Archive for gennaio 2017

:: Un’intervista con Charlotte Link a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2017

laBentornata Charlotte sul blog Liberi di scrivere. E bentornata in Italia. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia infanzia è stata un’ infanzia bellissima, io e mia sorella siamo cresciute vicino a Francoforte e ho un ricordo di grandissima libertà. Dopo la maturità mi sono iscritta a Giurisprudenza e ho anche pubblicato il mio primo libro. Non avevo intenzione di diventare una scrittrice perché non pensavo che sarebbe stato possibile farne un’attività di cui poter vivere. E per questo ho scelto di fare Giurisprudenza una facoltà che comunque mi è piaciuta tantissimo. Poi le cose sono andate come lei sa.

Sei un autrice molto amata nel mio paese, con un grande seguito di lettori, specialmente lettrici. Pensi che il thriller psicologico sia un genere più congegnale a un pubblico femminile?

Anche in Germania la maggior parte dei lettori sono in verità delle lettrici, ma questo accade un po’ per tutti i generi di libri non con gli psico thriller in particolare. Forse però le donne in generale sono più propense ad affrontare questo genere letterario

L’ultima volta abbiamo avuto modo di parlare nel 2012, cosa è cambiato da allora nella tua vita e nella tua carriera?

Sono stata in Italia l’ultima volta nel marzo del 2012, quattro settimane prima era venuta a mancare mia sorella cosa di cui non ho parlato perché proprio non ce la facevo, ero ancora sotto shock. Nei due anni successivi mi sono sforzata di capire che cosa fosse successo, di rendermene veramente conto e in qualche misura di ritrovare la mia vita. Per questa ragione ho scritto un libro sulla vicenda di mia sorella che è stato pubblicato anche in Italia. Direi che in questi ultimi quattro anni ho fatto in modo di riprendere in mano le redini della mia vita.

E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo La scelta decisiva. Ce ne vuoi parlare?

Direi che il tema centrale di questo libro è proprio quello che esistono dei momenti nella vita di tutti in cui una persona molto rapidamente, senza possibilità di sfuggire, deve fare una scelta. Ad anni di distanza questa scelta si rivelerà decisiva per la vita di questa persona, cioè la sua vita sarebbe stata completamente diversa se in quel momento non avesse preso quella decisione ed è ciò che accade al mio personaggio Simon che nel giro di una manciata di secondi deve decidere se aiutare una ragazza che incontra per caso. La vita di questa ragazza è in grave pericolo e quella decisione muterà la loro vita completamente.

Che cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il punto di partenza è stato un’ immagine che avevo davanti agli occhi mentre camminavo lungo una spiaggia nel sud della Francia in una giornata di pioggia. Avevo in mente l’immagine di due persone totalmente sconosciute che si trovano entrambe in un momento critico della loro esistenza, e che per caso si incontrano. Questo incontro muterà le loro vite in maniera totale. Ciò che mi affascina è come basti un secondo nella vita per cambiare tutto. E poi ho costruito il resto della storia attorno a questa idea, a questa scintilla iniziale.

L’aspetto psicologico è importante nel romanzo. Come crei i tuoi personaggi, e come sviluppi le interazioni tra loro?

Prima di tutto passo all’ identificazione totale con i miei personaggi ma tento anche di conservare una certa distanza che è quella che mi consente di descriverli. E’ sempre una questione di equilibri. Io vivo molto intensamente con i miei personaggi e continuo a chiedermi se le azioni che attribuisco loro su ciò che stanno facendo siano coerenti con il loro carattere. Quando mi accorgo che non lo sono allora modifico le loro azioni.

Progetti di film dal tuo libro?

Sì, sono già stati venduti i diritti per fare un film da questo romanzo.

Fai molto lavoro di ricerca? Utilizzi internet prevalentemente o preferisci vie tradizionali come le biblioteche, gli archivi della polizia?

Per le mie ricerche utilizzo tutti gli strumenti e naturalmente lavoro anche moltissimo su Internet. Tuttavia è altrettanto importante avere contatti con persone che si occupano di determinate faccende. Ma è molto, molto importante anche trascorrere del tempo nei luoghi dove poi si svolgono le mie storie. Perché è importante che io mi impregni di un’ atmosfera a cui non posso accedere, naturalmente, tramite Internet.

Hai un agente letterario?

In Germania non ho un agente, in Italia però sì.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Leggo molto volentieri letteratura americana e inglese: Mo Hayder, Karin Slaughter, Simon Beckett, per esempio, però anche gli scandinavi, ho una predilezione per Henning Mankell.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo un libro che non ha nulla a che vedere coi il thriller, si tratta di un libro sulle tecniche di rilassamento e yoga.

Ci descrivi una tua tipica giornata di lavoro dedicata alla scrittura? Ascolti musica mentre stai scrivendo? Hai vezzi particolari, una tazza portafortuna? O sei una persona prevalentemente razionale?

La mia giornata di lavoro è una giornata molto normale. Comincia alle otto del mattino quando mio marito e mia figlia escono di casa e vado avanti fino alle 4 del pomeriggio quando rientra mia figlia da scuola. Non ascolto mai musica. Se mi accorgo di non riuscire a proseguire nel lavoro allora prendo i cani e li porto a spasso un pochettino. Questo in genere mi fa ritrovare l’ispirazione. Sulla mia scrivania ho un sacco di fotografie di persone e anche di animali che sono o sono stati importanti per me.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Intanto io viaggio molto volentieri per lavoro, cosa che è anche necessaria per le mie ricerche. Una volta in particolare mi trovavo nello Yorkshire e stavo osservando una casa con tutto un parco intorno che mi sembrava un ottimo luogo dove ambientare il mio prossimo romanzo. Solo che la padrona di casa è uscita e mi ha detto subito, guardi stia attenta perché qui intorno è un periodo che ci sono tantissimi furti, quindi è pieno di polizia e se la vedono che prende appunti e che osserva una casa finisce diretta in commissariato.

Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Sì, ho appena cominciato, non riesco ancora a dire molto perché sono veramente in una fase troppo iniziale, ma posso dire che si svolge ancora in Inghilterra e che è una sorta di prosieguo de L’inganno.

[Traduzione dal tedesco a cura di Francesca Ilardi]

:: Patti Smith. Voglio, ora di Adriana Schepis (Imprimatur, 2016), cura di Lucilla Parisi

31 gennaio 2017
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Adriana Schepis ripercorre la vita di Patti Smith attraverso quei momenti e quegli incontri – straordinari nella loro unicità – che ne hanno segnato irrimediabilmente la carriera e l’esistenza.
In quarant’anni di poesia, musica e impegno sociale (compresa la pausa quasi decennale lontano dai riflettori) Patti Smith – complice il fermento culturale e politico degli anni Sessanta e Settanta e la ricchezza del panorama musicale di quel periodo – può vantare un bagaglio di storie, incontri e modelli davvero eccezionali. Ad aiutarla, oltre all’invidiabile carisma e il talento innato, anche una grande determinazione, quella che giovanissima la catapultò, senza soldi e senza lavoro, dal New Jersey (dove viveva con la famiglia) a New York e che la rese, in pochissimo tempo, una stimata (anche se decisamente stravagante) icona del rock in tutte le sue variabili.
Ventenne decisa e terribilmente seducente (nonostante la corporatura esile e l’abbigliamento di fortuna), Patti si sente un’artista ed è in quella direzione che vuole andare. Il suo modello e mentore – insieme a Gregory Corso, William Burroughs, Allen Ginsberg, Jim Carrol e naturalmente Bob Dylan – è Arthur Rimbaud, entrato nella sua vita come una visione (con la scoperta casuale della raccolta di poesie Illuminazioni su una bancarella di libri usati) e da cui trarrà continua ispirazione.
La conferma di trovarsi nel posto giusto è l’incontro con un giovanissimo e bellissimo Robert Mapplethorpe, anche lui alle prese con la propria “missione” artistica. E’ amore a prima vista, ma è anche contaminazione, intreccio, scoperta. Così lo ricorda Patti:

“Era pallido e magro, con una massa di riccioli neri; giaceva a petto nudo con fili di perline attorno al collo. Rimasi là. Lui aprì gli occhi e sorrise.”

Patti e Robert condividono molto di più di una stanza, prima nell’appartamento in Hall Street, a Brooklyn e poi sulla Ventitreesima al Chelsea Hotel: sono due anime affini consapevoli di avere uno scopo, di dover coltivare la propria arte non per se stessi ma per lasciare un segno, dare un messaggio, scrivere e rappresentare il mondo attraverso di lei, per renderlo migliore.
Robert e Patti sono dei veri sognatori e sognano insieme e continueranno a farlo anche quando le loro strade si separeranno, ma mai veramente distanti e sempre profondamente avvinti.
L’ambiente del Chelsea Hotel è in quegli anni (siamo nel 1969) il luogo giusto per nutrire le loro menti e per lusingare il talento dei due giovani ed è proprio nella sua hall e nelle sue stanze che Patti Smith intreccerà il destino di uomini e donne fondamentali per la propria crescita artistica e umana.

“Negli anni il Chelsea era diventato l’ambita casa di un numero impressionante di menti artistiche, che nelle sue stanze vivevano, creavano e si influenzavano a vicenda […] Pochi anni prima che ci arrivassero Patti e Robert il Chelsea era stato la seconda casa della Factory di Warhol; Bob Dylan ci aveva composto l’album Blonde on blonde, e Leonard Cohen aveva concepito lì il suo disco d’esordio, Songs of Leonard Cohen.”

Così Patti Smith lo ricorda nel 2010:

L’albergo è un disperato, vibrante rifugio per una schiera di figli talentuosi e puttani provenienti da ogni gradino della scala sociale. Mendicanti con la chitarra e bellezze strafatte con indosso abiti vittoriani. Poeti drogati, drammaturghi, registi spiantati e attori francesi. Chiunque passi di qua è qualcuno, e nessuno nel mondo là fuori.” (da Just Kids edito da Feltrinelli).

E’ solo uno dei numerosi e affascinanti luoghi che Adriana Schepis si ritrova a esplorare e a raccontare in queste pagine: sono gli anni del debutto di Patti Smith con il suo gruppo (nel 1974) sul palco del CBGB, al 315 di Bowery Street, nel Lower East Side di Manhattan, dell’uscita del suo primo album Horses (1975), dell’incontro con Fred Sonic Smith, chitarrista degli MC5 (e suo futuro marito) e del riconoscimento internazionale. Ci sono poi gli anni del silenzio, del ritorno con il suo quinto album Dream of life, uscito nel giugno del 1988, e quelli più recenti in cui Patti ha continuato e continua tuttora a farsi apprezzare.
La movimentata e intensa vita di Patti Smith diventa anche il pretesto per soffermarsi sui numerosi incontri con personaggi e icone del panorama musicale (e non solo) di quel periodo: è commovente la chiacchierata con un’affranta Janis Joplin al Chelsea Hotel e insolito lo scambio di battute con un timido Jimi Hendrix sulle scale che portano agli Electric Lady Studios; per non parlare delle circostanze in cui è avvenuto lo scatto fotografico che immortala una raggiante Patti Smith e un divertito Bob Dylan dopo il concerto dal vivo all’Other End, nel Village.
I testi delle canzoni, le numerose poesie, i libri (tra cui Just Kids) oltre alle interviste rilasciate negli anni dall’artista e al copioso materiale pubblicato su di lei, tra cui il bellissimo e consigliatissimo lavoro di Dave Thompson Danzando a piedi nudi (Edito da Odoya), rappresentano il punto di partenza del viaggio di Adriana Schepis che, con accuratezza e grande sensibilità, rivive aneddoti e ripercorre i pensieri di una donna – come la stessa autrice sottolinea nella sua breve introduzione al libro –

“che ha avuto il coraggio di realizzare i suoi sogni mentre li scopriva, senza smettere mai di interrogarsi sui suoi desideri.”

Che si conosca o meno Patti Smith, o che la si apprezzi oppure no, il libro di Adriana Schepis è sicuramente un buon modo per lasciarsi travolgere dal clima rock e molto “psichedelico” di anni irripetibili, in cui i sogni erano palpabili e ancora possibili e la voglia di libertà un mantra irrinunciabile.

Adriana Schepis è nata a Trieste d’estate, nel 1980. Ama scrivere a matita, bere buon caffè e camminare. Non ama le matite spuntate, i granelli di caffè sulle mani umide né le scarpe col tacco. Da tempo si è avvicinata allo zen, ma lui continua a schivarsi. Ha conseguito una laurea in Psicologia, un dottorato in Psicologia della comunicazione e un master in Comunicazione della scienza. Per Imprimatur ha firmato nel 2015 Spregiudicate: grandi donne che hanno usato il loro potenziale d’amore.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’autrice e l’Ufficio Stampa Imprimatur.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Rosso Parigi di Maureen Gibbon (Einaudi, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

30 gennaio 2017
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Il rosso è il colore del sangue vivo, della porpora, del rubino, simbolo della passione, della carnalità, dell’amore… elementi tutti che si ritrovano nelle pagine di Rosso Parigi di Maureen Gibbon, edito in Italia da Einaudi nella versione tradotta da Giulia Boringhieri.
Un libro intenso anche se dal ritmo lento, caratterizzato da una narrazione avvolgente e travolgente che accoglie il lettore e lo “rapisce” esattamente come fa un dipinto di Edouard Manet che ha ispirato il protagonista maschile, indicato nel testo semplicemente come E.
Rosso Parigi vuole raccontare la storia della diciassettenne Victorine diventata, quasi per caso, la musa ispiratrice del maestro. Una ragazza la cui vita viene stravolta e trasformata dall’incontro con quest’uomo che lei inizialmente chiama “lo sconosciuto”. Un adulto che la trascina in un vortice di passione e sensualità, facendole provare emozioni sempre nuove, sempre diverse. Sentimenti contrastanti che colpiscono come i colori accesi di una tavolozza.
Leggendo le pagine di Rosso Parigi emerge chiaramente lo sforzo portato avanti dall’autrice nel tentativo di dare maggiore risalto a quella che lei voleva restasse la protagonista, Victorine, e che l’esuberanza di E. non ne oscurasse i tratti. Gibbon è riuscita nel suo intento ma chi legge il libro inevitabilmente pensa a Manet e alle sue tele, a Colazione sull’erba e Olympia, ai colori, alle sfumature, alle impressioni che si delineano come tratti di una tela in lavorazione e fanno in modo che la storia narrata da Maureen Gibbon ne fuoriesca come l’immagine di Victorine Meurent dai dipinti e prenda forma dinanzi agli occhi del lettore.
Una scrittura, quella della Gibbon, che regala a chi la legge quasi sensazioni tridimensionali. Si ha come l’impressione di muoversi insieme ai protagonisti nella Parigi di fine Ottocento, di sentirne i profumi, di “assaporare” la vita dell’epoca. Un libro che da romanzo erotico e di amore sembra acquistare pagina dopo pagina la valenza di un grande romanzo storico.

Maureen Gibbon: vive in Minnesota. Ha pubblicato Swimming Sweet Arrow, Thief e Paris Red.

Source: pdf inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Cuori in Viaggio- Alla Scoperta di 28 Storie d’Amore

30 gennaio 2017

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Il mese di Febbraio, in cui cade San Valentino, si può dire che è il mese dell’amore, perché quindi non partecipare a questa iniziativa di Leryn del blog Libera tra i Libri. 28 blogger, ognuno diverso ogni giorno parlerà di un libro d’amore. Questo è il calendario dell’iniziativa. Ogni giorno una sorpresa. La nostra tappa cade il 26 febbraio, vi diamo appuntamento quindi a quel giorno. Che libro scegliero? Un libro molto bello, adatto ai più romantici dei nostri lettori. Non parlo quasi mai di libri d’amore, sarà una felice eccezione. Buone letture!

3 febbraio

Words of books

4 febbraio

Le Tazzine di Yoko

5 febbraio

Ragazza in Rosso

6 febbraio

Non solo Libri

11 febbraio

Lily’s Bookmark

12 febbraio

Libera tra i Libri

13 febbraio

Lady Eiry

14 febbraio

Libri e librai

19 febbraio

Briciole di Parole

21 febbraio

Leggere in Silenzio

23 febbraio

Hook a Book

25 febbraio

LeggendoViaggiando

26 febbraio

Liberi di scrivere

27 febbraio

La Nicchia Letteraria

28 febbraio

Il cibo della mente

:: Gruppo di lettura – Il libro di febbraio

29 gennaio 2017

Oggi sceglieremo insieme il libro da leggere per sabato 25 Febbraio, che discuteremo qui sul blog.

L’orario è confermato dalle 18,00 alle 19,00. Poi chi vuole proseguire fin che gli impegni ce lo consentono.

Qui sarà aperto un sondaggio, ognuno può scegliere il libro preferito, o votando per i libri già proposti, o aggiungendo un nuovo titolo nella casellina “Other”. In quest’ultimo caso anche se il titolo non appare è comunque conteggiato. Quello con più voti sarà il libro di cui ci occuperemo questo mese.

Il sondaggio sarà aperto fino a martedì 31.

Il libro scelto è: Il muggito di Sarajevo di Lorenzo Mazzoni, partecipate numerosi.

Appuntamento dunque al 25 Febbraio!

:: Il farmacista del ghetto di Cracovia, Tadeusz Pankiewicz, (Utet, 2017) a cura di Viviana Filippini

28 gennaio 2017
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Il 27 gennaio come sappiamo è il Giorno della Memoria, ma io credo che ogni giorno dell’anno dovrebbe, anzi, deve essere il Giorno della Memoria, per ricordare il male passato ed evitare che accada ancora nel presente e nel futuro. Purtroppo gli eventi spesso dimostrano un ripetersi ciclico della storia, ma sarebbe bello se ogni tanto il fare memoria riuscisse davvero a cambiare le persone e le cose. Tra i libri che raccontano quello che accadde durante la Seconda Guerra Mondiale c’è Il farmacista del ghetto di Cracovia di Tadeusz Panckiewicz, pubblicato da Utet, nel quale l’autore racconta quello che accadde nel ghetto di Cracovia istituito, negli anni Quaranta del 1900, dalle autorità del ghetto ebraico in una zona periferica della città. Pankiewicz, polacco e cattolico, si ritrovò a vivere nel ghetto e a fare il farmacista proprio durante il periodo dell’occupazione tedesca. L’uomo era proprietario della farmacia L’Aquila, aperta nella città dal 1933, attiva anche durante il periodo della guerra. Una scelta molto importante che permise a Pankiewicz di aiutare davvero tanti ebrei. Accanto al farmacista polacco ci furono sempre le sue aiutanti, tre giovani donne che sostennero il farmacista e ognuna delle persone che a loro si rivolgeva. Leggendo le pagine del libro-testimonianza di Pankiewicz non ci sono solo nomi, date e dati, ma per ogni persona citata l’autore racconta la vita che quelle persone avevano, come vivevano e quello che accadde loro. Ci sono le storie di donne, uomini e bambini che fecero il possibile per salvarsi la vita, compreso il nascondersi per ore e giorni dentro le fognature o nelle case abbandonate. Accanto a loro, quegli ebrei che nel ghetto avevano un ruolo ambiguo, perché si ponevano al totale servizio dei militari tedeschi, eseguendo i loro ordini. La storia del farmacista del ghetto di Cracovia si addentra anche nelle violenze assurde compiute dai militari tedeschi contro gli ebrei durante i diversi rastrellamenti. Gesti insensati e assurdi che portarono dolore, morte e il progressivo sfollamento del ghetto. Ebrei presi a calci e pugni, picchiati con armi o freddati senza pietà e senza motivo. Episodi agghiaccianti che però non fermarono mai il farmacista polacco, il quale con coraggio fece tutto il possibile per aiutare chi nel ghetto ci viveva, non solo portando medicinali, ma anche recapitando informazioni, notizie e messaggi tra chi stava dentro, chi usciva dal ghetto per lavorare grazie a foglio blu e chi invece veniva deportato. Pankiewicz riuscì a salvare molte vite di ebrei e per il suo operato nel 1983 l’Istituto Yad Vashem gli riconobbe il valore di Giusto tra le nazioni. Il farmacista di Cracovia di Tadeusz Pankiewicz è un’ importante testimonianza umana di un periodo storico passato da ricordare per la memoria di chi fu vittima e nella speranza che certi drammi non si ripetano più. Prefazione di Marcello Pezzetti. Traduzione di Irene Picchianti.

Tadesuz Pankiewicz (Sambor, 21 novembre 1908 – Cracovia, 5 novembre 1993), polacco cattolico, ha vissuto nel ghetto di Cracovia durante l’occupazione tedesca. Titolare della farmacia All’Aquila dal 1933, dopo la creazione del ghetto nel 1941 ha scelto di tenere ugualmente aperta la sua attività, aiutando migliaia di ebrei. Per il suo valore, nel 1983 ha ricevuto dall’Istituto Yad Vashem (l’Ente Nazionale per la Memoria della Shoah) il riconoscimento di “Giusto tra le nazioni”. A partire da quello stesso anno la farmacia è diventata parte del museo della Farmacia di Cracovia.

Source: richiesto all’editore UTET. Grazie a Riccardo Barbagallo dell’ufficio stampa.

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:: Gruppo di lettura – L’ultimo vero bacio, James Crumley

28 gennaio 2017
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«… Scorsi una donna appoggiata allo stipite della porta, una silhouette in controluce, braccia conserte e caviglie incrociate come se ci aspettasse da chissà quanto, come se fosse lí da giorni interi, a scrutare un mare buio e tempestoso da un ballatoio coperto».

Sembra un caso facile per Sughrue, reduce dal Vietnam e investigatore privato che ha seppellito ogni illusione sotto una colata di sarcasmo. Deve ritrovare Trahearne, uno scrittore stanco di quotidianità che ha cominciato a bere e sembra non voglia più smettere. Sughrue ne condivide appieno la deriva alcolica e così, quando lo trova, non c’è da stupirsi se i due partono insieme alla ricerca di Betty Sue, una ragazza che ha fatto perdere ogni traccia di sé quasi dieci anni prima. Una storia che si dispiega come un viaggio, fisico e mentale, attraverso vari stati d’animo e altrettanti stati geografici in un’America violenta e per certi versi caricaturale. Il romanzo d’esordio che ha salutato Crumley come uno degli eredi della grande tradizione americana. Traduzione di Luca Conti.

Texano di nascita ma anima perennemente on the road, James Crumley (1939-2008) è considerato il maggiore esponente della narrativa hard-boiled americana degli ultimi trent’anni. Dei suoi nove romanzi, a turno dedicati agli stravaganti detective Milo Milodragovitch e C. W. Sughrue, Einaudi Stile libero ha finora pubblicato Il caso sbagliato, L’ultimo vero bacio, La terra della menzogna, Una vera follia e La cattiva strada.

Appuntamento oggi, sabato 28 gennaio, dalle ore 18,00 alle 19,00 per discutere del libro qui nei commenti al post. Partecipate numerosi.

Source: acquisto personale.

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:: 27 gennaio Giornata della Memoria – L’orsetto di Fred, Iris Argaman, Illustrazioni di Avi Ofer, (Gallucci, 2017), a cura di Viviana Filippini

27 gennaio 2017
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L’orsetto di Fred di Iris Argman, è il libro per bambini che l’editore Gallucci ha deciso di far uscire in occasione della Giornata della Memoria. La vicenda ha per protagonista un simpatico orsacchiotto e il suo padroncino Fred, un bambino di origine ebraiche. Tutti e due furono coinvolti in un lungo viaggio nell’Europa afflitta dalla Seconda guerra mondiale fino all’arrivo negli Stati Uniti d’America, la terra di salvezza per entrambe. Negli USA Fred divenne un uomo, si sposò e si creò una famiglia, sempre con la compagnia e il sostegno dell’inseparabile amico di pezza poi, un giorno, una telefonata venuta da lontano chiese a Fred Lessing se gli andava di prestare il suo amico orsetto al museo dello Yad Vashem a Gerusalemme. Il tutto per aiutare altri bambini a conoscere la sua storia. Fred, prima di confermare a chi lo chiamava da Israele, chiese al suo inseparabile amico cosa ne pensasse e l’orsetto accettò di compiere quel lungo viaggio verso Gerusalemme, dove ancora lo si può vedere oggi. L’orsetto di Fred è una storia vera che ha per protagonista il piccole ebreo Fred Lessing e la rocambolesca fuga che affrontò per avere salva la vita. L’autrice Argman ha dato vita ad una narrazione dove i piccoli lettori potranno conoscere la vicende del piccolo ebreo attraverso il racconto fatto dal suo inseparabile orsacchiotto, passando attraverso ai diversi nascondigli dove i due finirono in Olanda, prima di arrivare in America. Fred, figlio di un musicista, e l’orso sopravvissero alla Shoah, alla discriminazione raziale e all’insensata violenza che il regime Nazista attuò nei confronti degli ebrei. A testimoniare l’esito positivo di questa vicenda, oggi, al museo dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme c’è davvero l’orso di Fred Lessing. L’orso di Fred di Iris Argaman, con le delicate ed eleganti illustrazioni di Avi Ofer, è un libro per bambini e adulti, ideale per fare memoria attraverso le parole e i disegni e per aiutare i piccoli lettori di oggi a conoscere il passato, nella speranza che gli errori di ieri non si verifichino mai più nel presente e nel futuro. Traduzione di Elena Lowenthal.

Iris Argaman è nata nel 1967 ad Ashdod, in Israele. Dopo gli studi in Letteratura all’Università di Gerusalemme e di Tel Aviv, ha cominciato a scrivere libri per l’infanzia.

Avio Ofer è nato e cresciuto a Tel Aviv, è illustratore e regista di film di animazione. Con i suoi lavori ha partecipato a mostre e festival in diversi paesi del mondo.
Vive a Barcellona.

Source: inviato al recensore dall’editore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa.

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:: Il Fabbricante di Gargoyle, Clark Ashton Smith, a cura di Davide Mana (Amazon Media, 2017)

26 gennaio 2017

Clark Ashton SmithOggi vorrei parlarvi di un interessante progetto, nato senza mezzi, senza importanti sponsor o grandi Fondazioni alle spalle, un progetto di un traduttore e scrittore italiano che ho la fortuna collabori (ormai devo dire molto saltuariamente) con il mio blog. Questo mi permette di avere notizie di prima mano e qualche aneddoto curioso, che ho deciso di condividere con voi. Allora il progetto, a dire il vero piuttosto ambizioso, è quello di tradurre in italiano pian piano e con tutta calma, i racconti di Clark Ashton Smith, ormai liberi da vincoli e di dominio pubblico, presenti nel sito The Eldritch Dark. Per colmare una lacuna, davvero ingiustificabile, che tiene lontani i lettori italiani da una delle colonne portanti del fantastico americano del secolo scorso. Ma le condizioni del fantastico in Italia sono note a tutti, quindi in realtà la cosa non dovrebbe sorprendere più di tanto. Tuttavia Davide Mana, questo è l’incosciente e intraprendente traduttore, non si è fatto scoraggiare e si è messo al lavoro. Fan di Clark Ashton Smith ne esistono ancora, anche nella nostra ultima e sperduta colonia dell’impero, quindi sono certa che questa notizia farà felici in molti. Due racconti sono già stati tradotti (e disponibili su Amazon), sono: La Bestia di Averoigne e Il Fabbricante di Gargoyle (credo una terza dovrebbe uscire proprio oggi, ma prendete la notizia con le pinze). Ed è di quest’ultimo che vorrei parlare. E’ un racconto breve, corredato di postilla e annotazioni, uscito per la prima volta su Weird Tales nel numero di agosto del 1932. Di genere weird fantasy, quel genere di fantasy con contaminazioni horror che ha avuto grandi maestri come H. P. Lovecraft, e in tempi più recenti Michael Moorcock, che confermo è vivo e vegeto, e firma ancora autografi. E proprio confondendo (naturalmente io, ma come attenuante devo dire che ero piuttosto stanca) Michael Moorcock e Clark Ashton Smith, vicini di scaffale nella mia libreria, una sera parlammo io e Mana del ciclo dell’ Averoigne e del bellissimo racconto The End of The Story (1930, The Popular Fiction Publishing Company). Che sia stata io a dargli l’idea? Sinceramente penso che gli frullasse già da parecchio per la testa, e aspettasse il via solo dopo aver chiarito la questione dei diritti. Allora Il Fabbricante di Gargoyle è una storia maledetta, parla di demoni che scorrazzano per l’amena città di Vyones e fanno scempio di cristiani. Il clero della zona non ci fa una gran figura come difensore della cristianità, e questa vis ironica è una caratteristica spiccata degli scritti di Clark Ashton Smith che impareremo a conoscere bene. Dall’analisi del testo cosa spicca? Innanzitutto lo stile elegante e alto, la maturità sintattica, la ricchezza di vocaboli, la grande leggibilità. E’ affascinante la scrittura di Clark Ashton Smith, e il traduttore mette a disposizione il suo bagaglio narrativo (si vede che è un autentico appassionato del genere) per rendere al meglio in italiano, un testo non semplice e ricco di sfumature, che richiama gli scritti medioevali. Infine Il Fabbricante di Gargoyle è un testo che colpisce sotto la cintura, non si può leggerlo senza esserne in un certo senso influenzati se non spaventati. Il male sembra più forte, più spietato, più determinato, e l’uomo una piccola cosa in sua balia. Se non fa paura questo, non so cos’altro. Alla prossima.

Davide Mana è nato a Torino nel 1967. Geologo, traduttore, scrittore, blogger. Appassionato di fantascienza, letteratura del fantastico, culture orientali, ha pubblicato diversi romanzi, novellette e racconti sia in italiano che in inglese. Vive disperso nelle campagne dell’astigiano, sperando che la sua connessione internet lo assista.

Source: ebook inviato dall’autore.

:: Il lettore di cadaveri, Antonio Garrido (Sperling & Kupfer, 2012) a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2017
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In questi ultimi tempi sto leggendo parecchi libri di ambientazione cinese, da Strange Tales from Chinese Studio di Pu Songling a vari saggi storici di Gernet, e come si suol dire una ciliegia tira l’altra, così mi son trovata tra le mani un romanzo del 2012, edito da Sperling e Kupfer, dal titolo Il lettore di cadaveri.
Il nome dell’autore non vi inganni, Antonio Garrido non è italiano, ma spagnolo, nato a Linares nel 1963 e docente all’ Università di Valencia, e ha scritto un romanzo davvero interessante, accurato nella ricostruzione storica, frutto di una certosina documentazione, e brillante nella forma.
Il lettore di cadaveri ha per protagonista principale un personaggio storico davvero esistito, Song Ci (1186–1249), un medico forense ante litteram di cui sappiamo davvero poco, oltre al fatto che scrisse un trattato Collected Cases of Injustice Rectified (Xi Yuan Ji Lu) fondamentale per le scienze forensi.
Il fatto che esistano pochi riferimenti sulla sua vita ha permesso a Garrido di usare la fantasia e spaziare nel tempo e nello spazio creando un personaggio singolare e ricco di fasciano.
Insomma Garrido ha riunito le suggestioni del romanzo storico e la suspense del thriller in modo eccellente e personale, dando vita a un romanzo che seppure in Spagna ha vinto parecchi riconoscimenti, da noi avrebbe meritato più diffusione, e infatti sono qui dopo anni a parlarne, sperando di porlo all’attenzione dei lettori interessati.
Siamo dunque in Cina, durante la dinastia Song Meridionale, intorno all’inizio del 1200, e il nostro protagonista Song Ci (il cognome per tradizione veniva anteposto al nome) è un giovane di belle speranze, allievo del giudice Feng, che per vicissitudini familiari si ritrova nel villaggio natale tiranneggiato dal fratello maggiore e costretto ai lavori più umili nelle campagne. Lui sogna di studiare, di frequentare l’Università della capitale Lin’an e solo dopo grandi sofferenze vi giunge fuggiasco e senza un soldo.
L’incontro con il maestro Ming dà una svolta al suo destino, ma solo quando sarà chiamato a corte per indagare su una serie di misteriosi delitti, la sua vita prenderà la giusta direzione.
La storia è composta da diverse indagini svolte da Song Ci in maniera scientifica possiamo dire, e l’autore, ispirato a reali indagini presenti nei testi scritti dal vero Song Ci, è attento che ogni particolare collimi e sia credibile, adeguandolo con la situazione sociale e tecnica del periodo.
Il tutto senza sembrare noioso o nozionistico, ma con il ritmo vivace del thriller capace di incollare il lettore alle pagine e anche qualche sfumatura di erotismo quando il nostro si innamorerà della sensuale Iris Azzurro. Insomma io mi sono divertita a leggerlo, spero farete altrettanto voi.

Antonio Garrido, nato a Linares nel 1963, insegna all’ Università di Valencia. Appassionato di storia, ha iniziato la carriera di scrittore con Il monastero dei libri proibiti, grande successo in Spagna. Il lettore di cadaveri è il suo secondo romanzo, bestseller in patria e tradotto in 12 Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Cetta dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: attualmente fuori catalogo in cartaceo, ma disponibile in ebook.

:: I Medici, una regina al potere, Matteo Strukul (Newton Compton, 2017) a cura di Federica Belleri

23 gennaio 2017
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Ultimo capitolo della saga de I Medici. Matteo Strukul ci racconta di Caterina, sposa di Enrico di Valois. Donna temuta alla corte di Francia, mai accettata per il solo fatto di essere italiana. Non bella, ma fiera. Fedele a Enrico, ombroso e taciturno, manipolato dalla sua avvenente amante Diana, donna  intrigante e irresistibile, da spezzare il fiato. Abile calcolatrice. Il periodo storico narrato in questo romanzo va dal 1525 al 1589. Periodo caratterizzato da sfarzo e pranzi sontuosi, mantelli e stivali, corsetti e gioielli preziosi. Ma anche da intrighi e presunti avvelenamenti, da editti e guerre di religione. Si combatte la peste, si lotta per un ideale. Si odia per mantenere fede all’amore verso il proprio uomo e si è disposti a tutto pur di sostenere il regno. Sono gli anni di Nostradamus, caffettano nero come i suoi occhi e barba biforcuta. Il suo sguardo ammalia e stordisce. Caterina lo cerca, per anni e lo fa entrare a corte al servizio del suo ventre sterile. Ne è affascinata in modo ipnotico. Nostradamus, schivo e geniale, esperto di astrologia. Speziale, medico, personaggio discusso e controverso.
È il periodo dei Lanzichenecchi, soldati mercenari al servizio di Carlo V. Abili con la spada, ma non abbastanza veloci. È anche il periodo della terribile notte di San Bartolomeo, che provoca il massacro degli ugonotti. È la storia di una guardia speciale, forte e leale, innamorato perdutamente di Caterina, disposto a tutto pur di proteggerla. La Francia passa da una guerra all’altra, cattolici contro protestanti, fedeli
contro eretici. Spari, ripari fortuiti, agguati sanguinari, pene di morte.
Nel privato di Caterina non c’è amore e a nulla serve la sontuosità del suo palazzo. Non ha importanza la discendenza che ha creato, quando le viene portata via troppo presto. La morte, nella sua famiglia, è una linea ben definita. Nel momento in cui arriva, crolla tutto. Ogni speranza, ogni certezza. A cosa serve la vendetta quando si rimane soli, quando anche i figli non appartengono più a chi li ha generati?
Questa è la vita di Caterina alla corte di Francia. È la trasformazione del suo cuore nel corso degli anni, che diventa austero, come il suo portamento. Un’esistenza a convivere con il dolore, cercando di non mostrarsi mai debole agli occhi dei suoi sudditi. Caterina, la dignità di piangere i propri cari in solitudine, la determinazione a non abbandonare il trono.
I Medici, una regina al potere. Passione e sangue del Rinascimento. Assolutamente da non perdere le note dell’autore. Buona lettura.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo, ha pubblicato diversi romanzi (La giostra dei fiori spezzati, La ballata di Mila, Regina nera, Cucciolo d’uomo, I Cavalieri del Nord, Il sangue dei baroni). Le sue opere sono in corso di pubblicazione in 20 Paesi e opzionate per il cinema. Nel 2016 ha pubblicato con la Newton Compton il primo romanzo della trilogia sui Medici, Una dinastia al potere: il libro è stato il caso editoriale della Fiera di Francoforte, i diritti di traduzione sono stati venduti in vari Paesi (tra cui Germania, Spagna e Inghilterra) ed è stato sin dall’uscita ininterrottamente in cima alle classifiche italiane di vendita. Matteo Strukul scrive per le pagine culturali del «Venerdì di Repubblica» e vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova, Berlino e la Transilvania. Il suo sito internet è http://www.matteostrukul.com

Source: libro inviato in anteprima dall’ editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Scivolone di un angelo, Massimiliano Franchetto

20 gennaio 2017

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Non avrei mai creduto che il dolore fisico, normalmente riservato ai comuni mortali, potesse essere così intenso. Era come se ogni parte del mio corpo si stesse impegnando a ricordarmi della sua esistenza attraverso fitte lancinanti.
Feci uno sforzo immane per rialzarmi a sedere e, reprimendo faticosamente un urlo, ci riuscii. Sembrava andare un po’ meglio: ora la schiena non mi dava più l’impressione di essere trafitta in più punti, nonostante in quella posizione fosse l’addome ad urlare vendetta. Con un sospiro mi ricordai di non essere San Sebastiano e provai ad alzarmi in piedi, rendendomi immediatamente conto che senza un appiglio sarebbe stato impossibile.
Mi guardai intorno, cercando di capire dove mi trovavo, ma l’oscurità non mi era certo d’aiuto.
Sembrava un bosco di abeti, forse in una zona collinare, dato che mi pareva che il terreno davanti a me declinasse dolcemente.
A tentoni afferrai quello che mi pareva essere un ramo e, puntandomi con i piedi, riuscii a rialzarmi.
Sapevo di aver combinato un’enorme sciocchezza e di aver mandato su tutte le furie i miei superiori, sempre pronti a fregarsene di  tutte le loro farneticazioni sull’amore e sul perdono divino. Trovarmi in quella situazione era la prova lampante della loro ipocrisia.
A dire la verità qualcosa avevo combinato, ma non mi sembrava nulla più di un’innocente scappatella, senza contare che  quel tizio, oltre ad essermi simpatico, aveva veramente bisogno d’aiuto. Se questa è la ricompensa per aver semplicemente svolto il proprio dovere con un po’ troppo zelo… Tuttavia, pur avendo lodato la mia generosità erano stati inflessibili, sottolineando che ci sono limiti che non si possono superare, soprattutto in momenti di “confusione sessuale” come quelli attuali, avevano blaterato.
I miei sandali non erano certo adatti a camminare su quel terreno e muovendomi al buio avrei solamente corso il rischio di perdermi o, peggio, di ferirmi in modo anche più grave, così decisi di aspettare almeno l’alba per fare il punto della situazione. Gli uccelli avevano già iniziato a cantare, quindi non doveva mancare molto. Forse ero nei pressi di una strada dalla quale avrei potuto raggiungere un centro abitato…
Mi appoggiai al tronco di un albero e chiusi gli occhi, sperando che qualche ora di sonno mi aiutasse a recuperare un po’ di energia, ma dopo pochi minuti mi ridestai di colpo in preda al terrore, dato che qualcosa, qualcosa di peloso, mi aveva sfiorato un gamba.
Gettai uno sguardo intorno, trattenendo il respiro, fino a quando non scorsi una volpe a pochi metri da me. Mi fissava, con un misto di paura e curiosità, poi, forse a causa di un mio movimento involontario, si dileguò.
Un’ora di sonno profondo mi aiutò a sentirmi meglio, solo le fitte alla schiena sembravano non darmi tregua.
Il cielo stava ormai impallidendo, per cui, entro pochi minuti, la luce del giorno mi avrebbe permesso di muovermi da lì e trovare un posto più sicuro, dove potermi letteralmente “leccare le ferite” e provare a gettare le basi per una nuova vita.
Non avevo altra scelta, avendo buttato alle ortiche la mia condizione privilegiata. Basta voli in soccorso di poveri disgraziati e adunate paradisiache, era giunto il momento di iniziare a vivere come una persona normale, che si alza ogni mattina per andare al lavoro, che deve far quadrare i conti per pagare l’affitto e, soprattutto, che deve relazionarsi agli altri stando al loro livello e non più dall’alto del suo piedistallo che gli consente di compiere piccoli o grandi miracoli.
Avrei dovuto mescolarmi  alla gente ed affrontare sulla mia pelle tutte quelle situazioni e quelle ingarbugliate matasse che ho sempre cercato di sbrogliare.
Mi alzai in piedi, avvertendo subito due fitte lancinanti alla schiena, dove forse si trovavano le ferite più gravi. I graffi sulle gambe non erano nulla di preoccupante, come le escoriazioni alle braccia, per cui, dando fondo alla mia capacità di sopportazione, avrei potuto tranquillamente uscire a piedi dal bosco.
Mi sentivo debole come non mi era mai capitato prima e lo stomaco incominciò a rumoreggiare: la chiamano fame, pensai, dovrò farci l’abitudine, come se tutto il resto non bastasse…
All’improvviso sentii un latrato alle mie spalle ed un cane di media taglia sbucò da una siepe, fissandomi con una certa diffidenza.
-È un cane da tartufi, non si preoccupi.- Disse l’uomo che si stava districando tra la vegetazione.
Il suo sorriso cordiale svanì in un istante e, notando il mio aspetto, mi si avvicinò con aria visibilmente preoccupata.
-Tutto bene?- Chiese facendo il gesto di sorreggermi.- Che le è successo?-
-Nulla di particolare,-provai a giustificarmi, incurante della veste lacerata in più punti e delle macchie di sangue raggrumato un po’ ovunque –credo di aver perso l’orientamento…-
-Come è arrivata qui? Ha lasciato la macchina nel parcheggio dietro la collina?- Chiese togliendo il cellulare da una tasca ed allontanando con un gesto il cane che aveva iniziato ad annusarmi.
-Non ricordo esattamente, ho avuto una riunione di lavoro, mi sono allontanata e devo aver battuto la testa…- Buttai lì sperando di apparire credibile.
-Ha due bruttissimi tagli alla schiena comunque. Forse è meglio che l’accompagni al pronto soccorso…-
Meglio di no, pensai, avrei dovuto giustificarmi con i medici e, ovviamente, ero senza documenti. Non potevo iniziare la mia nuova vita infilandomi in un pasticcio.
-Non si preoccupi, un po’ di disinfettante e passerà tutto…- Buttai lì avvertendo un leggero capogiro, causato sicuramente dalla fame e dalle emorragie.
In quel momento alcune piume, probabilmente trasportate dalla leggera brezza, iniziarono a fluttuarci lentamente davanti agli occhi, spingendoci, d’istinto,  ad alzare lo sguardo: tra i rami dell’albero, un paio di metri sopra di noi, penzolava un paio di ali bianche…

(Mantova, Marzo 2016)

Massimiliano Franchetto, ha 43 anni, è nato a Mantova, dove vive tutt’ora. Lavora come benzinaio in un’area di servizio in autostrada e per hobby scrive praticamente da sempre. Ha pubblicato due romanzi horror su Ilmiolibro.it,  ed essendo un grande appassionato di automobilismo, cura saltuariamente la pagina dei motori sulla rivista “Lo sguardo“, un mensile a diffusione locale.