Archive for ottobre 2012

:: Recensione di Invictus. Costantino l’imperatore guerriero, Simone Sarasso, (Rizzoli, 2012) a cura di Viviana Filippini

24 ottobre 2012

E ogni tanto un po’ di lotta, cazzotti e risse aiutano a conoscere meglio la Storia! Si comincia dalla Fine in Invctus di Simone Sarasso, perché il lettore, messo nella posizione del vescovo Eusebio, vive un lungo flashback che lo porterà indietro nel tempo alla scoperta della formazione e della vita del grande imperatore figlio di Costanzo e della stabularia Elena. Tutta una vita scorre davanti agli occhi di chi legge in un rapido susseguirsi di eventi che, oltre a raccontare le gesta pubbliche e belliche facenti parte della Storia, ci portano in contatto con la dimensione privata di un uomo, Costantino, il quale a suon di colpi di gladio e guerre riuscì a conquistare il potere imperiale. Invictus è la vetrina letteraria delle formazione culturale, religiosa e politica di Costantino e del suo un cammino di crescita caratterizzato dal rapporto di fiducia e rispetto con il fidato istruttore Lattanzio. Non mancano il contatto diretto con la violenza e con la morte sul campo di battaglia o ancora le argute strategie politiche e militari che permisero all’ex ragazzino a volte un po’ avulso – Sarasso lo presenta spesso e volentieri con la bocca spalancata un po’ per stupore e un po’ per perplessità- di diventare un adulto saggio, forte, coscienzioso e potente. Ecco scorrere pagina dopo pagina armature, polvere, sudore e sangue che richiamano alla memoria i film con protagoniste le gesta degli imperatori romani e le loro legioni. Poi, c’è il viaggio nella dimensione più intima dell’imperatore, un percorso costruito con sapiente capacità narrativa da Sarasso che accompagna noi lettori dentro all’anima del grande sovrano, facendoci conoscere il ragazzo profondamente legato alla madre, ma anche l’uomo follemente innamorato della moglie Fausta –sposata per amore e non per ragioni politiche o militari – e ancora il sognatore – qui ho pensato subito all’affresco di Piero della Francesca con il Sogno di Costantino ad Arezzo, appartenete alle opere dedicate alla Storia della vera croce– che si converte a Cristo mettendo sui vessilli romani a fianco dell’Aquila la Croce. Il Costantino di Simone Sarasso è un uomo epico e allo stesso tempo evidenzia una capacità riflessiva maggiore rispetto ad altri suoi coprotagonisti, un elemento che gli dona equilibrio e determinazione, ma come ogni individuo umano, in lui sono presenti fragilità e fantasmi che lo tormenteranno -Trachala- fino alla fine. Questi spettri interiori sono quelli che, nei momenti di maggiore rabbia e lotta,  indurranno Costantino a compiere gesti di violenza inaudita contro i nemici e pure verso le persone legate a lui da vincoli di sangue. Invictus è un bel romanzo storico, nel quale Sarasso ripercorre le tappe storiche della via di Costantino il Grande, le grandi battaglie da lui compiute (Saxa Rubra a Ponte Milvio ne sono un esempio) e l’organizzazione nel 325 d.c. del Concilio di Nicea voluto con forza  per porre fine alle sanguinose dispute tra i cristiani. La Storia e la storia dell’imperatore sono condite da un linguaggio duro, essenziale, molto simile al nostro parlato, che dal mio punto di vista permette al lettore di calarsi dentro Invictus sentendosi vicino ai personaggi vissuti molti secoli prima. Questo ci permette da un lato, di capire e conoscere usi, costumi ed eventi dell’antico mondo dal quale provengono i soldati, le donne e gli uomini che ruotano attorno al grande imperatore e, dall’altro, di sentirci emotivamente partecipi delle imprese del grande guerriero Costantino.

Simone Sarasso, classe ’78, vive a Novara. Scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con «Carmilla», «MilanoNera Web Press», «Satisfiction», «Film TV». Ha pubblicato per Marsilio i primi due romanzi di un trittico noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangetopoli: Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco) e Settanta (2009). United We Stand, futuro ideale della trilogia, è la sua prima graphic novel.

:: Recensione di Mandorle amare di Laurence Cossé (e/o, 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2012

Mandorle amare (Les amandes amères, 2011) di Laurence Cossé, edito in Italia da Edizioni e/o e tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca, è un breve romanzo sull’amicizia che nasce tra due donne diverse in tutto eppure legate da un legame fortissimo e commovente. E’ una storia delicata, lieve, a tratti drammatica ma nello stesso tempo capace di parlare di solidarietà, altruismo, e apertura all’altro in un mondo dove l’indifferenza e l’egoismo sembrano prevalere.
Siamo a Parigi, poco prima dell’elezione di Nicolas Sarcozy. Edith, donna colta e progressista, madre di famiglia e traduttrice di romanzi, assume come domestica a ore Fadila, un’immigrata marocchina sessantenne, madre della portinaia Aicha. Presto Edith scopre che Fadila è analfabeta e perciò incapace di svolgere autonomamente le più elementari incombenze come usare il bancomat, prendere la metropolitana, compilare un bollettino postale.
Nell’evoluta e civilizzata Francia esistono ancora analfabeti e illetterati, Edith impara la differenza tra le due denominazioni, e in un certo senso ne rimane colpita e offesa. Non può restarsene con le mani in mano e così la donna decide di intervenire: insegnerà a Fadila a leggere e scrivere. Pian piano nei ritagli di tempo le lezioni proseguono e Edith e Fadila iniziano a conoscersi, a confrontarsi sui temi di più stretta attualità, a imparare l’una dall’altra cose altrettanto importanti che l’alfabeto o i numeri. Finale amarissimo.
Laurence Cossé, già autrice del bellissimo La libreria del buon romanzo, affronta in questo libro, con pudore e grande delicatezza, un tema di stretta attualità che tocca da vicino non solo i francesi. I flussi migratori, provenienti dall’Africa, dall’Asia, dai paesi in guerra, che stanno raggiungendo l’Europa rendono necessario e urgente un processo di integrazione che per prima cosa parta dall’alfabetizzazione.
Conoscere la lingua del paese in cui si trova ospitalità, saper leggere e scrivere, per gli immigrati diventano le chiavi indispensabili per inserirsi in realtà molto spesso diversissime dai paesi di origine. Che l’analfabetismo sia ancora diffuso anche in Italia l’ho toccato con mano anche solo partecipando al censimento della popolazione. Numerosi stranieri, anziani anche italiani non erano in grado di leggere i moduli da compilare e necessitavano che io li compilassi per loro.
In Mandorle amare lo sforzo di Edith non viene premiato, Fadila fatica ad apprendere, a riconoscere i caratteri, a poggiare la biro sul foglio; un po’ per fatica, un po’ per rassegnazione. Non che sia poco intelligente, anzi è acuta, dotata di opinioni proprie radicate e fiere, forse influenzate dal credo religioso e dalla cultura d’origine, che la femminista Edith trova retrograde e insostenibili, ma anche personali e coraggiose.
L’autrice usa uno stile semplice, spezzato, alternando gli sforzi di Edith nell’insegnamento a lampi di vita dei due personaggi. Così veniamo ad apprendere che Fadila abita in un monolocale, esce di notte per strada perché i muri la opprimono e non la fanno respirare, si lava nei bagni pubblici, prende l’autobus perché riconoscendo i monumenti, riconosce le fermate, i suoi figli invece che aiutarla le chiedono ancora soldi che il suo cuore materno non gli nega, tifa per la Francia, pensa che Nicolas Sarkozy deve vincere contro Ségolène Royal perché è un uomo. E conosciamo il suo sogno: tornare in Marocco. Di Edith conosciamo che è moglie di Gilles, il quale da anni dedica molto tempo all’associazione Solidarietès Nouvelles face au Chomage, e prima di Fadila aiutava la moglie nelle faccende domestiche ma non amava stirare le tovaglie e le federe, che il lavoro di Edith è tradurre romanzi e a volte fare l’interprete, che è una madre soddisfatta, colta, raffinata, femminista, solidale, ostinata, con un forte senso della giustizia.
Entrambe sono forti, si somigliano, il rapporto madre-figlia che le lega sopravvive agli ostacoli, alle differenze, alla vita. Amaro il senso di fallimento che accompagnerà questo incontro tra due civiltà, quest’amicizia tutta al femminile, questo tentativo mancato di integrazione. Ma la vita è così, non perfetta, spesso ingiusta, spesso crudele e Laurence Cossè si limita a descriverla.        

Laurence Cossé è autrice di numerosi romanzi di successo in Francia, per i quali ha ricevuto vari premi tra cui il Prix de la Table Ronde française, il Prix du jury Jean Giono, il Prix Roland de Jouvenel e il Prix Ciné Roman Carte Noire. Vive a Parigi. Nel 2010 le Edizioni E/O hanno pubblicato La libreria del buon romanzo e nel 2011 L’incidente.

:: Recensione di La puntualità del destino di Patrick Fogli (Piemme, 2012)

23 ottobre 2012

San Sebastiano degli Appennini, un piccolo borgo ai piedi delle montagne non lontano da Bologna. Una piazza, attorno a cui ruota la vita del piccolo paese, la chiesa, la banca, il Municipio, la caserma dei Carabinieri. Un microcosmo come ce ne sono ancora tanti in Italia, un agglomerato di case e persone che sfuggono alle regole della grande città: tutti si conoscono, almeno per nome, le voci circolano, i segreti non possono restare tali, neppure i più nascosti.
A San Sebastiano vivono gli Scaroni, una famiglia per bene, una famiglia rispettabile e rispettata. Pietro, proprietario ormai in minoranza di una finanziaria, il marito. Irene, ottimo chirurgo, che per il lavoro si è persa molto della vita della figlia, la madre. Poi Alessia, la figlia, una ragazzina di 14 anni con tutte le caratteristiche di una preadolescente della sua età: il profilo su Facebook, le amiche più fidate, la squadra di pallavolo, la scuola, i primi amori.
Casa propria, i soldi non mancano, qualche crepa a ridimensionare l’apparente perfezione. Ma le crepe da lontano non si vedono, da lontano sono più che altro fili di ragnatela e senza un avvenimento che faccia precipitare le cose, tutto resterebbe nascosto, invisibile.
Ma quel qualcosa accade.
Prima qualche scossa di terremoto, quasi un segno del destino, poi Alessia scompare. Una sera esce con gli amici poi passa a casa di Giovanna. L’amica quasi vorrebbe che Alessia aspettasse la madre, che dovrebbe venire a prenderla, in casa. Ma lei vuole scendere in strada. Che pericolo c’è? Sono a San Sebastiano non a Bologna. Esce, saluta e da quale momento nessuno la vede più. Restano solo alcuni fotogrammi su un video di sorveglianza mentre quasi si incrocia con Claudio Zanetti, il figlio di una marocchina, uno straniero, l’ultimo ad averla vista. Il capro espiatorio ideale, il colpevole ideale. Subito parte la denuncia dei genitori, la ricerca di Alessia, la caccia a Claudio, l’assalto dei giornalisti, un certo tipo di giornalisti, affamati di morbose rivelazioni da spacciare come droga al loro pubblico.
Pietro e Irene non se ne stanno tranquilli, non si fidano solo dell’operato delle forze dell’ordine, così assumono Gabriele Riccardi, ex poliziotto, determinato, allenato a riconoscere bugie e menzogne, pronto a fare domande scomode, pronto a buttare a soqquadro le ordinate vite di tutti pur di trovare Alessia.
Inizia così un’ indagine sporca, cattiva. Tutti sembrano decisi a dare il peggio di sé. Dai cittadini irreprensibili che si uniscono in ronda per dare la caccia e magari linciare Claudio Zanetti. Dai genitori di Alessia, lei infedele e pronta a trascurare la figlia per poi pentirsene assalita dai sensi di colpa, lui che si è arreso e ha dato la sua azienda in mano a gente senza scrupoli, pur di mantenere immutato il tenore di vita della famiglia. La moglie del sindaco, la figlia del Maresciallo dei Carabinieri, Claudio Zanetti stesso, lo zio di Alessia, tutti i personaggi che si susseguono nascondono qualcosa, nascondono una cattiva coscienza pronta ad avere conseguenze che sfociano anche nel dramma in un crescendo di ricatti, cinismo, egoistici rituali di sopravvivenza.
Fino al finale, quasi una beffa, la soluzione più semplice, la soluzione a cui il lettore non pensa, ma che è perfetta per questo romanzo in cui il destino tesse le sue fila, e gioca con la vita e la morte dei personaggi. Tutto si spiega, tutto ritorna immobile come uno stagno in cui l’opacità della superficie non permette di guardare nel fondo. Acqua stagnante, putrida, infetta. Acqua che ricopre le vite di tutti. La giornalista con le scarpe troppo belle, chiude la diretta quasi delusa. I pupazzetti, le foto, le candele spariscono dallo spiazzo davanti alla casa di Alessia prima di marcire. I genitori fanno i conti con i propri demoni. Gabriele Riccardi osserva dolente la vita che riprende il suo corso, inevitabile.
La puntualità del destino di Patrick Fogli, edito da Piemme Linea rossa, è un romanzo che scava negli abissi di una realtà piuttosto diffusa in Italia. La sparizione di una ragazza e il conseguente, inevitabile baraccone mediatico che di colpo viene messo in piedi a beneficio di un pubblico che vede nelle tragedie che capitano agli altri una salvezza per sé.
La riflessione di Fogli è più profonda, non si limita a puntare il dito contro il giornalismo più deteriore, quello dei talk show, in cui tutti parlano di nulla ostentando comprensione ma manifestando unicamente cinismo e ipocrisia,  delle dirette sotto la pioggia dalla casa della ragazza scomparsa, delle cronache che deviano dal diritto di informazione per farsi spettacolo, spettacolo dell’orrore.
Fogli sotto le mentite spoglie di un thriller, fa uno spaccato della nostra realtà e, seppure con connotazioni tipicamente italiane, sonda l’animo umano, simile in ogni parte del mondo. La paura del diverso, in cui razzismo e vigliaccheria viaggiano a braccetto e quasi si confondono, il rischio e la facilità con cui si può scendere a compromessi con realtà criminali sempre più subdole, sempre più strettamente connesse con il tessuto sociale, l’avidità, la lussuria, l’ipocrisia, l’indifferenza. Su questo Fogli riflette, con la pazienza di un entomologo, con l’accuratezza di un filosofo, con gli strumenti tecnici di uno scrittore competente e maturo. E’ piacevole leggere i libri di Fogli, ogni frase sprizza intelligenza, rimandi, riflessioni che esulano dalla banalità e dalla superficialità.
E’ una scrittura ricca, in cui non ci sono parole a caso, fuori posto. Tutto è millimetricamente calcolato, dosato per suscitare nel lettore una reazione, una partecipazione, un’empatia. Dopo aver letto questo libro, non si potrà più guardare i telegiornali con gli stessi occhi, vedere scorrere le immagini delle varie Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, senza chiederci cosa resta di umano in noi se siamo complice di chi trasforma le loro tragedie in un circo dove la donna barbuta è stata sostituita da una ragazzina sorridente.

:: Recensione di Toccalossi e il boss Cardellino di Roberto Centazzo (Fratelli Frilli Editori, 2012) a cura di Elisa Giovanelli

22 ottobre 2012

Ferragosto, Savona. Il procuratore Lorenzo Toccalossi è impegnato con il fido e paziente maresciallo Centofanti a stilare una complessa requisitoria su un traffico di immigrati clandestini cinesi. Le fotocopie da fare sono centinaia e, rovistando alla ricerca di una nuova risma di carta, Centofanti trova una lettera e una fotografia di Toccalossi da giovane. Il procuratore inizia così a raccontare una storia che risale al 1977, quando era giudice istruttore a Genova. Dal passato emerge la figura di Vito Cardella, detto Cardellino, giovane esponente della mala, che, insieme al fratello Tano, ha il controllo delle attività illecite a Genova. Vito è un criminale romantico: uccide senza scrupoli, avvia il commercio dell’eroina, ma ha una grande passione per la musica rock, di cui è un grande intenditore. L’indagine su Cardellino, che vede impegnati il commissario Manfredi e il giovane Toccalossi, scorre parallela alla storia del rock con le sue figure leggendarie da Elvis ai Rolling Stones, tra fatti reali e aneddoti verosimili. Le pagine del romanzo sono impregnate di una struggente malinconia. Il procuratore Toccalossi ricorda con affettuosa nostalgia quel periodo, con lui giovane, ancora inesperto e per questo arrogante, e le imprese di Cardellino, criminale senza attenuanti, ma anche rappresentante di un’epoca in cui perfino i delinquenti sembrano essere migliori.  Un passato che in quei giorni di fine estate pare voler tornare, ma nulla è più come prima e quello che è stato può solo rimanere nel regno dei ricordi e al massimo fornire la chiave per risolvere un caso del presente.
Roberto Centazzo racconta la terza avventura di Toccalossi (dopo Giudice Toccalossi – Indagine all’ombra della Torretta e Toccalossi e il fascicolo del ’44, editi sempre per Frilli Editori) con una scrittura ricca, dove convivono altisonanti metafore, flussi di pensieri e la fedele riproduzione della contorta e burocratica prosa dei verbali di polizia. Non mancano una buona dose di ironia e momenti comici, come le spiegazioni sui molteplici usi del termine “belin” o la ricerca dei fantomatici chinotti di Savona. Attraverso i ricordi del protagonista, l’autore descrive la storia del rock e la Genova degli anni Settanta, creando un’atmosfera da favola, favola nera certo, ma con quell’aura d’incanto tipica delle cose che non sono più.
Il presente è rappresentato dalla città di Savona, desolante nella sua staticità, dall’elefantiaco e inutile lavoro burocratico in cui Toccalossi è impegnato e dal senso di solitudine e abbandono. Toccalossi però non è tipo da piangersi addosso e, nonostante moglie e amante l’abbiano lasciato e i delinquenti abbiano sempre più scappatoie per sfuggire alla giustizia, non ha certo intenzione di arrendersi, convinto che fare bene il suo lavoro sia la strada migliore.

Toccalossi e il boss Cardellino
Roberto Centazzo
Fratelli Frilli Editori, 2012
pp. 288

:: Recensione di Danzando sui vetri rotti di Ka Hancock (Leggereditore, 2012) a cura di Viviana Filippini

21 ottobre 2012

Niente sangue, nessun omicidio o reliquie trafugate da recuperare, ma è la vita pura in ogni sua gradazione a caratterizzare Danzando sui vetri rotti dell’americana Ka Hancock. Non so perché, ma appena ho letto il titolo ho pesato a cosa comporta l’atto della danza, che dal mio punto di vista non è come ballare, perché nella danza ci sono un’ eleganza e delicatezza maggiori. Poi, il danzare sui vetri rotti, mi ha fatto pensare ad un movimento fluido e armonioso reso doloroso dei vetri rotti (metafora degli ostacoli del vivere, dei dolori e delle sofferenze) che feriscono e lacerano. Iniziata la lettura di Danzando sui vetri rotti si entra in una storia travolgente che ti fa capire quanto la vita di ogni giorno possa essere, nella sua ordinarietà, un qualcosa di eccezionale e stupefacente. I protagonisti sono Lucy Houston e Mickey Chandler. Lei è insegnante e proviene da un famiglia dove i casi di cancro sono diffusi, lui è un intraprendente gestore di locali, affetto dalla sindrome bipolare. Queste componenti integranti della loro vite non impediranno a Lucy e Mickey di conoscersi, di  fidanzarsi e unirsi in matrimonio promettendosi amore eterno. Giorno per giorno la loro esistenza, fondata sul rispetto, sul dialogo e sulla comprensione, procederà con prudenza nell’affrontare ogni piccola e grande complicazione quotidiana, fino a quando l’inaspettata maternità travolgerà Lucy e Mickey. Moglie e marito si legheranno ancora di più nella gioia e nell’improvviso dramma del quale saranno protagonisti. L’esordio di Ka Hancock è una storia che racconta a noi lettori una vicenda di profondo amore, di coraggio e di voglia di lottare pur di garantire un domani migliore alle persone che si amano. Le relazioni esistenti tra i diversi personaggi di Danzando sui vetri rotti evidenziano un grande valore umano, in quanto sono la dimostrazione che nonostante le difficoltà della vita, le divergenze di opinioni e le paure, le incomprensioni tra persone possono essere superate con l’intento di trovare la soluzione migliore per tutti, rispettando le volontà e i desideri di chi non c’è più. L’autrice ci commuove raccontando una storia d’amore intensa e allo stesso tempo ci fa capire quanto possa essere fragile il corso vitale dell’uomo. Lucy lotta per la vita, Mickey combatte per riuscire a convivere con il suo disturbo bipolare sostenendo l’adorata moglie nel difficile cammino intrapreso. Entrambi si sorreggono a vicenda, evidenziando un coraggio esemplare per noi lettori, facendoci capire quanto sono importanti i piccoli gesti di ogni giorno e quante sono le sfumature in cui l’amore si manifesta. Dalle pagine di Danzando sui vetri rotti traspare l’ intensa forza d’amore che lega i due protagonisti, pronti a non arrendersi nonostante le avversità della vita. Allo stesso tempo Ka Hancoch, attraverso Lucy, sensibilizza il lettore alla solida perseveranza di una donna verso il futuro figlio, il frutto concreto dell’amore condiviso. Danzando sui vetri rotti ha al centro della narrazione Lucy Houston e Mickey Chandler, ma allo stesso tempo ci porta a conoscere i parenti e gli amici che ruotano attorno a questa coppia. Il tutto è una piccola comunità unita nei momenti di gioia e di dolore, segno tangibile dell’importanza dei legami umani e dell’indispensabilità di volere bene e comprendere le persone che vivono attorno a noi.

Ka Hancock è nata e cresciuta nelle Utah. Ha due lauree in scienza infermieristiche e ha lavorato in diversi settori della medicina, ma il suo primo amore è la psichiatria. Dividendosi tra la famiglia e il lavoro è riuscita a scrivere questo suo libro d’esordio, che è un romanzo sull’amore imperfetto.

:: Recensione di La vicina di Lisa Gardner (Marcos Y Marcos, 2012) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2012

Ha chiuso gli occhi, per un attimo ho sentito il suo dolore.”Verità o penitenza”ho intimato.
“Verità”disse quasi in un lamento.
“Quale è la cosa più brutta che hai fatto?”
“Che vuol dire?”
“Quale è la cosa più brutta che hai fatto? Dai. Una bugia? Un furto? Hai sedotto la sorellina del tuo migliore amico? Hai ucciso qualcuno? Dimmelo Jason. Voglio sapere chi sei. Siamo sposati per Dio. Non puoi negarmelo”.
Mi ha scoccato un’occhiata strana.
“Sandra…”
“No. Non girarci intorno. Rispondimi e basta. Hai mai ucciso qualcuno?”
“Sì”.
“Eh?”ho chiesto sinceramente stupita.
“Sì ho ucciso qualcuno. Ma non è la cosa più brutta che ho fatto”.

South Boston. Un quartiere tranquillo, pittoresco. I Jones vi abitano vicino al lungomare, in un cottage panna e beige, anni Cinquanta, con un praticello e un acero spoglio. I Jones sono una famigliola felice, che trasmette un senso di rassicuranti valori familiari, di pace, di amore condiviso. Il padre Jason, sulla trentina, bello come un divo della tv, giornalista nel più importante quotidiano cittadino, emana sicurezza, forza, dedizione. La madre Sandra, ventitre anni, insegnate delle medie, dolce, bellissima, amata dai suoi studenti, rispettata dai colleghi, un raggio di sole. Poi c’è Ree, una bambina splendida di quattro anni, molto matura per la sua età, amata, protetta, circondata da tutti i personaggi delle fiabe dell’infanzia, dai suoi giochi, da Coniglietta, golosa di oreo al cioccolato. Infine come dimenticarsi di Mr Smith, il fulvo gatto di casa. Pigro e viziato compagno di giochi della piccola Ree, forse il suo migliore amico.
Questa è l’immagine che la famiglia Jones trasmette, questo è ciò che proietta all’esterno. Luci senza ombre. La classica famigliola americana tutta casa e lavoro. Spesa al supermercato, serate davanti alla tv, partite di basket da guardare sugli spalti, sorrisi e tanta tranquilla convinzione che tutto sia normale, sotto controllo, sicuro. Forse per questo la loro casa ha porte blindate, e perni di sicurezza alla finestra. Forse anche nel tranquillo quartiere in cui vivono esistono mostri, e non sempre si nascondono sotto il letto. Forse il male abita anche lì a South Boston, in quel cottage panna e beige, con un praticello e un acero spoglio. Forse i Jones non sono quello che sembrano, forse nascondono segreti.
Tutto sembra esplodere con la scomparsa di Sandra. La polizia entra nella loro vita con il volto della ruvida e determinata D.D. Warren, sergente della omicidi, pronta a giurare che la bella Sandra sia stata uccisa dal suo recalcitrante marito. Già Jason non fa niente per aiutarli a  ritrovare sua moglie. Oltre al sincero attaccamento per la figlia, non sembra quasi umano. Non si dispera, anzi fa resistenza, li ostacola, nasconde il computer di casa, si comporta da colpevole.
Ma di colpo spuntano come funghi nuovi indiziati: un vicino di casa, ex galeotto per reati sessuali, un poliziotto troppo solerte ad incastrare Jason per presunti crimini perpetrati tramite internet, un alunno di Sandra, esperto informatico, che anche lui sa più cose di quante ne dica alla polizia tutto per coprire la bella Sandra di cui è innamorato. E poi c’è il suocero di Jason, il giudice Maxwell Black, che vuole a tutti i costi la custodia della piccola Ree e Jason in galera. D.D. Warren è sul punto di non capirci più niente, mentre il lettore, conoscendo pian piano i pensieri dei protagonisti, scopre l’orrore sotto la falsa apparenza di una famiglia perfetta.
Ecco a voi La vicina (The Neighbor, 2009) terzo episodio della serie dedicata al personaggio di D.D. Warren dalla scrittrice americana Lisa Gardner. Pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos e tradotto da Daniele Petruccioli, La vicina è un poliziesco piuttosto anomalo. Più indagine psicologica che indagine poliziesca, è innanzitutto un romanzo che fa luce sulla violenza perpetrata sui bambini che si ripercuote sulla loro vita da adulti. Violenza di genitori, di maniaci pedofili, di ragazzi cresciuti con il fisico ma non ancora adulti che pagheranno per tutta la vita per il loro crimine.
Lo stile della Gardner è immaginifico e ricco, con un amore assoluto per i dettagli, le descrizioni dei particolari più minuti della vita quotidiana. Costruisce i personaggi dalle loro azioni, con una tecnica molto istintiva che risale da un dettaglio alla percezione di uno stato d’animo, di un ricordo del passato che si fa presente. L’autrice pare avere un profondo interesse per le violenze perpetrate sui bambini e sui meccanismi della giustizia americana che bolla in modo troppo generico i crimini sessuali accomunando pedofili violenti e veri propri criminali a ragazzi che magari hanno avuto rapporti con minorenni consenzienti per fragilità caratteriali. Punto di vista molto critico anche riguardo al sistema mediatico americano, pronto a speculare sulle tragedie per alzare semplicemente gli indici di ascolto.
Seguirò questa autrice, senza dubbio. Un ottimo libro.

:: Recensione di Il giorno del sacrificio di Mark Roberts (Nord, 2012)

19 ottobre 2012

Il giorno del sacrificio (The Sixth Soul, 2013), traduzione di Paolo Scopacasa, portato in Italia da Editrice Nord in anteprima mondiale, libro di esordio di Mark Roberts, professore di scuola superiore per quasi trent’anni di Liverpool prima di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, è decisamente un buon thriller tutto ritmo, suspense e inquietudine.
Roberts ha uno stile di scrittura molto diretto, va subito al punto, non si perde in fumose descrizioni ma catapulta nell’azione, cosa che rende il suo thriller poliziesco decisamente efficace e privo di tempi morti.
Si legge in un fiato, ci ho messo davvero poco, meno di un giorno, e sebbene il tema del serial killer, per giunta non in ambiente americano, non mi entusiasmi particolarmente devo dire che l’autore è stato bravo a creare una storia originale e ricca di fascino, con una buona caratterizzazione dei personaggi, cosa che quasi sempre si trascura quando l’azione prende il sopravvento.
Dicevo c’è un serial killer, denominato Erode, che nel pieno centro di Londra rapisce donne incinte e fa sparire i feti. Fino ad oggi ha rapito 5 donne. L’ultima l’ha rapita in casa passando dalla casa accanto che era disabitata. A seguire le indagini l’ispettore capo David Rosen, un poliziotto non giovanissimo ma dannatamente ostinato, che si dibatte dietro indizi che non sembrano portare a nulla. Sulle scene del crimine giusto la parziale impronta di un orecchio, nulla più.
Finché non entra in scena padre Sebastian Flint, un prete esorcista con un oscuro passato in Kenya, che occupandosi di occultismo è sicuro che il killer imiti gli omicidi di un negromante italiano vissuto a Firenze alla fine del XIII secolo, tale Alessio Capaneo che evocava i morti per apprendere i segreti del paradiso e dell’inferno e uccideva per celebrare un rituale che comprendeva il sacrificio di sei donne a cui rimuoveva i bambini dal loro grembo. Da questo momento in poi i colpi di scena si susseguono, nulla è come sembra, fino ad una soluzione davvero impensata dove Rosen, dopo momenti di autentico panico, che un po’ attraversa la pagina per arrivare al lettore devo ammetterlo, risolve il caso.
Interessante e inquietante il tema trattato, ovvero la stretta correlazione tra possessione diabolica e follia.

:: Recensione di Il sangue dell’orchidea di James Hadley Chase (Polillo Editore I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2012

James Hadley Chase, scrittore britannico di hard boiled molto americani, è senz’altro un nome che non lascerà indifferenti i lettori appassionati del genere. Di libri il buon James ne ha scritti davvero tanti, quasi tutti pubblicati in Italia grazie al Giallo Mondadori, come The Flesh of the Orchid pubblicato per la prima volta in Italia con il titolo La carne dell’orchidea nel 1966 per I Neri Mondadori e ora riproposto dalla Polillo –The crime collection I Mastini- con il titolo Il sangue dell’orchidea, tradotto da Giovanni Viganò. E’ difficile che gli appassionati non l’abbiano già letto o visto nella trasposizione cinematografica di Patrice Chereau, con protagonista una luminosa Charlotte Rampling, ma a chi fosse sfuggito è un’occasione davvero da non perdere per recuperarlo in una traduzione riveduta e corretta.
Seguito del celeberrimo No Orchids for Miss Blandish, edito in Italia con il titolo Niente orchidee per Miss Blandish, libro con cui James Hadley Chase esordì nel 1939, Il sangue dell’orchidea è un classico hard boiled d’azione con venature noir in cui rapinatori di banca, sicari di professione, giornalisti intraprendenti, artisti del circo, testimoni da far tacere per sempre, amministratori corrotti, fanciulle fuggiasche si rincorrono tra vendetta, sete di soldi, ci sono ben sei milioni di dollari in gioco, e rapimenti.
Come i migliori hard boiled anni Quaranta Chase ricorda Hammet e Chandler, anche se forse con più cattiveria e disperazione, e trascina il lettore in una storia nerissima dove non c’è speranza né di lieto fine né di redenzione. E’ tutto un susseguirsi di colpi di scena, inseguimenti, uccisioni, in un vorticoso luna park di cinismo e violenza con sullo sfondo un’ America amara e disincantata, ai limiti del grottesco e quasi del caricaturale, che James Hadley Chase ricreò praticamente trasfigurandola dai romanzi americani che era solito leggere.
Tutto ruota intorno a Carol, la bellissima figlia dell’Orchidea, ora cresciuta e chiusa in manicomio per le sue crisi di violenza. Morto il nonno, re della carne, diventa la virtuale ereditiera di sei milioni di dollari, al momento amministrati da un avido curatore deciso a tenerseli tutti per sè. Se non fosse che nel testamento una clausola stabilisce che se la ragazza riuscisse a uscire dal manicomio per 15 giorni automaticamente diventerebbe la sola amministratrice della sua eredità.
Carol scappa e da quel momento è una corsa contro il tempo. Inseguita da sceriffi, giornalisti, sicari, la ragazza riuscirà anche ad innamorarsi del gentile Steve Larson, prima di fare i conti con il suo destino e la cattiva stella che sembra splendere sulla sua testa.
I “fratelli” Sullivan, ex lanciatori di coltelli e ora killer a pagamento, meritano senz’altro una menzione per l’ironia e l’incisività con cui Chase li delinea e sono forse i veri protagonisti del romanzo.

James Hadley Chase (pseudonimo di René Brabazon Raymond, Londra 1906 – Ascona 1985) è stato definito «il maestro del thriller di un’intera generazione» e «il re di tutti gli scrittori di thriller». Prima di diventare un autore di noir lavorò a lungo come piazzista di enciclopedie e grossista di libri. La sua produzione è sconfinata: più di novanta titoli, sotto vari pseudonimi (James L. Docherty, Ambrose Grant, e Raymond Marshall).
In Italia, Feltrinelli ha pubblicato Inutile prudenza (2008), Eva (2007) e Una splendida mattina d’estate (2007), mentre Niente orchidee per Miss Blandish, il suo romanzo d’esordio che gli diede il successo, è uscito per Polillo nel 2004.

:: Speechless Magazine 2

16 ottobre 2012

E’ finalmente online, in free download, il secondo numero di Speechless Magazine, rivista digitale di Letteratura, Editoria, Cinema, Fumetto, Televisione, creata da Alessandra Zengo in collaborazione con il blog collettivo Diario di Pensieri Persi e sinceramente la prima sensazione provata sfogliandola è di stupore per la bravura e professionalità di queste ragazze che in pochi mesi hanno dato vita ad un piccolo miracolo editoriale: il primo numero ha superato il milione e mezzo di contatti! Non si può dire che il successo non sia meritato. Dall’impaginazione alla grafica, ai contenuti, all’entusiasmo di tutti i collaboratori, queste ragazze sono riuscite a dare vita ad un prodotto di qualità e originale, diverso da tutte le altre riviste del settore. Avere un fumetto della Marvel in copertina non è da tutti, e le ragazze ci sono riuscite!  In questo numero potete trovare un ricordo di Chiara Palazzolo scritto da Loredana Lipperini, la nostra Viviana Filippini parlerà di Petrolio di PPP, poi interviste a Victor Gischler, Vicki Satlow e Maurizio Bettini, racconti di Natasa Dragnic, Rita Charbonnier, Arthur Conan Doyle, Wu Ming, Arte, Fumetti, Televisione, Cinema, Musica. Che dire d’altro, la rivista la sto sfogliando ed è davvero ricca. Cliccate sull’immagine e leggetela!

:: Recensione di Ferite profonde di Nele Neuhaus (Giano, 2012) a cura di Viviana Filippini

16 ottobre 2012

Vi siete mai chiesti se le persone che incontriamo sulla nostra strada sono veramente quello che sembrano o che ci dicono di essere? È la sensazione che mi è rimasta impressa nella mente dopo aver letto Ferite profonde, il nuovo giallo di Nele Neuhaus edito dalla Giano. La struttura ha al centro la caccia all’assassino che ha trucidato senza pietà tre anziani – due uomini e una donna – a Francoforte. Ad indagare sul caso intervengono il commissario capo Oliver von Bodenstein e la sua collega Pia Kirchhoff. A spiazzare parecchio la coppia di detective e la loro squadra investigativa vari imprevisti. Il primo è la serie di numeri dal valore enigmatico e incomprensibile -1-6-1-4-5- scritta vicina ai tre corpi senza vita. Non solo, ma le difficoltà nella risoluzione del caso sono determinate da continue domande, perché l’autopsia effettuata su una delle vittime, il novantenne David Goldberg,  importante rappresentante della comunità ebraica americana tornato a Taunus per rivedere la sua terra d’origine, rivela la presenza di uno strano tatuaggio interno al braccio sinistro della cadavere. Non è un disegno qualunque, ma un marchio tipico di tutti coloro che appartenevano alla SS durante la Seconda guerra mondiale. I due agenti saranno impegnati in una spinosa indagine nella quale sembra non esserci nessuna apparente relazione tra le vittime, poi l’intricata rete di indizi, di interrogatori e pure di nuovi omicidi porteranno l’attenzione attorno ad una delle più facoltose famiglie della città: i Kaltensee. La ricerca del colpevole presente in Ferite profonde è una corsa contro il tempo per fermare l’assassino prima che colpisca ancora. Il tutto è caratterizzato da un susseguirsi di tracce e di rivelazioni importanti sulla complessa ragnatela di relazioni umane esistenti tra le vittime e i sospetti carnefici. Davanti agli occhi del lettore scorrono diverse famiglie e generazioni a confronto che, da un lato,  riveleranno l’esistenza di legami di sangue impensabili e, dall’altra, metteranno in luce l’ inquietante ambiguità insita nell’animo di alcuni esseri umani protagonisti, che in questo avvincente poliziesco hanno fatto credere di essere quello che in realtà non sono mai stati per non assumersi le gravi responsabilità derivanti dalle proprie azioni (chi leggerà il libro scoprirà che le tre vittime anziane non sono degli stinchi di santo). Pensando alla ferite profonde del titolo, esse non sono segni fisici, ma traumi emotivi che ritornano nella storia incidendo per sempre l’animo di alcuni dei personaggi chiave, i quali hanno trascorso parte della loro esistenza minati da un profonda afflizione, dovuta all’impossibilità di conoscere la vera natura delle proprie origini. Ciò che affascina di Ferite profonde, oltre all’emozionante trama, è l’accurata indagine psicologica nella mente di tutti personaggi: dalle vittime, passando ai persecutori, per arrivare nelle menti di Bodenstein e della Kirchhoff impegnati nella risoluzione del caso. L’autrice ci porta dentro all’indagine e allo stesso tempo ci accompagna nel mondo privato di due persone che non sono solo agenti di polizia impegnati ad indagare, ma per il loro modo di agire, pensare e sentire emozioni denotano una fragilità umana che li rende molto simili a noi lettori. Lui è innamorato della moglie Cosima e in forte conflitto con il suo nuovo superiore, la ex fidanzata Nicola, Pia è separata dal marito con il quale lavora a stretto contatto e innamorata di Christoph, e sono proprio queste loro umane fallibilità ad averli resi popolari nei cuori di molti lettori europei. Ferite profonde unisce con sapienza l’ansia di battere il tempo nella caccia all’assassino, al viaggio nel passato ai tempi del Nazismo, all’accurata indagine introspettiva degli animi dei personaggi narrativi. Azione, suspense, dubbi, intrighi, scambi d’ identità e psiche umana problematica presenti in Ferite profonde confermano la bravura di Nele Neuhaus nella creazione di avvincenti thriller. Traduzione di Emanuela Cervini.

Nele Neuhaus è nata in Germania nel 1967, prima di diventare scrittrice ha studiato Giurisprudenza, Storia e Letteratura e ha lavorato in un‘agenzia di pubblicità. Biancaneve deve morire, pubblicato in Italia dalla Giano nel 2011, è stato e continua ad essere un grande successo in Germania.

:: Segnalazione de “Ticket to Hell” – number one di Alexia Bianchini Editore ST-Books

15 ottobre 2012

L’ordine naturale delle cose è un concetto relativo e il relativismo nel mondo delle tenebre ha la sua peculiarità. Un demone può avere la sua idea di equilibrio e difenderla comporta l’inevitabile scontro con i suo simili, con i quali, ormai, non vuole condividere nulla, se non la medesima e oscura natura. Lux è una creatura potente che stabilisce le sue regole, il resto degli inferi si deve adeguare. Il racconto è nero come la pece, breve, crudo e in perfetta armonia con lo stile di un’autrice che ho imparato ad appezzare, la cui mente concepisce ogni genere di spettro, incubo o contesto fantastico mostrando un’invidiabile propensione alle descrizioni cruente, senza mai deludere le aspettative di chi sia avvicina alle sue opere.

Estratto

«Nel buio vedrai il lume. Nel silenzio troverai la pace. Ringrazia quest’umile essere o anima, perché è grazie a lui che ora potrai viaggiare libera attraverso l’etere.»

La figura, china sulla vittima lorda di sangue, sembrava stesse pregando. Fra le dita delle mani congiunte teneva i bulbi oculari della ragazza sdraiata a terra, sul cui stomaco era seduto il suo assassino. Le aveva tolto la vista, strappandole gli occhi, facendola sprofondare nel buio sincero e nero delle tenebre, tenendole premuta la bocca per non farla gridare. Poi aveva aspettato che il corpo si spegnesse sotto di lui dopo una lenta agonia, strappandole infine la lingua in modo che non potesse raccontare nulla agli spiriti o alla Divoratrice di ciò che era accaduto.

:: Recensione di Il manichino di S. L. Grey (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

12 ottobre 2012

Cosa accade quando si mescola un buona dose di horror, un po’ di fantasy, del thriller, la passione per gli zombie e i vampiri e un pizzico di analisi psicologica? Il risultato è un romanzo horror d’esordio ricco di tensione con atmosfere così inquietanti che, dopo aver finito la lettura de Il manichino guarderete in modo diverso i fantocci in bella mostra nelle vetrine dei centri commerciali. Così, il primo romanzo di S. L. Grey, pseudonimo letterario dietro al quale si nascondono Sarah Lotz e Louis Greenberg, ci porta a viaggiare dentro ad un angosciante thriller nel quale i protagonisti sono due ragazzi solitari che odiano il mondo dove vivono. Da una parte c’è un lui, Dan, asociale e irrequieto, lavoratore non molto entusiasta in un centro commerciale. Dall’altra c’è una lei, Rhoda, una giovane ragazza di colore diversa da tutte le altre sue coetanee a causa di una brutta cicatrice che le ha rovinato per sempre il viso, scatenando in chi la osserva un profondo sentimento di repulsione. Due anime introverse che il destino porterà a vivere una macabra avventura nel misterioso mondo parallelo nascosto nei sotterranei del centro commerciale. Il manichino ha una trama ben costruita e accattivante, al punto che il lettore si trova risucchiato nella spirale narrativa nella quale i due giovani protagonisti seguono quegli inquietanti messaggi – inviati da un misterioso e cinico burattinaio – alla scoperta di un vecchio deposito di manichini. Nel labirintico sotterraneo del centro commerciale, dove domina una sensazione claustrofobica costante, i due ragazzi incontreranno esseri deformi, manichini animati, freak e creature che non hanno nulla in comune con i comuni esseri viventi. Una dimensione parallela dalla quale Dan e Rhoda tenteranno di scappare, magari ripescando il bambino a cui lei faceva da babysitter e che è scomparso, mentre Rhoda era impegnata a cercarsi una dose di eroina, per trovare la via di fuga verso il monotono, ma più rassicurante universo sociale nel quale quotidianamente vivono. Nel romanzo di Grey convivono pacificamente il thriller e l’horror, ma leggendolo attentamente c’è un atmosfera satirica e psicologica che permea tutta la storia. Pagina dopo pagina ne  Il manichino si è risucchiati in una sorta di macabro quiz nel quale la risposta giusta diventa un piccolo passo verso la possibile salvezza. Il libro scritto a quattro mani da Lotz e Greenberg,  crea suspense e tensione, lasciando in chi legge il giusto pizzico di ansia a paura, ma allo stesso tempo dietro questa struttura narrativa gli autori affrontano il tema delicato della diversità. Il diverso è quella persona che per un certo modo di comportarsi o per un dato aspetto fisico viene purtroppo esclusa dalla società, come accade ai solitari Dan e Rhoda. Ne Il manichino, il pellegrinaggio nel mondo nascosto compiuto dai due giovani protagonisti è un viaggio macabro in un universo del “diverso” animato da creature strambe e in quietanti, dove chi non è come la massa viene relegato e nascosto agli occhi dei più. Questi individui brutti e deformi, celati alla vista degli individui considerati normali, dal mio punto di vista sono la rappresentazione metaforica di tutto quello che spaventa l’uomo contemporaneo, il quale incapace ad affrontare gli ostacoli della vita (le ossessioni, le paure, il difficile relazionarsi con gli altri, la crisi economica) cerca di nasconderli per non vederli, senza rendersi pienamente conto che prima o poi i famosi “scheletri nell’armadio” chiederanno un confronto.

S.L. Grey è il nome dietro il quale si nascondono Sarah Lotz e Louis Greenberg. Sarah, appassionata di storie di zombi, vive a Città del Capo, dove scrive romanzi e sceneggiature. Sotto lo pseudonimo di Lily Herne lei e sua figlia Savannah Lotz scrivono una serie di romanzi per ragazzi che hanno come protagonisti gli zombi. Louis vive a Johannesburg, dove scrive e lavora come editor. Ha fatto per anni il libraio ed è specializzato in letteratura vampiresca. Sarah e Louis si sono conosciuti a un seminario di letteratura noir. Per saper di più su di loro, visitate il sito slgrey.bookslive.co.za