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:: Un’intervista con Fabrizio Fulio Bragoni a cura di Giulietta Iannone

11 febbraio 2026

Benvenuto Fabrizio su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista sul tuo romanzo breve Tutte queste cose, edito da Delos. Ma prima qualche domanda su di te. Hai iniziato a scrivere a cinque anni e non hai più smesso. Ricordi cosa scrivevi allora? C’è un filo che collega quei primi tentativi ai tuoi lavori di oggi?

    Ciao Giulietta, e grazie per avermi invitato… Dunque, cosa scrivevo quando ho cominciato a scrivere, bella domanda. Per quanto riguarda i temi, non saprei: sono sempre stato un lettore vorace, e ho sempre amato molto le storie. Credo di aver sperimentato un po’ tutto (tempo fa, in un vecchio quaderno, ho trovato qualche battuta di un racconto di ambientazione carceraria; il quaderno era del 1990, quindi, quando ho iniziato il racconto in questione, dovevo avere 8 o 9 anni. Magari avevo appena visto Fuga da Alcatraz?). So, poi, di aver provato a scrivere racconti d’avventura e quelli che impropriamente chiamavamo gialli – all’epoca la letteratura per ragazzi era molto diversa da quello che è ora; si leggevano un sacco di classici. Tra i miei preferiti c’erano L’isola del tesoro, Uno studio in rosso ei racconti di London. A un certo punto ho trovato una vecchia edizione UTET dei racconti di Poe, libro risalente agli anni di università di mia madre? Chi sa… Poi avevo libero accesso alla libreria di mia nonna, che era un’appassionata lettrice dei Gialli Mondadori. Attratto dalle copertine, ne ho letti una marea. Alcuni molto poco adatti a un bambino della mia età. – Leggevo, insomma, un sacco di cose diverse e scrivevo, o meglio inventavo e provavo a scrivere, racconti di molti generi diversi. Ovviamente non finivo mai niente… Credo, però, che più ancora che quei primi tentativi di scrittura, abbiano contato e contino tutte quelle volte che, camminando da solo, o facendo altre cose, vedevo me stesso dall’esterno e mi raccontavo in terza persona. Forse è proprio quello il filo che mi lega a quel bambino che scriveva: la voglia, il gusto (il bisogno?  no, mi sembra troppo) di raccontare e raccontarmi.

    Hai fatto moltissimi lavori diversi: giornalista, informatico, docente, copywriter, traduttore, persino detective privato per un paio di giorni. Quanto questa “vita laterale” entra nella tua scrittura?

    Per un lungo periodo, ho avuto l’impressione che a me non succedesse mai niente, o almeno niente di significativo (frequentare troppo assiduamente Hemingway non aiuta…), per cui forse tutti questi cambiamenti rispondono a un tentativo più o meno conscio di vedere più cose possibile, fare più esperienze. Credo comunque che cambiare spesso lavoro mi abbia aiutato. Quantomeno a non sentire il peso della routine e “sopravvivere alla noia”, come direbbero i Situazionisti. Potrei fare qualunque lavoro, almeno per un paio di giorni; così mi dicevo. In effetti ho anche consegnato pizze, dato una mano a gestire uno studio di tatuaggi, fatto il cameriere in un bar, tentato – con scarso successo- di vendere assicurazioni. Per quanto riguarda l’esperienza da detective… Be’, l’ho fatto per meno di una settimana, e allora sì, che ho rischiato di morire di noia. Se vuoi una volta, senza testimoni, ti racconto come e perché ho quasi preso per il collo uno dei tizi dell’agenzia per cui l’ho fatto…

    Il colpo nasce all’interno del contest YouCrime di Rizzoli. Che esperienza è stata scrivere con un perimetro così definito? Ti ha dato più libertà o più vincoli?

    La scrittura di Il colpo in effetti è stata un’esperienza strana. All’epoca lavoravo solo come traduttore e lettore d’agenzia. E poi avevo il mio blog (NonSoloNoir) e collaboravo con qualche rivista letteraria. Qualcuno degli organizzatori aveva letto un mio racconto (che forse avevo pubblicato proprio qui su Liberi di Scrivere). Mi hanno contattato chiedendomi di scrivere un racconto lungo da pubblicare in ebook. La cosa del contest all’inizio non era molto chiara (anzi, direi quasi per niente), ma in ogni caso ho accettato. Nel mio ebook c’era anche un racconto di Paolo Roversi, con il quale poi ho collaborato scrivendo su Milano Nera, pubblicando qualche racconto e curando un volume per la collana Calibro 9 di Novecento edizioni, che era stata ideata da lui. Tornando a Youcrime, diciamo che ho accettato di buon grado, ma all’entusiasmo iniziale sono seguiti diversi giorni (settimane?) di blocco. Poi a un certo punto mi sono messo alla scrivania e il racconto è venuto fuori da sé, e in un attimo. La richiesta era di scrivere un racconto crime e io ho attinto a piene mani a quello che vivevo e facevo all’epoca – una vita “tranquilla” ma estremamente precaria, rischiarata (quasi) solo dagli allenamenti di pugilato con il mio maestro, Giovanni Bracchiglione, e il gruppo della boxe. Molti di quelli che si allenavano con me erano ragazzi che vedevo un po’ come mi vedevo io: precari (da un punto di vista esistenziale, non lavorativo), ma tutt’altro che pronti ad abbandonare le loro velleità. Dalla stessa sensazione è nato il racconto Finisce male, al quale sono molto affezionato. Tornando a Il colpo, comunque, è la storia di un gruppo di pugili che intravedono una possibilità per tirare su dei soldi rapidamente e ci cascano… La cosa divertente è che lo spunto narrativo è nato proprio in palestra: ero nello spogliatoio e mi stavo lamentando (come sempre) dell’ennesimo ritardo nel pagamento di una traduzione. A un certo punto un tizio che non conoscevo se non, forse, di vista, mi ha guardato e mi ha detto: “Ti andrebbe di tirare su un po’ di soldi facili?” (forse non ha detto proprio così, ma, per convenzione di genere, attribuiamogli questa battuta da filmaccio di serie z, che ne dici?). Ovviamente ho fatto finta di non sentirlo; quando sono uscito dalla palestra ci stavo ancora pensando. Proprio lì fuori c’era un compro oro e io ho messo insieme le due cose. Insomma, è nato tutto così, e tutto sommato è stata una gran bella esperienza.

    Ghosting, scritto a quattro mani con Alessandro Perissinotto, è il tuo primo romanzo. Com’è stato condividere voce, ritmo e visione con un altro autore?

    Di solito ho difficoltà a condividere la pagina con altri; la scrittura è forse l’unico ambito in cui sono davvero poco accomodante. Ricordo con terrore, per esempio, la traduzione collettiva di un romanzo per ragazzi fatta al termine di un anno di specializzazione in traduzione editoriale dall’inglese. Con Perissinotto, ovviamente, è stato diverso: anche se quando l’ho incontrato scrivevo già da tempo, non posso non pensare a lui come a uno dei miei maestri. In senso strettamente letterario, è forse l’unico maestro che abbia incontrato davvero.

    Le sue lezioni in università mi hanno aiutato a rimettere in ordine alcune cose ed esperienze, sia da un punto di vista teorico, che tecnico-narrativo. Quando è arrivata la proposta di Ghosting avevamo già fatto delle cose insieme (presentazioni, eventi, lezioni ecc.), ma mai, assolutamente mai, avrei pensato di trovarmi a scrivere un romanzo con lui. E invece è stata una bellissima esperienza che mi ha, tra l’altro, spinto fuori dalla mia normale routine di scrittura. Per scrivere Ghosting abbiamo fatto un lavoro preliminare di studio della trama e dei personaggi; uno studio molto approfondito. Normalmente io parto da un semplice spunto, un’idea, un interrogativo, e difficilmente so dove andrò a finire. Con Alessandro, invece, abbiamo lavorato all’interno di un perimetro prestabilito e condiviso, e ancora oggi, a distanza di anni, sono molto soddisfatto del risultato.

    Torino è spesso presente, direttamente o indirettamente, nei tuoi lavori. Che tipo di città è per te: rifugio, musa, gabbia, palestra narrativa?

    Torino è un po’ tutte queste cose: sicuramente rifugio e gabbia, in alcuni casi anche musa. Palestra narrativa, non lo so… quella uno ce l’ha nella testa. Però, ecco, mi trovo spesso a dire che non vorrei essere cresciuto in nessun’altra città italiana. Sicuramente non Milano, sicuramente non Roma, ecc. Sembra un cliché, ormai, ma Torino, negli anni della mia adolescenza, e cioè i tardi anni ’90, era davvero tutta un fermento. C’era modo di sperimentare e sperimentarsi in molti campi, e in una condizione tutto sommato “protetta” rispetto a quella di tante altre grandi città. Potevi metterti (relativamente) nei casini, e uscirne praticamente indenne, praticamente illeso.

    Le “grandi città”, quelle vere, invece, non perdonano. O così mi pare.

    Insomma, a Torino c’era tutto, e tutto era soffuso da una certa atmosfera underground che molti di noi non finiranno mai di ricordare, e forse anche rimpiangere.

    Tutte queste cose ha un titolo volutamente ampio e quasi sfuggente. Come nasce e cosa racchiude, per te, “tutte queste cose”?

    Ah, be’, se proprio vuoi saperlo, il titolo originale era Tutte queste cose e molte altre ancora, figurati…  la versione definitiva è nata da un confronto con l’editore. A quali cose mi riferisco? Da un lato si tratta di tutte le cose che mi sono successe o che avrebbero potuto succedere a me o a uno che si somiglia; dall’altro è un titolo che allude a una ricapitolazione annoiata di un discorso che nel momento stesso in cui viene pronunciato è sia vero che falso, sia autentico che manierato. Un discorso che nel libro è presente, e infatti il titolo compare direttamente all’interno di un dialogo.Il libro, comunque, nasce come frammento, come ampliamento o come coda di un altro romanzo che non ho ancora pubblicato, Come sopravvivere alla paura (posso fare un appello agli eventuali editori in ascolto?). L’altro romanzo, che in teoria avrei voluto pubblicare prima di questo, è la storia di un eterno aspirante scrittore e ripercorre e reinventa circa vent’anni (dal 1998 alla fine degli anni ’10 del Duemila) sul filo di alcuni elementi, temi, situazioni e personaggi ricorrenti. La prima parte di Tutte queste cose, l’avevo già inserita lì, come inciso: una specie di futuro alternativo.

    Nel momento stesso in cui ho inserito l’inciso, ho capito che avrei dovuto farne un libro a se stante, che poi ho scritto, e ho finito per pubblicare prima dell’altro.

    Un romanzo di formazione che lavora molto su dettagli, frammenti, oggetti e ricordi. Quanto contano le “piccole cose” nella costruzione di una storia più grande?

    Come forse si sarà già capito, per me dettagli, frammenti e ricordi sono molto importanti. Mi piace molto l’idea di raccontare attraverso elementi secondari che assumono, se collocati all’interno di una narrazione volutamente ellittica, un grande valore simbolico. Nel libro, per esempio, compare un “arbalete”. Si tratta di un oggetto che forse ho posseduto e poi dimenticato, perso, o buttato. O forse no, non l’ho neanche mai posseduto. È comunque un oggetto che nell’economia generale del romanzo assurge a simbolo di un certo tipo di rivolta esistenziale e, forse, della sua inutilità…

    È un romanzo breve, autobiografico? Ti riconosci nel Bragoni del libro? O è dedicato a qualche tuo amico scrittore?

    Per vari motivi, il libro rientra nell’ampia e variegata categoria dell’autofiction. Quel Bragoni sono io, ovviamente, e d’altra parte non sono io. Chi mi conosce sa (forse). In ogni caso, credo che i concetti di vero o falso, se applicati al racconto, assumano un valore molto diverso. O forse no, forse è proprio quello il loro valore. L’unico possibile.

    Il ritmo del romanzo è molto controllato, quasi “in sottrazione”. È una cifra che cerchi consapevolmente o è il testo a imporla?

    Ogni cosa che scrivo ha un suo ritmo, una sua voce. In Come sopravvivere alla paura, per esempio, ogni spezzone ha un punto di vista, un registro, dei tempi diversi. Ci sono parti scritte in prima persona che dialogano con brani in terza persona, quadri quasi completamente privi di dialoghi e altri totalmente affidati al dialogo. Che dire? Nel tempo sto diventando sempre più esigente, dal punto di vista del ritmo e del suono; se una cosa non mi suona bene, piuttosto non la dico (vantaggi del racconto ellittico, no?).

    Tutte queste cose dialoga in qualche modo con i tuoi lavori precedenti (Il colpo, Ghosting) o lo senti come un libro “a parte”?

      Be’, lasciando da parte il già citato Come Sopravvivere alla paura, Tutte queste cose dialoga con tutto quello che ho scritto. Alcuni eventi, situazioni, simboli, personaggi, sono ricorrenti. È un po’ come improvvisare su un tema musicale che uno non riesce a togliersi dalla testa. Variazioni e assoli sono dettati dall’impulso, dal momento, dal contesto. Il tema, invece, sta lì, come una domanda a cui non hai ancora saputo (e forse non saprai mai) dare una risposta definitiva.

      Parliamo della playlist finale colonna sonora del romanzo, molto vintage, ami la nostalgia?

        Negli ultimi anni sono diventato un pessimo ascoltatore. Un tempo scoprivo decine di nuovi album ogni anno; ormai mi rendo conto che tendo piuttosto a ri-ascoltare. Le vecchie canzoni sono sempre evocative. Anche quelle brutte. Per Come sopravvivere alla paura, per esempio, avevo creato una playlist che mi riportava nel pieno degli anni ’90, scaraventandomi nell’atmosfera del romanzo. Nel caso di Tutte queste cose, comunque, tutti i pezzi presenti nella playlist sono direttamente citati all’interno del libro. Alcuni compaiono come colonna sonora nel racconto, di altri ho tradotto i testi (mi sono anche dato alcune regole, che però non rivelerò) e ne ho inserito degli scampoli all’interno dei dialoghi o della narrazione. Una specie di gioco che mi sono imposto nell’ultima revisione. C’era poi il problema della disposizione dei pezzi nella playlist… be’, se controlli su Instagram (@tqc_book), ti accorgerai che i brani sono disposti in modo da comporre il titolo del libro… Vabbè, è più facile da mostrare che da spiegare…

        Progetti per il futuro?

          Innanzitutto vorrei pubblicare Come sopravvivere alla paura. Alcuni editori che lo hanno letto mi hanno chiesto una pesante revisione, ma non so se sono pronto a modificarlo così tanto: il libro è nato con una forma particolare, e non credo sia il caso di snaturarlo. Temo che finirebbe per diventare tutt’altro… Poi sto pianificando altri eventi di presentazione di Tutte queste cose. Per finire, sto scrivendo una specie di falso noir esistenzialista ambientato a Malta. Anche in questo caso si tratterà, almeno in una certa misura, di un’autofiction.

          :: Radio Sarajevo di Tijan Sila (Voland 2025) a cura di Giulietta Iannone

          5 febbraio 2026

          La guerra dei bambini, perché a 11 anni si è ancora bambini, ci racconta Tijan Sila nel suo romanzo autobiografico Radio Sarajevo da poco edito in Italia da Voland e tradotto dal tedesco da Cristina Vezzaro. Un romanzo di formazione anomalo e tragicomico, in cui si narrano eventi drammatici sì, ma a volte anche si sorride della bizzarria del mondo degli adulti in cui i bambini non sono sempre e solo vittime, ma a volte rivelano doti inaspettate di resilienza e di sopravvivenza, ancora maggiore degli adulti. Si sa il mondo degli adulti non tratta bene i bambini, anche nella Bosnia degli anni ’90. Insulti, botte sono all’ordine del giorno, strumenti educativi che dell’educazione hanno poco, più hanno in comune con il sopruso e la debolezza, perché la violenza, anche verbale, è dei deboli, ma si sa la guerra spazza via tutto: la scuola, la sicurezza, c’è poco cibo, la morte ad ogni angolo, la paura, la disperazione, ma Tijan si inventa un modo di sopravvivere tra mercato nero e improvvisazione. L’innocenza dei bambini può sopravvivere alla guerra? Gli adulti se lo chiedono, i lettori si interrogano su quali colpe gli adulti hanno nella sofferenza dei più piccoli che arrivano a contrabbandare riviste pornografiche in cambio di dolciumi. Sila non narra solo l’assedio di Sarajevo, le case sventrate, il sibilo delle granate, i morti uccisi dai cecchini, ma anche il dopo, l’esilio in Germania, lo shock culturale, e il ritorno quando pubblica il primo libro, lo spaesamento, il non riconoscere una terra che ormai ha cambiato fisionomia e senso.     

          Tijan Sila, nato a Sarajevo nel 1981, è arrivato in Germania come rifugiato nel 1994. Ha studiato letteratura tedesca e inglese a Heidelberg, oggi insegna tedesco e suona in una band punk. Ha esordito in narrativa nel 2017 e nel 2024 ha vinto il prestigioso Premio Ingeborg Bachmann. Radio Sarajevo è il suo romanzo più personale, un ponte tra memoria e speranza.

          Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Milena Depanis dell’Ufficio Stampa Voland.

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          :: Un’intervista con Franco Forte, autore di Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, a cura di Giulietta Iannone

          30 gennaio 2026

          Benvenuto Franco, e grazie di avermi concesso questa nuova intervista per parlare del tuo nuovo romanzo storico, appena uscito per Mondadori, incentrato sulla figura di Marco Aurelio. Dopo Cesare, Marco Aurelio; da un condottiero militare a un filosofo. La storia di Roma è piena di imperatori e condottieri molto diversi tra loro, da Claudio, il mio preferito, a Caligola, a Nerone, a Cesare a Marco Aurelio. La storia di Roma è ancora attuale? Che insegnamenti, secondo te sono utili ancora oggi?

          Più che la storia di Roma (che per quanto mi riguarda è comunque uno dei periodi più ricchi e affascinanti del passato in generale, sia per gli avvenimenti accaduti sia soprattutto per i protagonisti che hanno attraversato secoli di dominio del mondo) direi che è importante la Storia a 360°, quella con la “S” maiuscola. Per capirlo basta guardarsi un po’ attorno oggi, in Italia, in Europa e nel resto del mondo: quanti errori continuiamo a commettere a livello socio-politico? Quante guerre inutili continuiamo a combattere? Quanta arroganza, quanto bullismo c’è, nelle relazioni internazionali fra Stati e popoli? Tutte cose che sono già state affrontate e superate mille volte, nel passato, ma che oggi sembriamo ignorare, ripartendo ogni volta da zero. Eppure, certi pseudo dittatori d’oggi dovrebbero studiare i loro epigoni del passato, e rendersi conto che se hanno fallito i vari Mussolini, Hitler, Stalin, Napoleone e chi più ne ha più ne metta, prima o poi succederà anche a loro. La Storia andrebbe conosciuta per capire come comportarsi oggi, per evitare gli errori che hanno portato troppe volte gli esseri umani sull’orlo dell’abisso.

          Cesare era un conquistatore, l’arte militare veniva prima del governo, era essenzialmente un soldato. Marco Aurelio era in lotta soprattutto con sé stesso. Che parallelismo è possibile tra i due imperatori?

          In realtà direi nessuno. Giulio Cesare, come racconto nel mio precedente libro, “L’alba di Cesare – Il romanzo del De bello gallico”, era un uomo proiettato verso la ricerca del potere personale, dell’affermazione assoluta su tutti. La sua visione era molto chiara: rischiare il tutto per tutto – come fece inventandosi condottiero e conquistatore delle Gallie – in funzione di un obiettivo: diventare il dittatore di Roma. Marco Aurelio parte da un assunto molto diverso: lui voleva fare il filosofo, non aveva alcuna visione legata alla crescita del potere personale. Viene coinvolto suo malgrado negli ingranaggi della successione all’impero, e in parte se ne lascia stritolare, rinunciando alle cose per lui più preziose (lo studio quotidiano della filosofia, la donna di cui era profondamente innamorato, la madre che tanto gli era stata vicino nelle varie fasi della sua crescita) per “dovere di Stato”, per poter assolvere a quello che era il sogno di uno dei suoi maestri, Seneca, che sosteneva che non ci potesse essere miglior governante di un uomo saggio, di un filosofo. E dunque Marco Aurelio ha provato a fare questo: essere da una parte l’imperatore, l’uomo più potente di Roma, dall’altra mettere al servizio del popolo, dello Stato, tutto ciò che aveva imparato sulla ragionevolezza, sulla pietas e sulla giustizia, credendo con tutto se stesso che detenere il potere non significasse accrescere il proprio ego, le proprie ricchezze, il proprio prestigio e basta (come mi sembra facciano certi governanti d’oggi, in tutto il mondo), ma mettersi al servizio degli altri. Credo che Cesare si sarebbe fatto un gran risata, di fronte a una considerazione simile.

          Il tuo Marco Aurelio appare estremamente moderno, è una tua forzatura, o le fonti storiche ti hanno tramesso questa modernità?

          E’ moderno perché incarna tutto quello che i nostri governanti, oggi, sembrano ignorare e disprezzare: l’etica, la morale, la giustizia universale, il senso di appartenenza a una Natura che ci pervade tutti. Tutte cose che ha lasciato scritte e che sono giunte fino a noi, e che non a caso oggi sono raccolte in libri che sono dei veri e propri bestseller. Parlare di buon governo, di giustizia e di rispetto per chi è in difficoltà, non sembra in linea con quello che vediamo tutti i giorni al telegiornale, e lui lo faceva quasi 1900 anni fa. E poi penso ad alcune analogie con quello che succede oggi che sono abbastanza impressionanti. Per esempio, durante il suo impero divampò una guerra feroce fra giudei e palestinesi, che fece oltre 500.000 morti fra gli ebrei, a cui lui decise di mettere fine con l’intervento delle legioni (e chiedendosi perché mai quei popoli si odiassero così tanto, perché fossero così decisi a sterminarsi a vicenda), una situazione che pare ricalcare in modo impressionante quelle che succede oggi a Gaza; oppure la pestilenza che si diffuse in tutto l’impero e che falcidiò decine di migliaia di persone, in un modo molto simile a quanto fatto dall’epidemia di Covid che abbiamo dovuto affrontare qualche anno fa.

          Quanto ti è servita l’approfondita lettura delle Meditazioni per creare il tuo personaggio?

          In quel libro (io ho la versione intitolata Pensieri, pubblicata dagli Oscar Mondadori) c’è tutto il percorso fatto da Marco Aurelio da bambino fino alla morte sul limes danubiano; lo stesso percorso che nel mio libro ho cercato di ricostruire partendo dalle sue azioni, che anno dopo anno lo hanno forgiato e hanno fatto crescere dentro di lui la consapevolezza che la filosofia non può restare mero pensiero, ma deve potersi esplicare nella vita di tutti i giorni. Il mio è stato un viaggio tormentato ed esuberante, compiuto passo passo accanto a Marco Aurelio, e mi auguro che possa avvenire lo stesso con chi leggerà il romanzo.

          Che fonti derivate hai utilizzato, la lettura di quali libri?

          Impossibile citarli tutti, ho studiano per anni, attingendo a tutte le fonti storiche disponibili, dai classici antichi fino agli studiosi moderni che hanno verificato le fonti e le hanno sviscerate sotto ogni aspetto. Quando si tratta di Roma antica, per fortuna, i materiali non mancano, ma come sempre durante la fase di ricerca mi imbatto in chicche preziose, che servono a dare spessore alla ricostruzione del periodo che descrivo. Un esempio è il medico personale di Marco Aurelio, quello che lo ha accompagnato fino alla morte, Galeno. Altro personaggio molto legato alla modernità, visto che ancora oggi le preparazioni galeniche sono molto usate in farmaceutica. Galeno gli forniva un preparato antico che aveva rielaborato a suo modo, la Triaca, che conteneva decine di erbe e ingredienti, ma soprattutto l’oppio, aiutando Marco Aurelio a sopportare i dolori che lo devastavano (probabilmente aveva un tumore all’intestino) ma dandogli anche la possibilità, nei suoi deliri onirici, di poter parlare con i suoi maestri del passato, come Seneca, Eraclito, Epicuro.

          Marco Aurelio ha incarnato una visione etica del potere, come buon governo, servizio, più che fonte di privilegi personali. Per Roma si può dire ha sacrificato tutto, la sua vita, i suoi amori. Secondo te sul finire della sua vita si è pentito di queste scelte così estreme?

          Ho deciso di far partire il mio romanzo con un prologo in cui Marco Aurelio è sul letto di morte, e parla con i filosofi antichi che vede materializzarsi davanti ai suoi occhi a causa dell’oppio contenuto nel preparato che il medico Galeno gli somministrava per tenere a bada i dolori terribili che lo affliggevano. Poi, da lì passo alla sua infanzia, per spiegare come sia arrivato, nel corso della sua vita, all’amarezza, al dolore e alla rassegnazione che il lettore potrà cogliere nelle sue parole, nel suo atteggiamento, in punto di morte. Perché pur essendo l’uomo più potente di Roma, l’imperatore, Marco Aurelio, come dici tu, ha sempre sacrificato se stesso e i suoi desideri, i suoi piaceri, la sua serenità personale, a favore del popolo, dell’impero, di Roma. Il mio tentativo, in questo libro, è stato proprio questo: far capire come abbia fatto, un uomo con un futuro già scritto da altri per lui (dagli imperatori che l’hanno preceduto, dagli dei in cui credeva fermamente, dalla filosofia stessa che studiava), a consumarsi fino a quell’epilogo tragico e doloroso.

          Il rapporto tra Marco Aurelio e il figlio Commodo emerge come una delle grandi tragedie del romanzo. Secondo te lo considerò un fallimento personale o una dimostrazione dei limiti del controllo umano sul destino?

          Direi entrambe le cose. Commodo era suo figlio, e lui si batté perché diventasse imperatore, seguendo la linea di sangue, eppure… lui era diventato Cesare grazie a una adozione, non certo per linea di successione, e prima di lui lo stesso era accaduto con Antonino Pio, e prima ancora con Adriano. Insomma, si era introdotta da tempo a Roma la consuetudine di dare la corona d’alloro a chi lo meritasse, non a chi potesse ereditarla, e proprio lui, che era il più votato fra tutti a premiare il merito e la giustizia, arriverà a commettere un grande errore: cedere alla lusinga del sangue, della stirpe familiare, e consegnare l’impero a un figlio che si dimostrerà indegno per il ruolo. Credo che questa consapevolezza abbia contribuito, insieme alla malattia fisica e alle tante delusioni patite durante la sua vita, a portarlo prematuramente alla morte.

          Nel tuo romanzo dai grande spazio alla figura della moglie di Marco Aurelio, un matrimonio certo imposto dalla ragion di stato, ma se vogliamo questa donna fu piuttosto trascurata dalla storia. Tu le rendi giustizia?

          Faustina Minore, così si chiamava la moglie di Marco Aurelio, è stata una donna importante, sotto molti aspetti, dell’evoluzione della personalità e della figura di Marco Aurelio. Impossibile trascurarla. Io credo che le donne, nella Storia antica, abbiano sempre avuto ruoli fondamentali, e mi piace farli emergere, raccontarli meglio che posso, anche se la storiografia ufficiale sembra dimenticarsene, affidando loro solo particine secondarie. Faustina è stata la causa principale dei dubbi che più attanagliavano Marco Aurelio e che riguardavano la sua vita sentimentale, e una vera miniera d’oro per un narratore che deve confezionare un bella storia.

          Quali furono i suoi maestri, da chi apprese il rigore morale, la saggezza stoica?

          Nel libro ne cito una ventina, credo, perché durante tutta la sua vita Marco Aurelio si è sempre circondato di sapienti, che lo hanno prima guidato, poi affiancato. I più importanti restano Frontone e Giunio Rustico, ma per i più sono solo nomi vaghi, di cui si conosce poco. Eppure ebbero un ruolo fondamentale nella maturazione del pensiero di Marco Aurelio, che poi si è riversato nelle sue azioni, e dunque ho voluto averli sempre presenti nel libro, affidando loro il ruolo che meritavano.

          Ci sono progetti di traduzioni all’estero?

          Di solito arrivano sempre, ma visto che il romanzo è appena uscito al momento ancora non ho parlato di questo con il mio agente, Piergiorgio Nicolazzini. Ma lui è bravissimo a promuovere i miei libri all’estero, e di sicuro presto arriverà qualche offerta.

          A livello di vendite i libri incentrati sull’Antica Roma hanno un buon riscontro, anche a livello internazionale?

          Direi proprio di sì. A dimostrazione di questo c’è il fatto che da anni vorrei tornare a scrivere della Milano del 1500, con i thriller storici che hanno come protagonista il mio Niccolò Taverna, ma… Mondadori pretende che io continui a dare al pubblico ciò che il pubblico vuole, e l’antica Roma è sempre al primo posto!

          Dopo Cesare e Marco Aurelio, quale figura della storia romana senti di volere raccontare? O hai altri progetti? 

          Sto già lavorando al prossimo romanzo, incentrato su una figura di spicco della Roma antica (eh sì, resto ancora in quell’ambito), che tutti conoscono… almeno di nome, perché poi nell’intimo resta un grande mistero, che cercherò di portare all’attenzione dei lettori l’anno prossimo. Ovviamente, per ragioni di riservatezza (e scaramantiche) non dirò chi è. Ma presto lo si verrà a sapere.

          :: Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo di Franco Forte (Mondadori, 2026)

          25 gennaio 2026

          Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo edito da Mondadori nella collezione Omnibus è il nuovo romanzo storico di Franco Forte dopo L’alba di Cesare. Lasciato dunque Cesare, e le sue campagne militari nella selvaggia Gallia, Forte si cimenta con la figura leggendaria di Marco Aurelio, un sovrano saggio, illuminato, moderno, tormentato, capace di incarnare la figura del sovrano filosofo, per cui la giustizia, il buon governo e la verità venivano prima del potere, accettato come un’incombenza anche gravosa e a tratti amara e dolorosa. Un imperatore per cui la pace, il regno delle idee, la rettitudine morale stoica portavano una luce sui compromessi, la violenza, gli intrighi del potere imperiale. Marco Aurelio non era un ingenuo, era ben conscio che il potere si ottiene e si mantiene con la forza, che è inevitabile essere costretti a combattere guerre e battaglie, ma l’accettava con rammarico, come una condanna a fronte di grandissimi sensi di colpa, perchè alla fine la vera battaglia la si combatte con sé stessi per vincere i propri difetti, i propri vizi, le proprie debolezze. La grandezza di Roma era per lui una luce di civiltà sulle barbarie, da conservare e difendere anche a prezzo di grandi sacrifici personali. Per Roma, per il popolo che governava si può dire, Marco Aurelio sacrificò tutto, i suoi amori, i suoi privilegi, finanche sè stesso. Ciò che colpisce maggiormente del Marco Aurelio di Forte è la grande modernità, la capacità di raccogliere un’eredità imponente e anche minacciosa, e conservare se stesso, dicevamo a prezzo di grandi sacrifici ma mai dimenticando che un sovrano è pur sempre un uomo, in balia della malattia, del dolore e della morte. Questa fragilità, questa autocoscienza, questa capacità di accettare i limiti umani danno a questo personaggio una profondità, e una solitudine molto moderna, che traspare in filigrana per tutta la narrazione. Forte con la sua penna affillata, dal respiro classico, ci porta a conoscere un uomo dell’antichità a cui sono stati dati poteri sovrumani, che si è trovato al centro di un impero sconfinato, in cui la sua parola era legge, in cui le sue decisioni erano ordini inderogabili, in cui la vita e la morte dei suoi sudditi erano realmente in balia delle sue decisioni. Marco Aurelio non approfittò di questo potere, non cedette alla tentazione del dominio, ne sentì invece il peso e la responsabilità. Perchè alla fine della sua vita, davanti all’eternità, il destino di tutti gli uomini è il medesimo, interrogarsi sul senso ultimo della vita e sulla sopravvivenza dell’anima. E sul senso del dolore. Quando anziano, nel suo letto, malato, in solitudine, circondato dagli spettri dei grandi filosofi che l’hanno formato non può che ripercorrere a ritroso la sua vita, dall’infanzia, all’adolescenza, alla maturità, e non basta essere imperatori, avere tutto il mondo conosciuto ai propri piedi, un destino comune ci aspetta e scherzo del destino proprio a un uomo saggio come Marco Aurelio spettò un figlio ed erede come Commodo, a ricordargli che ci sono forze e circostanze che sfuggono al nostro controllo, e possiamo affidare il destino degli uomini e degli imperi agli Dei.

          Franco Forte è nato a Milano nel 1962. Scrittore, sceneggiatore e giornalista, per Mondadori ha pubblicato, tra gli altri, L’alba di Cesare, Karolus, Carthago, Roma in fiamme e Romolo, il primo di una serie di libri dedicati ai sette re di Roma.

          Source: PDF e libro inviato dall’Ufficio Stampa Mondadori.

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          :: Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa (Bookabook, 2025) a cura di Giulietta Iannone

          18 gennaio 2026

          In una ipotetica e distopica società futura, per arginare la piaga sociale dei femminicidi viene diramata una direttiva che autorizza le donne a uccidere, impunemente, un uomo al mese in caso di pericolo. Servirà a cambiare il tessuto sociale malato di misoginia e maschilismo? È questa la provocazione sottesa al romanzo Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa edito nel 2025 da Bookabook, casa editrice in crowdfunding. Se si può uccidere un essere umano in quanto donna, quanto ci si metterà a uccidere un essere umano in quanto uomo? Ma uomini e donne sono davvero simili? O provengono da pianeti diversi come diceva nel titolo il celebre saggio di John Gray? Il breve romanzo Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa non dà risposte certe ma apre un dibattito. Certo uccidere non è la soluzione, anche un comandamento biblico lo vieta, ma la provocazione serve ad analizzare in profondità alcune tematiche che spesso affrontiamo con leggerezza. Se pensiamo che nella legislazione italiana il delitto d’onore è stato abolito in Italia solo nel 1981, con la legge che ha eliminato l’articolo 587 del Codice penale, che prevedeva pene ridotte per chi uccideva la moglie, figlia o sorella per difendere l’onore maschile macchiato, si capirà certo che la misoginia è qualcosa di pervicacemente radicato nelle società arcaiche in cui le donne di fatto diventavano proprietà dell’uomo che poteva disporne a suo piacimento. Certo la società sta cambiando, il mondo si evolve, i diritti umani si affermano, ma alcuni privilegi sono difficilmente estirpabili. Ci prova lo Stato, ci provano i singoli individui. Colpisce la giovane età dell’autrice, ma sicuramente fa parte di una nuova generazione, di un tessuto sociale più sano, e più proiettato verso un futuro dove uomini e donne hanno davvero gli stessi diritti e le stesse prerogative. Romanzo breve dicevo, ma scritto bene, interessante e ricco di spunti. 

          Giulia Crippa (Bologna, 1995) vive a Milano, dove ha studiato Comunicazione all’Università IULM, e ha lavorato in diversi ambiti, tra marketing, relazioni pubbliche ed eventi. Ha arricchito la sua formazione con esperienze internazionali e ha sempre coltivato la passione per la scrittura, approfondita attraverso corsi di giornalismo e sceneggiatura. Nel 2024 conclude “Un mondo che odia gli uomini”, il suo primo romanzo.   

          :: La Fine dell’antigiudaismo cristiano – La chiesa cattolica e gli ebrei dalla Rivoluzione francese al concilio Vaticano II di Philippe Chenaux (Marietti 1820, 2025) a cura di Giulietta Iannone

          30 dicembre 2025

          Philippe Chenaux ripercorre le tappe del cammino lungo due secoli, dalla Rivoluzione francese fino al concilio Vaticano II, che ha portato la chiesa cattolica a superare le sue posizioni antigiudaiche. Gli snodi principali della storia europea fanno da sfondo alla ricerca dell’autore su alcuni passaggi cruciali: la soppressione dell’associazione Amici di Israele nel 1928, le motivazioni all’origine dei «silenzi» di Pio XII, la resistenza della Santa Sede alle iniziative del dialogo interreligioso che si moltiplicarono dal secondo dopoguerra e infine le posizioni di Paolo VI. Il risultato è un affresco che mostra aspetti inediti, o illuminati da nuova luce, della storia delle relazioni ebraico-cristiane.

          La fine dell’antigiudaismo cristiano, del professore Philippe Chenaux è un ricco saggio storico che affronta uno dei temi più delicati e controversi che hanno caratterizzato la storia religiosa europea. L’obiettivo centrale del saggio di Chenaux è tracciare un percorso storico di quasi due secoli, dalla Rivoluzione francese al Concilio Vaticano II, per mostrare come, progressivamente, la Chiesa cattolica abbia abbandonato la sua lunga tradizione di antigiudaismo religioso e abbia avviato — pur con prudenza, difficoltà e contraddizioni — un’apertura di dialogo con l’ebraismo. Chenaux non propone semplicemente una cronologia di eventi, ma una narrativa articolata sulle dinamiche sociali, teologiche e istituzionali che hanno determinato la progressiva fine dell’antigiudaismo cristiano cattolico. Se vogliamo fu proprio l’Illuminismo e la Rivoluzione francese con l’emergere delle idee di eguaglianza universale a riassegnare uno status giuridico agli ebrei nelle società europee, prima relegati in ghetti o in posizioni di servitù e sudditanza, a cui venivano negati i più elementari diritti civili. L’accusa di “deicidio” sembra avere avvelenato per molti secoli i rapporti tra chiesa cattolica e mondo ebraico, e dobbiamo aspettare la svolta conciliare per mutare questa posizione. Ma se vogliamo sono gli eventi del XX secolo e soprattutto i silenzi di Pio XII durante la Seconda Guerra Mondiale i temi più controversi. L’eccessiva, per molti, prudenza del pontefice durante la persecuzione nazista culminata nella Shoah hanno lasciato una frattura quasi insanabile tra le due religioni che si può dire hanno una matrice comune e molte più similitudini che diversità, se pensiamo che la conversione di Israele segnerà la fine della Storia e l’avvento del Regno promesso già precognizzata da San Paolo. Un altro punto saliente ben evidenziato nel saggio è differenza sostanziale tra antigiudaismo (teologico) e antisemitismo (politico e razziale), quest’ultimo moltop più recente e germinato dalle stesse matrici politiche di stampo cristiano poi abbracciate in modo più radicale da correnti politiche più estremiste. Questa struttura pone l’opera tra la sintesi storica e l’analisi interpretativa, ricca di riferimenti documentari e di letture critiche dei comportamenti ecclesiastici. La fine dell’antigiudaismo cristiano di Philippe Chenaux è una lettura ben documentata e argomentata per chi vuole comprendere come la Chiesa cattolica abbia affrontato — e lentamente, con grandi resistenze, superato — secoli di pregiudizi religiosi nei confronti degli ebrei. Sebbene non risolva tutti i nodi interpretativi e lasci aperte alcune questioni critiche, rappresenta senz’altro un contributo significativo alla storiografia sul dialogo giudéo-cristiano.

          Philippe Chenaux è professore emerito di Storia della Chiesa moderna e contemporanea alla Facoltà di teologia della Pontificia Università Lateranense. Ha insegnato nelle università di Friburgo, Ginevra e Arras. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia del papato in età contemporanea, la storia del concilio Vaticano II e del pensiero cattolico del Novecento, temi su cui ha pubblicato numerosi studi. Il suo libro più recente è Charles Journet (1891-1975). Un théologien engagé dans les combats de son temps (Desclée de Brouwer, 2025).

          Source: libro inviato dalleditore.

          :: Il tempo del girasole di Claudio Aorta (Balzano editore 2025) a cura di Giulietta Iannone

          27 dicembre 2025

          E se il tempo fosse circolare e non lineare? Ipotesi affascinante che apre la strada ai viaggi nel tempo, tema da sempre caro alla fantascienza da Un americano alla corte di Re Artù (1889) di Mark Twain e La macchina del tempo (1895) di H.G. Wells in poi. Claudio Aorta nel suo primo romanzo dal titolo Il tempo del girasole, edito da Balzano Editore, tratta questo tema aggiungendo riflessioni spirituali, esistenzialiste e storiche che danno al testo una certa profondità pur restando un romanzo di narrativa. Protagonista è una donna, Elena Giachetti, una giovane e brillante scienziata farmaceutica partenopea, la cui vita cambia radicalmente quando si reca a Posillipo per dipingere en plein air e per una distorsione spazio-temporale si trova catapultata nella Napoli del 1799, un periodo storico drammatico e non tanto conosciuto segnato dalla Rivoluzione Partenopea, che vide contrapposti giacobini e monarchici in un anelito di libertà sul modello della Rivoluzione francese. Il romanzo così alterna due piani temporali, la Napoli contemporanea e quella del tardo Settecento, espediente narrativo che serve all’autore per esplorare come il passato influenzi il presente in un continuum spazio temporale. Uno degli aspetti più originali del romanzo è come l’autore pone di fronte scienza, ragione e fede creando una vera tensione morale all’interno dello spazio interiore della protagonista. C’è spazio anche per l’amore tra Elena e Carlo Ballardini, il Direttore dell’Orfanotrofio “Angeli della Carità”, vissuto come uno stadio di crescita e arricchimento personale. Napoli poi diventa protagonista a pieno titolo, coi suoi vicoli, le sue piazze, la sua gente e i personaggi storici che via via Elena incontra. Il tempo del girasole è dunque un’opera sfaccettata, ricca ed evocativa che va oltre al semplice racconto storico ponendosi interrogativi sul tempo, sull’identità e su quanto il mondo interiore influenzi quello esteriore. Presto è annunciato un seguito del romanzo.

          Claudio Aorta è nato a Napoli nel 1972 e vive a Roma dal 2001. Laureato in Economia e Commercio, lavora presso IP – Italiana Petroli.
          La scrittura lo accompagna sin dai tempi del liceo e, nel corso degli anni, lo ha portato a sperimentare diverse forme espressive: poesie, canzoni, racconti e libri. Ha inoltre realizzato una sceneggiatura e un libro per bambini ancora inedito, oltre a collaborare con giornali online e riviste religiose, firmando articoli di attualità e riflessione interiore.
          Nei suoi scritti esplora temi come la storia, la fede e il tempo, traendo ispirazione dalla vita quotidiana, dalle conversazioni con i figli e dal costante dialogo con la spiritualità.

          Source: PDF inviato dall’autore, che ringraziamo anche per il caffè offerto su Ko-fi.

          :: Un’intervista con il Gen. Livio Ciancarella a cura di Giulietta Iannone

          16 novembre 2025

          Buonasera Gen. Livio Ciancarella, grazie di avere accettato la nostra intervista. Inizierei con una domanda di rito: si presenti ai nostri lettori, studi, pubblicazioni, attività anche non legate alla scrittura.

          Buonasera dott.sa Iannone, sono un militare in pensione, ho partecipato a sei missioni all’estero in varie aree delle quali ho approfondito la cultura e le usanze, mi piace la storia e ho pubblicato un primo libro (Sotto un cielo senza confini – storia di un bisnonno fedele all’Austria) nel 2016 che ha vinto il premio Sandomenichino, poi Intrigo in Afghanistan nel 2024 (un giallo poco giallo e molto autobiografico) e infine questo ultimo saggio nel 2025. Insegno gratuitamente Geopolitica e Storia dell’Islam e sono apicoltore, dove imparo molto da questi piccoli esserini.

          È l’autore del saggio I primi caduti della Comunità europea – Parlano i sopravvissuti di Podrute – Novi Marof. Un testo molto ben documentato che raccoglie interviste, lettere, atti processuali, foto, mappe. Perché ha sentito la necessità di scrivere questo libro?

          Grazie. Ho constatato che nessuno aveva mai sentito i diretti testimoni di un fatto cruento del 1992, i parenti delle vittime, i sopravvissuti e persino la parte che ha aggredito. Inoltre c’era molta incertezza sui dettagli dell’evento.

          E come ha raccolto le fonti? Quanti anni ci ha messo?

          Un paio di anni. Le interviste sono state un lavoro faticoso perché doveva essere personalizzato e mi interessava coinvolgere più persone possibile. Le fonti principali sono stati gli atti processuali dei tre gradi di giudizio di un evento che ha fatto giurisprudenza nel diritto internazionale, poi le testimonianze dirette, poi i documenti disponibili online comprese le dichiarazioni fatte ai media serbi, infine alcuni dettagli tecnici e cronologici ricostruiti con il confronto delle fonti.

          Nell’introduzione scrive che per un soldato peggio della morte è la perdita della memoria, che i fatti siano distorti, occultati o dimenticati. Pensa che sia un sentimento diffuso tra i militari?

          Non lo penso, ne sono certo. Questo deriva da anni della mia vita dedicati a svolgere missioni militari all’estero e dal confronto con le memorie di altri veterani in altri contesti. Vede, perdere la vita non è nulla in confronto all’abisso di essere considerati inutili dopo mille sforzi profusi.

          Il libro riapre una pagina dolorosa, l’abbattimento dell’elicottero della Comunità economia Europea (diventerà UE solo il 7 novembre 1993 a Maastricht) del 1992. Cosa successe davvero il 7 gennaio del 1992?

          Nel 1991 venne avviata la ECMM (European Commission Monitor Mission), una missione disarmata accettata dalle parti che doveva monitorare i tentativi di comporre il conflitto appena scoppiato in Jugoslavia. In quella data un nostro elicottero completamente bianco venne intercettato e abbattuto da un MiG 21 federale (jugoslavo) causando la morte di cinque osservatori, quattro italiani e un francese.

          Una storia poco conosciuta se vogliamo, cosa hanno cercato di nascondere? Un incidente o un atto deliberato di Belgrado?

          I mandanti sono stati sottoposti a giudizio in contumacia e giudicati colpevoli di strage e crimini di guerra in Italia e in Croazia, non c’è dubbio sulla intenzione deliberata. Più controverso è capire i motivi per cui questo sia stato fatto: inizialmente si era cercato di far ricadere la colpa sui Croati, poi che si fosse trattato di un tragico errore. Esistono molte teorie sui motivi, ma nessuna ha messo la parola fine a questa storia. Forse succederà in futuro, forse no, io ho fatto le mie considerazioni raffrontando il clima e gli eventi contestuali.

          È in fondo anche una storia di memoria negata, verso le vittime e l’opinione pubblica. Che conseguenze avrebbe potuto avere?

          Viviamo in un mondo di ipocrisie, esaltiamo l’integrazione, ma non sappiamo rendere merito a chi si è speso per questo. Beninteso le medaglie nazionali ci sono state, ma manca ancora un riconoscimento dalla UE per i suoi primi caduti, quasi che una malcelata e incomprensibile real politik impedisca di farlo. Mi ha poi amareggiato constatare la differenza di trattamento per i figli dei caduti in Francia e in Italia, due pesi e due misure indegni di un continente che si dice unito. I conti con la storia possono venire tardi, ma vengono sempre.

          E per quale ragione fino a oggi i testimoni, o chi partecipò all’abbattimento dell’elicottero con gli osservatori della Comunità Europea fanno ancora così fatica a parlare e raccontare la verità? Come se lo spiega?

          Per i Serbi questo evento costituisce un grande imbarazzo: da un lato si vorrebbero lasciare alle spalle gli orrori ed errori della guerra, dall’altro il partito dei veterani costituisce ancora una forza elettorale influente. Nonostante due tentativi con amici storici non ho da loro avuto risposta alle mie domande che ho comunque pubblicato, con riscontri dai media, in attesa di una futura edizione partecipata. Per i colleghi italiani la ritrosia è meno nettamente spiegabile: vi sono casi rispettabili di rifiuto a riaccendere il dolore e vi sono stati casi di pubblicazione negata a intervista conclusa, come se non si dovesse parlare di certe cose. In parte è una ritrosia tipica di chi ha visto la morte, in parte è timore di conseguenze, quali poi non sono riuscito a capirlo.

          Grazie della disponibilità, e se le posso chiedere ha nuovi progetti di scrittura in corso?

          Credo che prossimamente lavorerò a un romanzo semiautobiografico ambientato in Libano, una storia d’amore e guerra intrecciata coi luoghi dove il tempo è ciclico (aion), “Il cielo del Libano”. Che gliene pare? Grazie a voi e buon lavoro.

          :: Un’intervista con Marina Visentin, autrice di A mani nude, a cura di Giulietta Iannone

          1 novembre 2025

          Bentornata, Marina, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Dopo Aurora, sei tornata a un tuo personaggio seriale, Giulia Ferro, di cui hai già pubblicato Cuore di rabbia e Gli occhi della notte, con SEM. A mani nude è il terzo episodio della serie che esce con Laurana editore, nella collana Calibro 9. Come è cresciuto il personaggio di Giulia? Sta facendo pace con il passato e con la figura del padre? C’è meno rabbia in lei, un’apertura verso una riconciliazione?

          Sì, il personaggio di Giulia è certamente cresciuto, è cambiato, pur mantenendo ovviamente i tratti fondamentali della sua personalità. Ha cominciato a fare i conti col proprio passato e a esplorare, in qualche misura, la possibilità del perdono, nei riguardi degli altri – di chi le ha fatto del male – e soprattutto di se stessa.

          Un percorso, un cambiamento che io avevo in mente fin dall’inizio. Perché Cuore di rabbia, Gli occhi della notte e adesso questo terzo episodio, A mani nude, nella mia testa sono nati tutti insieme alcuni anni fa. Poi ognuno di questi libri ha avuto bisogno del suo tempo di incubazione, naturalmente, e ognuno racconta una storia specifica, che ha un suo inizio, un suo svolgimento e una conclusione. Però ogni nuova indagine per Giulia Ferro vuol dire in qualche modo indagare anche su se stessa, sul proprio passato, sulla propria vita, sul senso da dare alle cose. Quindi, al di là dei singoli delitti su cui di volta in volta si appunta l’attenzione della nostra vicequestora e quindi del lettore, quello che viene raccontato nei tre libri è anche la storia di Giulia Ferro: una donna segnata da un passato molto complicato, che l’ha resa da una parte estremamente forte, abile nel suo lavoro, molto rispettata, forse anche un pizzico cinica, e dall’altra un’anima ferita che non riesce a trovare pace perché le ferite, i dolori, le sofferenze che hanno costellato la sua vita fin dalla prima infanzia sono ancora impressi nella sua carne, nel suo animo, come cicatrici che non si lasciano semplicemente cancellare con un colpo di spugna.

          Gli anni di piombo, la lotta armata rivoluzionaria, il periodo delle stragi, sono una ferita ancora aperta della storia italiana, con cui forse non si è ancora venuti a patti. C’è stato come una sorta di oblio, quasi si facesse fatica a metabolizzare quel periodo. Perché hai scelto di parlarne nei tuoi libri e hai scelto un passato così ingombrante per la tua protagonista? Questo conflitto generazionale ti serviva anche per raccontare una pagina così tragica della nostra storia con più partecipazione emotiva?

          Gli anni di piombo erano già presenti nel primo romanzo della serie, anche se là si trattava soltanto di un accenno. Quando ho immaginato la mia protagonista, ho avuto bisogno di immaginarla tutta intera, con tutte le caratteristiche, gli elementi, i dettagli della sua vita, anche quelli che nel primo romanzo non sarei riuscita a sviluppare. Però io avevo bisogno di averli già in mente tutti, di avere in mente tutta la sua storia, il suo passato, la storia della sua famiglia. Una storia pesante, proprio perché figlia di quell’epoca, dei drammi, delle ombre, delle contraddizioni di quel periodo storico. Un passato ingombrante, certo, e la protagonista ha bisogno di rielaborarlo, di affrontarlo e può farlo solo riprendendo i contatti con suo padre, affrontando quel conflitto che per molti anni è rimasto sepolto come fuoco sotto la cenere.  Posso aggiungere che questi argomenti non sono emersi casualmente in questi miei ultimi libri: sono temi per me importanti e sono anni che ci dedico tempo, leggendo e approfondendo. Si tratta di pagine drammatiche della nostra storia, come tu giustamente dici, ed è qualcosa di cui bisogna continuare a parlare. Perché noi tutti siamo in qualche modo figli di quell’epoca, di quel sogno rivoluzionario spesso tragicamente scivolato nell’incubo degli anni di piombo.

          Ci sono spunti autobiografici, o storie che hai sentito raccontare che ti hanno influenzata?

          No, di spunti autobiografici non ce ne sono in questo romanzo, e non ho nemmeno ricostruito casi o vicende particolari di quegli anni, però ho studiato in modo approfondito quel periodo storico e, per chi lo conosce, non sarà difficile ritrovare tutta una serie di dettagli storici specifici, dal rapimento di Carlo Saronio alla sparatoria alla cascina Spiotta durante il sequestro Gancia, giusto per fare due esempi concreti. Come dicevo, è un tema che da un punto di vista soprattutto etico mi interpella molto, quello della lotta armata, sono anni che ci dedico letture e riflessioni.

          C’era chi ci credeva, e chi ha cavalcato l’onda per motivi che esulavano dagli ideali, e dalla fede politica. Senza entrare troppo nei dettagli della trama, come hai affrontato questo divario?

          Mettendo in scena personaggi diversi, che hanno seguito a volte traiettorie esistenziali radicalmente diverse, pur avendo magari iniziato da giovani nello stesso identico modo. Anche qui non ho ricostruito specifiche parabole esistenziali, ma ho pescato qua e là elementi veri, storie reali e le ho cucite insieme immaginando personaggi che potessero rappresentare le diverse sfumature della cosiddetta militanza. Sfumature a volte anche radicalmente opposte, tra afflato ideale e mero opportunismo, assoluta onesta morale e bieca malafede.

          Quanto c’è di Milano reale e quanto di immaginario nella rappresentazione dei suoi quartieri? Come hai scoperto l’utilizzo delle vie d’acqua per portare i marmi con cui è stato costruito il Duomo? Come scegli i dettagli storici da inserire senza appesantire la narrazione?

          La Milano che racconto nei miei libri è assolutamente reale, sia la Milano di oggi sia la Milano del passato. Quindi la storia di Milano, l’utilizzo delle vie d’acqua per portare i marmi con cui è stato costruito il Duomo, è una notizia storica, come lo sono tutti gli altri dettagli che ho inserito dentro la narrazione, sia parlando dei navigli, sia parlando del cimitero monumentale, sia descrivendo altri scorci, altri quartieri, altre vie, piazze e palazzi di Milano. Io amo molto descrivere Milano e cerco di essere sempre molto precisa e documentata. Poi è chiaro che qualche libertà bisogna a volte prendersela. Faccio un esempio: al cimitero monumentale tutto quello che ci ho messo dentro, che trovate nelle pagine del mio libro, è assolutamente vero, reale, non ho inventato nulla. Però ho giocato un po’ con la topografia, spostando alcune tombe, collocandole più vicine di quello che sono nella realtà, semplicemente per riuscire a dare un’idea dell’atmosfera con un rapido colpo d’occhio, in modo che anche il lettore che non conosce il cimitero monumentale di Milano, perché non ci ha mai messo piede, sia in grado di cogliere le caratteristiche essenziali di questo museo a cielo aperto che in qualche modo si presenta come una città nella città. In generale, tutti i dettagli storici che si trovano nei miei libri e che riguardano Milano sono assolutamente realistici e autentici. Ma la scelta di utilizzare un’immagine invece che un’altra, di raccontare uno specifico aneddoto, di mettere in primo piano un dettaglio e magari un po’ in ombra un altro, non ha a che fare con il realismo ma con precise scelte narrative. Sono scelte chiaramente funzionali al racconto, al fatto di esaltare un certo tipo di atmosfera invece che un’altra. Insomma, come sempre nei miei romanzi, anche in questa terza avventura di Giulia Ferro la realtà si mescola con l’immaginazione.

          Sei un’esperta di cinema, ci sono film che ti hanno influenzata nella stesura di questo romanzo? Sarebbe bello anche un parallelo tra la tua Milano e la Milano scerbanenchiana di Venere Privata (penso al film del 1970 diretto da Yves Boisset).

          Sì, mi occupo di cinema da tanti anni e sicuramente la mia abitudine a consumare immagini in movimento influenza il mio modo di scrivere, e quindi ha influenzato questo romanzo come tutti gli altri romanzi e racconti che ho scritto nella mia vita. In specifico, devo dire che no, per quanto io apprezzi tantissimo i romanzi di Scerbanenco, non mi riconosco tanto in quel tipo di immaginario. Piuttosto, proprio nel periodo in cui stavo più o meno completando la stesura di A mani nude, ho riletto i romanzi di un altro autore milanese, che amo molto: Renato Olivieri. E ho deciso di rendergli omaggio ambientando una parte del mio romanzo esattamente in quella Milano borghese e sorniona tra via Bianca di Savoia, via Anelli e via Beatrice d’Este che fa da sfondo a Maledetto Ferragosto, un romanzo del 1980 che vede protagonista il commissario Ambrosio (portato al cinema da Ugo Tognazzi ne I giorni del commissario Ambrosio di Sergio Corbucci).

          Tra tutti i personaggi secondari, c’è qualcuno che ti ha emozionato o divertito particolarmente mentre scrivevi? A me è piaciuto molto Vitalo (ma anche la sua ex, madre di suo figlio) e Alfio Russo.

          Alfio Russo ormai non lo definirei più neanche un personaggio secondario. Certo, viene dopo rispetto alla protagonista, Giulia Ferro, ma è talmente presente da essere indispensabile.  E sì, parlare di Alfio Russo, immaginare i dialoghi fra lui e Giulia Ferro è sempre emozionante, sempre molto divertente. Parlando in specifico di A mani nude, forse è il personaggio di Vitalo quello che più mi ha coinvolto. Vitalo è un vecchio amico del padre di Giulia Ferro e, come Rino Ferro, ha avuto un passato nella lotta armata, anche se non ha ucciso nessuno, però ha creduto, almeno in quel particolare periodo della sua vita, che attraverso la violenza sarebbe stato possibile un cambiamento della società, un cambiamento positivo. Ha creduto nella possibilità di una rivoluzione in grado di eliminare le tante intollerabili ingiustizie che allora, come oggi, contraddistinguono la realtà che ci circonda. Vitalo è una persona che ha fatto tanti errori nella sua vita, ma è sempre rimasto un idealista, una persona estremamente buona, incapace di voltarsi dall’altra parte quando vede un’ingiustizia. Una caratteristica che finisce col metterlo nei guai, per l’ennesima volta della sua vita. Proprio questa ambiguità, questa doppia valenza – intenzioni buonissime che però possono dare adito a errori dalle conseguenze tragiche – era quello che mi interessava raccontare quando ho deciso di mettere in scena il personaggio di Vitalo.

          Pensi che il noir possa essere uno strumento efficace per raccontare la memoria storica?

          Sì, certo, il noir è uno strumento estremamente efficace per descrivere il mondo, la realtà che oggi ci circonda, ma anche il mondo da cui veniamo, la storia da cui proveniamo. Un delitto è in qualche modo una lente di ingrandimento che ci permette di vedere meglio tutto ciò che c’è intorno. Per questo un’indagine è sempre anche un modo per scavare nelle ombre, esplorare gli angoli non immediatamente visibili, scoprire ciò che a un primo sguardo può non essere evidente. E questo vale a maggior ragione se parliamo del passato, e quindi della memoria storica. Io credo tantissimo nell’importanza di coltivare la memoria, preservarla, rispettarla. Tenendo conto che senza memoria, sia come singoli individui, sia come società, rischiamo di perdere la nostra identità.

          Quanto lavoro richiede la costruzione dei dettagli investigativi e procedurali nel romanzo? Ti sei avvalsa della consulenza di veri vicequestori, giudici, semplici poliziotti?

          Sì, io cerco sempre di documentarmi il più possibile, ogni volta che scrivo un libro, anche “interrogando” amici poliziotti, giudici e avvocati. Però è vero che – e questo me lo ha detto un amico scrittore, ex poliziotto ormai in pensione – se tu metti in un libro un’indagine esattamente così com’è nella realtà, il rischio è che sia noiosissima. Nel momento in cui un’indagine la descrivi in un romanzo, devi per forza reinventarla, rimontarla, raccontarla tradendo in qualche modo la realtà. Però questo non deve voler dire tradire la fiducia del lettore. Insomma, se da una parte è giusto e sacrosanto prendersi delle libertà, perché sennò probabilmente il risultato sarebbe veramente indigesto per chi legge, al tempo stesso non si può neanche prendere in giro il lettore. Io non amo particolarmente, neanche da lettrice, le descrizioni dettagliate di autopsie e in generale vedere l’indagine dal punto di vista della polizia scientifica, quindi questo è un tipo di dettaglio che nei miei romanzi c’è abbastanza poco. Preferisco ragionare sui moventi dei personaggi, approfondire le psicologie, piuttosto che occuparmi di intercettazioni, impronte, balistica o esami del DNA. Tuttavia, se ho bisogno di inserire dettagli di questo genere, naturalmente faccio in modo che siano il più possibile realistici. E controllo tutto ricorrendo al parere di qualche esperto, tutte le volte che è necessario.

          Hai mai pensato di scrivere un prequel su uno dei personaggi “del passato” degli anni Settanta? Magari proprio una storia incentrata sul padre di Giulia?

          Sinceramente, più che a un prequel avrei pensato a uno spin-off, perché una delle cose che ogni tanto mi viene voglia di fare è prendere Alfio Russo e trasformarlo a tutti gli effetti nel protagonista di una storia. Certo, anche un romanzo incentrato sul padre di Giulia potrebbe essere estremamente interessante, però non lo so, sono ancora molto in dubbio. Quando ho iniziato a scrivere Cuore di rabbia avevo già in mente l’intera trilogia, sapevo già dove volevo arrivare, avevo in mente tutto il percorso che avrebbe dovuto fare il mio personaggio. E avevo anche preso in considerazione che questo fosse l’ultimo romanzo e la storia di Giulia Ferro finisse qui. Adesso sono un po’ incerta. In realtà in questo momento non mi sento pronta ad abbandonare questo personaggio e quindi vorrei continuare, esattamente in quale direzione è proprio il dibattito che ferve in questo momento nella mia officina di scrittrice.

          :: A mani nude di Marina Visentin (Laurana Editore, 2025) a cura di Giulietta Iannone

          26 ottobre 2025

          Sono quasi arrivata a casa, nessuno mi aspetta e va bene così. Le otto sono passate da poco e il cielo sembra in fiamme, come se laggiù, sopra i tetti, si fosse aperta una fornace incandescente, rosso vivo. E tutt’intorno un blu profondo che mette quasi paura.
          In bilico sul buio, in attesa della notte, la città respira piano. Aspetta la fine dell’inverno.
          Io mi godo il vento. È come uno schiaffo in faccia l’aria fredda, ma il rosso del cielo mi tiene compagnia. Come un abbraccio che scalda. Nonostante tutto.

          A un anno dall’uscita di Aurora, Marina Visentin torna al noir, questa volta investigativo, con A mani nude. Stesso editore, Laurana, stessa collana, Calibro 9, stessa città: Milano.

          Un piacevole ritorno allo stile particolare con cui l’autrice interpreta il noir e trasforma Milano in uno scenario vivido e dolente, coi suoi Navigli, il Cimitero Monumentale, le vie borghesi, i palazzi eleganti, i bar-tabacchi di periferia, i cortili, le case di ringhiera. In questi luoghi scorre e si dipana una storia che intreccia presente e passato: il passato degli anni Settanta, quelli della lotta armata e degli anni di Piombo, che ultimamente sembra vivere una riscoperta dopo anni di oblio.

          Protagonista è il vicequestore Giulia Ferro, donna con un passato ingombrante: una madre dedita all’eroina, un padre militante. Carattere difficile, tanto quanto competente e brava nel suo lavoro.

          Il caso su cui indaga parte dal ritrovamento di due corpi: un ex terrorista rosso, Chicco Luini, con una fedina penale lunga e accidentata, annegato nei Navigli dopo essere stato pestato da tre ragazzi, di cui uno minorenne; e un appartenente alla Milano bene, Guido Andrea Del Corno, apparentemente morto suicida, impiccato nel Cimitero Monumentale, accanto al mausoleo di famiglia.

          Due casi nati già chiusi, anche se il ritrovamento dei corpi avviene a un giorno di distanza l’uno dall’altro. Le vittime appartengono alla stessa generazione, ma sembrano provenire da mondi opposti. Tuttavia, qualcosa non torna: indagando, grazie soprattutto alle informazioni fornite spontaneamente da Vitalo, un amico del padre anche lui ex-militante, Giulia scopre un improbabile e torbido legame tra i due, che la conduce a un vecchio rapimento degli anni Settanta, che costò la vita al rapito, quando i militanti della lotta armata usavano i sequestri — come altri crimini — per finanziare la loro causa rivoluzionaria.

          Marina Visentin scrive con precisione e sensibilità, sa unire i fili che legano il passato al presente, caratterizzando ogni personaggio con il suo bagaglio di sofferenza, difetti e pregi, senza calcare la mano sulla nostalgia. Delicato il legame tra la protagonista e il padre, a cui non smette di volere bene nonostante le sue scelte e i suoi errori, aprendo una strada verso la riconciliazione in un tenerissimo finale.

          Ma è l’indagine l’ossatura portante della storia: l’interrogatorio dei testimoni, la ricerca degli indizi, i rapporti spesso conflittuali tra i colleghi della procura. L’autrice rende molto bene questa parte, con scrupolo e attenzione ai dettagli. Non è tanto la ricerca di un solo colpevole il punto centrale, quanto il capire cosa successe veramente: come si concatenarono gli eventi che portarono a tante altre vittime collaterali, quale fu la scintilla, come se il male si propagasse a onde e lasciasse dietro di sé una scia di morte.

          Il passato non è idealizzato. Giulia è una poliziotta, una servitrice dello Stato — sebbene il termine sia desueto — e ha scelto una parte della barricata, nonostante le scelte del padre. Questo conflitto è una delle parti meglio descritte, con sensibilità e pudore.

          A mani nude conferma Marina Visentin come una delle voci più solide e consapevoli del noir italiano contemporaneo. È un romanzo che unisce rigore investigativo e introspezione emotiva, storia collettiva e ferite private, in una scrittura elegante e mai compiaciuta. Non cerca il colpo di scena, ma la verità nascosta nelle pieghe della memoria.

          Un noir intimo e civile, nel solco del noir civile di De Cataldo, ma con una delicatezza tutta femminile, attenta ai sentimenti, in cui il passato continua a bussare alle porte del presente e in cui la giustizia — come la vita — si compie solo a mani nude.

          Marina Visentin è nata a Novara, da oltre trent’anni vive e lavora a Milano. Giornalista e traduttrice, una laurea in filosofia e un passato da copy-writer, ha collaborato con numerose testate scrivendo di cinema. Ha pubblicato saggi sulla storia del cinema, libri di filosofia e costume (Filosofia Finalmente ho capito!, Vallardi, 2007; Raffasofia, Libreria Pienogiorno, 2021), romanzi gialli e noir (Biancaneve, Todaro Editore, 2010; La donna nella pioggia, Piemme, 2017; Cuore di rabbia, Sem, 2021; Gli occhi della notte, Sem, 2023; Aurora, Laurana Editore, 2024).

          Source: libro inviato dalla casa editrice Laurana che ringraziamo, assieme all’autrice.

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          :: Un’intervista con Isabella Zani, traduttrice italiana di “La vedova di Hong Kong” di Kristen Loesch, a cura di Giulietta Iannone

          26 ottobre 2025

          Benvenuta Isabella, e grazie di averci concesso questa intervista che verterà sul suo lavoro di traduzione di un libro molto particolare e per certi versi anche davvero complesso come La vedova di Hong Kong. Mentre lo leggevo mi è venuto spesso in mente di poterle fare delle domande per aiutarmi a comprenderlo e soprattutto a capire meccanismi narrativi che a volte sfuggono alla stessa autrice. Si può dire che anche il traduttore è un medium, parla con gli spiriti, si è sentita così mentre lo traduceva?

          Grazie a voi per l’invito e, per cominciare, tra “malati” di libri e di lettura direi di darci del tu.

          È senz’altro vero che il traduttore sia un medium, nel senso etimologicamente più stretto di “intermediario” tra una lingua e un’altra. Rispetto a chi pratica lo spiritismo, però, il traduttore di narrativa gode del grande vantaggio di poter guardare dentro un oggetto molto meno misterioso di una sfera di cristallo o di uno specchio oscuro, cioè il libro, o meglio il testo; e di avere a che fare con entità, i personaggi, non sempre trasparenti ma creati per essere leggibili. E questo anche quando ha a che fare con autori che non ci sono più, perché ogni scrittore che valga lascia un’eredità di senso interpretabile nei mondi che ha creato.

          Tu credi al soprannaturale, anche non dogmatico? Conoscevi la spiritualità cinese, tutte quelle leggende legate agli spiriti, agli dèi, al mito? Come ti sei documentata mentre traducevi? Ci sono pagine che hai letto per assorbirne il ritmo, la cadenza, il meraviglioso?

          Questa non è una domanda, bensì addirittura tre, alle quali proverò a rispondere con ordine e con onestà. Come persona no, non credo al soprannaturale in nessuna versione, quale che sia l’etichetta con cui viene presentato. Come traduttrice però devo credere a tutto, dato che il mio compito non è giudicare le scelte narrative dei miei autori bensì presentarle ai futuri lettori delle mie traduzioni come plausibili, esteticamente ed emotivamente.

          Sempre come persona, no, non possiedo una formazione legata alla spiritualità orientale in genere, e traducendo questo romanzo mi sono documentata quand’era necessario come sempre faccio svolgendo il mio lavoro: tramite le fonti reperibili in rete o in biblioteca, e con l’aiuto di colleghi ed esperti nei settori rilevanti. Come traduttrice non solo devo credere a tutto, ma devo anche capire tutto, per poterlo restituire con qualche credibilità; tuttavia accorgersi di non sapere cose, e doverle imparare, è una delle grandi gioie del mestiere.

          Infine, se per “letto” si intende “letto ad alta voce”, no, non è una mia abitudine mentre lavoro, perché di norma una scrittura felice è in grado di suonare la propria musica originale stando sulla pagina, e di accompagnare il traduttore alla ricerca di un’equivalente (che non significa identica) musica dell’italiano… o almeno questo è l’intento, poi saranno i lettori a giudicare se riuscito o meno.

          Il romanzo attinge profondamente alla spiritualità cinese, al culto degli antenati, alle leggende locali di Hong Kong. Come hai gestito la resa in italiano di questi concetti, così specifici ma anche universali? Hai sentito il bisogno di “spiegare” o hai preferito lasciare una certa aura di mistero?

          È un tipo di decisione in cui di norma ci si lascia guidare dal testo. Questo romanzo è ambientato perlopiù in specifici luoghi della Cina e animato da personaggi cinesi, ma è scritto in inglese, quindi in un certo senso anche l’autrice aveva già “tradotto” le vicende – sia pure di fantasia – dalla lingua in cui si sarebbero svolte alla propria, e per questo ha inserito delle spiegazioni nel processo di scrittura dove lo sentiva necessario; in questi casi il mio lavoro può limitarsi alla “normale” resa in italiano. In altri, dov’è l’autrice a decidere di usare dei termini cinesi (o presi da altre lingue) senza tradurli e lasciare al contesto il compito di chiarirli, ho fatto la stessa cosa, in modo che le dosi di mistero presenti nell’originale e nella traduzione si equivalessero. Il lettore desideroso di approfondire un qualunque elemento del testo ha senz’altro a disposizione molti modi rapidi di soddisfare la propria curiosità.

          La vedova di Hong Kong è intriso di un’atmosfera sospesa, quasi rarefatta, dove il confine tra reale e sovrannaturale è labile. Com’è stato per te abitare questa soglia durante il lavoro di traduzione? Hai mai avuto la sensazione che le parole ti stessero portando da qualche altra parte, oltre la pagina?

          L’ho avuta spesso ma per un motivo totalmente personale, legato alla mia biografia. Avevo una carissima amica che era di genitori europei ma che per un caso del destino era nata e aveva vissuto a lungo a Hong Kong, e conosceva la Cina continentale. Nel corso della nostra amicizia mi ha raccontato molto spesso di quei luoghi, dei loro abitanti e della loro cultura, con cui era cresciuta in contatto strettissimo; ora questa persona è scomparsa da diversi anni, ma per tutto il tempo della stesura e della revisione del romanzo tradotto ho sentito la sua voce e i suoi racconti risuonarmi dentro molto nitidamente, e ho avuto l’impressione di passare dalle pagine a un luogo del cuore dove io e la mia amica siamo ancora insieme. Penso che il romanzo le sarebbe piaciuto molto.

          Lo potresti definire un romanzo post-coloniale? È un genere che leggi o frequenti?

          La mia esperienza in questo senso si limita alla traduzione, ormai risalente a due decenni fa, di un bel romanzo dell’autore nigeriano Chris Abani. Se vale la definizione per cui è letteratura post-coloniale quella prodotta da autori nati nei paesi che hanno subito la colonizzazione europea, ma scritta nella lingua dei colonizzatori, tenderei a escludere La vedova di Hong Kong, da questo ambito. Semmai lo ascriverei a quello più ampio delle storie di fuga e sradicamento, condizione che nel libro non riguarda solo la protagonista Mei.

          Il romanzo può essere definito anche un romanzo gotico con venature horror, benché molto leggere. C’è stata una scena che ti ha fatto veramente paura? O pensi anche tu che più dei fantasmi vendicativi fanno paura la soppressione della memoria, lo sradicamento culturale, la violenza dei vivi?

          Più che davanti alle scene sanguinose, le mie personali paure si risvegliano davanti a quelle di separazione forzata e di lutto, perché rievocano sensazioni note contro cui la pagina scritta costituisce una protezione molto fragile. Ma se si esce dalla dimensione individuale, mi sembra innegabile che tutto ciò che gli esseri umani riescono a fare ad altri esseri umani nella realtà senza, a quanto pare, trarre alcun moto di redenzione da millenni di carneficine e delitti efferati, sia molto più spaventoso di qualunque violenza immaginata e narrata.

          Il romanzo intreccia con eleganza passato e presente, vivi e morti, spiriti e memorie. Come sei riuscita a fronteggiare le tre linee temporali, a capitoli alternati, con cui è scritto il romanzo? L’hai tradotto consequenzialmente o diviso in blocchi temporali?

          Indipendentemente dalla struttura, traduco ogni romanzo da lettrice, per così dire: cercando di saperne il meno possibile prima di cominciare il lavoro e procedendo di pagina in pagina senza salti perché voglio farmi sorprendere, e al limite anche confondere. È sempre possibile tornare indietro e fare delle modifiche se ci si accorge che qualcosa che succede “dopo” influenza la resa di qualcosa che è successo “prima”; come traduttrice mi è già accaduto di tradurre romanzi dalla struttura non lineare, e a rischio di sembrare un disco rotto, ripeto che un buon testo aiuta sempre a riannodare i fili.

          La lingua originale, l’inglese dell’autrice, è profondamente influenzata dalla cultura cinese. Come si restituisce questa doppia anima – occidentale nella forma, orientale nel respiro – in una terza lingua, l’italiano?

          A me pare che in questo romanzo la cultura cinese influenzi, più che la lingua, le caratteristiche dei personaggi e il modo in cui interagiscono tra loro; la sintassi è senz’altro inglese, benché l’ambientazione sia orientale e l’autrice abbia una formazione da slavista. Semmai la resa in italiano ha dovuto tenere conto di un certo gusto per le metafore legate appunto alla cultura cinese: “la bocca come una prugna salata”, “la faccia rossa e lucida come una busta di Capodanno”. Pochi di noi hanno assaggiato una prugna salata, o visto una busta di Capodanno, ma non sarebbe stato corretto ridurre le similitudini a qualcosa di più familiare, perché fanno parte del mistero di cui si diceva più sopra e sono lontane per noi come lo sono per il lettore di lingua inglese.

          Cosa è stato più difficoltoso durante la traduzione del libro? C’è qualche parte che hai affrontato davvero come una sfida? Di cosa sei più soddisfatta?

          Affronto ogni traduzione come la sfida di restituire al lettore italiano la stessa esperienza estetica, in senso letterario, che il testo mi porta a immaginare abbia provato il lettore di lingua originale. Nel caso della Vedova di Hong Kong forse una difficoltà è stata quella di fare attenzione a evitare di introdurre nel mio testo elementi estranei all’ambientazione. Per esempio i funghi “orecchio di Giuda” (in inglese cloud ear)sono diventati semplici “funghi orecchio”: in inglese il problema non si poneva, ma in italiano il riferimento evangelico sarebbe risultato incongruo in bocca a un personaggio cinese. In generale direi che sono soddisfatta dell’equilibrio che mi pare di aver trovato tra il lessico e il modo di esprimersi di Mei bambina e quelli di Mei adulta, anche se il merito non è solo mio; non c’è traduttore che non debba ringraziare i suoi revisori, quando sono stati attenti e precisi come nel caso di questo libro.

          La scrittura di Kristen Loesch è poetica, quasi musicale. Come hai lavorato per conservarne la musicalità in italiano, evitando l’eccesso di lirismo ma senza tradire la delicatezza dell’originale?

          Desolata, ma qui torna il disco rotto: ogni buon testo prende per mano il traduttore, gli dice come vuole essere tradotto, si tratta solo di ascoltarlo. Se non c’è eccesso di lirismo nella mia versione è perché non eccede l’originale; se c’è la giusta delicatezza è perché era già “giusta” prima, e si trattava solo di individuarla e restituirla. Come questo avvenga non è facile da spiegare; c’entrano sicuramente la personale sensibilità per la lingua di partenza, la padronanza della lingua di arrivo, l’esperienza man mano che la si accumula, ma anche un elemento “medianico” di cui in effetti ogni traduttore capace è dotato ma che difficilmente riesce a descrivere a parole, forse anche perché non si manifesta in ciascuno allo stesso modo.

          Mei attraversa decenni, guerre, lutti, metamorfosi. Tu che l’hai “accompagnata” parola per parola, come descriveresti il tuo rapporto con questa protagonista? Ti è rimasta dentro, alla fine? O c’è un altro personaggio, anche minore, che ti ha particolarmente colpita e ti ha arricchita mentre traducevi le sue vicende?

          Con questa protagonista ho avuto un rapporto ambivalente, nel senso che alcune sue collere e rigidità nei confronti del prossimo, pur essendo giustificate dalle sue molte esperienze tragiche, talvolta mi parevano eccessive; ma con i personaggi ben scritti succede sempre di aver voglia di abbracciarli e di prenderli a scrolloni contemporaneamente, di salvarli dalle circostanze ma anche da sé stessi. Poi devo confessare un affetto particolare nei confronti del personaggio di Madame Volkova, la bottegaia russa, profuga e dolente come Mei, che a quanto sembra non si lascia consumare dalla rabbia e crede fermamente nella possibilità di ritrovare qualche piccola gioia nell’esistenza. Leggerei e tradurrei volentieri il romanzo della sua vita.

          Cosa speri che i lettori italiani sentano o scoprano, anche solo tra le righe, grazie al tuo lavoro?

          Quello che spero con ogni traduzione: che il mio lavoro gli faccia scoprire una storia che valeva la pena di leggere, che gli faccia compagnia e gli lasci un bel ricordo. A un romanzo non si può chiedere molto di più; non sono tutti destinati a cambiare il mondo o la storia della letteratura, ma se per qualche tempo ci spalancano davanti agli occhi uno scenario diverso da quello di una quotidianità che può essere anche difficile, e ci fanno battere il cuore, hanno già fatto molto.

          Dopo aver attraversato questa storia di spiriti, vendette, madri e figlie, è cambiata in qualche modo anche la tua idea di “memoria”? Cosa ci resta davvero, secondo te, quando tutto sembra perduto?

          Credo che per ognuno la memoria sia una faccenda molto personale, che va anche protetta con qualche pudore. Se è vero, come ci ha insegnato Shakespeare, che “tutti i nostri ieri” servono solo a illuminare la strada verso la morte, è anche vero che tutto sommato stare al mondo significa accumulare ricordi, belli, ordinari e tremendi; penso sia bene tenerceli stretti perché è di quelli che siamo fatti, e nei momenti in cui tutto sembra perduto credo cha la memoria anche di un solo momento felice possa fare da motore alla speranza che un mondo più giusto esista, e che ciascuno di noi possa darvi un contributo anche solo vivendo una vita sincera.

          :: L’orologiaio di Brest di Maurizio de Giovanni (Feltrinelli 2025) a cura di Giulietta Iannone

          22 ottobre 2025

          Liberamente ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti, ma rielaborati in chiave narrativa, L’orologiaio di Brest di Maurizio de Giovanni, edito da Feltrinelli nella collana I Narratori di Noir, è un noir atipico nel panorama letterario italiano, che unisce impegno civile, senso della storia, attenzione ai legami familiari ed esistenziali, e un’analisi accurata, seppure filtrata dal genere, degli anni di Piombo. Periodo storico quasi epurato dal dibattito civile italiano, non solo letterario.

          Ancora si fatica a fare pace con un periodo drammatico della storia italiana, in cui la strategia della tensione, le stragi, gli attentati, le verità sepolte, la lotta armata di gruppi terroristici paramilitari imperversavano contro le istituzioni. Motivazioni sociali, ideologiche, politiche erano alla base di questi movimenti, con derivazioni più o meno opache tra servizi deviati e organizzazioni segrete parallele se non antagoniste dello Stato.

          Fu una guerra civile, con vittime e carnefici, in cui spesso si era entrambi, e i meri esecutori non erano altro che pedine di mandanti che operavano nell’ombra.

          De Giovanni, non senza coraggio, abbandona i canoni classici della sua narrativa, i suoi personaggi seriali tanto amati dal pubblico dei suoi lettori, per attingere a questo materiale incandescente e scrivere un romanzo ibrido tra cronaca e realtà.

          L’orologiaio di Brest è un romanzo nuovo, con altri personaggi e altre motivazioni che esulano dal solo intrattenimento. Ricollegandosi alla narrativa civile di autori come Moravia e Pasolini, naturalmente con un altro stile e altre peculiarità, vuole fare riflettere, dare consapevolezza ai suoi lettori e portare all’attenzione dell’opinione pubblica temi come dicevo prima quasi rimossi.

          Certo resta un romanzo, non certo un saggio sugli anni di Piombo, ma alcune dinamiche sono analizzate da de Giovanni con grande attenzione e rispetto sia per le vittime, sia per i colpevoli a loro volta vittime. Facendo sì che il romanzo per forza e intento si avvicini ai grandi romanzi di denuncia.

          Memoria, perdono, senso di colpa, coraggio si intrecciano evidenziando che ci furono anche colpe precise, responsabilità, personaggi oscuri sorretti solo dall’ambizione o dalla sete di denaro che poco aveva a che fare con le ideologie, e tema controverso, che susciterà anche qualche polemica, presenti anche nelle insospettabili alte sfere ecclesiastiche.

          Sto cercando di parlarvi del libro senza spoilerare troppo della trama, perché resta un’indagine, semi ufficiale portata avanti da una giornalista coraggiosa, Vera Coen, il personaggio più riuscito del romanzo, a segnalare quanto de Giovanni dia risalto e importanza ai personaggi femminili, il commissario in pensione Bruno Terenzi, e il professore universitario e ricercatore Andrea Malchiodi. L’indagine verte su un attentato avvenuto negli anni ’80 in cui persero la vita un magistrato e un poliziotto, padre di Vera. Chi furono gli esecutori, chi furono i mandanti, perché nessun gruppo eversivo rivendicò l’attentato? Sono tanti gli interrogativi che si pongono sul loro cammino.

          Lo stile è scarno, quasi giornalistico, quanto più c’è di antipoetico, che ben si adatta a una storia tesa, cupa, dolorosa in cui è centrale il tema della memoria privata correlata a quella storica del paese. De Giovanni osa, arriva a fare provare compassione e pietà per il colpevole, perlomeno l’esecutore, descrivendoci anche la sua dimensione intima, la sua capacità di amare o credere negli ideali. Non c’è redenzione invece per i mandanti, spietati, occulti, ombre della storia senza coscienza. Passato e presente si alternano in capitoli senza datazione quindi ci vuole un po’ di pazienza e attenzione per seguire le fila della storia.

          Con L’orologiaio di Brest, Maurizio de Giovanni firma un noir civile, asciutto, profondamente contemporaneo, dove i contorni della finzione letteraria si sovrappongono alle ombre della nostra storia recente.

          Chi ha amato de Giovanni per la sua sensibilità e la profondità dei suoi personaggi ritroverà anche qui quelle qualità, ma declinate in modo diverso, più ruvido, più politico, più urgente.

          “Era l’epoca delle stragi, della lotta armata, della politica sommersa. Un pm e un poliziotto, due caduti tra i tanti. Vittime di guerra, in un certo senso.”

          L’orologiaio di Brest non è dunque solo un noir. È un romanzo sulla verità, e su quanto costi cercarla. Un libro che ci interroga, ci mette di fronte alle rimozioni collettive, e ci chiede di ricordare. Anche quando fa male.

          Il titolo, simbolico e pregnante, richiama la figura di un artigiano nascosto dietro le quinte della storia, che costruisce meccanismi di morte con la stessa cura con cui si compone un carillon.

          Maurizio de Giovanni è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano. È celebre soprattutto per il personaggio del Commissario Ricciardi, per i bastardi di Pizzofalcone, e per Mina Settembre, protagonisti di molte sue opere da cui sono state tratte serie televisive di successo.

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