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:: Spaghetti Fantasy: zappe & sganassoni a Stranimondi 2017

13 ottobre 2017

zappa e spadaA Stranimondi verrà presentata domani alle 15, 30 l’antologia a cura di Mauro Longo, in questo momento in viaggio da Tenerife per Milano, Zappa & spada – Spaghetti fantasy. Con Lorenzo Fantoni, Luca Mazza, Michele LaughingFist Gonnella, Jari Lanzoni, Federica Leonardi, Mala Spina, Davide Mana, Mauro Longo, Nerdheim, Diegozilla.

Tutto su Zappa e Spada nel Blog di Mauro Longo: www.CaponataMeccanica.com

Se volete dare un’ occhiata al libro: sito dell’ editore.

Ho fatto qualche domanda ad alcuni della simpatica marmaglia. Ecco le risposte di Davide Mana, Mala Spina e Mauro Longo. (Posto in ordine di arrivo).

Davide Mana

Ciao Davide. Allora inizio col farti una domanda facile facile: come se la passa il  fantastico in Italia?

Credo che il fantastico in Italia si trovi in un momento di svolta: cresce l’interesse, cresce l’offerta. Mai come oggi ci sono state tante diverse esperienze, e tante voci diverse.
Come sempre, le opportunità sono accompagnate da rischi – primo fra tutti quello di un divorzio fra stimolo intellettuale e intrattenimento, i due elementi che da sempre caratterizzano la buona letteratura d’immaginazione. Spesso pare che il mercato si stia polarizzando in due schieramenti, uno che si vergogna disperatamente di divertirsi e uno che aborre qualunque cosa abbia la parvenza di un’idea seria.
Perché il fantastico nel nostro paese prosperi sarà necessario tenere uniti la mente e il cuore del genere. E sfuggire alla facile tentazione di ingozzare il pubblico con “la solita roba”.
E noi ci si prova.
Come dicevano i cinesi, viviamo in tempi interessanti.

Parlaci del tuo racconto Spaghetti Fantasy italico. Come si intitola?

La mia storia si intitola “Tre Diavoli in Fausto” ed è una storia di teatranti sgangherati alle prese con qualcosa di più grande di loro. L’idea è spudoratamente rubata a un saggio del 1630, scritto da un puritano inglese, sui mali che il teatro diffonde fra la brava gente. In un ardito esperimento, mi picco anche di essere stato il primo al mondo a incrociare la Pistola di Chekhov con il Gatto di Schrodinger, presentando nella mia storia il Gatto di Chekhov. Il mio amico Mauro Longo mi ha garantito che un giorno scriverà  una storia in cui compaia la Pistola di Schrodinger.
Spero che il pubblico si divertirà  a leggere il mio racconto quanto io mi sono divertito a scriverlo.
O come diceva quel tale, ho sofferto per la mia arte, ora tocca a voi.

Lo Spaghetti Fantasy avrà  lo stesso successo anche all’estero dello Spaghetti Western?

Chi può dirlo? Certo sarebbe bello, e noi nei nostri sogni più selvaggi proviamo anche a sperarci un po’. In effetti, lo spaghetti western venne capito e apprezzato di più all’estero che non in Italia, per cui chissà, potrebbe capitare anche a noi.
Ma in realtà  credo che nessuna delle storie in Zappa & Spada sia stata scritta col desiderio di trasformare il genere, o di fare qualche strana rivoluzione: volevamo semplicemente raccontare delle buone storie, quella era la direttiva principale.
Ma se non altro, si tratta di qualcosa di diverso dal solito, e il pubblico del fantastico dovrebbe apprezzare la novità. O no?

Mauro Longo

Sei il curatore dell’antologia Zappa e spada. Come è nato il progetto?

Ciao Giulietta, l’idea nasce da un brainstorming durato settimane tra me, Davide Mana e Samuel Marolla. Samuel cercava qualche buon progetto per realizzare un’antologia di racconti a tema, come le altre – splendide – della casa editrice che dirige, Acheron Books. A poco a poco è venuta fuori questa trovata… dopotutto siamo tutti e tre appassionati di fantasy, di buona fantasia eroica e di fantastico declinato “all’italiana”. Mettere assieme Brancaleone e Kata Kumbas, Attila Flagello di Dio e l’Orlando Furioso, Il Mestiere delle Armi e il Cuntu de li cunti è forse un azzardo, ma noi pensiamo che possa funzionare.

Sei ottimista o pessimista sul futuro del fantasy in Italia?

Per mia inclinazione personale sono un ottimista e una persona assertiva. Il fantasy è un genere immortale, abbiamo bei titoli, bravi autori, case editrici che si danno da fare e una messe (piccola? grande?) di lettori. Se si trovano le formule giuste e non si cede alle flagellazioni, al culto dell’ “età dell’oro che non tornerà più” e al “maiunagioia”, si può realizzare di tutto.

Perché non c’è un tuo racconto nell’antologia?

Mi piace scrivere racconti e adoro il fantasy. Mi sarebbe piaciuto molto essere nell’antologia e avevo anche già preparato un racconto adeguato, ma poi, riflettendoci meglio, ho pensato di ritagliarmi solamente il ruolo di curatore e coordinatore. In questo modo ho lasciato più spazio nella raccolta per i concorrenti del concorso legato all’antologia e per gli autori che abbiamo contattato a parte. Magari in futuro, nell’edizione deluxe del venticinquennale, inseriremo il mio racconto nella raccolta e finalmente tutti potrete leggerlo! Ci vediamo tra venticinque anni.

Mala Spina

Tu e Federica siete le uniche donne della combriccola di autori Zappa E Spada. Portate una voce femminile al genere. Dicci di più.

A dire la verità, non so se ho aggiunto alcunché di femminile con il mio racconto. Francamente ne dubito perché ho contribuito con una storia che vira sulla commedia grottesca, alla maniera de “L’armata Brancaleone”.

Come è nato il tuo racconto? Come si intitola?

L’oro dell’Uomo nero” è nato da un’idea piuttosto semplice: Gaglioffi contro Mostri. Così sono venuti fuori i tre membri della banda scalcagnata che si appresta a fare il colpo della vita e rubare alcuni crocifissi benedetti d’oro massiccio. Secco, il protagonista, non è spuntato fuori subito e all’inizio avrebbe dovuto essere una spalla, poi però mi ci sentivo così bene nei suoi panni che l’ho promosso a “conduttore”. Quando ha preso in mano le redini della storia, tutto è filato liscio e ha mantenuto il suo tono burlesco fino alla fine.

Pensi che i lettori apprezzeranno questo tentativo di coniugare lo spaghetti western (di cui è chiaro omaggio) al fantasy?

E chi lo sa? Per certe previsioni ci vorrebbe la sfera di cristallo. Spero che i lettori siano incuriositi da questa strana commistione di generi e vogliano scoprire un fantasy un po’ diverso, non tanto per l’ambientazione italiana ma per il tipo di storie marrane di Zappa e Spada.

:: Intervista a Leonardo Patrignani a cura di Lucrezia Romussi

13 ottobre 2017

time dealLeonardo Patrignani, autore tradotto in inglese, francese, spagnolo, tedesco, polacco, serbo, turco, grazie alla saga Multiversum merita il prestigioso premio “Book of the Year” per due anni consecutivi, mentre nel 2015 gli viene attribuito il riconoscimento ‘’Best Book for Christmas’’. I suoi libri sono stati distribuiti in 24 Paesi. Durante il 3º Incontro Internazionale di Letteratura Fantastica, tenutosi presso l’Auditorio Borges della Biblioteca Nacional de Buenos Aires ha rappresentato magistralmente l’Italia. Leonardo Patrignani, in occasione, dell’uscita del suo ultimo capolavoro ‘’ Time deal’’ (DeAgostini) che come sostiene Licia Troisi è “Un romanzo che tiene incollati alla pagina” e come annuncia Glenn Cooper è ‘’ una lettura imperdibile’’ ha gentilmente risposto alle domande che seguono.

Ha un passato da musicista, c’è qualcosa in comune tra scrivere un libro e cantare una canzone?

Nel mio caso c’è molto in comune perché, ai tempi, non solo cantavo i brani della mia band, ma ne ero anche l’autore. Quindi partiva tutto dal processo creativo, anche perché i primi due dischi del mio gruppo erano dei “concept album”, vere e proprie storie che si dipanavano traccia dopo traccia.
Nella sua vita si è anche dedicato alla recitazione e al doppiaggio di famosi video games, queste esperienze le sono state utili per diventare uno scrittore affermato?
Direi di no. Queste attività hanno di certo arricchito la mia esperienza, ma fanno parte di un mondo lontano da quello dell’editoria.

La saga ‘’Multiversum’’, è stata distribuita in 24 paesi dove ha preso l’ispirazione per scrivere i tre capolavori?

Dalla realtà che mi circonda e dalla continua domanda che faccio a me stesso di fronte a ogni genere di bivio: “e se avessi preso la strada opposta?”

leonardo patrignani

Nel 2015 è uscito ‘’There’’ un libro che le ha dato parecchie soddisfazioni come la possibilità di rappresentare l’Italia al terzo incontro internazionale di letteratura fantastica a Buenos Aires com’è stata quest’esperienza? Inoltre, prossimamente dello stesso libro sarà presentato un adattamento cinematografico cosa si aspetta da questa nuova avventura?

There è senza dubbio il romanzo a cui tengo di più, per la vicenda umana che racconta e per le domande esistenziali che covano sotto la superficie dell’intreccio narrativo. Non so che cosa accadrà a livello cinematografico, non mi occupo in prima persona del progetto e ho solo venduto un’opzione sui diritti cinema tramite il mio agente, dunque rimango in attesa senza volare troppo con la fantasia. Se la cosa andrà avanti, ne riparleremo con piacere.

Quest’anno ha appassionato i lettori con il suo nuovo romanzo ‘’Time deal’’ potrebbe, per favore, descriverlo brevemente?

In una frase: siamo sicuri che vivere per sempre sia quello che vogliamo dalla nostra esistenza? Non è detto, e nonostante i progressi della medicina e della ricerca in termini di nanotecnologie, chi avesse tra le mani un potere simile, domani, potrebbe farne il peggiore degli usi. E trasformare il miracolo in condanna. Questo accade ad Aurora, un’isola del Pacifico che ospita ancora la vita a seguito di una catastrofe nucleare. In questa metropoli soffocata dall’inquinamento seguiremo le vicende di alcuni ragazzi sulle cui spalle graverà il peso del futuro dei loro concittadini.

Se si trovasse nelle condizioni dei protagonisti di ‘’Time deal’’ come si comporterebbe?

Prenderei tutte le informazioni del caso, come faccio al giorno d’oggi in materia di medicina, prima di farmi un’opinione. Tendenzialmente, comunque, sono per la scienza. Certo, bisogna sempre stare attenti al rovescio della medaglia, che in questo frangente mi ha fornito lo spunto per una distopia vera e propria.

Consiglierebbe ‘’Time Deal’’ ai ragazzi?

Certamente. Il romanzo è inserito nella collana Young Adult di DeA, e i ragazzi sono il target principale del libro, anche se – per via delle tematiche universali – ho sicuramente anche tanti lettori adulti in prima fila. Cerco sempre di immaginare storie per tutti, che non siano ghettizzate in un solo settore. Col rischio, a volte, di mandare in crisi i librai. Ma ti lascio con un interrogativo: se oggi venisse pubblicato per la prima volta Stephen King, un romanzo come IT in che settore finirebbe? Ragazzi o adulti? Io dico: entrambi. Non a caso, il Re è da sempre il modello a cui mi ispiro, ed è un autore “incatalogabile”.
Ringrazio infinitamente Leonardo Patrignani, che con sincerità e disponibilità ha risposto a ogni quesito, l’Italia intera dovrebbe essere fiera di scrittori come lui che con capacità, passione e competenza diffondono la letteratura nazionale nel mondo.

:: Un’ intervista con Loredana Lipperini

3 ottobre 2017

Lipperini-cover-DEFBenvenuta Loredana su Liberi di Scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Presentati ai nostri lettori. Raccontaci un particolare della tua infanzia a cui tieni particolarmente.

Sono una donna che legge e che parla di quel che ha letto, e sono una donna che scrive. Se devo retrocedere fino al momento in cui è nato tutto questo, incrocio i miei cinque anni, un libro ricevuto in regalo, e la parola “treno” che di colpo si associa nella mia mente a una locomotiva col pennacchio di fumo. E’ cominciata così.

Giornalista, scrittrice, conduttrice radiofonica, una vita tra i libri, sempre occupata a leggerli o a scriverli, o a parlarne coi lettori o i tuoi radioascoltatori. Come è nato il tuo amore per i libri?

Quando ho capito che nei libri avrei potuto fare tutte le esperienze che desideravo, e vedere luoghi sconosciuti, e dare un nome alle mie emozioni. C’è un passo meraviglioso di Proust, in Dalla parte di Swann, che dice, parlando dei singhiozzi di solitudine del bambino che è stato, che quei singhiozzi non sono mai scomparsi: “ è soltanto perché la vita si è fatta più silenziosa intorno a me che li sento di nuovo, come quelle campane di conventi che il clamore delle città copre tanto bene durante il giorno da far pensare che siano state messe a tacere e invece si rimettono a suonare nel silenzio della sera”. Un libro, credo, riesce a farti ascoltare quel che sembrava tacere, sia che tu lo legga, sia che tu lo scriva.

La poesia di Fortini che ami di più.

Tutte. E, parlando di prosa, la sua ultima lettera, spietata e ammonitrice verso chi stava già contribuendo alla fine di un mondo. Era il 1994.

Parliamo adesso del tuo nuovo libro L’arrivo di Saturno, edito da Bompiani. Graziella De Palo è esistita davvero, era una giornalista d’inchiesta, come si direbbe oggi, scomparsa a Beirut il 2 settembre 1980, assieme al giornalista Italo Toni. Che ricordo hai di questa donna coraggiosa? Filtrato dai tuoi ricordi personali e da ciò che emerso da giornali e telegiornali, e voci degli amici.

Quel che ricordo è quanto ho scritto nel romanzo: ho inteso restituire l’amica e la ragazza, non semplicemente il “caso”. E spiegare come sia stato possibile che una giovane donna di 24 anni si sia volontariamente infilata in un groviglio di tenebra: perché credeva nella verità, e credeva che quella verità si potesse raccontare.

Conosco il caso di Ilaria Alpi, mentre non conoscevo la storia di Graziella, forse perché ero troppo giovane quando è scomparsa o per una sorta di amnesia collettiva. Come è nata in te l’esigenza di narrare la sua storia, filtrata dalle esigenze di un libro di narrativa, non di un documentario?

Volevo scrivere un romanzo, non una non fiction novel, o un saggio, o un memoir. I saggi ci sono già, e vengono, come spesso avviene, dimenticati. Il desiderio o se credi l’ambizione, è quello di restituire una maggior durata, un tempo più lungo, alla memoria.

Pensi che ci siano ancora ragazze motivate, idealiste come lei al giorno d’oggi o era il periodo, e l’entusiasmo e l’idealismo di allora ormai stanno scomparendo?

Certo che ci sono. Bisogna solo saperle vedere.

C’è ormai molta aggressività su Internet, sui social, soprattutto rivolta contro le donne. Da cosa pensi sia dovuto? Da una contingenza generale, da una frustrazione diffusa, dall’ impunità di colpire chi tollera e non reagisce? Come cerchi di fermare questa follia collettiva?

Dalla rabbia, dal rancore, dall’impotenza. E dall’idea che non esista più una comunità, ma si sia soli. Non si tratta di fare leggi speciali per Internet: si tratta di ricreare una cultura, che era esattamente quello che presagiva Fortini in quell’ultima lettera. Io faccio quel che posso: ovvero, cerco di motivare quello che scrivo sui social, di non cedere alle semplificazioni, di non partecipare ai flame.

Tornando ai libri, quest’estate mi ha detto che stavi leggendo Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood. Quali libri hai adesso sul comodino?

Atti umani” di Han Kang.

Quali sono i tuoi maestri letterari? Quegli scrittori che ti hanno dato e insegnato di più sulla scrittura, sulla letteratura, sulla vita?

Uno, soprattutto: Stephen King. Mi ha insegnato la bellezza della storie e l’importanza dello sguardo sui mondi piccoli, che nascondono squarci verso l’universo intero.

Ti avevo promesso poche domande, questa è l’ultima. Parlaci dei tuoi progetti letterari futuri? Stai scrivendo un nuovo libro o hai in programma di iniziarne uno a breve?      

Lo sto scrivendo. Con calma. Con tutto il tempo che richiederà.

:: Un’ intervista con Ella Gai – blogger di Ella Gai

25 settembre 2017

ella gaiBenvenuta Ella, su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo con le presentazioni. Parlaci di te. Dei tuoi studi, del tuo lavoro, della tua vita lontana dal blog.

Grazie per questa intervista.
Da dove iniziare… Mi chiamo Ella Gai, uno pseudonimo insito nel mio nome, che mi ha subito conquistata. Ho “inventato” questo nome diversi anni fa prima di autopubblicarmi, e da allora non mi ha più lasciato. Sono laureata in cinema e ho una specializzazione in tecniche digitali, sempre inerente al campo dei multimedia. Ovviamente sono una appassionata di cinema. Amo tutti i film, un po’ meno quelli horror, ma anche quelli fanno parte del mondo del cinema, ahimé! Inutile dire che questo tipo di laurea mi ha dato l’opportunità di poter lavorare con alcune produzioni cinematografiche, realizzando delle sceneggiature, che, però, sono firmate con il mio nome completo e quindi non come Ella Gai. Da poco meno di 24 ore ho superato un altro anno di vita. Non dirò quanti anni ho, perché ho stabilito che dopo i trenta, non l’avrei più detto. ^_^ Quando non lavoro, o scrivo, viaggio, se posso. Negli ultimi anni mi è capitata l’occasione di andare all’estero più di un paio di volte l’anno, grazie a un gruppo di amici formidabili. Adoro vedere posti nuovi, scoprire usanze a me lontane, inspirare l’odore di cibo dei posti che visito, e immergermi nella cultura di questi paesi. Fino ad oggi ho visto molto poco, ma non vedo l’ora di preparare la valigia e partire per una nuova metà. Se potessi vivrei nei gate di tutti gli aeroporti del mondo.

Come è nata l’idea di aprire un blog letterario? Sei tu la fondatrice di Ella Gai?

Sì, il blog è il mio. In realtà lo avevo aperto per parlare solo dei miei romanzi, eccop erché porta il mio nome, ma dopo circa un anno, mi sono resa conto che io sono una persona con dei tempi lunghissimi nella scrittura di romanzi; perciò avere questo spazio aperto senza però aggiornarlo mi dispiaceva moltissimo. Così ho deciso di iniziare a parlare dei libri che leggevo, esprimendo sempre il mio pensiero con la massima onestà ed educazione. Una delle mie regole, ancora tutt’ora vigenti, è quella di non lasciare mai voti ai romanzi, come di consueto fanno i blog letterari. Questa regola oggi l’ho imposta anche alle mie collaboratrici. Credo che un conto sia dare il proprio parere, un conto sia dare un voto che influenzerebbe il lettore. Sono dell’idea che se un libro a noi del blog non piace, non vuole dire che non possa piacere al lettore, così come il contrario. Per i primi tempi ho aggiornato il blog quando ne avevo il tempo, poi ho chiesto a un mia lettrice, diventata prima amica e poi collaboratrice se le andava di leggere qualche romanzo e darmi la sua opinione. E così… piano piano sono arrivate le altre collaborazioni. Ci tengo a dire, che tutte le persone che collaborano con me, hanno massima visibilità sul mio sito e ogni loro recensione porta il loro nome, come è giusto che sia.

E’ un blog collettivo, multiautore. Da quanto siete online?

Sì, è un blog multiautore, ma solo per le recensioni ai romanzi. In realtà sto cercando collaborazioni anche per altri tipi di post, ma è molto più difficile di quello che può sembrare. Non tutte sono disposte a scrivere, molte preferiscono solo leggere.

Come è nato il tuo amore per i libri?

Ho iniziato a leggere perché spronata dalla scuola, ma solo quando mi sono diplomata mi sono avvicinata alla lettura in modo diverso. Ho iniziato a scegliere da me i libri, catturata dalle trame e dalle copertine, ovviamente, e poi, dalle librerie che mi tenevano ostaggio per ore. ^_^ Se dipendesse da me, vivrei a metà tra i gate degli aeroporti e le librerie di tutto il mondo. Mi lascio incantare dall’odore della carta e dalle mille immagini che vedo.

Quali generi leggi principalmente?

Romance, Thriller, qualche volta, e spesso i classici. Ma questi ultimi solo quando ne ho proprio una voglia disperata. Ultimamente mi sto avvicinando a un nuovo sottogenere del romance, che è il dark, e devo dire che mi sta piacendo molto. E’ un genere però, che non è per tutti i palati.

Ti occupi di libri e Life style. Come è nata l’idea di abbinare le due cose?

L’idea di parlare di lifie style è nata perché spesso sul mio profilo facebook, carico foto di vestiti, luoghi, oggetti strani che vedo. Così un giorno mi sono detta: “e se ne parlassi sul blog?” In questo modo darei a tutte le persone di poter vedere gli scatti strani che realizzo e non solo agli amici di facebook. Così ho iniziato… Una cosa di cui vado fiera è parlare del mondo curvy. Io sono una ragazza dal fisico mediterraneo, quindi parlare di qualcosa che mi è molto familiare mi rende felice. Spesso le ragazze curvy non sanno cosa indossare e come indossarlo, soprattutto le teeangers, che vivono la loro esperienza curvy, più come un disagio che una particolarità. Io ci sono passata quindi so cosa vuol dire. Ci tengo a precisare che per curvy io intendo tutte le ragazze che hanno dei chili in più e non la classica bona con il fisico a Clessidra.

Parlaci del progetto legato al blog. E’ solo un hobby o vorresti che diventasse qualcosa di più?

Mi piacerebbe che diventasse “qualcosa di più”. Di sicuro, non potrò parlare di tutto, anche se mi piacerebbe che fosse così, ma credo che parlare delle cose che si conoscono più da vicino sia la scelta migliore. Quindi per il momento mi fermo a libri: life style e cinema.

Cosa hai pensato quando ti ho proposto questa intervista?

Che bello! Rilasciare questa intervista che parla di me, ma soprattutto del mio blog mi ha reso e mi rende molto felice.

Ascolti musica mentre leggi?

Quando leggo no. Preferisco il silenzio, mentre quando scrivo sì. Sia che si tratti di post per il blog, che per me stessa o il mio lavoro. E’ come se la musica mi estraniasse dal mondo e mi permettesse di ascoltare le mie parole. Questo pensiero nasce forse dal fatto che sono mancina, e come saprai, i mancini quando scrivono non leggono ciò che scrivono, perché la mano copre le parole. E se ci fai caso, balbettano con la bocca le parole che stanno scrivendo. La musica, mi aiuta a restare concentrata, mi aiuta a ripetere le parole che scrivo, perché altrimenti perderei il filo del discorso.

Ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro, legati al blog ma non solo.

Idee per il blog? Un’infinita. Peccato solo per il tempo che è sempre molto limitato. Vorrei incrementare le mie video recensioni ai film e telefilm che pubblico sul mio canale youtube, vorrei andare più spesso al cinema per poter poi parlarne nel blog, e vorrei altri mille cose, ma so che saranno irraggiungibili. Nel mio futuro ci sarà forse un nuovo libro con la Newton Compton e poi altri romanzi che mi piacerebbe scrivere. Tutto quello che verrà grazie al blog sarà sicuramente bello.
Grazie mille per questa intervista.

I suoi social:

Blog: http://www.ellagai.com
Facebook: https://www.facebook.com/ellagaiautrice
Twitter: https://twitter.com/ellagai
Istagram: @ellagaiautrice

:: Corso di letteratura femminile a Brescia – docente: Viviana Filippini

19 settembre 2017

centro san clementeIl Centro Linguistico e Culturale San Clemente, che ogni anno organizza oltre 250 corsi su misura per privati e aziende, quest’anno ha in programma un Corso di letteratura femminile, tenuto da una docente speciale, la nostra Viviana Filippini, giornalista e operatrice culturale che i nostri lettori conoscono ormai da anni, sempre distintasi per bravura e serietà. Il corso si terrà dal 10 ottobre 2017 al 28 novembre 2017,  a Brescia in Via Cremona 99. Il martedì dalle 18,30 alle 20. In tutto 12 ore per un costo contenuto di 185 €.

Il corso verterà sull’analisi della vita e delle opere di alcune delle scrittrici più significative della letteratura del Nocecento e non solo. Un libro a lezione.  Tra le scrittrici: Sibilla Aleramo, Iréne Nèmirovsky, le sorelle Bronte, Dacia Maraini, Laura Morante, Sof’ja Tolstaja, Matilde Serao, Selma Lagerlof.

Una serata di presentazione gratuita del corso sarà tenuta dalla docente Viviana Filippini in data 3 ottobre 2017 alle ore 18.30, sempre presso la sede di Via Cremona 99 a Brescia.

Ma noi, curiosi, ne abbiamo voluto sapere di più per cui abbiamo chiesto maggiori informazioni direttamente a Viviana. Ecco cosa ci ha detto:

Come è nata l’idea, il progetto per questo corso?

Il corso dedicato alla Letteratura al femminile è nato dall’amore per la lettura e dal fatto che spesso nel corso della Storia, certe attività erano ritenute esclusivamente  maschili. Era difficile nei secoli scorsi accettare il fatto che una donna potesse fare la pittrice, la scrittrice, il medico, la musicista, la regista e tanto altro. Con il passare dei secoli, molti ostacoli furono abbattuti, ma ancora nel XX secolo certe scrittrici incontrarono ancora difficoltà nel farsi accettare per quello che facevano. Nel corso delle lezioni cercherò di far conoscere e riscoprire alcune donne che fecero dello scrivere il mestiere di una vita. Alcune di loro saranno Sibilla Aleramo, Iréne Nèmirovsky, Dacia Maraini, Elsa Morante, Sof’ja Tolstaja, Selma Lagerlof, Toni Morrison, Ella Maillart o Annemarie Schwarzenbach. Alcune sono note, altre magari un po’ meno, ma molto attive nella scrittura. inoltre tengo a ricordare che tutto sarà possibile grazie alla collaborazione che c’è con il Centro Linguistico Culturale San Clemente di Brescia, dove il corso si svolgerà, e dove ho già avuto modo di tenere un corso dedicato alla città di Brescia, tra Storia e arte.

Come ti sei preparata per le lezioni?

Leggendo e scegliendo i libri delle autrici che saranno protagoniste delle lezioni, il tutto cercando di individuare elementi che legano, come un sottile filo, le autrici le une alle altre. Ogni serata sarà un incontro e un confronto tra autrici che hanno qualcosa in comune e no. Ho cercato donne scrittrici che possono essere messe in relazione tra loro perché, per esempio, si sono occupate di mettere nel libro il conflitto giovani adulti, o hanno preso in considerazione le condizioni dei neri d’America, oppure hanno convissuto con la malattia mentale, o hanno fatto del viaggio, della scrittura e della fotografia il principale strumento per documentare e raccontare la realtà. Temi che potrebbero sembrare lontani nel tempo ma, che in realtà sono ancora molto attuali.

Come è strutturato il corso e che materiale devono procurarsi gli allievi?

Il corso sarà caratterizzato da una lezione di presentazione gratuita che si terrà a Brescia, presso il Centro Linguistico Culturale San Clemente. In quell’incontro racconterò ai presenti la struttura del corso che partirà il 10 ottobre, per 8 martedì, fino al 28 novembre. In ogni lezione le protagoniste saranno due, a volte tre, autrici donne. Tengo a precisare che non sarà necessario aver letto i libri raccontati, anzi quelli saranno un po’ la sorpresa, perché l’intento del cammino in questi romanzi è quello di fare una sorta di storytelling dei alcuni romanzi per stuzzicare la curiosità dei partecipanti, spingendoli, spero, alla lettura del romanzo che presenterò alla lezione e degli altri che caratterizzano la produzione letteraria delle scrittrici. I partecipanti potranno prendere appunti se lo riterranno opportuno e poi, potranno proseguire la scoperta delle scrittrici e come donne che spesso hanno lottato per affermarsi come tali.

Se volete iscrivervi, (si può fare direttamente online) o chiedere maggiori informazioni, potete farlo a questo link: qui.

:: Un’ intervista con Riccardo Esposito – Web writer freelance e blogger di My Social Web

15 settembre 2017
riccardo esposito

Photo Credits Davide Esposito

D: Ciao Riccardo, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista.
Iniziamo con le presentazioni, nell’ambiente dei web writer e dei copywriter sei una celebrità, ma per chi ancora non ti conoscesse, presentati, parlaci di te, è vero che vivi a Capri?

R: Ciao! Allora, mi chiamo Riccardo Esposito e sono un web writer. Ovvero una persona con un obiettivo semplice: scrivere. O meglio, scrivere nel miglior modo possibile. Ho lavorato in agenzie stampa e in web agency, poi ho deciso di aprire partita IVA e propormi come freelance. Prima ancora ho frequentato la facoltà di scienze della comunicazione a Roma, dove ho collaborato con la cattedra di Antropologia e Comunicazione Mediata dal Computer. Qui è nata la mia passione per la scrittura. E per la relazione con le persone che si trovano dall’altro lato del monitor.

D: Ti ho conosciuto, perlomeno virtualmente, leggendo il tuo blog My Social Web, ricco di spunti sia per i professionisti che per coloro che da blogger amatoriali, per hobby insomma, vogliono diventare professionisti. Come hai iniziato tu, quando hai capito che questo mondo faceva davvero per te?

R: Come ho già detto, nel corso degli anni universitari è nata la mia passione per la scrittura e per il blogging. In realtà c’è stato un episodio interessante che racconto sempre per capire e far capire l’importanza della specializzazione nel mondo della scrittura.
Frequentavo ancora la facoltà, quando un professore chiese di portare un lavoro scritto per integrare l’esame orale. Una sorta di tesina, un articolo scientifico. Io ero fiducioso, avevo fatto un buon lavoro. Almeno dal punto di vista dei contenuti. Ma il professore rimandò indietro il lavoro. Non perché scarso dal punto di vista dei contenuti ma illeggibile.
Era un muro di parole, giustificato, senza grassetto e spazi. Un’impresa leggere quelle pagine, e giustamente il professore ha valutato il concetto di qualità prendendo in considerazione anche l’esperienza utente. Ho chiesto spiegazioni, ho avuto informazioni sulle quali lavorare. E oggi eccomi qua, a ringraziare l’università italiana per avermi dato una traccia da seguire.

D: La gavetta si deve fare sempre in qualsiasi lavoro. Indicativamente, quanto dovrebbe durare?

R: Non esiste una fine, ma una consapevolezza. Adesso sai fare questo lavoro fino a un certo punto e puoi proporti come un professionista. In realtà la gavetta esiste sempre, cambia solo il livello ambito. Appena esci dall’università puoi muovere i primi passi, poi diventi un bravo professionista del tuo settore, poi inizi a fare formazione. Quindi devi imparare a muoverti in questo settore e fai la gavetta per diventare un bravo formatore. Non si finisce ma, solo se usi tutto questo percorso per migliorare.

D: La scrittura per il web ha regole ferree e peculiari, che ogni blogger professionista deve conoscere. Quali sono (perlomeno le principali) e quale è la più disattesa?

R: La buona scrittura online deve puntare alla semplicità. La regola principale coincide con quella più maltrattata: scrivere per farsi capire. Molti professionisti vedono la scrittura online come un esercizio, come un modo per gonfiare le pagine con testo più o meno utile. E si perde di vista l’obiettivo ultimo: comunicare. Sfruttando però il dono della sintesi, la capacità di raggiungere – con il minor sforzo possibile – l’obiettivo. Ovvero informare e/o emozionare, in base agli obiettivi.

D: Sei anche un docente e formatore, tieni corsi e offri consulenze a chi vuole migliorarsi e crescere. Come ti si può raggiungere? Ci sono moduli anche per le blogger più giovani, ma interessate al professionismo?

R: Ti confido un segreto: ho trovato la soluzione. La formazione costa, nel senso che un professionista deve far pagare al cliente una certa somma per trasferire le conoscenze. Conoscenze maturate, oggi, in 10 anni di esperienza sul campo. Però sto pensando a un corso di blogging video da vendere a un prezzo accessibile, soprattutto per chi inizia a lavorare in questo settore. In ogni caso la soluzione migliore è sempre quella di avere il professionista faccia a faccia, al proprio fianco: mysocialweb.it/corso-di-blogging

D: Cosa ne pensi del blogging prettamente letterario. Ci sono qualcosa come 300 (forse di più) piccoli blog, perlopiù amatoriali, tenuti in prevalenza da ragazze, ma ci sono anche ragazzi. Li leggi? Quali, perlomeno per modalità, apprezzi di più?

R: Non seguo questo genere ma posso solo dire questo: ben venga la scrittura sul blog. A prescindere dall’argomento, per me è decisivo fare in modo che un appassionato di letteratura usi il blog per scambiare idee e informazioni.

D: Sei autore di due manuali disponibili anche negli store online: Fare blogging: Il mio metodo per scrivere contenuti vincenti e Etno blogging per tribù digitali trasforma il tuo pubblico in una community: Sfrutta blog e social per diventare un punto di riferimento, ce ne vuoi parlare?

R: Sono due libri che si completano. Il primo (Fare Blogging) spiega cosa fare prima di pubblicare un progetto. Racconta come sfruttare al meglio il piano editoriale. Mentre il secondo (Etno Blogging) sottolinea l’importanza della community: trasformare il pubblico in una tribù, un insieme coeso e attento alle tue pubblicazioni. Ma soprattutto fedele. Sulla scrittura online non ho scritto niente di tecnico e specifico, ma non serve: ci sono i manuali di Luisa Carrada che svolgono al meglio questo lavoro.

D: La professione di blogger per molto tempo, almeno in Italia, non è stata presa sul serio. Oggi, grazie anche a persone serie come te, le cose stanno cambiando e sono cambiate. Dire di essere un blogger non ti classifica più come un ragazzo poco cresciuto che smanetta sul computer. I blogger vengono presi sul serio, vengono assunti dalle grandi aziende per curare i loro portali, blogger freelance lavorano in modo indipendente o per agenzie con contratti di tutto rispetto. In soli 10 anni insomma tutto è cambiato. Quale pensi sarà il futuro?

R: Continua specializzazione. Fin quando Google premierà i contenuti di qualità ci sarà sempre bisogno dei blogger. Prima bastava saper scrivere, oggi devi conoscere le tecniche del SEO copywriting, le dinamiche che si nascondono dietro ai social e le soluzioni per lavorare al meglio con l’email marketing.
Domani l’attenzione sarà per la creazione di contenuti diversi: già oggi l’attenzione sui video è alta, magari un giorno ogni blogger dovrà essere anche SEO expert o video maker. Non so, sto ipotizzando ma il futuro lo vedo proteso verso l’ampliamento delle conoscenze.

D: Avrei mille altre domande da farti, ma non voglio approfittare del tuo tempo. Per cui ti ringrazio e ti auguro di conseguire i traguardi professionali che ti sei prefissato.

R: Grazie. Un altro consiglio: non lasciare che siano gli altri a gestire la tua vita professionale. Trattati con rispetto, ammettere i propri sbagli è giusto ma non puoi continuare a considerare te stesso come l’ultima ruota del carro. Studia, impara e poi porta avanti i tuoi diritti.

:: Intervista a Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone

8 settembre 2017

1Bentornato Xiaolong su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Ci ho messo un po’ a mandarti le domande perché prima volevo finire il tuo ultimo libro Il poliziotto di Shanghai (Becoming Inspector Chen) e poi perché ho voluto riflettere su che domande farti. Inizierei col chiederti un bilancio della tua carriera di scrittore fino a oggi. Da ragazzo mentre studiavi letteratura, leggevi le poesie di Thomas Stearns Eliot, o Il Conte di Montescristo, immaginavi o anche solo sognavi che una volta adulto avresti fatto lo scrittore? Che i tuoi libri sarebbero stati letti da così tante persone in tutto il mondo, anche fuori dalla Cina?

Prima voglio dire che ti ringrazio per l’occasione di un’altra intervista e per il tuo interesse per i miei libri durante tutti questi anni. Lo apprezzo molto. Ora per la tua domanda per quanto riguarda l’inizio della mia carriera di scrittore. Mentre ero ancora un ragazzo, sognavo di scrivere qualcosa in futuro, ma non in modo professionale. Nell’ ambiente politico di quegli anni un giovane in Cina era incoraggiato a diventare lavoratore, agricoltore, soldato, ma non uno scrittore, che poteva essere condannato per qualsiasi cosa non fosse allineata alla propaganda del partito. Così divenire l’autore della serie dell’ Ispettore Chen era al di là del mio sogno più selvaggio all’epoca, per non parlare di essere letto da tante persone fuori dalla Cina, in diverse lingue del mondo. Un esempio posso fartelo subito. Mia figlia sta viaggiando in Italia e mi ha appena inviato una foto dei miei libri nella vetrina di una libreria italiana. Anzi, sono così grato dell’accoglienza sempre calorosa e incoraggiante dei miei lettori italiani.

Il poliziotto di Shanghai è un romanzo particolare. Diviso si può dire in tre parti: nella prima Chen Cao parla in prima persona e ricorda il periodo precedente della sua vita, prima di diventare poliziotto; nella parte centrale c’è la prima indagine di Chen Cao, in terza persona; e nella terza parte parli tu e ricordi un tuo caro amico, Lu Tonghao, il Cinese d’oltre mare, che non avrà, anche se trasfigurato, un ruolo marginale nei tuoi romanzi. Come è nata l’idea della struttura di questo romanzo?

Sì, è un romanzo insolito. Come tu sai, non ho iniziato scrivendo mystery, quindi ho sempre voluto sperimentare all’interno del genere. Una delle domande più comuni che mi fanno i miei lettori è: “quanto c’è in te dell’ispettore Chen?”. Inizialmente rispondevo che condivido la passione di Chen per la poesia e il buon cibo, ma non sono mai stato un membro del partito o un poliziotto. Ma poi mi è venuto in mente che le cose potrebbero non essere così semplici. Il lungo cammino come sono diventato uno scrittore internazionale da un “cucciolo nero” durante la Rivoluzione Culturale, in parallelo a quello in cui Chen diventa un esperto ispettore da un giovane ragazzo di lettere, può essere come ho scritto nel prologo di Becoming Inspector Chen, “Parlando in termini di postmodernismo, l’essere e il divenire individuali si materializzano tramite una ramificata interrelazione e interazione con gli altri individui. Invece di realizzarsi come una metamorfosi che avviene in un determinato momento, sono il risultato di un lungo processo caratterizzato da un gran numero di accadimenti che sono in apparenza irrilevanti fintanto che non vengono analizzati a posteriori[1]“. Ecco perché ho progettato una struttura molto speciale per il romanzo. In altre parole, cerco di rispondere alle due domande correlate: cosa è successo a me e alle persone intorno a me (direttamente collegate o meno), per farmi scrivere la serie dell’ispettore Chen così? E cosa è successo a Chen e alle persone intorno a lui (direttamente collegate o meno), per farlo diventare così?

Il personaggio di Chen Cao e te stesso si sovrappongono, si confondono. Scrivere i tuoi romanzi ti ha aiutato a fare chiarezza su periodi difficili come la Rivoluzione Culturale, la tristezza di dover abbandonare un paese amato, la separazione dai tuoi cari? (Sebbene torni spesso in Cina, e il tuo successo internazionale ti ha aiutato, a mantenere la tua indipendenza creativa, nonostante la censura).

Sì, hai davvero ragione a proposito di questo. Ci sono aspetti che si sovrappongono tra me e l’ispettore Chen. In una certa misura, scrivere il romanzo dell’ispettore Chen è stato il mio modo di affrontare le difficoltà che ho fronteggiato lasciando il mio paese natale, lasciando soprattutto la mia famiglia e gli amici. Non era quello che avevo previsto di fare. Per contemplare attraverso il personaggio di Chen, ironicamente come può sembrare, come una redenzione dell’ immaginazione: cosa avrei potuto fare se fossi restato in Cina dopo la strage di Tiananmen nell’estate del 1989. Come lui, sognavo di lavorare e scrivere in Cina e fare la differenza per il mio paese, anche se in modo limitato. Quindi scrivere questi libri fuori dalla Cina è per certi versi un tentativo di espiazione personale. Rispetto ai miei colleghi scrittori cinesi che sono costantemente preoccupati per la censura, mi considero una persona veramente fortunata, libera di scrivere tutto quello che vuole. Quindi è normale che molti lati si sovrappongano e si mescolino tra l’ispettore Chen e me.

Leggendo il tuo libro citi tanti classici della letteratura Occidentale, che leggevi da ragazzo, contrabbandandoli, superando la paura di essere sorpreso e punito. Libri come Tempi difficili di Dickens, Il Conte di Montecristo, l’ Amleto, Bel Ami. Come hanno influenzato la tua vita, prima che la tua scrittura? Da noi i ragazzi non leggono, vedono i libri come un nemico, o perlomeno una cosa noiosa, vedendo cosa rischiavate voi per potere avvicinare questi classici, non ti sembra paradossale?

Come Chen, quei libri sono stati importantissimi per me in quegli anni, con le scuole e le biblioteche chiuse durante la Rivoluzione Culturale, senza nient’altro da leggere che il libro “rosso” di Mao disponibile per il lavaggio dei cervelli maoista. I classici letterari occidentali hanno aperto un nuovo mondo per giovani come me. Non è troppo esagerato dire che siamo stati formati da quelle narrazioni alternative. Diversi anni fa, un libro intitolato Balzac and the Little Chinese Seamstress può vividamente illustrare l’influenza dei classici occidentali sui giovani lettori cinesi. Per quanto riguarda i dettagli della mia storia “Lu cinese d’ Oltremare”, posso assicurarti che sono tutti basati sulle mie esperienze personali. Ecco perché sono sempre debitore a lui e ai suoi libri. Considerando i rischi che abbiamo corso per ottenere questi libri ai nostri tempi, è ironico e paradossale rilevare che, mentre i giovani cinesi oggi non rischiano più come allora per potere avere questi libri, in realtà non leggono tanto. Forse perché sono troppo impegnati a fare soldi nella società sempre più materialistica, o perché trascorrono più tempo on-line. Detto questo, voglio aggiungere che durante la lettura e la pubblicazione on-line, c’è anche il rischio di incontrare i “poliziotti della rete”.

Impreziosisci al tua scrittura con tante citazioni di poeti classici cinesi antichi. Citami i versi della poesia cinese più bella che hai letto e magari tradotto.

Mentre crescevo durante la Rivoluzione Culturale, i miei genitori erano preoccupati che potessi avere problemi leggendo libri diversi da quello di Mao, ma con una sola eccezione, una copia di 100 Tang Dynasty Poems. Un giorno mio padre mi sorprese a leggere in segreto, ma invece di rimproverarmi o di chiedermi di restituire il libro, egli stesso inizio a leggerlo anche lui, copiando le righe su un quaderno e citandomi un vecchio cinese: “Se tu leggi Three Hundred Tang Poems bene, allora potrai scrivere con stile”. Dopo la Rivoluzione Culturale, io stesso ho iniziato a scrivere poesie, sotto l’influenza dei classici cinesi. Quando ho lavorato al primo romanzo dell’ Ispettore Chen, alcuni dei versi dei classici della dinastia Tang e Song mi sono tornati naturalmente in mente, e in qualche modo diventano parte del personaggio poeta/ispettore e forniscono una prospettiva diversa e storica per ciò che sta succedendo oggi in Cina. Successivamente ho tradotto e pubblicato diverse collezioni di poesie cinesi classiche negli Stati Uniti. E ho ancora due libri di traduzioni poetiche da finire per quest’anno.

La cultura tradizionale nel tuo paese sta svanendo sempre più travolta da una sorta di materialismo spirituale, o meglio capitalismo socialista. Leggere i poeti classici, citare proverbi, massime filosofiche antiche, è la tua forma di difesa da tutto ciò? Pensi che i giovani comprendano l’importanza del passato, delle proprie radici?

Ancora una volta, hai ragione. Per l’ispettore Chen, la lettura di poesie classiche, citare le antiche massime filosofiche e la loro traduzione, diventano tutti un modo per mantenersi un po’ distanziato dal materialismo e dalla corruzione pervasivi sotto il regime autoritario del partito. Per anni il governo del Partito ha demolito i templi taoisti, buddisti e confuciani, e ha vietato o bruciato quei libri in un frenetico tentativo di far dimenticare la tradizione, ma più tardi, c’è stato qualcosa come un ritorno da parte delle autorità a interessarsi della letteratura classica, pensate agli Istituti Confuciani che avete visto in Italia. È ovviamente solo un passato selettivo attraverso la reinterpretazione e la manipolazione nell’interesse del governo del partito.

Gli echi della Rivoluzione Culturale sono ancora presenti nel tuo vissuto, il grido “Spazzare i quattro vecchiumi”: vecchie idee, culture, convenzioni e abitudini dei capitalisti, credo delle Guardie Rosse, resta un ricordo che ti porterai per tutta la vita. Ora che vivi in Occidente, e conosci il capitalismo da vicino, con le sue luci e le sue ombre, c’è qualcosa che rimpiangi della società comunista?

Questa è una domanda molto interessante. Dopo aver vissuto nella “società comunista” per tanti anni, a volte non posso fare a meno di confrontare le cose che accadono sia qua che là. Per esempio, mentre stavo con mia figlia a San Francisco diversi anni fa, ho notato il processo difficile e prolungato di discussione, approvazione, pianificazione e costruzione di un sistema di trasporto (almeno una parte di esso è ancora in costruzione con la data di completamento sconosciuta) , ma dall’ altro lato ci sono circa quindici subways costruite negli ultimi venti anni a Shanghai, che hanno portato enorme utilità alle persone. Con potere assoluto e nessuna opposizione (nessun partito di opposizione nel sistema intendo), i funzionari del partito danno l’ordine e il progetto deve essere completato in tempo a qualsiasi costo. La velocità di esecuzione è inimmaginabile nelle luci e nelle ombre di un sistema democratico. Ma, pur avendo detto questo, mi piace ancora la citazione di Churchill: “In effetti è stato detto che la democrazia è la forma peggiore di governo, eccezion fatta per tutte le altre “. Riguardo alla citazione sopra fatta, posso aggiungere che il ministro cinese del sistema ferroviario è stato condannato come funzionario corrotto del Partito poichè aveva preso duecentocinquanta milioni di dollari in tangenti insieme a 387 appartamenti per se stesso e le sue amanti durante la costruzione del sistema ferroviario in Cina.

Che ricordo hai di Mao? Pensi che per alcuni giovani cinesi sia ancora una figura di riferimento, un padre del tuo paese, aldilà della propaganda o degli slogan ufficiali?

No, non credo che sia una pietra angolare o un padre del paese. È molto lontano da questo. Era un dittatore spietato, responsabile di molti disastrosi movimenti politici, tra cui le Three Red Flags (più di trenta milioni di persone sono morte a causa della fame) e la Rivoluzione Culturale (ancora più persone sono morte). All’inizio della Rivoluzione Culturale è il grido di Mao di “porre fine ai Quattro Vecchiumi: vecchie idee, culture, convenzioni e abitudini capitalistiche” che ha portato le Guardie Rosse dalla mia famiglia, strappandoci molte cose preziose nel nome di essa, e mia madre subì un tracollo nervoso. Nella propaganda ufficiale, naturalmente, Mao è ancora chiamato “grande leader” con il suo ritratto appeso in alto sulla Porta di Tiananmen, e c’è un gran numero di Maoisti che ancora innalzano inni e piangono sullo sfondo, questo è qualcosa di preoccupante sia per l’ ispettore Chen che per me.

Stai lavorando a una nuova storia di Chen Cao, puoi anticiparci qualcosa? Poi chiuderei questa intervista con la stessa domanda che ti fece tuo fratello “Come mai hai iniziato a scrivere romanzi polizieschi”?

In realtà sto lavorando su due di loro. Mentre ero nel bel mezzo di un libro dell’ ispettore Chen, temporaneamente intitolato In the Shadow of Judge Dee, un caso nella Cina contemporanea in parallelo con il giudice Dee nella dinastia Tang, in cui l’ispettore Chen sta riscrivendo la storia del giudice Dee in modo decostruzionale, ma in realtà come copertura per la sua indagine contro le dispute politiche, un amico italiano mi ha mandato un’immagine mentre indossa una maschera grottesca nell’aria piena di smog di Pechino. Di conseguenza, ho riposto il testo dell’ispettore Chen / Judge Dee per il momento e ho iniziato ad espandere una breve storia sull’ inquinamento ambientale cinese in qualcosa di simile a un sequel di Don’t Cry, Tai Lake. È temporaneamente intitolato Do not Breathe, Cina, in cui Chen deve trovare un modo per proteggere la sua ex-girlfriend nelle sue nuove attività ambientali in mezzo a un’indagine di omicidio seriale correlato condotta dal detective Yu e dall’ ispettore Chen. E lo finirò in estate.

[1] Traduzione di Fabio Zucchella pag. 232

:: Un’ intervista con Grazia Verasani

28 luglio 2017

immagini.quotidiano.net

Benvenuta Grazia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista.

Grazie a voi per avermela proposta.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Scrittrice di romanzi, autrice teatrale, cantante. Chi è Grazia Verasani?

Mah… Una che fa parte di una generazione per cui l’interdisciplinarietà tra le arti era inevitabile, e la creatività trovava molti mezzi per esprimersi. Ho sempre avuto un approccio libero e appassionato in tutte le cose in cui mi sono spesa e mi spendo.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Molto presto, da bambina, perché sono stata una lettrice precoce e con un carattere solitario. Scrivere dapprincipio era cercare di capire me stessa in relazione al mondo, tirare fuori pensieri, tenere un diario.

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

A dieci anni scrissi un racconto di tre pagine dal titolo “Corrie e il suo cane” e un altro, “La famiglia Bettini”, in cui morivano tutti. In cortile, costringevo le amiche, a recitare scenette che inventavo lì per lì. Solo nel 1998, dopo un decennio dedicato alla musica e vari racconti pubblicati su riviste e quotidiani, ho scritto “L’amore è un bar sempre aperto”, primo romanzo pubblicato dalla valorosa Fernandel, una piccola casa editrice.

Ti piacciono i film noir americani e francesi degli anni ‘50? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

“Ascensore per un patibolo” è il primo film che mi viene in mente, ma anche “Il grande sonno”. Chandler è il punto di riferimento di tanti per la costruzione di un detective. Per me ha contato molto anche Patricia Highsmith.

Cosa pensi delle eroine femminili dei romanzi noir? Sei femminista? Pensi che il noir, o più precisamente l’ hard boiled, con il consolidarsi come figura letteraria della dark lady, abbia rafforzato una certa misoginia perlomeno letteraria? O anzi ha fatto l’esatto contrario descrivendo donne libere, indipendenti, autonome, a cui importava poco della morale costituita?

Ciò che è letterario, nel senso “nobile” del termine, supera le pregiudiziali dovute anche all’epoca in cui i personaggi femminili risultavano stereotipati, come in molto hard boiled del passato. Non mi piace che certi cliché siano ancora cavalcati da alcuni scrittori maschi. E’ la ragione per cui nel 2004 inventai il personaggio dell’investigatrice privata Giorgia Cantini, perché da donna sentivo di poter raccontare meglio le donne anche nel genere noir. Le donne come sono realmente.

Donne nel noir, che scrivono noir in Italia, ce ne sono poche. Mi vengono in mente oltre a te, perlomeno che utilizzino in parte registri noir, Elisabetta Bucciarelli, Antonella Lattanzi, Marilù Oliva, Patrizia Rinaldi, Lorenza Ghinelli, Sara Bilotti, Paola Rambaldi. Pensi che per le scrittrici sia limitativo essere definite autrici noir? O non si cimentino con il genere ritenendolo prevalentemente maschile?

Fui molto contenta di essere, con “Quo vadis, baby?”, l’apripista di molte giovani autrici che cominciarono a cimentarsi col noir, anche se ce n’erano state altre, magari non con lo stesso rilievo dovuto al film di Salvatores, che mi diede un’improvvisa visibilità. Parliamo di autrici che, scrivendo noir, dimostrano di poter scrivere qualunque cosa. Perché il noir è difficile, ha regole che possono essere infrante ma una disciplina di base. In Italia siamo ancora lungi dal rendere giustizia alle autrici noir, sono poco lette. C’è una diffidenza di fondo, oltre al luogo comune che si tratti di un genere maschile. A meno che non si propenda per il giallo rosa. Non credo che in Italia potrebbe esistere una Fred Vargas. Nel senso che la nostra esterofilia è penalizzante, oltre a un maschilismo ancora vigente.

Quali sono gli scrittori che hai più amato e quelli che hanno influenzato di più  il tuo stile narrativo?

Oltre a Chandler e alla Highsmith, Simenon, Izzo, Malet, Manchette, per ciò che riguarda il noir. Ma sono una lettrice compulsiva che ha sempre letto di tutto, dai saggi alla poesia, dal teatro al romanzo borghese. Come riferimenti imprescindibili: Jane Austen, le sorelle Bronte, Ingeborg Bachman, Céline, Maupassant, Turgenev, Cechov…

I tuoi libri sono molto cinematografici. Te ne rendevi conto mentre li scrivevi?

Quando avevo vent’anni, il grande poeta Roberto Roversi, conosciuto tramite Tonino Guerra, mi disse che ero “immaginifica”. Mi piace “vedere”, mentre scrivo. Immaginare contesti, paesaggi, interni o esterni, cieli, situazioni collocabili in un film, a livello di immagine. Ma non è premeditato.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

E’ sempre la prima pagina. L’inizio. In genere procedo senza scalette, con un’idea generale che spesso cambia, si trasforma. Mi occorrono mesi per pensare a un libro e quando metto la prima parola avverto una fatica immane che nel tempo di attenua, è una sorta di altalena tra frenesia, paura, ansia, e divertimento, godimento, soprattutto quando correggo.

Il tuo rapporto con la critica. C’è una tua recensione che ti ha fatto particolarmente piacere, che ti ha fatto esclamare: “Sì finalmente mi hanno capita”.

Be’, di sicuro non posso dimenticare Tullio Kezich, che nel 2005 scrisse che il mio romanzo era meglio del film. Ne ridemmo al telefono io e Salvatores… Negli anni ho letto sempre belle cose. Non posso lamentarmi. Spiace che oggi la critica sia spesso legata a rapporti extralibro, o che si riduca a una sintesi di bandella.

Puoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro?

Il mio ultimo libro è “Lettera a Dina” (Giunti), ed è la storia di un’amicizia tra due ragazzine che crescono negli anni ‘70/80, un rapporto forte, esclusivo, che avrà strappi dolorosi, e sullo sfondo la Bologna di allora. A settembre 2017 invece uscirà “La vita com’è” (La nave di Teseo), un romanzo in cui mi giostro anche sui registri del comico.

Parlaci del tuo personaggio la detective Giorgia Cantini, come si differenzia da tutti gli altri detective della narrativa?

Be’, è una donna tosta e al contempo vulnerabile, una che osserva il mondo e ne dà la sua versione, la sua testimonianza. Giorgia è un po’ il mio alter ego, è nata grazie alle donne che frequento, che mi sono amiche, che hanno i suoi stessi dubbi, rovelli, e una propensione empatica verso i più deboli. Mi permette di approfondire tematiche sociali che mi interessano, di dare un’idea delle città e di un paese in cui il passato sembra sempre risplendere sull’oggi. E’ una “diversa”, nel senso che è anticonvenzionale, non ha nulla della detective “rosa”, non si sofferma sulla superficie. Le sue investigazioni sono esistenziali, sentimentali, anche se non in senso romantico.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi? (Vivente o del passato, senza limitazioni).

Al momento, con il grande disegnatore Igort.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“Ritorno a Reims” di Didier Eribon.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Correggo le bozze del nuovo romanzo in uscita a settembre…

 

:: Un’ intervista con Alessandro Zannoni

27 luglio 2017

1Bentornato Alessandro su Liberi, la nostra ultima intervista è del 2009, una vita fa. Cosa hai fatto da allora?

Ciao Giulietta, sono contento di sentirti! Cosa ho fatto in questi 8 anni… non sono andato a letto presto, ho continuato a leggere e lavare barche, ho fatto pure il boscaiolo, per qualche tempo ho smesso di scrivere, poi ho ripreso e ho cercato un editore per il nuovo romanzo… Le solite cose che riempiono la vita di un uomo che scrive e deve campare.

Nel mondo letterario contemporaneo sei un autore poco convenzionale, ti definirei enfant terrible, se non avessimo la stessa età (quasi almeno). Sei come appari, o un po’ ci giochi?

No, io sono così come mi percepisci. E se fosse una posa, in tutta onestà, ti dico che sarei davvero scemo: essere così poco convenzionale non mi ha di certo aiutato. Però ci ho fatto i conti e va bene così, mi rispetto.

Dirigi un festival letterario molto particolare “Leggere fa male”, in cosa si differenzia da tutte le altre rassegne letterarie che nascono in Italia?

È a numero chiuso, non più della trentina di persone che può ospitare la bellissima struttura che ci ospita, quindi non si pone il problema di “accalappiare” il pubblico con la solita menata del nome di richiamo, nè con l’aperitivo e gli stuzzichini da mangiare o qualcuno che suona per intrattenere. Il pubblico è formato dagli amici – scrittori, cantanti, registi, attori, lettori, lettrici, artisti in generale – che partecipano all’evento: presentiamo libri, si tengono piccoli concerti, a volte monologhi teatrali. Ogni anno cerco di inserire nomi nuovi nella compagnia, formata da persone che arrivano da tutta Italia. Questo era il settimo anno e sono molto soddisfatto per come è andata.

Nel tuo ultimo romanzo Nel dolore, giochi con gli stilemi classici del noir (anche cinematografico), rivisitati dopo la lezione contemporanea postmodernista: il poliziotto antieroe, la dark lady, la provincia americana rugginosa e perlopiù rurale, il mito del Messico, la povertà diffusa più che economica, morale. Perché un autore italiano sceglie di omaggiare il noir appropriandosi di scenari, ambientazioni, territori, condizioni sociali non sue?

Postmodernista… ho pubblicato Le cose di cui sono capace con Perdisa nel 2011, identico come costruzione a Nel dolore. Ero postmodernista pure allora senza saperlo? Bernardi ci avrebbe riso sarcasticamente sopra, e ti riporto quello che mi ha scritto nel 2011 “In un periodo in cui gli autori di noir sembrano imbarazzati di scriverne (se poi gli dici che in realtà scrivono solo gialli, s’incazzano ancora di più), tu ribalti la questione e servi in tavola un romanzo di genere che non solo non si vergogna di essere tale, ma ne proclama orgoglioso l’appartenenza.”
Comunque questa è una domanda a cui ho risposto molte volte, anni fa, appena uscito il primo romanzo in cui appariva Nick Corey; e se non ti scoccia ti giro la risposta che ho dato a una tua collega, perché lo spiego come meglio non potrei: “L’idea era di fare un omaggio al mio libro preferito − Colpo di spugna di Jim Thompson −, un omaggio palese e azzardatissimo, utilizzando il medesimo nome del protagonista e la stessa ambientazione texana. Ma volevo che nell’omaggio ci fosse, sottotraccia, una presa in giro all’editoria nostrana, sempre prona verso la letteratura d’oltreoceano, e già che c’ero, ci ho messo qualche piccolo sberleffo a quei lettori fissati di sole “americanate”. Sono partito con questi propositi ma poi sono passati in secondo piano; la cosa importante era scrivere un romanzo nero potente, utilizzando tutti gli stilemi del genere ma rinvigoriti e svecchiati, e credo di esserci riuscito”.

Per chi tra i lettori non sapesse di cosa stiamo parlando, non avesse ancora letto il tuo ultimo romanzo, Nel dolore è un romanzo a sé per linguaggio, stile, tematiche, insomma niente di più diverso dal cosiddetto giallo all’italiana. Che accoglienza ha avuto tra i tuoi lettori?

I miei lettori sono preparati, sanno a cosa vanno incontro quando leggono le mie storie. Ma molti altri nuovi si sono aggiunti, entusiasti di avermi scoperto, specialmente alcuni, che scrivono su riviste di letteratura, che mi hanno scritto mail o recensioni che ho molto apprezzato. Insomma, il giallo italiano va da una parte, io dall’altra, ma non è detto che non possiamo avere gli stessi lettori.

Un omaggio a Jim Thompson. Abramo, ricorda Fireball, il cane ubriacone de L’ultimo vero bacio di Crumley. Rimandi, citazioni, da decifrare fra le righe, il genere crime declinato in tutte le sue varianti, dal poliziesco, al pulp, al noir. Che tipo di lavoro preparatorio hai svolto?

Le mie storie hanno radice profonde nelle mie letture – proprio come accade ad ogni altro autore – e chiaramente sono influenzato, a volte senza che me ne renda conto, in quello che scrivo. Le mie basi sono il noir e l’hard-boiled, ma non vorrei dare meno peso a Miller, Baudelaire, Fante, Fruttero&Lucentini, Buzzati e tutti gli altri autori che non posso citare. E poi i film, i migliaia di film che ho assorbito come fossero libri – a partire dai noir francesi fino ad arrivare ai fratelli Coen. Ecco, il lavoro preparatorio è stato quello di leggere e osservare, poi ho tirato fuori la mia storia utilizzando uno stile che spero sia mio, pur partendo da quello di altri autori.
Puntualizzo però che Abramo è nato dal mio amore per i cani e per Stupido, il cane protagonista di un racconto di John Fante: erano anni che volevo omaggiare i miei fedeli amici facendoli diventare protagonisti di un romanzo; per interpretare Abramo ho dovuto scegliere una razza diversa dai cani che posseggo, altrimenti i miei due avrebbero litigato – uno era un grosso bastardone della Lunigiana, tutto nero, l’altro un American Staffordshire bianco con un occhio cerchiato di marrone.

Bellissimi i personaggi femminili: da Licita Salomon Torres, la madre, (caratterizzata da un pittoresco e curioso linguaggio) a Stella, la compagna del protagonista, a Clarisse. Come sono nati questi personaggi?

Dalla mia voglia di rappresentare un tipo di donna moderna, libera dagli stereotipi e delle convenzioni, che sa gestire la vita e il maschio, e gli tiene testa, non ha paura di dire la sua e si fa rispettare; beve e fuma, fa l’amore e sa scopare, sa essere dolce e all’occorrenza violenta. Una donna normale ma che ha coscienza di sè stessa e della sua forza. Le donne sono le protagoniste assolute del romanzo, anche quando non sembra. Tutto gira attorno a loro. Non c’è bisogno di rappresentarle bellissime né coi superpoteri, o imbattibili killer spietate, per farle diventare delle eroine. Sono espedienti che mi fanno ridere, che avvallo solo per i fumetti.

Luigi Bernardi disse in un’ intervista: Il noir è il racconto della deriva umana e sociale di un uomo, raccontata dal punto di vista della vittima: niente di più, niente di meno. E’ sempre valida questa lezione? L’ hai fatta tua?

Assolutamente. Luigi Bernardi è il mio punto fermo.

E’ difficile far rientrare il noir in un canone ristretto, spesso è uno sguardo, un’ atteggiamento, un malessere. Trovi la contaminazione di generi positiva?

Questo modo di interpretare le cose – il noir è uno sguardo, un’ atteggiamento, un malessere – ha fatto passare, sotto la definizione di noir – più elegante, più vendibile – ogni tipo di romanzo giallo e thriller, annacquando il genere, che invece è stra/definito e ha regole ferree. È una questione che mi ha visto protagonista di litigate furibonde e di scazzi notevoli, anni fa, e ora mi è passata la voglia. Facciano e dicano quello che vogliono.
Sulla contaminazione ho idee chiare: puoi farla solo se hai un progetto valido e sai scrivere.

Si può scrivere un noir che esuli dal poliziesco, senza poliziotti, investigatori, criminali (perlomeno condannati)?

Certamente. Penso alle parole di Bernardi e cito L’avversario di Emmanuel Carrère.

Parlando di cinema. Una domanda sul tuo lavoro di sceneggiatore: puoi anticiparci qualcosa? In cosa differisce il lavoro dello scrittore da quella dello sceneggiatore? Raccontaci come è andata.

È stata un’esperienza affascinante e massacrante al tempo stesso: mi hanno chiamato a scrivere i dialoghi di una sceneggiatura già scritta. Mi sono dovuto calare in personaggi realmente esistiti e in altri inventati ma già delineati, protagonisti di una storia molto lontana dal mio timbro di scrittore – ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, dove la musica assurge a salvezza di un gruppo di uomini -.
Ho faticato non poco, ma sono riuscito nell’intento, con tanti complimenti da parte dei miei referenti. Tutto un altro tipo di scrittura, rispetto ai romanzi, dopo puoi sviscerare un pensiero per una pagina, o far aleggiare uno stato d’animo per un capitolo intero, o descrivere il gesto di una persona per diverse righe, soffermandoti su mille particolari; no, in una sceneggiatura sta tutto dentro una piccola parentesi a corollario di una frase di un dialogo. Sceneggiare e romanzare sono due cose totalmente differenti.

Cosa legge Alessandro Zannoni, quando non scrive? Ci sono autori esordienti che ti hanno favorevolmente colpito?

Leggo di tutto: mi piace seguire i consigli entusiasti degli amici, o scegliere un romanzo destreggiandomi tra le recensioni finte o vere che trovo in rete o nei giornali. Sono sempre molto curioso, attento a quello che esce, ma il discrimine rimane la qualità di scrittura: non mi faccio problemi a mollare un romanzo se la scrittura non è all’altezza delle aspettative, oppure saltare interi paragrafi appena sento puzza di rottura di coglioni. Ne ho finiti parecchi, in questa maniera. Esordienti, esordienti… ne ho letti un po’ ma nessuno mi ha lasciato il segno, nessuno mi ha fatto emozionare. Invece sto aspettando l’uscita a ottobre del nuovo romanzo di Antonio Paolacci; non esce da parecchio, quindi ha l’allure dell’esordiente, sono certo mi colpirà.

Come possono i lettori entrare in contatto con te?

Il modo più facile è attraverso il mio sito: http://alessandrozannoni.strikingly.com/

Beh è tutto, grazie per questa chiacchierata. Ultima domanda, cosa vedremo prossimamente di tuo in libreria?

Ho una raccolta di racconti e un romanzo inedito che cercano casa. Adesso chiamo il mio agente e sento se ci sono novità, poi ti avverto. Ciao Giulietta, a presto.

:: Un’ intervista con Giordano Tedoldi

20 luglio 2017

aaGiordano, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Giordano Tedoldi?

Sono uno scrittore.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato a Roma. La mia infanzia non ha avuto nulla di speciale, almeno non da un punto di vista superficiale o aneddotico. Un giorno vorrei scriverne e allora forse scoprirò come sono andate le cose.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

In famiglia si era deciso che dovessi cominciare a leggere. Non so quanti anni avessi, ero comunque piccolo. Mio nonno materno mi diede il libro Cuore, cosa che fece infuriare mia madre, raramente la ricordo così indignata, neanche mi avessero dato un romanzo pornografico. Mia madre disse che non dovevo assolutamente leggere quelle idiozie. Andammo in una cartoleria e si ritenne opportuno cominciare dai Racconti di Poe, che mi conquistarono immediatamente.

Che lettore sei? Quali sono i tuoi romanzi o autori di riferimento?

Come si dice con un cliché, sono un lettore onnivoro. Non ho romanzi di riferimento in senso stretto, ma tanti libri e autori con cui sento delle affinità. Però non mi va di fare liste di nomi o titoli, sinceramente lo trovo stupido.

Sei uno scrittore difficile? Hai la percezione che gli altri pensino questo di te?

Sì, ho questo sospetto, anche se poi, e proprio adesso con un romanzo certo non di facile lettura come “Tabù”, vedo che molti lo leggono senza uscirne troppo affaticati. Magari un po’ storditi, ma quello è un bene.

Ami rilasciare interviste? Quale è la prima cosa che pensi quando te ne chiedono una?

A periodi, a volte mi va a volte no. La prima cosa che penso è che spero non siano domande cretine o astruse.

Parlami del tuo ultimo romanzo edito.

Come ho detto si intitola “Tabù”, ed è uscito per la collana Romanzi di Tunué, curata da Vanni Santoni. Ci tengo a sottolinearlo perché senza l’esistenza di questa collana, e l’entusiasmo del suo curatore, “Tabù” forse non sarebbe mai uscito. Quanto al parlare del libro, posso dire solo che è un libro in cui si tenta di alzare il livello del desiderio oltre i limiti diciamo così sopportabili dall’apparato percettivo umano. È come se uno alzasse sempre di più il volume di una musica, scoprendo progressivamente non solo l’evidente fastidio e dolore acustico, ma anche nuovi dettagli, nuove voci, nella trama sonora.

È stato difficile trovare un editore? Hai ricevuto molte risposte negative?

Sì è stato molto difficile e frustrante. A volte mi sono anche brevemente scoraggiato. Ma anche grazie a persone in cui ripongo assoluta fiducia, e che l’avevano letto e mi assicuravano che era un lavoro di valore, ho insistito. In generale comunque non sono il tipo che si sfiducia. Finito un lavoro, è raro che pensi davvero di aver sprecato tempo. Gli editori, in generale, ma non voglio esagerare questo aspetto, mi vedono ancora come un “fuorilegge”, per dirla con James Purdy.

Che accoglienza ha avuto da stampa, radio, televisione?

Dalla televisione finora nessuna, da stampa e radio entusiastica.

Parlami della costruzione dei personaggi. Parti da uno schema prestabilito e poi il personaggio cresce durante la narrazione o già fin dall’inizio hai in mente i suoi pregi i suoi difetti, come reagirà a determinate circostanze?

Questa è una domanda molto tecnica e che richiederebbe una risposta molto lunga.
Diciamo che però tra le due scuole, quella del personaggio “schiavo” di Nabokov, e quella invece del personaggio di cui, a un certo punto fatale, l’autore perde diciamo così il guinzaglio, enunciata da Henry James, io propendo quest’ultima.

Leggi poesie?

Continuamente. Adesso sono alle prese con i Canti di Maldoror e sto finendo la lettura del “Paradiso”.

Pensi che la bellezza salverà il mondo? Pensi che ci sia salvezza per il mondo?

Penso che la bellezza non salverà il mondo e che la questione se ci sia salvezza o no per il mondo è posta male: penso che il mondo sia quello che è e che non abbia bisogno di essere salvato.

Che legami hai con i tuoi lettori?

Prudenti.

Che legami hai con la critica? Leggi le recensioni ai tuoi libri? Pensi che la critica sia libera?

Leggo tutto. Nel bene e nel male, lascio che dicano, senza intervenire se non proprio tirato per i capelli.

Quale è il tuo metodo di scrittura? Fai molte stesure? Scrivi di getto? Scrivi tutti i giorni? Solo in alcune fasce della giornata?

Il metodo è abbastanza variabile, a seconda delle cose su cui sto lavorando. Per un romanzo come “Tabù” mi sono imposto di scrivere almeno mille parole al giorno, tutti i giorni. Questo per completare la prima stesura. Durante la prima stesura non amo molto rileggere o correggere o criticarmi. Al contrario. Sono molto indulgente. Stendo il braccio più che posso per prendere più che posso. Successivamente, c’è una pausa così, un po’ esitante, di riletture timide, piccole correzioni, prima della revisione finale, che può essere anche fatta di più revisioni (come è stato per “Tabù”). A questo punto c’è un’unica affezione che mi domina, oltre al lucido controllo di quello che ho scritto, ed è la spietatezza estrema verso me stesso e, conseguentemente, verso lo scritto. Tutta quell’indulgenza della prima stesura viene capovolta nel suo opposto. Dopodiché si può dire che il lavoro è finito.

Ha amici scrittori, li frequenti? (Se non vuoi fare nomi puoi anche dare una risposta generica).

Sì li ho e li frequento (non molto perché sono abbastanza solitario e del resto anche alcuni di loro) e molti di loro li stimo e ne leggo con curiosità le novità.

Ti piace il teatro? Sei mai stato tentato di scrivere opere teatrali?

Mi piace enormemente. Sì, sono stato tentato ma finora non mi ci sono mai dedicato seriamente.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale, o anche solo artistica, nell’attuale mondo letterario?

Si possono impiegare diverse strategie, ma avrei timore, impiegandole, di diventare un fanatico del controllo, e alla fine di soccombere a una diversità schiavitù. Diciamo che mi fido del mio istinto.

Ti piace la musica jazz?

Non riesco ad amarla profondamente, come la classica. L’unico che ascolto senza troppe perplessità è Coltrane. O cose leggere e credo non rigorosamente jazz come Getz/Gilberto.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso, grazie all’esperienza, non rifaresti più?

Sì così tanti che non mi va neanche di pensarci. Non mi piace guardare indietro alla mia vita, in genere. Cerco di evitare i resoconti.

Raccontaci un segreto, un dettaglio tecnico relativo alla scrittura che consiglieresti di utilizzare a uno scrittore esordiente.

Imparare a scrivere male. A non avere paura dell’errore, dell’irregolare, dell’abnorme. Se si legge a fondo la letteratura italiana – l’unica letteratura che “faccia testo” per uno scrittore italiano – si troveranno violazioni di ogni genere. Qualche tempo fa in radio mi è scappato un “più maggiore”, me ne sono crucciato ovviamente, pur dicendomi che può capitare. Poi sono andato per curiosità a vedere: in una novella del Bandello si dice “più maggiore”. Resta un errore, non sto invitando all’anarchia linguistica, ma inviterei gli scrittori ad avere più lo spirito di chi si avventura fuori dai confini e dalle norme, che di sigillarsene ermeticamente.

Scrivere ti rende felice? O ti fa arrabbiare, ti rattrista, ti entusiasma?

Scrivere è la mia vita, ma ho l’idea che la felicità, le varie emozioni siano qualcosa di ulteriore. In altre parole: si può dire felicità in tanti modi. Uno di questi è la felicità della scrittura. Ma ce ne sono molti altri.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Un romanzo non molto noto di Zola: “La cuccagna”, lo “Zarathustra” di Nietzsche, gli scritti musicali di Savinio, e come dicevo i “Canti di Maldoror” di Lautréamont, e Dante.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

Per ora, seriamente, a nulla.

:: Blogtour – Rondini d’ inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017) – seconda tappa

11 luglio 2017

Oggi siamo felici di ospitare la seconda tappa del Blog tour dedicato al nuovo libro di Maurizio de Giovanni Rondini d’ inverno, capitolo finale del ciclo delle canzoni, della saga di Ricciardi. Buona lettura!

3Benvenuto Maurizio e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Parleremo perlopiù del tuo nuovo libro Rondini di inverno, ma anche di libri in genere, di tango, di progetti per il futuro.

Sempre felice di ritrovarti, e di ritrovarsi in mezzo ai lettori. La scrittura, come la lettura, è un’attività individuale e un po’ onanistica, quindi ogni occasione di condivisione è un vero piacere.

Iniziamo col tranquillizzare i tuoi lettori il sottotitolo Sipario per il commissario Ricciardi, non significa ancora che Ricciardi ci dice addio, ma ci saranno altre storie, confermi?

Nelle mie attuali intenzioni, questo romanzo è il terzultimo per Ricciardi. Conclude il ciclo delle canzoni, quello intervallato dalla storia degli incontri tra un giovane cantante che vuole perfezionare il suo modo di suonare e il suo anziano Maestro, di cui scopriremo l’identità. Il sipario del titolo è riferito all’ambientazione, che è il mondo magico dell’avanspettacolo.

Ho letto in anteprima il romanzo, l’anticipazione della pubblicazione al 5 fa sì che ormai anche molti lettori l’abbiano letto. Rondini di inverno è ambientato negli ultimi giorni del 1932, prima del Capodanno. Parla di teatranti, di amore, di vendetta, di follia. Come hai amalgamato tutti questi temi?

La cosa più bella della creazione di un romanzo, per il quale esistono già i personaggi principali, è il reperimento del mondo che si vuole raccontare. La scelta dell’ambientazione, lo sfondo, il palcoscenico sul quale si svolge la narrazione e le conseguenti a volte lunghe e difficili ricerche sono una tessitura complessa ma bellissima. E’ poi la storia, la trama stessa, che amalgama perfettamente tutti gli elementi.

Ricciardi non ama il teatro. Sue parole, che riporto “Il cinematografo e il teatro propongono una ridda di emozioni false, dove l’amore è sempre buono e l’odio sempre cattivo.” In questo romanzo invece la rivista, il varietà, il teatro, sono protagonisti. Ricordo mio padre (napoletano in esilio al nord) che detestava la sceneggiata, mentre amava Totò e il teatro di De Filippo. In che misura il teatro caratterizza la cultura napoletana, e per la precisione quella degli anni’30? E perché hai scelto questo tema per il romanzo?

Il teatro è per Napoli una forma d’arte istintiva e primaria, più di ogni altra. Il numero di compagnie, di autori, di spettacoli che c’è dalle mie parti non c’è in nessun altro luogo, e il pubblico è esigente e temutissimo anche dai più grandi attori. Questo è ancora più vero negli anni Trenta, quando praticamente non esistevano altre forme di fruizione degli spettacoli. Avevo già trattato il teatro lirico (Il senso del dolore) e la prosa (La condanna del sangue), ma un po’ lateralmente. Pensavo da tempo di addentrarmi un po’ nelle quinte, e finalmente ne ho trovata l’occasione.

Come di consueto c’è una trama principale, l’uccisione di una diva del cinematografo, e alcune sottotrame: l’aggressione a Lina, l’ “incarico” di Livia, Nelide e Tanino, Bianca e il duca etc… Di solito hai tutto in mente, o le sottotrame nascono scrivendo?

Per carità, nasce tutto durante la mia istintiva ventrale scrittura! Certo so di volerne parlare, di dover incontrare i personaggi; e la seconda storia, in questo caso quella di Modo e di Lina, devono essere almeno imbastite perché hanno bisogno di qualche ricerca preventiva, ma mi riservo il diritto di espandere o contrarre i personaggi durante la stesura del romanzo. Altrimenti sai che noia!

Due sono i personaggi se vogliamo più tragici del romanzo: Gelmi e l’invalido di guerra Pacelli. Come hai costruito questi due personaggi?

Una delle cose più complesse, quando si ambienta una narrazione in un’altra epoca, è tener conto del passato di quell’epoca. Quanto conta per noi quello che è successo di recente, gli avvenimenti che sono nella nostra memoria? E’ così anche per i personaggi dei romanzi. Nei primi anni Trenta era fortissima la memoria della Grande Guerra, chi era stato al fronte ne riportava segni profondi fisici e psicologici. Ho voluto rendere omaggio a questo con la relazione tra Pacelli, un invalido di guerra, e il suo capitano: uno era riuscito a emergere dal passato e a dimenticare, l’altro era rimasto fermo a quel momento per sempre.

Vincenzo Zupo in arte Zuzù è un omaggio a Totò?

Sì. In quei giorni Totò era al teatro Mercadante con la sua rivista di grandissimo successo. Ho voluto ricordarlo, e ho anche dovuto resistere alla tentazione di svilupparne il ruolo perché il personaggio me lo chiedeva, ma non volevo distrarmi dalla trama principale.

Prosegue la storia d’amore tra Enrica e Ricciardi. Sembra che questa volta qualcosa accadrà (sempre che Bianca e Livia si mettano da parte), o è tutto fumo negli occhi? Senza anticipare troppo anche Chandler non vedeva per Marlowe un futuro di coppia, poi in Poodle Springs Story…

A questa domanda non sono autorizzato a rispondere. Posso però dirti che ho finalmente chiara l’evoluzione della storia, così come si svolgerà nei prossimi due romanzi.

Per Proust era cattleya, per Enrica e Ricciardi è Caminito, la parola in codice, con un preciso significato unicamente per i due innamorati. Come non pensare al tango, all’Argentina degli anni 20 e 30. Hai mai pensato di far fare un viaggio a Ricciardi in questo paese?

Amavo profondamente l’Argentina per il tango e per motivi calcistici prima ancora di andarci, ora che l’ho vista ne sono pazzo. Per scriverne però dovrei conoscerla molto meglio. Se riuscirò in futuro a starci per qualche mese, probabilmente potrei pensarci.

Maurizio de Giovanni che lettore è?

Un lettore bulimico e disordinato, che non ha pregiudizi di genere ma che preferisce i romanzi con una storia forte e definita a quelli che approfondiscono relazioni e psicologie ma nei quali non succede mai niente. In assoluto penso che la letteratura americana, sud e nord, sia il grande regalo degli ultimi cento anni della scrittura al mondo.

Infine per concludere, ringraziandoti della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: può dirci qualcosa della prossima indagine di Ricciardi?

Ci vuole troppo tempo. Devo scrivere un paio di testi teatrali, rifinire i soggetti della prossima serie dei Bastardi, di Mina Settembre, dei Guardiani e di Ricciardi stesso per la TV; poi dovrò scrivere il romanzo dei Bastardi e il seguito dei Guardiani, che si chiamerà La Seminatrice. Prima di poter pensare al prossimo Ricciardi ho troppe storie da raccontare, ancora.

֎ Le tappe ֎

banner 11) 10 luglio Recensione – [The Mad Otter]
2) 11 luglio Intervista – [Liberi di scrivere]
3) 12 luglio Gli abiti del tempo – [Strategie evolutive]
4) 13 luglio Cibi e bevande e cucina tipica napoletana (cilentana) [Livingamongthebookspage]
5) 14 luglio Dreamcast – [Milioni di particelle]
6) 15 luglio Profilo personaggi – [Contorni di noir]

:: Un’ intervista con Aldo Morosini, maggiore dei Regi Carabinieri, grazie alla gentile collaborazione di Giorgio Ballario

7 luglio 2017

1Aldo Morosini, benvenuto su Liberi di Scrivere. Forse è la prima volta che rilascia un’intervista, è un po’ emozionato? Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

Buongiorno, in effetti non sono abituato a parlare di me e tanto meno a rilasciare interviste. Non credo che il mio passato sia tanto interessante, è simile a quello di molti giovani italiani nati alla fine del secolo scorso e cresciuti nel Novecento, nel mio caso in provincia di Padova e poi in altre regioni al seguito di mio padre, ufficiale del Regio Esercito. Quando è scoppiata la guerra ero già sottotenente dei Reali Carabinieri e in seguito per ragioni di servizio ho girato l’Italia, sono stato a Torino, Firenze, Roma. Poi, alcuni anni fa, c’è stata la possibilità di un breve trasferimento nella colonia eritrea: ho accettato un po’ per spirito d’avventura, un po’ perché c’era la possibilità di far carriera. Poi le cose sono andate diversamente: sono ancora qui e sempre con lo stesso grado di maggiore.

Cosa ne pensa del fatto che Giorgio Ballario abbia trasposto la sua vita in una serie di romanzi? Si riconosce nelle sue storie? Si sente ben rappresentato?

Be, signora Giulietta… le confesso che all’inizio mi ha fatto piacere. Insomma, pur non essendo una persona propensa alla vanità, l’idea che le mie indagini in terra africana diventassero libri e venissero lette da tante persone mi ha lusingato. E devo dire che il personaggio descritto nei romanzi del “ciclo coloniale” sono proprio io, con pregi e difetti. Anche se qualche volta l’autore ha un po’ esagerato, sia nel rendere più movimentate le mie avventure, sia nell’indugiare sulla natura malinconica del mio carattere. Però adesso comincio ad avere alcuni problemi: quando vado in giro a Massaua c’è gente che mi domanda delle prossime investigazioni e al comando del Bassopiano il colonnello non è che veda di buon occhio tutta questa pubblicità per un singolo ufficiale, ha persino minacciato di farmi trasferire. In realtà il comandante ci terrebbe a fare una figura migliore, mi ha confidato che a volte ha l’impressione che l’autore tenda a canzonarsi di lui.

Soffre di mal d’Africa? Non sente mai nostalgia di casa? Come si sente un giovane carabiniere italiano, così lontano da casa, in una terra straniera, per molti versi inospitale? Un pezzo di Italia l’ha portata con sé?

In realtà più che altro soffro di “Mal d’Italia”, perché non c’è giorno che Dio manda in terra che non senta nostalgia della patria e della mia famiglia, rimasta a Padova. Come lei saprà, avendo letto i romanzi, mio padre è risultato disperso nella guerra e per la mamma è stato un durissimo colpo, non si è mai più ripresa. Soffre di esaurimento nervoso e per forza di cose le cure ricadono su mia sorella, che peraltro ha una famiglia sua cui badare. Di conseguenza la lontananza mi pesa anche per questo motivo. Però le confido un segreto: quando mi capita di passare alcuni mesi in Italia, in licenza, allora sì che soffro di Mal d’Africa. E provo grande nostalgia per questa terra aspra, torrida e inospitale alla quale mi sento ormai legato da un indissolubile rapporto di amore e odio. Odi et amo, come scriveva Catullo… Lei sa, vero, che amo molto i classici latini?

Si sente un uomo del suo tempo? Ben integrato, apprezza il mondo che la circonda? Quale è il suo rapporto con il potere?

Che domande impegnative! Sono un uomo del mio tempo, questo è sicuro, ma ho talvolta l’impressione che per me sarebbe stato meglio vivere in altre epoche della storia umana. Il mondo che mi circonda è brillante, stimolante, in continua evoluzione ma in tutta sincerità devo dirle che non sempre lo apprezzo; così come non sempre apprezzo il potere. Lo considero un male necessario, indispensabile per organizzare la convivenza del genere umano e per amministrare la giustizia, tuttavia ci sono aspetti connaturati all’esercizio del potere che mi ripugnano profondamente. Ma in questo caso si ricade soprattutto nei difetti e nei limiti della natura umana, come insegna il mio maestro Seneca.

Apprezza le scelte coloniali del suo paese? Quali sono i lati più deleteri di questa “avventura” africana?

Come militare non posso giudicare le scelte del mio governo. Come uomo le dirò che non sempre mi trovo d’accordo con le decisioni di Roma o del governatore dell’Eritrea, però sul ruolo civilizzatore dell’Italia nell’Africa orientale non ho nulla da obiettare: girando per l’Eritrea e la Somalia mi sono reso conto dell’enorme progresso materiale e spirituale che la colonizzazione italiana sta costruendo, anche per le stesse popolazioni indigene. Soprattutto se compariamo le nostre colonie con le condizioni di vita che esistono nei possedimenti francesi, britannici e belgi. Certo, anche qui nelle colonie troppo spesso fanno strada certi individui spregiudicati e privi di scrupoli, un po’ come nella madrepatria… ma questo magari non lo metta nell’intervista.

Ha due aiutanti, che la coadiuvano nelle sue indagini: il maresciallo Eusebio Barbagallo, e il sottoufficiale indigeno Tesfaghì. Che persone sono? ce le racconti.

Non posso che parlar bene di entrambi. Sono due persone di grande spessore umano e militari di fortissima tempra e disciplina, devo ammettere che senza di loro in certe occasioni non me la sarei cavata. Barbagallo ha la rara dote di non perdere il buonumore neppure nei momenti più critici e di contagiare con il suo ottimismo tutta la truppa. Tesfaghì è l’uomo che tutti vorremo avere alle nostre spalle in battaglia: silenzioso, discreto, affidabile e in grado di risolvere qualsiasi problema con la naturalezza tipica della sua gente, che abita da millenni queste terre inospitali. Quando ha saputo di esser diventato il personaggio di una serie di romanzi non ha battuto ciglio, ma so che in fondo, anche se non lo dimostra, ne è molto orgoglioso.

Aldo Morosini e la disciplina. Le costa fatica ubbidire agli ordini? Essere integrato in una struttura gerarchica un po’ autoritaria. Le capita mai di volere disubbidire agli ordini?

Essendo figlio di un militare e avendo scelto di entrare nell’Arma sin da giovane, alla disciplina sono abituato, così come ad essere parte di una struttura con una rigida gerarchia. E’ stata una mia scelta e non ne sono pentito, peraltro non penso che lavorare in una grande industria oppure nell’amministrazione pubblica permetta invece di non avere a che fare con disciplina e gerarchia. A quanto mi dicono nell’Italia a voi contemporanea sono concetti – noi diremmo “valori” – un po’ superati e temo che non sia un bene. La disciplina può non essere piacevole, ma insegna a tutti ad avere un ruolo e una responsabilità nella società. Quanto agli ordini… ubbidire non è sempre facile. Soprattutto quando capita di ricevere ordini sbagliati o semplicemente cretini: allora sì che viene voglia di non eseguirli. E sapesse quante volte l’ho fatto… Ma anche questo magari non mettiamolo nell’intervista.

Aldo Morosini e le donne: Pensa mai che incontrerà la donna della sua vita? Come se la immagina?

Ah, le donne! Croce e delizia per ogni uomo, soprattutto a queste latitudini. Sa, qui nella colonia non è molto facile incontrare signore libere, da poter corteggiare. Voglio dire, le italiane sono quasi tutte sposate e anche se c’è qualche collega che si dedica scientificamente a sedurre donne maritate, è un costume che personalmente rifuggo. Al di là delle valutazioni morali, sarebbe poco dignitoso per un ufficiale dei Reali Carabinieri venir sorpreso in mutande in una casa altrui… Perciò preferisco di gran lunga frequentare le ragazze di madame Chantal, anche se sono soltanto un surrogato dell’amore con la A maiuscola. Amore che peraltro ho incontrato varie volte, come lei saprà, signora Giulietta, avendo letto i romanzi in cui compaio: Virginia, la fotografa tedesca Erika, la giornalista americana Helen… Incontri poco fortunati, purtroppo, che si sono sempre conclusi con un addio.

Aldo Morosini legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

Leggo quando posso, nel tempo libero dalle esigenze di servizio e anche nei momenti morti fra un’indagine e l’altra. Qui a Massaua non ci sono molti divertimenti e quando scende la sera e l’aria torrida si fa meno irrespirabile mi piazzo sotto le pale del ventilatore e leggo: quale miglior maniera per prendere sonno? Mi piacciono i classici latini – Seneca per me è una specie di guida spirituale – ma cerco di rimanere aggiornato anche sugli autori contemporanei, di recente ho letto alcuni racconti di Pirandello che mi hanno entusiasmato, così come le liriche del mio quasi coetaneo Ungaretti e di Eugenio Montale. D’Annunzio lo ammiro come personaggio pubblico e uomo di cultura, ma i suoi romanzi non mi hanno mai conquistato, a differenza delle poesie. Fra i giornalisti-scrittori trovo geniali Longanesi e Maccari e le confesso che in certi momenti non mi dispiace leggere anche dei romanzetti d’intrattenimento a sfondo poliziesco, come quelli di quell’autore romano… Augusto De Angelis mi pare. E di recente il mio amico Morandi, insegnante di letteratura, mi ha fatto conoscere un franco-belga piuttosto piacevole, tal Simenon.

Va mai al cinema, a teatro, nei caffè? Che tipo di esotica vita mondana si vive nelle colonie?

Come dicevo prima, a Massaua non ci sono molti divertimenti, altra cosa è quando salgo ad Asmara: lì sì che c’è un’attività mondana paragonabile all’Italia. Il cinema mi piace, ma le pellicole qui arrivano sempre molto in ritardo: a volte rimpiango la madrepatria anche per questo motivo. Le opere teatrali giungono ancor meno, al massimo nelle colonie vengono in tournée di compagnie popolari come quella del mio amico Pippo Lanzafame, dove lavora Virginia, è proprio in una simile occasione che l’ho rivista, come sa chi ha letto “Morire è un attimo”… ma lasciamo perdere. Restano ristoranti e caffè, che spesso sono l’unica alternativa alle tristi cene in caserma. Sono di casa al caffè Savoia e al ristorante “da Mario”, dove una volta al mese si svolgono le “veglie del triumvirato”, vale a dire la tradizionale cena mensile con i miei amici più stretti, l’ufficiale medico Ragazzoni e appunto il professor Morandi. Quasi sempre concludiamo le “veglie” nella casa di tolleranza di madame Chantal, ad eccezione di Morandi che è sposato… Ma non vorrei che si facesse di me un’idea sbagliata: queste serate sono delle eccezioni, il più delle volte resto solo nel mio alloggio a leggere o osservare per ore il volo degli uccelli sulla baia di Massaua illuminata dalla luna. Per non parlare delle sere in cui sono in missione, in cui il letto è un miraggio e ci si deve accontentare di una coperta e della terra pietrosa d’Eritrea come materasso.

Tra un pettegolezzo e l’altro, si mormora che esista una quarta indagine sua, scritta dal suo buon biografo Giorgio Ballario. E’ vero? Può confermare o smentire? Noi lettori del 2017 la potremo leggere?

Di indagini ne ho svolte a decine, anche se non tutte interessanti da un punto di vista romanzesco. Per quel che ne so l’autore ne ha una già pronta da tempo ma non ho capito per quale motivo non sia stata ancora pubblicata, dalla colonia mi sfuggono le logiche editoriali del mercato librario. Mi son fatto l’idea che per quest’anno non se ne parla, ma è molto probabile che il libro venga stampato nel 2018, anche se l’autore fa il misterioso persino con me. Questione di scaramanzia, si vede.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine, la quinta tenendo il conto?

Ah, guardi, non voglio apparire reticente ma proprio non saprei che cosa dirle. Non posso sapere che cosa mi riserverà il domani ed essendo un carabiniere – uso a obbedir tacendo, come dice sempre Barbagallo – devo essere pronto ad andare dove mi mandano in missione. Non solo qui in Eritrea, che ormai conosco come le mie tasche, ma anche in Somalia, in Etiopia, magari anche in Libia, chissà. Nessuno può dire quale futuro ci aspetti ed è meglio così, perché non ci sarebbe nulla di peggio che conoscere in anticipo il proprio destino.