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:: Recensione di Incubo bianco di Lars Rambe (Newton compton 2010) a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2010

Per gli amanti del giallo scandinavo segnalo un interessante libro uscito quest’estate per la Newton Compton. Ambientato a Strangnas, piccola città della Svezia centro-orientale, Incubo bianco  racconta la storia di Fredrik Gransjo un ex reporter di cronaca nera che da poco trasferitosi con la famiglia da Stoccolma passa il suo tempo a caccia di argomenti interessanti per i suoi articoli di folklore locale. Stanco di vedere le tante miserie della capitale spera di trovare nella piccola cittadina di Strangnas un po’ di quiete e pace ma non ha fatto i conti con il passato. A Strangnas infatti anni prima nel lontano 1965 durante una violenta bufera di neve una giovane e bella ragazza e un malato di mente appena fuggito dal manicomio erano stati barbaramente uccisi sulle sponde del lago ghiacciato di Malaren e mai nessuno era riuscito a risolvere il caso e a spiegare le innumerevoli incongruenze che almeno al tempo delle indagini non avevano suscitato eccessivi interrogativi troppo impegnati a mettere tutto a tacere per il quieto vivere cittadino . Quarant’anni dopo a Gransjo viene affidato il compito di scrivere una serie di articoli storici con tema proprio il vecchio ospedale psichiatrico di Sundby  chiuso alla fine degli anni 80 e l’intraprendente giornalista esaminando l’archivio del giornale non ci mette molto a disseppellire l’antica tragedia del 1965. Da questo momento in poi è un susseguirsi di nuovi inspiegabili delitti in cui Gransjo si trova suo malgrado coinvolto e l’escalation di violenza non può essere fermata che facendo luce su quegli antichi delitti e scoprendo quali terribili verità nascondevano. Libro d’esordio di Lars Rambe, avvocato svedese malato d’Africa, Incubo bianco è un thriller che in Svezia ha sbaragliato le classifiche di vendita tanto da spingere Rambe a scrivere in tutta fretta Skugans spel seconda avventura del nostro instancabile giornalista detective. Piuttosto originale rispetto alla narrativa di genere è una storia che e si svolge in due lassi temporali facendo si che presente e passato si alternino e si intreccino. La trama  a dire il vero e piuttosto complessa, anche dato il gran numero di personaggi tutti con una funzione specifica nell’economia del racconto, ma è resa comprensibile da una scrittura agile e scorrevole che già dalle prime pagine cattura e fa appassionare alla storia. Particolare sensibilità è usata per trattare la malattia mentale e l’assistenza psichiatrica evitando pregiudizi e  grossolane banalizzazioni. Un’ altra cosa da notare è il prezzo decisamente contenuto solo 6,90 e l’uscita contemporanea in versione tradizionale ed e-book. Infine per i più curiosi ripropongo anche l’intervista che abbiamo fatto a luglio a Lars Rambe in occasione dell’uscita del libro.
Incubo bianco di Lars Rambe, Newton Compton, collana Narrativa contemporanea tascabili Newton, 2010, 315 pagine, brossura, traduzione dallo svedese di Alessia Ferrari, prezzo di copertina 6,90 Euro.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se

:: Recensione di In terra ostile di Philip K. Dick (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2010

fanPhilip K. Dick – celeberrimo autore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? da cui è stato tratto l’altrettanto celebre Blade Runner di Ridley Scott- non ha scritto solo opere di fantascienza, anzi con alterne fortune ha cercato anche di fare il grande salto nella cosiddetta letteratura alta. Purtroppo i suoi romanzi vennero spesso rifiutati o acquistati ma non pubblicati. Stessa sorte toccò a In terra ostile (titolo originale In Milton Lumky Territory), piccolo capolavoro già edito in Italia nel 1999 da Einaudi e ora “riscoperto” dalla Fanucci Editore.
Scritto da Dick nel 1958 – ma pubblicato postumo nel 1985 da Dragon Press – racconta la storia di un commesso viaggiatore, Bruce Stevens, per molti versi “figlio” del ben più celebre Willy Loman di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.
Bruce è un perdente. Del sogno americano conosce solo la faccia triste e oscura fatta di viaggi interminabili con la sua Mercury e notti passate in anonimi e pulciosi motel. Senza sogni, ambizioni, progetti, senza mai realizzare nulla trascina i suoi giorni ancora giovane ma vecchio dentro, prigioniero della sua solitudine e infelicità, finché un giorno durante uno dei suoi viaggi, per puro caso, incontra Susan Faine, una sua ex insegnante delle scuole elementari e di colpo la sua vita ordinata e monotona viene sconvolta e sogni e desideri, che sembravano irrealizzabili, divengono possibili.
Susan e Bruce si innamorano e nonostante la differenza di età decidono di sposarsi, ma non hanno fatto i conti con Milton Lumky, vendicativo e ingombrante, anche se a suo modo carismatico, rappresentante di materiale di cartoleria che sentendo invaso il suo territorio, non solo professionale, perseguiterà Bruce fino all’estreme conseguenze.
Ambientato nella sonnolenta provincia americana degli anni ’50, In terra ostile è un viaggio psicologico nelle più profonde pieghe dell’anima di tre personaggi diversissimi tra loro e nello stesso tempo accomunati dal disagio e dall’incertezza.
Per tutto il romanzo predomina una strana claustrofobica inquietudine e un angosciante senso di minaccia che scandisce il tempo con i ritmi del thriller, sebbene di thriller non si tratti. La finta normalità, che si sgretola scrostando anche leggermente la superficie dei comportamenti omologati e consueti, è il vero protagonista di questo libro, in un certo senso bizzarro e non convenzionale.
Sebbene apertamente non sia un libro di fantascienza, molte delle tematiche (fantascientifiche) affrontate da Dick nei suoi libri più famosi qui sono riprese e deformate portando all’attenzione del lettore quanto la realtà possa essere estraniante e “ostile”.
Amaro il lieto fine, ennesima beffa a coronamento di una vita votata al fallimento.
Davvero notevole la traduzione di Daniele Brolli, capace di dare profondità ad un testo che nell’originale americano utilizza un linguaggio elementare e semplice, quasi scarno, come era tra l’altro nello stile di Dick. Dello stesso autore potete leggere La svastica sul sole, Ubik, I simulacri, Cronache del dopo bomba. Traduzione Daniele Brolli.

PHILIP KINDRED DICK nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. Negli anni Settanta esce la sua ultima opera, La Trilogia di Valis, pubblicata da Fanucci Editore in un unico volume. Muore il 2 marzo 1982. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), ScreamersUrla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006). Nel 2008 è uscito il film Next, con Nicholas Cage, tratto dal racconto The Golden Man; mentre I guardiani del destino (2011) trae ispirazione dal racconto Squadra riparazioni. Fanucci Editore pubblica in esclusiva tutta la produzione di Philip K. Dick, considerato uno dei più importanti autori della narrativa americana del secondo dopoguerra.

:: Recensione di Fredda è la notte di Carlene Thompson a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2010

1Blaine Avery ha tutto per essere felice: è bella, è giovane, ha un marito facoltoso che la ama, una figliastra adolescente da crescere, una casa bellissima immersa nel verde del West Virginia e può permettersi il lusso di ignorare chi la invidia e al massimo si limita a spettegolare alle sue spalle finché la vita non le presenta il conto e di colpo si trova sull’orlo dell’abisso ad un passo da perdere tutto.
Martin, suo marito, muore in circostanze misteriose, apparentemente si tratta di suicidio ma è impossibile che non si annidi il tarlo del dubbio: e se fosse stata lei a ucciderlo per ereditare l’ingente patrimonio?
Anche la figliastra Robin sembra pensarlo e quando la più cara amica della ragazza Rosie Van Zandt viene trovata morta nella sua proprietà alcuni particolari sembrano avvalorare l’ipotesi che Blaine sia la colpevole e i sospetti sembrano diventare certezze.
E’ questo è solo l’inizio.
Nuovi delitti si susseguono e Blaine non ha alibi credibili, anzi  è sempre nelle vicinanze dei ritrovamenti dei cadaveri, oltre a comportarsi in modo sfuggente come se nascondesse qualcosa.
Solo lo sceriffo Logan Quincey, ancora innamorato di lei dai tempi del liceo, sembra ostinatamente credere alla sua innocenza ed è il solo a fare di tutto per scagionarla trovando il vero colpevole.
Ma Blaine Avery è davvero innocente?
Questo dubbio accompagnerà il lettore fino al sorprendente finale.
Fredda è la notte  seconda opera della talentuosa Carlene Thompson  edito dalla Marcos Y Marcos, è un thriller psicologico singolare e ricco di atmosfera nella raffinata traduzione di Marzia Luppi Cortaldo.
Già edito come Giallo Mondadori n°2835 con il titolo Tutto ha una fine, titolo originale All fall down, unisce al classico mystery un tocco di romanticismo, imbastendo una storia d’amore che stempera la tensione e accresce l’approfondimento psicologico dei personaggi.
Come in un gioco di specchi, false piste si intrecciano accrescendo la suspance e il dubbio sembra giocare una carta importante nello svolgimento della trama incentrata sul classico gioco dell’innocente accusato ingiustamente.
Il finale del tutto inaspettato e sconcertante accresce il fascino di questo piccolo gioiellino.
Dell’autrice potete leggere sempre per Marcos y Marcos In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi e Stanotte sei mia.

Carlene Thompson La “voce nuova” del brivido scrive da quando aveva otto anni, e si vede. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei centouno. Immagina la “scaletta” del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, mentre porta a passeggio due cani. Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un “albergo degli animali” a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Romanzi promossi a pieni voti dai lettori, che scrivono pareri entusiastici sui siti di tutto il mondo. Marcos y Marcos ha pubblicato Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte, Il nostro segreto, Ancora viva e Come sei bella stasera.

:: Intervista a Lars Rambe a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2010

Lars Rambe 2013Ciao Lars. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Lars Rambe?

Ciao. Grazie. Piacere mio. Sono un avvocato e scrittore svedese, attualmente vivo con la mia famiglia a Nairobi, in Kenya. Ho 41 anni. Io e mia moglie Anna  abbiamo due figlie, Astrid e Hedda.

Raccontaci qualcosa della tua città. Qual è il tuo background?

Sono di Stoccolma, la capitale della Svezia. Nel 2005 mi sono trasferito con la mia famiglia nella piccola città di Strängnäs 80 km da Stoccolma. E ‘un posto veramente bello sul lago Mälaren.
Ho studiato giurisprudenza all’università di Uppsala, poi ha lavorato come avvocato per una azienda la  Pharmacia (oggi Pfizer). Ho iniziato a lavorare in proprio circa dieci anni fa. Quando sono arrivato a Strängnäs ho anche finalmente trovato il tempo di cominciare a scrivere romanzi sul serio, era qualcosa che avevo sognato per molto tempo.

Quando ti sei accorto che avresti voluto diventare uno scrittore?

Già da bambino mi piaceva scrivere storie e lavorare con la parola scritta. E da allora ho sempre scritto anche se c’è voluto molto tempo prima che effettivamente abbia potuto pubblicare un romanzo.

Come ti sei avvicinato al genere poliziesco?

Mi è sempre piaciuto leggere storie poliziesche. Se scritte bene queste storie ci dicono molto sulla società in cui viviamo. E’anche qualcosa di stimolante ed emozionante  il modo in cui è costruito un giallo. Tutte le domande che vengono poste di solito trovano una risposta. E’ una cosa che coinvolge il lettore ed è importante per me.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo libro è stato costruito  scena per scena dalle mie scoperte e impressioni in Strängnäs. Mi ci è voluto un anno per scriverlo, utilizzando principalmente la sera e il fine settimana. Quando il libro è stato pubblicato all’inizio ha interessato molto le persone a livello locale, ma ben presto è andato oltre.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Dal momento che mi piace molto Henning Mankell e Håkan Nesser penso che in una certa misura mi abbiano influenzato. Poi abbiamo anche una forte tradizione in Svezia di storie basate saldamente in diversi luoghi dove la geografia ha in realtà un impatto su ciò che sta accadendo. Questo mi piace.

Alcune critiche hanno influenzato il tuo lavoro?

No, non proprio. Cerco sempre di migliorare la mia scrittura. Pertanto, lavoro a stretto contatto con editori e altre persone con competenze di scrittura e ascolto sempre molto attentamente i miei lettori. Tuttavia, una volta che il libro è uscito ho bisogno di passare al mio prossimo progetto. I critici letterari possono guidare i lettori, ma di rado uno scrittore.

Che cosa ha portato al tuo primo libro per essere pubblicato?

In realtà, ho iniziato una piccola casa editrice, al fine di ottenere la pubblicazione. Non ho nemmeno contattare uno qualsiasi delle case editrici. Invece ho appena andato avanti e ha fatto da solo. Forse era una strategia rischiosa, ma ha funzionato molto bene per me. Un editore importante presto si è interessato al mio lavoro e ho riscosso grande interesse nei media.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri ragazzo?

Ho letto molto e tanti generi diversi. Ho letto molte storie di avventura, ma anche classici. Ero molto appassionato di Stephen King. Quando sono diventato più grande ho iniziato a leggere un bel po ‘di fantasy e di fantascienza, e, naturalmente  storie poliziesche.

Qual è il tuo consiglio per gli aspiranti scrittori?

Consiglio di trovare una storia che vi interessi veramente. Innanzitutto deve piacere a voi. Se ciò non avviene, è probabile che non vada bene neanche agli altri lettori . Non rinunciare. Prendete tutti i
consigli e aiuti che potete ottenere.

Vuoi descrivere una tipica giornata di lavoro?

Faccio colazione con la mia famiglia. Poi porto i bambini a scuola. Dopo di che comincio a scrivere. Alcuni giorni è facile, alcuni giorni non lo è. Cerco di mantenere una disciplina dura, ma non sempre ci riesco. E ‘facile essere distratti da tutte le piccole cose. E ‘molto più facile scrivere una e-mail piuttosto che lavorare su uno script. Per andare avanti di solito cerco un compromesso tra il lavoro creativo sul testo nuovo e le modifiche al testo già esistente. A volte vado in un bar vicino e ascolto la gente. E’ abbastanza interessante, a volte è più facile per me concentrarmi quando c’è qualche rumore di fondo. Quando la struttura di una storia diventa più consolidata, a volte salto avanti e indietro nella storia a seconda di cosa mi ispiri di più in quel momento. Una volta che i bambini tornano a casa di rado faccio molti progressi. Quando sono molto concentrato di solito riesco a scrivere anche di notte.

Hai un agente letterario?

Sì.. E ‘ per me molto prezioso. E’ un grande aiuto. In Italia sono rappresentati da Pontas.

Preferisci in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi  o i dialoghi?

Tutto è necessario. Io costruisco le mie storie partendo dai personaggi e dai luoghi in cui vivono. Scrivere un buon dialogo è molto difficile, ma estremamente efficace. E ‘anche un ottimo modo per creare un personaggio.

Cos’è  il talento per te? Un dono o un lavoro artigianale?

Un dono che aumenta di valore se ci si lavora su.

Scrivi anche  racconti o solo romanzi ?

Mi concentro prevalentemente sui romanzi, ma occasionalmente scrivo anche storie brevi.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?

Assolutamente. Ci sono molte prove di questo. I libri diffondono idee e conoscenze. Questo è ciò di cui sono fatti i sogni.

Rileggi i tuoi libri?

Alcuni libri li ho letti sicuramente più di una volta. C’è sempre una buona probabilità di scoprire cose nuove quando si legge di nuovo un libro.

Hai rapporti di amicizia con altri scrittori?

Sì! Mi piace incontrare e parlare con altri scrittori. Conosco abbastanza bene  molti degli scrittori svedese di oggi. E ‘un vero privilegio. Tra i miei amici ci sono  Varg Gyllander, Dan Buthler e Kajsa Ingmarsson.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Ha ha. Mi auguro di si. Mi piace molto la letteratura comica, come quella dello scrittore finlandese Arto Paasalinna. Uno scherzo? Permettetemi di citare un uomo molto divertente, Woody Allen:
“Non ho paura di morire. Vorrei solo piuttosto non essere lì quando succede. ”
Ed essendo io stesso un avvocato, ti racconto una barzelletta:
Un avvocato e la sua cliente sono a passeggio, quando si imbattono in un animale selvaggio che corre verso di loro, ringhiando con la bava alla bocca. Rapidamente l’avvocato tira fuori un pa
io di scarpe da corsa dalla sua borsa e se le mette. La cliente guarda con stupore l’avvocato.
“Non sarà mai in grado di correre più veloce di quella bestia selvaggia”.
“Lo so, ma penso di essere in grado di correre solo un po’ più veloce di te.”

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Una convinzione forte nelle propriecapacità di scrivere in combinazione con l’umiltà di comprendere la necessità di lavorare con gli altri per perfezionare il lavoro. Questo, e un sacco di testardaggine.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Morte di un uomo senza ombra di Caroline Graham, il secondo libro della serie. Il mio editore pensa che i miei libri, soprattutto il secondo – ora pubblicato in Svezia, abbiano un tono molto simile a quelli della Graham così ho pensato che sarebbe una lettura interessante. E lo è davvero.

Dimmi qualcosa sul tuo processo di scrittura.

Io inizio sempre con alcune idee, di solito fortemente ispirate da un luogo o da una situazione che ho vissuto realmente. Poi costruisco la storia scena per scena, ma non necessariamente in ordine. Penso molto ai miei personaggi per farli sentire vivi. E ‘molto importante, perché di solito è nello spazio tra i personaggi che la tensione e l’eccitazione si crea.

Ti piacciono gli scrittori italiani?

Non ne ho letto tanti, ma quello che ho letto mi è piaciuto. Mi piace soprattutto Umberto Eco.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sto lavorando al mio terzo romanzo, un thriller psicologico ambientato a Stoccolma. Ho anche alcune idee per il terzo libro della mia serie ambientata a Strangnas in cui spero di raccontare alcune mie esperienze in Kenya.

:: Recensione di Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

21 luglio 2010

Sangue di mezz’inverno di Mons KallentoftLinkoping, cuore della Svezia più profonda, campagna innevata, bucolica tranquillità agreste, sembra di vederla emergere dall’opuscolo pubblicitario di qualche tour operator specializzato in vacanze nei fiordi nordici. L’inverno è freddo a Linkoping e febbraio è il cuore dell’inverno, un inverno in cui la colonnina di mercurio è capace di scendere a distanze vertiginose dallo zero. Il cadavere di un uomo obeso viene rinvenuto nella campagna, nudo, impiccato ad un albero, con evidenti segni di torture. A Malin Fors, giovane e determinata detective della polizia locale con un vissuto tormentato, divorziata, troppa propensione per il bere e una figlia da crescere da sola, spetta l’ingrato compito di fare luce sul caso partendo dallo scoprire chi era la vittima, per poi procedere tra deduzioni e indizi semi ingoiati dalla neve e raggiungere il colpevole, capire le sue motivazioni, fare luce sull’intricato ginepraio che può generare un delitto. Perché le vittime sono indissolubilmente legate ai colpevoli e uccidere è sempre come morire un poco. Uscito il 10 giugno per l’ Editrice Nord, Sangue di mezz’inverno è il libro d’esordio di Mons Kallentoft un talentuoso giovane scrittore svedese che, osannato dalla critica e forte del successo ottenuto in patria con più di 300.000 copie vendute nella sola Svezia, si appresta a diventare un caso editoriale internazionale approdando contemporaneamente in ben 12 paesi europei tra cui l’Italia. Originalità del racconto è che anche i morti hanno voce. Segnalo tra l’altro l’ottima distribuzione, in tutte le librerie che ho visitato la sua copertina rossa era in bella mostra tra le novità. 

Traduttore Alessandro Storti

:: Intervista a Stefano Domenichini, a cura di Giulietta Iannone

6 luglio 2010

Ciao Stefano. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te: i tuoi studi, la tua città, i tuoi hobby. Chi è in realtà Stefano Domenichini ? Raccontati come se fossi un personaggio dei tuoi racconti.

Ma, guarda, nel mio recente albero genealogico c’è: un rapinatore a mano armata, un esibizionista morto sotto le bombe mentre correva nudo nei campi, un guaritore modello “impongo le mani” che a Napoli ha riscosso per anni un grande successo; l’unico normale è mio padre con il quale, infatti, non ho mai avuto rapporti. Mia madre si è persa quando avevo imparato da poco a stare dritto in piedi (e, prima di perdersi, come ninna nanna mi cantava le più tristi canzoni di Luigi Tenco!). Totale: me la sono dovuta sbrigare da solo. Il chè ha comportato un enorme spreco di tempo perché l’urgenza non è scattata immediatamente: per anni ho aspettato invano che qualcuno in famiglia mi notasse, poi ho dovuto cercare di capire chi ero, buttare via le difese che mi ero creato per sopravvivere e finalmente essere felice come sono. Certi miei ritardi sulle cose che ho fatto si spiegano anche così. Gli studi? A scuola andavo molto volentieri (l’importante era uscire di casa), studiavo solo quello che mi piaceva, ma ero bravino. Arrivavo regolarmente in ritardo, mi aspettavano per l’appello; ora invece sono diventato un tipino puntuale. La parola hobby non la sopporto: fa molto americano nevrotico e infelice.

Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti?

Quando avevo quattro anni sono stato espulso da un asilo privato milanese per insubordinazione (era il ’68 e si vede che in un modo o nell’altro volevo esserci anch’io!) e quindi passavo le mie giornate a casa con quell’allegrona di mia madre che mi recitava La Cavallina Storna e il X Agosto di Pascoli: mi piacevano da impazzire. Poi a otto anni sempre Lei mi ha regalato l’Antologia di Spoon River (tanto per rimanere in tema di allegria) e io ho capito che nella mia vita oltre al calcio ci sarebbe stata la poesia (le donne sarebbero arrivate poco più tardi). Ricordo perfettamente i primi libri che ho letto a quella età: “Il treno del sole” di Renée Reggiani (una famiglia di meridionali che emigrava al nord), “Gianni mezz’ala” di Antonio Ghirelli, “il gran sole di Hiroshima” di Bruckner e “L’Agnese va a morire” della Viganò; da lì non mi sono più fermato. I romanzi di avventura non mi hanno mai interessato, ho sempre preferito, fin da piccolo, scoprire quanto fosse strano e grande il mondo che sta dentro ciascuno di noi, piuttosto che leggere di posti strani lontani da noi. L’unico romanzo di avventura che adoro è “I Tre Moschettieri”, un romanzo bellissimo; ogni tanto lo rileggo con sotto la cartina di Parigi: un vero spasso (oddio, non lo so, diciamo che io mi diverto anche così!). I fumetti sono un caso a parte: credo sia una delle forme d’arte e di comunicazione più importanti che abbiamo, con possibilità espressive enormi. Ho iniziato perdendomi per Topolinia e Paperopoli, come quasi tutti, e quando tutti smettevano pensando che i fumetti fossero roba da ragazzini io ho iniziato ad amarli.

Innanzitutto sei un avvocato, quindi un professionista serio abituato a “giocare” con le parole. Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

Qualche sera fa un mio compagno delle medie mi ha raccontato che a scuola il professore di italiano leggeva mie poesie; io questa cosa qui non me la ricordavo proprio, ma questo mio compagno, ora diventato ingegnere, se ne ricordava perfino una a memoria e a me sono venuti i brividi. Voglio dire: scrivere deve essere una cosa che mi sono sempre portato dentro, senza mai farne un’ossessione, ma è sempre stata qui con me. Quanto all’Avvocato, è vero: mi guadagno da vivere così. Però non svolgo la professione in senso canonico, rappresentando qualcuno in Tribunale o difendendolo nelle aule penali. In realtà, in Tribunale non ci metto mai piede (per mia scelta, è un ambiente che non mi piace). Ho sempre fatto consulenza legale alle società  e alle Pubbliche Amministrazioni, un mestiere di studio, ricerca ed esposizione che, quanto al metodo, ha qualche attinenza con la scrittura.

Chi sono state le tue prime influenze? C’è qualche maestro letterario al quale ti senti debitore?

Innanzitutto devo molto ai libri, indistintamente, a quello che provo quando li sfioro, alla sicurezza che mi dà averli per casa. Quando sono agitato o un po’ storto entro in una libreria e mi rassereno: senza voler essere blasfemo, penso sia una cosa simile a quello che succede a uno che ci crede veramente quando entra in Chiesa. Credo anche che se uno va in un qualunque posto portandosi dietro un libro di poesie, non gli può succedere nulla di male (una roba alla Sergio Leone, per intenderci, la Bibbia sul cuore che ferma la pallottola). Quando ho iniziato a leggere io, la scuola proponeva molte letture sulla guerra partigiana; ho avuto maestri democristiani fino al midollo, il prete che mi faceva catechismo era stato partigiano, eppure allora la nostra storia era un motivo di orgoglio per tutti, di qualunque parte politica. Giravano cose come Marcia su Roma e dintorni di Lussu, I ventitré giorni della città di Alba del grande Fenoglio, Il taglio del bosco di Cassola, la riduzione per ragazzi del Partigiano Johnny, Il sergente nella neve di Rigoni Stern. E poi c’era Ragazzo negro di Wright e la mitica Capanna dello zio Tom. La cosa strepitosa è che la politica non c’entrava niente, quelle erano le letture per far crescere i bambini; per dirti: nella città più rossa d’Italia a scuola ci facevano leggere anche Arcipelago Gulag. Io sono molto contento di essere stato bambino in quegli anni. Poi mi hanno preso per mano Calvino e Pavese, con loro è iniziato il vero viaggio. Più tardi Parise (I Sillabari e Il prete bello sono libri pazzeschi). A vivere ho imparato leggendo I fiori blu di Queneau, ma ormai avevo più o meno quindici anni e dai libri mi ero fatto adottare: erano loro la mia famiglia.

Parliamo del tuo debutto. A chi hai presentato i tuoi racconti, che reazioni hai avuto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Prima dammi da bere. Grazie. Allora, Giulia: la pubblicazione. C’è una cosa che mi è piaciuta in questa vicenda e ha a che fare con i tempi in cui tutto succede. Voglio dire: a scrivere un libro ci vuole un sacco di tempo, poi devi trovare qualcuno che lo legga; io sono contrario alla spedizione del manoscritto al buio, ma qualunque strada uno scelga l’attesa è sempre lunga. Se hai la fortuna di trovare un lettore qualificato, non è che gli puoi rompere le palle in continuazione: si presume abbia anche molte altre cose da fare; quindi aspetti che trovi il tempo di soffermarsi un attimo sulla tua opera. Se poi quell’attimo coincide fatalmente con un momento di buona e decide di pubblicarti, come minimo passa un annetto prima che tu possa stringere nelle mani il bebè. Ecco: io trasferirei questi tempi lunghi a molte altre attività di questa contemporaneità smaniosa di fretta e scorciatoie. Con un avv
ertenza: mai prendersi sul serio, autodefinirsi scrittore non ha senso, nella vita bisogna fare anche altro, avere la testa impegnata altrove se no con il calendario che ti ho prospettato sopra uno la testa, a forza di aspettare (speso inutilmente) la perde matematico. Ciò posto, amore mio, ecco come è andata a me. Senza alcuna tecnica specifica ho distillato i racconti un po’ alla volta a quel genio di Luigi Bernardi; alla fine lui è crollato. Pensavo di averlo preso per stanchezza, poi un giorno ho capito che gli erano piaciuti veramente e per me è stato come se mi avessero messo del sangue nuovo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Due bellissime ragazze di Bologna, Francesca Rimondi e Silvia Teodosi, innamorate dei libri quanto me. Hanno un’agenzia letteraria che si chiama Gradozero e, da poco, un’omonima casa editrice di libri per bambini. Anni fa hanno letto La spider rossa e, senza troppe cerimonie né interessi personali, mi hanno detto che dovevo continuare. E poi Luigi Bernardi e non perché mi ha pubblicato, ma per come pubblica.

C’è parte di te nei tuoi personaggi, frammenti autobiografici o sono solo frutto della tua fantasia?

Nel libro ci sono due racconti in cui fatti, nomi, persone e luoghi sono esattamente uguali a quello che è successo nella realtà: sono il primo (For Michael Collins and me) e un altro che si intitola La morte del Tonno. Gli altri sono pura fantasia. Ovvio che in molti personaggi c’è una parte di me e delle situazioni che attraverso tutti i giorni. C’è un personaggio, nel libro, che mi piace molto: è il Tato de La febbre del Pellegrino. E’ un ragazzo di diciannove anni che nel 1969 ha la enorme fortuna di vedersi regalare dal papà, per la maturità, un viaggio a Los Angeles; lui ringrazia e parte, ma ha ben chiaro che il vero viaggio nella vita non sono le occasioni che ti può procurare tuo padre, ma la strada che decidi di fare da solo con i tuoi occhi e le tue gambe.

Hai scelto il racconto come canale espressivo, privilegiato. Come è nato Aquaragia?

E’ nato a poco a poco, nell’arco di cinque anni, scrivendo nel pochissimo tempo che avevo a disposizione. La forma del racconto nasce dall’esigenza di arrivare in fondo a qualcosa in quel poco tempo; arrivare in fondo a un romanzo potendo scrivere, se va bene, dieci-quindici giorni all’anno la vedevo come una cosa quasi insormontabile.

Ami l’assurdo e il paradosso, sei in un certo senso un surrealista. I tuoi racconti mi ricordano certe opere di Magritte o di De Chirico. Ti riconosci in questa definizione?

Aggiungi Chagall: mettimi a volare con un violino in mano sopra a un tetto. E’ vero, mi piace il controcanto delle cose e delle persone, la visione non scontata di ciò che accade. Intanto c’è più vita in quello che spesso si cerca di tenere nascosto. Ma se la vedi da questo punto di vista, in realtà, Acquaragia è un libro iperrealista: nei miei personaggi strampalati ci siamo tutti noi, tutti noi possiamo riconoscere quella parte viva che abbiamo e che teniamo sepolta dalle convenzioni, dalle abitudini, dal quieto vivere.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Salto d’ottava, l’ultimo libro appena uscito di Antonio Paolacci. Paolacci è un tipo incredibile: ha un’espressione immodificabile e ti fissa senza battere le ciglia; poi ogni tanto apre la bocca e, con un garbo d’altri tempi, dice cose intelligentissime e molto spiritose. Il suo libro mi sta piacendo un sacco; seguo Antonio da quando a cominciato a scrivere e sono stupefatto dai suoi enormi margini di miglioramento, secondo me farà cose davvero importanti. Contemporaneamente sto leggendo La cognizione del dolore di Gadda. Leggere Gadda è come avere un rapporto sadomaso dove il lettore, ovviamente fa la parte del passivo: lui ti scaraventa addosso una serie di frustate fatte di magie, neologismi, costruzioni incredibili; alla fine sei pieno di segni, ma felice.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su di te.

Una volta ho tirato matto un neurologo; l’ho talmente esasperato con le cazzate che gli dicevo che questo è uscito completamente di testa. Si è messo a dare in escandescenze e mi ha cacciato dallo studio; poi mi rincorreva per le scale chiedendomi scusa per il suo comportamento poco professionale. Un vero spasso.

Definiscimi il concetto di libertà.

La libertà è il rispetto che abbiamo per noi stessi, per quello che siamo veramente. Libertà è dare il giusto peso a tutti quelli che, per il nostro bene, ci vorrebbero cambiare. Libertà è vivere sapendo che solo se sei felice tu lo sono anche le persone cui dici di volere bene.

Quali sono secondo te le qualità tipiche di un buon scrittore?

Giulietta amore, qui potrei sfangarla dicendo: perché lo chiedi proprio a me che faccio l’avvocato? Io adoro gli scrittori che, quando hai finito di leggerli, ti fanno venire voglia di scrivere. E poi, te l’ho già detto prima, credo: non prendersi mai troppo sul serio e non farsi ossessionare dal risultato. Divertirsi con quello che si fa è sempre un buon viatico per arrivare da qualche parte.

Domenichini e la critica. Leggi tutte le tue recensioni comprese le stroncature a patto che tu ne abbia ricevute? Quali sono i commenti che ti fanno più felice e quelli che ti infastidiscono?

Purtroppo sono più permaloso di un lama delle Ande; quindi: se avete notizia di qualche critica negativa che mi riguarda fate come i medici una volta, adottate la pietosa bugia.

Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

E’ un mondo che conosco poco, parlerei per sentito dire. Posso dirTi due cose: la prima è che mi sono accorto di come alla Perdisa lavorino bene, con vero affetto per i libri. Pubblicano solo roba di buona qualità, è impossibile prendere una fregatura con uno dei loro libri. Purtroppo, come tante case editrici emergenti, fanno fatica a trovare il giusto spazio nelle librerie. E questo ci collega alla seconda cosa che ho da dirTi: ti ho detto che per me le librerie sono come delle Chiese; ecco, sempre di più gli scaffali delle mie Chiese straripano di preservativi sgocciolanti.

Raccontami un episodio bizzarro e divertente accaduto durante una presentazione del tuo libro.

Ti racconto questa: mi telefona una radio e mi dice “la chiamiamo giovedì alle 11,30 per un’intervista”. Io mi scordo completamente e a quell’ora sono a una mega riunione di lavoro con venti persone presenti. Mi suona il telefono e una voce mi fa: “tra trenta secondi andiamo in onda, è pronto?”. Io chiedo scusa a clienti e colleghi e mi trovo nel corridoio in mezzo agli impiegati che passano, tutto bello incravattato, a tirare cazzate su Acquaragia.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Io credo sinceramente che se uno ha letto molti libri deve essere in grado di capire se quello che scrive merita veramente di essere letto da qualcuno. Quindi prima di cercare un editore a qualunque costo, bisognerebbe spedire il manoscritto a se stessi e dire: “ma io la pubblicherei questa roba qui?”. Se la risposta, sincera e sofferta, è positiva, allora il giovane scrittore si deve mettere tranquillo e sereno e fare altre cose: prima o poi i risultati arrivano.

Sei risultato finalista al Premio Chiara 2010, un ottimo punto di partenza per un esordiente. Te lo aspettavi? Che effetto ti ha fatto?

Per fortuna ho un’età in cui l’emozione non si combina più con l’adrenalina, se no avrei fatto quelle cose da calciatore tipo tingermi i capelli di verde o farmi tatuare il profilo di Piero Chiara sul bicipite. E‘ una cosa incredibile e del tutto inaspettata, anche perché lì non è che chiedi di partecipare come ai concorsi.  Non so, è cosa talmente recente che ancora non l’ho metabolizzata del tutto. So che sarà un’esperienza bellissima. Me la gioco con Carofiglio, Jole Zanetti e Giorgio Falco. Il libro di Falco è magnifico, non vedo l’ora di conoscerlo e di farmi autografare la mia copia ormai sdrucita a forza di sottolineature. Però voi, se siete tra i giurati, votate per me.

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo libro. Ora stai scrivendo nuovi racconti o stai iniziando un romanzo?

Amore mio, posso dirTi che, per fortuna dei miei figli adorati, ho molto lavoro come avvocato, quindi faccio molta fatica a immaginare un prossimo libro all’orizzonte. A meno che tu non conosca un benedetto mecenate. Ma esistono ancora i mecenati?

:: Recensione di Glister di John Burnside a cura di Giulietta Iannone

5 luglio 2010
glister

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Ammettiamolo, leggere Irvine Welsh che scrive: “Glister si colloca mille miglia dall’intrattenimento di massa dei polpettoni polizieschi che riempiono gli scaffali delle librerie ed è una delle più originali e entusiasmanti letture dell’anno” è senz’altro qualcosa che mette curiosità.
Cos’è Glister?
E’ innanzitutto un libro originale, e diverso dal solito, non solo una crime novel, ma un piccolo gioiello che trasmette al lettore un’ansia e un’inquietudine davvero rari. Parte della magia è creata senz’altro dal paesaggio e dall’ambientazione, una città postindustriale, circondata dallo scenario spettrale di un bosco avvelenato. I personaggi si muovono allucinati e straniti, e vagano come anime in pena in un deserto metropolitano, che rispecchia la desolazione che cola come lava incandescente e che come una ruggine sgretola ogni cosa.
L’inquinamento, dovuto ad una fabbrica chimica ormai chiusa, cosparge di un umore di morte ogni cosa, non solo gli alberi, l’aria, l’acqua ma anche l’anima degli abitanti, spettri, più che personaggi, di un dramma gotico senza redenzione o riscatto. Oltre a morire a casua dell’inquinamento, un’altra ombra nera pesa su Innertown. Ogni anno scompaiono, e presumibilmente vengono uccisi, i ragazzi del luogo.
Morrison, l’unico poliziotto di Innertown, invece che indagare sulle loro morti le occulta, e celebra uno strano rito costruendo – un giardino altare – nel bosco nel quale tenta di esorcizzare il suo senso di colpa e la sua debolezza e inettitudine.
Finchè Leonard, un ragazzo con l’hobby della lettura, si improvvisa detective e con l’aiuto degli altri ragazzi inizia a indagare, fino al terribile e sorprendente finale.
Glister, edito nella collana Le Strade di Fazi Editore, è un libro sorpendente; leggerlo è un’ esperienza insolita e sconcertante. John Burnside ha qualcosa in più, un valore aggiunto capace di trasformare un semplice giallo in un libro catartico e senza tregua. Che Burnside sia un poeta, oltre che un romanziere, è evidente dal culto che ha per la parola: ogni frase è cesellata e tornita come un merletto e sprigiona un fascino nero di indubbia suggestione. Poco alla volta si rimane catturati dal fascino ipnotico di questa prosa poetica, e non si può smettere di leggere fino alla fine.

John Burnside è nato nel 1955 a Dunfermline, in Scozia, ed è docente di scrittura creativa presso The University of St Andrews, a nord di Edimburgo. La sua vasta produzione poetica è stata insignita nel 2008 di uno dei più importanti premi di poesia del Regno Unito, The Cholmondeley Award, e la sua raccolta The Asylum Dance ha vinto nel 2000 il Whitbread Poetry Award. Autore di un memoir sul suo drammatico rapporto con il padre ( A Lie about My Fatheter, scelto dallo Scottish Arts Council come Non- finction Book of the Year), un uomo tirannico e violento che per anni ha vessato lui e la madre – tanto da spingere John all’alcolismo e alla droga prima, e più tardi a un temporaneo ricovero in un istituto psichiatrico -, Burnside ha scritto inoltre la raccolta di racconti Burning Elvis (2000) e numerosi romanzi: The Dumb House (La casa del silenzio, Meridiano Zero , 2007), The Mercy Boys (1999), insignito dell’Encore Award, The Locust Room (2001), Living Nowhere (2003) e The Devil’s Footprints (2007), finalista al James Tait Black Memorial Prize 2008 e all’International IMPAC Dublin Literary Award 2009. Glister è stato candidato al Warwick Prize 2009. John Burnside vive a Fife, in Scozia, con la moglie e i due figli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intervista a Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

22 giugno 2010

Mons Kallentoft

Ciao Mons. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mons Kallentoft ?

Sono un romanziere svedese, che vive a Stoccolma. Ho 42 anni e Midwinterblod è il mio primo romanzo poliziesco. Ho pubblicato tre romanzi “regolari” prima, e una raccolta di scritti di viaggio. Della serie su Malin Fors, in Svezia sono già stati pubblicati quattro libri.

Raccontaci qualcosa della tua Svezia. Qual è il tuo background?

Ero un ragazzo cresciuto a Linköping nella campagna svedese, quando ho scoperto la letteratura. Fin da piccolo scrivevo storie, mi è sempre piaciuta la fuga dalla realtà che i libri offrono. E prima di riuscire ad essere pubblicato ho scritto un sacco lavorando nella pubblicità e come giornalista.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere? 

Sono stato costretto a letto dopo un intervento chirurgico a causa di un incidente subacqueo, quando avevo 14 anni. Non avevo nulla da fare e così alcuni amici mi hanno dato alcuni libri da leggere. Kafka, per esempio, e da allora ho scoperto la scrittura.

Come hai avuto l’idea per il tuo primo libro? 

Il mio primo libro si intitola Pesetas ed è ambientato a Madrid. Volevo scrivere qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere come lettore… quindi è una storia di ladri di banca, cocaina, ecc …

Chi sono state le tue prime influenze?

Cormac McCarthy, F. Scott Fitzgerald, Walter Mosley, Kafka

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Sono stato rifiutato dagli editori per quindici anni. Non volevano pubblicare le mie poesie! Così decisi di scrivere sul crimine e la morte e finalmente arrivò il successo , sotto forma di audience e premi letterari!

Qual è il tuo libro preferito? 

Mi piace raccontare storie classiche. Meridiano di sangue di Cormac mcCrthy è il mio favorito.

I tuoi personaggi sono spesso molto simili a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, i miei personaggi non sono simili a me, anche se le emozioni e le speranze, ecc, sono le mie. Spesso uso alcuni stereotipi del genere poliziesco per creare i miei personaggi che risultano ai lettori familiari ma nello stesso tempo tendo a sorprendere e confondere. Tuto ciò rende, a mio parere, i miei personaggi molto credibili. Siamo tutti unici, e anche un po’ degli stereotipi, che ci piaccia  o no. E partendo da questo si possono costruire dei personaggi molto forti e interessanti.MonsKallentoft6638

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Canto degli uccelli, da Sebastian Faulks.

Dimmi qualcosa di Fors Malin.

Lei è la protagonista dei miei libri. Ha 34 anni, è un’ ispettore di polizia single con una figlia adolescente. Ho scelto un eroe femminile per molte ragioni. Fondamentalmente  perché era il personaggio che mi è venuto in mente quando ho deciso di scrivere un romanzo poliziesco, in secondo luogo volevo creare un eroe diverso dal resto dei romanzi polizieschi scandinavi. Ma poi ho voluto anche lei per avere la possiblità di descrivere alcuen daratteristiche personali: beve molto, lavora molto, ha problemi nei rapporti di coppia … il tutto al fine di creare qualcosa di familiare e nuovo. Questo era un sfida interessante per me. Per me personalmente Malin è interessante perché ha preso una vita tutta sua. Io non controllo più le sue azioni, lei ne ha il controllo, e mi piace la sua complessità e le sue contraddizioni, il suo dualismo e la sua  resistenza e le sue intuizioni. Lei è una persona che fa della realtà e del futuro un foglio bianco, tutto può succedere in sua compagnia. Io amo quel tipo di persone anche nella vita reale.

Midvinterblod Sangue di mezz’inverno è il tuo quarto romanzo. Raccontami qualcosa.

E ‘una storia dura ma poetica su un omicidio raccapricciante nel più freddo degli inverni. Incontriamo Malin Fors per la prima volta. È un libro al tempo stesso poetico e classico e porta qualcosa di nuovo al genere poliziesco. Un giornalista rispetto a Dostojevsikj …. hmm.

Ami ascoltare  musica mentre scrivi o preferisci il silenzio?

Silenzio …

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Sono fanatico per la gastronomia e soprattutto amo l’Italia e la sua cucina. Ho scritto molto sulla cucina italiana e Massimo Bottura di Osteria Franscescana è il mio chef italiano preferito …

Hai molti fans. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Amo molto i miei lettori ma sono una persona molto riservata, comunque incontro spesso i mei  lettori nella vita reale. Rispondo a tutte le lettere e le mail che ricevo.

Cinema e scrittura sono una strana coppia, che cosa ne pensi? Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

A dire la verità esistono pochi adattamenti di successo di film tratti da libri. Fare un film è  processo molto imprevedibile che non mi piace affatto. Sì, ci sono progetti di film tratti dai mei libri, ma io non non partecipo alla realizzazione. Questa è la mia scelta.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Ha ricevuto anche recensioni negative? 

Specie da alcuni, non da molti, e mi è capitato di perdere le staffe per cinque minuti. Alcune recensioni negative sono inevitabili nella vita di uno scrittore. Comunque la vita continua anche dopo una recensione non favorevole.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Scrivere, scrivere e  ancora scrivere. E’la pratica che ti rende migliore.

Che cosa è la libertà per te?

Viaggiare per il mondo con la mia famiglia e scrivere dove voglio senza dovermi preoccupare dei soldi!

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo romanzo. Ora stai scrivendo un nuovo romanzo? 

Si sto scrivendo il quinto libro su Malin Fors…

:: Schegge di Sebastian Fitzek (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

18 giugno 2010

Schegge di Sebastian FitzekBerlino, tardo autunno, giorni nostri. Marc Lucas è un avvocato e assistente sociale, il suo lavoro consiste nell’aiutare gli altri: ragazzi sbandati per lo più abbandonati per strada, drogati, disperati. Marc Lucas ha un dono, è un sensitivo, può avvertire stati d’animo, provare empatia e compassione. Marc Lucas è anche fortunato, è felicemente sposato con Sandra, è in attesa di un figlio, è felice, nulla potrebbe andare meglio, poi all’improvviso la tragedia. A causa di un incidente stardale di cui lui si sente responsabile, Sandra muore e con lei il bambino. La vita di Marc Lucas diventa di colpo insopportabile finchè un annuncio su un giornale non gli ridà speranza, un’ ancora di salvezza alla quale aggrapparsi con tutte le sue forze:

“Avete subito un grave trauma e volete cancellarlo dalla vostra memoria? Allora rivolgetevi a noi tramite e-mail. La clinica privata Bleibtreu cerca volontari per un esperimento sotto stretto controllo medico.”

Marc Lucas senza pensarci manda la mail e viene contattato. Incuriosito, spaventato, pieno di speranza si reca alla clinica Bleibtreu, compila moduli, fa analisi poi all’ultimo non se la sente. Non firma il consenso e torna a casa. Ma qualcosa è cambiato, qualcosa non va. La sua auto non è più parcheggiata al solito posto. Sulla sua porta non c’è più il suo nome. Le chiavi non entrano nella serratura e quel che è peggio quando suona alla sua porta viene ad aprirgli Sandra la sua moglie morta che non lo riconosce. Lo shock è paralizzante. Come può essere posssibile? Ma questo è solo l’inizio. Il suo telefonino è privo di memoria. L’unico numero che ricorda è il proprio, lo chiama e gli risponde Marc Lucas… ma non è lui. Si reca sul suo posto di lavoro e vi trova uno sconosciuto. Disperato raggiunge la clinica Bleibtreu e al suo posto trova un cantiere e una voragine aperta. Cosa gli sta succedendo? Sta forse impazzendo? Più indaga, e più invece di sciogliere i nodi scopre cose ancora più inverosimili: una sceneggiatura che sembra ripercorrere tutta la sua storia e anticipare il futuro, un numero di telefono al quale non può fare a meno di chiamare. Benvenuti nel mondo di Marc Lucas. Benvenuti nel peggior incubo che vi possa capitare dove verità e menzogna si confondono, dove tutto sembra una gigantesca allucinazione e si arriva persino a dubitare di esistere. Ma a tutto c’è una spiegazione, una logica, plausibile, spietata, ogni tassello anche il più isignificante si incastra alla perfezione nel perfetto ingranaggio ideato da Fitzek. Schegge è senz’altro uno dei più avvincenti e spiazzanti thriller degli ultimi tempi. Geniale nel suo esordio, incredibilmente coinvolgente, si legge tutto di un fiato non dandoti il tempo di fare altro. La curiosità ti spinge a giarare le pagine, e a chiederti sgomento, come il protagonista, ma che cosa sta succedendo? Sta tutto capitando solo nella mente del protagonista o i fatti sono reali e poi alla fine si troverà una spiegazione per tutto? I capitoli sono brevi, nervosi, la scrittura è sincopata, travolgente, i fatti descritti agghiaccianti nella loro apparente assurdità. Fitzek con un talento del tutto raro crea un gioco ad incastri senza descrivere in realtà avvenimenti violenti o raccapriccianti la tensione è puramente psicologica, tutto accade nella mente del protagonista e la sua angoscia viene trasmessa al lettore con naturalezza come in un meccanismo di vasi comunicanti.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: Maledetta fabbrica AA.VV curatrice Simona Mammano, recensione a cura di Giulietta Iannone

14 giugno 2010

Maledetta fabbrica a cura di Simona MammanoNon capita giorno che non sentiamo per radio, per televisione o leggiamo sulle prime pagine dei quotidiani notizie di morti sul luogo di lavoro. Contadini schiacciati dai trattori o falcidiati dalla mietitrebbia, operai folgorati dai cavi dell’alta tensione, muratori precipitati dalle impalcature, guidatori di tir coinvolti in incidenti stradali mortali magari reduci da turni estenuanti, senza pause, senza che vengano rispettate le più elementari regole di sicurezza per la salvaguardia dell’incolumità dei lavoratori. Le loro vite sono vite a perdere, ci si indigna, si recrimina ma poi ogni giorno tutto si ripete da capo come da copione. Maledetta Fabbrica – Il lavoro che uccide è un breve saggio che racchiude 5 testimonianze, cinque racconti di importanti scrittori tra cui Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli Jean, Pierre Levaray e Valerio Varesi che narrano in maniera coinvolgente e diretta, senza facili commiserazioni, questa immane tragedia perché la vita umana dei lavoratori in realtà è il bene meno tutelato e le campagne di sensibilizzazione ora in atto sono più o meno che un cerotto su una piaga sanguinante. Cinque racconti ustionanti, privi di retorica che portano all’attenzione una verità scomoda, un nervo scoperto che si vorrebbe ignorare, perché si preferisce ignorare che di lavoro si muore, che spesso le vittime non avevano alcun dispositivo di sicurezza, perché costa comprare caschi, scarpe rinforzate, cavi di sicurezza, è scomodo indossarli, è scomodo controllare che tutti i dispositivi di sicurezza delle macchine siano funzionanti, per una lamentela si può rischiare di perdere il posto di lavoro, non conviene, e il profitto è il vero dio da adorare e in suo nome che non si può perdere tempo ad occuparsi di una cosa così banale ed ininfluente come la vita degli operai. Tanto di disoccupati ce ne sono tanti, gente da sotituire come bullloni in un meccanismo disumano e inarrestabile. Carne da macello, italiana, straniera, più o meno in regola con i permessi di soggiorno alla faccia di tutte le manovre per regolamentare il lavoro nero. Invece di dare dignità a chi sceglie di non essere un delinquente ma più banalmente di lavorare per vivere si preferisce contare i morti, cifre inerti di una statistica, vittime di una guerra silenziosa che nessuno ha mai dichiarato e che non vedrà mai una fine. Da qualche tempo sì attraverso libri e articoli dei medici del lavoro, dei sindacalisti si inizia a denunciare i mali legati al lavoro:” lo stress, la disperazione, i suicidi, le malattie.” Si discute anche sempre di più che il lavoro uccide, ma non è ancora abbastanza. Maledetta fabbrica è un urlo silenzioso che sgomenta e indigna, una goccia di olio nel mare dell’indifferenza ma pur sempre un testo in cui nero su bianco si rivendica il diritto per i lavoratori di non essere numeri dimenticati di una statistica uccisi altre tutto anche dal silenzio. Un libro per riflettere, per arrabbirci, per piangere, per commuoverci, perché chi non ha perso in incidenti sul lavoro un padre, un figlio, un amico, un semplice conoscente? Questo libro è dedicato a loro.

Maledetta fabbrica Autori Vari curatore Simona Mammano Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, collana Senza Finzione, 2010 142 pagine, brossura,  Euro 14,00

:: Recensione di La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2010

Dopo avervi proposto thriller e noir, mie abituali letture preferite, ecco a voi una tenera storia ambientata a Orvieto, idilliaca cittadina umbra, luogo ideale per descrivere le dinamiche della vita di provincia. La libraia di Orvieto edita da Fanucci è la convincente opera prima dell’esordiente Valentina Pattavina, catanese, 42 anni, curatrice dal 1999 con Vincenzo Mollica della serie “Parole e Canzoni” di Einaudi Stile Libero. La Pattavina si avvicina per la prima volta alla narrativa con una storia delicata e divertente, una commedia nera in cui vari generi si intrecciano dando vita ad un piccolo gioiello davvero ben scritto, colto e raffinato. Scrittura minimalista, capitoli brevissimi, quasi schegge cadenzano, questo bizzarro e curioso romanzo che ha per protagonista Matilde una quarantenne single e irrequieta che dopo vari vagabondaggi per l’Italia, si rifugia ad Orvieto sfuggendo al proprio passato e raggiunge un’ oasi di sogno: può fare la libraia, sua grande aspirazione, grazie al vecchio e garbato professor Paolini; incontra buffi e teneri personaggi che l’accolgono come una naufraga e le fanno posto nella loro stretta cerchia di amicizie consolidate dagli incontri del sabato in cui si riuniscono per giovcare a carte, per mangiare piatti tipici umbri e per rinsaldare  una strana complicità che ben presto si rivelerà per lo meno sospetta agli occhi della attenta Matilde; finanche si innamora dell’affascinante e bel Michele, nipote del Paolini. Poi quasi per un gioco del caso emerge dal passato un omicidio irrisolto. Dieci anni prima infatti fu rinvenuto nel bosco il cadavere di un uomo, impiccato ad un albero, in una strana messinscena che apparentemente avrebbe dovuto fare pensare a un suicidio. I carabinieri indagarono svogliatamente facendo sì che le indagini raggiungessero un punto morto. Dieci anni dopo, quando ormai ogni pista sembra perduta e il colpevole vive indisturbato, Michele e Matilde riprendono le indagini e stranamente ostacolati dal gruppo di amici che li circonda, quasi trincerati dietro una fitta trama di silenzio complice, arriveranno finalmente a far luce sulla sconcertante verità.
La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina, Fanucci, Collezione Vintage, 2010, 244 pagine, brossura, prezzo di copertina Euro 16,00.

Valentina Pattavina, editor, è nata a Catania nel 1968. Ha studiato archeologia. Dopo un’intensa attività nel mondo dello spettacolo, nel 1996 inizia a lavorare nell’editoria, ricoprendo diversi ruoli in ambito redazionale. Collabora tra gli altri con Fanucci, Chiarelettere e Einaudi, in special modo con Stile Libero, per la quale dal 1999 ha curato insieme a Vincenzo Mollica la serie Parole e canzoni dedicata ai cantautori. Per Stile Libero ha scritto i libri Non principe, ma imperatore. Storia di Totò, dalla polvere del palcoscenico alle luci del cinema (2008) e La grande anima d’Italia. Alberto Sordi, dal teatrino delle marionette ai fasti del cinema, una monografia su Paolo Villaggio e una su Vittorio Gassman. Per i tipi di Fanucci ha scritto i romanzi La libraia di Orvieto (2010) e La libraia di Orvieto. L’ultima eredità (2011).

:: Intervista a Sebastian Fitzek a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2010

Sebastian FitzekCiao Sebastian. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, i tuoi studi, i tuoi hobby. Chi è Sebastian Fitzek?

Beh, il mio curriculum vitae, dice che sono nato a Berlino nel 1971. Dopo essere andato alla scuola di legge e aver conseguito il  dottorato in legge, ho deciso di abbandonare la professione giuridica per una professione creativa nei media. Dopo il tirocinio presso una stazione radio privata sono passato all’ intrattenimento e in seguito sono diventato redattore capo. Io vivo a Berlino e lavoro ancora due volte a settimana per la più grande stazione radio della città. Se si vuole trovare qualcosa di più sulla mia vita privata si possono trovare tutti i “dettagli piccanti” qui in questo articolo sulla mia home page:  http://www.sebastianfitzek.com/?artikel=8

Raccontaci qualcosa della tua città Berlino. Qual è il tuo background?

Penso che Berlino sia una città ideale per uno scrittore, perché è possibile trovare qui tutto quello di cui si ha bisogno. Cittadini di quasi tutti i paesi vivono qui. Ci sono laghi e fiumi, montagne, quartieri e zone come Beverly Hills. E la città è conosciuta in tutto il mondo. Magari è per questo che i miei lettori italiani si appassionano  alle mie storie così tanto.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri un ragazzo?

Ho iniziato a leggere alcuni romanzi polizieschi per bambini di Enid Blyton. Penso che la mia passione per il thriller sia nata poi leggendo Stephen King, quando avevo circa 14 anni.

Quando hai deciso che saresti voluto diventare uno scrittore? Come è nato il tuo interese per il thriller psicologico?

Ogni volta che leggevo un buon libro mi chiedevo: “Sarò mai capace di scrivere una storia così  anche io?” Un giorno, non molto tempo fa, nel 2002, ci ho provato. ( Sorride) Penso, che comunque ho sempre voluto intrattenere la gente con storie avvincenti. Mi interessano le persone. I pazzi sono i migliori. Come ho detto prima, per molti anni ho lavorato come direttore del programma per una stazione radio popolare tedesca. Questo è stato ed è ancora un luogo dove posso incontrare un sacco di “disturbati” i colleghi. (Sorride) Essi mi hanno molto ispirato aiutandomi ad avere uno sguardo più profondo per il comportamento umano e i disturbi psicologici. Ho studiato diritto e questo è stato utile per imparare a fare ricerca. E, naturalmente, ho sentito un sacco di storie strane durante le mie lezioni di diritto penale.

Qual era il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci qualcosa del tuo debutto e della tua strada verso la pubblicazione.

Tutto comincia sempre con un una domanda : “Cosa succederebbe se “. L’idea per il mio primo romanzo “La terapia” mi è venuta, per esempio, mentre stavo aspettando la mia ex fidanzata nella sala d’attesa, completamente affollata, di uno studio medico. Dopo mezz’ora non era ancora uscita dalla stanza d’esame e io ho pensato: e se tutti coloro che aspettano con me dicessero ad una mia richiesta: “Non abbiamo visto che sei arrivato con la tua ragazza.” Cosa succederebbe se il receptionist dicesse che il suo nome non c’è nell’elenco dei pazienti? E se la mia ragazza non uscisse mai effettivamente dalla sala di esame? Questo non era un pio desiderio, ma la mia fonte di ispirazione per “La terapia“, in cui una  ragazza scompare da uno studio medico senza lasciare traccia e il padre è l’unico a cercarla. Appena ho avuto l’idea ho iniziato a scrivere. E poi mi ci è voluto del tempo prima che il mio primo manoscritto venisse pubblicato. La verità è che ci sono voluti “solo” quattro anni dalla prima frase di scrittura a vederlo negli scaffali. Per fortuna, ho incontrato Roman Hocke, il mio agente letterario, durante questi quattro anni. Ha sottolineato tutti i miei errori da principiante e mi ha fatto rivedere il mio thriller di debutto  “La terapia” sette volte prima di affidarlo alla mia attuale casa editrice tedesca. Fu così che iniziò la mia carriera e ora sono molto felice che il mio nuovo thriller “Schegge” sia disponibile anche in Italia.

Parliamo del tuo lavoro di scrittore. Vuoi descriverci una tipica giornata di lavoro ?

Sono così fortunato che non ho una tipica giornata di lavoro. A volte scrivo giorno e notte, ora per esempio sono in  tour attraverso la Germania per promuovere il mio nuovo libro. E ieri ho passato tutto il mio tempo a dare interviste, come questa. ( Sorride) Tuttavia, vi è un rituale! Prima di finire la stesura di un libro , esco in macchina con i miei cani e vado  da qualche parte in direzione di Potsdam e mi fermo vicino ad un lago e proprio li esamino i capitoli del libro dalla A alla Z, più di una volta. A volte sono così perso nei suoi pensieri, che inizio a guidare in cerchio e dimentico i miei cani.

C’è qualche scrittore in particolare che ha influenzato il tuo stile?

Posso solo dare una risposta sleale perché non c’è abbastanza spazio per elencare tutti gli autori brillanti che ammiro e che mi hanno più volte ispirato nella mia vita. Nella mia gioventù, ho iniziato con Stephen King, quando studiavo giurisprudenza naturalmente ho divorato tutto, da Grisham, in seguito Crichton, Deaver, Follet … i soliti sospetti. Attualmente, mi piace consigliare le opere di Dennis Lehane e Harlan Coben.

I tuoi personaggi di fantasia, sono  spesso molto simile a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, non ci sono personaggi simili a me o qualsiasi altra persona esistente. Cerco di evitare di farlo. Ma – la mia mente subcosciente è sempre un autore nascosto  – per cui  a volte capita che descriva persone che conosco, ma non è previsto. Accade per caso.

Ci sono critiche che hanno influenzato il tuo lavoro?

Sì, ascolto soprattutto le critiche del mio editor e della mia ragazza Sandra prima che il libro venga pubblicato.

Ti piacciono gli scrittori scandinavi di crime? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbo?

Devo ammettere che leggo più autori di lingua inglese. Ma comunque adoro Stieg Larsson e penso che la spiegazione del suo successo sia da ricercare nella sua straordinaria capacità di creare personaggi veri ed eccitanti come Lisbeth Salander.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Naturalmente. Ogni autore deve convivere con il fatto che possa non essere gradito a tutti.

Mi piacerebbe parlare un po ‘del tuo nuovo libro Schegge Elliot Edizioni. Dove hai trovato ispirazione?

In “Splinter” – un uomo perde la moglie incinta in un incidente stradale del quale si sente responsabile. Un mese dopo, non riuscendo quasi a convivere con questa perdita, si imbatte in un misterioso annuncio sul giornale – una clinica psichiatrica sperimentale è alla ricerca di persone che abbiano subito un trauma e che lo vogliano cancellare dalla loro memoria per sempre. Ho avuto l’idea mentre parlavo con un neurochirurgo, che mi ha detto che questo tipo di esperimenti sono in corso veramente, e che l’industria medica è alla ricerca di una pillola o una tecnica che possa portare via tutti i  brutti ricordi. Solitamnete in un thriller che tratta l’ amnesia  l’eroe vuole ottenere la sua memoria indietro. Qui ho voluto creare un romanzo facendo il contario – descrivere quando un uomo desidera perdere i suoi ricordi!

Hai qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Vorrei dire ad un autore di considerarsi sempre come un personaggio di un romanzo, preferibilmente come l’eroe fortunato, in quanto nella maggior parte dei casi il protagonista subisce durante il corso della storia, una sconfitta dopo l’altro. Vince solo una volta: nel finale. L’insieme di sconfitte e colpi di scena sono anche le componenti naturali e necessarie di ogni buona storia, così come lo sono nella vita.

Se potessi riniziare la tua carriera di nuovo che cambiamenti apporteresti?

Neanche una sola cosa. In effetti a volte mi chiedo come mai ho avuto così tanto successo. Quindi devo rifare tutto dinuovo allo stesso modo per avere lo stesso successo. ( Sorride)

Pensi che la tua scrittura migliori di libro in libro?

Spero proprio di sì e tutti, non solo gli amici, mi dicono che è così. Ogni libro è un tentativo nuovo. Sono certo che il mio miglior romanzo non è ancora stato scritto.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

Attualmente 5 società di produzione stanno cercando di adattare i miei libri per il grande schermo. Ma ci vuole tempo, in Germania, per ottenere denaro dalle stazioni tv per la produzione di un film costoso, anche se è per il cinema. E le televisioni non credono nel genere psychothriller. Stiamo anche parlando con produttori italiani. Se ci volesse troppo tempo in Germania, forse lo produrremo nel vostro paese. Anzi penso che il film sarebbe meglio se lo facessimo in Italia, comunque. (Sorride)

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo libri di Cody McFadyen. Si chiama “Ausgelöscht” in Germania. Naturalmente un thriller.(Sorride)

Hai una base di fan molto grande. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Sono davvero lieto di avere così tanti lettori, soprattutto italiani. Ricevo un sacco di mail e  rispondo a tutti il più rapidamente possibile.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Oh, potrei dirvi parecchie storie divertenti su di me. Mentre stavo lavorando a Splinter per esempio ho pensato a tutti i brutti ricordi di cui avrei voluto sbarazzarmi se ci fosse stata una pillola per l’ amnesia che avesse permesso di cancellarli dalla mia mente. Ti racconto questo. Per esempio una notte ero nella mia camera d’ albergo a New York e volevo andare in bagno. Beh ho preso la porta sbagliata e mi sono ritrovato nel corridoio chiuso fuori. Ora dovete sapere che io dormo completamente nudo. Potete immaginare quello che ha pensato il receptionist di quel  tedesco pazzo, nudo nella hall, che chiedeva una nuova chiave nel bel mezzo della notte!

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

In questo momento non sto scrivendo perché sono in tour con il mio nuovo thriller “Il collezionista di occhi”, che parla di un serial killer che gioca a nascondino in un modo molto crudele. Prima uccide la madre, poi rapisce suo figlio. Il padre ha 45 ore di tempo per trovarlo altrimenti il bambino in ostaggio muore. Non ci sono accenni e indizi su chi potrebbe essere il killer e l’unico testimone di sesso femminile è cieco …