Leggere, leggere, leggere e ancora leggere per cibare la mente, lo spirito e perché no anche il corpo! Torna a Chiari, in provincia di Brescia, da venerdì 9 a domenica 11 novembre la X edizione della Microeditoria, l’interessante appuntamento con protagoniste più di 100 tra le piccole e medie case editrici italiane che animano il panorama editoriale indipendente. La rassegna si terrà, come vuole la tradizione, nell’affascinate cornice liberty di Villa Mazzotti Biancinelli. Il tema portante delle tre giornate sarà Il Vento dello Spirito. Ripartiamo dall’Uomo, che pone al centro l’essere umano e il suo rinnovarsi partendo dalla dimensione interiore e spirituale dell’ego, in quanto la creazione del proprio io da parte dell’individuo si riconferma il terreno fertile, dove trovano spazio il gioco, l’ avventura e il confronto. Tutto questo offrirà ai visitatori un’ampia varietà di percorsi possibili di rinnovamento, che hanno nelle diverse forme culturali le loro modalità espressive e di indagine delle complessa e problematica realtà, dove l’uomo contemporaneo vive oggi. Attorno a questo argomento ruoteranno gli incontri con gli autori, i laboratori per bambini, gli interessanti readings e gli eventi collaterali come gli spettacoli teatrali, i concerti e le mostre d’arte. Fede, solidarietà, cooperazione condivisione ed economia solidale animeranno la serie di appuntamenti della Microeditoria con il fine di far comprendere ai visitatori la vasta gamma di ambiti nei quali l’uomo può agire. Il calendario delle tre giornate della Microeditoria è ricco e intenso (http://www.microeditoria.it/il-programma-microeditoria/) e tra i vari appuntamenti da segnalare c’è quello con Oliviero Beha, fissato sabato 10 novembre alle 17.00, per la presentazione del suo ultimo libro Il culo e lo stivale, pubblicato con l’editore Chiarelettere. Domenica alle 16 nella Sala dello Zodiaco Daniele Bossari, noto conduttore tv, presenterà il libro per bambini, Fiammetta la strega imperfetta delle edizioni Piuma e, sempre nella stessa giornata, alle 18.30 don Antonio i Mazzi parlerà del libro La Bibbia psicologica di Denise Micaela Spinelli (Excogita).
La manifestazione è diretta dal 2003 da Daniela Mena e ogni anno è visitata da migliaia e migliaia di persone appassionate di libri, arte e spettacolo, in pellegrinaggio letterario alla scoperta della vita e delle perle letterarie dei piccoli editori nazionali. La manifestazione è curata dall’Associazione Culturale l’Impronta, in collaborazione con il Comune di Chiari, con il patrocinio della Provincia di Brescia e della Regione Lombardia, del Consiglio Regionale della Lombardia e della Consigliera Provinciale di Parità.
Per seguire la Microeditoria si deve raggiungere Villa Mazzotti a Chiari , in Viale Mazzini, 39 (http://www.microeditoria.it/come-arrivare/). La fiera editoriale resterà aperta durante tutti i tre giorni rispettando i seguenti orari: venerdì 9 novembre dalle 17.30 alle 22.00 , sabato 10 dalle 10.00 alle 22.00 e domenica 12 novembre dalle 10.00 alle 20.00.
L’ingresso è gratuito e aperto a tutti. Ulteriori informazioni sul programma si trovano sul sito: http://www.microeditoria.it/.
Archive for ottobre 2012
:: Dal 9 all’11 novembre al via la rassegna della Microeditoria di Chiari a cura di Viviana Filippini
31 ottobre 2012:: Recensione di La stella nera di New York di Libba Bray (Fazi, 2012) a cura di Elena Romanello
31 ottobre 2012
Alcuni anni fa la sua trilogia di Gemma Doyle, romanzi fantagotici di ispirazione vittoriana, avevano stupito positivamente per l’originalità in un settore, quello della narrativa fantastica per adolescenti, che spesso pecca in ripetitività e banalità.
Adesso, dopo alcune prove rimaste inedite in italiano, Libba Bray è tornata nelle nostre librerie per un altro editore, Fazi invece che Elliott, con La stella nera di New York, romanzo horror gotico che conferma il suo talento nello scrivere storie insolite e affascinanti, non solo ascrivibili ad un genere ma ricche di spunti.
Siamo negli Stati Uniti negli anni Venti, subito dopo la carneficina della Prima guerra mondiale, tra proibizionismo, feste, voglia di vivere, maschiette, giovani che contestano gli adulti, con sull’ombra il crack di Wall Street del 1929 e l’avvento dei fascismi in Europa che porteranno ad un altro conflitto. Evie O’Neill, ragazza di 17 anni, con il ricordo del fratello morto nelle trincee quando lei era bambina, viene esiliata dai genitori dalla sua città natale in Ohio dopo l’ennesima bravata durante una festa, e va a vivere a New York dallo zio Will, curatore del Museo dell’Occulto. Nella Grande Mela, tra riviste di Ziegfield, spacci di alcolici, film di Rodolfo Valentino e nuove frequentazioni, Evie sentirà l’arrivo di un potere arcano e spaventoso, che si è reincarnato in un assassino morto cinquant’anni prima, ricominciando a seminare morte e distruzione. Un potere che forse ha contribuito lei stessa ad evocare e che forse solo lei può fermare.
La stella nera di New York è un romanzo horror e gotico, quindi, tra fantasmi e maledizioni del passato che tornano, con una prescelta a combattere il male recalcitrante, secondo uno schema forse già visto, già anche solo nella trilogia di Gemma Doyle, ma che Libba Bray sa padroneggiare molto bene, costruendo un intreccio intrigante e appassionante, capace davvero di tenere, fin dalle prime pagine, il lettore con il fiato sospeso. Ma quello che colpisce ancora di più, più della storia raccontata, è l’atmosfera, quell’America maledetta degli anni Venti, tra oppressione e nuovi fermenti, dove i giovani volevano lasciarsi dietro i drammi della generazione che li aveva preceduti, divertendosi tra feste e eccessi, appassionandosi ad un immaginario come quello del cinema e della canzone che non li avrebbe più lasciati, influenzando poi le future generazioni, sia pure con altri personaggi e modelli.
Un’America in cui vigeva ancora la segregazione razziale, crogiolo di tante culture e di tante storie di ricerca di un mondo migliore, dove era reato consumare alcolici ma dove si sfidava la legge in continuazione, e dove per la prima volta le donne più giovani prendevano atteggiamenti anticonformisti sia nell’abbigliamento che nei rapporti con l’altro sesso e nella scelta di divertimenti e aspirazioni, creando scandalo ma aprendo anche la strada ad una vita più moderna e libera per le loro simili.
Un’epoca tra l’altro che non appare spesso nei romanzi di vario genere, che preferiscono o pescare decisamente più nel passato o andare in tempi recenti, e che hanno dimenticato un momento storico struggente e tragico, in cui si trovano, nel bene e nel male, molti semi della modernità di oggi.
Interessante e intrigante come romanzo horror e gotico dalle venature thriller, La stella nera di New York può piacere anche a chi ama le atmosfere del passato più o meno remoto, restituite con vivacità di particolari, tanto da sembrare davvero di essere là, con queste ragazze spregiudicate ma con in realtà solo tanta voglia di vivere.
:: Recensione di Il diario proibito di Maria Antonietta (Newton Compton, 2011) e I segreti di una regina (Newton Compton, 2012) di Juliet Grey a cura di Elena Romanello
31 ottobre 2012
C’erano una volta i romanzi storici, vicende spesso inventate sullo sfondo di fatti reali, e le biografie, saggi che raccontavano le vite di uomini e donne famosi. Da alcuni anni, grazie all’apporto di autori come Philippa Gregory, con le donne di casa Tudor e York, e di Franco Forte, alle prese con le vere storie di Alberto da Giussano e Nerone, i confini tra i due generi, appartenenti a narrativa e saggistica, si sono confusi, e non è raro trovare romanzi che raccontano, in maniera spesso molto fedele alla realtà, vite di uomini e donne famosi.
Uno degli ultimi esempi è la trilogia, in corso di pubblicazione, che l’autrice Juliet Grey ha deciso di dedicare alla regina Maria Antonietta, ultima sovrana di Francia: in italiano è stata pubblicata da Newton Compton, nei due titoli Il diario proibito di Maria Antonietta e I segreti di una regina, in attesa del terzo e ultimo titolo, ancora inedito in inglese, ma sul quale Juliet sta lavorando alacremente.
Occuparsi di Maria Antonietta vuol dire confrontarsi con un’icona della cultura popolare: criticata e insultata in vita, oltre le sue colpe (non disse mai la famosa frase, sul popolo senza pane, “che mangi brioches”), morta quasi da martire sulla ghigliottina durante la Rivoluzione francese, è stata poi rivalutata a partire da Stephan Zweig con la sua famosa biografia negli anni Trenta, e fatta oggetto di studi, mostre, convegni, fumetti, film, altre biografie (come quella recente ed esaustiva di Antonia Fraser) e anche romanzi.
Prima di Juliet Grey avevano provato a scrivere un romanzo biografico su Maria Antonietta Victoria Holt con The queen’s confession, scritto all’inizio degli anni Settanta e e introvabile in italiano, e Carolly Erickson con Il diario segreto di Maria Antonietta, tentativo veramente poco riuscito. Invece Juliet Grey sa unire una cura scrupolosa per la ricerca storica alla capacità di raccontare una vicenda appassionante, quella di una bambina che diventa donna ritrovandosi regina e crollando nell’abisso non senza suscitare simpatia e empatia.
Il primo romanzo, Il diario proibito di Maria Antonietta parte dal fidanzamento della giovanissima arciduchessa con il delfino di Francia e si chiude con la sua ascesa al trono, il secondo libro, I segreti di una regina, ci porta nei fasti della corte, seguendo gli eccessi di Maria Antonietta, il suo amore per Axel di Fersen, lo scandalo della collana, fino alla presa della Bastiglia. Si sa come andrà a finire, ma l’autrice sa creare aspettative e interesse intorno ad una principessa che era comunque figlia dei suoi tempi e, pur non avendo l’impegno sociale di una Lady Diana (ma allora non si usava) non era certo il mostro che è stato dipinto per secoli.
Mentre la Ericksson, storica di professione, nel suo romanzo biografico si inventava di sana pianta particolari e eventi, la Grey resta fedele alla realtà storica, immedesimandosi sempre in Maria Antonietta, tranne che in alcuni brani nel secondo libro, dove racconta l’intrigo della collana di Jeanne de La Motte e si stacca dalla sua protagonista. Il risultato sono due libri che immergono nel mondo fatuo ma rigido di Versailles, raccontando le passioni di una donna amante della vita e dei suoi piaceri, ma desiderosa di trovare la felicità basandosi sugli affetti, i figli, le amiche. Una donna che continua ad appassionare ancora oggi, restituita tra debolezze e pregi nelle pagine di due libri che si leggono tutti d’un fiato. In attesa del terzo volume, con la conclusione inevitabile della vicenda.
:: Recensione di L’ultimo amico di Tahar Ben Jelloun (Bompiani, 2006) a cura di Michela Bortoletto
29 ottobre 2012
Per quelli che, come me, provano un amore incondizionato per i libri girare tra le bancarelle di libri usati è un’esperienza triste e affascinante allo stesso tempo. Triste perché si trovano i libri che qualcuno non vuole più: libri nuovi, vecchi, libri che sono stati letti oppure messi da parte dopo qualche pagina, libri amati ma più spesso odiati, ritenuti un inutile spreco di carta oppure una scomoda eredità. Affascinante perché ogni libro nasconde una propria storia fatta di amore, odio, affetti e ricordi.
Affascinante anche perché spesso tra quei mucchi di libri che qualcuno non ha più voluto si fanno delle vere e proprie scoperte. Ci si può trovare di fronte a vecchie edizioni di grandi classici ma anche agli ultimi titoli usciti in libreria, regali non apprezzati e subito buttati via.
Ieri, curiosando tra i titoli esposti in una di queste bancarelle mi sono imbattuta ne L’ultimo amico di Tahar Ben Jelloun, un libro abbastanza recente, del 2004, che si trova ancora tranquillamente in commercio. L’ho notato non per la sua copertina, che sgargiante non è, e nemmeno per il titolo. Semplicemente l’ho preso tra le mani per curiosità, l’ho voltato e ho letto la quarta di copertina.
“Stamattina ho ricevuto una lettera. Una busta di carta riciclata. Sopra la testa di Hassan II con la djellaba bianca, un timbro, su cui data e luogo sono difficilmente leggibili. Una lettera destinata a distruggermi. La firma è proprio quella del mio amico Mamed. Non ci sono dubbi. Mamed, il mio ultimo amico.”
Non so spiegare il motivo, ma queste brevi frasi mi hanno convinto: quel libro doveva essere mio!
L’ho preso, portato a casa e letto d’un fiato. Dentro di me qualcosa mi diceva che non mi avrebbe deluso. E così è stato.
La storia è semplice: Mamed è Ali sono amici d’infanzia. Si sono conosciuti tra i banchi di scuola. Tahar Ben Jelloun ci racconta di questa amicizia dai punti di vista di entrambi. Le versioni sono simili ma non coincidono del tutto: la scuola, le prime esperienze sessuali, la prigionia, il matrimonio e i figli. Finché qualcosa si interpone tra loro e il forte legame che li unisce sembra spezzarsi definitivamente. Mamed all’improvviso diventa astioso e rinfaccia ad Ali di averlo ingannato. Ali non capisce il perché di tanto odio, ma sa che non possono essere i soldi il vero motivo dell’allontanamento di Mamed. Ci deve essere sotto dell’altro. E infatti è così. Mamed è malato, sta per morire e decide di allontanare Ali. Non vuole averlo accanto, vedere negli occhi del suo amico la sofferenza, la pietà e la compassione per la sua inevitabile fine. Vuole risparmiarlo.
Quello di Mamed è per lui un gesto di generosità. Ma quello che ha fatto Mamed è giusto? È corretto mentire all’unico vero amico di una vita, allontanarlo, fargli credere di essere in collera con lui e impedirgli di starci accanto e dirci addio come si deve?
La storia di Mamed e Ali fa riflettere. Leggendo il racconto di questa grande amicizia mi sono chiesta più volte cosa avrei fatto io al posto di Mamed. Avrei allontanato da me Ali? O forse gli avrei detto tutta la verità chiedendogli di rimanermi accanto? O piuttosto, avrei fatto scegliere a lui se rimanere o scappare?
Quello che ci offre Ben Jelloun è solo una delle tante soluzioni possibili. Ci racconta la scelta di Mamed, che forse è la stessa che avrebbe fatto lo stesso autore o forse no. Ma con il suo racconto ci dona anche l’occasione di riflettere sull’amicizia, sulla malattia, sulla morte e sulle innumerevoli scelte e possibilità che ci troviamo davanti tutti i giorni. I libri migliori sono quelli che non finiscono con l’ultima pagina ma vanno avanti dentro di noi, ci spingono a riflettere, a immaginare, a cercare di capire quali potrebbero essere la nostra versione e le nostre idee e opinioni su quel determinato argomento, arrivando anche a contestare le scelte dell’autore. Perché ogni libro è un universo a sé che apre la porta a un’infinità di altri universi.
Tahar Ben Jelloun, nato a Fès (Marocco) nel 1944, vive a Parigi. Poeta, romanziere e giornalista,ha vinto il Premio Goncourt nel 1987. È noto in Italia per i suoi numerosi libri, tra cui Creatura di sabbia, 1987; L’amicizia, 1994; Corrotto, 1994; L’ultimo amore è sempre il primo?, 1995; Nadia, 1996; Il razzismo spiegato a mia figlia, 1998, giunto alla quarantottesima edizione (e ripubblicato nel 2010 in una nuova edizione accresciuta); L’estrema solitudine, 1999; L’albergo dei poveri, 1999; La scuola o la scarpa, 2000; Il libro del buio, 2001 (International IMPAC Dublin Literary Award 2004); L’Islam spiegato ai nostri figli, 2001 (ripubblicato nel 2010 in una nuova edizione accresciuta); Jenin, 2002; Amori stregati, 2003; L’ultimo amico, 2004; “La fatalità della bellezza”, in Amin Maalouf, Tahar Ben Jelloun, Hanif Kureishi, Notte senza fine, 2004; Non capisco il mondo arabo, 2006; Partire, 2007; L’uomo che amava troppo le donne, 2010.
:: Recensione di Il diario di velluto cremisi di Sarah Jio (Nord, 2012) a cura di Viviana Filippini
29 ottobre 2012
Cosa può fare una giovane scrittrice – Emily Watson- fresca fresca di divorzio per risollevarsi un po’ il morale? Semplice! Andare a trascorrere una rilassante vacanza da un’anziana zia – Bee- che non vede da tempo. Dove? A Bainbridge Island, località delle vacanze estive d’infanzia, dove l’accogliente atmosfera di tranquillità è un rifugio per i cuori tormentati. Ok! Tutto sembra andare liscio come l’olio, ma cosa potrebbe scatenare la scoperta di un misterioso diario di velluto cremisi e della storia che esso contiene? Emily incuriosita dall’enigmatico quadernetto apparso per magia nel cassetto del suo comodino, comincerà a leggerlo scoprendo una storia, delle persone e degli eventi che cambieranno per sempre la sua vita di acciaccata neodivorziata e romanziera di successo afflitta dal blocco dello scrittore. Il diario di velluto cremisi è il primo romanzo di Sara Jio ed ha al centro l’amore nel corso del tempo, nel passato e nel presente, con la particolarità che gli esseri umani travolti da questo folle e piacevole sentimento amano e lo fanno seguendo quell’ istintiva passionalità che creerà loro non pochi problemi. La protagonista, travolta dalla lettura del diario di velluto cremisi e del suo libro preferito Year of Grace, imparerà a seguire le leggi del cuore lasciandosi trasportate dai sentimenti d’amore, cercando di non compiere più gli errori che hanno portato al fallimento della sua vita sentimentale e ascoltando i consigli di chi le ha sempre voluto bene, nonostante non l’abbia mai conosciuta. Il ritmo de Il diario di velluto cremisi è avvincente a tal punto da creare una forte suspense nell’attesa che la verità su chi ha scritto il diario e perché, venga a galla. In questa sospensione spasmodica noi lettori siamo portati sullo stesso piano emotivo della protagonista. Noi come Emily ci facciamo domande su Esther, ci chiediamo chi è, se è ancora viva, cerchiamo di capire se esistono dei legami di sangue tra i diversi personaggi che interagiscono con Emily e che ruolo hanno avuto nella vicenda della misteriosa donna autrice del diario. Il lettore non si pone solo questi interrogativi, ma a livello emotivo è animato dalle stesse sensazioni, paure e timori che ci sono nel cuore della protagonista che non sa, e lo scoprirà strada facendo, di avere legami con tutte le persone che incontra a Bainbridge Island. Emily vuole vederci chiaro in tutta questa complicata storia e ricercherà la verità in modo ossessivo, scoprendo eventi passati molto dolorosi che toccano da vicino sua zia Bee, Henry, Esther e Eliott e che costringeranno tutti gli appartenenti alla generazioni precedenti, e pure alla sua, a fare i conti con i propri spettri del passato. Emily ed Esther sono lontane nel tempo, ma le esperienze vissute e il modo di affrontare con coraggio e impetuosità la vita evidenziano un parallelismo tra loro che va ben oltre la semplice somiglianza fisica. Le protagoniste femminili di questo libro hanno in comune l’ostinata tenacia nell’amare, ed essa è così perseverante, che nulla riuscirà a fermare Emily e Esther nell’impresa di coltivare nel tempo il sentimento dell’amore. Il diario di velluto cremisi è un romanzo d’esordio coinvolgente, attraverso il quale Sarah Jio avvolge e appassiona noi lettori dimostrando che l’amore vero, cioè quel sentimento eterno che lega due corpi e due anime, esiste e dura nel tempo in barba alle difficoltà e agli eventi che cercano di ostacolarlo.
Sarah Jio è nata e cresciuta a Seattle, dove vive tuttora con il marito e i tre figli. Laureata in Giornalismo, ha scritto per numerose testate, tra cui Marie Claire, the Seattle Times, Health, e The Ophra Magazine. Attualmente è blogger ufficiale della sezione salute e benessere di Glamour.com. il suo primo romanzo, Il diario di velluto cremisi, è stato un grande successo di pubblico e critica, al punto che il Library Journal lo ha eletto miglior libro dell’anno. Il suo sito internet è www.sarahjio.com.
:: Recensione di Follia profonda di Wulf Dorn (Corbaccio, 2012)
29 ottobre 2012Follia profonda (Dunkler Wahn, 2011), edito in Italia da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Alessandra Petrelli, è il capitolo conclusivo della trilogia che Wulf Dorn dedica alla Waldklinik, dopo La psichiatra e Il superstite. Anche questa volta, come ne Il superstite (per chi non l’avesse letto e volesse saperne un po’ di più rimando alla mia recensione dove analizzo nei dettagli la trama), protagonista è lo psichiatra Jan Frostner: lo avevamo lasciato nel romanzo precedente a fare i conti col passato, lo ritroviamo sempre al lavoro alla Waldklinik, impegnato in una relazione piuttosto complicata con Carla Weller. Sempre serio, professionale, affidabile, amato dai pazienti, rispettato dai colleghi, realizzato nella vita professionale, forse con qualche incertezza nella vita sentimentale, ma dopo tutto nella vita mica può essere tutto perfetto.
Poi un giorno, una piovosa giornata di ottobre, mentre si stanno ultimando i preparativi per la cena raccolta fondi per il nuovo reparto di psichiatria infantile e giovanile, Jan riceve in clinica un mazzo di rose Baccarà. Nel linguaggio dei fiori simbolo di amore appassionato. Un dono che in un primo tempo sembra provenire dalla sua compagna: forse un timido tentativo per fare pace, per riallacciare un rapporto che sembra essersi logorato e sul punto di spezzarsi. Il modo che Carla ha per dirgli che lo ama ancora e gli manca. Già ma le rose non sono di Carla. La fuori c’è un’altra donna che ha messo gli occhi su di lui. Quando riceve la telefonata di Volker Nowak, giornalista del Fahlenberger Bote, non si sente ancora in pericolo. Nowak, seppure si comporti in modo strano, vuole semplicemente incontrarlo perché ha bisogno del suo parere professionale. Incuriosito Jan accetta e lo aspetta inutilmente per ore all’Old Nick, uno dei tanti locali che si affacciano sulla piazza principale di Fahlenberg.
Ma Nowak non andrà mai all’appuntamento, qualcuno lo uccide quella notte stessa. Chiamato dal capo della polizia, Heinz Kroger, sul luogo del delitto viene a conoscenza che l’uomo poco prima di morire stava litigando con una donna, almeno così dicono i testimoni. Ma perché voleva parlare con Jan? Si sentiva minacciato da questa donna? Forse non c’era alcun legame tra le due vicende, ma quando Jan inizia a ricevere strane telefonate, disegni infantili, fatti da una persona molto disturbata, forse pericolosa, lasciati prima sulla sua auto, poi addirittura davanti casa, il senso di minaccia si fa sempre più reale. I contorni indefiniti di una donna apparentemente innamorata di lui, ma in modo malato e inquietante, si fanno sempre più nitidi. Più Jan cerca di scoprire la sua identità e più si accorge che la sua vita è in pericolo, ma non solo anche quella delle persone che gli sono accanto. Perché questa donna è un’ assassina.
Wulf Dorn, esperto di psico-thriller e per la precisione di un suo sottogenere piuttosto impegnativo come il thriller psichiatrico, tratta in Follia profonda un tema piuttosto delicato come lo stalking e lo fa invertendo i ruoli. Invece di essere una donna, questa volta è un uomo a subire le attenzioni ossessive di una mente malata che proietta nell’oggetto del suo desiderio la patologia che l’affligge. Il legame tra persecuzione e stalking da una parte e omicidio dall’altra è sempre più stretto, basti pensare che il 15 % delle donne uccise ha denunciato di essere stata vittima di stalking, e sicuramente nella realtà la percentuale tende a salire. Cosa accade nella mente di un persecutore? Quali conseguenze si scatenano nel perseguitato? Che meccanismi si innescano, che rapporti li legano?
Wulf Dorn, da anni impegnato a trattare casi psichiatrici, costruisce una storia sì estrema per esigenze narrative, (utilizza un caso particolare di psicopatologia forse non comune), ma sicuramente interessante nel tratteggiare l’analisi psicologica della vittima. Per prima cosa subentra la paura. La vittima teme che questi comportamenti ossessivi sfocino in vera e propria violenza fisica, ma non solo. La paura cresce in maniera incontrollata, perché è proprio la mancanza di controllo su questi fenomeni che degenera in disperazione. Poi un’altra componente, piuttosto poco nota, che subentra è la compassione che la vittima prova per il suo carnefice, e questa compassione è forse l’origine del perché questo genere di violenze non vengono sempre denunciate, oltre alla paura di non essere credute, la paura che una denuncia possa accrescere la virulenza della persecuzione e la polizia non possa difendere, oltre ad altre complesse motivazioni che certo non posso analizzare in questa breve recensione.
Follia profonda non è un saggio è semplicemente un thriller, ma il realismo con cui tratta l’argomento è senz’altro notevole e sconcertante. La suspense è accresciuta dalla difficoltà del protagonista di individuare la sua persecutrice. Le donne che potrebbero rivelarsi la stalker si susseguono: da Bettina, l’infermiera punk, a Julia la collega che si spinge a fargli avance in bagno. Dorn è bravo a istillare il dubbio nel lettore (fino ad utilizzare un espediente apparentemente scorretto che però ha una spiegazione nella patologia descritta). I dialoghi sono funzionali, efficaci, essenziali e costituiscono l’ossatura dell’azione determinando l’acuirsi della tensione. Ottima come sempre l’ambientazione, e l’atmosfera carica di minacce che si respira, fatta di dettagli minimi e sovrapposizioni di interni ed esterni: la pioggia che sembra cadere ininterrotta, il buio che prevale nella casa della madre del giornalista, il buio e il freddo del confessionale dove l’assassina cerca rifugio e perdono, l’apparente sicurezza della casa di Jan Frostner, che si rivelerà teatro della scena più violenta del romanzo. Un accenno al personaggio chiave di Rudolph Marenburg che compare di sfuggita all’inizio del romanzo, per poi riapparire quasi in maniera provvidenziale.
Enigmatico il capitolo conclusivo, e considerando che rappresenta il finale della trilogia un po’ mi ha lasciato sconcertata. Sembra chiaramente gettare il germe di una continuazione, della necessità di alcune spiegazioni, della necessità di porsi delle domande che forse resteranno per sempre senza risposta. Un prezioso indizio per far luce sul finale lo da l’autore stesso a questo link dove in una domanda glielo abbiamo espressamente chiesto.
Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie vicino a Ulm, in Germania. Dopo aver scritto alcuni racconti si è dedicato alla stesura del suo primo romanzo, La psichiatra, che è diventata un bestseller da centomila copie grazie al passaparola dei lettori. Del 2011 è Il superstite.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ilaria dell’Ufficio Stampa Corbaccio.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Recensione di La marcatura della regina, Giovanni Di Giamberardino, (Ed. Socrates, 2012) a cura di Viviana Filippini
26 ottobre 2012
La trama è quella tipica del giallo con un cadavere abbandonato in un cassonetto, quello di una giovane donna morta sgozzata, in via Nomentana a Roma nei pressi dell’ambasciata Afghana. Poi c’è l’arresto di un extracomunitario sospettato dell’omicidio e l’avvio delle indagini per risolvere il misterioso delitto che scuote nelle viscere una parte dell’antica Urbe. Da subito in La marcatura della regina, il romanzo d’esordio di Di Giamberardino, si respira un’ aria di tensione che permane fino alla fine, in una curiosa storia di vita quotidiana dove tutto accade e si sbroglia in 24 ore (e qui ho pensato alla serie tv americana con protagonista Kiefer Sutherland). La particolarità narrativa de La marcatura della regina è il raccontare il caso di omicidio da punti di vista molteplici, rappresentati dai tanti personaggi che scandiscono con parole, azioni e relazioni il passaggio delle ore. Un ispettore di polizia, un giardiniere al lavoro con il figlio, impiegati alla prese con consegne e schermaglie d’amore e ancora preti, giornalisti tv e guidatori inesperti raccontano e partecipano alla caccia all’assassino in modo più o meno volontario. Questa umanità umile e semplice si racconta e allo stesso tempo ci riferisce un evento drammatico – la morte di un giovane donna – attorno al quale i media e le chiacchiere di quartiere evidenziano lo stesso genere di spasmodico interesse nel voler scoprire chi, perché e come il cadavere sia finito tutto infagottato dentro ad un cassonetto. Addentrandosi sempre più nella storia si scoprirà come ognuno degli individui presenti nella scena narrativa è solo in apparenza distante dal fattaccio, in realtà per ognuno dei personaggi ci sono legami più o meno solidi con la vittima e con il suo aguzzino. Ne La marcatura della regina c’è tanto e questo “tanto” di sentimenti e gesti avventati e appassionati è lo specchio della nostra società. Nel primo romanzo di Di Giamberardino c’è il pregiudizio verso il “diverso” e lo straniero additati subito come colpevoli, l’amore non accettato tra persone, genitori alle prese con i problematici figli, la paura comune della presenza di un assassino in libertà pronto a colpire ancora e un elemento costante che ritorna con il suo volo a legare tutti i protagonisti: le api. Un succulento giallo di quartiere, nel quale protagoniste sono le vicissitudini di un piccola comunità umana fatta di persone, di vite diverse che ruotano, anche senza rendersene conto, attorno ad un unico soggetto rappresentato dalla vittima. In questo romanzo il giovane autore riesce a dare forma a due complessità – quella del mondo sociale e quella che caratterizza l’io singolo – che intrecciandosi tra loro scatenano un intenso thriller psicologico. Leggendo La marcatura della regina non so perché, ma ho fatto una serie di associazioni metaforiche che mi hanno portato a collegare la porzione della città dove avviene il delitto ad una delle tante celle che formano l’alveare. Poi, le persone che espongono la loro visione della storia, le ho associate alle tante piccole api operaie che qui cercano di aiutare chi indaga a trovare la verità e, infine, la giovane vittima è l’ape regina, ma purtroppo in questo caso nessuno è riuscito a salvarla dalla furia omicida.
Giovanni di Giamberardino è nato nel 1984 a Roma. Ha pubblicato online e su carta diversi racconti e poesie. È autore di soggetti per fiction televisive ed è tra i curatori di www.serialmente.com. Finalista al Premio Calvino nel 2009 (con il titolo Aristeo e le api), La marcatura della regina è stato definito dalla giuria “una odierna sociologia della solitudine”.
:: Segnalazione di Il caso della donna scomparsa di Raffaella Ferrari (Edizioni SBF Narcissus, 2012)
26 ottobre 2012
Appassionati del giallo classico, non perdete una puntata di Poirot o della Signora in Giallo? Vi segnalo il nuovo romanzo della scrittrice ligure Raffaella Ferrari: Il caso della donna scomparsa. Storie garbate, scenari caratteristici del Golfo di La Spezia e della Lunigiana, personaggi ben caratterizzati, misteri da svelare queste sono le caratteristiche che troverete nei suoi libri. A presto intervista con l’autrice.
Nella suggestiva cornice del borgo marinaro di Cadimare, nello spezzino, una nobile signora milanese in vacanza, scompare misteriosamente e pochi giorni dopo l’amante del marito viene trovata barbaramente uccisa nello yacht del suo fidanzato ufficiale, il conte Guglielmo Maria Bellini. Il Maresciallo Saverio Lo Giudice indaga, ma questa volta viene coinvolto anche sul piano più intimo e personale. Intanto a pochi chilometri di distanza, nel verde delle colline della Lunigiana, anche Lucilla Ferrino indaga, ma su un altro piano, quello della psiche umana: cosa ha visto il giovane Alessandro Vannucci per essere così spaventato?
In una villa settecentesca situata a Portovenere, nel golfo della Spezia, si svolge una festa i cui partecipanti fanno parte del jet set della riviera. L’usuale serenità dell’atmosfera viene interrotta dalla lite fra una ricca signora, Maria Gabriella Torre Roscotti, e la giovane ed affascinante amante del di lei marito, nonchè fidanzata ufficiale del conte Guglielmo Maria Bellini, proprietario, assieme al fratello Carlo Alberto, della villa.
La situazione si complica quando Maria Gabriella scompare e, pochi giorni dopo, la giovane fidanzata del conte viene ritrovata morta ammazzata nello yacht del conte. Ad indagare sul mistero interviene il maresciallo Saverio Lo Giudice, uomo serio e fortemente devoto alla divisa che indossa. Contemporaneamente, qualcun’altro indaga, senza saperlo, sulla stessa vicenda. Si tratta di una psicologa, Lucilla Ferrino, moglie di un ricco ex regista, che analizzando il comportamento inusuale di un ragazzino di dodici anni, viene a scoprire che anche lui è implicato nella vicenda.
I colpi di scena si susseguono. I possibili assassini sono molti. Chi ha ucciso la giovane e spregiudicata Melissa Re? Il fidanzato tradito? La moglie gelosa? Il nostromo omosessuale o qualcun’altro?
Persino Saverio Lo Giudice è in difficoltà, ancora di più quando incontra la bellissima ed ambigua Cristina Campanile, che con il suo fascino finirà per distrarlo al punto da allontanarlo dalla verità.
In un finale carico di patos tutti i fili pendenti verranno riannodati per dare un nome all’assassino di Melissa.
Ma una domanda rimarrà senza risposta: quanta colpa c’è effettivamente nell’errore?
Disponibile sul sito dell’autrice http://raffaellaferrari.altervista.org/il_caso_della_donna_scomparsa.htm#librerie o in questa libreria on-line (a breve sarà disponbile anche in molte altre)
http://www.ultimabooks.it/il-caso-della-donna-scomparsa
Costa solo 1,99€ e si scarica in formato e pub, ma se non avete un tablet e volete leggerlo sul pc (ed eventualmente stamparvelo x averlo cartaceo) sul suo sito trovate le istruzioni per farlo. Io avendo firefox ho istallato l’estensione ePubReader.
:: Blacksad, la prima serie di fumetti internazionali in ebook in Italia per iPad e Kindle Fire (Rizzoli Lizard, 2012)
26 ottobre 2012
A volte, quando entro nel mio ufficio, mi sembra di camminare in mezzo alle rovine di un’antica civiltà. Non tanto per il disordine che regna sovrano, quanto, più probabilmente, perché mi ricorda le vestigia dell’essere civilizzato che sono stato un tempo. (John Blacksad)
Sono finalmente disponibili i quattro ebook a colori della serie a fumetti Blacksad in multiformato.
Rizzoli Lizard lancia in Italia la prima serie completa digitale di un fumetto di livello internazionale. Per la prima volta sono disponibili gli ebook a colori delle avventure di Blacksad, il fumetto francese che ha venduto oltre un milione di copie nel mondo.
A dodici anni di distanza dalla pubblicazione del primo albo, le quattro avventure di Blacksad approdano quindi finalmente in ebook: il fumetto hardboiled francese sarà disponibile in tre formati: ePub Fixed Layout ottimizzato per iPad, KF8 per Kindle Fire e Pdf per gli e-reader a colori.
I quattro titoli della serie – Da qualche parte tra le onde, Artic Nation, Anima rossa e L’inferno e il silenzio – sono in vendita, a partire da oggi a €4,99 cad., sui principali store online.
Rizzoli Lizard pubblica anche un quinto volume, Blacksad – La serie, la guida introduttiva per scoprire il protagonista e le singole avventure, scaricabile gratuitamente su https://itunes.apple.com/it/book/blacksad-la-serie/id565989013?mt=11
Nata dalla penna di Juan Dìaz Canales e dai disegni di Juanjo Guarnido, Blacksad è una serie a fumetti hardboiled ambientata nella New York degli anni Cinquanta. Protagonista è John Blacksad, un roccioso e disincantato gatto nero in trench alla Bogart che di professione fa il detective privato. Blacksad vede i suoi albori nel 2000, anno in cui viene pubblicato il primo albo – Da qualche parte tra le ombre – in Francia dall’editore Dargaud. Il fumetto rappresenta l’esordio dei due autori nel mondo della letteratura illustrata e registra immediatamente un formidabile successo di pubblico grazie alla trama semplice e, allo stesso tempo, avvincente, ma soprattutto per merito dell’impatto visivo dell’opera.
Impatto che il passaggio in digitale ha solo valorizzato grazie a immagini brillanti e di alta qualità. La versione di Blacksad in KF8, realizzata con Panel Magnification, la nuova tecnologia che permette di valorizzare al massimo l’esperienza di lettura sui Kindle delle vignette, effettuando ingrandimenti e zoomate delle singole tavole disegnate, garantisce una facile fruizione che consente di apprezzare al massimo la qualità dell’ebook su qualunque schermo.
:: Il cugino di Alessandro Zannoni
25 ottobre 2012
Irriverente, cinico, misogino, scatenato sciupafemmine, naif il cugino di Alessandro Zannoni, personaggio quanto solo di fantasia non è dato sapere, è nel suo piccolo un’ istituzione. Un po’ figlio di Charles Bukowski, un po’ dotato della comicità di John Belushi, anche se fisicamente non si somigliano per niente, il cugino ha vissuto, come una vera e propria leggenda metropolitana, nel passaparola su Facebook per poi acquistare una dimensione “reale” nelle strisce disegnate da Lorenzo Palloni http://ilcugino.tumblr.com/ e scritte, si dice, da Alessandro Zannoni, fine riportatore delle massime lapidarie del sangue del suo sangue. Ora per i cultori della serie, per noi che amiamo collezionare libri nella nostra biblioteca privata, in edizione limitata e autoprodotta, è disponibile un volume che racchiude le prime 50 vigne: IL CUGINO, vol. 1, di Alessandro Zannoni & Lorenzo Palloni, 36 pagine, 20×20 cm. Se lo cercate, non lo troverete in libreria. Per ora l’unico modo per averlo è questo:
Euro 6.50 (comprese spese di spedizione, il volume costa Euro 5) sulla RICARICA postepay 4023600628588966
Intestatario: ZANNONI ALESSANDRO
ZNN LSN 63B 15i 449K
Ora, fossi in voi, mi accerterei che il volume sia autografato con dedica, volete mettere il valore che acquisterà quando diventerà un pezzo da collezione. Bene il mio dovere l’ho fatto. Enjoy folks!
:: Rileggere Bond: Casino Royale di Ian Fleming (Adelphi, 2012) a cura di Stefano Di Marino
25 ottobre 2012
“The scent and smoke and seat of a casino are nauseating at three in the morning. Then the soul-erosion produced by gambling- a compost of greed and fear and nervous tension – becomes unbearable and the sense awake and revolt, from it. James Bond suddenly knew that he was tired.” Casino Royale, Ian Fleming – pubblicato in Inghilterra per la prima volta in 4750 copie da Jonathan Cape.
Quando lessi per la prima volta Casino Royale non mi piacque granché. Ero giovane, le mie letture spionistiche erano soprattutto le avventure ritmatissime di Nick Carter e OSS117 pubblicate su Segretissimo e Bond lo conoscevo solo nella versione cinematografica. Riprenderlo in mano oggi (benché mi sia capitato di rileggerlo una ventina d’anni fa) in un momento in cui l’immagine stessa del Bond cinematografica è cambiata tornando all’origine letteraria, mi ha suggerito nuove considerazioni. Prima di tutto che 007 al cinema è stato sino a oggi essenzialmente un personaggio ‘diverso’ da quello concepito da Fleming nei romanzi. C’era qualcosa sì del modello, ma l’interpretazione che ne è stata divulgata risulta se non deformata almeno adattata al mezzo cinematografico – che impone ritmi e azioni che risultano a volte ridondanti nei romanzi – e poi si è formata nell’immaginario degli anni ’60. Di seguito la seconda riflessione. Un romanzo va letto considerando l’epoca e il contesto in cui è stato scritto. Forse per l’adolescente che ero, con la mente piena di suggestioni visive di quei tempi, erano dettagli che tendevano a sfuggire. Oggi che si celebrano i cinquant’anni della carriera cinematografica di 007 e i 60 dalla sua nascita letteraria è opportuno riprendere quelle pagine con qualche nozione in più. Di fatto Fleming era un ottimo narratore, forse non sempre nella stessa misura, ma in questo caso l’esordio fu geniale. Sebbene un amico gli consigliasse di pubblicare questo suo thriller con uno pseudonimo, aveva centrato il bersaglio. Il personaggio, l’atmosfera, i dettagli e persino la trama con quell’anticlimax che uccide Le Chiffre a cinquanta pagine dalla fine sono una miscela perfetta almeno quanto quella del Vesper, il mitico cocktail che diventerà un tormentone al cinema. Bond è, sulla pagina, un eroe cupo, già consapevole che i buoni e i cattivi si possono scambiare i ruoli, come si evince dal dialogo nel capitolo 20, La natura del Male, tra 007 e Mathis. “Quando si è giovani sembra facile distinguere il bene dal male. Ma a mano a mano che gli anni passano la differenza si fa sempre più difficile”. Significativa considerazione che solo in Quantum of Solace è stata ripresa nel corso di una totale rivisitazione del personaggio e del tono delle sue avventure. Ma nel romanzo, al termine ‘ apparente’ della missione, Bond è pronto a lasciare lo sporco mestiere di spia per amore (se pure è possibile credere nell’amore) e al tempo stesso così disincantato da sapere di poter battere Le Chiffre, di resistere alla tortura più umiliante e chiudere il romanzo con la più cinica delle battute (‘Perché è morta, quella puttana’). Eroe noir, umano, ma anche soldato della Guerra Fredda. La spia che Ian Fleming avrebbe voluto essere. In effetti l’autore scozzese nello spionaggio aveva lavorato davvero, tentando pure di sbancare i nazisti che andavano a giocare al casinò dell’Estoril in Portogallo. Di spie e sistemi d’intelligence ne sapeva sin troppo. Per questo lo mandavano a istruire gli americani ma non lo lasciavano partecipare alle missioni vere. Se fosse stato catturato aveva troppo da riferire. Così a 43 anni, nel pieno della Guerra Fredda e alle soglie di un matrimonio che in qualche modo rifuggiva, si richiuse nella sua villa in Giamaica e, imponendosi una routine di lavoro rigorosissima, scrisse la prima di una serie di avventure che lo avrebbero consegnato alla leggenda. ‘Casinò Royale’ non è un romanzo lento, come l’idea che sia incentrato su una partita a carte potrebbe lasciar pensare. La narrazione entra subito nel vivo, Bond è presentato al culmine di una notte al casinò e ci appare subito per quello che è. Un guerriero. Stanco, stressato ma combattivo. Poi conosciamo passo passo i dettagli della missione. Entriamo in un mondo glamour ma tinto di grigio come dovevano essere gli anni della guerra fredda visti negli uffici di Regent’s Park proprio nel periodo in cui l’Inghilterra consumava, ancora ignara, uno degli smacchi più infamanti della sua storia spionistica: l’affare Philby, destinato a esplodere dieci anni dopo ma già in atto dal 1936. Di tutto ciò Fleming sembra aver coscienza ma solo alla periferia della sua immaginazione. Il pericolo rosso esiste ma la sua attenzione si concentra più sui personaggi (straordinari) della sua vicenda. Le Chiffre non è il classico agente dei servizi segreti dell’Est. È in qualche modo il viso oscuro di Bond. Ama le carte, le donne, non vuol perdere e sa essere feroce. Si gioca tutto per recuperare una posizione persa agli occhi della sua organizzazione. Non sa accettare la sconfitta e le prova tutte per riportare la bilancia in pari. Il caso gli volta le spalle. Mette Bond sulla sua strada e con lui lo ‘spettro’ della sconfitta. La SMERSH (organizzazione reale che dal solo nome ‘Morte alle Spie’ si qualifica) lo punisce. Ma la vicenda non finisce qui perché Casinò Royale non è solo un thriller. È, più o meno consciamente, il passo d’inizio di un cammino che deve portare lontano il suo protagonista. Senza Vesper, senza quelle sequenze prive d’azione ma cariche di umanità che si concludono con l’apparizione dell’uomo con la benda nera la storia resterebbe incompleta. In questo contesto i pochi capitoli dedicati al gioco di carte non appaiono lenti. La spiegazione del gioco è fluida, inframmezzata da azione e colpi di scena. Valga per tutti il corso con il bastone che cerca di uccidere Bond al culmine della partita. Poi ci sono elementi secondari. La coppia che sorveglia Bond sin dal suo arrivo, i killer bulgari che compiono un maldestro attentato. Qualcosa ci suggerisce subito che i conti non tornano, che la partita con Le Chiffre si gioca con carte truccate. L’azione poi, per quanto rapida è descritta con realismo, dinamicità. L’inseguimento in auto durante il rapimento di Vesper è narrato con tecnica da manuale. È, in fin dei conti, un romanzo del 1952, le iperboli d’azione che il cinema ha trasposto nelle pagine della narrativa odierna, sono ancora lontane. Pensate ai film di quell’epoca, a quei western dove a un colpo di pistola gli indiani cadevano a grappoli, alle scazzottate inverosimili dei noir. Fleming riusciva a mettere invece un realismo crudo nella descrizione della violenza e del sesso condensandolo in poche righe, scegliendo con cura parole e frasi. Un romanzo di 170 pagine che non ha davvero bisogno di allungarsi come sin troppe volte capita oggi se si vuol essere pubblicati in libreria. Da rileggere senz’altro e giudicare all’interno del contesto della sua epoca e dell’opera generale di Fleming. Per imparare e, sì, anche divertirsi.
:: Recensione “Andromeda” Graphic Novel di Diego Bortolozzo/Simone Messeri (Sogno editore, 2011) a cura di Barbara de Carolis
25 ottobre 2012
“Il gigante gassoso sonnecchiava, ruotando lentamente attorno alla bianca stella di Pricco. Da milioni di anni osservava il trascorrere degli eventi, custode della storia, dello spazio e del tempo. Nel suo cuore batteva una stella mai nata, tra la sua pelle impalpabile trovava rifugio un vascello proveniente da altri luoghi o, forse, da altri tempi.”
L’Andromeda naviga nello spazio profondo, silenziosa nave fantasma, il suo passaggio non lascia testimoni né vie di fuga, alle sue spalle solo detriti di morte che fluttuano nell’oscurità. Nessuna bandiera, nessuno schieramento, la sua rotta è sconosciuta al pari del suo equipaggio. Rilevarne la presenza significa iniziare a contare i minuti che separano i malcapitati avventori da un’inevitabile fine. Posti al cospetto di una potenza militare incontrastabile, le flotte non possono che abbandonarsi senza resistenze alla devastazione.
Conflitti intergalattici, sulla scia di una fantascienza che evoca le storie di un tempo, quelle narrate e illustrate da chi voleva trasportare i lettori ai confini dello spazio, trasformandoli in spettatori abbagliati dalle esplosioni e storditi dai suoni di missili e cannoni al plasma. L’autore conferma l’appassionata attitudine ai teatri di guerra, terreni o stellari che siano, nonché la capacità di mescolare elementi fantastici a descrizioni verosimilmente crude.
La narrazione veloce e curata, accompagnata da illustrazioni che ne interpretano il ritmo e le atmosfere da cronache di battaglie stellari, consentono a questa graphic novel di occupare un posto di tutto rispetto nelle librerie degli amanti di una nostalgica fantascienza avventurosa.
EDITORE: Sogno Edizioni
AUTORE NOVEL: Diego Bortolozzo
AUTORE GRAPHIC NOVEL: Simone Messeri
ANNO: 2011
PAG: 48
PREZZO: 6,50 €
ISBN: 978-88-96746-14-1


























