito, su di sé o sui propri cari, la violenza terroristica non penso si possano rimarginare se non con uno sforzo di straniamento a volte impossibile da esercitare. Questo tra l’altro è uno dei temi al centro del mio “La scelta di Lazzaro”, dove ho cercato di descrivere il rapporto vittima-carnefice nei suoi aspetti più estremi, nel “suo confondersi e perdersi, nodo importante e profondo per capire il trauma del terrorismo”, come ha scritto qualcuno a proposito del romanzo. Ma, al di là di questo fattore così pregnante, non si riesce a fare il punto della situazione anche perché la narrazione che, grazie all’esplosione dei media, ha dominato l’opinione pubblica negli ultimi trent’anni ha spazzato via, al netto di alcune preziose nicchie di resistenza culturale, persino gli strumenti linguistici con i quali poter descrivere, su un piano prettamente politico, la nascita dei movimenti armati. Di più, ci ha volutamente sottratto gli strumenti concettuali indispensabili per comprendere il brodo di coltura di un fenomeno che pure ha informato di sé almeno quindici anni della nostra storia. Ci hanno raccontato che quella era soltanto una banda di criminali, che questo era ed è il migliore dei mondi possibili, e pazienza se oggi una crisi strutturale senza precedenti sta distruggendo il presente e il futuro di una generazione ignara.
Ci sono oggi i germi per una rinascita dei fenomeni che abbiamo visto nel passato? Non lo so, ma non credo. Penso che, in mancanza di quel collante strategico che un tempo era costituito dall’ideologia, continueremo ad assistere a innocui focolai di rivolta isolati, parcellizzati, fini a se stessi e indirizzati da interessi particolari. Incapaci, oggi più allora, di incidere sulla potenza di un sistema che sta dimostrando tutta la sua violenza.
Che fare allora? Senza una presa di coscienza collettiva, che parta dal basso, che travalichi i confini nazionali e che si concretizzi in una strategia politica ben delineata, non penso si potrà mai vincere alcuna battaglia. Oggi, certo, da più parti si riconoscono, più o meno confusamente, più o meno cognitivamente, le responsabilità criminali del capitalismo mondiale, soprattutto finanziario. Ma, ripeto, abbiamo perduto le parole, le categorie, ci hanno rubato i paradigmi con i quali interpretarne la natura di classe e prenderne coscienza. E se il nemico non lo sai analizzare in un quadro strutturale di riferimento, se dopo averlo in qualche modo individuato ti fai ingannare da falsi scopi, se dirotti la tua forza su obiettivi marginali che scalfiscono appena la struttura del sistema, ecco che la tua battaglia diventa del tutto ininfluente, uno spreco di energie. Ed ecco perché, fino a questo momento, hanno vinto “loro”, come ha dichiarato il plurimiliardario americano Warren Buffett: “Noi ricchi abbiamo fatto la lotta di classe e l’abbiamo vinta”.
“Loro” le usano, le parole giuste. Dobbiamo, prioritariamente, riappropriarcene anche noi.

E il tuo romanzo parla proprio di questo, degli ideali, traditi, di una generazione, che era giovane durante il boom economico degli anni ’60. Una generazione che in parte ha scelto la lotta armata per opporsi ad uno stato delegittimato. Ma di quella generazione facevano parte anche persone che ripudiavano la guerra. Erano gli anni delle marce contro la guerra nel Vietnam, anche in Italia c’era questa contrapposizione?

Non vedo contrapposizione. Manifestavamo contro la guerra nel Vietnam perché era considerata una guerra imperialista degli USA contro il diritto all’autodeterminazione del popolo vietnamita. Lo stesso motivo per il quale appoggiavamo i nordvietnamiti e i vietcong nella loro guerra di liberazione contro l’esercito yankee. Ripudiavamo la guerra “imperialista”, ma non la guerriglia dei popoli, che anzi, spesso, era portata ad esempio. Non per nulla i nostri idoli erano Ho Chi Minh e il generale Giap

Il tuo protagonista è diciamo un sopravvissuto, fa bilanci, riflette sulle sue scelte passate, che non rinnega, e si interroga con una certa rassegnata tristezza sul passato. Sua moglie Samar, ha vissuto la guerra vera in Libano, lui da fotografo ha testimoniato il massacro di Sabra e Shatila. Per creare questo tuo personaggio ti sei basato su persone reali, alcune sue riflessioni sono tue riflessioni?

Mi sono basato su personaggi reali, su persone che conosco, su fatti avvenuti di cui sono a conoscenza Ma il mio protagonista, così com’è nel libro, è totalmente inventato. Di lui mi interessava analizzare, alla luce delle scelte passate, anche le reazioni di fronte all’Italia di oggi, allo scenario che la caratterizza, la crisi economica, lo sfascio della politica, la presenza islamica e i timori di attentati terroristici che questa può suscitare. E soprattutto mi interessava approfondire, sul piano psicologico, il rapporto vittima-carnefice, che nel romanzo, tramite il personaggio di Barbara, si confonde e si ribalta, avviluppando i protagonisti in un destino comune scelto consapevolmente. Un rapporto che irrompe all’improvviso nella vita di Lazzaro e che contribuisce, assieme ad altri eventi, a vanificare fino a distruggerlo il tentativo faticosamente perseguito di recuperare un’esistenza normale.

Poi un giorno si rifà vivo un suo compagno di lotta. Puoi raccontarci cosa succede?

Succede che Pietro Micca detto Miccia, dopo tanti anni ritorna dal Brasile, dove si era apparentemente rifugiato, e ricompare davanti a Lazzaro, suo vecchio compare di lotta. In apparenza sembra voglia coinvolgerlo in un altro scenario terroristico, quello islamico, ma, come si scoprirà nel romanzo, il progetto di Miccia è ben diverso. Miccia, così come me lo sono raffigurato, è l’esempio di un certo tipo di militante affascinato più dal lato avventuroso della lotta armata che da un’adesione convinta a un’ideologia. Il classico avventuriero, quindi, pronto ad accettare incarichi da chicchessia purché l’adrenalina sia garantita. E’ però anche lui un uomo pieno di contraddizioni: se per Miccia decidere la vita o la morte di una persona equivale a uno scrocchio di dita,  di contro vuole davvero bene a Lazzaro, per motivi di cui neppure lui forse si rende conto. E infatti cerca di salvarlo, da se stesso e dalla situazione in cui si è cacciato. Che per ovvi motivi non vi anticipo.

Quali romanzi, diari, documentari, consiglieresti a chi volesse approfondire il dibattito, conoscere l’Italia di quegli anni?

Sicuramente non la recente serie televisiva sugli “anni spezzati”, un altro tassello dell’opera di mistificazione e di capovolgimento della verità perseguita da anni con una ostinazione che non esito a definire culturalmente criminale. Andrei sicuramente su Storia del partito armato, di Giorgio Galli, pubblicato nel 1986, e Piombo rosso, sempre di Galli, pubblicato nel 2004. E’ istruttivo leggere anche “ Renato Curcio a viso aperto” , pubblicato nel 1986, un libro intervista nel quale il  capo delle Brigate Rosse racconta si sé, della nascita del suo movimento, degli avvenimenti che l’hanno visto protagonista, e Una vita in prima linea di Sergio Segio. Di notevole impatto è poi La notte della repubblica (1992), il libro che Sergio Zavoli ha tratto dalle 20 puntate della sua omonima trasmissione televisiva, disponibili anche in dvd.

Dopo l’11 settembre il mondo occidentale è cambiato. Il terrorismo di matrice islamica è entrato nel cuore di New York, del mondo occidentale, colpendo obbiettivi che si credevano intoccabili. Secondo te in cosa differisce il terrorismo italiano di allora, nero o rosso, da quello islamico contemporaneo?

I due terrorismi hanno caratteristiche del tutto diverse. Il terrorismo “rosso” di allora nasce come modalità rivoluzionaria di un’avanguardia per il comunismo, parallelamente il terrorismo “nero” perseguiva l’obiettivo di ripristinare in Italia il fascismo della repubblica di Salò (sto sintetizzando brutalmente). Il terrorismo di matrice islamica presenta invece una dimensione religiosa del tutto assente nei fenomeni di casa nostra. Possiamo discutere fino allo sfinimento sulle sue origini e sulle motivazioni di tipo economico e geopolitico che l’hanno fatto esplodere (lo sfruttamento da parte occidentale, il depredamento del territorio e delle sue risorse, le posizioni non sempre limpide delle potenze regionali, eccetera), fatto sta che il progetto di rafforzare le proprie radici storico-culturali come barriera ideologica nei confronti di un mondo “corrotto e di rapina” si è trasformato, all’interno di gruppi per fortuna minoritari, nel sogno di un califfato allargato che non solo si opponga all’Occidente, ma ne vada alla conquista colpendolo con tutti i mezzi possibili. Sto ovviamente semplificando, è un fenomeno molto complesso, con troppe sfumature per riuscire a sintetizzarle in una semplice risposta.

Molti vivono con il preconcetto che gli islamici siano dei violenti, che la guerra santa sia vissuta come appunto una guerra perpetua contro gli infedeli, e forse è anche un precetto religioso ma abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi centinaia e centinaia di persone, di profughi che arrivano in Europa per sfuggire alla guerra, alla miseria. Gente pacifica, chiusa in centri di transito in cui vengono rinnegate le più elementari norme di rispetto umano. Materiale per un nuovo romanzo. Hai pensato di scriverlo?

In parte l’ho già scritto. Se ricordi, Città contro, sotto forma di noir, toccava il tema dell’immigrazione e il rapporto problematico con una città di provincia italiana. In effetti, sarebbe interessante scrivere un romanzo che racconti il prima di questa gente: i paesi dai quali proviene, le peripezie per raggiungere le nostre coste, la permanenza nei CIE. Sì, mi hai dato un ottimo suggerimento.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

Come sai, ho avuto molte difficoltà a pubblicare La scelta di Lazzaro con le case editrici tradizionali. Le loro risposte sono state “Bella scrittura, ma non ci convince l’argomento”, “Tocca tasti cui i nostri lettori non sono abituati”, cose così, insomma. Non mi straccio le vesti, li capisco, sono aziende e devono vendere, se un prodotto non li convince è normale che non lo prendano in considerazione. Alla fine è stato Lorenzo Mazzoni, responsabile della collana noir della casa editrice digitale Meme Publishers, ad appassionarsi al romanzo e a decidere di pubblicarlo. Essendo questa una società italo-francese, mi auguro che sia tradotto in Francia, un paese dove penso che susciterebbe un interesse maggiore che in Italia.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Di tutto un po’, dagli ultimi noir italiani pubblicati (Manzini, De Marco, per citarne un paio), a Mo Yan e Paul Auster. Sono abbastanza onnivoro. Non disdegno peraltro Tex Willer e Diabolik [Sorride.]

Progetti per il futuro?

Il mio ultimo romanzo, dal titolo provvisorio Bel mondo, che ho già consegnato in gennaio alla mia agente. Là cerco di rappresentare la crisi morale ed economica del nostro Paese, mettendo in scena l’abbrutimento di una famiglia borghese che improvvisamente vede annullato da un giorno all’altro, per ragioni sconosciute, il proprio stile di vita, il proprio brillante futuro. Direi che appartiene all’immaginario rintracciabile in Il capitale umano di Virzì. Il romanzo è in lettura presso un paio di case editrici importanti. Incrocia le dita per me! Nel frattempo sto impostando alcune idee per il lavoro successivo.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni, a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAD. Ciao Lorenzo, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Finalmente abbiamo con noi il vincitore della quarta edizione del Liberi di Scrivere Award con il romanzo Apologia di uomini inutili. Hai già vinto nel 2011 con Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico, ma se vogliamo questa vittoria è ancora più schiacciante, più di 400 voti,  per un romanzo obbiettivamente difficile, forse ancora più “feroce” di Le bestie – Kinshasa Serenade. Come te lo spieghi? I lettori sono più maturi di quanto si immagini, sono pronti ad affrontare anche storie difficili, dolorose, scomode, sempre che gli scrittori abbiano il coraggio di scriverle?

R. Grazie a voi per l’ospitalità. Intanto ringrazio i lettori per avermi votato. Senza dubbio una vittoria schiacciante su nomi molto importanti, una vittoria insperata. Se è vero che Malatesta poteva contare su lettori affezionati e sul suo pubblico di fedelissimi, la vittoria di Apologia di uomini inutili è stata una sorpresa anche per me. Credo che la vittoria dipenda molto dal tipo di lettori di questo blog, lettori aperti e intelligenti, inoltre l’editore si è mosso molto bene per pubblicizzare che il romanzo era finalista. In generale io credo che i lettori sarebbero prontissimi ad affrontare storie difficili, sono spesso gli editori che fanno il grosso del mercato a propinare carta straccia che spacciano per narrativa, educano i lettori a mangiare cacca.

D. Parliamo proprio del premio, nato da un blog, quindi senza alcuna forma di ufficialità, né sovvenzione, per ora almeno svincolato anche da sponsor, enti culturali, patrocini vari, anche se un pensiero ce l’ho fatto, per farlo crescere, che so chiedere a qualche ditta di penne da collezione, alla Montblanc per esempio, di sovvenzionarci. Tu che ne pensi, perderebbe la spontaneità che ora ha?

R. Io credo di no. Il blog divulga intelligenza, se poi uno sponsor aiuta a crescere, perché non usarlo. In fondo non stai chiedendo fondi a una fabbrica di mine antiuomo o a qualche partito politico.

D. Quest’anno siamo finiti anche sui giornali, L’estense, Il Resto del Carlino, La nuova Ferrara, pensi che stiamo attirando l’attenzione, e soprattutto cosa pensi dei premi letterari in genere, servono agli scrittori e alla letteratura?

R. Non so se le classifiche dei concorsi, così come le classifiche degli store digitali o dei premi letterari diano un orientamento al lettore, penso di sì, almeno in minima parte. Senza dubbio hanno un senso per il mondo editoriale. Quando Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico vinse l’Award nel 2012 fui contattato dal più grosso gruppo editoriale tedesco per la traduzione del libro. E anche in queste settimane, dopo la vittoria di Apologia di uomini inutili nell’ultimo premio Liberi di Scrivere, diversi prestigiosi editori si sono fatti vivi per avere miei manoscritti inediti (ho detto prestigiosi, non grossi…)

D. Vivi tra Milano e Istanbul, questo respiro internazionale, ricordiamo comunque che già da prima eri un viaggiatore, come sta cambiando il tuo modo di vere le cose? Ti stai facendo conoscere anche  a livello internazionale? Ho visto che hanno votato per te dalla Turchia, dalla Germania, dal Vietnam.     

R. Purtroppo a Istanbul non potrò più metterci piede per almeno cinque anni in quanto espulso come persona non desiderata (echi delle proteste di Gezi Park e di quello che ho scritto). Senza dubbio il mio modo di vedere le cose sarebbe diverso se non mi fossi mai spostato da casa, viaggiare implica osservazione e partecipazione, anche culturale e mentale. A livello internazionale è difficile. Porno Bloc è stato tradotto in romeno, Un tango per Victor è stato pubblicato da un editore tedesco, sto tentando di “piazzare” altri titoli in Francia e in Germania, ma è molto dura. Le persone che hanno votato per me da Vietnam, Turchia, eccetera sono amici, colleghi, conoscenti.

D. Da poco è uscito per Koi Press Termodistruzione di un koala, un noir irriverente, scanzonato, alternativo, divertente, un po’ sgangherato poliziottesco anni 70, un po’ critica sociale, un po’ satira anarchica, insomma un pout purri con in sottofondo i Mano Negra, i canti di protesta. Ce ne vuoi parlare?

R. Si tratta della quarta indagine di Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (in questi giorni è uscito anche il quinto volume: La tremarella). Racconta del Mitico e del Fesso, due balordi squattrinati, che vengono assoldati dai fratelli Marone, veterani dello spaccio di cocaina, per commettere un atto di “sano vandalismo” ai danni dell’Atlantico, un bar notturno a ridosso della stazione di Ferrara. Non hanno però fatto i conti con la mafia russa, che ha da tempo allungato i propri tentacoli su questo locale, e che ha inviato nella città emiliana il Koala, uno dei killer più spietati e pericolosi dell’ex impero sovietico. Toccherà come sempre all’ispettore Pietro Malatesta e al suo sodale compare, il sovrintendente Gavino Appuntato, cercare di evitare un sanguinoso regolamento di conti che potrebbe far esplodere il tranquillo e quasi immutabile deserto sociale di Ferrara.

D. Banlieue ferrarese, (il fruttivendolo nigeriano, l’alimentare eritreo, il market pachistano, la pizzeria dei libanesi, il bar gestito dai cinesi) killer moscoviti, insomma multietnicità e respiro internazionale, sta diventando un tuo marchio distintivo?

R. Sì, insieme ad azione, colpi di scena, humor feroce e grottesco. Racconto quello che vedo e che sento. Soprattutto mi diverto.

D. Bel personaggio il Koala, spietato, cattivissimo, pronto a mordere la mano ai suoi stessi padroni a Mosca. Arriva a Ferrara per riprendersi un koala di peluche in cui ha nascosto qualcosa di molto prezioso per lui. Peluche che finirà nelle mani di alcuni bambini e non dico di più, ma il titolo è abbastanza indicativo. Come è nato questo personaggio?

R. Volevo internazionalizzare la serie malatestiana e ho iniziato a fare ricerca sulle varie mafie in giro per il mondo. Mi sono imbattuto il quella moscovita e questo mi ha aperto nuovi canali di ricerca legati all’Afghanistan e al post-URSS, è nato così, studiando il passato, leggendo reportage, bevendo caffè.

D. Un noir che non sfigurerebbe come fumetto. Ti hanno già proposto di trasformarlo in un fumetto, o per lo meno in una graphic novel? Già Amaducci accompagna le vicende di Malatesta con i suoi bizzarri disegni. 

R. Andrea Amaducci basta e avanza, illustra lui e lo fa egregiamente. L’idea magari è quella di fare qualcosa insieme dove il fumetto prevalga sul testo. Se altri mi chiedessero di fare una trasposizione rifiuterei.

D. Dirigi la collana noir di una casa editrice italo-francese, con sede a Parigi, la Meme Publishers, quale è il bilancio attuale? Come ti trovi nel ruolo di direttore editoriale? Come scegli i libri da pubblicare? 

R. Non so se sono portato per questa cosa, a me piace leggere e scrivere e mi sembra di non riuscire a dedicare tempo per me, però con Meme mi trovo bene, i libri pubblicati sono ottimi, stiamo pensando a grossi nomi internazionali che usciranno fra qualche mese, la collana che io curo ha pubblicato fra gli altri Alessandro Bastasi, Andrea Mariani, Pierluigi Porazzi che hanno scritto cose molto belle.

D. Oltre al corso a circolo Arci Métissage a Milano hai iniziato anche il corso di Scrittura Creativa, Narrativa e Reportage anche a Monza per Corsi Corsari. Ce ne vuoi parlare? Come è nata questa tua nuova attività di insegnante? Hai buoni riscontri?

R. Sono sempre stato scettico sui corsi di scrittura e continuo a esserlo. Più che altro racconto la mia esperienza e cerco di creare interazione fra i corsisti. Al primo laboratorio a  Métissage è nato un romanzo collettivo scritto dai partecipanti, molto bello, una spy story ambientata a Milano. È nata un’amicizia fra me e anche tra i ragazzi che hanno partecipato. I riscontri sono ottimi, soprattutto a livello umano e culturale. Spero vada altrettanto bene a Monza, con Corsi Corsari e nella replica milanese.

D. Grazie Lorenzo della disponibilità. L’intervista è finita, come ultima domanda ti chiederei se puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro, nuovi romanzi standalone, nuove avventure di Malatesta, progetti cinematografici?

R. Con Andrea Amaducci stiamo terminando la nuova indagine malatestiana. È quasi finita la prima stesura. Abbiamo aperti altri sei romanzi, almeno, dello sbirro anarchico, ma ci concentreremo solo su quello dal clima “spallino”. Sarà una storia dedicata alla Spal e ai suoi tifosi. Poi da solo sto scrivendo più o meno cinque bozze. Da una novella un po’ Simenon (con tutto il rispetto), a una spy-story ambientata durante la guerra nella ex Jugoslavia, ad altre storie disseminate tra Istanbul, Tirana, la Brianza, Milano.

:: Un’ intervista con Roberto Serrai

1 febbraio 2014

roberto-serrai_pic Ciao Roberto, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla quarta edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di I mastini di Dallas di Peter Gent – 66th and 2nd. Dopo premi come il premio Procida nel 2003 per la traduzione di Ritorno a casa di Natasha Radojić-Kane e il Premio Gregor Von Rezzori – Città di Firenze nel 2011 per una nuova traduzione de Il grande Gatsby, anche un riconoscimento da un blog. Parlando di premi, esistono premi dedicati ai traduttori? Pensi che la vostra qualifica professionale sia giustamente valorizzata?

Bentrovati, e grazie per questa menzione (che, per il fatto di venire da lettori “veri”, mi fa molto piacere). I mastini di Dallas è un libro davvero bello, ci ho lavorato con piacere e mi auguro che, col tempo, arrivi a essere anche per il lettore italiano quello che è, ovvero un piccolo classico.
Dunque, sì, premi ne esistono. Oltre a quelli citati, per esempio, mi viene in mente il Città di Monselice, ma anche i concorsi che vengono organizzati, quasi sempre, in seno alle Giornate della Traduzione di Urbino. Come capita per certi premi letterari, tuttavia, a volte anche quelli per la traduzione possono indurre al sospetto – non è il nostro caso, per fortuna – che nella loro assegnazione, più che le ragioni dell’effettiva qualità di un lavoro, prevalgano altre motivazioni, legate più in generale alle politiche editoriali. Più utili, a mio parere, sono i finanziamenti (silenziosi ma – questi sì, e lo dico per esperienza – sottoposti a controlli molto severi) che alcuni governi, e penso a quello canadese col quale ho più volte avuto rapporti, erogano come contributo alla traduzione, e quindi alla diffusione, di certi autori e opere della propria letteratura. Mi sembra una cosa molto bella. A ogni modo, anche se fanno indubbiamente piacere, non credo che si traduca per i premi. Almeno, io non lo faccio. Per come vedo questo lavoro – in senso marcatamente non narcisista, ma di vero servizio ad autori, libri e lettori – trovo che abbiano un che di contraddittorio. Per quanto mi riguarda, alla consegna di ogni lavoro osservo una specie di rituale. Inviato il file, apro la King James (sono agnostico, ma come traduttore e appassionato di letteratura non posso non amare la KJV) alla seconda lettera a Timoteo, 2:7-8. Se posso leggere quei due versetti e sentirmi in pace con la coscienza, bè, il mio premio già l’ho avuto. Tutto quello che arriva in più è, ovviamente, gradito. Infine: il traduttore, qui in Italia, è giustamente valorizzato? La risposta è semplice: no. Ci sono le eccezioni, ovviamente, ma in generale direi di no. La si ritiene, spesso, una figura intercambiabile, sacrificabile, quasi un fastidio necessario. Basta fare caso a tutte le volte in cui stampa e televisione parlano di un libro straniero pubblicato in edizione italiana senza citare “chi è stato”. Beh, certo, i libri si traducono da soli, no?

Sei nato a Firenze nel 1967, e collabori da anni con varie università italiane e con varie case editrici, prevalentemente come traduttore. Parlaci di te, che autori ami leggere per tuo svago personale, come ti aggiorni o approfondisci le conoscenze su slang, modi dire, anche gerghi collocati nel tempo, per esempio il tipo di gergo nel mondo sportivo degli anni 70, che hai utilizzato per “North Dallas Forty”?

Un traduttore deve leggere assolutamente di tutto, per frequentare il più possibile generi e linguaggi, e io non faccio eccezione. Così come deve vedere tutto (al cinema e in TV, per prima cosa) e ascoltare tutto (e tutti). Oggi, poi, che l’accesso al materiale in lingua è, rispetto a quando ho inizato, incredibilmente più facile ed economico, non ci sono più scuse. Ai miei studenti dico che il traduttore è come un Carabiniere, sempre in servizio (ovvero sempre con le antenne alzate) e nei secoli fedele (al testo). Tra gli ultimi libri che ho letto, per esempio, mi sono piaciuti molto “Overseas” di Beatriz Williams – ogni tanto una bella storia romantica ci vuole – e “The Shining Girls” di Lauren Beukes (finalmente un thriller che, davvero, “non è il solito thriller”). Sto finendo di lavorare a un libro sulla prima guerra mondiale, e dunque negli ultimi mesi ho letto di tutto sull’argomento, da classici che già conoscevo come “The Guns of August” di Barbara Tuchman a libri splendidi che affrontano temi finora poco trattati come i soldati minorenni dell’esercito inglese (“Boy Soldiers”, Richard van Emden) o le imprese dei cuochi militari, sempre inglesi, che tra le truppe in Francia e quelle sparse per l’impero durante la guerra riuscirono a recuperare tre pasti al giorno per cinque milioni di soldati. Alcune ricette sono pure divertenti da rifare (“Feeding Tommy”, Andrew Robertshaw) e più gustose – a chi piace il curry – di quanto si crederebbe.
I gerghi collocati nel tempo sono sempre degli ossi duri. Di solito, faccio più che altro attenzione a non usare espressioni di un’altra epoca (posteriore, ovvio); altre volte cerco qualcuno che sia vissuto in un certo periodo (se possibile) e lo uso come consulente; altre ancora vado a memoria (ho pur sempre quasi mezzo secolo). Uno strumento indispensabile, per evitare di fare sciocchezze, è un dizionario monolingua che situi correttamente – non è scontato – i vari lemmi nel divenire storico. L’Oxford English Dictionary lo fa, e anche il Random House (rispettivamente per l’inglese britannico e quello statunitense). Parlando di opere ambientate e/o scritte in periodi particolari, tuttavia, non si deve tenere conto solo dei problemi legati alla lingua, ma anche di quelli legati alla cultura e all’immaginario collettivo e al rapporto tra le due dimensioni (linguistica e culturale). Bisogna fare un po’ di ricerche, insomma, ed è una delle cose che più mi piacciono di questo mestiere. Una volta ho lavorato su un romanzo ambientato nell’Inghilterra degli anni Cinquanta. Ho dovuto ricostruire tante dinamiche culturali a me ignote. E’ stata una faticaccia, ma anche uno spasso. Per il libro di Gent ho avuto meno difficoltà, devo dire, forse perché seguo il football, a fasi alterne, da tanti anni.

Hai tradotto autori come William Faulkner, Jonathan Coe, Siddhartha Mukherjee, Azar Nafisi, Francis Scott Fitzgerald, appunto. Quando hai deciso di diventare traduttore? Come è nata la passione per questo lavoro difficile, oscuro, ma nello stesso tempo bellissimo?

Per come la vedo io, una traduzione – a saperla leggere – è come un saggio sul potenziale significante di un certo testo. Il testo va interpretato (cioè bisogna riconoscerne le dinamiche di produzione del senso), va smontato (e bisogna sapere come fare), e poi rimontato in maniera tale che il suddetto potenziale rimanga – quasi, e su questo quasi si giocano, o dovrebbero, reputazioni e carriere – intatto, ma in un’altra lingua. Per questo, all’inizio, ho considerato la traduzione come un’attività collaterale, un’estensione, rispetto alla ricerca accademica. Di qualunque genere fosse il testo sul quale lavoravo. Alla radice sia dell’attività di ricercatore che di quella di traduttore c’è la passione per la cultura (il “fatti non foste a viver come bruti” dantesco, altra cosa che ripeto spesso ai miei studenti), la conoscenza, e la letteratura – intesa anche (lo ricordo da una vecchia lezione di Marcello Pagnini) come consolazione al male di vivere.
Il mio primo incarico fu un testo “minore” di Faulkner, che il mio mentore accademico di allora decise di “passarmi”. Faulkner, non so se mi spiego. Fu come il proverbiale imparare a nuotare con il proverbiale babbo che ti butta in acqua. Insomma, ora tocca a te. Il resto è storia. Per inciso, la casa editrice che doveva pubblicare il volume fallì – ovviamente prima di corrispondere il compenso, che non avrei visto, e sensibilmente ridotto, fino a una decina d’anni dopo. In questo modo entrai subito in contatto anche con una delle fastidiose caratteristiche di certa editoria italiana (la disinvoltura nei pagamenti), quindi col senno di poi posso dire che l’episodio ebbe una sua doppia utilità.

mastiniChe studi hai fatto? So che sei dottore di ricerca in Studi americani, ma quali scuole, stage, corsi di specializzazione mirati alla traduzione sono necessari per iniziare questo lavoro? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono laureato in letteratura, nello specifico americana. Fin da adolescente, dunque, ogni mia scelta è stata – scherzo, ma non troppo – ispirata allo spregio per una vita tranquilla, un’entrata regolare e decente, e una serena vecchiaia. Insomma, “scelte di passione” – e ne pago tutte le conseguenze (pazienza) senza nemmeno ricevere due spiccioli di resto, per parafrasare Majakovskij. Scuole e stage? Consiglio studi umanistici, di qualsiasi genere, e poi due strade: Master o altri corsi di traduzione, ma mi raccomando: con poca, MOLTO poca teoria e tanta pratica, e magari (se il Master non tratta certi argomenti) un bel corso sul lavoro editoriale. E poi lavorare tanto per conto proprio. Studiarsi i software di impaginazione, per esempio, i manuali di stile, i prontuari di punteggiatura, il Queen’s English, ecc. ecc.

Quando un traduttore si sente pronto a mettersi alla prova come contatta le case editrici? Mandando direttamente curricula, iscrivendosi a banche dati di traduttori, o si viene chiamati e scelti direttamente dagli editori ? Chi seleziona i traduttori? Nel tuo caso come è andata all’inizio, immagino che dopo aver iniziato a lavorare tutto sia più automatico o mi sbaglio? Dopo molto incide sulla reputazione maturata e sui lavori svolti.

Curricula e banche dati sono utili (ma attenzione, chiedete a dieci persone “come scrivere un buon CV per l’editoria” e vi troverete con dieci versioni diverse del vostro curriculum e non saprete, se una va bene, qual è), ma ogni editore si fiderà più del parere di qualcuno che conosce che di un curriculum lungo magari come un volume della Treccani e di decenni di esperienza (ma con altri editori). Quindi: farsi conoscere, di persona. Frequentare i luoghi dove si possono incontrare, fisicamente, i propri futuri datori di lavoro: fiere del libro, presentazioni di libri, iniziative culturali, ecc. ecc. Prima, assumere informazioni sulle case editrici e il mercato editoriale, con piglio militare: chi sono, cosa pubblicano, chi hanno alle spalle ( = chi paga), chi sono gli editor che si occupano del tipo di libri che si vorrebbe tradurre. Telefonare, farsi dare le email aziendali, farsi spedire i cataloghi, studiarsi tutto (appena un gradino sotto allo stalking, insomma) e poi farsi avanti. Non è semplice, mai: ci sono editor ai quali ho scritto per anni senza avere due righe di risposta. Ma insisto.
Come ho iniziato l’ho detto, se poi dopo tutto è più automatico, la risposta è: no. Dopo ventun anni di lavoro, ogni volta bisogna rimettersi in gioco, e andare in giro (virtualmente), mi si passi una citazione del mio amato Manzoni, a fare la questua delle noci. La questua delle noci ( = sapersi vendere, procurarsi nuovi incarichi) è quanto di più alieno ci sia dal mio carattere. Ma si impara. Ci si adatta. O ci si estingue (Darwin).

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

Anche questo un po’ l’ho già detto. A volte mi vengono proposti testi che si ritengono adatti alle mie competenze e alle mie capacità, altre volte no. Va bene lo stesso. I testi che propongo io li scelgo in base ai miei gusti (ovvero, devo ritenere che valga la pena tradurli e pubblicarli in Italia), ma anche cercando di proporre il testo giusto all’editore giusto (dopo le indagini di cui sopra). A volte significa leggere, o almeno sfogliare, decine di libri al mese. Conoscere l’autore aiuta, a livello personale sempre, ma adesso ormai mi interessa quasi di più un altro livello, quello “commerciale”. Vale a dire, la conoscenza dell’autore diventa un punto di forza se il suddetto, o la suddetta, ha molta forza contrattuale e voglia di spenderla per te. Questo, in certi casi, ti permette di lavorare non “molto meglio”: di più. Ma sono casi rari.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

Preparo un piano, una scaletta, certo, ma tanto salta sempre tutto. E salta sempre perché il freelance, nei limiti delle umane possibilità, è costretto ad accettare tutto, o quasi, quello che gli viene proposto. Con i compensi che abbiamo, o si fa così o anche il pane con la cipolla tocca mangiarlo un giorno sì e uno no. La A di “adultera” era la lettera scarlatta, il marchio d’infamia di Hester Prynne: per noi è la F di “freelance”. Quasi sempre si lavora non a uno, ma a due, tre, quattro progetti insieme. E ogni tanto bisogna pur dormire. Le date di consegna, di conseguenza, sono sempre un po’ trattabili. Cioè slittano di qualche giorno. O possono farlo. Ma a volte no (e bisogna imparare a riconoscere quelle volte). Se si agisce con correttezza (facendolo presente per tempo, e mostrandosi onesti), c’è un piccolo margine da sfruttare per far quadrare i conti col Tempo (la maiuscola è voluta). Basta non esagerare (lo diceva anche Calvino quando lavorava da Einaudi). Una volta ho esagerato – non per malafede, diciamo per ingenuità (ero poco più che ragazzo) – e sono stato, come meritavo, punito.

Parliamo  della traduzione di I mastini di Dallas di Peter Gent, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Un testo molto difficile per molti versi, non solo da un punto di vista tecnico, accompagnato anche da un’aura maledetta, o per lo meno di denuncia dei mali contemporanei dello sport, e della società americana più in generale. Alla sua uscita nel 1973, creò un vero e proprio caso, e fu anche portato sullo schermo nel 1979 da Ted Kotcheff, con Nick Nolte come protagonista. Dopo tutti questi anni solo oggi possiamo leggerne in Italia la versione in italiano. Il football americano è certo uno sport molto più violento e usurante del nostro calcio, ma molti meccanismi possono essere simili. Tutto ciò ha influenzato il tuo lavoro? Quale è stata la parte di più difficile, quella più affascinante?

“North Dallas Forty” è del 1973. Allora, l’esperimento – più o meno sentito, più o meno in buona fede – degli anni Sessanta, l’estate dell’amore, il tentativo di fare prevalere le ragioni della collettività su quelle dell’individuo, non solo era passato: era fallito. Da ora in poi, ognuno per sé. Arricchirsi, “vincere”, superare il tuo vicino, togliergli il posto in squadra, la donna, il futuro. Una cosa mostruosa, violenta, feroce. Scrittori come Hunter S. Thompson l’avevano capito subito: si legga, per esempio, il suo “The Kentucky Derby Is Decadent and Depraved” (1971), e soprattutto se ne guardino le splendide illustrazioni (di Ralph Steadman). Gent, di questo cambiamento epocale, se ne rende conto “quasi” subito, e ne parla usando una squadra di football come metafora della società in generale, ma lo fa benissimo. Nel libro c’è il grottesco e c’è la tragedia (nel senso più alto e classico del termine), nel film soprattutto il grottesco (io preferisco il libro, ma voglio bene a Nick Nolte). Ed è questa tragedia – che è una tragedia anche dell’ipocrisia che sottende molto sport americano; direi, però, soprattutto il baseball (o almeno sembra ipocrisia a noi; basta andare a vedere una partita negli USA e si torna bambini, e si crede perfino alla panzana sul disinteresse dei giocatori per il dio denaro) – la resa di questa tragedia, la vera sfida. Quel sentirsi all’improvviso niente più che un pezzo dell’equipaggiamento della squadra, un oggetto, una cosa, che interessa solo finché produce risultati, e quindi reddito, e si piega a certe logiche – che del resto, almeno per il momento, sono invincibili. A me è interessato questo.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Ho appena consegnato un grosso libro, sto iniziando a lavorare a un bel progetto con persone che mi piacciono, cerco di far tradurre (da me) un libro splendido, ritradurre (sempre da me, ovvio: è fuori catalogo da anni, purtroppo e per fortuna) un libro meraviglioso [si noti come non vengono svelati i titoli: è un mondo senza pietà, né fiducia], ma soprattutto è iniziata… la questua delle noci.

Grazie della tua disponibilità, sono sicura che quanto da te detto sarà utile a molti che si avvicinano alla tua professione, magari scoraggiati dalle mille difficoltà. Vedere che qualcuno ha trasformato la sua passione in lavoro è un ottimo punto di partenza.

Grazie a voi. Temo di essere sembrato negativo e pessimista (nell’ambiente, svelo un segreto, qualcuno mi chiama “Mr Sunshine”), ma non è così. Tornassi indietro farei esattamente le stesse cose. Non esiste lavoro più bello. È cruciale, tuttavia, essere consapevoli di quello che ci aspetta. Chi cerca denaro, tempo libero, soddisfazioni di un certo tipo, visibilità, glamour, beh, scelga un altro mestiere. La traduzione è un’amante esigente. Prende più di quello che dà (in senso quantitativo). Non è un maglione che si mette e si toglie, è più una seconda pelle. Non la lasci mai, ti sta sempre addosso. A volte ti sembra di essere solo, e che solo i colleghi possano capirti. Beh, a volte è davvero così. E la domanda del neofita (per dire una stupidaggine) non è “dove ti vedi tra cinque anni”, ma “dove ti vedi tra venticinque”. Per molti (per me lo è stata) la risposta è “sempre qui, sempre così”. Siete pronti? Sì? Allora andrà tutto bene.

:: Un’intervista con Fatima Bhutto a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2014

F.Bhutto.Primo piano puroCredit by Amean JBenvenuta Fatima e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Non le farò domande sulla sua famiglia, (invito i lettori interessati a leggere il suo saggio biografico Canzoni di sangue), preferisco farle domande sul suo lavoro di scrittrice. L’ombra della Luna crescente (The Shadow of the Crescent Moon, 2013) è il suo primo romanzo, un’ opera di fantasia che rispecchia comunque la vita in Pakistan, specialmente dei giovani. Molto spesso la fantasia, ci aiuta a facolizzare anche meglio la realtà?

Penso che la narrativa sia davvero liberatoria. Ci permette di discutere argomenti che sarebbero altrimenti troppo spaventosi o troppo difficili da affrontare direttamente. Ti offre uno spazio libero da giudizi, e questo è davvero importante, specie quando stai trattando argomenti pesantemente politici, o soggetti delicati.

Cinque personaggi, due donne e tre uomini sono al centro della vicenda: Mina e Samarra,  Aman Erum, Sikandar e Hayat. Il mio personaggio maschile preferito è sicuramente Sikandar, molto diverso dall’idea che molti occidentali hanno degli uomini musulmani: è sensibile, idealista, ama teneramente la moglie accettando i suoi scatti di rabbia, le sue forse ingiuste recriminazioni (il dolore per la perdita del figlio è di entrambi). Come ha costruito questo personaggio così in opposizione con gli stereotipi correnti?

Anch’io provo una grande simpatia per Sikandar e la provo perché ci mostra che la paura è universale. Non si può sfuggirla, non importa quanto ci si impegni a provarci. Finché non risolvi la causa della tua paura, ne sei perseguitato. Gli uomini non sono più coraggiosi delle donne, non lo credo assolutamente, ma subiscono maggiori stigmatizzazioni quando si parla di paura. Devono nascondere la loro paura agli altri, ed anche a se stessi.

Oriente e occidente, due mondo così lontani, ma non inconciliabili. Infondo sentimenti, debolezze, aspirazioni, sono le medesime. Cosa ci divide, cosa ci unisce?

L’amore ci unisce, ed anche la compassione. Viviamo in un mondo incredibilmente interconnesso e se c’è una verità riguardo all’universo nella quale credo è questa – che siamo tutti connessi. Molte più cose ci uniscono di quante ci dividano. La paura ci allontana, ci impedisce di vedere che siamo tutti un’unica cosa.

La vicenda si snoda nell’arco di tre ore, dalle 9 a mezzogiorno di un venerdì di dicembre, un giorno di pioggia, primo giorno dell’Eid. Numerosi flash back dilatano il tempo, per poi contrarlo nei momenti di maggior pathos, quasi cristallizzandolo come in una goccia d’ambra. Oriente e occidente differiscono anche nella concezione e percezione che hanno del tempo. Era questo che voleva far emergere dal suo romanzo?

Assolutamente! Sei la prima giornalista ad accorgersene – è certamente vero che l’est e l’ovest hanno prospettive completamente diverse riguardo al tempo. Nell’occidente c’è un senso di importanza dato al tempo – alle otto ti svegli, alle dieci sei in ufficio, all’una pranzi alle sei vai a casa e non solo quello, ma anche nella vita. A diciotto anni lasci casa, a venticinque possiedi un appartamento, a trenta ti sposi e così via. Ma in oriente l’inazione è un movimento vitale quanto l’azione. L’oriente vede il tempo più come un viaggio, completamente separato da un ordine. C’è il caos nel viaggio – è una grande parte del viaggio, in effetti.

La giustizia, oltre alla libertà, e alla compassione, è un tema importante nel suo romanzo, Mira nella foresta accusa i talebani di essere ingiusti, accusa più profonda non poteva farla. Come ha reso con le parole questa necessità quasi vitale dell’uomo a qualunque latitudine abiti?

Mina lo personifica, questo desiderio di giustizia, non solo nel suo tener testa ai talebani, ma anche nel suo dolore e nella sua costante ricerca di una comunità che la comprenda e che condivida la sua perdita. Per me la giustizia è il cuore della politica e della società. È una necessità primaria ed una delle cose meravigliose della narrativa è stata mostrare quanto sia soggettiva. La giustizia per Mina può significare ingiustizia per qualcun altro – i risultati finali possono essere differenti, ma la ricerca è la stessa.

L’ombra della Luna crescente è un romanzo difficilmente classificabile: è un romanzo familiare, politico, generazionale, uno spaccato in grado di raffigurare le contraddizioni e l’ attualità del Pakistan contemporaneo, e nello stesso tempo capace di trasmettere tenerezza e poesia. Il suo essere anche poetessa, l’ha aiutata in questo?

Questa è una domanda interessantissima, ma una domanda alla quale non posso davvero rispondere perché immagino fosse il tono della storia! Voglio dire, non ne ero consapevole ma provavo una grande tenerezza per i personaggi e per il loro mondo e forse questa tenerezza traspare…

L’ombra della Luna crescente è un romanzo coraggioso, nel suo paese creerà sicuramente frizioni per le sue riflessioni, specialmente politiche. Come pensa di affrontare le eventuali critiche?

Quando tratti qualunque argomento politico delicato – e pare che quando un piccolo gruppo si sta difendendo dalle masse, tutto diventi delicato – ci saranno sempre attacchi e frizioni. Ma io credo che restare in silenzio su questi argomenti sia estremamente pericoloso, non parlarne apertamente. Sono pronta ad affrontare ciò che ne deriverà.

Non sceglie un percorso lineare, usa veli e disvelamenti repentini, improvvise rivelazioni, anche molto avanti nella narrazione, mi riferisco al motivo perché Mira si infiltra nei funerali di perfetti estranei, creando un senso di attesa e di mistero. Tutto ciò si ricollega alla concezione del tempo a cui ci riferivamo prima?

In parte sì, ma anche perché nella vita noi abbiamo a che fare in continuazione con questa tensione fra sapere e non sapere. Abbiamo ampi margini per la segretezza che cerchiamo sempre di controbilanciare col nostro bisogno di trasparenza. Perciò proprio come nella vita non si conoscerà mai il cuore del problema che disturba qualcuno il primo giorno che l’incontri, così nel romanzo devi viaggiare per qualche tempo con i personaggi prima che loro ti lascino entrare.

Aman Erum è il personaggio più fragile e in un certo senso discutibile, anche se lei non usa mai termini men che meno corretti nel tratteggiarlo. Vuole fuggire all’estero in cerca di stabilità economica e sicurezza, arriva a diventare informatore del colonnello Taric, l’uomo con la vera d’oro rosa, considerandosi un patriota, ma causando involontariamente l’arresto di Samarra con quello che ne consegue. Il padre ne disapprova le scelte, nel passo più commovente del libro, anche se lo nasconde nel tono di voce. Troverà un riscatto?

Spero di sì, davvero. Penso che tutti i personaggi nel romanzo stiano affrontando situazioni nelle quali il loro stesso paese li sta coinvolgendo. Stanno tutti lottando nel loro modo per trovare un po’ di giustizia, per trovare una qualche redenzione. Ma il romanzo parla anche molto di tradimento, e quanto ciascuno di noi deve tradire al fine di sopravvivere oggi nel mondo moderno…

Grazie della sua disponibilità, chiuderei questa intervista chiedendole di anticiparci i suoi progetti per il futuro? C’è un nuovo romanzo, in programma?

Grazie per le tue domande sentite e sensibili. È stato un piacere rispondere. Spero davvero molto di poter lavorare su altre storie in futuro, ed appena avrò finito col tour promozionale del libro, allora tornerò a lavorare sulla scrittura invece di parlare!

[Traduzione a cura di Davide Mana]

[Photo credits: Amean J]

English version here

:: Un’ intervista con Maurizio de Giovanni

23 dicembre 2013

131126 BUIOD. Bentornato Maurizio su Liberi di scrivere. Vorrei dedicare questa nuova intervista principalmente al tuo nuovo romanzo Buio, per i bastardi di Pizzofalcone che esce sempre per Einaudi a pochi mesi dal tuo romanzo precedente. Era giugno, infatti, quando è uscito I Bastardi di Pizzofalcone. Tutti si aspettavano una nuova indagine di Ricciardi e invece tu ci hai sorpreso proseguendo la tua serie di noir contemporanei. La storia che hai narrato esigeva di essere raccontata? I personaggi del precedente romanzo hanno in un certo qual modo preteso di nuovo spazio?

R. Prima di tutto lasciami salutare con grande affetto i lettori di questo tuo magnifico punto d’incontro per chi come me ama la narrativa, e abbracciare te con tanta tenerezza. Sì, direi che è andata proprio così; i Bastardi di Pizzofalcone avevano bisogno di un momento di forte consolidamento, di farsi conoscere meglio prima di tutto da me, di ampliare le storie personali e le relazioni reciproche. E poi avevo questa storia, forte e urgente, e sai che quando è così è molto difficile trattenersi dallo scrivere.

D. Con Il metodo del coccodrillo hai iniziato la tua serie contemporanea, scrivendo un poliziesco metropolitano in cui bene o male c’è sempre un protagonista prevalente, lispettore Giuseppe Lojacono, che in un certo modo ricalca echi della saga di Ricciardi: un poliziotto con le sue fragilità, due donne che gli sono care, superiori che se proprio non lo ostacolano, non lo comprendono e lo limitano. Da I bastardi di Pizzofalcone in poi, questo schema si rompe e l’approccio corale è prevalente. In quest’ultimo romanzo addirittura Lojacono è quasi sullo sfondo, è la squadra nel suo insieme, vista come un organismo unico, la vera protagonista. Come sei giunto a questa evoluzione?

R. Verissimo, la serie dei Bastardi di Pizzofalcone costituisce in un certo senso una novità per la coralità dei personaggi. Credo che un grande limite della narrativa italiana, anche non di genere, consista nel fatto che gli autori finiscono sempre per isolare un personaggio in cui vedono se stessi o quello che avrebbero voluto essere: basti notare quanti romanzi abbiano per protagonista uno scrittore o una scrittrice. Penso che bisognerebbe fare un passo indietro e raccontare la vita com’è, un contesto sociale in cui ognuno è protagonista assoluto della propria storia e interagisce con gli altri. Visto dall’alto del narratore, ogni personaggio mantiene una dignità e uno spessore, complessità che vanno singolarmente raccontate.

D. Ed McBain e l’87 Distretto sono in un certo senso un tuo modello, citi questo autore in diverse interviste. Lui ambientava le sue storie a Isola, una città immaginaria trasposizione di NewYork, tu ambienti le tue storie a Napoli. Lui aveva in Steve Carella il suo teorico punto di riferimento, tu hai creato il carismatico personaggio di Lojacono. Ed McBain scrisse la sua fortunata serie dagli anni 50 al 2005, fornendo un affresco sociale di un’epoca, in cui inseriva le storie private oltre le investigazioni dei suoi poliziotti protagonisti. Ti appresti a fare la stessa cosa anche tu con Napoli?

R. Per carità, l’Immenso McBain è un modello inarrivabile! Diciamo che mi sono limitato a tributare la mia ammirazione con alcuni riferimenti, come i tratti orientali che accomunano Carella a Lojacono. In verità sono un appassionatissimo lettore di tutti i romanzi della serie dell’87°, e trovo che mantenere una pluralità di personaggi facendone un gruppo di protagonisti sia geniale perché consente di variare costantemente la prospettiva, il punto d’osservazione dal quale si guarda il complesso universo di una metropoli contemporanea. Nel mio piccolo vorrei riuscire a usare i Bastardi di Pizzofalcone come veicolo per raccontare, a modo mio, una città difficile e articolata come Napoli.

D. La tua scrittura è stata definita verista, e nello stesso tempo poetica, dove la poesia nasce dal quotidiano, dalle cose minime, dalla fragilità e dalla forza a volte inaspettata. Grande risalto dai all’umanità dei personaggi, quasi non vergognandoti di essere capace di commuoverti, e lo fai con grande partecipazione emotiva. La commedia umana di balzachiana memoria sembra mutevole solo in apparenza?

R. Sono convinto del fatto che il genere nero, che prende il delitto e le passioni che lo causano e che da esso derivano, non debba essere necessariamente freddo, duro e distaccato. Si parla di sentimenti, di emozioni e appunto di passioni, eventi umani potenti e sottili, che mostrano la fragilità dei rapporti e delle relazioni che spesso erroneamente crediamo indistruttibili e inossidabili. La mia personale commozione di fronte a certe vicende, soprattutto quelle che coinvolgono i deboli, gli anziani, l’infanzia, arriva naturalmente nella mia scrittura e nelle descrizioni. Non lo faccio apposta, insomma, ma sono ben contento che questo accada. Il mio editor, Francesco Colombo, parla per i miei romanzi di “nero sentimentale” e devo dire che la definizione mi piace molto.

D. Se Il metodo del coccodrillo, era una storia di vendetta e solitudine, I Bastardi di Pizzofalcone, di riscatto, Buio è principalmente una storia di disperazione, forse il tuo romanzo più profondamente noir. C’è più pessimismo, smarrimento, ferocia nella Napoli di oggi?

R. Napoli, al di là delle sue peculiarità molteplici nel bene e nel male, è una metropoli mediterranea. In essa, come in qualsiasi luogo che ospiti molte centinaia di migliaia di persone in uno spazio piuttosto ristretto, ribollono milioni di pensieri ed emozioni, con gelosie, invidie, ossessioni. Io scrivo romanzi neri, ed è quindi naturale che tra tutte le passioni io prenda sotto particolare osservazione quelle che danno luogo a un delitto, o che da esso provengano; questo non vuol certo dire che Napoli sia un inferno, naturalmente: ma certamente, come tutte le nostre città, sa essere un luogo arido e solitario, in cui si può morire di abbandono a pochi centimetri da chi ti potrebbe aiutare. Questo pensiero mi sgomenta, e anima inevitabilmente le mie storie.

D. Un rapimento, un furto in casa, un killer che uccide anziani o disperati che non hanno più una ragione per vivere (che solo Giorgio Pisanelli sente e vuole fermarlo) sono le indagini principali, poi come racconti autonomi all’interno del romanzo, una figlia che affida la propria figlia a suo padre senza sospettarne il pericolo, un ragazzo che vuole fare un regalo speciale alla sua ragazza progetta di rapinare una gioielleria, un uomo che per guadagnare di più fa il turno di notte e per fare una sorpresa arriva a casa al momento sbagliato, una ragazza monta in motorino e per non rovinare i capelli non mette il casco. Stai sperimentando nuovi approcci narrativi?

R. No, assolutamente. Cerco di raccontare la vita, facendo vagare un po’ lo sguardo qua e là, perdendo un po’ la concentrazione narrativa e mettendo a fuoco, durante il viaggio, qualche panorama alternativo che subito scappa via dal finestrino. Provo a dare al lettore un ambiente, fatto di molte cose e molte persone, per fargli sentire l’aria che tira, il tempo che fa. E qualche volta mi distraggo e mi metto, solo per un po’, a seguire qualche vicoletto che magari racconta storie interessanti. Poi però mi riprendo e torno a raccontare le storie principali. Dev’essere un principio di Alzheimer.

D. Le indagini per ritrovare il piccolo Edoardo Cerchia, un bambino di dieci anni, figlio di genitori separati e nipote di un ricchissimo imprenditore, è forse il filo conduttore su cui ruota tutto il romanzo, la parte che chiede più spazio, più partecipazione emotiva anche da parte del lettore. L’infanzia negata, la violenza, non solo fisica, perpetrata contro i minori sono temi che si ripresentano sovente nei tuoi romanzi, sempre con sfumature più drammatiche, più raggelanti. Un rapimento non è un omicidio, anche se lo può diventare, ma nello stesso tempo è un crimine che causa grandissimi strascichi di sofferenza, nel rapito, nei parenti che a casa l’aspettano, nelle forze dell’ordine che temono di arrivare troppo tardi, negli stessi rapitori, costretti a volte a scelte che in altre circostanze non farebbero. Come hai costruito questa parte del romanzo?

R. Ogni crimine ha un violentissimo impatto oltre che sulla vittima e su chi commette il gesto anche su tutti quelli che ne lambiscono il territorio. Ho una sensibilità particolare, essendo padre, nei confronti dell’infanzia e ti confesso che scrivere Buio mi ha fatto tornare a quando ho scritto Il giorno dei morti, il quarto romanzo della serie di Ricciardi, facendomi stare davvero male quando dovevo descrivere le sensazioni di Dodo in mano a chi l’aveva preso. Tuttavia era necessario, per riuscire a raccontare tutto quello che volevo dire. Non è stato facile, ma ti confesso che sono piuttosto soddisfatto del risultato: nel romanzo sento vibrare il mio dolore per Dodo, e la compassione che sento per una società che non riesce più a proteggere i propri figli dall’abisso.

D. La crisi, la disoccupazione, l’incapacità di mantenere il tenore di vita a cui si è abituati, la paura di chiedere aiuto, quando si è certi che quell’aiuto non arriverà, sono tutti volti di quel buio, che i personaggi del tuo romanzo devono affrontare. La crisi che stiamo vivendo, non solo italiana, mondiale, è una fase storica legata alla fine del consumismo selvaggio, alle bolle finanziarie, al divario tra ricchezza reale e capitale fittizio,  ed è ancora in un certo senso estranea, ancora poco analizzata nella opere narrative di questi ultimi anni. Tu come hai scelto, o meglio trovato il coraggio, di narrarne uno dei suoi volti più feroci?

R. Volevo esprimermi in merito alla dissoluzione etica della nostra attuale classe dirigente, ora che la crisi economica ha distrutto l’effimera scala dei valori costruita sul friabile terreno della ricchezza. Dopo aver spinto per quasi trent’anni sul conto economico, in mano a manager senza scrupoli che hanno avuto un’ottica di periodo brevissima, talvolta semestrale, senza pianificare alcuna crescita, la crisi ha denudato il re portando a galla la disperazione della totale assenza di una qualsiasi etica. Sappiamo solo spendere, e non ci rassegniamo a doverne fare a meno: perciò ci indebitiamo, inoltrandoci in un abisso dal quale uscire sarà impossibile. Credo sia assurdo tenere fuori questa vera bomba nucleare emotiva dal nostro racconto della vita attuale, e Markaris ne è la prova col suo racconto grottesco e fortissimo della crisi greca.

D. Anche Napoli è sullo sfondo, una metropoli contemporanea invasa dal traffico e dal rumore, in cui al gente può passare senza essere vista come Maria Musella. Sappiamo che è maggio, che la bella stagione sta arrivando. Conosciamo i mercati rionali, le industrie chiuse per la crisi. Che ruolo assumerà Napoli nei prossimi romanzi della serie?

R. Non riesco a tenere fuori la mia città dalle storie che racconto. Napoli, lo sai, non si adatta mai a fare da sfondo, da semplice scenografia: si sporge, si fa largo, si muove e prende posizione davanti proponendo le sue mille facce, bellissime e orribili o anche solo consuete, ma mai ordinarie. Sarà sempre centrale, Napoli, in quello che racconto: sia negli anni Trenta che oggi.

D. Hai scelto un finale aperto. Sta al lettore comprenderlo. Siamo consapevoli di quale possa essere, ma c’è sempre un margine che sfugge, quasi affidato alla speranza. Che anche i peggiori possano avere un ripensamento, un rigurgito di coscienza. Questa ambiguità è voluta o l’ho vista solo io?

R. Ogni storia in realtà ha un finale aperto. Pensare che un romanzo si chiuda con l’ultima pagina è solo utopia, l’unico genere che chiude la storia col suo “… e vissero felici e contenti” è la fiaba. Buio continua, come continuano tutte le storie nel cuore di chi legge se il cuore è stato raggiunto. Mi piace pensare che ogni lettore immagini un diverso seguito per i miei personaggi, proprio come faccio io.

D. Una domanda su Ricciardi è inevitabile. Puoi anticiparci qualcosa sul prossimo romanzo ricciardiano?

R. Certo. Il prossimo romanzo di Ricciardi, che uscirà la prossima estate, sarà ambientato nella settimana che precede la festa della Madonna del Carmine, che ricorre com’è noto il 16 luglio. Sarà torrido, assolato e doloroso, e parlerà di professori universitari, di medicina, di orefici e di religione. Non dico altro, altrimenti l’editore mi uccide.

D. In una tua recente intervista, alla domanda in quale città , oltre Napoli, ambienteresti le tue storie, nomini Buenos Aires. Cito le tue parole: “Se proprio dovessi scrivere una storia altrove, sceglierei la Buenos Aires degli anni Venti, fatta di tango e dolore, di emigrazione e di dignitosa povertà e di grandi speranze”. Era solo un’idea, o scriverai davvero una storia così?

R. Ho visitato Buenos Aires, ospite del festival locale del noir, questa estate e me ne sono perdutamente innamorato. E’ la città più bella che io abbia mai visto, e ha una storia ricchissima e meravigliosa fatta soprattutto di immense emozioni. Mi piacerebbe davvero raccontare qualcosa, ma dovrei andarmene a stare là per qualche tempo. Quando non mi vorrete più qui ci penserò!

D. Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari. Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista?

R. La serie dei Bastardi diventerà probabilmente una serie televisiva, ne stiamo parlando. Certo le storie hanno degli aspetti difficili da trasporre, ma è una bella sfida che avrei tanta voglia di raccogliere, così come mi piacerebbe scrivere qualcosa di divertente per il teatro. Ci vorrebbe una giornata di quarantott’ore, però. Un abbraccio a te, Giulia, e a tutti i lettori; grazie per l’attenzione, e a presto in libreria!

:: Un’intervista con Federico Roncoroni a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2013

roncoroniBenvenuto Federico Roncoroni su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Si descriva ai nostri lettori, ci parli di sé. Punti di forza e di debolezza.

Leggo, scrivo e viaggio e faccio altre cose che il tacere è bello. Il mio punto di forza è che leggo più di quanto scrivo e la mia debolezza è che non leggo quanto vorrei.

Editor, italianista, autore di manuali di scrittura e di una delle più diffuse grammatiche della lingua italiana, e ora con Un giorno, altrove romanziere. Come è nata l’ esigenza di scrivere un romanzo, un romanzo epistolare nell’era di internet?

Come ha già detto qualcuno, ho scritto un romanzo per smettere di viverne uno. E ho scritto un romanzo epistolare perché tutto è nato da una lettera, anzi da una mail.

Un giorno, altrove è un romanzo d’amore, di ricordi condivisi, di malattia, di dolore, di morte. Veniamo anche a conoscere il rapporto del protagonista con i suoi genitori negli ultimi anni. Ha paura della vecchiaia, o la considera una semplice età della vita?

Non ho paura della vecchiaia perché non ho mai avuto paura neanche della giovinezza: come dice lei, sono due tappe della vita ineludibili, a meno di non morire infanti.

La memoria è un altro tema che affronta in questo libro, il rapporto del protagonista col passato, ricreato con le parole e vivo solo più nella sua mente. Lo stesso amore per Isa è fatto di ricordi, che si fanno comunione e appartenenza. Crede che l’amore aiuti a fissare nella memoria ciò che resta del passato?

La memoria è una carta assorbente: prende e asciuga tutto quello che di più evidente si trova sotto.

Ha scelto una struttura insolita, una serie di email che testimoniano un dialogo amoroso tra due personaggi Filippo e Isa, di cui conosciamo solo le mail di lui, mentre quelle della donna dobbiamo in un certo senso ricostruirle dalle sue risposte, in una sorta di presenza-assenza. Perché questa scelta?

È stata una scelta obbligata. La vera Isa ha posto come condizione alla narrazione della sua storia che le sue mail non apparissero. Mi sembra però che, proprio per la sua assenza, risulti più presente.

Sembra quasi un unico lungo discorso con se stesso, un ininterrotto flusso di coscienza; in che misura la solitudine si insinua nella vita del protagonista?

La solitudine si insinua nella vita di chiunque la elegga a suo modo di vivere, ed è un bel modo di vivere a patto che non sia imposta da nessuno o da nulla e possa essere interrotta quando lo si voglia. Nel caso di Fil è la solitudine di chi aspetta che una persona arrivi a rompere l’incantesimo.

La malattia, il costante pensiero della morte, riportano il protagonista a confrontarsi in modo combattivo con il male, l’assenza, la perdita. Eppure il tono che usa non è né triste, né sconfitto. Come ha scelto le parole per descrivere questo paradosso?

Uscito fuor dal pelago a la riva, Fil si volge a retro a rimirar lo passo che non lasciò giammai persona viva: non si dispera e non si rallegra ma guarda il tutto con l’ironia del sopravvissuto.

Un fiore, una cattleya, un omaggio a Proust?

Sì, brava. Un omaggio a Isa che come l’Odette di Swann amava ornarsi il petto e il crine con una cattleya.

Il finale permette di rivedere il romanzo intero sotto una nuova luce; è un atto d’amore pure il silenzio, la mancanza di assoluta sincerità, anche se poi la verità è inevitabile che faccia la sua apparizione?

Isa ha taciuto la verità per amore, anche se non poteva ignorare che alla fine la verità sarebbe venuta a galla e avrebbe avuto un effetto devastante.

Curatore dell’archivio di Piero Chiara, cosa ha in comune con questo autore lombardo? Si sente in qualche modo vicino alle tematiche da lui trattate?

Come discepolo di un maestro come Piero Chiara, ho in comune con lui tutto quello che mi ha insegnato ma che ho cercato di superare per distinguermi da lui. Le nostre tematiche sono comunque differenti perché abbiamo avuto esperienze diverse, ma quello che conta è la lezione linguistico-narrativa: debbo a lui il piacere di raccontare e, spero, la limpidezza della scrittura.

Lei è un grande appassionato e studioso della letteratura dell’Ottocento e Novecento. Quali sono i suoi autori preferiti? Quelli che maggiormente l’hanno influenzata? E tra i contemporanei, c’è qualche esordiente che ha apprezzato particolarmente?

Difficile scegliere tra gli autori dell’Ottocento e Novecento, perché sono tutti grandi, e ancora più difficile scegliere tra i contemporanei, perché scegliere qualcuno vorrebbe dire lasciar credere di considerare gli altri da meno. Tra i contemporanei stranieri, anche se non è un esordiente e non scrive neanche più, amo di immenso amore Philip Roth e, tra gli italiani, Melania A. Mazzucco, che per fortuna continua a scrivere.

Si parla di candidare il suo romanzo allo Strega. Come affronta questa avventura?

Con gratitudine verso quanti si stanno impegnando in proposito a favore del mio romanzo. Con il giusto scetticismo per quello che mi riguarda.

Infine concluderei questa intervista ringraziandola ancora per la disponibilità e chiedendole se attualmente sta scrivendo un nuovo romanzo.

No, e per il momento non ho nessuna intenzione di farlo.

:: Un’intervista con Linda Castillo a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2013

vicolo ciecoCiao Linda. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Linda Castillo? Punti di forza e di debolezza.

Ti ringrazio tantissimo per avermi invitato. Sono cresciuta in una piccola comunità agricola in Ohio, un paio di ore da Amish Country. Mio marito ed io attualmente risiediamo nella regione di Texas Panhandle, in un piccolo ranch. Abbiamo due cavalli, quattro cani presi dal canile e un gatto domestico. Sono una grande amante degli animali e passo tutto il tempo che posso con i miei cavalli a cavalcare. Vorrei dire che la mia forza più grande è la perseveranza. La mia maggiore debolezza è che a volte tendo ad essere una maniaca del lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Ho scritto il mio primo romanzo quando avevo tredici anni. Era un romanzo young adult dal titolo The Long Journey, scritto a mano in un quaderno a spirale. Che ancora conservo. Certo era scritto male, ma ho sempre amato scrivere storie e creare personaggi. Mi è sempre piaciuto mettere quei personaggi in situazioni difficili o pericolose.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Ho scritto diversi libri prima di riuscire a venderli. Il mio primo libro pubblicato si intitolava Remember the Night. Era un romanzo romantic suspense edito da Harlequin nel 2000.

Quali sono per te le qualità tipiche che caratterizzano un buon scrittore?

L’ editoria è un business difficile in cui avere successo. E scrivere un romanzo è un lavoro talvolta lungo e difficile. Penso che uno scrittore, sia uomo che donna, che voglia avere successo debba prima di tutto essere perseverante. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore prendere lezioni di scrittura e imparare quanto più possibile non solo i segreti della scrittura, ma anche come funziona il business vero e proprio. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore essere appassionato del suo lavoro.

La serie di thriller con protagonista Kate Burkholder è ambientata nella terra degli Amish. La comunità Amish è un’ ambientazione insolita per un romanzo. Come ha influenzato la tua scrittura? Penso al film Il testimone con Harrison Ford. Ti ha influenzato in qualche modo?

Mentre mi è piaciuto molto il film, Witness in realtà non ha influenzato in alcun modo il mio lavoro. Una visita nell’ Amish Country nel 2004 mi ha suggerito l’ idea di base e l’ambientazione per Sworne to silence (Costretta al silenzio, 2010). Non riuscivo a pensare ad un’ ambientazione più interessante per il mio libro. Come scrittrice ho voluto esplorarne la cultura. Volevo scrivere di una protagonista da poter inserire in quel mondo. Un personaggio diviso tra due culture,  che molte volte si scontrano. Ho voluto iniettare qualcosa di terribile in questa piccola città sana per vedere come questo personaggio eterogeneo gestisse quel tipo di stress. Amo la giustapposizione di ciò che è sano posto contro il male.

Ti sei ispirata ad eventi reali per creare le tue trame? Dove trovi di solito le idee?

La maggior parte delle mie idee vengono da notizie che apprendo dai giornali, dalla tv e c’è un rifornimento apparentemente senza fine. Ci sono omicidi e sparizioni e sparatorie che nascondono una parte di mistero. Ho sempre voglia di sapere chi è stato e perché. E così prendo una notizia interessante – di una persona scomparsa, per esempio-, e cerco tutti gli attori coinvolti, do un’occhiata a tutti i possibili scenari e le motivazioni, e mi metto al lavoro. Cerco anche di pensare a come i crimini influenzano la vita delle persone e di come la gente reagirà. Chi ha qualcosa da nascondere? Chi sta mentendo? E’ un processo disordinato nella fase iniziale, ma alla fine ottengo di solito qualcosa che posso davvero utilizzare per i miei romanzi.

Hai anche scritto numerosi romance e romantic suspense. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Ho venduto il mio primo libro nel 1999 a Harlequin e ho scritto 27 libri da allora. Scrivere romantic suspense mi ha insegnato alcune cose molto importanti per quanto riguarda la scrittura. Ho imparato a dare importanza al conflitto emotivo e ho imparato a creare personaggi forti, che sono entrambi elementi vitali in ogni buon libro. Scrivendo thriller l’approccio differisce in quanto sono in grado di concentrarmi maggiormente sul lato mystery rispetto al rapporto tra i personaggi. Sono anche in grado di esplorare gli elementi più oscuri di una storia. In termini di voce non ci sono sottili differenze tra i due generi per quanto riguarda la scelta delle parole e il livello di intimità o di sesso esplicito. Mentre mi sono divertita a scrivere quei miei primi libri, l’idea di scrivere un thriller mi ha sempre attirato. E’ stata una sfida scrivere ad un altro livello ed esplorare qualcosa di nuovo.

Breaking silence, ora pubblicato in Italia da Time Crime con il titolo In un vicolo cieco, è il tuo terzo libro della serie Kate Burkholder. Potresti dirci qualcosa della trama?

Mi è piaciuto molto scrivere questo libro, in particolare l’aspetto mystery. Ecco la trama : La piccola città di Painters Mill viene scossa quando una coppia di Amish, – genitori di quattro figli – sono trovati morti nella fossa del letame nella loro fattoria, apparentemente vittime di asfissia. Inizialmente le morti sembrano essere il risultato di un tragico incidente. Tutto cambia invece quando l’autopsia rivela che una delle vittime ha subito un colpo alla testa poco prima della morte. Che tipo di mostro sarebbe capace di uccidere una coppia Amish e lasciare quattro bambini orfani? Consapevole della natura dolce degli Amish, il capo della polizia Kate Burkholder approfondisce il caso sospettando una vendetta, solo per rendersi conto che niente è come sembra.

Potresti dirci qualcosa sui tuoi protagonisti principali?

La protagonista della serie, Kate Burkholder, è nata Amish, ma ora è il capo della polizia in una piccola cittadina dell’Ohio. Penso che una delle cose di Kate che maggiormente amino i lettori è il fatto che sia così imperfetta. Lei è fallibile. Fa errori. A volte si sente troppo coinvolta. Penso che la sua stessa umanità è una caratteristica che attiri i lettori. L’uomo di cui è innamorata, John Tomasetti, è un agente della Polizia di Stato del Bureau of Criminal Identification and Investigation. Questi due personaggi non sono perfetti. Sono stati danneggiati dal loro passato. Ma sanno che il loro rapporto è una parte importante del processo di guarigione. Amo la chimica tra questi due personaggi.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi ha influenzato maggiormente la tua scrittura ?

Sto sempre leggendo qualcosa e ci sono tanti autori meravigliosi tra cui scegliere. Alcuni dei miei preferiti sono Tana French, Gillian Flynn, Lisa Gardner, Tami Hoag.

Cosa stai leggendo in questo momento ?

Ho appena finito di leggere Through The Evil Days di Julia Spencer- Fleming ed è stato incredibile!

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Amo scrivere i romanzi della serie di Kate Burkholder e ho ancora molto da esplorare con questo personaggio. Finché i miei lettori leggeranno e apprezzeranno la serie di Kate Burkholder, io continuerò a scrivere.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Scrivere ogni giorno. Prendere lezioni di scrittura. Leggere molto. Sognare in grande. E non mollare mai. .

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Io amo fare tour promozionali. Mi piace interagire con i lettori e parlare di libri. Mi piace conoscere i librai e i bibliotecari. Durante il mio primo tour, ero a Dallas all’aeroporto Ft . Worth proveniente dall’ Ohio per il mio primo evento. Ero appena scesa dal Skylink, dopo il mio arrivo al terminal. Mentre stavo scendendo giù per la scala mobile, ho guardato giù e ho visto una famiglia composta da una dozzina di Amish, seduta in un gruppo di sedie alla base della scala mobile. Vederli è stato  talmente inaspettato che per un paio di secondi ero assolutamente certa che i miei libri avessero in qualche modo offeso la comunità locale Amish ed che fossero usciti per protestare contro l’uscita del mio libro. Inutile dire che non hanno fatto la minima attenzione a me. Due anni fa, ho viaggiato nei paesi Amish dell’Ohio e ho avuto la fortuna di trascorrere del tempo con un paio di famiglie Amish. Ho anche avuto modo di guidare un buggy! E ‘stata un’esperienza meravigliosa e molto divertente.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi ?

Mi piacerebbe visitare l’ Italia! Non solo per parlare con i lettori di libri, ma per incontrare la gente davvero incantevole che vive in Italia e vedere il bel paese. Avete tanta  storia, voi. Non ho mai avuto l’opportunità di viaggiare in Italia, ma mia sorella l’ ha recentemente visitata e le è piaciuta davvero molto. Spero, un giorno, di visitare l’ Italia anche io.

Parlaci del tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Mi piace moltissimo sentire i lettori! Non parlo italiano (scusate!), ma posso sempre usare google per tradurre. Il modo migliore per i lettori di raggiungermi è tramite e-mail: books@lindacastillo.com. È anche possibile raggiungermi via mail attraverso il mio sito: www.lindacastillo.com.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando in questo momento ?

Ho appena completato il sesto libro della serie Kate Burkholder. Si intitola The Dead Will Tell e uscirà negli Stati Uniti l’8 luglio. Sono molto entusiasta di condividerlo con i miei lettori .