Archive for marzo 2014

:: Nulla, solo la notte, John Williams, (Fazi, 2014) a cura di Viviana Filippini

29 marzo 2014

notteTraduzione di Stefano Tummolini.

Tutti conoscono Williams per il romanzo Stoner, ma in realtà prima del capolavoro sulla straordinarietà della vita quotidiana, l’autore americano scrisse Nothing but the night, da noi Nulla, solo la notte edito da Fazi. La storia venne scritta da un Williams ventenne, per la precisione quando era militare durante la seconda Guerra mondiale in India e Birmania tra il 1942 e il 1945. La pubblicazione avvenne però solo nel 1948, quando Williams era ancora alla prese con gli studi universitari. Non so se sia per la traduzione ben fatta o per il linguaggio fluido come la trama, ma dalla narrazione del primo romanzo di Williams emerge la caratteristica indagine psicologica, tipica dello scrittore americano che amava scavare a fondo negli animi dei suoi personaggi. La solitudine del protagonista, Arthur Maxley, è la sua unica e certa convivente, ed è la stessa tormentosa certezza che i lettori troveranno in Stoner e nel cowboy viandante di Butcher’s crossing (sempre diti da Fazi). Tutta la storia di Nulla, solo la notte si sviluppa nell’arco di una giornata durante la quale scopriamo che Arthur Maxley è orfano di madre, ha un padre sempre lontano per questioni di lavoro e con il quale non ha mai avuto un particolare feeling. Il ragazzo non solo ha una famiglia scricchiolante, ma non ha amici e non c’è nessuno che lo ami, forse perché è lui stesso ad essere incapace ad amare. La vicenda è incentrata sull’esistenza di questo giovane borghese della California alle prese con la monotonia della sua vita quotidiana, scossa da alcune situazioni che mettono a dura prova la stabilità psicologica e anche fisica del giovanotto. Arthur non ha ben chiare le idee sul suo futuro e non sa decidersi se continuare gli studi o cercarsi un lavoro. A smuoverlo da questo torpore arriva un suo amico che lo vuole coinvolgere in un progetto editoriale per stampare poesie. Arthur non si lascia trascinare in questa avventura tipografica, perché non hai soldi richiesti dall’amico e non è sicuro che l’iniziativa avrà esiti positivi. Dopo questa breve parentesi per Arthur arriva il momento della cena con il padre. Un incontro fatto di poche parole e dal riaffacciarsi nel presente di incomprensioni latenti tra i due. Conflitti che permangono da troppo tempo tra loro e che hanno al centro la drammatica scomparsa della madre del ragazzo. In questa notte cupa tra presente e fantasmi del passato per il protagonista arriva una sorta di luce e speranza per il domani incarnata dalla figura di Claire. La ragazza sembra l’ancora di salvezza per Arthur che in lei vede qualcuno da amare, ma le cause che scatenano l’agire incomprensibile e insensato del giovane, quando si trova nell’appartamento di lei, ci fanno capire quanto traumatizzato e sofferente sia il protagonista di Nulla, solo la notte. Arthur è un giovane che vive nel presente, però il suo animo è così tormentato dai ricordi traumatici vissuti durante l’infanzia – e qui li rivivrà in un vero e proprio flashback- che essi gli faranno visita in modo continuo nella sua vita quotidiana rendendo difficoltoso il suo relazionarsi agli altri. Accostando Arthur Maxley a Stoner non è difficile trovare tra i due personaggi nati dalla penna di Williams una profonda somiglianza non solo per la solitudine che impera in modo costante nelle loro vita, ma credo che queste creature siano gli alter ego letterari creati da John Williams per affrontare la propria fragilità d’animo e quella degli altri esponenti del genere umano.

John Edward Williams nato nel 1922 in una famiglia di modeste condizioni economiche del Texas, si iscrisse all’Università di Denver solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale fu di stanza in India e in Birmania dal 1942 al 1945. Uomo riservato e legato alla scrittura da una passione inarrestabile, fumatore accanito e forte bevitore, marito per quattro volte, Williams rimase per tutta la vita a Denver, dove insegnò letteratura inglese presso l’Università e dove morì nel 1994. Prima della sua riscoperta internazionale, Williams è stato oggetto di grande ammirazione da parte di una piccola nicchia di suoi accoliti, ex colleghi dell’Università ed ex studenti del corso di scrittura creativa in cui insegnò e a cui conferì un prestigio nazionale mai avuto prima. Poeta e narratore, pubblicò nel 1960 il romanzo Butcher’s Crossing (Fazi Editore, 2013) e nel 1965 Stoner (Fazi Editore, 2012), il suo capolavoro. Nel 1973 gli fu assegnato il National Book Award per il suo quarto e ultimo romanzo, Augustus.

:: Inverno rosso, Luca Rinarelli (Eris edizioni, 2014) a cura di Giulietta Iannone

28 marzo 2014

cover-inverno-rossoLa saga noir di Werner Hartenstein, ex agente segreto della DDR in trasferta a Torino, iniziata con il folgorante In perfetto orario, giunge al secondo episodio. Ad aprile, infatti, per Eris Edizioni uscirà Inverno rosso, romanzo che ho avuto modo di leggere nelle sue varie fasi di stesura. Doveva portare un altro titolo, che a dire il vero non mi piaceva, perciò approvo senz’altro la scelta del nuovo titolo che campeggia nella bellissima copertina disegnata da Marco Martz, che impreziosisce il libro anche di altre tavole, stilisticamente molto adatte ad esprimere lo spirito del testo.
Il personaggio di Werner Hartenstein sembra uscito da quelle saghe di Segretissimo anni ’70, prima che il muro di Berlino crollasse a causa della globalizzazione e dello sfaldarsi del vecchio regime sovietico. Poi la Germania Est si ricongiunse con la Germania Ovest, e non fu un’operazione indolore. Werner sembra portare su di sé le cicatrici di questo passaggio, una certa malinconia e nostalgia, forse per la sua giovinezza, e nello stesso tempo un vago senso di colpa, per il suo passato personale, fatto di violenza e sopraffazione. E in questo dualismo profondamente umano, dolorosamente realistico, risiede la bellezza del personaggio, che in questo episodio si arricchisce di sfumature che fanno luce sul suo passato: il suo lavoro di agente, il suo rapporto con Hans, maestro e mentore, il senso di colpa legato al padre, usato dai Servizi della DDR per costringerlo a compiere imprese che ancora lo tormentano.
Inverno rosso, romanzo profondamente noir nella misura in cui investiga nelle pieghe oscure sia dell’animo dei personaggi, sia della società, oppressa della crisi economica e morale, teatro di uno scontro di volontà in cui non è affatto irrealistico e immaginario il sorgere di organismi internazionali capaci di compiere le peggiori azioni in nome della sopravvivenza, o meglio dell’autoconservazione. Cinismo, spietatezza, corrosiva ferocia si uniscono a discorsi puramente economici, disumani quanto inutili.
La storia, ambientata in una Torino invernale molto simile a Berlino, come fa notare Pandiani nella sua puntuale prefazione, «In una Torino simile a Berlino, con le stesse nebbie e la neve che copre anche i pensieri peggiori, dove il muro non divide l’est dall’ovest ma piuttosto il benessere dal malessere, Luca Rinarelli ambienta una storia secca e gelata come la vodka che beve il suo protagonista.», ha inizio con la morte apparentemente accidentale di numerosi clochard, troppi per essere solamente un dato che rientra nelle statistiche. Ma per Werner non sono solo numeri, molti sono “amici”, che hanno diviso le stesse strade che lui percorre ogni giorno. Indagando su queste morti scopre che non sono affatto incidenti, ma morti programmate, da persone senza scrupoli con un piano strutturato e follemente sistematico. E strumento di queste morti è proprio qualcuno che viene dal suo passato, un passato che vorrebbe dimenticare, ma è presente con i suoi fantasmi e le sue occasioni perdute.
La componente sociale in questo noir non è di minor importanza della descrizione dei luoghi, degli ambienti, della geografia postindustriale di una città in cui convivono vecchie ricchezze e nuove povertà. Il grigiore della crisi, gli immigrati dell’est, i vagabondi e i senzatetto, fanno da sfondo a una realtà urbana ibrida e desolata, ma ancora capace di conservare sacche di altruismo, solidarietà, amicizia e proprio questa incongruenza crea quel senso di realismo, e autenticità che dona a questo noir un’ anima, una peculiare concretezza.
La scrittura è semplice, fluida, bilanciata, alterna parti descrittive a dialoghi immediati e schietti. Nessun fronzolo, nessuna eccessiva deriva verso il sentimentalismo, specie quando il protagonista fa i conti con il suo passato, con l’amicizia che lo legava al suo Maestro, ora materializzatosi nel suo peggior nemico, nell’uomo che lui si rifiuta di essere, non ostante l’abisso sia così vicino, quasi inevitabile. Hans potrebbe essere tranquillamente il suo doppio, l’uomo che avrebbe potuto essere. Ma Werner in fondo è una persona gentile, con un’etica, una coscienza, sentimenti ed emozioni, non la macchina per uccidere che i suoi ex capi avevano programmato. Lui non agisce per tornaconto, non si è adeguato alla legge del denaro che regola i sistemi capitalistici in cui ora vive, conserva una romantica ideologia fatta di giustizia, solidarietà, onestà, capace di redimerlo in fondo, se di redenzione si può parlare.
Come ogni noir che si rispetti le parti buie sono più frequenti di quelle luminose, ma non è la tristezza e la disperazione a prevalere, ma una ragione, la ricerca di suo padre, moto proprio che sicuramente si svilupperà nel prossimo romanzo della serie. Perché la storia di Werner non finisce qui, questa è solo una tappa. La recensione esce in anteprima, il libro uscirà il 15 aprile.

Luca Rinarelli è nato nel 1975 a Torino, strana città in cui si ostina a vivere.
Storia del Novecento, fotografia e cinema le passioni di sempre. Si è occupato per anni di persone senza fissa dimora. Ha pubblicato i romanzi In perfetto orario (Robin 2009) e La gabbia dei matti (Agenzia X 2011). È uno degli autori della biografia Dalla parte degli ultimi, (Edizioni Gruppo Abele). Ha pubblicato in e-book il racconto H, selezionato dal concorso Corpifreddi. I suoi racconti sono pubblicati in varie antologie come Un giorno a Torino – Calibro 9 (Novecento Media). Inverno rosso è il suo terzo romanzo.

:: Gin&Genio, Dan Fante (Whitefly Press, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

27 marzo 2014

cop scheda lastGin&Genio di Dan Fante è stato pubblicato in Italia lo scorso maggio dalla Whitefly Press. La traduzione dall’inglese americano è di Gabriella Montanari, co-fondatrice della casa editrice.
Ciò che il lettore deve aspettarsi da Gin&Genio ben lo sintetizza Ben Pleasants nella prefazione: “I suoi romanzi, le sue commedie e le sue poesie sono rabbiosi fili spinati contro la monotonia del conformismo”. In effetti fin dalle prime battute emerge chiaro che le composizioni di Dan Fante poco hanno a che vedere con le liriche o i sonetti d’intonazione classica o classicheggiante e parimenti hanno poco in comune anche con la produzione poetica contemporanea. Non per questo però hanno meno valore o importanza, letterariamente parlando. “Ci sono 4,6 miliardi di persone su questo pianeta e in nessun momento uno solo di quei figli di puttana pensa a te”. Traspare tutta l’amara consapevolezza del mondo che lo circonda dai versi di Fante, di Los Angeles ma anche dei posti che ha visitato, compresa l’Italia. Viviamo in un mondo di finzione, dove l’apparenza e l’apparire conta più della sostanza, tutti sono pronti a svendersi per il vile denaro, compresi gli scrittori, i poeti, e gli artisti che divengono scribacchini al servizio dei loro editori, scenografi o produttori, scrivendo ciò che viene indicato loro e non quello che sentono veramente di dire. Dan Fante invece lo fa, al pari di un altro californiano d’adozione che tanto ha fatto parlare di sé per la sua scrittura senza veli. E tanti sono i legami con Charles Bukowski, primo fra tutti l’amore per l’alcool e per le donne, ma soprattutto l’essere una nota diversa in campo editoriale internazionale, che una volta scoperta lascia indelebilmente un segno profondo nel lettore. “Non conosco nessun altro poeta vivente che scriva in questo modo. La sua visione, la sua voce, così particolari, esplodono ad ogni pagina. Leggete chi vi pare, ma sappiatelo: non sarete più gli stessi dopo aver aperto questo libro” (Joyce Fante – Prefazione a Gin&Genio). Il vissuto che emerge dai suoi scritti regala l’immagine di un uomo che i problemi non li ha solo evitati, li ha anche affrontati, superati, con la consapevolezza della caducità della volontà nonché dell’imprevedibilità della vita stessa. Contrariamente a ogni aspettativa poi emerge forte la passione per il proprio lavoro di scrittore, di poeta, di narratore. Un sentimento puro, genuino, che va oltre il mestiere, il guadagno o la notorietà, piuttosto rammenta l’immagine di un cammino verso se stesso, un ritorno al proprio essere interiore rinnovato dal contatto con il mondo esterno. “L’unica vera pace uno scrittore la trova davanti alla macchina da scrivere quando deve buttarsi di testa senza trucchi e aspettare che le dita si muovano fin quando una volta di più con il cuore come sola difesa ascolta il suono della musica”.

Dan Fante: Nasce a Los Angeles nel 1944 dal celebre scrittore John e da Joyce Smart; insegna scrittura creativa all’Università di U.C.L.A. Annualmente fa ritorno in Italia, nella cittadina abruzzese di Torricella Peligna di cui era originario il nonno emigrato in America nel 1901. In Italia ha pubblicato con la Marcos y Marcos Angeli a pezzi, Agganci, Buttarsi, con Ad est dell’equatore Mae West, con Spartaco l’opera teatrale Don Giovanni, con Whitefly Press Gin&Genio.

:: Le competenze trasversali dell’amore, Angelo Dolce (Ottolibri, 2014) a cura di Micol Borzatta

27 marzo 2014

competenze trasversaliLorenza D’Antoni è un’insegnante di cinquantadue anni, madre di famiglia, moglie ma soprattutto una donna.
La sua vita si divide tra famiglia e scuola, due ambienti da dove non riceve stimoli o ringraziamenti.
Un giorno però a scuola si presenta il supplente del professore di musica: Nicolò Grimaldi. Un venticinquenne molto attraente, musicista.
Lorenza si invaghisce subito del nuovo arrivato. Si stupisce del suo comportamento, non è da lei, sempre stata donna integerrima. Inizia ad andare in palestra per rimettersi in forma, da giovane era sempre stata una bellissima ragazza e voleva ritornare bella per il suo prof.
I giorni passano e i due iniziano una storia, Lorenza si innamora sempre di più del suo prof. e questo sentimento la fa cambiare anche nei confronti dei suoi studenti, che si accorgono del cambiamento e iniziano a portarle più rispetto e ad avvicinarsi a lei.
La storia però non è tutta rosa e fiori, Lorenza, per Nicolò, inizia a diventare troppo pressante, mentre per lei lui non è abbastanza presente.
Una sera Lorenza decide di andare a prenderlo fuori dal locale in cui suona. Nicolò si arrabbia e iniziano a discutere pesantemente, ma come succede sempre dopo la tempesta arriva il sereno, ma è un sereno illusorio perché entrambi sanno che quella è l’ultima volta.
Lorenza decide di non smettere però di prendersi cura di se stessa, continua la palestra, dove il suo istruttore le chiede di prendere il suo posto, continua a mantenere il nuovo rapporto con i suoi studenti e cerca di tornare a essere più vicina ai suoi figli.
E proprio questa sua vicinanza con i figli la porta a distruggersi. Sua figlia Martina, infatti, una sera le chiede aiuto per prepararsi per un appuntamento. Lorenza è tutta contenta di aiutarla, ma quando il ragazzo della figlia entra in casa scopre che è il suo prof.: Nicolò Grimaldi.
Un romanzo molto coinvolgente che racconta nei particolari il degrado delle famiglie di oggi, la mancanza di interesse che sempre più spesso colpisce i coniugi, un disinteresse reciproco che trasforma una famiglia in un gruppo di coinquilini estranei l’uno all’altro, causato dai problemi e dalla routine quotidiana.
Scritto in prima persona e sottoforma di relazioni periodiche coinvolge molto il lettore che segue tutti i pensieri e i cambiamenti di Lorenza arrivando a prendere le sue parti, a capirla, a sostenerla e a provare le sue gioie e i suoi dolori.

Angelo Dolce è laureato in Storia dell’Arte. Vive e lavora nella parte storica della Repubblica di Venezia. Amante delle chiese, dei concerti, delle orchestre, dei musei e dei teatri. Nel 2001 è finalista al Premio Nazionale di Narrativa a Bari con l’opera ChinOtto e nel 2013 ha pubblicato Pelle d’acciaio, note d’ottone. Vita e avventure di Lorenzo da Mestre nella Serenissima Repubblica d’Italia.

:: Con rispetto parlando, Ana Nobre de Gusmão (Neri Pozza, 2014) a cura di Valeria G.

26 marzo 2014

con_rispetto_parlando_01« Ho cinquant’anni ed ho sempre vissuto libero; lasciatemi finire libero la mia vita; quando sarò morto voglio che questo si dica di me: Non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna istituzione, di alcuna accademia e men che meno di alcun sistema: l’unica cosa a cui è appartenuto è stata la libertà. »

(Gustave Courbet)

Può succedere, qualche volta, di trovarsi davanti ad un libro e non avere grandi aspettative in relazione al contenuto che lo scrittore ha deciso di trattare nel suo lavoro.
Questo può verificarsi, in primis , al lettore che si appresta ad iniziare il nuovo romanzo di Ana Nobre De Gusmao intitolato ” Con rispetto parlando ” pubblicato da Neri Pozza; la copertina riporta un manichino con una divisa bianca e nera da cameriera di alti livelli, una scelta evidentemente molto appropriata in quanto il libro narra la storia di Laurinda, domestica ad ore portoghese.
Laurinda è dedita al suo lavoro e ai suoi “padroni” , la fatica di un lavoro estenuante come il suo non sembra pesarle molto, anzi , è assolutamente consapevole del suo posto nel mondo, “felicemente vedova” , profondamente religiosa e decisamente pettegola.
Oltre a tutto ciò, Laurinda sostiene di avere un dono speciale e piuttosto fastidioso; è in contatto con fantasmi e spiriti, non li sente parlare ma ne avverte la presenza, vede anche le anime delle persone, quindi è convinta di sapere esattamente se una persona sta dalla parte del Bene o del Male.Tutto questo condito da un linguaggio tagliente e pensieri non sempre positivi circa gli atteggiamenti dei suoi datori di lavoro.
La storia in sé è piuttosto semplice, gli avvenimenti sono narrati attraverso i racconti articolati e personalizzati della domestica che “in confidenza” spiega ai padroni i dettagli intimi e , spesso piccanti, della vita degli altri personaggi: la signora Vanda è sempre annoiata, il marito la lascia sola tutto il giorno, i bambini sono a scuola e lei non ha niente da fare se non tentare di preparare piatti elaborati che il più delle volte finiscono nella spazzatura perché immangiabili; il signor Emanuel è un professore colto ed elegante, gay non dichiarato ma prossimo al coming-out; , la signora Celeste è una donna affascinante, separata dal marito, con una vita sentimentale piuttosto libertina che si lascia sedurre da un giovanotto ambiguo che potrebbe essere suo figlio e che Laurinda schiera subito dalla “parte del Male”; e infine la signora Ursula, nata in Svizzera, portoghese di adozione, ha abbandonato il marito per seguire quello che credeva essere il suo grande amore.
Quest’ultima viene coinvolta particolarmente nelle vicende spirituali di Laurinda, la “padrona svizzera” , infatti, possiede una copia dell’opera denominata “La sonnambula” di Gustave Coubert. La sola presenza del quadro getta Laurinda in uno stato di confusione e di visioni esoteriche tanto da convincersi che la famiglia di origine della stessa Ursula sia stata legata al pittore, nonché convincersi che il fidanzato giovane della signora Celeste sia l’immagine vivente del pittore stesso.
E’ decisamente sorprendente come, attraverso una narrazione leggera in cui le vicende trattate possano sembrare piuttosto vuote , ci siano invece spunti estremamente interessanti che permettono al lettore di affrontare i grandi interrogativi che da sempre affliggono l’Uomo: esiste davvero qualcosa oltre la morte? E ‘ Dio che ha creato l’uomo oppure è l’uomo che ha creato Dio ? E’ Laurinda , naturalmente, con i suoi discorsi prolissi e la sua irresistibile ironia a fornire lo spunto per tali riflessioni a tutti i personaggi, ognuno a modo suo si sentirà coinvolto e cercherà di trovare le risposte a tali quesiti.

Ana Nobre de Gusmão è nata a Lisbona dove ha studiato Design e si è laureata in Filosofia. Vive tra il Portogallo e la Svizzera. Il suo primo romanzo, Delitto senza corpo (Cavallo di ferro, 2006), ha vinto il premio Revelação ed è stata accolto con un grande successo di pubblico. È già stata tradotta in Germania e Spagna.

:: L’omicidio di Halland, Pia Juul (Elliot, 2014)

26 marzo 2014

Lomicidio-di-Halland-Pia-JuulPrima di iniziare questa recensione alcune premesse mi sembrano doverose: non tutti gli interrogativi che sorgeranno durante la lettura di questo romanzo avranno una risposta, molte questioni rimarranno irrisolte e pure l’identità dell’assassino, (perché questo romanzo è infondo un poliziesco pur con tutti i ma del caso), seppure un’ ipotesi verrà fatta (sia dalla polizia che dalla protagonista, voce narrante del romanzo), resterà fumosa e indistinta.
Detto questo le ipotesi sono due: o la colpa è mia, tutto è chiaro e io non sono abbastanza perspicace da cogliere rimandi e sottigliezze o l’autrice stessa ha inteso creare questo senso di sospensione e incertezza, (e avendo letto molte recensioni straniere al libro, opterei per questa seconda ipostesi).
Dunque se amate i misteri e le sfide non vi spaventano, avete occhio per i dettagli e amate mettere in moto le celluline grigie care a Poirot, avrete pane per i vostri denti.
Spoilerare è quasi impossibile, perché unicamente si possono delineare ipotesi, e almeno io mi guardo bene da darvi certezze, punti d’appiglio incontrovertibili, dati di fatto certi e rassicuranti. Leggere questo libro è un po’ come camminare sulle sabbie mobili con il dubbio che sia solo un inganno letterario, o ancor peggio la trama di un romanzo che la protagonista, scrittrice affermata, sta ideando.
Anche quest’ultima ipotesi non è da scartare del tutto, ce ne sono infatti gli indizi, ma noi li ignoreremo e considereremo il romanzo la storia di un delitto e della sua successiva indagine svolta dalla polizia, e rifiutata caparbiamente dalla protagonista che indaga sì, ma su chi fosse in realtà il marito che credeva di conoscere, ma in realtà non conosceva affatto. Se dopo quanto avete letto fin ora non vi ho spaventato, ma anzi vi ho incuriosito, bene vorrà dire che questa lettura sarà per voi interessante e soddisfacente.
L’omicidio di Halland (Mordet pa Halland, 2009) della danese Pia Juul, tradotto da Bruno Berni ed edito in Italia da Elliot edizioni, si discosta grandemente dal tipico giallo nordico, e su questo tutti i recensori che l’hanno analizzato sono d’accordo.
L’autrice è fondamentalmente una poetessa, una drammaturga, un’autrice di romanzi più “letterari” che di “genere”, differenza che fa sorgere anche qui numerosi interrogativi, anche se questo non è il luogo per trovare delle risposte.
La Juul si accosta al genere poliziesco assorbendone i temi: abbiamo un delitto, abbiamo un’ indagine poliziesca, abbiamo un misterioso assassino armato di fucile, abbiamo vari misteri legati alla vittima, e soprattutto abbiamo lo sguardo della vedova, Bess, voce narrante della storia a cui dobbiamo decidere fin da subito se credere o meno. E ragioni per dubitare su quanto dice ce ne sono parecchie, anche se da gran mattatrice assorbe tutta la luce su di sé, creando intorno simpatia e nello stesso tempo dubbi e un bizzarro senso di follia.
Il romanzo si apre con una tranquilla scena domestica: una coppia, Halland e Bess Roe, seduti in soggiorno a guardare un poliziesco alla tv. Lei scrittrice, si alza per andare a lavorare nel suo studio, lui va a letto, il giorno dopo deve partire per lavoro.
E fino a qui tutto corre nei binari del consueto.
Lei lavora tutta la notte ad un manoscritto e al mattino, una splendida mattina di primavera, si assopisce sul divano del soggiorno. Poi viene svegliata da un forte colpo, forse uno sparo. Un uomo bussa alla porta, Bjorn e le dice: In nome della legge. Sono le 7,47 […] lei è in arresto per l’omicidio di Halland. Le ultime parole del marito accusano appunto Bess dell’omicidio.
Ma Bjorn non è un poliziotto, è solo un passante che ha scoperto il corpo.
Credergli o meno? Davvero Bess è l’assassina? La polizia sembra scartare quest’ipostesi e inizia un’indagine che nelle ultime pagine del libro porterà ad un probabile colpevole.
Ma facciamo un passo indietro. Tutto il romanzo ruota intorno alle reazioni di Bess al delitto. Il personaggio di Halland svanisce sullo sfondo, la ricerca del vero assassino pure, abbiamo sì diversi candidati, diversi moventi, anche se forse quella con il movente più forte è proprio la stessa Bess, una forte somma di denaro viene trasferita sul suo conto, ma ciò che impariamo maggiormente a conoscere è il personaggio di Bess, le sue stranezze, le sue eccentricità, il suo rapporto irrisolto con la madre e la figlia, con il suo ex marito che lasciò per Halland.
E poi cosa spinge un uomo ad affittare una stanza nell’appartamento di una nipote, vistosamente incinta, che poi è davvero la nipote? E’ lui il padre di questo bambino? E perché chiude tutti si suoi conti, disattivando le utenze? Sarà la chiave di lettura di tutto il poster di La Retour de Martin Guerre che Bess trova nella stanza di Halland? Cosa contiene il suo computer? Perché Bess va a una presentazione di un suo libro e poi fugge via? Chi le telefona dal telefono di Halland? Perché la figlia la tratta con gentilezza quasi inconsapevole di tutti gli attriti che Bess ha sempre descritto?
Domande si sommano ad altre domande, e il lettore non fa a tempo di farsi delle ipotesi che la trama cambia prospettiva, fino al finale altrettanto inquietante. Un gioco di intelligenza insomma, un rompicapo, i cui echi restano anche parecchi giorni dopo la fine della lettura.

Pia Juul Considerata uno dei maggiori poeti e narratori danesi contemporanei, è nata nel 1962 e ha esordito nel 1985 con un libro di poesie.
Da allora ha pubblicato una lunga serie di opere, soprattutto poetiche, ma anche drammi e alcuni romanzi, fino alla sua ultima raccolta di racconti del 2012, Af sted, til stede, che ha avuto un grande successo.
Ha vinto molti premi prestigiosi e dal 2000 riceve il vitalizio del Fondo Statale per l’Arte, che la Danimarca attribuisce ai suoi migliori artisti.
In Italia nel 2014 la casa editrice Elliot ha pubblicato il suo romanzo L’omicidio di Halland.

:: Quello era l’anno, Dennis Lehane, (Piemme, 2009) a cura di Serena Bertogliatti

25 marzo 2014

given-day1The Given Day di Dennis Lehane
Pubblicato in Italia come Quello era l’anno, Piemme, 2009

Lehane è Lehane.
Irlandese, cattolico, malinconico come un irlandese cattolico trapiantato negli Stati Uniti. Sa di pioggia che batte su ferite aperte, vecchie e nuove, che dolgono sempre e si finge che non dolgano mai. Sa del profumo lieve e innocente di una donna accarezzata con mani ispessite da una vita dura. Sa di enormi nel cuore di persone apparentemente minuscole, schiacciate da un mondo ingiusto, dove è il Giusto a pagare per tutti gli altri.
Non sto ovviamente parlando dell’uomo Dennis Lehane, ma dello scrittore, di quell’istanza che decide di che cosa scrivere e come descriverlo, di quell’elemento comune ai diversi romanzi firmati “Dennis Lehane”, istanza che si incarna in personaggi così simili tra loro da farmi pensare:
Lehane è Lehane.
Lehane è Lehane a partire dalla prosa.
The Given Day (pubblicato in Italia con il titolo Quello era l’anno da Piemme) è scritto in terza persona, con un ben dosato uso del discorso indiretto libero: Lehane ci fa entrare nelle teste dei protagonisti quanto basta per immedesimarci in loro, ma senza con ciò rallentare la narrazione dei fatti. Il risultato è una prosa scorrevole ma non asettica, facilmente approcciabile da qualsiasi tipo di lettore ma non didascalica.
(Unica nota negativa per il pubblico italiano che leggesse il romanzo in lingua: Lehane fa parlare alcuni personaggi in italiano, ma i loro dialoghi sembrano frutto di una pessima traduzione.)
The Given Day è la storia di due destini che s’intrecciano nella Boston del 1918-1919.
Uno è Danny Coughlin, poliziotto proveniente da una più che rispettabile famiglia irlandese che ha fatto propri gli ideali della borghesia americana bianca. Perché, va ricordato, gli irlandesi non erano esattamente “bianchi”: lo erano solo dopo essere irlandesi. Il patriarca Coughlin lo sa bene, e si tiene ben stretta la nuova rispettabilità tutta borghese abbracciando il nazionalismo americano dell’epoca: bianco ai limiti del razzismo e anticomunista ai limiti della paranoia.
L’altro protagonista è Luther Laurence, che oggi definiremmo “afro-americano” ma che nel libro è un negro dell’Oklahoma. Alla rispettabilità non punta neanche, cercando invece di conquistarsi perlomeno una vita decente. Nel farlo, esce dalla retta via e s’inserisce nell’affare sbagliato, ritrovandosi con degli omicidi alle spalle e la fuga come unica via per tutelare sé e la moglie incinta.
Danny e Luther hanno molto in comune, a partire dall’essere in piccolo l’incarnazione di un grande ideale. Sono due falliti con la stoffa dell’eroe. E Danny lo diventerà, un eroe, nel quadro degli eventi che porteranno allo sciopero della polizia di Boston. È un paladino degli ideali perdenti in partenza, e lo sa – anche se sarebbe più corretto dire che lo sente, perché ciò che lo rende unico non è l’intelligenza, ma un sesto senso da bestia furba – e pur sapendolo decide di consacrarsi all’ideale. Ne uscirà – e sente anche questo – come l’opposto di un eroe, odiato anziché amato. Similmente, ciò che ha reso Luther un assassino costringendolo a scappare a Boston è una buona causa.
Ma nel mondo di Lehane le buone cause sono destinate a perdere, perché il mondo di Lehane è ingiusto e condanna i Giusti, che ne escono stigmatizzati come Ingiusti. E mi chiedo quanto questa retorica, che giustifica nel particolare (ossia nel caso di Danny e Luther) azioni che nel grande sarebbero condannate da quella stesso quadro morale che Lehane tratteggia, sia il riflesso di quella parte di cultura statunitense che giustifica le singole deroghe al diritto umanitario in nome di un ideale più alto.
Lehane assume una posizione ambigua nei confronti della questione “terrorismo”, che è una delle parole-chiave del romanzo. In questi 1918 e1919, in cui il Comunismo riecheggia negli Stati Uniti unendosi al discontento degli immigranti e della sottopagata polizia, c’è la tendenza – sempre attuale? – di fare di tutta l’erba un fascio, chiamando “terrorista” chiunque si opponga all’ordine vigente (includendovi, nella fretta, chi non è bianco, perché solo i bianchi possono essere veri Americani). Questo fanno i conservatori, e questo Lehane critica usando i due protagonisti. Luther, personaggio afro-americano e positivo, è la dimostrazione vivente di quanto tale stigmatizzazione sia erronea. Danny, pur essendo ormai potenzialmente integrato (è un bianco e un poliziotto), è però un progressista, che si converte alla causa dei reietti: gli immigranti, le minoranze e, non da ultimi, i poliziotti sottopagati di Boston, che rischiano la vita per paghe da miseria. Per tutto il romanzo Danny si oppone alla visione di chi fa di tutta l’erba un fascio, includendo le motivate proteste dei lavoratori nella categoria “terroristi”, ma alla fine è proprio contro i terroristi – quelli “veri” – che Danny lotta, anima e sangue.
Cos’è un “terrorista”? Chi è il Nemico? Lehane rimane vago. Il Nemico, nell’ottica di Danny, è colui che uccide innocenti con l’intento di farlo – più o meno. Una definizione chiara nel romanzo non c’è, e quindi rimane aperta la domanda:
Come capire se una persona è un/a terrorista o se uccide per una buona ma malintesa causa?
La seconda parola chiave del romanzo è, anche se non menzionata esplicitamente, “nazionalismo”. Le storie dei Coughlin e dei Laurence sono storie d’integrazione in quegli Stati Uniti che tutt’oggi si fregiano di essere il Paese multietnico per eccellenza. La “Nazione della libertà”, come mito, ha radici lontane: fondato da reietti europei sfuggiti all’intolleranza europea, ha progressivamente funto da serbatoio per ogni genere di immigrazione. Lehane punta la lente d’ingrandimento sul razzismo soggiacente al mito, mostrando come gli afro-americani nel 1918-1919 non fossero che dei “negri”, trattati con meno tolleranza di quella riservata ai Padri Fondatori dagli europei. C’è una critica, quindi, ma il mito non viene sfatato, anzi. Quel che viene criticato è il modo in cui l’ideale viene interpretato, non l’ideale stesso.
Danny, progressista, combatte perché il mito dell’uguaglianza e della libertà divenga fatto, includendo non solo i bianchi (che, nel 1918-1919, includono da poco anche alcuni irlandesi), ma anche gli italiani, i russi, gli afro-americani, etc… Luther, che in questi Stati Uniti ricolmi di razzismo non ha voce, ha lo stesso sogno di Danny: si sente americano e da americano vuole tutelare la propria patria. Danny e Luther sono cittadini americani odierni ante litteram, che già hanno in sé (o profetizzano) il modello di libertà e uguaglianza che dovrebbe essere incarnato dagli Stati Uniti.
Ma, anche qui, come nel caso del terrorismo, viene portata solo una vaga idea di cosa significhi “essere americani”. È qualcosa di più ampio di una questione razziale ma non ampio abbastanza da includere visioni politiche estreme come il comunismo originale. Una definizione manca, e l’unica cosa che sappiamo è che Danny e Luther si oppongono il “giusto”, quel “giusto” bastante a renderli americani ideali. Rimane aperta la domanda:
Come capire se una persona è un/a americano/a nel cuore, progressista per amore della patria, o se è un/a comunista travestito/a da americano/a?
Lehane ha intuito lo Zeitgeist dell’epoca (il 1918-1919 come il 2014): lo stretto legame tra nazionalismo e terrorismo, il come il primo si scagli sul secondo, si costruisca in opposizione al secondo. Lo ha intuito e ha puntato il dito contro gli effetti collaterali del mito americano, le cui guerre per la libertà così spesso coinvolgono civili che nulla hanno a che spartire con il “Nemico”, siano queste vittime alcune minoranze stigmatizzate o passanti uccisi da una bomba. Eppure, in The Given Day questa critica viene portata assieme al proprio antidoto: se in generale è sbagliato uccidere, nel particolare Danny e Luther lo fanno avendo dalla loro ragioni che portano il lettore a “perdonarli”.
Certo, la morale (cattolica) sottostante non può assolverli del tutto – e, infatti, le loro sono storie di redenzione: Danny deve pagare il prezzo di essere stato un ipocrita borghese, Luther quello di aver ucciso. Ma la morale (sempre cattolica) non li condanna neanche all’Inferno in via definitiva. E così Danny e Luther vivono in un Purgatorio caotico (come la vita?), combattuti tra il bene e il male. Così, entrambi hanno una donna che li attende a casa, che attende che loro compiano le giuste azioni, angelo del focolare che paziente attende che il marito divenga un Giusto per raggiungerla in Paradiso. E questo perché entrambi, per motivi diversi, hanno errato, uscendo dalla retta via, trovandosi catapultati all’Inferno. Entrambi dovranno combattere i propri demoni, interiori ed esteriori, per tornare a quella vita ideale tutta cattolica fatta di una moglie devota e di, nel caso di Luther, un figlio. La ricompensa per cui lottano è interiore, non esteriore. Il mondo esterno, come detto, li stigmatizzerà, ma non è per vivere bene nel mondo che i personaggi di Lehane si sottopongono alle intemperie della vita: è il Paradiso per cui espiano.
Così, sotto la scorza hard-boiled dei personaggi lehaniani, sotto questi “finti dannati”, troviamo una visione estremamente cattolica. Non è il cattolicesimo italiano, ma quello statunitense, che va a intrecciarsi al mito americano creando questi due eroi delle cause perse. Il mondo li rende dei reietti, ma è Dio che deve assolverli. Nel mondo si sporcano le mani (e si sente, di sottofondo, sussurrare che è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo), ma interiormente tendono alla Giustizia.
Chi è il vero terrorista? Chi è il vero americano? Chi è il Giusto?
Sembrerebbe stare a Dio, e non al romanzo, dare queste risposte – con tutte le pericolose conseguenze di un’ottica che giustifica le singole deroghe al diritto umanitario in nome di un ideale più alto.

Dennis Lehane, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, ha lavorato come educatore per bambini affetti da handicap e vittime di abuso, come cameriere, parcheggiatore, autista di limousine, libraio, scaricatore di camion. Il suo unico rimpianto è di non aver mai fatto il barista. Ha scritto dieci romanzi, tutti bestseller, tradotti in oltre trenta lingue. Tre di questi hanno ispirato alcuni dei maggiori registi contemporanei: Clint Eastwood (Mystic River. La morte non dimentica), Ben Affleck (Gone Baby Gone. La casa buia), Martin Scorsese (Shutter Island. L’isola della paura). Anche La legge della notte – che ha dominato per settimane le classifiche americane e si è aggiudicato i prestigiosi Edgar© Awards come Miglior romanzo dell’anno – è destinato a diventare un film, con Ben Affleck alla regia e Leonardo DiCaprio nei panni del protagonista. Dennis Lehane è anche sceneggiatore di serie tv (The Wire, Boardwalk Empire). Vive tra Boston e la Florida.

:: Un’ intervista con Rosa Liksom, autrice di Scompartimento n° 6 a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2014

scompartimento 6Benvenuta Rosa, e grazie di aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Rosa Liksom? Punti di forza e di debolezza.

Sono nata in Lapponia, regione a nord della Finlandia proprio vicino al confine svedese, nella zona di lingua Meän. I miei genitori erano agricoltori e allevatori di renne. Ho 4 fratelli e una sorella. A 17 anni mi sono trasferita a Helsinki. Ho fatto vari lavori e studiato antropologia all’università. Ho trascorso la mia giovinezza (occupando edifici) e vivendo in squat e comuni in tutta Europa. Ho vissuto e lavorato come barista per quattro anni a Christiania, un quartiere di Copenhagen, e ho trascorso molte estati a Parigi lavando i piatti in un ristorante. Ho anche vissuto e lavorato in una fishfactory sia nella Norvegia settentrionale, che in Islanda, e ho studiato a Mosca durante l’era di Breznev. Ho scritto i miei primi tre libri a Christiania dove lavoravo in una panetteria e davo una mano in un negozio locale. Mi sono trasferita di nuovo a Helsinki, in Finlandia nel 1987. Oltre a scrivere libri, sono anche un’ artista e ho fatto numerose mostre in Europa e ho girato cortometraggi dal 1985. Ho fatto libri a fumetti, un libro da colorare e libri per bambini. Sto anche progettando una linea di prodotti per bambini chiamata ECo HeloU per il negozio Kiasma (nel Museo di arte moderna di Helsinki). La scrittura e la creazione di tutti i tipi di arte sono un modo di vita per me. Faccio tutto questo perché (semplicemente ) mi piace così tanto (enormemente).
La mia forza è che amo il mio lavoro di scrittrice e di artista. Sono una persona molto laboriosa e non ho problemi a portare avanti molti progetti allo stesso tempo. Sono una buona organizzatrice. La mia debolezza è che mi piace dormire e quando gli altri vanno ai party, io vado a dormire.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Non scrivo libri commerciali, scrivo libri belli e di facile lettura. Scelsi di scrivere in Christiania, Danimarca, forse perché l’atmosfera era molto creativa. Tutti avevano a che fare con l’arte, il teatro, la scrittura, le riviste alternative. Era il tempo del Punkrock ed anche io ero una punk. Facevamo di tutto, suonavamo musica, facevamo spettacoli, happening …

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

La cosa più importante è essere in grado di lavorare per lunghi periodi da solo, poiché uno scrittore passa molto tempo da solo. E’ anche un bene avere buona memoria e occhi acuti. Uno scrittore poi deve essere curioso della vita ed è importante che abbia qualcosa da dire.

IMG_8970Sei una scrittrice acclamata dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Sì, certo, ma così va il mondo. A qualcuno piace un libro, ad altri quel libro… così io da scrittrice tendo a meravigliarmi di cosa i critici letterari dicono dei miei libri. Molte volte leggo quei critici che possono vedere le cose che io come scrittore non riesco a vedere. A volte ho imparato molto dalla lettura critica dei miei libri. La cosa principale è questa: lo scrittore scrive libri e il critico letterario li analizza.

Compartment number 6 (Titolo originale: Hytti nro 6), è ora edito in Italia da Iperborea Editore con il titolo Scompartimento n ° 6 . Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho fatto questo viaggio dalla Siberia alla Mongolia nel 1986. Il vero viaggio è stato il punto di partenza di questa storia.

Mosca, anni 80, due sconosciuti, una studentessa finlandese timida e taciturna e un rude e violento russo, condividono lo stesso scompartimento. I capitoli di apertura presentano i protagonisti . Potresti dire ai lettori cosa succede?

Per raccontare questa storia ho provato a immaginare cosa accade quando due persone totalmente estranee sono messe in una cabina ferroviaria per due settimane, senza che possano scappare. Quindi questa storia è anche un esperimento di come la vita comune si svolge in una cabina. Che tipo di processi si verificano e come questi processi si sviluppano …

Quale è la tua scena preferita in Scompartimento n° 6 ?

Amo la natura siberiana e tutte quelle scene dove descrivo la natura, gli animali, l’architettura e le cose che la Siberia mi ispira. Mi piacciono anche le scene liriche del libro.

Quale è stato il personaggio più difficile da raccontare e perché? Il più semplice e perché?

La cosa più difficile era trovare le parole adatte da far pronunciare al personaggio maschile. Voglio dire, quando un lettore finisce di leggere il libro, sia una lei o un lui, deve capire che l’uomo sta veramente parlando della Russia. Comunque mi è veramente piaciuto scrivere questa storia, ciò che l’uomo dice alla ragazza in treno. Sono storie di russi, storie folli, di persone che vivono in campagna. E mi è anche piaciuto descrivere il personaggio di Arisa. Forse era la cosa più difficile da creare è stata proprio il personaggio della ragazza finlandese, che viveva e studiava a Mosca proprio come ho fatto io, ma lei non era me.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

La mia scrittrice preferita è Hertha Muller, è nata a Romania, ma adesso vive in Germania. Mi piace anche molto l’americana Annie Prouloux.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto un sacco di libri di saggistica. Amo la storia e la sociologia.

Ti piace fare tour promozionali?

Mi piace viaggiare.

Verrai in Italia di nuovo per presentare i tuoi romanzi?

Certamente. Questo è il mio terzo libro tradotto da Delfina Sessa e pubblicato in Italia . Ho fatto in precedenza due tournee letterarie in Italia. Il pubblico italiano è fantastico. Ho ricordi particolarmente affettuosi di Sorrento, dove sono stata due anni fa. Napoli e Firenze sono anche città fantastiche, e naturalmente Roma.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto scrivendo un nuovo romanzo.

:: Un’ intervista con Richard Lange

24 marzo 2014

angel baby2Benvenuto Richard, e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Richard Lange? Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Oakland, California, e sono cresciuto in alcune piccole città della Central Valley, che è piena di aziende agricole, pozzi di petrolio e lavoratori migranti. E’ la vera California, non quella che si vede in TV. Ho avuto un’infanzia infelice, ma non ero un bambino infelice. Ho lasciato la mia casa a 17 anni per frequentare la scuola di cinema a Los Angeles, mi sono reso subito conto che il film non era il mio medium, troppo collaborativo, così mi sono concentrato sulla fiction, soprattutto sui racconti brevi. Dopo il college ho trovato lavoro da Larry Flynt, il famigerato editore della rivista Hustler. Ho lavorato per una rivista di musica heavy – metal chiamata RIP. Quando l’esperienza si è conclusa, ho fatto altri lavori editoriali. Per tutto il tempo scrivevo di notte racconti. Per anni e anni. Li spedivo alle riviste, ma li rifiutavano, li rielaboravo, e li spedivo di nuovo. Infine, quando avevo 32 anni, sono riuscito a pubblicarne uno su una piccola rivista universitaria da qualche parte in Louisiana. Sono passati dieci anni da allora. Ho pubblicato altre storie in diverse piccole riviste, sempre lavorando di giorno. Poi un agente mi ha chiamato di punto in bianco chiedendomi di mettere insieme una raccolta di racconti. Quello fu il mio primo libro, Dead Boys (Come morti, in Italia). Sto scrivendo a tempo pieno ormai da otto anni.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Scrivo da quando ero bambino. E ‘sempre stata una parte naturale della mia esistenza, non ho dovuto sforzarmi. E’ il mio modo di comunicare meglio con le altre persone.

Raccontaci una tua tipica giornata dedicata alla scrittura?

Cerco di scrivere cinque ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Lo considero un lavoro, proprio come quando ancora andavo in ufficio. Si tratta di un lavoro, in realtà. E’ come mi guadagno da vivere. Lavoro due ore al mattino e due ore al pomeriggio e un’ora circa di notte. Scrivo tutto a mano, poi, quando è vicino alla perfezione, lo trascrivo al computer.

Angel baby è ora pubblicato in Italia da Einaudi. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho letto un articolo del Los Angeles Times che parlava di un uomo bianco di San Diego che conduceva clandestinamente le persone negli Stati Uniti attraverso il confine, per un contrabbandiere messicano. E ‘diventato il personaggio di Malone in Angel Baby, e il resto dei personaggi  sono nati intorno a lui.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

E’ la storia di Luz , una giovane donna messicana, sposata con un trafficante di droga di Tijuana, che la tiene come una prigioniera. Un giorno decide di tornare a Los Angeles, dove ha lasciato una bambina di pochi anni. Ruba dei soldi e una pistola al marito e tenta la fuga. Il libro racconta le sue avventure mentre cerca di attraversare il confine e tornare a Los Angeles. Si tratta di un inseguimento, dall’inizio alla fine, molto frenetico ed emozionante, ma si impara anche a conoscere tutti i personaggi, sia i buoni che i cattivi.

Presentaci i personaggi principali del libro.

C’è Luz , la giovane donna che non si fermerà davanti a nulla per tornare dalla figlia. C’è il marito, il signore della droga El Principe, che non si fermerà davanti a nulla per riavere indietro Luz . C’è Malone, un contrabbandiere alcolizzato, con un desiderio di morte e un terribile segreto. C’è Jeronimo , un ex- gangster tirato fuori di galera da El Principe e poi costretto a inseguire Luz. E c’è Thacker, un corrotto poliziotto di frontiera che insegue i soldi che Luz sta trasportando. Il libro è una danza complessa tra questi cinque personaggi.

Chi ti ha influenzato?

All’inizio sicuramente Hemingway, Raymond Carver, Jack Kerouac e Charles Bukowski. Poi più tardi, Denis Johnson, William Vollmann, Richard Price, ed Elmore Leonard. Sono stato anche influenzato dal cinema e dalla musica. Bruce Springsteen, Warren Zevon, Tom Waits, Neil Young, tutto il punk rock, particolarmente il Los Angeles hardcore. Il film Taxi Driver è stato per me importantissimo. Ha cambiato la mia vita e la mia scrittura. The Deer Hunter, Apocalypse Now, Badlands, Sonatine. Le commedie di David Mamet sono state anche importanti.

Il Messico e gli Stati Uniti d’America fanno da sfondo al romanzo. Puoi descriverci questo scenario?

Angel Baby è ambientato a Tijuana e a Los Angeles, che sono luoghi molto particolari. Tijuana non è il Messico, e LA non sono gli Stati Uniti. Sono entità a sé, molto specifiche. Questo è ciò che rende interessante il libro. Gli Stati Uniti e il Messico hanno tra loro un rapporto complicato. Abbiamo bisogno di manodopera a basso costo che otteniamo dal Messico, ma allo stesso tempo rendiamo difficile la vita per gli immigrati clandestini che vengono a fare quel lavoro. La cultura latina, in particolare la cultura messicana, è pervasiva nel sud della California. Il cinquanta per cento della popolazione è Latino. Come nativo californiano, non credo sia così. In realtà, mi sento strano quando vado da qualche parte dove non ci sono messicani, nessuno che parla in spagnolo, senza musica ranchero.

Parlami del rapporto tra cinema e letteratura. Ritiene che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono progetti di film tratti da questo libro?

Come ho detto prima, il cinema ha sicuramente influenzato la mia scrittura. Io sono un fanatico di film, e spesso mi immagino parti dei miei libri come fossero scene di film. Credo che ciò renda il mio stile cinematografico, a volte. Ho appena finito la sceneggiatura di Angel Baby, per un film per la Warner Bros. Le probabilità di fare poi veramente un film non sono grandi, ma tengo le dita incrociate.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Non leggo molti scrittori contemporanei. Sono troppo occupato a recuperare i grandi classici. Il miglior libro” contemporaneo” che ho letto, davvero in un istante, è stato 2666 di Roberto Bolano. Questo è davvero volato via. Altri libri che ho apprezzato di recente sono True Grit di Charles Portis, Absalom, Absalom di William Faulkner, e McTeague di Frank Norris.

Cosa stai leggendo in questo momento?

The Corrections di Jonathan Franzen, Nightfall da David Goodis , e un grande libro sui miti greci .

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, Joseph Wambaugh, Ross Mc Donald, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, Don Winslow.

Ellroy: vivo, Woolrich: morto, Goodis: morto, Crumley: morto, Thompson: morto, Willeford: morto, Wambaugh: vivo, McDonald: morto, Hammett: morto, Chandler: morto, Winslow: vivo.

Ti piace fare tour promozionali ? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri.

Mi piace uscire e promuovere i miei libri e fare letture, ma a volte mi stanco di parlare di me stesso e del mio lavoro. Non succede mai niente di divertente durante questi eventi, solo al bar dopo!

Parlaci del tuo rapporto con i lettori. Come possono mettersi in contatto con te?

Sono molto grato a chiunque legga i miei libri. A volte non riesco ancora a credere che ci siano sconosciuti a cui piace la lettura dei miei libri che in realtà, scrivo per me stesso, per soddisfare i miei gusti. Chiunque voglia mettersi in contatto con me mi può mandare una e-mail all’indirizzo Richard@richlange.com.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe. Comprami un biglietto! Posso dormire sul tuo divano ?

Quando arriverà in Italia il tuo prossimo romanzo?

Dovresti chiedere a Einaudi. Angel Baby è in realtà il mio secondo romanzo, e Einaudi ha acquistato anche il primo, This Wicked World, ma non l’ha ancora pubblicato.

Grazie per la tua disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri.

Ho un nuovo libro di racconti in uscita negli Stati Uniti nel mese di febbraio del 2015. Si chiama Sweet Nothing. Sto lavorando ad un nuovo romanzo, e sto anche cercando di fare più film e TV, perché è lì che c’è il denaro vero!

:: Un’intervista con Dale Furutani a cura di Giulietta Iannone

23 marzo 2014

imagesBenvenuto Dale e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dale Furutani? Punti di forza e di debolezza.

Sono probabilmente la peggiore persona al mondo capace di dare una descrizione oggettiva di me stesso. Se costretto, direi che sono una persona comune, benedetta con opportunità eccezionali.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia biografia puoi trovarla sul sito DaleFurutani.com. In breve, sono nato nel 1946 a Hilo, Hawaii. La famiglia di mia madre era di Suo- Oshima nel Mar interno di Seto, in Giappone. I miei nonni emigrarono alle Hawaii nel 1896, dove è nata mia madre. Quando avevo cinque anni, mia madre ha sposato un caucasico che poi mi ha adottato. Ci siamo trasferiti in California, dove sono cresciuto e sono stato educato. Ho una laurea in scrittura creativa presso la California State University di Long Beach. Ho anche un MBA presso la Graduate School of Management presso l’ UCLA.
Oltre a scrivere, ho avuto una carriera imprenditoriale di successo negli Stati Uniti e in Giappone. Ho visitato il Giappone più di 30 volte e vi ho vissuto per periodi che vanno dai tre mesi ai tre anni. Oltre a svolgere consulenze, ho avuto incarichi di Marketing Manager per la Yamaha Motorcycles negli Stati Uniti e sono stato Direttore dei Sistemi Informatici di Gestione per la Nissan negli Stati Uniti. Diversi anni fa ho iniziato a dare maggior spazio alla scrittura fino a quando la malattia ha interrotto definitivamente il mio lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Il mio patrigno, che mi ha adottato, aveva un QI di 75. Nonostante queste doti intellettuali limitate leggeva sempre. Lottava duramente anche solo per leggere una rivista, impiegando un grande sforzo per capire quello che stava leggendo. Il suo sforzo mi ha fatto capire che la scrittura era un’ attività molto importante.
Ho iniziato a scrivere in quarta elementare. Ero solito stilare una lista delle parole della settimana  che poi usavo per scrivere una storia. Il mio insegnante mi ha permesso di leggere queste storie in classe e mi ricordo le reazioni positive dei miei compagni.
Quando ero al liceo ho scritto alcune poesie e alcuni testi di saggistica, e ho avuto la fortuna di vendere alcuni testi di saggistica e vincere alcuni premi locali per la poesia.
In realtà, ho scritto per la maggior parte saggistica. Ho pubblicato più di 300 articoli e tre libri.
Dopo il college ho scritto un breve racconto per vedere se riuscivo a venderlo. L’ho inviato ad una rivista e ho ricevuto una lettera di tre pagine da un editor piuttosto famoso. Era una dettagliata analisi della mia storia con suggerimenti per migliorarla. Ero così ignorante che non sapevo che questa era una cosa straordinaria per un editor che aveva ricevuto una storia non sollecitata da uno scrittore del tutto sconosciuto. Non mi rendevo conto che avrei dovuto riscrivere la storia facendo tesoro anche dei suggerimenti dell’editor. Tutto quello che invece vidi era che la mia storia non era stata acquistata, così smisi di scrivere romanzi e mi concentrai sulla saggistica e nella mia carriera di affari .
Quando mi sono avvicinato ai 50 sono diventato amico dello scrittore Michael Nava. Mi piaceva parlare con lui di scrittura e dei problemi tecnici legati ad essa. Michael mi suggerì di provare a scrivere un mistery. Dal momento che questa era una cosa che avevo sempre voluto provare, l’ho fatta. Sono stato fortunato e il mio primo romanzo giallo ha avuto un agente nel giro di poche settimane, è stato venduto quasi subito, e ha vinto diversi premi (sono stato il primo scrittore asiatico-americano a vincere importanti premi di scrittura gialla), e ha ricevuto diverse recensioni positive. Non so se il mio successo nella narrativa possa essere definito lento o veloce. Dopo tutto, mi ci sono voluti quasi 30 anni per sviluppare sufficienti capacità di scrittura, acquisire abbastanza esperienza di vita, e sviluppare le conoscenze del business necessarie per diventare un autore pubblicato di narrativa.
Sono stato molto felice quando Marcos y Marcos ha deciso di pubblicare in Italia i miei libri della serie del Samurai e di Holmes. Marcos y Marcos ha una reputazione per la fiction di qualità, e vedere da parte loro tanto entusiasmo per il mio lavoro è stato davvero incoraggiante. Dovrai chiedere a Marco y Marcos, se vuoi sapere che cosa pensano di me, ma so che hanno trovato divertente che io abbia sviluppato una dipendenza dal Chinotto quando ero in Italia!

Sei il padre del personaggio di Matsuyama Kaze, un detective samurai sullo sfondo del Giappone feudale. Come ti sei avvicinato al personaggio?

Il personaggio di Kaze è motivato da tre fattori fondamentali nella cultura giapponese. Il primo è il Bushido, che è la via del guerriero. E’ una filosofia di vita dura e violenta. Il secondo è il Buddismo Soto Zen. Come tutti i tipi di Buddismo, si basa sulla compassione e serve a temperare l’asprezza del Bushido. Il terzo è l’ ideale confuciano della struttura e dell’ ordine. Kaze è spesso motivato a cercare di ristabilire l’equilibrio con il mondo intorno a lui, che gli dà un senso di giustizia. Questi tre fattori sono tutti combinati con l’amaro, e sardonico senso dell’umorismo di Kaze.

The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, ora edito in Italia da Marcos y Marcos Editore con il titolo Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, è una raccolta di racconti in cui i protagonisti sono Sherlock Holmes e un medico giapponese, il signor Watanabe. Ho avuto l’opportunità di recensirla (questo è il link: qui) Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho avuto un decennio di gravi problemi di salute, durante i quali non ho scritto. Alla fine di questo periodo, quando pensavo che la mia salute fosse tornata alla normalità, ho scoperto di avere una forma molto aggressiva di cancro. Durante la convalescenza dal trattamento per il cancro non mi sentivo di scrivere un romanzo, così ho iniziato a scrivere una serie di racconti collegati tra loro. Per queste storie ho voluto tornare alle mie radici del romanzo poliziesco (proprio come i miei libri di Matsuyama Kaze esploravano le mie radici giapponesi). Così ho riletto tutti i racconti e  i romanzi di Sherlock Holmes e ho capito che c’era un periodo mancante nella cronologia di Holmes, durante il quale fingeva di essere un norvegese di nome Sigerson che stava esplorando l’Asia. Da lì è stato un attimo portare Holmes in Giappone.

Crimini, indagini, avventure, l’incontro dell’Occidente con l’Oriente sono i temi principali. Ma c’è anche una storia di amicizia, tra due persone non così diverse. Potresti dirci qualcosa di più riguardo le trame di questi racconti?

Ho cercato di mantenere lo spirito delle storie originali di Holmes, ma facendo sì che ogni mistero avesse in sé qualcosa di tipicamente giapponese, per cui Holmes non può risolvere i vari misteri senza l’aiuto del Dott. Watanabe. Le storie coinvolgono fantasmi, il concetto giapponese del galateo, e l’umorismo che può sorgere quando culture così diverse entrano in contatto.

Cosa hai aggiunto di tuo al personaggio di Sherlock Holmes?

Holmes è un grande eccentrico. Ho cercato di immaginare come queste eccentricità potessero essere viste attraverso gli occhi dei giapponesi del 1890. Questo porta ad alcune situazioni davvero divertenti. Per quanto possibile, ho cercato di non cambiare Holmes o il suo carattere.

Ci sono progetti cinematografici tratti da questo libro? Guy Ritchie è magari interessato? Quale attore contemporaneo vedresti bene nel ruolo del Dottor Watanabe?

L’ unico interesse cinematografico per i miei libri è stato quello di cambiare i miei libri sui Samurai in western (proprio come “Seven Samurai” divenne ” The Magnificent Seven ” ). La mia esperienza con Hollywood è stata come un petardo inesploso – un sacco di emozioni quando la miccia viene accesa, senza il botto alla fine!

E per quanto riguarda il tuo stile di scrittura?

Cerco di scrivere con uno stile pulito. Ho passato un sacco di tempo nel fare in modo che ogni parola fosse la parola esatta, necessaria a descrivere quello che volevo trasmettere. Questo è probabilmente un retaggio della mia formazione di poeta . Sono sempre alla ricerca di quello che io chiamo ” il dettaglio rivelatore” che fissa una scena in luogo o nel tempo. Per le sequenze d’azione ho coreografato ogni movimento, così i personaggi si muovono da una posizione all’altra senza problemi e con grande grazia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Ho letto tonnellate di saggistica e molto poca narrativa. Se uno scrittore di fiction è migliore di me, ho paura che possa influenzare il mio stile. Se uno scrittore è peggiore di me, non finisco neanche il libro, perché è difficile che me lo goda ed è impossibile che possa imparare qualcosa ( tranne, forse, le cose da non fare). Amo le biografie, la storia (soprattutto la storia romana e in particolare la guerra civile americana), l’aviazione, e le auto da corsa. Uno scrittore di fiction da cui non posso stare lontano è Tony Hillerman, e ho anche riletto alcuni autori classici di fiction.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Caesar: Life of a Colossus di Adrian Goldsworthy. Mi interessa molto il periodo compreso tra Silla e Augusto.

Hai un agente letterario?

Sono stato con Sterling Lord Literistic, una grande agenzia di New York, per quasi 20 anni.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri.

Mi piace andare in un posto e starci un po’, ma non mi piace il tipico tour dove trascorri solo un giorno o due in ogni città. Viaggi troppo e non hai abbastanza tempo per vedere le cose. Mi piace incontrare i lettori e parlare con loro (soprattutto se sono miei lettori)!
I miei libri vengono spesso regalati nelle comunità giapponesi- americane. Una volta durante una presentazione alla firma dei libri un uomo prese un mio libro e lo guardò intensamente. Pensando che potevo aiutarlo a decidere se il libro fosse un regalo adatto, dissi: ” Questo libro non contiene né violenza né sesso gratuito.” L’uomo disse: “Grazie” e prontamente mise giù il libro. Credo che avesse idee molto precise su ciò che voleva in un romanzo.

Verrai in Italia per promuovere i tuoi libri?

Nel 2013 mia moglie ed io abbiamo trascorso un mese in Italia. Era la nostra prima visita e abbiamo viaggiato in diverse città grandi e piccole. La gente era molto gentile e ci siamo trovati benissimo. Il cibo italiano è il nostro genere di cibo preferito e abbiamo assaggiato molti deliziosi piatti regionali.
Ho fatto presentazioni a Roma, a Milano, a Piacenza e a Fidenza e le ho apprezzate molto. Marcos y Marcos anche organizzato una lettura di una troupe professionale di attori di ” Strane Avventure di Sherlock Holmes in Giappone ” per il suo evento del 2013 “Libri a Teatro”.
Ho trovato i lettori italiani molto intuitivi e interessati a cose che andavano al di là della trama o dei personaggi. Spesso mi facevano domande sulla cultura, sulla filosofia e sull’etica. Spesso ricevo questo tipo di reazione da parte dei lettori accademici, ma in Italia questo tipo di commenti arrivava da lettori di tutti i tipi. Nel 2014 trascorrerò due mesi in Francia, ma probabilmente non arriverò in Italia. Io e mia moglie comunque abbiamo adorato l’Italia e non vediamo l’ora di avere la possibilità di ritornarci.

Come è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Apprezzo chi usa parte del suo tempo per leggere il mio lavoro. Cerco di rispondere a tutti, a seconda della mia salute, ma di solito non riesco a impegnarmi in una lunga corrispondenza. Eppure, apprezzo moltissimo ricevere lettere e mail. Un indirizzo email è incluso nel mio sito web, DaleFurutani.com, in alternativa i lettori possono chiedermi l’amicizia e seguirmi su Facebook (“Dale Furutani”).

Grazie per la tua gentilezza. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti se c’è una nuova avventura di Sherlock Holmes in programma o altri progetti.

Ho altri progetti in cantiere. Ma non so quando sarò in grado di farli. In questo momento sono felice che il mio libro di Holmes sia disponibile in Italia.

:: Un’ intervista con Francesca Bompadre, direttore editoriale Edizioni della Sera Junior

20 marzo 2014

edizionidellaseraBenvenuta Francesca su Liberi di scrivere. Il prossimo maggio debutterà per Edizioni della Sera una nuova collana dedicata alla letteratura per ragazzi, Edizioni della Sera Junior. A te il compito di dirigerla. Puoi raccontarci come è nata questa collana?

Da sempre ho coltivato una vera e propria passione per i libri per bambini e ragazzi. Poi come spesso accade questo amore l’ho trasformato in lavoro. Ho incontrato Stefano Giovinazzo, l’editore di Edizioni della Sera. Si è dimostrato da subito interessato a questo mondo e se ne è innamorato tanto da decidere di inaugurare una collana di narrativa: “Edizioni della Sera Junior”.  Il progetto editoriale prevede la pubblicazione di classici del Novecento dimenticati o poco conosciuti accanto alla pubblicazione di opere di autori contemporanei per un pubblico di riferimento compreso tra i dieci e i tredici anni.

Oltre al lavoro di editor, svolgerai un vero e proprio lavoro di scouting editoriale, alla ricerca di testi adatti a un pubblico di lettori tra gli 11 e i 13 anni di età. Nell’era degli smarthphone, dei video giochi, dei computer, come pensi siano cambiati i gusti dei lettori di questa fascia di età, rispetto anche solo a vent’anni fa?

Le cose nel panorama editoriale sono molto cambiate, ma io non parlerei di gusti diversi perché ai ragazzi l’avventura, il mistero, il fantasy piacciono ancora molto. Quello che è cambiato però è il loro approccio alla lettura. Le nuove generazioni sono abituate a “vedere” le cose, molto meno a leggerle. Quindi è stato e rimane compito degli autori e degli editori offrire ai ragazzi delle letture che abbiano un linguaggio per loro comprensibile, immediato vicino alla loro realtà.

I ragazzi comprano prevalentemente in libreria, nelle bancarelle o preferiscono gli store on line? Comprano libri autonomamente o si affiancano ancora ai genitori? Avete linee guida in merito?

Per quanto riguarda le abitudini di acquisto, i negozi on-line sono sempre più forti, costituendo un vero e proprio pericolo per tutte le nostre belle librerie. Per quanto riguarda i piccoli lettori nello specifico loro seguono quello che fanno i genitori. Dipende dalle abitudini di acquisto della mamma e del papà. L’affiancamento dei genitori è ancora fondamentale, ma molto importante è anche il ruolo degli insegnanti.

Quanta importanza ha la scuola nell’educazione alla lettura? Pensi che attualmente si stia facendo abbastanza rispetto all’estero, che suggerimenti avresti da dare a insegnanti, genitori, operatori culturali, anche a politici?

La diffusione dell’amore per la lettura nelle scuole è nella maggior parte dei casi nelle mani di insegnanti capaci e volenterose. Portare i ragazzi in libreria, come se fosse una gita, potrebbe essere un modo carino per avvicinare tutti gli studenti ai libri. Incontrare un autore in classe e farsi raccontare come nasce l’idea di scrivere un libro può rappresentare una esperienza unica.

Per quanto riguarda lo scouting come ti orienterai, hai già un piano di azione? Hai già lettori, scout, persone di riferimento?

La nostra casa editrice è una piccola realtà, io leggo tutti i manoscritti che arrivano e li valuto tutti con estrema attenzione. L’importante è che la storia sia avvincente, con una buona struttura e che segua un preciso arco narrativo.

Sceglierai solo classici da riscoprire, so che il primo volume sarà “I Corsari delle Bermude” di Emilio Salgari, o anche opere di autori contemporanei?

Stiamo valutando anche opere di autori contemporanei.

Prima pubblicazione dunque “I Corsari delle Bermude” di Salgari. Ce ne vuoi parlare?

Salgari è un autore eccezionale, intramontabile. I suoi romanzi hanno appassionato intere generazioni. La sua produzione letteraria poi è molto vasta. Abbiamo pensato di  scegliere “I Corsari delle Bermude”, primo romanzo del ciclo omonimo, perché è proprio uno di quei titoli di Salgari poco conosciuti.
Nel primo volume del ciclo dei “Corsari delle Bermude” il protagonista è il Corsaro Sir William, impavido pirata che deve affrontare battaglie per mare e per terra per riuscire nel suo intento di liberare la sua bella dalle grinfie del perfido fratellastro. Questo titolo appartiene all’ultima fase della produzione di Salgari, e proprio qui, in questo ultimo periodo l’autore ritrova la sua vena avventurosa dei  primi periodi, e ci regala un romanzo non solo pieno di avventura e di coraggio, ma anche ricco di ironia e comicità. Alcuni suoi personaggi sono veramente molto spassosi.

Puoi anticiparci alcuni titoli che avete già selezionato per la pubblicazione?

Perchè rovinare la sorpresa?

Dirigere una collana editoriale è sicuramente un posto di responsabilità, ancor più quando ci si rivolge a ragazzi così giovani. Come donna, come pensi di gestire questo ruolo? Scegliere i collaboratori è altresì importante per la riuscita di un progetto. Nel tuo team siete sia uomini che donne?

Come ho già detto la nostra realtà editoriale è molto piccola, siamo pochi ma con tanta passione. Spesso il tempo non basta mai ma ce la mettiamo davvero tutta.

Ringraziandoti della disponibilità, noi di Liberi ti facciamo un grande imbocca al lupo per il tuo progetto e diamo appuntamento ai lettori a maggio in libreria.

:: Una terra senza fine, Jo Lendle, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

20 marzo 2014

978-88-89767-53-5Traduzione Franco Filice

Spesso mi è capitato di sentire nominare Alfred Wegener, ma in tutta sincerità di lui conosco, anzi, conoscevo poco e nulla. Le uniche cose che sapevo su Wegener fino a poco tempo fa erano i tentativi di realizzare alcune spedizioni (tre) in Groenlandia; il suo lavoro di meteorologo e, nei primi anni del Novecento, la teorizzazione della deriva dei continenti uno studio accettato solo molto anni dopo la sua morte e dal quale gli studiosi successivi presero spunto per la stesura della teoria della tettonica a placche. Un giorno mi è capitato tra le mani un libro con in copertina la foto di un uomo con in bocca la pipa, tutto imbacuccato in un cappuccio di pelo bianco e cominciando a leggere Una terra senza fine di Joe Lendle, ho scoperto in modo completo la vita e la sete di conoscenza di Alfred Wegener. Questa biografia romanzata è stata di recente pubblicata in Italia da Keller editore e permette a noi lettori di conoscere la vita di un uomo che aveva sì grandi sogni, ma che allo stesso tempo dimostrò di essere consapevole delle difficoltà di proporre e far accettare alla comunità di scienziati a lui coevi nuove teorie. Jo Lendle porta chi legge dentro ad un’epoca passata, ma soprattutto dentro alla vita da una persona, ripercorrendola dal momento della nascita fino a quello della drammatica scomparsa. Ecco quindi il piccolo Alfred, ultimo di cinque figli nato in un freddo lunedì del 1880, dimostrare una forte curiosità per i fenomeni del mondo naturale e una strana attrazione per le formiche che, in più di un’occasione, torneranno ad essere protagoniste dei suoi esperimenti e di deliranti visioni. Wegener fin da ragazzino, dimostrò un profonda passione per lo studio, ma soprattutto per la messa in pratica delle sue teorie. Spesso e volentieri questo suo voler fare lo portò a compiere imprese che più volte misero a dura prova la sua resistenza fisica e quella dei compagni di avventura, come quando con il fratello Kurt volarono in mongolfiera per più di 50 ore. All’arrivo i due erano infreddoliti, stanchi, affamati e stremati, ma quelle ore di volo ininterrotto, messe in atto per l’osservazione meteorologica, permisero ai fratelli Wegener di entrare nel guinness dei loro tempi. Wegener era laureato e insegnava meteorologia, ma la sua passione per l’indagine del mondo naturale circostante lo portò spesso a scontarsi con il padre – teologo e fervente religioso – e con l’intera comunità scientifica dei colleghi che mal sopportava i suoi interventi giudicandoli assurdi e campati per aria. Alfred soffri di questi attacchi, ma nonostante tutto dimostrò coraggio e tenacia continuando  i suoi studi sostenuto anche dalla moglie e dalla piccole figlie. Wegener trovò nella gelida e pura Groenalndia il luogo ideale per quelle missioni conoscitive sul campo, dove compiere in totale liberà i proprie indagini. L’immagine che Lendle ci da’ di Alfred Wegener è quella di un uomo padre e marito affettuoso, e allo stesso di studioso innamorato del suo lavoro. Quello che mi ha impressionato in questa vita narrata con equilibrio e scorrevolezza è il duplice senso di sfida con la natura e con se stessi. Una lotta messa in atto da Wegener e compagni nelle tre spedizioni verso il Polo Nord, durante le quali i pionieri hanno lottarono contro il candido e immenso gelo, le intemperie, la fame, la precarietà scoprendosi fragili e fallibili.                         

Jo Lendle è nato nel 1968 a Osnabrück. È stato caporedattore del giornale letterario «Edit» e insegnante presso l’Università di Monaco, Lipsia e  Hildesheim. Ha diretto la casa editrice DuMont e da quest’anno è a capo della  Hanser Verlag. Per i tipi della Keller  ha già pubblicato La cosmonauta (2013).