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:: Un’ intervista con Mario Mancini, co-fondatore di goWare

27 febbraio 2018
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Mario Mancini

Arnaud Nourry è il capo di Hachette Livre dal 2003. Hachette è una delle più grandi case editrici del mondo: controlla 170 marchi e pubblica 17mila titoli all’anno. Tra i suoi autori: John Grisham, James Patterson, Robert Ludlum e Stephen King. Recentemente Nourry ha rilasciato un’ intervista al sito indiano Scroll.in sulle prospettive di Hachette in India. Con l’occasione ha avuto modo di affrontare la questione dell’editoria digitale affermando che l’ebook è un prodotto stupido in cui non c’è nessuna creatività e nessun sviluppo per l’editoria. Le affermazioni di Nourry sono state riportate dal “Guardian” e dal “Post”, come il de profundis di questa tecnologia.

Abbiamo chiesto a Mario Mancini, co-fondatore di goWare, una start-up di nuova editoria che pubblica app, ebook e POD per i nuovi media, di commentare le affermazioni di Nourry. Mario Mancini è anche autore di due libri sulla nuova editoria entrambi pubblicati da goWare: Schermocracy. Libro o ebook? (2014) e Amazon vs Apple. Breve storia della nuova editoria a dieci anni dal Kindle (2018).

È vero che l’ebook è stupito come sostiene Ariel Nourry, CEO di Hachette?

Certo che l’ebook è stupido. “Stupido è chi stupido fa”, diceva la madre di Forrest Gump. Se continui a fare cose stupide, vuol dire che, seppur potenzialmente intelligente, sei uno stupido. È questa l’accezione di stupido per gli ebook. È stupido perché volutamente depotenziato; perché deliberatamente tenuto in uno stato di stupida minorità. Creativi, editori e piattaforme utilizzano questo nuovo media e la tecnologia che lo motorizza al 10% delle sue effettive potenzialità. Vorrei essere ancor più chiaro. In ultima analisi, e dispiace dirlo perché è tutto è partito da qui dieci anni fa, è il Kindle ad essere stupido. La tecnologia del Kindle, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, è primitiva.

In che senso primitiva?

Il Kindle si preoccupa solo di conservare la forma classica del libro. Incita a scrivere per la forma classica del libro. È qualcosa di inutilizzabile per chiunque si ponga il problema centrale di innovare il contenuto narrativo. Uno sviluppo oggi cruciale vista l’ubiquità dei nuovi dispositivi intelligenti per informarsi, apprendere, divertirsi, comunicare e anche leggere. Non è vero che si legge di meno, l’umanità non hai mai letto tanto quanto legge adesso. E siccome l’ebook è stupido, perché, come dice Nourry, “è uguale al libro di carta, non c’è creatività, miglioramento, vera esperienza digitale” e costa solo qualche euro in meno dell’aristocratico libro, succede che i lettori comprano i libri e gli scrittori scrivono libri e non ebook. E coloro che non hanno mai letto libri, e che potrebbero essere raggiunti con ebook di nuova generazione, continuano a non leggere libri. Un circolo poco virtuoso.

È per questo che i lettori, dopo un’infatuazione per gli ebook, sono tornati all’ovile?

Sì. La partita ebook-libro non si può neppure giocare alle condizioni attuali. Mentre il libro rimane per secoli e si apprezza con il tempo, l’ebook è transeunte come qualsiasi tecnologia moderna. Dell’ebook non si ha neppure la proprietà piena perché non lo si acquista, lo si prende in licenza d’uso come il software. L’ebook è privato di ogni valore di scambio e il valore d’uso è inferiore all’originale. L’unica leva è il prezzo, ma con il livellamento di quest’ultimo ogni vantaggio competitivo viene meno. L’ebook ha innovato solo la catena distributiva, ed è già tantissimo, ma nel contenuto e nel format non si è visto nulla.

Parliamo, appunto, del livellamento del prezzo.

Guarda, è lo stesso Nourry che lo spiega meglio di qualsiasi altro quando dice:

“Quando sono diventato CEO di Hachette nel 2003 ho studiato quello che è accaduto alla musica, al cinema e ai giornali. Mi sono convinto della necessità degli editori di libri di tenere il controllo dei prezzi. Se nei mercati occidentali consentiamo all’ebook di scendere di prezzo di 2 o 3 euro succede che salta tutta l’infrastruttura del mercato. Muoiono le librerie, muore la grande distribuzione, cadono i ricavi degli autori. Dobbiamo difendere la logica del nostro mercato contro gli interessi dei gruppi tecnologici e del loro modello di business”.

Chiaro, no? Nourry, però, non deve preoccuparsi dei tecnologici e di Amazon, in particolare, che non ha nessuna intenzione di mettere a soqquadro questo mercato dal momento che le sue vendite di libri crescono del 35% su base annua, mentre quelle dei competitor crollano o ristagnano. Siamo ormai a una stabilizzazione del conflitto Amazon-resto del mondo.

Perché il Kindle è il problema?

Purtroppo, o fortunatamente, sul Kindle passa l’80% del mercato digitale del libro. La posizione egemonica della tecnologia Kindle, però, soffoca l’innovazione, o meglio non attrae innovazione. In che senso? Per esempio, sviluppare un link ipertestuale su e-reader Kindle può diventare un’esperienza all’Indiana Jones. Se un misero link diventa un problema, che cosa ci resta? Gli scrittori, che dovrebbero allearsi con gli sviluppatori e i creatori di videogiochi per produrre un contenuto narrativo di nuovo tipo, non vanno a cercare nessuno perché non si può lavorare un anno per qualcosa che non ha un mercato o si rivolge a un mercato grande il 5%.

È una situazione modificabile?

Purtroppo non si vede come poter modificare questa situazione. A farlo dovrebbe essere la stessa Amazon, che innova furiosamente in tutti i campi, ma in questo comparto si comporta da incumbent: il business così com’è gli va bene. Dagli editori c’è da aspettarsi poco perché vedono l’ebook come un fattore distruttivo del loro fatturato. Gli autori stanno a guardare. Qualcuno ha fatto qualcosa di importante. La Rowling, per esempio, ha fondato Pottermore dove distribuisce le storie di Harry Potter in formati digitali innovativi. Ma Pottermore è l’unica attività della bionda scrittrice inglese che è in perdita. Pure James Patterson si è mobilitato per creare qualcosa di adatto a questo nuovo canale. Ma nessuna di queste iniziative ha avuto un seguito o scatenato un “network effect”. Non è facile farlo.

La Apple potrebbe fare qualcosa?

La Apple è senza speranza. La Apple ha tutto quelle che servirebbe per accogliere l’innovazione di contenuto degli scrittori e dei narratori: ha l’hardware e il software migliori, ha un negozio dedicato e ci sono un miliardo e mezzo di dispositivi IOS nelle tasche dei consumatori pronti a spendere. Ma sugli ebook ha sbagliato tutto ed ora è in una posizione di imbarazzante irrilevanza. Ti dico un caso che conosco. La goWare, dove lavoro, è un startup di nuova editoria che pubblica app, ebook e POD per i nuovi media. Bene, quando Bene, quando è arrivato l’iPad nel 2010 il suo business passava per il 60% per l’iBookstore di Apple. Oggi su Apple realizza solo il 3%.

Sconfortante. Ma la Apple non si definisce oggi una società media?

Hanno un bel dire Tim Cook e Luca Maestri che la Apple è diventata una società di media e di contenuti. In realtà Apple è una società troppo elitaria per accogliere un’innovazione che viene dal basso come quella necessaria per innovare questo comparto. Sembra che adesso stiano rimettendo mano a iBooks ed a iBookstore per rilanciare il business. Le intenzioni sembrano buone tanto che è stato deciso di togliere il jobsiano prefisso “i” alla denominazione dell’app e del negozio. Vogliono dare un segnale forte al mercato. Non ci resta che attendere e vedere. La Apple può davvero stupirci. Speriamo che lo faccia. Ma la partita con Amazon è perduta, come spiego anche nel mio libro.

Gli editori possono fare qualcosa?

Possono fare moltissimo come lo possono fare i loro autori. Ma sono delle montagne di sale. Lo spiega molto bene Nourry quando afferma:

“Possiamo inventare qualcosa di nuovo usando i nostri contenuti e il digitale che vada oltre gli ebook, ma sono giunto alla conclusione che non abbiamo le capacità e i talenti necessari per fare questo. Nelle nostre imprese gli editor sono abituati a prendere un manoscritto e metterlo su una pagina di carta. Conoscono poco il potenziale del 3D e del digitale. Per questo negli ultimi due anni abbiamo comprato tre società produttrici di videogiochi, per acquisire talenti da industrie diverse e vedere come possiamo arricchire i contenuti e andare oltre gli ebook fotocopia. So che dobbiamo offrire esperienze diverse ai nostri clienti”.

E bravo Nourry. Un programma interessante. In tempi non sospetti Matteo Hoepli, che dirige il negozio online della storica libreria milanese, mi disse che le case editrici devono diventare delle case di software. Una previsione azzeccatissima Ma gli editori hanno bisogno di tempo e finché non si muovono i grandi editori, anche i grandi autori, quelli che hanno l’X-Factor, stanno alla finestra.

Come si può andare oltre gli ebook nel loro format attuale?

No certo con le app-book. Esperienza chiusa. Quello delle app è un pubblico e un canale completamente diverso da quello editoriale. Ci sono certamente delle sovrapposizioni di pubblico, ma dalle app il consumatore, anche se lettore forte, si aspetta un’interattività spinta, qualcosa di pavloviano che un contenuto narrativo tradizionale, seppur rivisitato, non può fornire. Quindi capisco benissimo quello che dice Nourry quando afferma:

“Noi editori abbiamo provato a migliorare o arricchire gli ebook, ma non ha funzionato. Abbiamo provato app e siti: i successi sono stati uno o due e i fallimenti a centinaia”.

I lettori non vanno su AppStore, su Google Play o sul web, vanno su Amazon a rifornirsi di prodotti editoriali a pagamento.

Eppure l’enhanced ebook sembrava una bella idea?

Sembrava perché stava proprio nel canale corretto ed ereditava i concept dalle app. Ma anche questa è un’esperienza chiusa, perché gli enhanced ebook non potevano essere acquistati sul Kindle Store, perché non funzionavano sui Kindle e-reader. Inoltre questo prodotto non nasceva come un progetto teso a creare una vera esperienza digitale interattiva. Nasceva come libro + qualcosa di sfizioso. Quando penso a quella esperienza mi vengono in mente le sculture dell’Aurora e della Notte nella Sagrestia nuova delle cappelle medicee di Firenze. Siccome Michelangelo aveva difficoltà a raffigurare il corpo femminile, costruiva un corpo maschile a cui poi gli appendeva gli attributi femminili. Però quelli sono comunque degli enormi capolavori. Così è avvenuto con gli enhanced ebook. Si è preso un contenuto cartaceo a cui si sono aggiunti contenuti video, applet Java, test interattivi, mappe, link e tutto una roba raffazzonata che sembrava una gran cosa e invece era una gran c***ta. Non poteva funzionare. Il pubblico non è stupido come lo erano quegli ebook.

Mi pare di capire che la chiave di svolta l’abbia Amazon. Che cosa ci si dovrebbe aspettare da Bezos & co.?

Sì, decisamente è Amazon che ha il passe-partout. Si potrebbe cominciare con un passo molto semplice, una decisione da pigliare con uno schioccar di dita. Non avrebbe alcuna conseguenza sull’utenza del Kindle, ma cambierebbe parecchio lo scenario di riferimento. Basterebbe che Amazon decidesse di supportare il formato epub3, mandando in pensione il formato mobipocket. Il formato ePub è già incorporato nel file che i consumatori scaricano dal Kindle Store. ePub3 è HTML 5, la tecnologia del web. Una bomba, si può fare tutto. Basterebbe che il software del Kindle invece di caricare un file mobi caricasse un file ePub. Si parla spesso di questo passaggio che però non avviene perché Amazon è satollo di libri e se ne sta buono nel suo ruolo a tal punto che il capo di Hachette, che considerava Amazon una minaccia alla cultura planetaria, oggi gli canta il peana:

“Amazon ha giocato un ruolo fantastico nell’industria editoriale — dice Nourry. Tralasciando la nostra piccola disputa, è un rivenditore efficiente con la capacità di consegnare rapidamente i libri in ogni parte del mondo. È una grande opportunità per gli editori”.

Viene da sorridere. In realtà il management di Amazon sa benissimo che cosa fare ma non ne ha voglia.

L’ePub3 basterebbe a scatenare l’innovazione?

No, non basta. Ci vorrebbe un secondo passo che è molto più difficile. Amazon dovrebbe progressivamente mettere in mora i suoi dispositivi e-ink per abbracciare interamente la tecnologia degli smartphone e dei tablet che è già implementata sui Kindle Fire e sull’app Kindle per i dispositivi retroilluminati. In Cina, una nazione che è già nel futuro, tutti leggono sugli smartphone di grande formato e sono in pochi a cercare gli e-reader dedicati, perché semplicemente non servono. I lettori occidentali sono molto più sofisticati, la tradizione del libro è molto più radicata e lo snobismo antitecnologico è molto più di moda, pertanto gli e-reader hanno un peso maggiore nelle scelte dei lettori. Non si può però non riconoscere che in questa area culturale gli e-reader hanno avuto una funzione utilissima di traghettamento del consumatore sulla sponda digitale. Hanno avuto… Adesso a 10 anni dall’introduzione del Kindle si può osare di più. Ed è giusto farlo.

Che cosa suggeriresti ad Amazon?

Gli direi di implementare subito l’ePub3 e di lanciare un programma di rottamazione dei dispositivi e-ink con incentivi incoraggianti per passare al Kindle Fire, a un tablet o a uno smartphone di grande formato. Amazon potrebbe stringere degli accordi con produttori terzi. Sarebbe la mossa del cavallo che aprirebbe scenari impensabili adesso. Ma non succederà niente di tutto ciò.

Per concludere, esiste nella storia dei media moderni un esempio che può fare da viatico all’ebook?

Certo che esiste, è il cinema delle origini. Il cinema nasce dalla fotografia come tecnologia e dal vaudeville come contenuto così come l’ebook nasce dal web come tecnologia e dalla narrativa come contenuto. Grazie all’azione di pionieri come Georges Méliès ed Edwin Porter e all’iniziativa di imprenditori come Gaumont e Zukor, il cinematografo da un mezzo mimetico e derivato divenne un media che fu capace di sviluppare un nuovo e originale linguaggio espressivo e seppe creare dal nulla un nuovo pubblico di riferimento, un pubblico che l’industria culturale di allora non raggiungeva. Si trattò di uno sviluppo così importante e di una rivoluzione del gusto e del comportamento da rendere il cinema la settima arte, l’arte più amata dalle masse. L’industria del libro deve saper fare lo stesso percorso dell’industria cinematografica delle origini. E lo farà. Ha solo bisogno di tempo. Ma come diceva Keynes “nel lungo periodo siamo tutti morti”.

:: Un’ intervista con Giorgio Ballario

26 febbraio 2018

Il destino dell'avvoltoioBentornato Giorgio su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Ho spulciato nel nostro archivio, e la nostra ultima intervista risale al 2012, eccetto la parentesi estiva, lo scorso anno, in cui abbiamo intervistato Aldo Morosini. Aggiornaci. Cosa è cambiato da allora? Noto che hai avuto un percorso autoriale abbastanza tortuoso e accidentato. Per me almeno che ti seguo come scrittore dal 2009, ormai quasi da dieci anni.

Ciao Giulietta e grazie per questa nuova opportunità di incontrare i lettori di Liberidiscrivere. E’ passato parecchio tempo, in effetti, e sono anche successe molte cose. A parte un certo numero di libri che ho pubblicato, dal 2014 sono anche fondatore – e presidente – dell’associazione culturale Torinoir, che riunisce undici autori torinesi che di certo conosci: Patrizia Durante, Massimo Tallone, Rocco Ballacchino, Maurizio Blini, Marco G. Dibenedetto, Enrico Pandiani, Luca Rinarelli, Fabio Beccacini, Fabio Girelli e Claudio Giacchino. E con loro abbiamo fatto un bel po’ di iniziative: l’ultima, l’antologia “Il Po in noir” (Edizioni del Capricorno) è dell’autunno scorso, ancora reperibile in libreria.

Diamo uno sguardo alla tua bibliografia, hai pubblicato: Morire è un attimo, Una donna di troppo, Il volo della cicala, Le rose di Axum, Nero Tav, Vita spericolata di Albert Spaggiari, Fuori dal coro, e l’ultimo Il destino dell’Avvoltoio. Ci sono tutti? Dimentico qualcosa? Forse i tuoi racconti apparsi in antologia?

Romanzi e libri di taglio saggistico ci sono tutti, mancano appunto i racconti, che sono un bel numero ma non è certo il caso di elencare.

Riassumendo dopo Le rose di Axum la serie Morosini si è interrotta. Le nebbie di Massaua, la mitica (nel senso proprio che se ne parlava come di un essere mitologico) quarta indagine di Aldo Morosini doveva uscire nel 2013, poi per varie vicissitudini editoriali i tuoi lettori aspettano ancora la pubblicazione. Ci sono buone speranze che il tuo nuovo editore lo pubblichi entro quest’anno?

La serie si è interrotta non per mia volontà, ovviamente. Le vicissitudini che il mondo editoriale ha attraversato negli ultimi anni sono note a tutti e ne sono rimasto vittima anch’io, o meglio il maggiore Morosini. Il quarto romanzo coloniale è ancora inedito, ma posso sbilanciarmi fino a dire: ancora per poco. Per scaramanzia non aggiungo altro, ma alla tua domanda posso rispondere di sì.

Quando uscì Vita spericolata di Albert Spaggiari, ricordo che lo lessi e mi piacque molto, si sentiva autentica ammirazione da parte tua verso una persona che andò sì aldilà della legge, tuttavia conservò una sua etica e morale. Cosa ti ha sorpreso di più di quest’ uomo, mentre facevi le tue ricerche per il libro?

In effetti mi sono innamorato del personaggio Spaggiari sin dalle prime ricerche sulla sua vita, del resto a mio parere non avrebbe senso dedicarsi a scrivere la biografia di un personaggio che non ti intriga o che giudichi poco interessante. Di lui mi sono piaciute molte cose, sicuramente lo spirito guascone e irriverente, l’etica personale che lo allontana molto dal cliché del classico criminale, il coraggio e la capacità di attraversare la vita con il sorriso sulle labbra: uno dei suoi motti era “rido di tutto”. Inoltre mi è molto piaciuto ricostruire gli anni Settanta e Ottanta, gli ultimi, forse, in cui era ancora possibile essere avventurieri a tutto tondo, prima che globalizzazione da un lato e tecnologia asfissiante dall’altro modificassero per sempre le nostre vite.

Ma ora parliamo de Il destino dell’Avvoltoio, un noir atipico nella tua produzione, contemporaneo, ma più vicino al nero criminale. Abbiamo un protagonista che oscilla tra il lecito e l’illecito, perlomeno circoscritto a piccole truffe assicurative. Anche il linguaggio cambia, è più crudo, realistico, anche scurrile. Hai fatto fatica ad adattare il linguaggio a questi personaggi? Sei una persona molto educata, e per certi versi all’antica, in senso buono.

Con Il destino dell’avvoltoio ho voluto scrivere un noir a tutto tondo, dove la trama gialla è meno importante rispetto alle atmosfere e non esiste la solita divisione fra buoni e cattivi, tutori della legge e criminali. Anzi, come avrai letto, di buoni nel senso classico del termine non ce ne sono quasi. E’ chiaro che per raccontare questa storia, che per giunta si svolge in prevalenza nei bassifondi della città, anche il linguaggio deve adattarsi. E di sicuro il criminale del milieu torinese contemporaneo non parla come un maggiore dei carabinieri degli Anni Trenta. Ma non è solo il linguaggio, è proprio il modo di pensare dei personaggi che è diverso.

Come hai costruito l’intreccio e la trama. E’ una storia che ti è stata ispirata dalla cronaca?

E’ chiaro che per me, giornalista e attento lettore dei fatti di cronaca degli ultimi decenni, le notizie dei giornali sono sempre fonti primarie d’ispirazione. Anche in questo caso è stato così, sia pure non in senso stretto. Però per scrivere dei dettagli e per immaginare certi episodi della storia ho dato fondo anche alla mia memoria di cronista. Ma anche di cinefilo, potrei dire: nella figura dell’avvoltoio ho usato anche certe pennellate tratte da film noir, potrei citare il Danny De Vito de “L’uomo della pioggia”, il Ricardo Darìn di un film argentino che in Italia non è mai arrivato, dove il protagonista campava di truffe alle assicurazioni. Inoltre un collega mi ha detto che la figura di Montrucchio si avvicina a quella dell’avvocato De Gregorio, dell’omonimo film di Pasquale Squitieri del 2003, interpretato niente meno che da Giorgio Albertazzi. Non l’ho visto, ma è un accostamento che mi piace, cercherò di colmare la lacuna.

Tra gli aspetti più realistici del libro, lo sguardo che hai su Torino, la tua città. Una città che ha accolto più di altre molte fasi di immigrazione, dalla gente del Sud che veniva a lavorare alla Fiat negli anni del boom, negli anni ’60, alle ondate migratorie prima dei popoli dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino, a quelle dei paesi arabi, anche prima della Primavera Araba che ha portato in un certo senso a ciò che osserviamo oggi. La tua Torino multietnica, e coloratissima, ancora conserva un gusto sabaudo, nei suoi caffè del centro, nelle sue librerie, nei suoi musei. Come descriveresti la Torino di oggi a chi non l’ha mai visitata?

E’ difficile descrivere la propria città a un forestiero. Da un lato rischio di dare una visione deformata dall’amore che indubbiamente provo per Torino; dall’altro l’abitudine può anche giocare brutti scherzi e indurre a sottovalutare luoghi e ambienti che agli occhi di chi viene da fuori risultano più “magici” e interessanti di quanto non appaia a chi ci vive. Ne vengo fuori con un paragone letterario: Torino è come quei vecchi romanzi gialli che a prima vista non potrebbero competere con i best-seller super-pubblicizzati, ma poco a poco, leggendone le prime pagine, ti conquistano e ti attraggono perché capisci che la realtà non è mai quella che sembra e dietro l’apparenza c’è la sostanza.

Il finale è aperto, interrompi la storia prima di un quasi certo epilogo. Sono contemplati i miracoli nel mondo dell’avvocato Montrucchio?

E’ un finale aperto? Può darsi che qualcuno lo possa leggere così, ma in realtà quando ho scritto il romanzo ho pensato che il finale fosse abbastanza esplicito, anche se, come dici tu, la “macchina da presa” si spegne appena prima dell’ultima scena. Lasciamo al lettore un briciolo di immaginazione e libera interpretazione, nei libri – a maggior ragione nei noir – secondo me non si dovrebbe mai eccedere nei dettagli descrittivi.

Progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

I programmi ci sono e sono numerosi, sia con Torinoir che a livello individuale. Per abitudine io sto sempre scrivendo un libro, anche se poi le vicende della vita mi portano a volte a sospendere la stesura per dei mesi oppure a buttarne giù poche pagine ogni tanto. Al momento ti confesso che ho addirittura tre romanzi avviati, ma per un motivo o per l’altro li ho via via accantonati per seguire altri progetti. Un accantonamento temporaneo, spero.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni, a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2018
Lorenzo Mazzoni 2

Enrico Pandiani e Lorenzo Mazzoni

Ciao Lorenzo, grazie per aver accettato questa nuova intervista. È appena uscito La corale del petrolchimico (Koi Press), nono episodio della serie Malatesta, e sono contenta che la tua serie goda di tanta longevità. È molto apprezzata dai tuoi lettori, e ne acquista sempre di nuovi, magari incuriositi dal tuo protagonista, un poliziotto poco convenzionale e inquadrato negli schemi. Come è cresciuto il tuo personaggio durante tutti questi anni?

Grazie a voi per l’ospitalità. L’ispettore Malatesta sta crescendo con me, è sempre più vecchio. Non mi piacciono molto quei personaggi seriali che hanno sempre la stessa età romanzo dopo romanzo, mi sanno molto di trucchetti da mercante. Malatesta nel primo romanzo, Nero ferrarese, aveva tredici anni di meno e le sue problematiche erano quelle di un uomo più giovane. Ora ha cinquant’anni, è più pacificato, forse, meno arrabbiato. Almeno all’apparenza.

Parlaci della trama del tuo nuovo romanzo. Come ti è venuto in mente di mettere a un tavolo un regista di film a luci rosse, il suo guardia spalla, il figlio nullafacente di Malatesta e un gruppo di imprenditori cinesi molto italiani?

Ho iniziato a lavorare al romanzo durante il terremoto in Emilia del 2012. Era un modo per non farmi angosciare troppo dalle crepe sul soffitto di casa. Volevo trasmettere il disagio del post-sisma attraverso il punto di vista di un personaggio minore, Reinalter appunto, il figlio di Malatesta. L’ispettore ama la cucina cinese, poteva essere un buon collante, un contrasto con Reinalter che quella cucina la odia. Poi gli altri elementi sono venuti sa sé. Leggo e leggevo molto Elmore Leonard, credo che la sua influenza si possa notare soprattutto nei personaggi di Mariano, il regista hard, e del suo factotum, Robertino Di Nauta. La trama è semplice: in zona GAD, un’area a ridosso della stazione ferroviaria di Ferrara, compare Adolf Hitler, un nigeriano che prende il comando del mercato della droga costringendo Malatesta a mettersi in gioco. Da lì entrano in scena malavitosi serbi, spacciatori africani, naziskin nostrani e diversi personaggi borderline.

La mafia nigeriana sembra una delle mafie emergenti più aggressive. Come ti sei documentato su questo argomento?

Ho letto diversi articoli di giornale. Molto importante per la veridicità della situazione è stato un testo di Andrea Sparaciari: Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia. Ci tengo a dire che c’è un altro testo, che con la mafia non ha nulla a che fare, che è stato utile per scrivere il romanzo, si tratta de Fuori da Gaza (Il Sirente), di Selma Dabbagh (n.d.r. abbiamo intervistato l’autrice qui), magistralmente tradotto da Barbara Benini. Diverse parti dei capitoli centrali de La corale del petrolchimico provengono da quel libro, le ho trascritte, manipolandole liberamente, e cambiando il contesto geografico e gli attori coinvolti. Ne approfitto per ringraziare l’autrice, la traduttrice e l’editore.

Parlaci della tua Ferrara, multietnica e variopinta. Come sta cambiando la provincia italiana? Pensi ci sia più integrazione o razzismo?

Sui social più razzismo, nella realtà dei fatti magari non più integrazione ma una tollerabile convivenza. Il problema di un certo disagio interculturale in zona GAD a Ferrara io l’ho denunciato già in Nero ferrarese, e sono passati oltre dieci anni. Da allora la situazione è la stessa. Non è una brutta zona, ma le persone che vivono solo di sensazionalismo e Facebook hanno bisogno del mostro, degli ebrei che avvelenano i pozzi, come nel Medioevo, dell’Uomo Nero che rapisce i bambini. Bisognerebbe viverla, la vita, non farsela raccontare da un social network. L’unico modo per trasformare le cosiddette zone di disagio delle province è quello di investire sul territorio, non con processi di gentrificazione per ricchi, ma con biblioteche, librerie, eventi pubblici, concerti, mostre d’arte. Il mondo è pieno di esempi positivi.

Hai voluto nel tuo romanzo, pur con il tuo stile surreale, fare un’ analisi sociale e sociologica della realtà? In che misura è presente anche un punto di vista critico? Pensi che la recrudescenza dei vari fascismi, (più d’uno non ce lo dimentichiamo) sia connaturata alla crisi e povertà sociale culturale in atto?

Senza dubbio c’è una profonda crisi culturale, basta vedere su chi puntano i grossi editori. La letteratura dei morti viventi non aiuta a preservare questo Paese dal fascismo dei piccoli fans, ma concordo con le parole dello scrittore brasiliano J. P. Cuenca: “La letteratura muore un poco ogni volta che qualcuno alza la voce per difenderla su uno di quei palchi costruiti perché si creda ancora alla sua esistenza. Lasciarla morire mi sembra un’ottima idea per salvarla da se stessa”. Parlo naturalmente di una certa letteratura, che non arriva quasi mai dal basso, purtroppo.

Non faccio mai domande marcatamente politiche agli scrittori, ma data la situazione e le elezioni alle porte, pensi che cambierà davvero qualcosa, o troveranno il modo, chiunque vinca, tra accordi e accordicchi di mantenere il solito status quo? Cosa ti auguri che succeda?

Che ci invada il Liechtenstein, obbligandoci a giurare fedeltà eterna al principe Giovanni Adamo II. Purtroppo non succederà: il Liechtenstein dispone di tre soli carri armati e un manipolo di soldati vassalli. Dopo le elezioni ci sveglieremo e sarà tutto come prima. Chiunque vinca perseguirà politiche mediocri, dannose per il popolo, stupide, ignoranti. Non puoi pretendere che le mele cadano troppo lontano dall’albero.

La tua finestra privilegiata sul Fatto Quotidiano, come giornalista culturale, dà una visibilità a i tuoi scritti critici molto eterogenea. Ti leggono insomma non solo gli addetti ai lavori del mondo editoriale, ma chi è in attesa dell’autobus, chi fa colazione al mattino al bar, la casalinga tra la spesa e la preparazione del pranzo. La cultura non dovrebbe essere così, accessibile a tutti, non chiusa in nicchie e circoli d’elite? Perché hai scelto di tenere un blog su Il Fatto Quotidiano?

Perché me lo hanno proposto loro. Quando iniziai, grazie a Emiliano Liuzzi, seguivo gli Esteri: la Primavera Araba, i Balcani e per lungo tempo la Turchia, dove abitavo. Quando sono stato espulso da Istanbul come persona non gradita mi sono stabilito a Milano e ho iniziato a occuparmi di libri, soprattutto di editori indipendenti. La cosa ha funzionato, mi piace, e sono contento di essere una finestra per chi ha voglia di letture un po’ diverse da quelle sciorinate dalle classifiche da Hit Parade.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Pensi che la critica professionale, perlomeno quella istituzionale che scrive sui giornali, sugli inserti culturali, nelle riviste di settore, dia abbastanza visibilità ai tuoi romanzi? Se così non è, quali pensi ne siamo i motivi?

No, assolutamente non ho molta visibilità, ma io pubblico con gli indipendenti. La serie di Malatesta fino a oggi ha superato le centomila copie vendute grazie al passaparola e l’affetto dei lettori: hai mai visto articoli sulle principali testate nazionali a riguardo? Centomila copie sono un’esagerazione in Italia, anche per i volti noti, ma questi scrivono spesso storielle facili, sorridono alle telecamere, sanno quando postare massime emotivamente coinvolgenti per accaparrarsi le signorine da marito. A me non mi frega nulla di tutto questo. Scrivo romanzi corali, cerco di buttare giù quello che io vorrei leggere come lettore, e sono un lettore molto esigente e compulsivo, non mi freghi con commissari bellocci e due-tre slang dialettali, perciò non mi butto in quella direzione come autore e la critica professionale non mi fila di striscio.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più? Ti sei mai sentito emarginato, o hai notato di essere stato in qualche modo penalizzato dal tuo credo politico?

Non così gravi da sbatterci la testa contro il muro. Forse avrei dovuto credere di più al progetto Linea BN: avevamo la possibilità di diventare il primo vero editore indipendente di Ferrara. Eravamo partiti molto bene con testi come Porno Bloc e Dal comunismo al consumismo e stavamo avendo un certo risalto nazionale. Ma eravamo giovani e incoerenti e la casa editrice è naufragata in poco tempo. Riguardo al mio credo politico: è una scelta quella di non seguire il flusso, questo porta, a volte, all’emarginazione. Preferisco però stare bene con me stesso che svendermi. Credo molto nel mio lavoro. Non avrebbe senso fare quello che vogliono gli altri, spesso succede già nella vita di tutti i giorni. Se devo cercare compromessi anche nella letteratura tanto vale lasciar perdere.

Cosa stai leggendo al momento?

Il martirio di una nazione, di Robert Fisk.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

Di leggere tanto prima di scrivere, e di leggere tanto mentre scrivono. E di essere costanti e non seguire mai l’ispirazione ma l’intuizione, farla diventare metodo, strutturare la storia. Studiare, fare ricerca, non mandare il testo a nessuno finché non si è sicuri che la “casa letteraria” regga.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Diversi compadres: Enrico Remmert, Enrico Pandiani, Darien Levani e naturalmente Paco Ignacio Taibo II. Una storia di spionaggio, inseguimenti e vendette nel mondo frizzante di fine anni Settanta.

Progetti per il futuro, non solo letterari.

Vado avanti con i miei corsi di scrittura di Corsi Corsari a Milano e Ferrara e con i workshop di scrittura e fotografia all’estero con Mille Battute. Prossimamente andrò a Bucarest, poi a Lisbona e infine in Uzbekistan. Riguardo ai libri, mi è stato chiesto un contributo per un’antologia contro la violenza sulle donne e sto lavorando a un progetto molto ambizioso che richiama un po’ Quando le chitarre facevano l’amore e Il muggito di Sarajevo.

:: Un’intervista con Federico Castigliano a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2018

flânerieBenvenuto Federico su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Sei Professore dell’Università di Studi Internazionali di Pechino. La tua specialità è la storia letteraria e culturale di Parigi. Hai insegnato per molti anni in Francia e hai fatto parte dell’équipe di ricerca dell’Università di Paris-Sorbonne. Parlaci dei tuoi studi, dove hai studiato, che materie, che ricordi hai della tua vita da studente?

Cara Giulietta, è un vero piacere per me essere ospitato dal tuo blog. Per cominciare ti dico che il mio percorso è segnato da quel nomadismo che oggi caratterizza, per vocazione o per necessità, la vita di molti giovani italiani. Tutto è iniziato all’Università di Torino dove ho studiato Lettere moderne. Sono stati anni di studio appassionato e molto intenso. Di Torino ricordo soprattutto gli aperitivi in piazza Vittorio, i portici di via Po, l’austera eleganza dei suoi palazzi. La città mi ha trasmesso un sentimento di ordine e di vaga grandezza che in qualche modo è entrato a far parte di me. Ho completato la mia formazione a Parigi, dove mi sono trasferito per il Dottorato in Letterature comparate. Ho trascorso nove anni in Francia. In quel periodo ho letto forse di meno e mi sono lasciato trasportare dal clima spumeggiante della città. Ho frequentato persone che venivano da ogni parte del mondo, persone anche molto diverse da me. Ciò mi ha permesso di acquisire una mentalità più aperta e cosmopolita. Approfittando del fondo sterminato di libri e di documenti della Biblioteca Nazionale, mi sono specializzato nella storia letteraria di Parigi.

Ora insegni e per giunta in Cina, un paese ancora lontano e misterioso per noi italiani. Raccontaci qualcosa della tua vita in Cina, come ti hanno accolto, come ti sei ambientato, come i tuoi studenti si immaginino sia l’Italia, amano questo paese, la sua letteratura, le sue usanze?

Quando si arriva in Cina e non si parla cinese ci sono tante difficoltà pratiche da superare. Come leggere o scrivere il proprio indirizzo? Dove trovare il pane? Come comunicare con le persone visto che quasi nessuno in Cina parla lingue straniere? Sono stato obbligato a mettere in discussione il mio stile di vita e le mie certezze, ma questo sconvolgimento mi ha permesso di “ricostruirmi” in un modo più completo e complesso. Per il lavoro mi sono trovato subito bene. In parte per la disponibilità dei colleghi e degli studenti, in parte perché ho saputo adattarmi velocemente alla mentalità cinese. Diciamo che la vita per uno straniero a Pechino non è per niente facile, ma se ce la fai a resistere puoi approfittare del clima effervescente della città: ti nutri dell’energia che circola nell’aria e che ti spinge a “voler fare”.

Cosa consiglieresti ai ragazzi italiani che volessero seguire le tue orme. Studiare le lingue? Leggere libri nella lingua del paese dove si vuole andare a vivere? Imparare gli usi e costumi del posto?

Per intraprendere una carriera accademica o comunque tentare un percorso internazionale occorre in primo luogo saper rinunciare alle comodità di casa propria. Molti ragazzi italiani sanno parlare le lingue straniere. Ho però la sensazione che alcuni di loro, specialmente i giovanissimi, abbiamo una certa difficoltà a interpretare il mondo di oggi. Per vivere nel presente non è sufficiente saper usare Instagram, vedere un telefilm in inglese o scattare fotografie con il cellulare. La vera sfida, quella che i giovani dovrebbe intraprendere, consiste nel rivoluzionare se stessi e acquisire una visione del mondo più flessibile e nuova.

Come è la vita culturale a Pechino. Ci sono tante librerie, fiere del libro, incontri, presentazioni, case editrici?

Il fascino della Pechino di oggi risiede nel contrasto tra tradizione e modernità. Si può trovare chi fa un barbecue improvvisato ai piedi di un grattacielo. È una città dove confluiscono persone da ogni regione della Cina e si può dire in un certo senso che si tratta di una metropoli multi-etnica. La vita culturale è interessante perché a Pechino ci sono soprattutto tantissime università. È possibile assistere a conferenze, collaborare con ricercatori e partecipare a molte attività accademiche. Questa è una delle ragioni per cui amo Pechino. Per quanto riguarda le librerie, invece, devo dire che in città sono davvero pochissime: un po’ perché la gente lavora tanto e non ha tempo per leggere, un po’ perché i libri qui si comprano quasi esclusivamente on line e vengono consegnati a casa.

Quali sono i libri cosiddetti bestseller attualmente in Cina? Si pubblicano libri stranieri? Anche italiani?

Ci sono diversi libri italiani famosi in Cina, dal Decameron ai romanzi di Calvino e di Elena Ferrante. Purtroppo però nei paesi asiatici i libri in inglese prevalgono rispetto agli altri stranieri: e questo avviene non perché la letteratura anglo-americana sia migliore rispetto alla nostra – o a quella francese, portoghese, araba ecc… – ma solo perché tutti studiano l’inglese e la gente finisce per credere, erroneamente, che i libri in quella lingua abbiamo un’importanza maggiore. Ciò accade purtroppo anche in Italia. La missione di un professore di cultura italiana e francese in Cina consiste anche nel mostrare agli studenti che non si può appiattire la cultura europea o “occidentale” a quella americana.

Hai pubblicato da poco un libro dal titolo Flâneur. L’arte di vagabondare per Parigi. Questo lavoro, che si situa a metà strada tra il saggio e il racconto auto-biografico, è il frutto di anni di ricerche e di avventure a Parigi. Il libro giunge al seguito di diverse tue pubblicazioni universitarie e racconti sul tema della flânerie e del rapporto tra letteratura e storia urbana. Ce ne puoi parlare più approfonditamente?

Durante gli anni passati a Parigi ho scritto molte cose sulla flânerie: saggi accademici, ma anche racconti e narrazioni delle mie avventure urbane. Avevo tutto sul mio computer e, quando sono partito dalla Francia, ho pensato che fosse giunto il momento di dare un senso a quel lavoro. Ho pensato a un libro che fosse al contempo teorico e romanzesco, secondo il modello usato da Benjamin per il suo lavoro sui passages parigini. Ho quindi ideato una struttura che alterna capitoli narrativi (numeri dispari) e saggistici (numeri pari). Ho immaginato così che il lettore potesse muoversi liberamente nel mio libro, come un vero flâneur.

Come mai hai scelto l’autopubblicazione?

Per l’edizione italiana, così come per quella inglese e per quella francese che uscirà in primavera, ho provato la via dell’auto-pubblicazione. È stata un’avventura appassionante, ma di certo non un’improvvisazione, almeno nel mio caso. Sono arrivato a questa scelta dopo aver scritto una tesi di Dottorato e dopo aver pubblicato articoli e saggi su importanti riviste accademiche francesi, italiane e inglesi. Ma soprattutto mi sono avvalso dell’aiuto di eccellenti collaboratori: un ottimo editor e un designer per la produzione del libro in formato cartaceo ed e-book. Per le traduzioni mi sono rivolto a professori universitari conosciuti e di esperienza. Devo dire che la mia è stata una scelta vincente, sia per i tempi rapidi di pubblicazione, sia per le vendite che sono state davvero importanti e hanno superato ogni mia previsione. Auto-pubblicarsi significa prendere in mano il proprio destino e non attendere che siano altri a decidere per te quando, dove e come le tue parole e le tue idea verranno rese pubbliche. Tuttavia è un strada impegnativa e insidiosa, che consiglio solo agli autori che hanno già qualche esperienza editoriale e qualche soldo da investire.

La parola flâneur deriva dal verbo francese flâner che significa «gironzolare», «perdere il proprio tempo». Cosa distingue il flâner dal semplice turista?

Il flâneur è un personaggio storico, una delle figure tipiche della Parigi ottocentesca, ma può essere anche inteso, oggi, come il simbolo di un atteggiamento nuovo rispetto alla città. Il flâneur – e usando questo termine mi riferisco a un soggetto che può essere sia maschile che femminile ovviamente – abbandona il punto di vista ristretto del turista che ha imprigionato la città nei cliché della televisione, del sentito dire, dei giornali. Il flâneur si sottrae alla macchina del consumismo che tende a ridurci a passivi ricettori di uno spettacolo, ad automi. Il flâneur mantiene un atteggiamento ambiguo rispetto alla città: un certo distacco critico proprio del detective che analizza le facce e le andature dei passanti, e, al contempo, una volontà di immergersi nella folla fino a confondersi con essa.

Parigi la conosco, ci torno almeno due volte all’anno, ma per me la Cina è un grande amore, anche se non l’ho mai visitata. Ci descriveresti un itinerario tipo per chi volesse vederla per la prima volta?

Ci sono tante città interessanti in Cina. Alcune sono famose anche in Italia, come Canton, Shanghai o Xi’an, altre sono davvero molto belle ma misconosciute, come Xiamen, Qingdao o Tianjin. Se dovessi consigliare una sola città in Cina, per chi avesse davvero poco tempo, consiglierei però Pechino: per la sua centralità storica, politica e culturale e perché permette in un solo colpo di vedere il lato più moderno e quello tradizionale della Cina.

Il tuo sito internet, per chi fosse curioso è : federicocastigliano.com. Ricevi tanti messaggi dai lettori? Come possono contattarti e come interagisci con loro?

Si, ricevo diversi messaggi di lettori che mi contattano attraverso il mio sito o la mia pagina Facebook. Alcuni mi scrivono per farmi complimenti e ciò fa sempre piacere. I consigli e le critiche anche sono utilissimi. Il contatto con i lettori è indispensabile per migliorare e per dare un senso al proprio lavoro. La scrittura deve essere intesa come un processo piuttosto che un risultato imperfettibile. Cerco quindi di ascoltare i giudizi e i desideri di chi mi scrive, perché dal confronto con loro posso imparare molte cose.

Grazie Federico, è stato un vero piacere conversare con te, come ultima domanda ti chiedo, ringraziandoti della disponibilità, se hai in progetto altri libri, autopubblicati o meno?

Con la mia collega Sunshuang dell’Università di Studi Internazionali di Pechino stiamo lavorando alla versione cinese di Flâneur, che sarà pubblicata da una casa editrice di Pechino. Si tratta di un lavoro complesso, non solo sotto il profilo strettamente linguistico. Bisogna spiegare ai cinesi questo concetto di “vagare senza una meta” che, di primo acchito, potrebbe sembrare assurdo. Devo ammettere che tradurre un libro in diverse lingue straniere è un impegno molto duro, ma necessario vista l’aspirazione cosmopolita del mio progetto. Un libro mai tradotto, disponibile solo in italiano, mostra chiaramente la sua dimensione locale e in un certo senso “provinciale”. La traduzione è per così dire la “prova del nove di un testo”: ti costringe a confrontarti con altre mentalità, con altre persone (a partire dai traduttori). È una prova difficile nella quale gli orpelli, ma anche le trovate e le bellezze stilistiche di cui lo scrittore andava fiero, si sfaldano e sbiadiscono e rimane così solo il significato nudo del libro. Credo però che un testo ben costruito possa e debba resistere al “terremoto” della traduzione. A parte ciò, sto lavorando allo stesso tempo a un nuovo libro che rappresenta in un certo senso lo sviluppo o il seguito di Flâneur. Per il momento non posso dire di più. Però devo ammettere che questo secondo lavoro mi impegna ancora di più rispetto al primo. Forse è per tutti così: quando scrivi il libro di esordio lo fai quasi per gioco, ma una volta che hai ottenuto un certo successo e ti sei creato un pubblico che ti segue, allora non puoi più permetterti di sbagliare.

 

:: Un’ intervista con Elena Bibolotti

6 febbraio 2018

Conversazioni sentimentali in metropolitanaBenvenuta Elena su Liberi di scrivere. Sei già stata nostra ospite sul mio blog come intervistata nel 2016, allora per l’uscita di Pioggia dorata, quindi il tuo è più un bentornata. Cosa è successo in questi due anni? Noti dei cambiamenti nel mondo editoriale?

Intanto grazie, Giulia, per la preziosa opportunità e per le domande ancora una volta interessanti. Durante questi due anni ho continuato a scrivere, e poiché le mie ore più creative sono quelle pomeridiane serali è raro che possa muovermi dal paese sul lago dove vivo per spostarmi nella capitale, come dice Carola “è difficile passare in soli quaranta minuti dalla calma bucolica della stazione di Cesano all’inutile fretta della città”. Così, ecco, non mi occupo molto di quello che succede in Editoria, delle presentazioni, dei festival. Ciò che non è cambiato, piuttosto, è che tanti editori investono sempre meno sugli autori (non tutti, ovvio) pretendendo sempre di più, in nome di una visibilità che, tra l’altro, non offrono. Tanti altri cercano personaggi, storie da “una notte e via”.

Hai appena pubblicato per Castelvecchi Conversazioni sentimentali in metropolitana. Ce ne vuoi parlare? Quale è stato lo spunto, la suggestione da cui sei partita per scriverlo?

La cronaca, sicuramente, che ci mostra giovani arse vive e fatte a pezzi e che, in questa storia, abbiamo modo di conoscere prima che il dramma si consumi, quando la violenza sembra ancora parte di un gioco. Lara nasce dall’immagine un po’ sognata un po’ vera di ragazza bellissima ma inconsapevole del proprio fascino, ingenua e pura ma allo stesso tempo cinica, come diciamo a Roma: scafata, che vive tra le urla dei genitori da quando è nata, che è abituata a un certo tipo di relazione insana e non ci trova nulla di strano.

Come l’ha accolto la critica, come l’hanno accolto i lettori?

Senza nulla togliere ai valorosi blogger (te compresa) che mi sostengono con incoraggiante affetto a ogni uscita editoriale, ciò che più mi ha sorpreso è stata l’accoglienza dei lettori, e il fatto che molti di loro mi seguissero da anni senza però manifestarsi, per quella pudicizia cattolica che, nonostante i tempi moderni, ancora ci intrappola nel perbenismo di facciata: Justine 2.0 e Pioggia Dorata andavano forse letti di nascosto, lo dico con affetto, ovviamente.

L’erotismo presente nel libro è molto più sfumato rispetto ad altri tuoi libri, anche se è sempre presente. Come mai questa scelta? Volevi dare priorità ad altri temi, o è stata una scelta maturata nel tempo?

Avevo altre priorità, sì. Senza contare che Lara e Carola, ma anche i personaggi minori della storia, usano il sesso in modo opportunista, in definitiva soltanto per ottenere favori, ed è quindi una sensualità che non va svelata ai lettori, a mio avviso poco autentica rispetto a quella della Slave con il Master del mio primo romanzo o dei protagonisti dalle profonde turbe interiori di Pioggia Dorata. E poi mi piace esplorare altri generi. È stato da poco pubblicato su Crapula Club “Centrioli alla russa”, un mio racconto che parla di bulimia esistenziale e di Romain Gary, un autore che amo molto, e a breve, per un’altra raccolta, uscirà un mio racconto del terrore. Insomma, non si può restare intrappolati in un genere. Io, almeno, fondamentalmente volubile e inquieta. Almeno finché potrò mi divertirò a esplorare.

Carola e Lara, le due protagoniste, rispecchiano se vogliamo due tipi di donna piuttosto definiti: Carola è una giornalista, intellettualmente evoluta, una donna forte, scrive, sebbene con mille ostacoli e difficoltà, mentre Lara, una ragazza di Centocelle, quasi un personaggio pasoliniano, è più vittima delle circostanze. Come hai creato questi personaggi, come hai creato l’interazione tra loro?

Lara e Carola hanno una cosa in comune, ed è il sentimento, il sogno dell’amore, di qualcuno o qualcosa che eviti loro di scendere in battaglia. Hanno in comune il desiderio di tenersi occupate con l’amore anche quando non c’è. Ed è anche il mio desiderio, che infatti sul frontespizio cito Sylvia Plath, “A darmi il via fu l’amore”, e più avanti Philip Roth e il teatro di Sabbath, per spiegare quanto per Carola (e per me che ho molto in comune con lei), il sesso non sia l’orlo dell’esistenza ma la trama, che c’è anche quando non si vede.

La metropolitana di Roma diventa un luogo totemico, gente che si incontra e si sfiora senza un’occhiata, sconosciuti seduti fianco a fianco per il tempo di un tragitto. Precarietà, provvisorietà, fretta. Possono davvero iniziare amicizie, amori, complicità?

Anche in Justine 2.0 la Metropolitana di Roma e Stazione Termini erano presenti. Forse perché sono venuta a vivere qui giovanissima, per studiare all’Accademia di Arte Drammatica, e ho sostato a lungo nelle stazioni che perciò mi sono diventate familiari, o forse per l’eredità ligure di mio padre che diceva sempre che le regioni di frontiera hanno caro il viaggio, l’esplorazione, ma anche perché sono attratta dalla transitorietà dei rapporti umani, da certi incontri anche erotici consumati, o solo immaginati, in queste zone di passaggio, o di fuga. Termini è anche la casa dei senzatetto, degli spacciatori, delle persone al margine come gli scrittori, parlo di quelli che non trovano mai soddisfazione.

Parlando sempre dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?

In questo caso moltissimo. Volevo rendere il ritmo della metropolitana, la fretta, appunto, la transitorietà, e al contrario del passato ho usato il presente indicativo, frasi brevi, brevi digressioni e flash back, capitoli di cinque pagine al massimo che potessero essere letti dall’inizio alla fine anche durante un viaggio in Metro. I titoli dei capitoli, che sono alcune stazioni della Metropoiltana di Roma e nemmeno le più centrali, segnano la mappa della storia e dei sentimenti della protagonista, ogni luogo è un incontro, con Lara o con gli altri personaggi del racconto.

Mi piace molto il tuo tipo di scrittura, molto personale, sei una delle autrici più interessanti che ho letto. Pensi che la scrittura femminile in Italia sia giustamente valorizzata? Come scrittrice ti sei mai sentita vittima di sessismo?

Intanto, grazie di cuore, Giulia. Ma no, vittima non direi, anche perché finora non sono entrata in contatto con i Big dell’editoria. Credo, piuttosto, che questo mondo sia occupato sempre più frequentemente, per fortuna non sempre, da persone che con la letteratura hanno poco a che vedere, addetti ai lavori che scambiano sinossi per quarte di copertina, editor e Agenti che non per demerito, ma per età e mancanza esperienza, si permettono di trattare tutti come esordienti, quasi fossero investiti da un ruolo divino, quando l’unico merito che hanno è quello di aver frequentato una scuola di scrittura creativa che costa tantissimo. Ecco, ti garantisco che, avere a che fare con persone inesperte che valutano un autore solo in base alle mode letterarie e non al proprio fiuto, è frustrante quanto doversi concedere a un regista. Forse di più, perché nel secondo caso una possibilità di riuscita ce l’hai.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

Sul comodino ho Fantasmagonia, il quarto consecutivo di Michele Mari. Lo splendido Tutto il ferro della torre Eiffel, sempre suo, con la deprimente carrellata di scrittori morti pazzi o suicidi, mi ha ricondotta a un pensiero positivo sulla scrittura: si scrive per divertirsi, intanto. Il prossimo sarà Buzzati, i racconti, già letto integralmente quand’ero ragazza e che Mari mi ha ispirato a rileggere. Non sono una lettrice onnivora né modaiola, quando scopro un autore devo leggerlo tutto e con calma. Mi è successo con la Morante, con Gary, Hemingway, Calvino, Gombrowicz, de Sade, Celine eccetera. Quando mi sento orfana di storie torno sempre ai grandi classici.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Attraverso la pratica spirituale che frequento abitualmente da trent’anni, intanto, e poi non piegandomi a firmare contratti iniqui e non cedendo alle mediazioni, al gusto degli altri, ai temi e alla scrittura ammiccante.

Provieni dal teatro, quale l’opera teatrale che hai amato di più?

Sicuramente il teatro Mittleuropeo, il monologo interiore e rivoluzionario di Signorina Else, o Girotondo, sempre di Schnitzler, che hanno a che fare con un’altra materia che amo, cioè la psicanalisi, e che ha lasciato qualche traccia anche in Conversazioni Sentimentali, sia nel personaggio di Franco, l’amante di Carola sia nell’elaborazione dei rapporti di potere che non hanno appartenenza di genere, ma sono microrelazioni di forza, naturali e umane, anche inconsapevoli, talvolta scandalose.

Quali sono i tuoi scrittori stranieri preferiti?

Ian McEwan, Romain Gary, Javier Marias. Tra i moderni. E non sono nemmeno tutti. Sì, la lista sarebbe ben più lunga.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Credo siano indispensabili una buona dose di memoria storica, curiosità, fantasia, empatia e umanità.

Ti piace la letteratura russa?

Avendo lavorato in teatro non ho potuto prescindere dallo studio dei grandi padri russi. Ho anche lavorato con dei Maestri russi durante l’ultimo anno alla Silvio d’Amico e trascorso alcune settimane a Mosca. Sul comodino ho un manualetto preziosissimo di Anton Cechov, grande Maestro nella scritura di racconti, Né per fama, né per denaro, una lettura che consiglio a tutti gli scrittori alla ricerca del successo. Del successo, eh, non della celebrità.

Hai un agente letterario? Per te è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

Pur cercando disperatamente e da anni un Agente o un Editor Agente (anche pagando) non ho mai avuto questa “grazia sublime”, sebbene abbia un desiderio immenso di lavorare con qualcuno che sappia incanalare le mie energie, e magari aiutarmi a sistemare l’enorme quantità di materiale che nelle mie cinque ore di scrittura quotidiana si è accumulato. In Luiss, quando ero assistente di Roberto Cotroneo, ho vuto la fortuna di conoscere e lavorare con Agenti del calibro di Santachiara, ma quello è un altro pianeta, un sogno, un colpo di culo (lasciami passare il termine). Insomma no, ancora nessun colpo di fortuna.

Con i tuoi romanzi vuoi intrattenere i tuoi lettori o vuoi mandare un messaggio più profondo ai suoi lettori?

Per me non c’è una letteratura di intrattenimento. Esiste la Letteratura che mi dà da pensare, divertirmi, sognare, e poi una grande quantità di storie inutili. Racconto le mie esperienze, ciò che vedo e non mi piace e che nella realtà del racconto posso anche cambiare. Ho sicuramente un pensiero ben definito, dovuto all’esperienza, alle letture, all’interesse per la politica e alla enorme quantità di ore che trascorro in solitudine a pensare, e credo che, volontariamente o involontariamente, tutto questo finisca per far parte delle storie che racconto.

In Italia la gente non legge. Questo dicono le statistiche, le librerie che chiudono, il livello piuttosto basso di comprensione di un testo di significative percentuali di italiani. Da cosa pensi sia dovuto? E’ un problema interno dell’editoria tutta? O è legato più pragmaticamente alla crisi economica in atto?

A questo proposito mi piace citare Bianciardi, autore tra gli altri de “La vita agra”, e che ne “Il lavoro culturale”, era il 1957, lamentava la stessa situazione: librerie che chiudono, troppi scrittori e pochi lettori. Sicuramente i Social tolgono tempo alla lettura. Quando chiudo gli account, io che mi ritengo una buona lettrice, riesco a leggere il triplo. Ci sono poi le grandi catene di negozi, i supermercati del libro, la distribuzione in mano ai colossi che impedisce l’arrivo in libreria di romanzi diversi, magari più belli di quelli proposti dai Cartelli editoriali, magari no, chissà. Ma penso che l’errore sia anche nel tentativo di voler replicare certi successi, di mettere il libro in competizione con le serie TV, di confondere i generi, i mezzi, alla ricerca del “botto”e non della qualità. Credo che la gente sappia riconoscere le belle cose. Credo ci sia spazio per tutti.

Grazie Elena del tuo tempo e della tua disponibilità, nel ringraziarti ecco la mia ultima domanda. Mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Tra pochi mesi pubblicherò, stavolta senza editore e per scelta, una raccolta di racconti che si svolgono a Roma negli anni ’50, ritratti di uomini e donne che, nel segreto della propria esistenza e con il pudore tipico dell’epoca, coltivano con cura, ma anche con semplicità, certe scandalose manie. Come già detto, al momento non ho un porto sicuro dove ormeggiare, sono i lettori che mi indicano la direzione e che mi chiedono altre storie, e saranno loro a scrivere qualcosa sulla quarta di Proibito ‘50. Nell’attesa che scenda su di me la grazia sublime dell’Editor o dell’Agente, mi diverto.
Grazie infinite, Giulia, e complimenti per il Blog e la tua attività social.

:: Un’intervista con Selma Dabbagh a cura di Giulietta Iannone

29 gennaio 2018

Selma-DabbaghBenvenuta Selma e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Narratrice, attivista, avvocato. Chi è Selma Dabbagh? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a Giulietta e Liberi di Scrivere per l’intervista. Inizi con una grossa domanda, qui. Non ho alcun desiderio di entrare in una sorta di auto-contemplazione psicoanalitica su chi io sia, che potrebbe confondermi più di quanto non confonda i tuoi lettori, ma potrei iniziare dicendo che sono essenzialmente una scrittrice di fiction. Sono un avvocato qualificato (procuratore legale) per formazione e ho lavorato su casi che sono collegati con la Palestina, ma ho smesso di lavorare come avvocato più di un anno fa, ormai, per concentrarmi sulla scrittura. Scrivo racconti e romanzi. Al momento sto anche lavorando a un progetto cinematografico e occasionalmente scrivo pezzi di non-fiction come recensioni di arte, film e cultura palestinese per Electronic Intifada. Il mio lavoro mi fa sembrare spesso un’attivista, ma io non mi definisco attivista. L’attivismo richiede un insieme di abilità specifiche e sebbene io abbia ammirazione per gli attivisti, il mio ruolo di scrittore di narrativa letteraria è forse più sottile. Il mio obiettivo è far sì che le persone si connettano emotivamente creando mondi fittizi in un modo che consenta loro di apprendere su se stessi tanto quanto apprendono su cause o conflitti che potrebbero non essere necessariamente familiari. In termini di mie debolezze, direi che non scrivo ancora così come vorrei scrivere. Mi sento frustrata a volte dai limiti della mia immaginazione e dalla ripetizione della mia stessa voce e ci sono molti scrittori che vorrei essere, ma ogni sforzo creativo è spesso collegato a sapere quali sono i tuoi limiti e concentrarti sui tuoi punti di forza. In termini di punti di forza, direi che posso distillare le complesse situazioni politiche che fanno da sfondo ai miei romanzi e trascinare i lettori attraverso di esse raccontando una buona storia in un modo leggero, spesso umoristico. Non fornisco tutte le risposte, ma posso porre alcune domande decenti.

Raccontaci qualcosa di te, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta dappertutto. Gran parte della mia infanzia l’ho trascorsa in climi desertici (Kuwait, Arabia Saudita) dove ci si trova in casa per la maggior parte del tempo. In estate tornavamo in Inghilterra, da dove viene mia madre. Da bambina mi piacevano i treni, collezionare francobolli, fossili e fiori selvatici che ora sembrano tutti assurdamente leziosi. Da adolescente, era ancora pre-internet, quando ero adolescente in Kuwait ed ero completamente esclusa da gran parte della cultura popolare con la quale i miei contemporanei a Londra hanno familiarità, ma quell’isolamento mi ha fatto leggere molto. Mi sono ammalata gravemente di epatite all’età di 15 anni dopo un viaggio dal Kuwait a Minsk nell’ex Unione Sovietica con un corpo di ballo classico, e sono stata confinata a letto per due mesi. Dopo di ciò non ho potuto smettere di leggere. Era un’ossessione. Ho letto molto Turgenev e Zola. Ho lavorato a maglia e ho sognato di defezionare in Russia. Quando mi rimisi, andai di nuovo alle feste, ma a quel punto la polizia continuava a fare irruzioni eperquisizioni ed erano piuttosto tristi. La mia scuola in Kuwait era una scuola inglese, con studenti di 120 nazionalità diverse. Penso di essere uscita dal deserto con una prospettiva molto più internazionale di molte persone cresciute in centri cosmopoliti più noti.

Cosa significa il tuo nome?

La maggior parte delle parole arabe hanno tre consonanti che formano la loro radice. Il mio nome ha la stessa radice S-L-M di “Salam” che significa pace. Selma significa un luogo di rifugio, di sicurezza. Il mio cognome Al-Dabbagh significa conciatori (pellettieri). È una professione. Diversi secoli fa i miei antenati palestinesi vennero da Fez in Marocco (dopo essersi trasferiti dalla Spagna) e andarono in Palestina in pellegrinaggio, stabilendosi a Giaffa, dove rimasero fino al 1948 quando furono espulsi con la forza dalle forze sioniste.

Quando hai capito per la prima volta di voler essere una scrittrice?

Quando avevo otto anni. Ho scritto a una casa editrice e ho detto loro che un giorno mi avrebbero pubblicato in futuro. Non è ancora successo con quella casa editrice, che sta ancora andando forte, ma non è escluso che possa accadere un giorno.

Out of It, (Fuori da Gaza, Edizioni Il Sirente, trad. Barbara Benini) il tuo romanzo, è un lavoro immaginario che riflette comunque la vita di tutti i giorni in Palestina e poi in Inghilterra, specialmente dal punto di vista delle giovani generazioni palestinesi. La finzione aiuta a concentrarsi meglio sulla realtà?

Mi piace il modo in cui hai formulato questa domanda. Credo che la finzione possa portarci a una maggiore comprensione di noi stessi, aumentando le nostre intuizioni nelle percezioni delle altre persone facendoci vivere attraverso la visione dei nostri personaggi, divenendo più auto-coscenti di noi stessi ed empatici degli altri. Le nostre realtà diventano più profonde e multi-dimensionali. Con Out of It e la mia scrittura, direi sicuramente che non spiega tutto, ma che fornisce una introduzione ad una situazione che molti potrebbero percepire come complessa o estranea. Coinvolgendo emotivamente i lettori è possibile vedere le situazioni da una varietà di angolazioni.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Amo quasi tutto della scrittura. Se dipendesse da me, sarebbe l’unico lavoro che vorrei fare. Direi che i dubbi su me stessa sono stati la cosa più difficile da superare con il mio primo libro.

La questione palestinese è una una questione di diritto internazionale, politica, sociale molto complessa da risolvere. Pensi che sia possibile una soluzione pacifica? Le giovani generazioni israeliane e palestinesi credono che esista una possibilità per una soluzione pacifica reale? Cosa rallenta questa soluzione pacifica? Secondo te.

(Risponderò a queste due domande insieme)

Quasi tutto è possibile se lo desideri abbastanza. La maggior parte dei palestinesi non vuole altro che crescere la propria famiglia in pace, ma la loro situazione è stata deliberatamente resa insopportabile. Nel 2015 i rapporti delle Nazioni Unite hanno avvertito che entro il 2020 Gaza potrebbe essere “inabitabile” a causa del blocco illegale israeliano e degli attacchi militari alle persone e alle loro infrastrutture.
Sono sicura che molti giovani israeliani apprezzerebbero anche la pace per le generazioni future, ma non sono convinta che il loro governo lo condivida. La loro economia è strettamente legata agli sviluppi militari, come la tecnologia dei droni, e vi è un interesse nazionale ad essere in uno stato di guerra costante. Gli israeliani avrebbero bisogno di subire una rivoluzione in prospettiva per frenare l’attuale razzismo e la belligeranza che il loro governo incoraggia.
I palestinesi, da parte loro, avrebbero bisogno di assicurarsi una migliore leadership e mobilitazione. È deprimente come molte iniziative sui processi di pace sembrino essere diventate parte di un settore che siauto-alimenta bruciando milioni di dollari e cambiando molto poco. Entro il 2014, Israele ha distrutto quasi 50 milioni di dollari di progetti finanziati dall’UE in Palestina, ma pochi governi europei presnderebbero inc onsiderazione anche solo l’idea di rispondere imponendo sanzioni ad Israele. È molto importante continuare a fare pressione sui governi per garantire la responsabilità e l’applicazione del diritto internazionale.

La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, che cosa porterà per voi?

Tutto ciò che il presidente Donald Trump fa o dice mi fa rabbrividire. È molto difficile non avere una reazione puramente istintiva di disgusto. È provocatorio e spericolato all’estremo. Come gran parte del mondo liberale e di sinistra, sono non poco sbalordita dal fenomeno Donald Trump, ma deve essere trattato come un campanello d’allarme piuttosto che un motivo per rinunciare, per quanto allettante possa essere.
È necessario insistere su standard internazionali. Gerusalemme est fu annessa illegalmente da Israele durante la guerra del 1967. Ha una popolazione palestinese significativa che subisce ancora una pulizia ertnica dalla città sulla base delle origini etniche e della nazionalità. I territori occupati vengono requisiti e le case demolite contrariamente alle disposizioni della IV Convenzione di Ginevra. Il governo israeliano ha ricevuto ilvia libera per continuare con queste politiche razziste dalle azioni di Trump. L’effetto di queste azioni sulla credibilità degli Stati Uniti come “mediatore onesto” nei negoziati di pace in Medio Oriente è ovvio.
Va ricordato che Gerusalemme non è importante solo per i palestinesi, ma anche per tutti i musulmani (e cristiani) a livello globale. È il secondo luogo di pellegrinaggio più importante dopo la Mecca. Le ramificazioni della decisione illegale e irresponsabile di Trump sono enormi. In un momento in cui le Nazioni Unite sono più che mai necessarie, è spregevole che gli Stati Uniti abbiano appena tagliato 285 milioni di dollari in fondi dal bilancio delle Nazioni Unite perché non hanno ottenuto il sostegno che voleva per il voto di Gerusalemme.

Nel tuo romanzo i lettori sentono che i personaggi esprimono un grande bisogno di normalità. Aspirano ad essere persone normali alle prese con le cose di tutti i giorni: con lo studio, il lavoro, l’amore, anche se la storia sembra averli appesantiti con pesi difficilmente sostenibili. Senti anche questo bisogno di normalità nelle nuove generazioni?

La maggior parte delle persone in tutto il mondo, non importa da dove vengono, vogliono dalla vita solo l’essenziale. Lo psicologo americano Abraham Maslow ha definito una gerarchia di bisogni, partendo dai bisogni fisiologici di base (cibo, acqua, calore, riposo) e passando alle questioni di sicurezza prima di passare ai bisogni psicologici per gli altri e alla propria autostima. Questi due livelli inferiori possono apparire così elementari nei paesi ricchi in pace, che desiderarli può sembrare pedestre. Il desiderio di questi aspetti della normalità diventa molto più intenso quando vengono costantemente negati in modi diversi; dove la disoccupazione è alta e la scarsità di cibo è reale, non puoi spostarti da una città all’altra a causa di posti di blocco e muri “di sicurezza”, vai a dormire la notte senza sapere se la tua casa sarà demolita al mattino, tu non puoi completare la tua educazione perché la tua università viene costantemente chiusa, o bombardata, i tuoi genitori non possono ricevere cure mediche perché non è permesso attraversare il confine, o non puoi ottenere un permesso per andare nella città dove c’è l’ospedale, i droni guardano ogni tua mossa, i bombardamenti aerei sono frequenti, dove l’acqua è contaminata, la tua fornitura di elettricità poco frequente, i tuoi amici vengono reclutati per combattere, la scuola o l’ospedale dei tuoi figli potrebbero essere attaccati. In queste circostanze, per la maggior parte delle persone, l’idea di un lavoro sicuro a casa e in famiglia è quasi il paradiso al quale puoi sognare di aspirare.

Quanto è durato il processo di scrittura di Out of it?

Le prime note che ho trovato sull’idea dell romanzo risalgono all’incirca al 2002. Poi ho smesso per molto tempo prima di iniziare a scrivere. La maggior parte è stata scritta nel 2007, ma non è stata pubblicata fino al 2011. È stato un lungo viaggio.

Usi mai qualcuna delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Sì, ma non nella loro interezza. Le traspongo spesso su altri personaggi o le distorco in qualche modo. Inoltre, come in ogni forma di creazione artistica, puoi spesso cercare di rappresentare un’emozione o una scena esatta, ma in realtà produrre un’impressione distorta di essa, in un modo che produce una verità diversa.

Come immagini il tuo futuro adesso?

Come si immaginano il loro futuro le persone? Sto cercando di non sentirmi disperata per l’atmosfera politica assolutamente negativa. A parte la politica palestinese, a Londra c’è un senso di sconforto e disperazione, da dopo il referendum sulla Brexit, che è palpabile; i londinesi hanno votato in modo schiacciante per rimanere nell’UE. A livello personale, i miei figli crescono velocemente e la situazione a casa cambia di anno in anno in modo significativo. Spero di continuare a essere in grado di scrivere, di trovare pubblico, di godere di quello che faccio, ma chissà cosa porterà il futuro. Forse sarò pubblicata da quella casa editrice alla quale ho scritto quando avevo otto anni…

Grazie per la tua gentilezza e disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri? C’è un nuovo romanzo in lavorazione?

Sì. È completamente diverso e quasi finito. Mi è appena stato commissionato di scrivere un breve racconto futuristico ambientato in Palestina / Israele nel 2048 a cui sto lavorando, insieme a un grande progetto cinematografico, di cui sono entusiasta. Amo il cinema come medium, lavorare in una squadra e il processo di scrivere una sceneggiatura.

[Ringraziamo per la traduzione Davide Mana]

:: Un’ intervista con Laura Costantini

22 gennaio 2018

Il ragazzo ombraBenvenuta Laura e innanzitutto congratulazioni per aver vinto l’edizione 2018 del Liberi di scrivere Award con Il ragazzo ombra. Diario vittoriano Vol. 1 goWare Edizioni e per il tuo lavoro. Sei già stata ospite sul mio blog come intervistata nel 2010, allora in compagnia di Loredana Falcone, la tua metà letteraria per molti anni prima che decidessi di intraprendere un percorso narrativo anche autonomo. Ma partiamo dall’ inizio, sei una giornalista televisiva, conduci telegiornali, sei abituata alle luci dei riflettori, ai tempi del video, quanto ti ha aiutato tutto ciò nella tua seconda veste di scrittrice narrativa?

“Di sicuro mi aiuta durante le presentazioni. Non a caso la mia socia, Loredana Falcone, viene definita la metà oscura del duo. Sono io a metterci la faccia, sui social e nelle occasioni pubbliche. Per il resto direi che devo dare una delusione a quanti pensano che essere giornalista televisiva porti, ipso facto, a ottenere attenzione dalle case editrici e successo con i lettori. Non è così.”

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?

“Lo so. Lo dicono tutti. Ma è nato insieme alla capacità di leggere e scrivere. A otto anni scrivevo favole che illustravo io stessa. L’idea alla base della serie Diario vittoriano parte da molto lontano. L’originale, incompiuto, data 1978. Leggere ha dato la stura alla voglia di raccontare. E alla capacità di farlo con un discreto utilizzo delle tecniche. Che ho appreso leggendo, spesso senza rendermene conto.”

Parlando dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?

“Amo la libertà di ambientare le storie nei luoghi altri. Ho scritto, insieme a Loredana Falcone, romanzi contemporanei e ambientati a Roma dove entrambe siamo nate e cresciute. Ma la mia fantasia, e la nostra anche, si accende più facilmente se l’ambientazione è lontana, nel tempo e nello spazio. Ovvio che questo comporta un lavoro di documentazione accurato, sia a livello storico che geografico. Non sono d’accordo con la regola ‘scrivi di ciò che conosci’. Se fosse stata sempre rispettata, non avremmo avuto Emilio Salgari, Jules Verne, la fantascienza, Tolkien. Detto questo, i luoghi forniscono il la alla storia e alla sua evoluzione. Sono un marchio indelebile sui personaggi, sui costumi, sui dialoghi, sul ritmo. Immaginiamo di prendere un romanzo ambientato nel Medioevo e di trasporlo in epoca contemporanea. Gli spostamenti, il modo di parlare, di muoversi, di comunicare, nulla avrebbe più senso. Oppure prendiamo un romanzo ambientato in Scozia, oggi, e trasportiamolo in Sicilia, oggi. Mancherebbero le coordinate di usi e costumi cui i personaggi si sono adeguati. Il mondo non è uniformato e non lo sarà mai. E i pensieri di un personaggio in piedi sulla sponda del Loch Ness in autunno non saranno mai gli stessi di un personaggio affacciato sul mare di Taormina, pur nella stessa stagione.”

La scelta degli aggettivi è fondamentale per personalizzare e arricchire un periodo, una frase. Anche se ci sono scrittori come Simenon che fanno un uso molto parsimonioso e limitato degli aggettivi. Tu lavori molto su questa parte della scrittura o sei più spontanea e guidata dall’ inconscio?

“Non è professionale dirlo, ma vado a orecchio. Adoro gli aggettivi. Credo di non abusarne, ma li ritengo fondamentali per dare sapore alla storia. La mia fortuna, o almeno io la ritengo tale, è di aver frequentato fin da bambina un linguaggio piuttosto alto, desueto, di certo non banale. Mio padre era un melomane accanito. Io conoscevo, e in parte conosco ancora, a memoria i libretti delle principali opere liriche di Verdi, Donizetti, Puccini, Leoncavallo. Quindi mi viene spontaneo pescare parole e aggettivi piuttosto inusuali. Ovvio che poi subentra il lavoro di revisione. E l’occhio esperto degli editor di goWare, che sono fantastici.”

Riguardo alla stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

“Mi piacciono i dialoghi. Mi piace caratterizzare al meglio i personaggi. E mi piace fornire suggestioni al lettore per l’ambiente in cui la storia si svolge. Scrivo senza soluzione di continuità, in prima stesura, e vado dove mi porta la tastiera. Non saprei fare come molti scrittori che, magari, scrivono prima la fine e per ultimo l’incipit. Le mie storie si srotolano come una pellicola girata in presa diretta. Senza tagli.”

Parliamo di Il ragazzo ombra. Diario vittoriano Vol. 1. Leggevo che tutto iniziò con Sandokan, quello televisivo di Sergio Sollima e Kabir Bedi. Quanto ha inciso il mondo televisivo nel tuo immaginario narrativo?

“Abbastanza. Siamo tutti debitori di suggestioni televisive e cinematografiche. Ma il mio immaginario narrativo è più derivato dai libri che dalle immagini. E più dalla narrativa anglosassone e americana che da quella italiana. I primi romanzi da grande che ho letto sono stati quelli della serie Tarzan delle Scimmie di Edgar Rice Burroghs. Avevo nove anni. L’avventura, il mistero, le ambientazioni esotiche, l’eroe, l’esplorazione di territori sconosciuti. Salgari è venuto dopo.”

Avventura, amicizia, amore, come hai amalgamato i temi principali del tuo romanzo?

“Dirò una cosa che mi farà odiare da molti colleghi amanti della scrittura, ma questi temi non li ho amalgamati io. Io ho prestato la voce a due anime che da quattro decenni chiedevano di essere ascoltate. Robert e Kiran hanno guidato me, non io loro.”

Come hai affrontato le tematiche lgbt? Come hanno accolto i tuoi lettori storici, che ti seguono ormai da tanti anni, questa evoluzione?

“Ho voluto raccontare un amore diverso in un’epoca in cui significava, vergogna, stigma sociale, perdita del proprio ruolo. Ho voluto farlo, forse dovuto, proprio perché Robert e Kiran me lo chiedevano. Non mi sono posta il problema dell’accoglienza. Non mentre scrivevo. Quando poi goWare ha accettato il progetto, allora un po’ di timore l’ho avuto. Ho avuto paura che i nostri lettori, miei e di Loredana, restassero delusi, che pensassero volessi cavalcare una moda, quella dei male to male, che adesso va per la maggiore. Soprattutto credevo che i lettori uomini avrebbero storto il naso. Mi sbagliavo. L’accoglienza è stata eccezionale. Ancora non ci credo, se devo dirla tutta.”

La stesura del romanzo, che diventerà una serie, ha implicato un grande lavoro di scavo, di documentazione. Che libri hai letto, che tipi di ricerche hai fatto? Internet ti ha aiutato per scoprire gli usi, i costumi, le abitudini dell’epoca vittoriana?

“In parte, sull’epoca vittoriana, ero già preparata. Ma ho letto brani di saggi pescati grazie a Google, ho visionato migliaia di fotografie d’epoca dei luoghi, mi sono documentata sul processo subito da Oscar Wilde, sull’evoluzione delle pene per sodomia, sui bordelli londinesi, sui piroscafi, sulla medicina dell’epoca, sugli strumenti che un medico poteva utilizzare. Poi, certo, sugli usi riguardanti il lutto, i fidanzamenti, i matrimoni, i figli. Gli abiti, i cappelli. Il frasario, anche. Perché non c’è niente di peggio, per me, di ascoltare un personaggio di un’epoca lontana parlare come una persona di oggi.”

Ho notato un grande apprezzamento, autentico, spontaneo da parte dei tuoi lettori. Come hai coltivato questo legame privilegiato? Ricevi molte lettere, mail, messaggi da parte dei tuoi lettori?

“Sì. Ed è la cosa più bella del mondo. Mi scrivono su messenger, su whatsapp, mi mandano e-mail e dicono cose bellissime che stento a credere siano rivolte a me. Se, alla fine, della mia narrativa si perderà ogni traccia, io avrò comunque avuto la prova di aver saputo suscitare emozioni. E credo che il mio compito di cantastorie sia questo e nessun altro.”

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

“Leggo più libri insieme. Al momento ho in lettura un horror molto efficace, Versus di Lucia Guglielminetti – Dark Zone, l’antologia regency Natale a Pemberley curata da Antonia Romagnoli, lo splendido saggio di Galatea Vaglio L’italiano è bello e Lettera a un bambino che vivrà fino a cento anni di Edoardo Boncinelli che ho avuto la fortuna di intervistare.”

Quanto la musica incide sui tuoi testi? Se dovessi formulare una colonna sonora per Il ragazzo ombra, quali musiche sceglieresti?

“Ho una lunga playlist di cui fornirò qualche esempio: Breathe di Midge Ure, Viva la vida dei Coldplay, Lost on you di LP, Take me to church di Hozier, Hold back the river di James Bay, Last party di Mika, alcuni brani della Tosca di Puccini, l’Inverno di Vivaldi e mi fermo qui.”

Tornerai a scrivere in coppia con Loredana? Avete dei progetti in proposito?

“Fermi tutti! Non ho mai smesso di scrivere insieme a Loredana Falcone e attualmente stiamo lavorando alla revisione di un romanzo di fantascienza, anche grazie allo sprone fornito dall’aver partecipato all’antologia Oltre – storie dal futuro curata da Lorenzo Sartori per Sad Dog Project, e alla stesura di una nuova avventura per i protagonisti de Il puzzle di Dio, il romanzo che vinse il contest di Liberi di Scrivere nel 2015.”

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

“Evitando accuratamente di scalare le classifiche. Non voglio fare la snob, il successo piace a tutti. Ma non potrei mai trasformare la mia scrittura in una catena di montaggio. Suonerà strano per una che sta pubblicando una serie, ma odio la serialità. Non amo gli steccati, mi piace mettermi alla prova con generi sempre diversi e questo, nell’attuale mondo letterario, è un difetto imperdonabile.”

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando alla continuazione della serie? A che punto sei?

“Okay, vi svelo un segreto. Il Diario vittoriano io l’ho scritto, tutto, in quattordici mesi. Più di un milione di battute. E sono stata io a proporre a goWare di dividerlo in volumi. Saranno quattro, alla fine, ma l’attesa non sarà lunga. Il secondo è uscito il 15 dicembre scorso. Entro il 2018 saranno tutti disponibili in ebook e cartaceo con le splendide copertine delle mie amiche Dany&Dany, fumettiste strepitose.”

Concludo con un grazie dal profondo del cuore a chi, a mia insaputa, ha inserito Il ragazzo ombra nel contest di Liberi di Scrivere. E a Giulietta per le domande interessanti e precise.

:: Un’ intervista con Lucia Patrizi

19 gennaio 2018

nightbird-coverBenvenuta Lucia su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Sono felice di poterti presentare ai lettori di Liberi, anche se è possibile che conoscano già il tuo blog di cinema e la tua capacità di fare magie con le parole. Allora sarà un’ intervista classica, spero il più completa possibile. Iniziamo con la prima domanda di rito: a ruota libera, parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Prima di tutto, grazie per la possibilità di questa chiacchierata, a te ai lettori del blog. Non ho moltissimo da dire su di me e, anzi, mi imbarazza anche un po’ raccontarmi, ma ci posso provare: di lavoro faccio l’assistente al montaggio, che è un mestiere molto complicato da spiegare ed è attinente alla post-produzione cinematografica; sono una ciclista urbana a Roma, il che sta a significare che non ho un grande interesse a vivere a lungo, ipotesi suffragata anche dal fatto che vado spesso sott’acqua. Per il resto, divoro film dell’orrore dalla mattina alla sera e cerco di comunicare agli altri questa mia passione enorme per il macabro con il blog. Credo sia tutto.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Ho ricordi abbastanza vaghi, da questo punto di vista. So che leggere mi ha sempre divertita molto e che scrivere è diventata una conseguenza naturale, per capire se poteva essere altrettanto divertente o anche di più. Se sono qui, è perché è stato davvero tanto divertente!

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

Ho prima pubblicato da indipendente due romanzi, My Little Moray Eel e Il Posto delle Onde. Poi, un bel giorno di circa due anni e mezzo fa, Samuel Marolla di Acheron Books mi contatta privatamente su Facebook e mi chiede se ho voglia di scrivere qualcosa per la casa editrice, all’epoca molto giovane.
Ho risposto immediatamente sì, saltellando felice per tutta casa, perché stimo davvero Samuel e sono per prima cosa una sua lettrice, e perché la Acheron ha una gran bella scuderia di autori.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Questa non è una domanda facile: io non ho scrittori preferiti, o meglio, ce li ho, ma variano a seconda dei periodi della mia vita, nonché a seconda di quello che sto scrivendo in quel determinato periodo. Credo che però, se proprio devo fare dei nomi, dico subito Virginia Woolf e H.P. Lovecraft.
L’influenza del secondo è palese, nonché perenne, in qualunque cosa io abbia scritto: che si tratti di fantascienza, fanta-horror o horror puro, Lovecraft c’è sempre, da lui non riesco (e non voglio neanche) a sfuggire.
Con Virginia Woolf si tratta di una rete di riferimenti più sottile. Lei mi ha insegnato il ritmo della scrittura, soprattutto nei suoi romanzi più complessi e per alcuni ostici come Le Onde.
Passando poi a un tipo di narrativa più in linea con quello che scrivo io, mi ha formata tutta quell’ondata di scrittori horror pubblicati anche in Italia negli anni ‘80 e fino ai primi ‘90. Non solo King, quindi, ma anche Simmons, McCammon, Herbert, Campbell e colleghi vari. Ricordo quel periodo con grande piacere, quando entravi in una libreria e trovavi tutto l’horror di cui avevi bisogno.

Sul tuo blog “Il giorno degli zombie” ti occupi prevalentemente di cinema horror ma anche di libri. Quindi sei la persona più indicata per parlarci del legame tra letteratura e cinema. Ritieni il tuo stile cinematografico? Mentre scrivi ragioni ad immagini, scene?

Non ritengo il mio stile particolarmente cinematografico. Di sicuro ci sono delle suggestioni visive molto forti, ma non parlerei di scrittura cinematografica. Non sono sintetica come dovrebbe essere una sceneggiatura e sono tutt’altro che un’ottima dialoghista.
Però cerco di usare, quando scrivo, alcuni trucchi che ho mutuato dal mio lavoro al montaggio. Come dicevo prima, quella del montaggio è una fase che si conosce poco, non è approfondita e rimane per molti un mistero. Non è attaccare i pezzi di un film; il montaggio è prima di tutto narrazione. Una volta che il regista ha finito di girare e si hanno a disposizione tutte le inquadrature e i punti di vista, arriva il momento che quella massa informe di scene diventi racconto. E qui interviene il montaggio, nella scelta di cosa far vedere e cosa nascondere, nei tempi e nei ritmi della narrazione, nella durata di una singola inquadratura che può spostare gli equilibri di tutto il film in un senso o nell’altro.
Io cerco sempre di riportare questo modo di narrare anche quando scrivo i miei romanzi: ogni segno di interpunzione è uno stacco, per esempio, come la struttura (che io utilizzo sempre) a piani temporali diversi, è montaggio alternato tra presente e passato. In questo senso sì, il cinema è un ottimo strumento per imparare il racconto, soprattutto quando si tratta di tagliare.

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Uso sempre il pc. Magari butto giù qualcosa a penna, ma non è una cosa che faccio spesso, anche perché ho una grafia brutta e ai limiti dell’incomprensibile. Quando ero piccola ho avuto parecchie macchine da scrivere, ma dal mio primo pc in poi, non ho più voluto usare altro.

Durante la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

La descrizione dei luoghi è una cosa che diverte soprattutto lo scrittore e un po’ meno il lettore, credo. A me piace, ma cerco sempre di non appesantire più di tanto e di non essere troppo dettagliata. I dialoghi sono il mio punto debole e mi costano sempre una fatica enorme, mentre credo che il mio punto di forza siano i personaggi. O almeno lo spero vivamente!

Il talento per te cos’è? Cosa differenzia un autore dotato della capacità di raccontare storie che catturino il lettore da un autore privo di questo dono. Il talento è più un dono o duro lavoro?

Il talento è un concetto sfuggente che può voler dire tutto e il contrario di tutto. A mio parere, parlare di talento non ha molto senso. E qui vorrei chiamare in causa King che paragonava il talento a un coltellaccio dalla lama smussata. Mi sembra un paragone molto calzante. Puoi avere un machete o un bisturi, ma se non fai una fatica immane per rendere lo strumento affilato, non ci taglierai neanche un panetto di burro.
Più che di talento, forse si potrebbe parlare di predisposizione, un qualcosa verso cui siamo naturalmente attratti e che magari ci rende piacevole anche la fatica. Mi diverto così tanto a scrivere che non mi pesa mai, anche se è stancante e, a volte, addirittura sfiancate. Ma se non mi divertissi, non credo ne varrebbe la pena, proprio perché non è che mi siedo alla scrivania e il romanzo si scrive da sé in virtù di chissà quale genio che sgorga dalle mie dita. Non è così, è una faccenda laboriosa e anche il cosiddetto talento, se non viene continuamente esercitato, evapora.

Cosa pensi delle eroine femminili nel fantastico? Pensi che i personaggi femminili siano giustamente valorizzati, o ancora relegati in nicchie piuttosto stereotipate? Sei femminista?

Sono una donna, quindi sono femminista. Per quanto mi riguarda, tra le due cose c’è un’identità assoluta.
Per quanto riguarda le eroine femminili, ci sono sempre state e hanno lasciato tracce profonde, come del resto non sono mai mancate le voci femminili. Ma c’è di sicuro un problema di marginalità, soprattutto in Italia, dove si tende a ragionare un po’ troppo a compartimenti stagni, e si tende a dividere la letteratura (ma anche il cinema) in “femminile” e “maschile”, come se le donne dovessero scrivere solo per donne e gli uomini solo per gli uomini.
Per quel che mi è dato di vedere, la maggior parte dei miei lettori sono uomini o almeno lo sono quelli che si fanno sentire tramite commenti e recensioni. Eppure la mia narrativa potrebbe essere categorizzata come prettamente femminile, dato che ho sempre raccontato storie di donne.
La marginalità delle protagoniste femminili rispetto ai protagonisti maschili è un qualcosa che deriva non dalla mancanza di autrici ma dal mercato, che si preferisce indirizzare a un pubblico maschile, con l’errata convinzione che un uomo preferisca leggere di protagonisti del suo stesso genere.
Questa cosa è stata molto evidente, più che in letteratura che sta sempre una decina di passi avanti, nel cinema fantastico, dove le cose stanno iniziando a cambiare solo oggi e con grande fatica. Parlando di blockbuster milionari, ci sono voluti circa 20 anni perché se ne affidasse uno a una regista donna (Wonder Woman) e il suo successo stratosferico spero apra molte porte, in ogni ambito.

Hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura tutta tua?

Sì, ci ho pensato, però poi mi sono sempre fermata perché le cose che scrivo io tendono a essere molto costose e rimarrebbero progetti irrealizzabili. Scrivere per il cinema richiede un senso pratico molto spiccato, che consiste nel sapere cosa si potrà mettere in scena. Ci sono dei limiti ben precisi. Con il progresso degli effetti speciali ormai rimane molto poco di infilmabile, ma io scrivo e lavoro in un contesto molto specifico, che è quello italiano, e se mi viene in mente una storia con un mostro tentacolare, so già in partenza che non la si potrà mai far diventare un film.

Dopo due libri autoprodotti My little Moray Eel e Il posto delle onde è appena uscito per Acheron Book Nightbird. Ce ne vuoi parlare?

Nei miei due precedenti romanzi ho raccontato soprattutto il mare. Come dicevo prima, faccio immersioni da quando sono bambina e ho un rapporto molto particolare con l’acqua e le sue creature. Possiamo dire che Il Posto e la Murena rappresentano un dittico e sono anche collegati tra loro. Appartengono anche più alla sci-fi che all’horror, anche se Il Posto ha parecchi elementi che lo avvicinano alla narrativa dell’orrore.
Con Nightbird ho cambiato completamente ambientazione e ho cercato di affrontare un genere, il gotico, a cui non avevo mai messo mano. È principalmente una ghost story e ho inserito volutamente ogni situazione tipica del genere di appartenenza: c’è una protagonista che vede i fantasmi, un’agenzia che si occupa di infestazioni, uno spettro che fa da guida e coscienza personale alla protagonista e sono presenti tutti gli elementi distintivi delle classiche storie di fantasmi. Ma ho anche voluto calare il tutto nella contemporaneità, dare una connotazione ambientale molto spiccata, parlare della mia città e di come la si vive in sella a una bicicletta.
E poi c’è una storia d’amore omosessuale, un altro tema ricorrente delle cose che scrivo. Ma questa volta è più conflittuale, perché Nightbird parla del nostro mondo e del nostro paese, dove essere omosessuali è ancora un problema. Non mi piace essere troppo autobiografica, però, da omosessuale io stessa, ho voluto cercare di raccontare cosa significa venire a patti con la propria identità, e quanto sia difficile viverla. Spero sempre che Nightbird venga letto da qualche ragazza molto giovane, com’è giovane la protagonista Irene, che magari ha difficoltà ad accettarsi, e le dia una speranza.

Una storia di fantasmi, dunque. Le ghost story sono una nicchia molto particolare del fantastico, che se vogliamo ha una tradizione molto antica, nell’antica Roma si narravano storie di fantasmi, nella Cina antica anche moltissime. Pensi sia una forma molto sofisticata d’arte nata per esorcizzare la paura dell’ignoto, della morte?

Tutta la narrativa dell’orrore serve a quello, a guardare la morte in faccia, che poi è un tema, quello della nostra mortalità, che percorre l’intera storia della letteratura. Ma l’horror in realtà affronta la morte a muso duro, senza addolcirla con considerazioni filosofiche, parla dell’evidenza fisica della morte, della sua realtà concreta e orribile. Non esiste forma di racconto più viscerale di quello dell’orrore: ci grida a ogni riga che un giorno moriremo.
La ghost story, in questo contesto, tende a lavorare però su un piano diverso, perché implica che, accanto alla mortalità, ci sia anche l’immortalità, il sopravvivere in una forma incorporea ed eterna. Ma è comunque un monito, perché il fantasma è per sua stessa natura, anche quando non è necessariamente una presenza malvagia, è una figura di una tristezza e di una malinconia infinita. Rappresenta, credo, quello che abbiamo perduto e che non ci verrà mai più restituito.

Parlaci dei personaggi principali, come li hai caratterizzati?

I personaggi principali in Nightbird sono due, un fantasma, Giada, che conosceremo da viva attraverso i flashback, e l’io narrante, Irene. Con Giada ho voluto fare un’operazione diversa dal solito, perché i miei personaggi di solito sono tendenzialmente ombrosi, di poche parole e malinconici. Invece Giada è la solarità fatta persona e mantiene questa caratteristica anche da ectoplasma. Irene invece è una ragazza giovanissima che si ritrova a innamorarsi di una donna più grande di lei e vive questa storia con angoscia e terrore assoluti. È un personaggio in trappola, che magari non batte ciglio di fronte a un fantasma, ma si blocca quando deve ammettere di amare una persona del suo stesso sesso. Le interazioni tra le due, sia prima che dopo la morte di Giada, i loro scambi di battute, il conflitto di mentalità, sono la vera anima del romanzo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto rileggendo un vecchio romanzo horror degli anni ’70, La Festa del Raccolto di Thomas Tryon e, contemporaneamente, un horror pubblicato da pochissimo, Il Piatto delle Ossa, di Marco Siena.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie? Che musica useresti come colonna sonora di Nightbird?

Non ho una vera e propria routine, forse perché la scrittura non è il mio lavoro principale e sono costretta e dedicarmici o nei fine settimana o nelle pause tra un film e l’altro, che mi pagano affitto e bollette. E comunque ho un modo di fare abbastanza caotico e disorganizzato, mi riesce difficile fare programmi.
Nightbird ha una playlist tutta sua, perché io scrivo sempre con la musica. Nel caso specifico, il titolo del romanzo è una canzone di Stevie Nicks, che mi ha accompagnata per tutta la stesura.
I Fleetwood Mac sono sempre presenti nelle cose che scrivo. E a un certo punto di ogni mio romanzo, un personaggio ascolta Songbird. È una specie di marchio di fabbrica, la mia firma.

In un’ intervista a Murakami gli chiesi se la tv è la nuova agorà del nostro tempo, tu che ne pensi? Quanto l’immaginario televisivo ha influenzato il tuo immaginario creativo di autrice?

Non ho un bellissimo rapporto con la tv. Ovviamente seguo delle serie, come tutti, ma non sono tipo da binge watching compulsivo e preferisco sempre il cinema al piccolo schermo, proprio perché la serialità non fa per me. Non sono neanche d’accordo con chi ritiene che la tv abbia superato il cinema. Per quanto mi riguarda, anche le produzioni più lussuose e ben confezionate sono sempre e comunque sterco del demonio. Sì, persino quelle che mi piacciono molto.

Hai mai avuto l’ ispirazione per scrivere i tuoi romanzi mentre andavi in bicicletta?

Nightbird è stato concepito durante lunghi giri in bicicletta nel febbraio 2016: avevo appena finito di lavorare a una fiction e aspettavo che cominciasse la seconda stagione, quindi ho avuto un buco lavorativo di qualche mese e, in quel periodo, non ho fatto altro che scrivere Nightbird e pedalare. Quindi sì, molto spesso andare in bici mi aiuta e, se sono bloccata su un punto particolarmente ostico, la soluzione migliore per sbloccarmi è salire in sella.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Non lo sto ancora scrivendo, ma si sta delineando nella mia testa. Dovrebbe essere una storia di vampiri e dovrebbe avere, una volta tanto, un protagonista maschile. Vedremo cosa esce fuori.
Grazie ancora a te per le domande e ai lettori se vorranno leggere il mio romanzo.

:: Un’intervista con Tessa Bernardi a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2018

Caravaggio enigmaCiao Tessa, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione all’ ottava edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di Caravaggio enigma (Without Hope or Fear, 2017) Newton Compton. E’ risultato il libro più votato, e come tradizione siamo felici intervistare il traduttore e conoscere qualcosa in più sul vostro lavoro, ancora per molti abbastanza misterioso.
Naturalmente è un semplice riconoscimento di un blog, ma appunto è stato dato dai lettori quindi è significativo dell’apprezzamento che la tua traduzione ha suscitato, oltre al valore del libro. Parlaci dei tuoi studi. Come sei diventata traduttrice? Che lingue hai studiato? Hai svolto tirocini all’estero, o hai studiato prevalentemente sui libri?

Ho sempre vissuto a stretto contatto con due lingue diverse, fin da bambina. Mia madre è cresciuta in Australia, e quando ero piccola mi parlava sempre in inglese, mentre mio padre mi parlava in italiano. La scelta del percorso di studi è stata quindi scontata: dai libriccini per l’infanzia in inglese alle pietre miliari della letteratura alla facoltà di Lingue all’Università di Pisa, e poi la specializzazione in Traduzione letteraria. Ho studiato inglese e spagnolo, un po’ di tedesco e portoghese, e ultimamente sto accarezzando l’idea di avvicinarmi al francese e allo swahili (galeotto fu un viaggio a Zanzibar!). Non ho mai fatto tirocini all’estero né l’Erasmus, ma ho sempre viaggiato molto in paesi anglofoni e attualmente vivo a Londra.

Qualche ricordo dei tuoi anni da studentessa?

Ricordo le montagne di libri! Montagne, dico sul serio. Ho sempre amato leggere, è ovvio, ma quelle pile di carta stampata con ambientazioni settecentesche popolate da fanciulle più o meno virtuose sembravano non finire mai. Scherzi a parte, ricordo con grandissimo affetto i docenti che ci spronavano a crederci: volete diventare traduttori? Rimboccatevi le mani, traducete, sfornate cartelle per il piacere di farlo e per la volontà di imparare, nel tempo libero, nelle vostre stanzette in condivisione, al parco. E ricordo anche chi invece diceva il contrario. Spesso sono quei “Non ce la farete mai” a non farti demordere, no?

Quali autori hai tradotto? Quali sono le tue traduzioni più importanti?

Proprio qualche mese fa è uscito un romanzo di Dean Koontz, un autore che amo particolarmente, spesso associato a Stephen King e considerato uno dei maestri del thriller contemporaneo. Tra gli altri autori potrei menzionare Emily Elgar, un’esordiente con una scrittura delicata e molto evocativa, Jeff Johnson, di cui ho tradotto un noir veramente bello, e ovviamente Alex Connor, che mi ha accompagnata alla scoperta della biografia di Caravaggio.

E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettrice?

Leggo di tutto, quando e se trovo il tempo e le energie mentali per farlo. Questo, purtroppo, è il rovescio della medaglia. Lavorando tutto il giorno con testi e parole, nel tempo libero preferisco fare una passeggiata e svuotare la mente. In vacanza, però, ho letto un bellissimo libro di Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, e tra i miei autori preferiti potrei citare Henry James, J.M. Coetzee e Ian McEwan.

Come lavorano i traduttori letterari? Come si fa a entrare in contatto con un editore? Con l’invio di un curriculum vitae, iscrivendosi in una banca dati per traduttori? O sono gli editori che ricercano attivamente i liberi professionisti? Chi si occupa della selezione? La concorrenza è molto forte?

I primi tempi sono stati durissimi. Decine e decine di mail, neanche uno straccio di risposta. Benissimo, cambiamo strategia. Fiere del libro. Tutte. A tappeto. Roma, Bologna, Torino. Conoscere gli editori, cosa pubblicano, cosa cercano, vedere e farsi vedere, farsi conoscere. Dopo la laurea ho seguito brevi corsi e seminari di traduzione letteraria dal taglio veramente pratico. Un trauma. Della serie: Fitzgerald come prima prova di traduzione. E lì capisci che di strada da fare ce n’è ancora tantissima. Ma ho avuto la fortuna di conoscere grandi traduttrici, che mi hanno aiutata e corretta senza pietà. Voglio fare qualche nome perché le stimo moltissimo: Giuseppina Oneto, Gina Maneri, Anna Rusconi. Grazie a uno di questi corsi ho tradotto il mio primo racconto, poi sono venute le altre case editrici, alle quali avevo mandato un curriculum abbastanza mirato, e le prime prove di traduzione, che hanno portato a collaborazioni durature. E sì, la concorrenza c’è, come in tutte le professioni, ma se sei bravo e hai voglia di crescere (quella non deve mai mancare) uno spazietto si trova.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

In teoria, sì. In pratica… A volte (di rado, per fortuna) si può incappare in un vero e proprio blocco, dove anche la resa delle frasi più semplici diventa complicata, e tanti saluti alla scaletta, ma in genere tendo a farmi un’idea del numero di cartelle che dovrei tradurre quotidianamente (i fine settimana sono sacri, però!) in funzione della deadline, della complessità del testo, dell’affinità con lo stile dell’autore e via dicendo, e riesco ad attenermici senza grandi problemi.

Parliamo ora di Caravaggio enigma. Come sei venuta a conoscenza di questo libro, conoscevi già la sua autrice Alex Connor? Ti ha contattato direttamente l’editore, o sei stata scelta tramite un’agenzia di traduzione? Hai dovuto superare prove selettive?

Un libro al quale ho lavorato con enorme piacere. Non conoscevo l’autrice, ma, quando mi è stato proposto l’incarico da un’agenzia di traduzione con cui collaboro da tempo, mi sono documentata e sono subito rimasta colpita dalla passione della scrittrice per l’arte italiana.

Cosa ti è piaciuto di più di questo libro? Quale è stata la parte della traduzione più difficile?

È una perfetta via di mezzo tra la biografia storica e il thriller. Il personaggio di Caravaggio emerge con forza incredibile dalle pagine del libro. È un uomo cupo, tormentato, pieno di vizi e debolezze, ma è anche un genio assoluto che crede nella propria idea di arte e non accetta alcun compromesso. Ho fatto molte ricerche su di lui e sui personaggi storici descritti e menzionati nel romanzo, e posso assicurare che l’autrice non si è inventata niente, anzi! In fase di traduzione, ho dovuto prestare grande attenzione ai dettagli, come alla precisione dei dati storici e alle scelte lessicali, senza però tradire il ritmo serrato e adrenalinico che è tipico del thriller.

Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente lo stile dell’autrice, puoi parlarcene? Puoi dirci secondo te quelli sono i suoi punti di forza che favoriscono tanto l’apprezzamento dei lettori?

Come in parte ho già anticipato, l’autrice ha dosato sapientemente gli elementi a sua disposizione. La figura di Caravaggio è di per sé un ottimo punto di partenza, tanto per il lascito artistico quanto per le travagliate vicende personali che lo hanno reso un personaggio davvero controverso. Alex Connor le ripercorre in chiave romanzata, con un ritmo avvincente e una buona dose di suspense che tiene incollati alle pagine: cosa succederà adesso? Caravaggio conduce una vita spregiudicata, combatte con chiunque incroci il suo cammino, non riesce mai a tenere la bocca chiusa. E le sue opere? Dipingeva con totale sprezzo dei canoni imposti dalla Chiesa, rischiava di perdere gli incarichi, sfidava costantemente la sorte. Caravaggio enigma è una biografia che non annoia mai, perché scava nella personalità del celebre pittore e offre un vivido spaccato della vita dell’epoca. Credo sia proprio questo il segreto dell’apprezzamento che ha riscosso.

Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

Ora come ora… sono appena rientrata dalle ferie! No, be’, sto lavorando alla traduzione di un bel thriller di un’autrice abbastanza famosa e ad alcune revisioni.

Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

Grazie a voi e ai lettori del blog!

:: Un’ intervista con Caroline “Cass” Green

10 gennaio 2018

l'amica sbagliataCiao Caroline. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Caroline “Cass” Green? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia e grazie di avermi invitato sul tuo blog! Sono una scrittrice sia per ragazzi che per adulti che vive a Londra. Punti di forza e debolezza … hmm. Dovrei pensarci un po’ su! Diciamo troppi del secondo e non abbastanza del primo!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta nell’ Hampshire e sono andata all’Università di Sheffield dopo il liceo. Ho lavorato come giornalista per molti anni prima di passare alla narrativa.

Quando hai saputo per la prima volta di voler essere una scrittrice?

Ho scritto molte storie quando avevo 11 anni, grazie a un insegnante che mi ha fatto da mentore.

Parlaci del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Mi ci sono voluti sette anni e tre libri per essere pubblicata. Onestamente potrei tappezzare la mia stanza con le lettere di rifiuto che ho ricevuto!

Hai iniziato scrivendo romanzi young adult. Cosa puoi dirci di questa esperienza?

Adoro la fiction YA e penso davvero che mi abbia insegnato molto su come disegnare i personaggi e su come scrivere thriller per adulti.

Come sei passata alla narrativa per adulti?

Sentivo necessario un cambiamento e soprattutto volevo vedere se potevo farlo.

The Woman Next Door (in Italia, pubblicato con il titolo L’amica sbagliata, tradotto da Cristina Ingiardi) è il tuo primo psychothriller per lettori adulti. Potresti parlarci di questo romanzo? Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è stato immaginare una donna solitaria che guardava attraverso le tende mentre veniva consegnata la spesa del suo vicino. Mi sono trovata affascinata da questa persona che è diventata il mio personaggio Hester.

Sei mai stata ispirata da eventi reali quando hai creato le tue trame?

Non molto spesso. Sono stata ispirata da un caso per uno dei miei libri YA, ma farei un gigantesco spoiler se ti rivelassi quale fosse!

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura del romanzo?

Ad essere onesta, pensarlo in primo luogo, sembra sempre scoraggiante.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale? Quali sono i temi principali?

I temi principali riguardano i sentimenti delle persone che non provano un senso di appartenenza per i luoghi dove vivono, credo. Nessuno dei miei due personaggi principali sono persone felici e anche se in modi diversi sono ossessionate e definite dai fantasmi del loro passato.

Conosci la tua traduttrice italiana?

Niente affatto, ma mi sarebbe tanto piaciuto conoscerla. (Ciao Cristina se stai leggendo questa intervista! E grazie!)

Potresti parlarci un po’ delle tue protagoniste femminili: Hester e Melissa?

Sono consapevole che potrebbero non essere così simpatiche, ma sono riuscita ad amarle (sì, anche Hester!) Sono entrambe persone che portano con sé le conseguenze di oscuri segreti a vari livelli. Melissa ha la consapevolezza di sé che a Hester manca, credo.

Sei un’ autrice acclamata dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative? Pensi che qualche critica abbia influenzato il tuo lavoro?

Ogni scrittore riceve alcune recensioni negative. Non mi diverto mai a leggerle, ma cerco di non farmi ossessionare troppo. Se sentissi che qualcuno sta facendo un’ osservazione molto valida, la terrei certamente in considerazione.

Qualche progetto cinematografico tratto dal tuo libro?

Non ancora, ma chissà cosa potrebbe succedere!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Adoro l’Italia! Ho cercato di imparare un po’ di italiano per un paio d’anni ed è uno dei miei posti preferiti al mondo. Spero di essere invitata un giorno a parlare del libro e incontrare i lettori!

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Due cose sono cruciali a questo proposito: una, leggi tutto del genere che vuoi scrivere. Devi capire il mercato. E due, scrivi solo quando puoi. Non aspettare il momento perfetto, ma scrivi tutto il tempo e il buon lavoro inizierà a venir fuori.

Leggi altri scrittori di thriller inglesi contemporanei?

Sì, moltissimi. Gillian Flynn, Sabine Durrant, Eva Dolan sono tra le mie preferite.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo Home Fires di Kamila Shamsie, che è geniale.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio terzo thriller uscirà a settembre nel Regno Unito e ora sto solo lavorando alle modifiche finali. Allora sarà il momento di qualcosa di nuovo!
Grazie mille per avermi invitato!

:: Un’ intervista con Lara Premi blogger di La Nicchia Letteraria

18 dicembre 2017

LogoBlogBenvenuta Lara su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo subito con le presentazioni. Parlaci di te. Dei tuoi studi, del tuo lavoro, della tua vita lontana dal blog.

Prima di tutto, sono io a doverti ringraziare per lo spazio che stai dedicando a me e al mio blog letterario: le parole che vorrei spendere a riguardo sono davvero tante, ma, paradossalmente, non abbastanza per esprimere le emozioni di questo momento.
Parlare di me non è mai semplice, ma cercherò comunque di accontentarti. Sono una persona molto precisa e pignola in ogni attività che mi prefiggo di portare a compimento, situazioni che molto spesso mi inducono a essere testarda e determinata per raggiungere i traguardi prestabiliti dal mio subconscio.
Sebbene ami la lettura e rifugiarmi nelle accoglienti pagine di un libro, unico modo che mi consente di staccare la spina dalla realtà e di viaggiare lontano stando comodamente ferma tra le quattro mura della mia casa, adoro il mio essere razionale e “con i piedi per terra”, una maniera che mi permette di non discostarmi troppo dal mondo vero e rimanere invischiata in definitiva nella fantasia.
Sono anche una persona eccentrica che si incanta dinanzi alla bellezza più semplice, un’esteriorità facile da riconoscere nei dettagli e in quelle piccole cose che fanno la differenza.
Tuttavia, i libri non rappresentano la mia sola passione: mi diletto a suonare il pianoforte, a disegnare, a giocare ai videogames e, ammetto, a scrivere storie che, però, ancora non hanno visto la giusta luce.
Purtroppo, non ho un lavoro, benché durante questo semestre mi sia data da fare all’università, ma spero di trovarlo appena laureata: per adesso, rimango e sono comunque una studentessa di Ingegneria Informatica al Politecnico di Milano.

Come è nato La Nicchia Letteraria? Da quanti anni siete online? Nome del fondatore.

La Nicchia Letteraria è online da ormai un anno: ha aperto i battenti il 17 marzo 2016, alzando il sipario su un’avventura che mi dà sempre ottime soddisfazioni in quanto è la concretizzazione di un mio sogno nel cassetto.
Il blog è nato per caso, a dir la verità. L’idea è sorta nella mia testolina dopo che un’amica mi ha consigliata di farlo e gettarmi nella mischia. Grazie al fato e a un “incontro” virtuale fortuito, ho potuto rendere realtà ciò che fino a pochi istanti prima viveva esclusivamente nella mia mente.

Non sei sola nel blog, parlaci dell’altra blogger che vi scrive.

Chiara, alias Jackdaw, è la mia spalla. Penso che controbilanci la mia presenza “aristocratica” nel blog poiché alla mia prolissità oppone la sua diretta e immediata opinione: diciamo perciò che siamo le due facce di una stessa medaglia.
Le devo davvero molto perché è proprio grazie a lei se La Nicchia Letteraria vive: infatti, qualora avessi trovato una socia e solo in quel caso, avrei creato il blog. Il suo tempismo è stato pressoché perfetto!

Avete una linea editoriale?

Direi di sì e la semplicità è la sua parola d’ordine.
Ci siamo prefissate di elargire i più comuni servizi che un blog letterario solitamente offre, come ad esempio recensioni e segnalazioni, e abbiamo in cantiere anche di inaugurare un’intera rubrica dedicata alle interviste degli autori. Il tutto è organizzato seguendo un regolamento che abbiamo stilato per l’occasione e che continueremo ad aggiornare, qualora l’esperienza ci imponesse modifiche più consone e confacenti ai vari articoli da realizzare.

Il blog è aperto a nuovi collaboratori?

Dopo questa risposta penso sarò bollata come l’asociale solitaria che effettivamente sono. No, non abbiamo intenzione di allargare il nostro staff, anche se magari gli impegni un giorno si faranno sempre più serrati. La Nicchia Letteraria è nata dall’amicizia di due lettrici accanite con una passione viscerale per carta e inchiostro: non abbiamo bisogno di (nessun) altro.

Come è nato il tuo amore per la lettura?

Fin da quando ero piccola, sono stata iniziata all’amore per i libri grazie alla cura diligente di mia madre.
Da questo punto di vista, sono stata molto fortunata perché la mia intera famiglia adora la lettura e, di conseguenza, a casa i viaggi letterari da affrontare non mancano di certo.
Ammetto che la scuola non ha rinfocolato la passione che ho sempre avuto in quanto le imposizioni, in ogni ambito, non mi sono mai andate a genio. Nonostante ciò, non ho perso di vista questo amore profondo che ancora oggi mi accompagna di giorno in giorno, senza abbandonarmi, nemmeno per un secondo.

Quali generi di libri leggi principalmente?

Sicuramente, al primo posto troviamo i romance, i classici e la narrativa, ma sono aperta a qualsiasi proposta: dopotutto, sono fortemente convinta che un libro possa piacermi, indipendentemente dal suo genere letterario, qualora lo stile dell’autore sia in grado di rapirmi, avvincendomi alle sue parole e non lasciandomi più andare.
8) Quali sono i canali principali con cui reperite i libri da recensire? (acquisti personali, biblioteche, collaborazioni con autori ed editori, etc…)
Sia io che Chiara siamo due accumulatrici seriali, nonché compratrici maniacali, praticamente un comportamento che potrebbe aprirci le porte di un manicomio senza troppe difficoltà.
Aggiungo che, dal canto mio, accetto pure richieste da parte di autori e case editrici, e Chiara, invece, usa siti di scambio, come Acciobooks, dai quali a volte capita di poter reperire copie anche fuori commercio e quindi introvabili.

Per te il blogging è solo un hobby o ti piacerebbe diventasse un lavoro?

Forse vado controcorrente, ma sì, se penso al blogging, riesco a ritenerlo esclusivamente un hobby che, comunque, mi richiede impegno e tempo non indifferenti.
Riflettendo un po’ meglio sulla questione, il punto è che, nel remoto caso essere blogger possa diventare il mio impiego, assocerei la lettura a una costrizione, un paragone che col tempo farebbe di certo scemare il mio amore per i libri. Praticamente l’Apocalisse su questa Terra.

Ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro, legati al blog ma non solo.

Mi vengono in mente tre obiettivi che in un futuro prossimo vorrei realizzare.
Primo tra questi è di sicuro trovare la mia strada nell’ambito lavorativo che mi sono scelta, una vita da “grande” in cui figuro anche il mio fidanzato e la famiglia che un giorno spero di avere.
Sicuramente incrocio le dita affinché il blog sia sempre più visitato e apprezzato, un avvenimento che mi auguro venga agevolato dall’aggiunta di nuove rubriche, bozze di idee che concretizzeremo il prima possibile.
Infine ma non meno importante, auspico di poter terminare qualcuno dei miei scritti, non tanto per fare carriera, ma per sfida personale, dimostrando a me stessa che anche in questo caso, se mi impegno con tutto il cuore, posso farcela.

I suoi social:

Blog: http://lanicchialetteraria.altervista.org/
Facebook: https://www.facebook.com/lanicchialetteraria/
Instagram: https://www.instagram.com/lanicchialetteraria/

:: Un’ intervista con Barbara Cantini

13 dicembre 2017

barbara-cantini-mortinaBenvenuta Barbara su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista, scrittrice e illustratrice, hai creato per la tv prima di dedicarti all’illustrazione per ragazzi. Parlaci di te, racconta qualcosa della tua vita ai nostri lettori.

E’ facile intuire che mi piace disegnare e raccontare storie di personaggi e mondi in cui posso entrare grazie a matita e colori. Cerco di trasmettere in quello che faccio il mio immaginario, che si forma a partire dalle piccole cose, dai ricordi della mia infanzia, dai racconti di vite altrui, dagli incontri fatti, dall’aver scoperto e continuare scoprire cose che amo, dal vissuto in generale insomma, che sia esso artistico, emozionale, culturale, quotidiano. Scrivere e disegnare storie mi aiuta a fare ordine in me stessa e molto disordine sulla scrivania.
Compro anche un sacco di libri, mi prendo cura delle mie bambine, mi circondo di gatti da abbracciare (ne ho 4!) e in generale stravedo per gli animali, non resisto ad acquistare compulsivamente tovagliolini di carta decorati, mi piace camminare all’aria aperta e molto incostantemente (!) pratico Yoga.

Che studi hai fatto? Quali sono state le tue prime esperienze formative?

Ho una formazione liceale di tipo artistico perché fin da piccola sapevo che avrei “disegnato”, una laurea e una breve parentesi nel settore del restauro, perché purtroppo ascoltando gli altri ho dubitato che “disegnare” potesse non essere un lavoro “serio”. E infine una scuola triennale di animazione cartoon, perché grazie a Dio la mancanza del disegno ha iniziato a urlare forte facendosi sentire e ricordandomi “il mio centro”, che fino alla maggiore età era sempre stato chiaro. Dopo il diploma in cartoon animation ho lavorato per tre anni in uno studio di animazione, esperienza assai formativa dove ho perfezionato e imparato molte cose, dal rispetto delle scadenze e i ritmi di lavoro, al clean-up, alla colorazione digitale, all’animazione vera e propria e a lavorare in team. Da lì in poi, dopo aver partecipato e vinto il concorso “L’Illustratore dell’Anno” di Città del Sole, ho scelto di dedicarmi all’illustrazione in modo esclusivo, ritrovandomi però a svolgere un lavoro in solitaria e perdendomi lo scambio diretto con i colleghi, ma soprattutto le chiacchiere delle pause caffé! 😀

Che responsabilità implica occuparsi di letteratura per ragazzi? Senti di dover fare un’attenzione particolare verso i tuoi piccoli lettori?

Implica senz’altro molta responsabilità per i contenuti e la forma in cui questi vengono veicolati, ma è una responsabilità che penso si debba affrontare con la giusta dose di leggerezza, ovviamente intesa non come superficialità, ma intesa come garbo, fantasia e ironia. I bambini hanno la capacità di sentire se qualcosa suona falso, moralistico o anche solo banale. Ogni autore ha la sua “voce” e il suo modo di raccontare, io come autore di testi sono all’inizio, ma posso dirti che il linguaggio che mi è più congeniale e che cerco di adottare è quello dell’ironia e della delicatezza, e chi mi conosce molto da vicino sa che la mia scrittura corrisponde proprio al mio modo di essere.
L’augurio che mi faccio è quello di riuscire a raccontare storie che contribuiscano nel loro piccolo, a sviluppare empatia nei bambini. Per me l’empatia è il sentimento più importante alla base delle relazioni con gli altri e con il mondo, e vorrei arrivarci proprio attraverso la delicatezza e l’ironia delle storie.

Ho letto il tuo ultimo libro illustrato Mortina –Una storia che ti farà morire dal ridere e mi è piaciuto davvero tanto. Come è nata l’idea di scriverlo?

Sono felice che ti sia piaciuto:) L’idea è nata in seguito “all’arrivo” del personaggio.
Mortina si è presentata molti anni fa, quando ancora frequentavo la scuola di animazione, ma è rimasta in attesa, come chiusa in soffitta per diverso tempo, facendo capolino però di tanto in tanto per ricordarmi che “Ehi, io son qui, ti ricordi di me?!?”.
Quando mi sono decisa ad ascoltarla ho iniziato via, via a vedere il mondo intorno a lei e a delineare la sua storia. Mi sono poi resa conto che (inconsciamente) ci sono dei piccoli rimandi a personaggi e situazioni della mia storia familiare materna, mischiati insieme al mio immaginario artistico, visivo e culturale.

Halloween è più che altro un pretesto, è una storia che si può leggere tutto l’anno, non trovi?

Sì, senz’altro! E mi auguro che sia così 🙂 Non vorrei che l’appeal “Halloweenesco” risultasse troppo penalizzante per il libro, sarebbe un peccato. La scelta di questo tipo di ambientazione nasce sì da una mia propensione (risalente all’infanzia) verso l’immaginario di questa festa, ma è anche fondamentale per lo snodo principale del testo, ovvero il piano orchestrato da Mortina.

Quali sono i temi principali che affronti nel libro?

Premetto che quando ho scritto la storia non ho deciso “a tavolino” di scrivere qualcosa che trattasse determinati argomenti. I temi principali che si possono individuare nel libro sono direi “classici”, ma sono tra i più importanti per la formazione dell’individuo. Si parla di amicizia, della ricerca dell’amicizia, che passa dalla paura di non essere accettati per come siamo, dalla paura di avere qualcosa di grottescamente sbagliato da non poter piacere agli altri. Ma parla anche del coraggio di scavalcare queste paure e di sovvertire alcune regole dettate “dai grandi” che talvolta appaiono troppo rigide (e insensate?) in nome di un obbiettivo per noi giusto e importante. Tutto questo è trattato in modo umoristico, parodiato, tra citazioni e doppi sensi delle parole.

Ho visto il book trailer, e a dire il vero anche il tuo blog, in cui ci sono bellissime immagini animate. Diventerà mai un cartone?

Magari! Nella mia immaginazione Mortina “vive” (passatemi il termine in riferimento a una zombie!) si muove e parla, avrei anche già in mente la voce della doppiatrice che  vorrei. Tutto il libro è nato e pensato in movimento nella mia testa, non come immagini statiche. A differenza di altri lavori, qui è come se avessi avuto una telecamera che ha seguito i personaggi che recitavano nella storia. Non so se questo è avvenuto perché si tratta del mio primo libro in cui sono anche autore, in cui cioè c’è una diretta corrispondenza tra testo e immagini, ma è il libro in cui più ho avvertito feeling e armonia tra storia e immagini.
Spero davvero che prima o poi qualcuno voglia “dare vita” a Mortina. Per adesso i miei amici ed ex-colleghi di Studio Cartobaleno hanno realizzato il bellissimo booktrailer che hai citato, ma purtroppo resta solo un piccolo assaggio di animazione! Quindi, se qualcuno fosse interessato si faccia pure avanti 🙂

Hai scritto la storia e disegnato le immagini. Cosa ti piace di più scrivere o disegnare?

Se mi chiedi di scegliere ti rispondo senz’altro disegnare, è il mezzo che mi è più congeniale e che mi viene più naturale, ma in fondo attraverso le immagini non raccontiamo delle storie?

Hai trovato maestri che ti hanno particolarmente aiutata durante la tua carriera con consigli, suggerimenti, veri e propri insegnamenti?

Sì. Il ruolo degli insegnanti secondo me è determinante per la formazione, non solo intesa come formazione nella materia da apprendere, ma anche come formazione dell’individuo attraverso i giusti stimoli, le domande e le critiche, anche quelle “crude”, se necessarie. Ricordo Elvira, maestra alle elementari che tra le prime mi ha appoggiato, sottolineando anche con mia madre la mia inclinazione artistica da coltivare. Ricordo il prof. d’arte alle medie, un vulcano di idee e preparatissimo, che mi ha sempre stimolato e appoggiato e che in un’occasione seppe criticare il mio lavoro in modo molto diretto, ma assai efficace per il mio miglioramento.
E anche negli anni del Liceo ricordo molti professori d’arte che mi hanno dato, con modalità differenti, insegnamenti importanti. Le famose “critiche costruttive” e gli apprezzamenti argomentati, sono state le cose che forse più mi hanno aiutato a fare uno scatto di crescita o a mettere meglio a fuoco la mia direzione. Insieme alla proposta di testi d’arte che sono fondamenti dell’educazione visiva, alle mostre e agli spettacoli teatrali con fantastiche visite al dietro le quinte, anche ai tempi dell’Università.
Infine gli insegnanti della scuola di animazione, che mi hanno dato anche un suggerimento semplice e vero: disegnare, disegnare, disegnare. Alla fin fine è solo così si acquisisce scioltezza, bravura e si “fissano” preziose idee.

Progetti per il futuro?

Adesso sono a lavoro sul secondo libro di Mortina, che dovrebbe uscire nella seconda metà di Marzo. Ne seguirà poi anche un terzo per questa estate, facendo diventare Mortina una serie di tre volumi. Il primo libro non era nato con questo intento, mi è stato proposto successivamente dall’editore e ho accettato volentieri di scrivere altre due storie, dato che sono molto affezionata al personaggio di Mortina. Saranno due avventure con un piccolo mistero da risolvere, in linea con l’ambientazione zombie, ma non più con Halloween. In ciascuna storia comparirà un nuovo personaggio.
E dopo il ciclo di Mortina, ho in fase embrionale un progetto come illustratrice con un editore americano con il quale ho già collaborato, ma che per adesso è in stand-by. Poi, come autore/illustratore (e questa è la modalità in cui mi sento meglio) ho diverse altre idee da sviluppare, staremo a vedere quali di queste prenderanno la luce!