:: Un’ intervista con Alessandro Zannoni

1Bentornato Alessandro su Liberi, la nostra ultima intervista è del 2009, una vita fa. Cosa hai fatto da allora?

Ciao Giulietta, sono contento di sentirti! Cosa ho fatto in questi 8 anni… non sono andato a letto presto, ho continuato a leggere e lavare barche, ho fatto pure il boscaiolo, per qualche tempo ho smesso di scrivere, poi ho ripreso e ho cercato un editore per il nuovo romanzo… Le solite cose che riempiono la vita di un uomo che scrive e deve campare.

Nel mondo letterario contemporaneo sei un autore poco convenzionale, ti definirei enfant terrible, se non avessimo la stessa età (quasi almeno). Sei come appari, o un po’ ci giochi?

No, io sono così come mi percepisci. E se fosse una posa, in tutta onestà, ti dico che sarei davvero scemo: essere così poco convenzionale non mi ha di certo aiutato. Però ci ho fatto i conti e va bene così, mi rispetto.

Dirigi un festival letterario molto particolare “Leggere fa male”, in cosa si differenzia da tutte le altre rassegne letterarie che nascono in Italia?

È a numero chiuso, non più della trentina di persone che può ospitare la bellissima struttura che ci ospita, quindi non si pone il problema di “accalappiare” il pubblico con la solita menata del nome di richiamo, nè con l’aperitivo e gli stuzzichini da mangiare o qualcuno che suona per intrattenere. Il pubblico è formato dagli amici – scrittori, cantanti, registi, attori, lettori, lettrici, artisti in generale – che partecipano all’evento: presentiamo libri, si tengono piccoli concerti, a volte monologhi teatrali. Ogni anno cerco di inserire nomi nuovi nella compagnia, formata da persone che arrivano da tutta Italia. Questo era il settimo anno e sono molto soddisfatto per come è andata.

Nel tuo ultimo romanzo Nel dolore, giochi con gli stilemi classici del noir (anche cinematografico), rivisitati dopo la lezione contemporanea postmodernista: il poliziotto antieroe, la dark lady, la provincia americana rugginosa e perlopiù rurale, il mito del Messico, la povertà diffusa più che economica, morale. Perché un autore italiano sceglie di omaggiare il noir appropriandosi di scenari, ambientazioni, territori, condizioni sociali non sue?

Postmodernista… ho pubblicato Le cose di cui sono capace con Perdisa nel 2011, identico come costruzione a Nel dolore. Ero postmodernista pure allora senza saperlo? Bernardi ci avrebbe riso sarcasticamente sopra, e ti riporto quello che mi ha scritto nel 2011 “In un periodo in cui gli autori di noir sembrano imbarazzati di scriverne (se poi gli dici che in realtà scrivono solo gialli, s’incazzano ancora di più), tu ribalti la questione e servi in tavola un romanzo di genere che non solo non si vergogna di essere tale, ma ne proclama orgoglioso l’appartenenza.”
Comunque questa è una domanda a cui ho risposto molte volte, anni fa, appena uscito il primo romanzo in cui appariva Nick Corey; e se non ti scoccia ti giro la risposta che ho dato a una tua collega, perché lo spiego come meglio non potrei: “L’idea era di fare un omaggio al mio libro preferito − Colpo di spugna di Jim Thompson −, un omaggio palese e azzardatissimo, utilizzando il medesimo nome del protagonista e la stessa ambientazione texana. Ma volevo che nell’omaggio ci fosse, sottotraccia, una presa in giro all’editoria nostrana, sempre prona verso la letteratura d’oltreoceano, e già che c’ero, ci ho messo qualche piccolo sberleffo a quei lettori fissati di sole “americanate”. Sono partito con questi propositi ma poi sono passati in secondo piano; la cosa importante era scrivere un romanzo nero potente, utilizzando tutti gli stilemi del genere ma rinvigoriti e svecchiati, e credo di esserci riuscito”.

Per chi tra i lettori non sapesse di cosa stiamo parlando, non avesse ancora letto il tuo ultimo romanzo, Nel dolore è un romanzo a sé per linguaggio, stile, tematiche, insomma niente di più diverso dal cosiddetto giallo all’italiana. Che accoglienza ha avuto tra i tuoi lettori?

I miei lettori sono preparati, sanno a cosa vanno incontro quando leggono le mie storie. Ma molti altri nuovi si sono aggiunti, entusiasti di avermi scoperto, specialmente alcuni, che scrivono su riviste di letteratura, che mi hanno scritto mail o recensioni che ho molto apprezzato. Insomma, il giallo italiano va da una parte, io dall’altra, ma non è detto che non possiamo avere gli stessi lettori.

Un omaggio a Jim Thompson. Abramo, ricorda Fireball, il cane ubriacone de L’ultimo vero bacio di Crumley. Rimandi, citazioni, da decifrare fra le righe, il genere crime declinato in tutte le sue varianti, dal poliziesco, al pulp, al noir. Che tipo di lavoro preparatorio hai svolto?

Le mie storie hanno radice profonde nelle mie letture – proprio come accade ad ogni altro autore – e chiaramente sono influenzato, a volte senza che me ne renda conto, in quello che scrivo. Le mie basi sono il noir e l’hard-boiled, ma non vorrei dare meno peso a Miller, Baudelaire, Fante, Fruttero&Lucentini, Buzzati e tutti gli altri autori che non posso citare. E poi i film, i migliaia di film che ho assorbito come fossero libri – a partire dai noir francesi fino ad arrivare ai fratelli Coen. Ecco, il lavoro preparatorio è stato quello di leggere e osservare, poi ho tirato fuori la mia storia utilizzando uno stile che spero sia mio, pur partendo da quello di altri autori.
Puntualizzo però che Abramo è nato dal mio amore per i cani e per Stupido, il cane protagonista di un racconto di John Fante: erano anni che volevo omaggiare i miei fedeli amici facendoli diventare protagonisti di un romanzo; per interpretare Abramo ho dovuto scegliere una razza diversa dai cani che posseggo, altrimenti i miei due avrebbero litigato – uno era un grosso bastardone della Lunigiana, tutto nero, l’altro un American Staffordshire bianco con un occhio cerchiato di marrone.

Bellissimi i personaggi femminili: da Licita Salomon Torres, la madre, (caratterizzata da un pittoresco e curioso linguaggio) a Stella, la compagna del protagonista, a Clarisse. Come sono nati questi personaggi?

Dalla mia voglia di rappresentare un tipo di donna moderna, libera dagli stereotipi e delle convenzioni, che sa gestire la vita e il maschio, e gli tiene testa, non ha paura di dire la sua e si fa rispettare; beve e fuma, fa l’amore e sa scopare, sa essere dolce e all’occorrenza violenta. Una donna normale ma che ha coscienza di sè stessa e della sua forza. Le donne sono le protagoniste assolute del romanzo, anche quando non sembra. Tutto gira attorno a loro. Non c’è bisogno di rappresentarle bellissime né coi superpoteri, o imbattibili killer spietate, per farle diventare delle eroine. Sono espedienti che mi fanno ridere, che avvallo solo per i fumetti.

Luigi Bernardi disse in un’ intervista: Il noir è il racconto della deriva umana e sociale di un uomo, raccontata dal punto di vista della vittima: niente di più, niente di meno. E’ sempre valida questa lezione? L’ hai fatta tua?

Assolutamente. Luigi Bernardi è il mio punto fermo.

E’ difficile far rientrare il noir in un canone ristretto, spesso è uno sguardo, un’ atteggiamento, un malessere. Trovi la contaminazione di generi positiva?

Questo modo di interpretare le cose – il noir è uno sguardo, un’ atteggiamento, un malessere – ha fatto passare, sotto la definizione di noir – più elegante, più vendibile – ogni tipo di romanzo giallo e thriller, annacquando il genere, che invece è stra/definito e ha regole ferree. È una questione che mi ha visto protagonista di litigate furibonde e di scazzi notevoli, anni fa, e ora mi è passata la voglia. Facciano e dicano quello che vogliono.
Sulla contaminazione ho idee chiare: puoi farla solo se hai un progetto valido e sai scrivere.

Si può scrivere un noir che esuli dal poliziesco, senza poliziotti, investigatori, criminali (perlomeno condannati)?

Certamente. Penso alle parole di Bernardi e cito L’avversario di Emmanuel Carrère.

Parlando di cinema. Una domanda sul tuo lavoro di sceneggiatore: puoi anticiparci qualcosa? In cosa differisce il lavoro dello scrittore da quella dello sceneggiatore? Raccontaci come è andata.

È stata un’esperienza affascinante e massacrante al tempo stesso: mi hanno chiamato a scrivere i dialoghi di una sceneggiatura già scritta. Mi sono dovuto calare in personaggi realmente esistiti e in altri inventati ma già delineati, protagonisti di una storia molto lontana dal mio timbro di scrittore – ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, dove la musica assurge a salvezza di un gruppo di uomini -.
Ho faticato non poco, ma sono riuscito nell’intento, con tanti complimenti da parte dei miei referenti. Tutto un altro tipo di scrittura, rispetto ai romanzi, dopo puoi sviscerare un pensiero per una pagina, o far aleggiare uno stato d’animo per un capitolo intero, o descrivere il gesto di una persona per diverse righe, soffermandoti su mille particolari; no, in una sceneggiatura sta tutto dentro una piccola parentesi a corollario di una frase di un dialogo. Sceneggiare e romanzare sono due cose totalmente differenti.

Cosa legge Alessandro Zannoni, quando non scrive? Ci sono autori esordienti che ti hanno favorevolmente colpito?

Leggo di tutto: mi piace seguire i consigli entusiasti degli amici, o scegliere un romanzo destreggiandomi tra le recensioni finte o vere che trovo in rete o nei giornali. Sono sempre molto curioso, attento a quello che esce, ma il discrimine rimane la qualità di scrittura: non mi faccio problemi a mollare un romanzo se la scrittura non è all’altezza delle aspettative, oppure saltare interi paragrafi appena sento puzza di rottura di coglioni. Ne ho finiti parecchi, in questa maniera. Esordienti, esordienti… ne ho letti un po’ ma nessuno mi ha lasciato il segno, nessuno mi ha fatto emozionare. Invece sto aspettando l’uscita a ottobre del nuovo romanzo di Antonio Paolacci; non esce da parecchio, quindi ha l’allure dell’esordiente, sono certo mi colpirà.

Come possono i lettori entrare in contatto con te?

Il modo più facile è attraverso il mio sito: http://alessandrozannoni.strikingly.com/

Beh è tutto, grazie per questa chiacchierata. Ultima domanda, cosa vedremo prossimamente di tuo in libreria?

Ho una raccolta di racconti e un romanzo inedito che cercano casa. Adesso chiamo il mio agente e sento se ci sono novità, poi ti avverto. Ciao Giulietta, a presto.

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Una Risposta to “:: Un’ intervista con Alessandro Zannoni”

  1. :: Nel dolore, Alessandro Zannoni (A & B, 2017) | Liberi di scrivere Says:

    […] Nota: Potete leggere la nuova intervista all’autore a questo link […]

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