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:: I migliori consigli di scrittura dagli autori di libri di avventura a cura di Giulietta Iannone

26 novembre 2017

avventura

Credo che i romanzi di avventura stiano vivendo una riscoperta, sarà la crisi, il desiderio di evasione, di scoprire luoghi esotici, tesori, avventure entusiasmanti. Non credo sia solo una letteratura per ragazzi, come molti credono, anche gli adulti amano questo genere. Così ho chiesto ad alcuni scrittori che scrivo romanzi d’avventura quali sono i migliori consigli che darebbero agli autori che vogliono affrontare il genere. Ecco le loro risposte.

Marco Buticchi

Non ho mai creduto esistano ricette per costruire un buon romanzo di avventura. Se fosse vero, sarebbe sufficiente dosare sapientemente gli ingredienti per raggiungere la vetta del successo: ogni venti pagine una scena di sesso scatenato, ogni trenta un morto ammazzato e ogni cinquanta uno resuscitato, e il romanzo è fatto. L’effetto, invece, è quello di uno scritto costruito a tavolino: asettico, privo di forza, personalità e convinzione; senza anima. I primi ad accorgersene sono i lettori.
Sapete quale ritengo sia il segreto principe per una buona stesura? Quello di divertirsi ed essere i primi a stupirci per ciò che accade tra le pagine. Invece di sognare quanti ammalierete con le vostre parole, provate ad affascinare voi stessi con quello che state scrivendo, senza fronzoli e presunzioni. Affrontate ogni parola, ogni riga e ogni pagina con modestia: siete soltanto uno spettatore impotente di fatti che (auguriamoci) vi stanno travolgendo. Se non riuscite a stupire voi stessi, come pensate di tenere incollato un solo lettore alle pagine?
Armarsi di santa modestia – questo il secondo consiglio – non significa non osare: sono le grandi storie a farci sognare. Raramente ci appassioniamo per le vicende di esistenze comuni. Mentre sono le vite fuori dalla norma a scatenare la nostra curiosità.
Curate poi la forma: la lingua italiana è tanto bella quanto difficile. Non infilatevi in inutili virtuosismi lessicali. È già sufficientemente faticoso riuscire a spiegarsi correntemente con termini corretti.
Un romanzo non cresce nottetempo. Deve essere alimentato dal nostro quotidiano e assiduo lavoro. Se non avete voglia di scrivere, fate ricerche, correggete, rileggete. Ma non perdete il ritmo, altrimenti i tempi per finire il lavoro si allungano a dismisura.
Quando rileggete, non fatevi prendere da eccessivi entusiasmi. Siate freddi, critici e inflessibili: se una pagina non suona alle vostre orecchie, raramente potrà diventare sinfonia per quelle del lettore. Allora riscrivete, cambiate, tagliate sino a che non sarete convinti.
Affidate il vostro lavoro a occhi vergini che lo sappiano valutare senza lasciarsi annebbiare dagli affetti (in mancanza di professionisti anche quelli della zia professoressa andranno benissimo). Ascoltate sempre chi ha perso ore a leggervi: i suoi consigli sono comunque preziosi.
Non fidatevi mai di chi vi chiede denaro per pubblicare il vostro sogno: un autore che paga un editore è – diceva l’editore Mario Spagnol – un rapporto contro natura. La rete offre opportunità un tempo impensabili per la stampa di manoscritti: male che vada fate il conto di parenti e amici e regalate loro qualcosa di singolare.
Le case editrici sono quotidianamente sommerse dai manoscritti e raramente hanno il tempo di leggerli. Affidatevi a intermediari professionali per scardinare le roccaforti degli editori. Oppure fate come il sottoscritto: stampate a vostre spese il romanzo, distribuitelo nelle librerie e state a vedere che cosa succede. Se sono rose…
Pensate il meno possibile a platee sconfinate di lettori estasiati: se siete bravi e avete fortuna arriveranno anche quelle. Pensate invece che coronate un sogno e che lasciate una parte di voi per chi verrà. Questo dovrebbe essere sufficiente a sopire le aspettative più ambiziose. Se invece un giorno doveste raggiungere la vetta del successo, fate tesoro di quella modestia che vi ha condotto sino a lassù e, mentre guardate in basso, ricordatevi che l’onda non è facile da cavalcare. Allora non perdete tempo a elogiare voi stessi. Prendete carta e penna e ricominciate a scrivere con la passione di sempre.

Stefano Santarsiere

Un consiglio che rivolgerei a un autore che si accinge a scrivere un romanzo di genere avventuroso è quello, prima di iniziare l’impresa, di ‘sentire’ la storia. Nel senso di concentrarsi sull’idea centrale e verificare se accende l’urgenza di essere esplorata, sviluppata, trasformata in un libro. Deve scatenare un impulso simile all’eccitazione, alla frenesia di un amante impaziente di incontrare la persona amata. Solo così si ha la quasi certezza che l’idea, la storia che intendiamo raccontare, è in sintonia con la parte più profonda di noi.
Dico ‘quasi’ perché non basta avvertire l’urgenza, bisogna che essa resista al tempo. Perciò il mio ulteriore consiglio è: non mettetevi subito davanti al computer. Aspettate. Controllate se l’urgenza sopravvive ai giorni, se si affievolisce o addirittura si rafforza. Passate l’idea al vaglio del vostro senso critico, figuratevi le sfide narrative che comporta e se avete la forza di affrontarle, evocate il vostro editor interiore, quello che sogghigna o alza le spalle con degnazione davanti alle vostre scelte.
Se anche dopo questo setaccio l’idea è ancora lì che reclama la vostra attenzione, allora conviene raccoglierla, sostenerla. E abbracciarla.
Io ho iniziato la stesura de ‘La Mappa della città morta’ dopo un intero anno a fantasticare su questo esploratore morto nella giungla inseguendo un fantasma. Ci ho pensato spesso, a ogni ora del giorno e della notte, fin quando ho dovuto raccoglierne la voce e addentrarmi nella foresta.
Il resto della fatica l’ho affrontata sapendo che ne valeva la pena, almeno per me. Ed è già tanto.

Douglas Preston

The classic adventure novel takes ordinary human beings and puts them in extraordinary situations, where they are pushed to the limits of survival and find resources within themselves to overcome the enormous dangers and challenges they face. This is true of adventure and thriller stories from the Odyssey to King Solomon’s Mines to Treasure Island. The adventure novel explores not only exotic worlds but also human behavior at the extremes. Such novels often touch on the margins of evil—such as murder, war, violence, hatred, greed, and insanity.
But in addition, the great adventure novel, requires additional elements as well. First, you need a vividly realized and evocative setting, often exotic. You need characters who are well rounded and three-dimensional, not purely good or evil but mixed, as all human beings are. And you need good pacing. Pacing is crucial. One way to make sure you have structured your novel with good pacing is to make sure that every chapter advances the plot, no matter what else it does.
Those are the basic elements, in my view, of a great adventure novel. Of course, there are many other elements—surprise, good writing, bringing in the full range of senses, etc.

James Rollins

Becoming a published author basically boils down to a few key actions: Read, Write, Persist.
Read. Read everything in the genre in which you want to write, but don’t limit yourself. Read broadly. The best teacher of writing is a good book.
Write Every Day. Even if it’s only a few paragraphs, set aside some cracks in time to spoil yourself with the luxury of writing. If you write every day and read every day, your own skills will improve constantly. As you write and stumble on a scene or ponder some technique to develop character, you’ll find the answer in the next book you pick up and read. You’ll hear yourself constantly say, “Oh, that’s how you do that!” So let me repeat: The best way to learn to write is simply to read.
Be Persistent. Once you’re happy with your project, chuck that baby out and keep sending it out there until someone notices. Also allow the power of networking to help you: go to conventions, writing conferences, book signings. Talk to authors, agents, publishers. Sometimes this can be the back door into getting your own work noticed.
So there you have it: read every day, write every day, and persist in your dream.

:: Un’ intervista con Gilly Macmillan

24 novembre 2017

Era il mio migliore amicoSalve signora Macmillan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuta sul mio blog. Ci parli di lei. Chi è Gilly Macmillan? Punti di forza e di debolezza.

Ciao! Grazie per avermi invitato sul tuo blog. Tra i punti di forza la persistenza, l’attenzione ai dettagli e l’immaginazione. Tra i punti di debolezza la procrastinazione, l’impazienza e una vera smodata passione per il ciocolato!

Raccontaci qualcosa delle tue origini, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una città del Regno Unito che si chiama Swindon con i miei genitori, un fratello, una sorella, cani e gatti. Durante i miei studi ero appassionata di molte materie ma la cosa che amavo di più era l’arte, specialmente lo studio della letteratura. Mi laureai in storia dell’arte quando andai all’Università e sono fermamente convinta ora – sebbene non ne ero consapevole a quel tempo – che la storia dell’arte mi ha insegnato come scrivere dato che trascorsi praticamente cinque anni imparando come tradurre in parole ciò che vedevo.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere fiction?

Sono stata una appassionata lettrice da quando posso ricordare. Non penso di aver trascorso un giorno della mia vita senza che abbia letto un libro. C’è stato un momento nella mia vita quando i miei figli hanno iniziato la scuola e non avevo un lavoro e pensavo perché non provare a vedere se potevo io stessa scrivere fiction? Ho pensato che sarebbe stato bellissimo se ci fossi riuscita, ma non avevo tutta quella fiducia. Fu una sfida che proposi a me stessa.

Quali sono le doti principali di uno scrittore?

Credo che un buon scrittore necessita di empatia e comprensione della natura umana, per prima cosa, perché il nostro lavoro è proprio portare il lettore nella mente delle altre persone. Un buon scrittore deve anche essere un buon osservatore e un buon ascoltatore così che possa creare un mondo in cui il lettore possa credere. E per fare questo, per prima cosa deve osservare.

Sono già usciti in Italia i libri 9 giorni e La ragazza perfetta. Ora è uscito Odd Child Out, il tuo mystery d’esordio, con il titolo Era il mio migliore amico. Qual è stato il punto di partenza che ti ha portato a scrivere il romanzo? Che tipo di ricerca è stata necessaria?

Il punto di partenza per me è stato la scena all’inizio del libro. E ‘stata la prima cosa a cui ho pensato e penso che il titolo italiano renda bene il concetto di quale sia il tema centrale del romanzo. Stavo pensando di scrivere una storia sull’amicizia e mi chiedevo come sarebbe stato se un evento misterioso ma traumatico avesse lasciato due migliori amici in una situazione in cui uno di loro non può parlare di quello che è successo – in questo caso perché è in coma – e dove l’altro non ne parla, anche se il lettore non sa perché. Vivo a Bristol, dove è ambientato il libro, e la conosco molto bene, quindi la più grande sfida che ho avuto in termini di ricerca è stata quella di cercare di rendere giustizia ai miei personaggi che hanno viaggiato dalla Somalia per crearsi una nuova vita nel Regno Unito. Ho fatto molte letture e ricerche online per cercare di ottenere questo effetto. Ero particolarmente interessata a trovare resoconti in prima persona dell’esperienza dei rifugiati, e ho anche visitato un centro per rifugiati a Bristol. Ho fatto molte ricerche sulla storia della Somalia, quindi il mio resoconto del background della famiglia Mahad, e in particolare le ragioni della loro fuga dalla Somalia, potrebbe essere davvero veritiero.

Il tuo romanzo parla di legami familiari e dell’amicizia tra un ragazzo inglese e un ragazzo immigrato di origine somala. Come hai sviluppato questi temi?

Ho sempre amato le storie di amicizia, e penso che tra di esse le più interessanti siano quelle in cui gli amici provengono da contesti differenti. Volevo che i ragazzi del mio libro fossero adolescenti perché l’amicizia tra adolescenti può essere particolarmente intensa. Una volta stabilita l’identità dei due amici che sono al centro del romanzo, mi sono interessata alle loro famiglie, a come l’evento che coinvolge entrambi i ragazzi all’inizio del romanzo avrebbe avuto un impatto e un coinvolgimento su di loro, così come sui ragazzi. I rifugiati e l’immigrazione sono un argomento politico così importante e con una retorica così radicale e spesso negativa, che volevo davvero raccontare una storia molto personale come contrasto.

Quanto hai impiegato a scrivere il romanzo?

Ci ho messo 18 mesi, che è più di quello che avevo pianificato. Solitamente scrivo un libro in un anno. L’argomento delicato al centro del romanzo mi ha spinto a trascorrere più tempo di quanto solitamente faccia di solito sia nel raccontare la storia che nello sviluppare i personaggi. Alla fine spero di aver raccontato la storia con empatia. Se il lettore percepisce questo, allora il tempo extra trascorso sul libro varrà oro.

Parlaci dei personaggi principali.

Noah Sadler e Abdi Mahad sono due ragazzi di quindici anni, uno il migliore amico dell’altro. Noah è un ragazzo bianco, è nato e cresciuto a Bristol. La sua famiglia è economicamente molto benestante. Noah non è del tutto privilegiato, però, perché ha sofferto di cancro a fasi alterne da quando era un ragazzino. Abdi è nato durante il viaggio fatto dalla sua famiglia dalla Somalia in Europa, mentre fuggivano dalla violenza della guerra civile somala. I ragazzi si incontrano in una scuola privata in cui Noah la frequenta poiché suo padre è andato lì, mentre Abdi la frequenta perché ha vinto una borsa di studio. Sono inizialmente attratti l’un dall’altro perché ognuno si sente diverso dagli altri ragazzi e la loro amicizia si sviluppa da questo. Entrambi sono intelligenti, entrambi vogliono fare bene e per entrambi i ragazzi la famiglia è estremamente importante.

Cosa ti è piaciuto di più durante la stesura del libro?

Adoravo creare un thriller con al centro un’amicizia e ho amato tessere tutti i segreti, le storie e le tensioni delle famiglie dei ragazzi. Anche l’opportunità di apprendere in dettaglio cose su un’altra cultura attraverso la mia ricerca è stata sorprendente. Il 99% di ciò che ho letto non è incluso nel libro, ma è stato affascinante conoscere la Somalia e la sua storia.

Ci sono progetti cinematografici in vista? Se Hollywood decidesse di farne un film, chi vedresti bene nelle parti di Noah, Abdi e del detective Clemo?

Non ancora, ma sarebbe fantastico se succedesse un giorno! Per la parte di Clemo ci vedrei bene Andrew Scott o Rafe Spall. Noah e Abdi sono così giovani che amerei vedere recitate le loro parti da attori anche sconosciuti e pronti a cogliere l’opportunità di farsi conoscere dal grande pubblico.

Era il mio migliore amico ha ricevuto il plauso dei blogger, delle riviste letterarie, dei giornali, degli altri scrittori, tra le altre cose, come tutti i tuoi romanzi. Credi nel potere del passaparola?

Ci credo, probabilmente perché amo quando qualcuno mi raccomanda un libro. Sono sempre molto grata per le parole positive spese per un mio libro, da chiunque provengano. Quando scelgo un libro spesso vado a vedere cosa i recensori e i blogger ne hanno scritto. E’ una cosa bellissima se leggi recensioni positive ed è anche fantastico se anche i lettori l’ hanno accolto positivamente. Il passaparola può essere molto potente e non conosco un singolo scrittore che non sia grato di scoprire che un suo libro sia stato raccomandato a qualcuno.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono alcuni dei tuoi scrittori preferiti? Chi ritieni abbia influenzato la tua scrittura?

Sono stata influenzata soprattutto da James Lee Burke, i cui gialli di Detective Robicheaux mi hanno mostrato che potevo scrivere trame elettrizzanti e personaggi che esplodevano letteralmente dalla pagina e combinarli con uno straordinario senso dei paesaggi e della scrittura che può essere brutale ma anche a volte intensamente lirica. Anche la serie del Detective Rebus di Ian Rankin mi ha influenzato, così come i libri di Linwood Barclay. Leggo molto e sono influenzata da molti stili di scrittura e generi diversi. Alcuni dei miei scrittori preferiti sono Gabriel Garcia Marquez, P.D. James e Ruth Rendell. Ma ce ne sono molti altri…

Cosa stai leggendo in questo momento? Puoi consigliarci alcuni thriller inglesi scritti da donne?

Sto leggendo The Trouble with Goats and Sheep di Joanna Cannon. E’ un mystery ambientato durante l’ondata di caldo che abbiamo avuto nel 1976 in Inghilterra. Non è tanto un thriller piuttosto è una storia di crescita raccontata da una ragazza, ma ha anche un mistero al centro di tutto. Per i thriller inglesi di autori femminili consiglierei qualsiasi cosa di Sophie Hannah, Tana French o Robert Galbraith (che suona come un nome maschile, ma è, ovviamente, il nome d’arte dei thriller di J.K. Rowling).

I due migliori consigli che daresti agli scrittori di thriller

  • (i) Alla fine di ogni pagina che scrivi, chiediti quanto segue e rispondi onestamente: se stavo leggendo questo libro, vorrei girare la pagina? Se la risposta è “no” o “non sono sicuro”, devi riconsiderare ciò che hai fatto.
  • (ii) Tieni i nervi saldi. Ci vuole molto tempo e molte revisioni per scrivere un buon thriller. Devi essere concentrato.

Ti piace fare un tour promozionali? Dì ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Li adoro! È un tale piacere e un privilegio incontrare lettori, librai, giornalisti ed editori di tutto il mondo. A volte le differenze linguistiche o culturali possono portare ad alcune domande divertenti durante le intervista, ma penso che sarebbe sbagliato da parte mia darti qualche dettaglio! La sfida più grande è quella di affrontare un volo molto lungo, in un fuso orario molto diverso, e apparire qualche ora dopo, fresca e pronta per discutere del tuo lavoro in modo intelligente!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Al momento non ci sono piani per farlo, ma se dovessi essere invitata, sarei lì in un lampo! Amo l’Italia e ho trascorso molte vacanze esplorando il tuo bellissimo paese.

Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando ora?

Ho appena terminato la prima bozza del mio quarto libro e attualmente sto lavorando alle modifiche. Si chiama Time to Tell ed è la storia di un uomo di nome Cody Swift che torna a Bristol dopo una lunga assenza per intervistare l’assassinio ventitreenne dei suoi due migliori amici per un podcast. Il podcast è presente per tutto il libro. Sentiamo anche la storia del detective coinvolto nell’inchiesta originale. Ha anche un caso in corso che può o non può far luce sul passato. L’ultimo pezzo del puzzle viene dalla storia della madre di uno dei ragazzi assassinati. Ho adorato scrivere questo libro e sono entusiasta di condividerlo con i lettori il prossimo anno!

:: Un’ intervista con Pietro De Sarlo

24 novembre 2017

1Benvenuto Pietro e grazie per aver accettato questa intervista. Presentati ai nostri lettori, raccontaci qualcosa di te, del tuo lavoro. Quali sono le tue origini? Chi è Pietro De Sarlo?

Grazie a te per il tempo che mi dedichi.
Quando devo presentarmi a qualcuno non so mai esattamente come farlo perché ho fatto e sono tante cose. Innanzi tutto, come direbbe Flaiano, sono un giovane con un brillante futuro dietro le spalle. Nel senso che mi avvicino alla fase più matura della vita con una importante storia professionale che ormai volge verso il termine naturale. Coltivo tante passioni, la vela, la motocicletta e lo sci e, soprattutto, l’impegno sociale e civile che si estrinseca oggi principalmente nella attività di opinionista. Nel passato recente c’è un tentativo in politica per mettere al servizio della mia terra di origine la mia esperienza e le relazioni maturate in tanti anni di carriera. Purtroppo, spero a torto, mi sono convinto che la politica non sia fatta per le persone per bene a causa delle attuali dinamiche di creazione del consenso. La stessa gratuità dell’impegno civile, una sorta di obbligo morale di restituzione alla società delle esperienze maturate e delle fortune avute nella vita, assolutamente normale nei paesi di cultura anglosassone, viene invece visto con sospetto in Italia.

La Lucania è la tua terra. Descrivicela, parlaci dei suoi mali e dei suoi tanti lati positivi.

La Lucania ha sole, vento, acqua, bellezze naturali e paesaggistiche enormi e un sottosuolo ricco di petrolio e gas. Inoltre si trova in una posizione geografica strategica di grande potenziale, essendo il baricentro fisico del Sud Italia e la cerniera tra il tacco e la punta dello stivale.
Già nel 1860 Racioppi e D’Errico, grandi intellettuali risorgimentali lucani, individuarono nella carenza infrastrutturale i limiti per lo sviluppo economico e sociale della regione. Mutatis mutandis nulla è cambiato. Nel 2010 ho pubblicato un saggio in cui dimostravo come lo sviluppo della Basilicata sia possibile e come per questo sia indispensabile il raccordo con lo sviluppo del porto di Taranto che, potenzialmente, potrebbe competere con i porti di Rotterdam e Anversa del nord Europa e diventare il motore economico dell’intero Mezzogiorno.
Per contro l’assenza di un vero e proprio ceto intellettuale, il familismo amorale, mai superato e che anzi sta diventando l’atteggiamento dominante non solo in Lucania ma in tutto il Paese, e l’individualismo, che è una caratteristica saliente della cultura italiana come spiega bene Max Weber (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo), genera un ceto politico sostanzialmente indecente.
Basta vedere come il petrolio, da grande opportunità, si sia trasformato in un vero e proprio incubo provocando una emergenza economica, sociale e ambientale spaventosa. Tre “suicidi” legati agli ambienti estrattivi in Val D’Agri negli ultimi 10 anni, episodi di intimidazione mafiosa, fenomeno fino a poco fa sconosciuto in Lucania, inquinamento fuori ogni controllo pubblico e causa di incrementi di malattie tumorali. Dulcis in fundo nelle zone dove si estrae petrolio lo spopolamento e la disoccupazione sono maggiori persino di quelle del resto della Basilicata.

Ingegnere, manager di successo, opinionista, politico e ora scrittore. Come è nato il tuo interesse per i libri e la scrittura?

Non sono un grande oratore e poi rifiuto l’idea che possa contenersi tutto in un tweet di 280 caratteri. Una cosa è la sintesi e un’altra la banalizzazione. L’interpretazione dei fatti richiede analisi e solo dopo la sintesi. Non possono essere, l’una e l’altra, spiegate in due righe e quindi la dimensione che mi è più congeniale per divulgare il mio modo di vedere le cose è quella degli articoli e dei libri.

Parliamo adesso del tuo libro “L’Ammerikano” edito da Europa Edizioni. Una storia di emigrazione, di ricerca delle origini e della propria identità. E’ il tuo romanzo d’esordio, in che misura è autobiografico?

Credo che tutti i romanzi siano in qualche modo autobiografici. C’è sicuramente l’avere sviluppato la mia vita fuori dalla mia terra di origine, tra Roma e Milano, e questo non mi fa sentire veramente a casa in nessun luogo. C’è parte della storia della mia famiglia. Una importante famiglia della tradizione lucana con filosofi, avvocati, viceré e beati. Ci sono i luoghi della mia infanzia con il mio Monte Saraceno, che è San Chirico Raparo, e Senise, il paese di mia nonna Giovanna Barletta. Ci sono le storie della mia comunità e della emigrazione del primo ‘900 e degli anni settanta e del mio impegno in politica. Ma tutto questo è sullo sfondo di un intreccio che credo sia originale e che è interamente frutto della mia fantasia.

Parlaci del tuo protagonista. Come hai costruito questo personaggio?

In realtà i personaggi sono due, come due sono i romanzi.
Il primo è un romanzo di formazione dove l’Ammerikano, Wilber Boscom, è un essere solitario, figlio della contemporaneità post moderna e post industriale, che compie il suo personale e dolente viaggio per sfuggire al proprio destino.
Il secondo è invece un romanzo corale con Vincenzo Ametrano, lontano parente di Wilber Boscom e suo antagonista, e la sua comunità incapace di ribellarsi e di sfuggire al proprio declino. Una comunità che langue e che esprime l’immutabilità di un ambiente ottocentesco, che con i suoi riti e le proprie piccole false certezze rifiuta la modernità. Come nel Ciclo dei Vinti di Giovanni Verga.
Le due storie si intrecciano tra loro, come i tralci di una vite, formando, per contrasti tra ambienti e personaggi un unicum indistinguibile. Avevo bisogno di questi personaggi e intrecci per spingere il lettore a riflettere sulla nostra contemporaneità e sulle cause profonde per cui il nostro Paese, e la mia regione, invece di progredire scivola verso una colpevole rassegnazione. Come l’abbandono dei nostri borghi montani, ricchi di stupefacenti architetture, di storia e tradizioni e dove risiede la nostra cattiva coscienza perché ce ne ricordiamo solo in occasione dei terremoti.

Il tuo essere meridionale, un uomo del Sud, in che misura ha inciso sui temi da te trattati? Pensi che il Meridione abbia ancora tanto da offrire anche a livello culturale, sociale politico?

La cosa peggiore che è capitata al nostro Paese è proprio la rinuncia inspiegabile al rilancio e allo sviluppo del Sud Italia e del Mezzogiorno che sembra scomparso dai radar della politica.
Abbiamo affrontato le sfide della globalizzazione con il mito del localismo.
Abbiamo affrontato le sfide della informatizzazione e stiamo affrontando ora quelle della robotica immaginando di spostare tutta la competizione sul costo del lavoro e tagliando pensioni, welfare e diritti.
Non abbiamo, da trenta anni a questa parte, maturato una visione sul ruolo del nostro Paese nel mondo e di come sviluppare la nostra economia. L’incultura domina tutti i ceti e tutti i livelli della dirigenza del Paese. Se conoscessimo un po’ meglio la nostra storia capiremmo che il Mediterraneo, parafrasando Henry Pirenne, si sviluppa e prospera quando pullula di traffici e che il Medio Evo è nato proprio perché il Mediterraneo si era ridotto a un lago stagnante.
Se leggessimo le rotte e i commerci mondiali di oggi con la visione di Marco Polo scopriremmo che lo sviluppo delle Cina e dell’estremo oriente avrebbero consentito uno sviluppo enorme al Sud Italia, e al resto del Paese. Su queste rotte avremmo capito anche le ragioni della nostra unità nazionale, scoprendo, per esempio, gli indissolubili legami tra il Veneto e Venezia con il versante adriatico e ionico del Sud Italia.
I cinesi volevano investire sul porto di Taranto e noi li abbiamo ignorati spingendoli a farlo al Pireo. I cinesi hanno lanciato un piano da un trilione e mezzo di dollari per la realizzazione delle nuove vie della seta, quelle di Marco Polo appunto, e un nostro ministro, Giulio Tremonti, chiedeva di introdurre invece dazi sulle importazioni dalla Cina. Ora solo una infinitesima parte degli investimenti cinesi passerà per l’Italia e la responsabilità di questo è solo nostra.
La storia giudicherà i danni enormi provocati dal localismo, come ricetta per la soluzione dei nostri mali e che ancora oggi qualcuno osa riproporre, e i padri politici di questa cultura saranno additati come i responsabili principali del declino del Paese.

In un’ Italia in cui si legge sempre meno. In cui si fa fatica a portare avanti progetti culturali di qualsiasi genere, cosa ti ha dato l’impulso per scrivere un libro? Vuoi lasciare traccia del tuo vissuto alle nuove generazioni?

Se vuoi perdere un amico gli devi prestare dei soldi, oppure rubargli la donna o dirgli: ho scritto un libro, leggilo. Dei tre sistemi l’ultimo è infallibile.
Siamo un popolo di scrittori ma non di lettori. Però guardando i trenta metri lineari di libreria che ho tra la mia casa di Roma e quella di San Chirico Raparo, letti quasi tutti tranne le enciclopedie, mi sono detto che mi ero guadagnato il diritto a pubblicare. Poi sento il bisogno di comunicare le mie esperienze. Il mio modo di vedere le cose è ampiamente minoritario e sempre contro corrente. Questo non per un vezzo ma per necessità. Solo per fare un esempio tutti additano il nostro debito pubblico come la causa dei nostri mali. Per me è invece la conseguenza di tutti i nostri mali. Tutti parlano di ridistribuzione del reddito, per me occorre ridistribuire il lavoro e le opportunità. Ha senso avere una generazione che lavora dai 14 anni ai sessantasette anni per 40 ore settimanali e intere generazioni che non avranno mai una occupazione stabile e continuativa? Occorre, a mio modo di vedere, ripensare il nostro modello di società e occorre urgentemente un piano di infrastrutture fisiche, amministrative e culturali al servizio di una visione di sviluppo del Paese. Abbiamo il 35% di occupati, contro il 51% della Germania, un rapporto tra lavoratori e pensionati di 1,5 a 1, contro il 2,1 della Germania e nel 2040 avremo 8 milioni di italiani in più con una età superiore a 65 anni e 8 milioni di italiani in meno con una età inferiore ai 65 anni. Con questi numeri pensiamo veramente che con i pannicelli caldi dei tagli alle pensioni, il job act e le regalie di 80 euro il Paese si salvi o che si salvi togliendo certezze e diritti a qualcuno invece di fare in modo di estenderli a tutti?
Abbiamo urgente bisogno di una visione come quella di Roosevelt con il New Deal, di Marshall per la ricostruzione post bellica o di Koll con l’unificazione delle due Germanie.
Invece siamo dominati da trenta anni da un ceto dirigente esperto solo di contabilità che ritiene che il mondo evolva con le tavole del Brasca o quelle di mortalità e leggono la sociologia e l’economia con questi filtri. Peggio ancora chi pensa di risolvere i problemi con le categorie intellettuali del novecento o con i modelli macro econometrici. Il mio modo di vedere le cose è talmente minoritario che mi sento solo come un naufrago e con i miei libri mando il mio messaggio nella bottiglia per vedere se qualcun altro lo raccoglie: vox clamantis in deserto!
Poi nella mia vita, fatta di tanti viaggi e spostamenti, i libri mi hanno sempre fatto buona compagnia e spero che L’Ammerikano faccia buona compagnia a qualcuno.

Vuoi essere uno scrittore di intrattenimento o vuoi mandare un messaggio più profondo ai tuoi lettori?

La mia più grande ambizione di scrittore è di divertire facendo però riflettere.

Quale è la tua scena preferita di L’Ammerikano? Quella che scrivendola ti sei detto: ecco era esattamente così che volevo risultasse.

C’è un punto in cui mi sono esplicitamente rifatto al teatro di Edoardo De Filippo e è nella scena che si svolge nel negozio di Vincenzo Ametrano in cui arrivano in sequenza i maggiorenti del paese per cercare una raccomandazione. Forse è quella.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Mi sono formato con i romanzi del novecento: Verga, Deledda, Pirandello, Silone, Cassola, Svevo, Pratolini e tanti altri. Poi leggo molto di storia, economia e in entrambi i campi preferisco gli autori stranieri: Pirenne, Mack Smith, Galbraith, Taylor, Porter, Florida, Kotter, eccetera. Poi i romanzi gialli di ogni latitudine più alcune letture obbligatorie. Joyce per esempio, anche se l’ho letto a pezzi e non sono mai riuscito a amarlo e a leggerlo per intero. Mi piace poi l’accuratezza e il rigore scientifico nelle ambientazioni come fa Melville, per esempio, e che ho fatto con l’Ammerikano studiando la storia e ricercando e verificando le nozioni che rendono possibile lo svolgimento della trama. Ma sopra tutti il mio vero maestro è stato al ginnasio, dai salesiani, il mio insegante di lettere: don Petrosino.

Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo comodino?

La colonna di Fuoco, di Ken Follett e Solo Andata, un saggio di Marco Ponti. Poi ho letto di recente, e ho recensito ( qui ), Avanti di Matteo Renzi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Continuerai la strada della narrativa?

L’Ammerikano ha vinto due premi letterari, ha avuto una trentina di recensioni di cui solo una negativa, due così e così e il resto tra il buono e l’entusiastico. Sta anche avendo un buon successo di vendite.
Ho quasi timore di scrivere un nuovo romanzo e sarei tentato di fermarmi qui. Invece amo le sfide e ho quasi ultimato un thriller ambientato a Roma a sfondo politico. Ancora una volta un libro con una doppia lettura: quella letterale del giallo e quella sui motivi del declino del nostro Paese. Un equilibrio difficilissimo da trovare senza scadere nel banale. Poi il sequel dell’Ammerikano, richiestomi da molti lettori, il prequel che vorrei ambientare nel periodo dell’Unità d’Italia. Infine un romanzo su una storia vera: un efferato delitto avvenuto in Lucania subito dopo la prima guerra mondiale. Per tenermi in allenamento ho scritto dei racconti di viaggio, ancora da completare, che si possono leggere sul mio blog e che, forse in futuro, faranno parte di un libro.
Come vedi sono destinato a perdere molti amici!

:: Un’ intervista con Antonio Zoppetti

23 novembre 2017

diciamolo in italianoBentornato sul nostri blog, ci siamo conosciuti tanti anni fa, ricordo a Milano abbiamo preso un caffè in piazza Duomo, sei tra i pochi che mi conosce personalmente. Poi ti abbiamo intervistato per il blog, chi fosse curioso può trovare qui la vecchia intervista. Ti ritrovo paladino della lingua italiana e della sua purezza lessicale. Una domanda a bruciapelo: l’italiano, nella tua esperienza di docente e di scrittore, è davvero in pericolo?

Prima di tutto credo sia necessario chiarire un equivoco: non sono affatto un paladino della purezza della lingua, e ci tengo a sottolineare che non c’è nessun “purismo” nelle mie ricerche. Storicamente, il purismo si è sempre opposto ai neologismi e ha rappresentato un freno all’evoluzione della lingua, che invece, essendo viva, ha bisogno di evolversi e arricchirsi. Per questo ritengo che l’italiano sia effettivamente in pericolo: perché non è più capace di evolvere e di stare al passo con i tempi. Invece di creare parole nuove per le cose nuove, non fa altro che importare termini inglesi, senza tradurli, senza adattarli, e preferendoli spesso anche nel caso esistano gli equivalenti italiani. Il mio allarme, però, non come i tanti che sono stati lanciati in passato, è basato sui numeri e su una ricerca inedita: negli ultimi 30 anni gli anglicismi senza adattamento registrati dai dizionari sono più che raddoppiati (dai 1.600 circa del Devoto Oli 1990 ad almeno 3.400 del 2017), come è aumentata la loro penetrazione nel linguaggio comune (un tempo erano soprattutto tecnicismi, oggi no). La cosa più preoccupante riguarda i neologismi. Stando a Devoto Oli e Zingarelli, quasi la metà delle parole nuove del nuovo Millennio è in inglese (se si aggiungono i semiadattamenti come whatsappare, googlare, downloadare… le percentuali salgono). Insomma, il rischio è che presto ci mancheranno le parole italiane per esprimere le novità e saremo costretti a parlare in itanglese. Ciò è già successo in vari ambiti come quello del lavoro o in vari settori della scienza e della tecnologia. A rischio, però, c’è soprattutto il lessico, cioè le parole che usiamo, e non la struttura della nostra lingua e la sintassi. Questo va precisato. Ma dal punto di vista lessicale, dallo spoglio dei dizionari, emerge che ormai il 4 o 5% dei sostantivi che abbiamo per esprimere le cose è costituito da anglicismi senza adattamento. E se questa crescita non cambia, intorno al 2050 potrebbero rappresentare il 10% dei nostri sostantivi.

Una volta erano i latinismi, o i grecismi molto diffusi, ora è l’inglese la lingua dei detentori del potere economico, politico e anche culturale. E’ un senso di sudditanza che ci spinge, anche inconsciamente, a usare più anglicismi di quanto sia strettamente necessario?

Certamente! Abbiamo un complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese, e preferiamo usare termini inglesi, o più precisamente angloamericani, perché ci vergogniamo di adattarli come si faceva un tempo (rivoltella da revolver), di tradurli (bistecca e grattacielo da beefsteak e skyscraper) e addirittura preferiamo l’inglese come sostituto di parole esistenti: stiamo dicendo sempre più competitor al posto di competitore, o mission, vision… Controllavo le frequenze di pusher sui giornali e ho visto che ormai ha rimpiazzato abbondantemente spacciatore. Parole come tesserino al posto di badge arrancano, e mi chiedo se oggi si possa ancora parlare di un completo al posto di un outfit, o di trucco e di truccatrice, invece che di make up e make up artist o se non siano ormai termini da “vecchie signore cotonate”, come mi è stato fatto notare.

Per fare il punto sull’ invasione degli anglicismi nell’ italiano hai scritto da poco un libro: Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (prefazione di Annamaria Testa), Hoepli 2017. Raccontaci la sua genesi, cosa ti ha spinto a scriverlo?

Volevo pubblicare uno studio sull’italiano del nuovo Millennio, alla ricerca di come stia cambiando la nostra lingua ed era quello il mio scopo, ma arrivato a scoperchiare il problema degli anglicismi, che rappresentano solo una parte di questo cambiamento, mi sono fermato perché mi sono reso conto di qualcosa che non era mai stato conteggiato. Paradossalmente, sono partito dalla convinzione che gli anglicismi non fossero affatto un problema, seguendo le teorie di De Mauro e di illustri studiosi “negazionisti”, ma approfondendo e contando mi sono reso conto che le cose non erano così. Se nel 1980, secondo lo stesso De Mauro, c’erano solo una decina di anglicismi che facevano parte delle parole di base, oggi sono decuplicati, e nell’aggiornamento dello stesso dizionario se ne contano 129. Quelli che un tempo erano tecnicismi di bassa frequenza, nella bocca degli addetti ai lavori (benchmark, spread…) oggi sono nelle orecchie di tutti. E allora ho approfondito e pubblicato nuovi numeri e dati, e ritengo che dopo questo libro le tesi dei negazionisti, che avevano un perché sino a 30 anni fa, non siano più sostenibili.

Tutte le lingue hanno origini meticce, molte parole derivano dal francese, dal tedesco, dall’arabo, dalle lingue slave. Studiando queste origini si può studiare le influenze che alcune culture hanno avuto sulle altre, si possono studiare le migrazioni dei popoli, si può studiare la storia dell’umanità. Non è affascinante, non è un arricchimento, invece che una mera forma di colonialismo culturale? E’ solo proprio l’inglese che ha una massività fuori controllo?

Questo che tocchi è un argomento fondamentale su cui però si fa spesso molta confusione. La lingua di Dante è stata influenzata dalla lingua d’oc e d’oïl, e includeva latinismi, gallicismi, parole ebraiche, arabe e di altre origini ancora, che sono state tutte italianizzate. È sull’adattamento che va spostata la questione. Sulla necessità sacrosanta di “accattare” parole di altre lingue, per dirla con Machiavelli, hanno insistito linguisti e pensatori di ogni epoca, da Ludovico Muratori fino ad Alessandro Verri, che nella sua solenne “rinunzia”, pubblicata sul Caffè, al vocabolario della Crusca (che voleva ingessare l’italiano alla lingua del Trecento e dei classici) scriveva che avrebbe usato qualunque parola, francese, tedesca, inglese, turca, greca, araba o sclavone, se se italianizzandola fosse servita. Lo stesso concetto che si trova in Leopardi. E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di francesismi, anglicismi e internazionalismi di ogni epoca? Il fatto che nessuno si è mai sognato di fare entrare nel nostro lessico migliaia e migliaia di forestierismi non adattati. Oggi, in gioco, non c’è una questione di principio, non c’è alcun opporsi all’inglese per purismo o antipatia. È un problema di numeri e di sproporzioni preoccupanti che hanno snaturato il nostro lessico. I francesismi non adattati sono meno di 1.000, nei dizionari, e il francese ci ha influenzati attraverso substrati linguistici secolari, dal provenzale ai tempi di Dante, sino all’epoca delle invasioni, l’Illuminismo, l’età napoleonica e la Belle époque. Anche i substrati secolari dello spagnolo hanno lasciato poco più di un centinaio di parole non adattate. Tutte le altre sono state perfettamente assimilate e integrate nel nostro sistema senza traumi. Dallo spagnolo ci arrivano i tanti nomi che terminano in –iglia (bottiglia, pastiglia, maniglia, quadriglia) oppure caramella, torrone, appartamento, borraccia, dispaccio, cordigliera, mattanza… Il francese ci arricchiti con quasi tutte le parole che terminano in -zione (emozione, precisazione, rivoluzione), in –ismo, –ista, –aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio…). Ecco, questo è l’arricchimento: parole nuove che si adattano alla nostra fonetica, alle nostre regole, ai nostri suoni. L’inglese sta invece colonizzando il nostro lessico con suoni estranei, parole che si scrivono e pronunciano in modi che snaturano e scardinano il nostro sistema, e soprattutto con una pervasività che cresce esponenzialmente e che ha già portato all’itanglese in certi ambiti e che porterà all’itanglese anche nel linguaggio comune, se non ci riappropriamo della capacità di creare neologismi e adattamenti, e se non la smettiamo di pensare che l’inglese sia una lingua superiore alla nostra. Stiamo attuando quella che ho chiamato la “strategia degli etruschi”, che si sono sottomessi spontaneamente alla cultura romana sino a scomparire.

Ricordo che ci sono paesi molto “campanilisti” lessicalmente, soprattutto mi viene in mente la Francia, parole come computer, ormai comunemente usata anche da chi non è un cultore sfegatato degli anglicismi, è l’ordinateur. Solo in Italia non c’è questo spirito di difesa del proprio patrimonio linguistico? E’ finito il tempo in cui l’italiano era per esempio la lingua della lirica?

L’italiano è stato il modello culturale dominante durante il Rinascimento, la nostra epoca d’oro, quando ci siamo imposti in tutto il mondo anche linguisticamente non solo nella musica (fuga, sonata…), ma anche nell’arte (affresco, architrave, balcone, chiaroscuro, facciata…). Ma quei tempi sono passati e lontani e oggi esportiamo marchi come Eataly o Slow food. Molti dei nostri antichi termini internazionali oggi rientrano nell’italiano dall’inglese, ma purtroppo solo dopo un adattamento linguistico che li trasforma in suoni d’oltreoceano. Pensiamo a una delle nostre eccellenze: il design. Il termine deriva dal nostro disegno, che però non possiamo più utilizzare in questo senso. E lo stesso si può dire di schizzo, che è diventato sketch e ci ritorna così nel suo significato di scenetta teatrale invece che dipinta; maschera ha generato mascara e ci ritorna così, persino novella, che entra nell’inglese grazie al Boccaccio con il significato di romanzo, oggi ritorna nelle graphic novel all’inglese, mentre in spagnolo si dice novela gráfica, e in francese roman graphique. Nella Costituzione francese c’è scritto che il francese è la lingua istituzionale, e nessun politico potrebbe varare act invece di leggi o introdurre spendig review, ministeri del welfare o garanti della privacy, da loro. In Spagna operano almeno 20 accademie per mantenere l’uniformità linguistica dello spagnolo in tutti i Paesi dove si parla, e tra le loro attività c’è proprio la diffusione e la circolazione delle alternative autoctone agli anglicismi. Il dizionario panispanico dei dubbi è un manuale che ogni giornalista tiene sulla scrivania e consulta, e alla sua presentazione ufficiale erano presenti tutti i mezzi di informazione, che, consapevoli dell’enorme responsabilità che hanno nella diffusione della lingua, si sono impegnati a non abusare degli anglicismi, per citare Gabriele Valle. Da noi i giornali e la televisione, che un tempo hanno contribuito all’unificazione della lingua, oggi la stanno distruggendo, e sono considerati da molti studiosi i maggiori “untori” delle parole inglesi.

Mio fratello mi faceva notare, ne è nato un dibattito in famiglia, che hai usato molti numeri e dati statistici. Hai utilizzato un rigoroso criterio scientifico? Quanto tempo hai impiegato a raccogliere tutti i tuoi dati?

Nel 1992 ho curato il riversamento elettronico del primo dizionario digitale italiano, il Devoto Oli 1990, la prima opera che consentiva un’analisi linguistica automatizzata. Sono partito dall’estrazione dei circa 1600 anglicismi dell’epoca, e poiché questo primo prototipo ha avuto scarsa circolazione, i dati in mio possesso erano praticamente inediti, nessuno li ha mai analizzati prima. Ho confrontato questi dati con quelli di Devoto Oli e Zingarelli 2017, e così ho potuto non solo quantificare l’aumento degli anglicismi, ma anche smontare la tesi dei negazionisti che sostengono che gli anglicismi siano soggetti ad obsolescenza rapida e passino di moda. Questi argomenti però non sono basati su alcuno studio basato sui numeri. Confrontando gli anglicismi del 1990 e quelli del 2017 e ho scoperto che mentre ne sono entrati quasi 2.000 nuovi, quelli usciti sono solo 87! Ma poi le mie ricerche si basano anche sui dizionari delle parole di base di De Mauro, sui grafici di Ngram che permettono di vedere le frequenze delle parole nei libri indicizzati da Google, e anche sugli archivi digitali dei giornali. Ho usato tutti gli strumenti attualmente a disposizione, e l’ho fatto in modo rigoroso, visto che un tempo ho avuto la fortuna di conoscere e di lavorare con il padre mondiale della linguistica computazionale, Roberto Busa, e che mi occupo di analisi linguistiche digitali dagli anni Novanta. In sintesi, la mia ricerca e i miei conteggi si sono svolti in circa 6 mesi di ricerche, ma alle spalle avevo decenni di esperienze pregresse. Sulla “scientificità” e il rigore dei numeri che ho presentato sto aspettando che qualcuno si faccia avanti per smontarli, se ne è capace. Sarei ben lieto di discuterne e di difendere le mie ricerche, ma per il momento nessun negazionista mi ha affrontato su questo terreno. Li invito a farlo. I miei dati sono pubblici e controllabili, e sono scientifici proprio perché sono in teoria falsificabili.

A un certo punto dici che gli anglicismi spesso arrivano propagati dai media, e in molti casi scompaiono perché non riescono ad acclimatarsi e entrare nei dizionari. Dunque la lingua è un’entità viva, in costante movimento, giusto?

Certo che la lingua è un’entità viva, ma proprio per questo si può ammalare e anche morire se non si sa adeguare ai cambiamenti storici. Se l’adeguamento di fronte alla modernità e alla tecnologia significa usare l’inglese non c’è futuro, e l’italiano di domani sarà l’itanglese. Comunque non bisogna confondere gli anglicismi incipienti e circolanti con quelli che si attestano ed entrano nei dizionari. In realtà noi viviamo in una nuvola di anglicismi che ci avvolge e che viene propagata dagli apparati mediatici, molto superiore ai numeri che si ricavano dai dizionari. Molte di queste parole sono però occasionalismi, e quindi non sempre si affermano e si stabilizzano. L’unica obsolescenza dell’inglese è qui, nelle migliaia di parole che usiamo con una frequenza bassa o passeggera, e che talvolta non si affermano. Ma quando invece entrano nel dizionario, poi è molto difficile che escano o regrediscano.

Molti politici ostentano l’inglese nella loro comunicazione. Da cosa deriva secondo te? Oltre alla sudditanza culturale di cui parlavamo prima. Ci sono parole in inglese che restano più in mente, che condizionano più incisivamente l’uditorio. L’uso dell’inglese è anche strumentale?

L’ostentazione dell’inglese è una moda, e secondo me è da mettere in relazione con il fatto che l’inglese non lo sappiamo: solo il 34% degli italiani è in grado di sostenere una conversazione e solo il 40% ha una conoscenza di base più bassa, dai dati ISTAT 2012. Dunque, meno si conosce l’inglese e più si vuole fare gli americani come nella canzone di Carosone o nel film Un americano a Roma con Alberto Sordi. I politici che si riempiono la bocca di anglicismi e che li introducono nel linguaggio istituzionale, quando devono parlare l’inglese vero risultano imbarazzanti.
Ma a questo proposito bisogna fare una distinzione tra gli anglicismi. Ci sono quelli che piacciono nel parlare, la lingua dell’ok, qualcuno l’ha chiamata. Per esempio diciamo preferibilmente weekend, happy hour, part-time, o usiamo espressioni non nei dizionari come my dear, please, oh my God... Ma questo è un problema marginale, se non altro queste espressioni sono comprensibili a tutti. Gli anglicismi del Nuovo millennio sono invece quelli “difficili”, imposti dall’alto, che non arrivano a tutti e spesso non risultano comprensibili. Si tratta di un linguaggio che evoca modernità e internazionalismo, ma è solo un’apparenza. E su questo effetto che dà una maggiore scientificità a espressioni per esempio come trend al posto di tendenza, ci sguazzano i giornali, le multinazionali (che sono impregnate di customer care o di limited edition invece che di assistenza clienti o di offerte limitate) e soprattutto i politici. Il nuovo politichese punta all’anglicismo, che suona come moderno, per mascherare eufemisticamente come stanno le cose. Meglio parlare di gig economy o di jobs act invece che di sfruttamento dei lavoratori e di abolizione dell’articolo 18. Ribattezzare job center le agenzie di collocamento serve per far credere che sia stato fatto qualcosa di nuovo, anche se nella sostanza non è cambiato nulla. Il linguaggio della pubblicità e della politica deve evocare per convincere, e questo si fa seguendo una precisa strategia commerciale (o forse di marketing suona a molti più moderno?) che è una scelta voluta e funzionale che va a scapito della trasparenza e della chiarezza.

Progetti per il futuro?

Preferisco parlare di progetti presenti, che spero di concretizzare in un futuro molto prossimo. Dopo i numeri che ho pubblicato, il secondo passo è quello di creare un dizionario delle alternative agli anglicismi, per farle circolare. In Italia non esiste molto in proposito. La gente ripete quello che sente e pensa che certi anglicismi come budget, range, welfare, privacy… siano ormai insostituibili, mentre si può dire perfettamente stanziamento o tetto di spesa, divario, stato sociale, riservatezza… Ognuno parla come vuole, questo deve essere chiaro, ma per potere scegliere è necessario che le alternative circolino. E per avere idea dei numeri vi rimando per esempio alla lettera C del mio dizionario in costruzione (LINK ): ho trovato più di 300 alternative agli anglicismi solo con questa lettera. Basta fare i conti per capire meglio quello che sta succedendo al nostro lessico. Quando avrò terminato questa impresa, mi piacerebbe tentare il terzo passo: provare a creare un movimento di opinione e di consumatori che passino dalla protesta all’azione. Molta gente non ne può più dell’abuso degli anglicismi, e se questa fetta di consumatori e di elettori si organizzasse e protestasse, forse le cose potrebbero cambiare. In Germania i consumatori hanno esercitato pressioni per esempio sulle ferrovie dello Stato obbligandole a ripensare la loro comunicazione anglicizzata e a tornare a un linguaggio fatto di parole tedesche. Da noi invece la prima classe è diventata business o premium, e la terza si chiama economy, si aprono le aree kiss and ride, ci si vanta di aprire help center invece di punti di informazione… Per passare a questa terza fase ho però bisogno di creare una comunità di persone disposte a collaborare, non posso essere da solo. È un’impresa difficile, ma punto molto nella possibilità di aggregazione della rete. In ogni caso ci voglio perlomeno provare.

Grazie, è stato piacevole chiacchierare con te, poi facciamo un gioco, contiamo tutti gli anglicismi che ho usato io nelle domande e tu nelle risposte. Ora ti saluto, alla prossima.  

:: Qualche domanda agli autori della graphic novel “La legione occulta” (Newton Comics 2017)

14 novembre 2017

Dopo aver intervistato Andrea Frediani e Massimiliano Veltri autori di Marathon (qui l’intervista) la nuova graphic novel he la casa editrice Newton Compton ha dato alle stampe, tratta da uno dei suoi bestseller più famosi, abbiamo fatto la stessa cosa per La legione occulta, un’ altra davvero magnifica opera a fumetti, sempre in bianco e nero, sempre con la sinergia di diversi artisti. Ce ne aveva parlato Elena Romanello qui.

Abbiamo perciò intervistato l’autore del romanzo e  il disegnatore.

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Per la storia ufficiale non sono mai esistiti. Solo le leggende, le chiacchiere scambiate tra i fumi dell’alcol tra i viandanti ubriachi, raccontano della misteriosa Legio Sine Nota. Veggenti, auguri, negromanti e aruspici, raccolti da bambini nelle arene, nei mercati degli schiavi e nei villaggi dati alle fiamme: sono gli uomini di Victor Julius Felix, addestrati a dialogare con spettri e dèi, per evocarne la protezione o sfidarne la cieca violenza, avvezzi a lottare nel campo del soprannaturale, dove niente può la daga romana. Un prezioso alleato per il nascente impero di Augusto, un pericoloso nemico per chi trama contro Roma…

Adattato da Andrea Meucci e Lorenzo Nuti.

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Ecco le risposte di Genovesii e Nuti.

Tre domande a Roberto Genovesi:

Benvenuto Roberto, giornalista, scrittore, sceneggiatore, autore televisivo, esperto di videogiochi, e una passione per il romanzo storico di ambientazione romana. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Ho iniziato a pubblicare i miei primi racconti e i miei primi articoli tra i 17 e i 19 anni. Prima sulle fanzine e poi sui periodici e sui quotidiani. A 21 anni sono diventato giornalista professionista continuando la mia carriera su due binari paralleli ma con un comun denominatore: l’universo dei ragazzi e degli Young Adult. Ho scritto per decenni di fumetti, cartoni animati, videogiochi e cinema su molte testate come Repubblica, L’Espresso, La Stampa, Il Giornale, TV Sorrisi e Canzoni e Panorama. Ho scritto sceneggiature per disegnatori come Sergio Toppi e Simone Bianchi e ho inventato un paio di personaggi che hanno avuto un discreto successo come Rivan Ryan e Daimon Dumal. Nel frattempo nel 2000 ho pubblicato il mio primo romanzo, Inferi On Net, per la mitica collana Urania di Mondadori e poi c’è stato l’incontro con Raffaello Avanzini che ha rappresentato la vera svolta della mia carriera di scrittore. Mettere insieme le mie idee e la sua lungimirante visione del mercato è stato un po’ come accostare nitro e glicerina. Da allora ho pubblicato 8 romanzi, uno anche per Rizzoli. Se dovessi definirmi non userei il termine scrittore o giornalista. Non mi piace fermarmi ma mettermi alla prova. Ho realizzato il videogioco di Nathan Never e il gioco di ruolo dell’Agente Alfa ma sono anche il direttore di Cartoons on the Bay, il festival dell’animazione crossmediale della Rai. Mia figlia ha scritto di recente in un tema che il suo papà ”fa cinque lavori, scrive romanzi e fumetti, sceglie cartoni animati, prova videogiochi, dipinge soldatini”. Credo sia la definizione migliore che mi sia mai stata data.

Come hai accolto l’idea di trasformare un tuo romanzo La legione occulta dell’ impero romano in una graphic novel?

Prima o poi doveva accadere come credo che prima o poi accadranno anche altre cose a questa stranissima legione. Con Raffaello Avanzini abbiamo da subito immaginato che la Legione Occulta dovesse nascere e svilupparsi come un progetto predisposto alla corssmedialità. Le storie sono scritte in forma propedeutica per questa strada. Secondo uno schema ormai sperimentato con successo per le serie tv americane”.

Libro e fumetto diventano complementari, spieghi nella prefazione. Puoi approfondire questo concetto?

Come dicevo prima il format de La Legione Occulta è stato immaginato per diventare anche fumetto, prodotto televisivo, videogioco e prodotto cinematografico. Il fumetto non racconta la stessa storia del primo romanzo. Semmai la osserva attraveso un’altra ottica, un’altra luce e in questo modo ne amplia i dettagli. E’ proprio la struttura della saga che è stata pensata per questo scopo con la presenza di numerosi personaggi, storie a scatole cinesi, narrazione da storyboard, costruzione di buchi narrativi e temporali da riempire attraverso altri media. Insomma un vero e proprio prodotto creativo crossmediale che con il tempo potrà essere passato su altri piani narrativi che non si limiteranno a ripetere le storie ma le integreranno e le amplieranno magari con l’aiuto di altri autori. Un po’ come accadde con il celebre ciclo del Mondo dei Ladri di Robert Asprin”.

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Tre domande a Lorenzo Nuti:

Parlaci della differenza tra libro illustrato e graphic novel, come avete deciso di utilizzare quest’ ultima forma d’arte per drammatizzare il romanzo La legione occulta di Roberto Genovesi?

In entrambi i casi andiamo ad aggiungere alla storia degli elementi visivi, che accompagnano (nel primo caso) o determinano (nel secondo caso), tutto l’immaginario costruito dall’elemento del testo.
Nel libro illustrato si legge e si guarda. Senza alcun vincolo di spazio o tempo. Lasciamo che la suggestione delle immagini segua il racconto senza mai sostituirlo. La quantità di immagini da utilizzare non è stabilita da un canone preciso (a volte possono bastare poche immagini ad arricchire l’esperienza del lettore). Spesso la chiave di lettura dell’illustratore/illustratrice può essere così potente da spingere a leggere alcune storie solo perché filtrate dalla loro sensibilità.
Nel fumetto gli elementi testo-disegno si fondono, collaborano e hanno vere e proprie regole “grammaticali”. A chi legge forniamo un intero lessico dell’immaginario, descrivendo tutti gli ambienti, i personaggi nel dettaglio, le loro attitudini, cosa cambia e come, gli raccontiamo la storia con un tempo e spazio precisi, passando tutto attraverso il filtro di chi disegna. L’elemento del testo resta visibile sotto forma di dialogo nei balloons, ma si deve tener presente che tutto è sempre frutto di scrittura, di uno schema narrativo progettato nei minimi dettagli prima di diventare sequenzialità visiva.
Molto simile a come si progettano i film se ci pensiamo bene; partiamo sempre da una sceneggiatura e uno storyboard.
Per adattare La Legione occulta dell’impero romano io ed Andrea abbiamo sfruttato la versatilità dell’opera originale di Roberto non soltanto commutando il romanzo così com’è stato scritto ma creando qualcosa di complementare, in modo che il lettore avesse la possibilità di spaziare tra due tipi di esperienze differenti. Questo approccio ha dato la possibilità ad Andrea di aprire delle porte all’immaginazione non solo di chi legge questo fumetto ma anche a chi viene dall’esperienza del libro, fornendo degli approfondimenti integrativi ai background dei personaggi e aggiungendo delle probabili, future, storylines indipendenti.

La scelta di un albo in bianco e nero è tua personale, o ti hanno chiesto di disegnare le tavole così. L’immagine di copertina a colori è sempre tua?

Sapevamo di dover realizzare il volume in bianco e nero fin dal principio, cosa che mi ha reso molto felice perché da tempo desideravo riavvicinarmi a questo specifico approccio tecnico, credo sia stata la scelta migliore. Sì, ho realizzato la copertina e l’illustrazione sul retro cercando un feeling con le tavole interne.

Chiude l’albo uno studio dei personaggi. Come li hai caratterizzati, ti sei ispirato a volti da te conosciuti?

Ho ricevuto delle suggestions da Roberto in corso d’pera, ma sono stato abbastanza libero di interpretare. Diciamo che ho cercato di cogliere i tratti peculiari suggeriti dall’autore unendoli ad un personale gusto estetico e un’immediata riconoscibilità. In alcune tavole abbiamo molti dei protagonisti in campo, era necessario rendere estremamente evidenti certe caratteristiche.

:: Un’ intervista con Annalisa Dicataldo blogger di Nali’s shelter

10 novembre 2017

annalisa dicataldoBenvenuta Annalisa su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo subito con le presentazioni. Parlaci di te. Dei tuoi studi, del tuo lavoro, della tua vita lontana dal blog.

Ciao Giulia e grazie per avermi invitata nel tuo piccolo angolino,è un piacere essere qui oggi!
Non sono molto brava con le presentazioni ma cercherò di farvi un quadro generale del disastro che sono…
Mi chiamo Annalisa, Nali per gli amici e sul blog, e ho 18 anni. Sono attualmente al quinto anno di liceo linguistico e studio Inglese, lingua che conosco molto bene, Spagnolo, anche qui sono abbastanza fluente e il Francese, lingua in cui ho qualche carenza…
Adoro studiare le lingue e penso di iscrivermi all’Orientale per continuare il mio percorso e allargare il mio curriculum con nuove e interessanti lingue come il Giapponese e il Coreano (si, lo so, sono strana).
Sono una persona abbastanza sbadata e dimentico molto spesso le cose (soprattutto i post da scrivere sul blog, mea culpa) ma cerco sempre di essere amichevole e gentile con tutti, anche con chi non mi va’ proprio a genio! Mi ritengo una persona abbastanza divertente, alcuni direbbero buffa, e mi piace intrattenere la gente che sia con una battuta (molte volte stupida) o con un argomento di conversazione pescato dal vasto repertorio di cavolate che ho da dire e diffondere…
Penso di aver detto un po’ tutto su di me, anche se ci sarebbe molto altro da raccontare (soprattutto gaffe…)

Come è nata l’idea di aprire Nali’s shelter? Da dove nasce il suo nome?

Ho aperto il mio blog due anni fa, in un periodo molto felice della mia vita nel quale ho sentito il bisogno di parlare della mia passione per i romanzi. Il tutto è partito partecipando ad un giveaway di un blog molto popolare, dopo aver vinto il giveaway ho deciso che volevo regalare la stessa gioia che avevo provato io ricevendo il libro a qualcun altro, così ho aperto il mio piccolo angolino.
Chi mi segue dall’inizio sa che il blog si chiamava Every Book has its Story ma, visto che volevo ampliare le tematiche affrontate anche al campo del lifestyle e del beauty, ho sentito la necessità di trovare un altro nome e, visto che quel blog è un po’ come un rifugio dove metto tutto ciò che amo e che voglio realizzare, ho deciso di chiamarlo Nali’s Shelter (il rifugio di Nali).

Come è nato il tuo amore per la lettura?

Sin da piccolina ho sempre letto molto. Non ricordo precisamente quando ho iniziato ma ricordo che è stato leggendo la saga di Moony Witcher che la mia passione per la lettura è divenuta concreta e da lì è iniziata la mia mania di collezionare e leggere valanghe di libri! (Male per il portafogli, bene per la mente).

Quale è il titolo del libro aperto sul tuo comodino?

Attualmente sto leggendo più di un romanzo perché preferisco ottimizzare e affiancare più letture così da avere sempre qualcosa di adatto da leggere in base all’umore. I due libri che ho sul comodino sono “L’equinozio di Xipe” di Giovanni Oro e “L’inganno delle tenebre” di Grangè, due romanzi di generi differenti (il primo è Xi-Fi mentre il secondo horror/thriller) che mi tengono compagnia nelle mie giornate!

Il tuo blog è aperto all’invio di libri da parte di autori o editori?

Certo, sin dall’inizio ho sempre accettato richieste di recensioni da entrambi, a patto che le richieste siano fatte a seguito di una lettura della mia bio. E’ ovvio che non accetto richieste da autori/editori che non si siano neanche presi la briga di leggere il mio nome.

Quali generi di libri leggi principalmente?

Leggo un po’ di tutti perché non voglio mettermi paletti nelle letture ma prediligo generi come il fantasy, il paranormal , la narrativa femminile e i romance (qualsiasi sottocategoria di romance è ben accetta).

Ti piace collaborare con le altre blogger? Hai attualmente dei progetti in corso?

Ho attualmente in corso due review party e un blogtour e nel complesso cerco sempre di collaborare con le mie colleghe blogger perché adoro scambiare opinioni e consigli e lo si può fare solo attraverso il confronto e la collaborazione.

Ti occupi di libri e Life style. Come è nata l’idea di abbinare le due cose, libri e lifestyle in un unico blog?

Il tutto è partito dal fatto che amo dare consigli, di qualsiasi genere essi siano. Quindi una volta preso “il volo” con i consigli libreschi ho deciso di dedicarmi anche ai consigli beauty e lifestyle, che si sposano alla grande con i libri, perché essi influenzano la nostra vita e ci danno spunti per viverla al meglio!

Commenti altri blog, ti piace interagire nei commenti con i tuoi lettori o con altri blogger ospiti?

Cerco sempre di tenermi aggiornata sui post delle colleghe e di leggere e commentare con assiduità ma non sempre ci riesco per via dei vari impegni scolastici e sul blog. Comunque mi sono riproposta di diventare più partecipe nella community dei book blogger perché voglio ampliare il mio giro di amicizie per scambiare consigli e pareri con più persone possibili!

Ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro, legati al blog ma non solo.

Ho tantissimi progetti per il futuro sia per il blog che per me stessa. Sono una persona a cui piace pensare al futuro e a pianificare quindi sto già provvedendo ad apportare diversi cambiamenti sia al blog che alla mia vita. Prima di tutto voglio organizzare meglio sia me che il blog, farmi un calendario e seguirlo rigorosamente!
Per quanto riguarda il blog ho già in mente alcuni progetti segreti che voglio proporre alle mie colleghe, ma di questo vi parlerò più in là. Voglio ricominciare a fare video per YT e voglio anche farli in inglese, come avevo già iniziato a fare, con scarso successo per mancanza di tempo.

Personalmente vorrei riuscire ad entrare all’Orientale di Venezia, quindi devo mettermi sotto con lo studio e trasferirmi lì per studiare. Ho tantissimi progetti dei quali spero di potervi rendere partecipi in futuro ma nel frattempo spero che mi sosterrete in questo viaggio che è appena iniziato!
Grazie ancora a Giulia per avermi invitato e grazie a voi che avete letto questa intervista molto prolissa fino alla fine. Ciao lettori, un bacio ❤

I suoi social:

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:: Qualche domanda agli autori della graphic novel “Marathon” (Newton Comics 2017)

7 novembre 2017

Ai nostri lettori più fedeli non sarà di certo sfuggito il post di Elena Romanello che segnalava l’uscita delle prime due graphic novel che la casa editrice Newton Compton ha dato alle stampe, tratte dai suoi bestseller più famosi. A noi l’idea è piaciuta particolarmente e abbiamo pensato oltre che a recensirli, nei prossimi giorni, anche a fare alcune domande agli autori dei romanzi da cui hanno tratto i soggetti e ai disgenatori, per confrontare stili e filosofia.

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Oggi iniziamo con Marathon – La battaglia che cambiò la storia, una splendida graphic novel in bianco e nero con copertina a colori tratta dal romanzo storico omonimo, uscito nel 2014, di Andrea Frediani, adattata da Lucio Perrimezzi (Tunué, Noise Press, Passenger Press) per la sceneggiatura e Massimiliano Veltri (Marvel Comics, Gazzetta dello sport, Titan Comics) per le illustrazioni.

Maratona 490 a.C., il primo assalto dell’impero persiano alla Grecia
480 a.C. La flotta greca attende con ansia di conoscere l’esito della battaglia che si combatte alle Termopili, tra gli uomini del gran re Serse e i 300 eroi guidati da Leonida. Su una delle navi, Eschilo, in servizio come oplita, riceve la visita di una donna misteriosa, che gli racconta la sua personale versione della battaglia di Maratona, alla quale lo stesso poeta aveva partecipato dieci anni prima. I ricordi dei due interlocutori si intrecciano per ricostruire le verità mai raccontate del primo combattimento campale tra Greci e Persiani. Prende vita così il racconto di una delle battaglie più importanti della storia, e soprattutto di quel che accadde subito dopo, quando gli araldi corsero ad Atene per comunicare la vittoria greca prima che i sostenitori dei Persiani aprissero le porte agli invasori. Narrato in tempo reale, Marathon è la potente e incalzante cronaca di una battaglia e di una corsa: una corsa in cui i tre protagonisti mettono in gioco la loro amicizia e la loro stessa vita, per disputarsi l’amore di una donna, ma anche per scoprire i limiti delle proprie ambizioni, in una sfida che cresce d’intensità fino al sorprendente epilogo.

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Curiosi di saperne di più dagli autori? Abbiamo fatto tre domande a testa a Andrea Frediani e al disegnatore Massimiliano Veltri. Eccole!

Tre domande a Andrea Frediani

Benvenuto Andrea, dovrei dire bentornato, ricordo di averti intervistato per il mio blog nel 2012. Cosa è cambiato da allora?

Sebbene abbia continuato a pubblicare saggi, se pur più raramente che in passato, nell’ultimo quinquennio mi sono concentrato più sui romanzi, definendo progressivamente le tre categorie narrative in cui intendo cimentarmi oggi come in futuro: 1) i romanzi storici tout court, “polpettoni” di grande respiro che costituiscono anche l’affresco di un’epoca, con un forte inquadramento storico, personaggi in parte reali e uno sviluppo cronologico molto ampio; ne sono un esempio le saghe “Gli invincibili” e “Roma Caput Mundi”, che dipingono un’epoca ben precisa attraverso le storie dei protagonisti e delle loro dinastie; 2) i romanzi d’avventura, di cui è un esempio l’ultimo, “Missione Impossibile”, così come il “Marathon” da cui è stato tratto il graphic novel, dove la vicenda ha una certa unità di tempo e di luogo, i personaggi sono spesso inventati, il ritmo è serrato e il contesto storico solo uno sfondo davanti al quale agiscono i protagonisti; 3) i thriller storici, come “Il custode dei 99 manoscritti” e il romanzo che sto scrivendo attualmente, in cui prendo spunto da un fatto storico poco documentato per sviluppare una vicenda in tempo reale di intrighi, omicidi e misteri, sempre con cadenze molto rapide. Ma più di ogni altra cosa è cambiato il fatto che, nel frattempo, io sono diventato un grande appassionato di serie TV e questo mi sta aiutando tantissimo nel costruire storie avvincenti e nel rendere i miei romanzi sempre più pieni di colpi di scena.

Chiedo anche a te come hai accolto l’idea di trasformare il tuo romanzo Marathon- Una battaglia che ha cambiato la storia in graphic novel?

Mi è stato chiesto dall’editore quale dei miei tanti romanzi avrei visto meglio trasformato in fumetto e ho risposto senza esitare “Marathon”! (Ma non avevo ancora scritto “Missione impossibile”, che avrei preso in considerazione). E non perché lo consideri il migliore, tutt’altro. semplicemente, per ritmo e tematica me lo figuravo molto efficace su tavola, anche se avevo un po’ paura che il montaggio parallelo tra battaglia e corsa rischiasse di risultare poco chiaro nelle vignette. Ma devo dire che gli autori sono stati fantastici e lo hanno reso come meglio non si poteva. Quando l’ho letto mi sono commosso; credo di aver provato la stessa emozione che prova uno scrittore quando vede il proprio libro trasposto in film…

A che pubblico pensi possa interessare. Come ti immagini i lettori che lo leggeranno?

Non sono sicuro di poter rispondere a questa domanda. Immagino che lo compreranno coloro che hanno apprezzato il romanzo, innanzitutto. E poi, coloro che amano i fumetti storici; mi risulta che in Francia siano tantissimi, in Italia un po’ meno. Ma soprattutto, spero che lo comprino i ragazzi affascinati dalla vicenda dei tre amici che competono per l’onore e per l’amore di una donna, e dalla resa spettacolare dei disegni di una delle battaglie più celebri della storia.

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Tre domande a Massimiliano Veltri

Trasformare un romanzo storico in una graphic novel non deve essere semplice. Quali sono stati i tuoi maestri di riferimento, a che disegnatori ti sei ispirato?

No, non lo è stato… un pò per la mole di lavoro, significativa, specie se rapportata ai tempi non lunghissimi di lavoro, un pò per la natura stessa del prodotto che, essendo appunto l’adattamento di un romanzo storico, ha richiesto molta attenzione nella riproduzione di tutto quello che avesse una dimensione storica effettiva come ad esempio costumi, mezzi di trasporto e ambientazioni.
Per quanto riguarda gli autori di riferimento, ne ho diversi… diciamo che, per esempio, sulla mia scrivania c’è sempre qualcosa di Sean Murphy, per la potenza e la ricchezza delle composizioni, Tommy Lee Edwards, per la spontaneità delle soluzioni grafiche e Sergio Toppi per la sua eleganza… ma ce ne sono davvero tanti altri che amo e studio di continuo… Ovviamente, in questo caso specifico, date le tematiche, ho dato un occhio anche a 300 di Frank Miller.

Mi ha colpito molto la bellezza del bianco e nero, i volti, la stilizzazione dei corpi. Ritieni che sia più difficile attirare l’attenzione dei lettori così che con immagini a colori?

Innanzitutto grazie per il tuo apprezzamento… per quanto riguarda il resto, ti dico che le due cose lavorano in modo sinergico, per cui, il colore, ove presente, sicuramente aiuta il disegno nel suggestionare gli occhi del lettore. E’ altrettanto vero però, che il tipo di disegno cambia anche in base alla presenza o assenza del colore, per cui, se stai lavorando su delle tavole che sai resteranno in bianco e nero, adatti delle soluzioni grafiche e dei bilanciamenti fra chiaro e scuro che comunque possano rendere accattivante la tavola già al primo colpo d’occhio.

Quale parte del tuo lavoro hai trovato più difficile? Ti ha richiesto più lavoro e ricerca di soluzioni anche insolite? Raccontaci un aneddoto della lavorazione.

Credo che le cose più impegnative siano state il lavoro di ricerca e la gestione di scene collettive frequenti, anche all’interno della stessa tavola, che comunque non appesantissero la lettura. Per quanto riguarda l’adozione di soluzioni insolite invece, è stata una delle cose più divertenti. Non avendo limiti compositivi, ho potuto giocare liberamente con la sceneggiatura di Lucio Perrimezzi adottando dei layout e delle soluzioni grafiche che potessero semplificare la lettura e al contempo renderla più accattivante.
In tal senso ti dico che il dialogo con Lucio è stato costante e che credo mi abbia mandato diverse “maledezioni”.

:: Un’ intervista con Alessandro Sola a cura di Elena Romanello

30 ottobre 2017

il regno di NUNAR - COPERTINA...La giovane ma già attiva casa editrice Pathos edizioni di Torino propone già un buon numero di titoli, tra cui spicca Nel regno di Nunar dell’autore locale Alessandro Sola, una variante interessante sul genere sempre amato del fantasy.

Abbiamo incontrato Alessandro Sola durante un’affollatissima presentazione alla libreria Feltrinelli del Lingotto di Torino ed è stato molto interessante sentire cosa ha raccontato sul suo libro e su se stesso.

Da quanto tempo scrivi?

Ho iniziato a scrivere nel 2011, durante i turni di notte in ambulanza per la Croce Rossa, poi grazie a Pathos edizioni ho potuto vedere il mio libro pubblicato e presentato all’ultimo Salone del libro di Torino.

Perché hai cominciato a scrivere?

Un mio collega di lavoro mi ha detto che avevo tanta fantasia e che sarebbe stato bello che cominciassi a scrivere qualcosa. Io amo molto scrivere di notte, il buio mi ispira molto.

Come mai hai scritto un fantasy?

Perché credo che sognare altri mondi sia una cosa fantastica, noi releghiamo i sogni alla notte, ma ogni momento è giusto per sognare. Nel regno di Nunar nasce dalla mia voglia di fantasticare, raccontando i miei sogni e quindi una parte di me.

Quali autori fantasy e non preferisci?

Adoro il genere thriller e uno dei miei autori preferiti è Ian Mamook, che ambienta le sue storie nell’inedito scenario della Mongolia. Di fantastico mi sento di segnalare un libro poco noto di un maestro come Stephen King, Gli occhi del drago, una storia d’avventura e di creature fantastiche, da lui pensata per la figlia, che non l’ha mai apprezzata e che ho trovato bellissima.

A che pubblico ti rivolgi?

Non penso di scrivere per bambini, anche se il mio libro risulta essere molto amato per le letture serali dei genitori ai figli. Ho voluto scrivere una storia divertente, frizzante, appassionante e per tutti. Molti miei fan sono adolescenti dai 13-14 anni in poi.

Chi è il tuo personaggio preferito?

Re Rospo, mi piace il suo rapporto con la figlia, ci ho messo dentro qualcosa di mio, visto che sono papà di una bambina e presto ne arriverà un’altra.

Perché piacciono le atmosfere fantasy?

Perché è più facile sognare in un mondo di castelli e principesse che in un mondo di altro tipo, soprattutto per costruire mondi fantastici.

Consiglieresti il libro se non fosse tuo?

Sì, perché parla di amicizia, amore, ma anche della capacità di saper cogliere l’attimo per fare le cose: ogni giorno è giusto per fare quello che è giusto voler fare e che ci si sente di fare.

I tuoi prossimi progetti?

Andare avanti con la saga di Nunar, ci sarà senz’altro un seguito su cui sto lavorando per il prossimo Salone del libro e forse anche un terzo capitolo, con anche nuove generazioni di personaggi. Poi un giorno o l’altro scriverò un thriller ambientato qui a Torino.

:: Un’ intervista con Graziella Ferrara – blogger di Libri e librai

23 ottobre 2017

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Benvenuta Graziella, su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontaci qualcosa di te, dei tuoi studi, delle tue letture.

Ciao e grazie per avermi dedicato uno spazio sul tuo blog, grazie a quest’ intervista.
Generalmente non amo parlare di me, ma chi segue il mio blog, non sa praticamente nulla, visto che lì sono Ella con una passione per i libri e per la fotografia.
Sono Graziella, sono una ragazza timida, di poche parole e con il naso tra le pagine di un libro quando mi è possibile. Insieme all’ amore per i libri, nato solo alcuni anni fa, adoro preparare dolci ho frequentando un Istituto Professionale Statale per i Servizi alberghieri e la ristorazione, dove mi sono diplomata in “ Accoglienza turistica “, ma ahimè, in seconda – quando hai la possibilità di scegliere la tua qualifica per il terzo anno, invece di intraprendere la mia vera passione, ho scelto questo l’ accoglienza turistica -, ma dopo il diploma mi sono resa conto che non era questa la mia vera strada.
Dopo il diploma quinquennale ho intrapreso la carriera Università, ma interrotta dopo un anno, quando ho capito che il campo da me scelto non mi entusiasmava.
Tra qualche mese ritornerò a studiare per un corso con rilascio di diploma per diventare pasticcera.

Come è nato il tuo amore per i libri?

Il mio amore per i libri, nasce solamente un paio di anni fa, durante gli anni della scuola e dell’ Università mi sono approcciata a vari generi, classici, narrativa etc, da quel momento leggo tutto ciò che mi piace, m’incuriosisce.
Mi piace leggere, troppo, ma non è possibile farlo 24h su 24h, dico spesso che ci vorrebbero giornate da più ore, per fortuna che c’è il caffè a darmi l’ energia per poter leggere la notte, quando non crollo per la stanchezza.

Quali generi leggi principalmente?

Romance e narrativa italiana/ straniera.

Come è nata l’idea di aprire un blog letterario? Da quanto sei online?

Il blog è online dal Gennaio 2016.
Il blog nasce in un momento di stallo nella mia vita, quando le giornate non passavano mai e il tempo non mi era amico, al contrario, da qui l’ idea di aprire un blog letterario.
Ammetto che ai primi mesi era molto semplice, avevo trovato un ritmo per il blog, ma durante il periodo estivo i ritmi cambiano perché lavoro, ma nei mesi invernali ho più tempo per leggere e per il blog.

Quali sono i blog letterari non solo che ami leggere di più, o leggi più spesso?

Ci sono vari blog che seguo, come Atelier dei libri, Crazy for romance per citarne alcuni…
Altri nati nel mio medesimo periodo, altri veterani, altri ancora più giovani del mio blog, altri ancora che sono messi in stand by dai propri proprietari. Da ogni blog cerco qualcosa di differente, le rubriche curiose e simpatiche, di altre ancora mi piacciono i contenuti, generi opposto a quelli trattati nel mio blog.

Tracciaci un tuo primo bilancio, cosa vorresti migliorasse, cosa è bello così come è?

Un primo bilancio per il blog è : la passione non è mai mancata, certamente ho ancora parecchia strada dinanzi a me, la voglia di crescere e d’ imparare altre cose su questo “ mondo “.
Per il blog mi piacerebbe migliorare il mio rapporto con i lettori, dedicandogli una rubrica tutta per loro, vorrei migliorare il mio modo di scrivere, mentre la cosa più bella cosi com’è la voglia di imparare sempre di più.
Per la mia vita, ho tante cose da imparare e tante cose da voler fare.

Leggi libri anche in lingua straniera?

Leggo anche in lingua ma sono molto lenta durante la lettura, impiego anche dieci giorni per terminare un libro, leggo quando mi è possibile, ovvero la notte, prima di cadere tra le braccia di Morfeo XD!

Quale autore, o autrice sogni di incontrare a una presentazione, a un incontro coi blogger?

Bella domanda.
Ho vari autori che mi piacerebbe incontrare a una presentazione, tra cui Nicholas Sparks o Diego Galdino, un autore che ho scoperto solamente questo anno, mentre il primo l’ho scoperto anni fa, grazie al suo romanzo “ I passi dell’ amore “.
Accanto a questi autori, mi piacerebbe incontrare Amy Harmon e Colleen Hoover, entrambe sono le mie autrici preferite nei loro generi.

Hai rapporti di collaborazione con altre blogger? Che progetti ci sono?

No, al momento non ho rapporti di collaborazione con altre blogger, ma un giorno mi piacerebbe molto.

Ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro, legati al blog ma non solo.

Sicuramente, ci sarà il blog, ormai è parte della mia vita reale, è un hobby , l’ho faccio con dedizione e passione, fino a quando ci sarà quest’ ultima il blog resterà online.
Per il blog avrei molti progetti, vorrei incrementare le recensioni e aggiungere molti altri progetti che ho in mente.
Ho in corso una storia da terminare ma non vedrà mai la luce, è più una mia “ sfida personale “ riuscirla a terminarla, come ho detto in precedenza nei prossimi mesi ritornerò a studiare e mi piacerebbe aprire poi una mia pasticceria più avanti.
Insomma di progetti e buoni propositi in quantità, la pazienza c’è e incrociamo le dita per il futuro.

Grazie ancora per l’ intervista =)!

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:: Nasce la collana Z a cura di Nicola Vacca per i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno

18 ottobre 2017

lampi di veritàNasce per i tipi de I Quaderni del Bardo Edizioni‘ di Stefano Donno la collana Z a cura di Nicola Vacca, poeta e critico letterario pugliese, non che collaboratore di Liberi di scrivere e autore a sua volta di un blog molto seguito e autorevole Zona di disagio.

La prima pubblicazione selezionata e proposta da Nicola Vacca, che vedrà la luce nella prima metà di novembre 2017 nella collana Z è quella di Donato Di Poce, nativo di Sora e milanese di adozione, dal titolo “Lampi di Verità” con la prefazione del filosofo Alessandro Vergari.

Noi volendo saperne di più abbiamo chiesto direttamente a Nicola Vacca maggiori dettagli. Ecco le sue risposte.

Sei il curatore della collana Z per i tipi de ‘I Quaderni del Bardo Edizioni’ di Stefano Donno. Come è nato il progetto?

Il progetto nasce di comune accordo con Stefano, che da anni dirige una bella casa editrice. Ho accettato di collaborare con lui che l’editore lo sa fare davvero. Cura nei dettagli i libri e soprattutto gli autori. Poi è arrivata Z (che prende il nome dal mio blog Zona di disagio). Una collana di poesia che curerò nel rispetto della linea editoriale de i Quaderni del Bardo. Selezione accurata dei testi e massima attenzione nella scelta degli autori. Insomma cercheremo di fare editoria e letteratura di alto livello.

Cosa deve racchiudere il tipo di poesia che proporrai e selezionerai per questa collana?

La poesia a cui guardo è quella onesta, per dirla con Umberto Saba. Nella selezione guarderò agli autori che sanno proporre visioni e che non scrivono per parlarsi addosso. La poesia del Noi e non dell’ego. Quello che mi interessa è pubblicare poeti che sanno scavare nelle parole e soprattutto non si nascondono mai dietro quello che scrivono. Una poesia che sta dalla parte della Parola e non delle chiacchiere autoreferenziali.

Pensi che i già magri lettori, perlomeno italiani, leggano ancora poesia? Cosa proporresti per avvicinare le persone alla poesia?

La poesia nel nostro paese è poco letta. In molti casi non ha un mercato, anche se ci sono piccole realtà che pubblicano poesia di qualità. Z. sarà una collana che avvicinerà i lettori alla poesia. Sceglierò, o cercherò di scegliere, poeti che prima di tutto nelle loro opere hanno deciso di non tradire mai i lettori e se stessi. Insomma, una scommessa controcorrente in un mercato editoriale in cui anche nel settore della poesia esistono le solite compagnie di giro che funzionano come una lobby. Z. sarà una collana di poesia meritocratica. Questo è il fiore all’occhiello della mia creatura e dell’intera casa editrice.

:: Un’ intervista con Claudio di Biagio autore di Si stava meglio (Rai Eri 2017) a cura di Greta Cherubini

17 ottobre 2017

copertinaHo letto il primo libro di Claudio di Biagio (regista, sceneggiatore, youtuber e speaker radiofonico, n.d.r).

“Si stava meglio”. “Quando si stava peggio”, si direbbe con un certo automatismo del pensiero, a completamento di un detto popolare ormai diventato un mantra. E invece no. La frase resta a metà e diventa il punto di partenza per un viaggio nel tempo e nello spazio. Ad ogni lettore è dato di trarre liberamente le proprie conclusioni alla fine del percorso. Ciò che si deduce dal racconto è che la storia in fondo è sempre la stessa, eppure cambia continuamente: cambia in base a chi la racconta, in base a chi l’ascolta e in base al tempo in cui viene raccontata.
Ho chiesto a Claudio di Biagio di rispondere ad alcune domande per il blog.

(Lo intervisto all’ora di pranzo, me lo immagino intento a gustarsi un bel piatto di pasta “alla zozzona” della mitica nonna Lea. Mi risponde in modo aperto e cordiale, un po’ meravigliato del consenso che sta ricevendo).

Ciao Claudio, ho letto con interesse il tuo libro. Ti faccio i miei complimenti, so che “Si stava meglio” è già in ristampa. Nell’epoca degli smartphone, pare che i giovani abbiano ancora voglia di fermarsi ad ascoltare le storie dei nonni … cosa pensi di questo successo?

Sì, da qualche giorno siamo in ristampa. Ma non parlerei di successo, piuttosto di un interesse molto alto. Credo che il segreto consista nel fatto che questo libro parli di memoria. Sono storie che vengono dal passato, racconti di cose che non conosciamo e che inevitabilmente suscitano interesse. Questi meccanismi funzionano e funzioneranno sempre. Il mio merito semmai è quello di aver reso “visive” queste storie e quindi più accattivanti per il pubblico.

Credo emerga un certo relativismo nel tuo viaggio con nonna Lea, inteso come l’impossibilità di raggiungere una verità oggettiva e assoluta. Eppure si percepisce ugualmente da parte tua lo sforzo di capire, di conoscere, di custodire la memoria e di trarre insegnamento dall’esperienza. Qual è la morale del libro? In assenza di risposte certe, pensi che la volontà di capire sia già di per sé un valore assoluto?

Assolutamente, era proprio questa la lettura che volevo dare. Nel libro non cerco di dare risposte definitive, cerco di invogliare il lettore ad andare alla ricerca di risposte. Il titolo significa proprio questo. Il detto popolare recita “Si stava meglio quando si stava peggio”. Io ho cercato di scardinare questa filastrocca, di non dare più nulla per scontato. Mi sono chiesto: Ma davvero si stava meglio quando si stava peggio? E perché? Ogni lettore alla fine è libero di dare la propria personale risposta a questa domanda.

Hai scelto come guida del tuo viaggio tua nonna Lea e altrettanto “maturi” sono i personaggi che hai intervistato in cerca di risposte. Perché secondo te il dialogo con i nostri nonni è più semplice di quello con i nostri genitori? Cosa accomuna queste due generazioni apparentemente così distanti?

Probabilmente il fatto che entrambe siano in crisi. Mi ha molto colpito una frase pronunciata da Giorgio Michetti quando ho avuto modo di intervistarlo. Ha detto “Noi assistiamo alla partita fuori dal campo”. Ed effettivamente è così. I nonni e i nipoti possono solo guardare il gioco da lontano, per diversi motivi, chi perché ormai troppo anziano e chi perché non ancora pronto. La partita è dei padri. Sono loro ad occupare il campo da gioco. Credo sia questo ad accomunare due generazioni apparentemente così distanti. Il fatto di osservare senza poter intervenire direttamente sulla realtà.

Il tuo è uno stile che punta alla frase breve, all’evocazione di un’immagine o di un suono in grado di suscitare un’emozione immediata nel lettore, di risvegliarne una sensazione o un ricordo. Quale importanza ha avuto la tua esperienza a contatto con il pubblico nell’affrontare la scrittura?

Molta, il web vuole che tu abbia un tuo linguaggio e che sappia intrattenere il pubblico. Ecco perché ho scelto di non dilungarmi in digressioni inutili e di essere piuttosto di impatto, di dare un’immagine visiva di quello che stavo raccontando. H cercato di riportare questi racconti soprattutto filtrandoli con un occhio da regista. Poi ovviamente c’è anche il momento per le pause lunghe.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Continuerai la strada della narrativa?

Di progetti ce ne sono tanti. Prima di tutto un film. Mi piacerebbe molto portare sullo schermo “Si stava meglio”. Per quanto riguarda la narrativa, scrivendo questo libro mi sono reso conto che mi piace scrivere. Ho già una storia un mente, chissà che non diventi presto un altro libro.

In bocca al lupo!

:: Un’ intervista con Chiara Rametta – blogger di Living among the books

16 ottobre 2017

chiaraBenvenuta Chiara, su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo con le presentazioni. Sei giovanissima, parlaci di te, dei tuoi studi, della tua infanzia. Vivi davvero a Parigi?

Ciao cara, innanzitutto ti ringrazio per avermi ospitata, sono onorata. Ho 17 anni e frequento l’ultimo anno di liceo delle scienze umane. Ho scelto questo indirizzo poiché mi ha sempre affascinato studiare la mente umane e scoprire il perché di determinati comportamenti. Ammetto che io e la matematica non andiamo d’accordo, quindi son contenta che il mio indirizzo abbracci più discipline umanistiche e scientifiche! La mia infanzia è stata nella norma, credo. Ma posso dirti per certo che ero una bambina felice. All’asilo ho legato solo con un’amichetta e soffrivo quando non si presentava, non riuscivo proprio ad allargare la mia cerchia di conoscenze, ero timida. Alle elementari ero capitata in una bella classe. Poi sai, i bambini qualche volta possono essere cattivi, mi è capitato di essere presa in giro, ma ammetto che anche io non ho avuto comportamenti esemplari con le mie amichette di allora. Sono cose che ti segnano.
Non chiedermi come sia saltata fuori la storia di Parigi ahah. No, abito vicino Siracusa

Come è nato il tuo amore per i libri?

Ho sempre amato la lettura, merito anche di mio papà che è riuscito a trasmettermi questa sua grande passione. Scrivevo poesie, mi piaceva cimentarmi con l’interpretazione dei testi, a scuola e prendevo parte a qualsiasi recita. Credo non ci sia stato un momento esatto in cui mi sono approcciata alla lettura, ha sempre fatto parte di me. Però ricordo che, alle medie, la lettura di “Alice e i giorni della droga” mi ha fatto avvicinare a un tipo di lettura più profonda e impegnativa.

Come è nata l’idea di aprire un blog letterario? Da quanto sei online?

Sono online da un anno e devo dire che sono soddisfatta del traguardo raggiunto! Come ti ho confidato scrivo per diletto, ad Agosto 216 mi capita per caso, sulla sezione esplora di instagram, il romanzo di Ginevra Tomas. Per fartela breve le scrivo, scambiamo due chiacchiere sul suo libro e sulla mia storia. Compro il suo romanzo e lo divoro in nemmeno due giorni. Così le mando un e-mail, scrivendo brevemente quelle che erano le mie considerazioni. Lei si commuove e mi consiglia di aprire un blog. Io non ci avevo mai pensato prima di allora… nonostante sia molto tecnologica. Mi da i nomi di alcune bookstagram cosicché potessero darmi una mano e da lì è iniziato tutto!

Quali generi leggi principalmente?

Urban fantasy e Young Adults.

Come sono i tuoi rapporti con gli editori? Hai già avviato delle collaborazioni? Con quale editore ti piacerebbe collaborare?

Una collaborazione che mi piacerebbe avviare è quella con Piemme. Ho collaborato con Garzanti, Newton, Mondadori ragazzi, Kimerik, Salani, Abeditore. Ma soprattutto sono gli autori, emergenti e non, a spedirmi i loro romanzi.

Ti occupi di libri e ma hai anche una rubrica su make up e beauty. Sei una fashion blogger? O vorresti diventarlo?

La parola fashion blogger mi mette a disagio ahahah, ho aperto questa rubrica, devo ancora approfondire meglio questo mondo, aprire delle collaborazioni. Mi piace parlare di benessere e make-up, più che altro sono delle confidenze amicali le mie. Ma questa tua domanda mi ha fatto venire una voglia matta di approfondire meglio questa rubrica che, ultimamente, ho trascurato.

Leggi libri anche in lingua straniera?

Ho letto “A series of unfortunate events” purtroppo l’inglese lo studio solo a scuola, vorrei intraprendere dei corsi per perfezionarlo ancora di più ed essere in grado di cimentarmi in letture più complesse.

Quale è il libro più bello che hai letto, e quale è il tuo autore preferito?

Per ora il mio libro preferito è “Il ritratto di Dorian Grey” amo Oscar Wilde e penso che sia questo l’argomento che porterò alla maturità (se troverò argomenti sul Blog, sceglierò quello). Il discorso sull’estetismo e decadentismo mi affascina.

Hai rapporti di collaborazione con altre blogger? Che progetti ci sono?

Si, mi piace conoscere, anche se virtualmente, le mie “colleghe”. Al momento c’è in cantiere un progetto dedicato alla lettura per i bambini nelle scuola, una rubrica mensile sui preferiti e una video intervista a un autore Garzanti.

Ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro, legati al blog ma non solo.

Dopo il liceo mi piacerebbe frequentare l’università di giornalismo ed editoria. Lavorare in una casa editrice sarebbe un sogno. Sono del parere che bisogna trovare un lavoro solido e sicuro, ma bisogna anche inseguire le proprie passioni, altrimenti quel lavoro diventerebbe una tortura. Amo scrivere, ho già abbozzato due storie. Il mio sogno più grande è pubblicarle e farmi conoscere, dimostrando che anche io valgo, dando una risposta a chi non ha creduto in me. Purtroppo, vedendo l’andazzo editoriale, è davvero difficile emergere. Ma ho questo sogno e voglio realizzarlo, quindi ce la metterò tutta. Infine vorrei ringraziarti per le tue domande, interessanti e anche personali e ti faccio un in bocca al lupo per il tuo splendido blog!

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