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:: Laura Toffanello e Marco Pistacchio parlano di “L’estate del cane bambino” (66thand2nnd) a cura di Elena Romanello

10 marzo 2015

pisCome mai avete scelto un’epoca così lontana e non vissuta da voi per la vostra storia?

1961, a Brondolo una piccola località sperduta nella provincia di Venezia, a Ercole, Vittorio, Menego, Michele e Stalino basta un vecchio pallone tra i piedi, un mozzicone di sigaretta in bocca, una fuga al cinema nel paese vicino, per sentirsi i padroni del mondo. Se la loro non è felicità, le somiglia molto. Poi un bambino scompare, e in una notte i cinque amici dodicenni si ritrovano ad essere dei vecchi con tutta la vita da vivere davanti. Passano cinquant’anni, per Stalino, Vittorio, Michele e Menego cinquant’anni di rimorso, attesa, dolore, rimpianto, rimozione: di vuoto, perché dove non c’è verità regna il silenzio. Ne L’estate del cane bambino volevamo parlare delle conseguenze. Ci sono dei fatti che segnano per sempre la vita delle persone, a volte come nel nostro romanzo sono istanti irreversibili, dopo i quali nulla potrà più essere come prima, ma cosa accade in seguito? La relazione tra ciò che accade e le conseguenze che ne derivano chiama in causa il concetto di responsabilità, collettiva o individuale, quella secondo la quale bisognerebbe agire in modo tale per cui gli effetti delle nostre azioni siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana. E allora sono umani cinquant’anni di silenzio e di vuoto? È questo il prezzo dell’assenza della verità? È il silenzio a generare altro silenzio? E quali sono le nostre responsabilità personali e sociali?

Nella scelta di un tempo lontano da noi, non intendevamo indicare nel passato un’epoca di particolare oscurantismo e omertà distinta dal presente. Semplicemente, per lasciare maturare le conseguenze, avevamo bisogno di un lunghissimo lasso di tempo, e andando a ritroso di cinquant’anni, ci siamo ritrovati nei dintorni degli anni Sessanta. Abbiamo scelto il 1961 perché proprio nella ricorrenza dell’unità d’Italia, un piccolo paese prima si disgrega, di fronte al clima di caccia alle streghe che segue la scomparsa di un bambino, e poi viene spazzato via per sempre sotto la pressione di un concetto di fraintesa modernità.

Per il vostro libro sono stati citati Stand by me e It di Stephen King: che rapporto avete con questo autore?

“È la storia, non colui che la racconta”: con Steven King condividiamo assolutamente questa che è più di una semplice affermazione, è una dichiarazione poetica ed è metodo di scrittura. Cosa, che fra le altre, ci rende facile, oltre che possibile, scrivere insieme. Per il resto Stephen King è un mostro sacro, e It non l’abbiamo mai letto.

Nel libro si parla del dramma, oggi non più presente, dei manicomi. Come mai avete scelto questo tema e cosa pensate di come oggi sono trattate le persone diverse?

Come dicevamo prima, nel nostro romanzo il silenzio è nodale. Nella leggenda della valle dei sette morti, un bambino viene trasformato in cane perché non possa mai raccontare a nessuno cosa ha visto, nelle case di Brondolo si sbattono i pugni sul tavolo per troncare ogni discussione con donne e figli, e il silenzio, prima ancora della menzogna, avvolge le verità che devono essere taciute. Il silenzio è causa e conseguenza. Chi grida, finisce in manicomio, luogo per antonomasia dove vengono cancellati non solo gli individui, ma anche la loro voce e la loro storia. Come la società attuale tratti le diversità? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che la condizione di internamento nei manicomi prima dell’applicazione della legge 180 è la stessa che si ritrova oggi negli Opg, perché è identica la logica di annullamento sottesa. La violenza cambia forme, strumenti, ma la contenzione a qualunque costo resta ancora un dogma della psichiatria.

Nel libro citate Dumas. che rapporto avete con questo autore?

Più che con Dumas, abbiamo un rapporto con Il conte di Montecristo, libro che fa da contrappunto alla vicenda de L’estate del cane bambino e che Vittorio Boscolo il narratore, legge durante i giorni di punizione che gli vengono inflitti quando Narciso scompare. È un libro basato su un terribile fraintendimento. Tutti noi lo ricordiamo, dalle nostre letture infantili, colpevoli le riduzioni, come una storia di vendetta. Invece si tratta di una storia di perdono. Ma questo Vittorio lo scoprirà solo cinquant’anni dopo, quando leggerà il finale. Perché il senso delle storie si giudica dalla fine.

:: Addio a Bertrice Small, regina del romance hot, a cura di Elena Romanello

2 marzo 2015

Bertrice_SmallA chi non è addentro al mondo del romanzo storico, anzi del romance storico, il nome di Bertrice Small dirà niente o poco niente, ma per i patiti di un genere che, soprattutto nei Paesi di lingua anglosassone miete successi, la perdita di una delle loro autrici di culto è un grosso lutto, anche perché Sunny, come la chiamavano gli amici, era una persona che sapeva mantenere un ottimo rapporto con i lettori, di persona e tramite i nuovi media.
Nata nel 1937 a Manhattan, nel cuore di New York, aveva vissuto poi per quasi quarant’anni a Long Island, dove ha scritto 54 romanzi, soprattutto storici ma con qualche incursione nel contemporaneo e nel fantasy. Al centro dei suoi libri, eroine indomite e affascinanti, alle prese con amori e passioni, sullo sfondo di epoche storiche come il Medio Evo celtico, l’Inghilterra della regina Elisabetta, l’inizio dell’Ottocento.
Una caratteristica dei romanzi di Bertrice Small era la forte componente erotica, descritta in maniera molto esplicita con pratiche note e meno note: un qualcosa che le portò molti stimatori e stimatrici, anche perché fu una delle prime autrici ad abbattere tabù e a portare sensualità in storie di solito caste, ma anche detrattori che non digerirono la sua visione legata a più amori e relazioni contro un’idea che c’è ancora in molte lettrici del romance secondo cui l’amore deve essere unico, e pazienza se è tutto poco verosimile.
I suoi libri si organizzano in varie serie e in alcune storie autoconclusive, tra cui spiccano la saga di Skye O’Malley, quella delle eredi di Skye, quella dell’eredità di Friarsgate e la serie del mondo di Hetar.
Sulla reperibilità dei suoi romanzi c’è da aprire un capitolo a parte: in lingua originale i titoli sono tutti disponibili, basta fare una ricerca con Bertrice Small e vengono fuori, e un ottimo punto di partenza è il bel sito ufficiale della scrittrice, http://www.bertricesmall.com, con link a negozi on line. I libri della Small sono quasi tutti disponibili anche in francese, molti nella collezione di narrativa popolare J’ai lu, in vendita in tutte le librerie più importanti.
In Italia, si registrano un’uscita di Ribelle in amore, uno dei suoi primi libri, a se stanti e ambientati tra Europa e Turchia durante il periodo napoleonico, a metà anni Ottanta per Rusconi, e un titolo, Incantatrice, nella collana I romanzi Mondadori, per una storia di avventura e sensualità sullo sfondo dell’anno Mille, uscito all’inizio degli anni Novanta, insieme a L’indomabile ostaggio, un tuffo nell’Inghilterra medievale, per una collana di romance della Nord poi conclusasi. Diversi altri romanzi sono usciti negli anni per Euroclub o Mondolibri e non sono di facilissima reperibilità, anche se presso le biblioteche possono essercene delle copie così come nel mercato dell’usato.
In un momento di interesse provocato da un libro sbagliato per l’erotismo, merita senz’altro prendere in mano le storie provocanti, colorate, violente e piene di sesso in tutte le salse di Bertrice Small, innnazitutto per ribadire il concetto che con le sfumature non si è inventato niente e poi per leggere degli intrecci senz’altro molto più coinvolgenti e appassionanti, con qualche iperbole di troppo che alla fine non disturba ma intrattiene.

:: Segnalazione: Brigada fantasy per Tunuè, a cura di Elena Romanello

27 febbraio 2015

briLa casa editrice latinense Tunué, che da dieci anni si è distinta nel panorama italiano e non solo presentando saggi su fumetto e cinema d’animazione, graphic novel e ultimamente anche romanzi fuori dagli schemi, aggiunge un nuovo titolo per festeggiare il suo primo decennio.
Ad aprile uscirà, in esclusiva mondiale, la trilogia fantasy Brigada, ideata da Enrique Fernández, vincitore del Romics d’oro in occasione dell’omonima fiera capitolina nel 2014. Brigada è stata realizzata grazie alla campagna di crowfunding lanciata dall’autore sulla piattaforma Verkana, con cui sono stati raccolti oltre 52 mila euro.
La storia di Brigada è ambientata in una terra fantastica, dove esiste e prende vita la magia, un gruppo di mercenari sotto il comando dello spietato Ivvro viene reclutato per combattere contro gli Elfi neri. Ma, durante la battaglia, il gruppo viene avvolto da una nebbia misteriosa e portato in una terra ostile dove ci saranno da affrontare nuove minacce.
Per questa sua opera Enrique Fernández si è ispirato ai romanzi dell’autore fantasy Andrej Sapkoski e al suo personaggio Geralt de La Rivia, uno stregone guerriero, protagonista del videogame open word The Witcher.
Un titolo quindi che dimostra, oltre che l’attenzione per Tunué per il fumetto d’autore in tutte le sue forme, la forza crescente delle produzioni dal basso, sostenute dagli appassionati, un fenomeno in crescita soprattutto all’estero, e anche l’importanza ormai fissa del fantasy nell’immaginario multimediale.

Enrique Fernández (1975) inizia la sua carriera firmando gli storyboard dei lungometraggi animati di El Cid, la Leyenda (2003) e Nocturno (2007). Nel 2004 debutta nel mondo del fumetto, in Francia. Lavora con lo scrittore David Chauvel per l’adattamento de Il Mago di Oz (Tunué, 2012) e realizza Les Libérateurs, pubblicato dalla casa editrice svizzera Paquet e da Glénat in Spagna. Nel 2009 scrive e disegna L`île sans sourire pubblicata da Drugstore, pubblicato da Tunué con il titolo L’isola senza sorriso nel 2013. Nello stesso anno pubblica in Italia Aurore e nel 2014 vince il Romics d’Oro e pubblica I racconti dell’era del Cobra.

:: Quando tutto sarà finito, Audrey Magee, (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Valeria G. & Elena Romanello

24 febbraio 2015

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Valeria G.

“Tirò fuori le foto di Katharina e di Johannes e le appese a due chiodi arrugginiti che spuntavano dalla parete del bunker, vicino al suo giaciglio. Passò le dita sulle foto e baciò la moglie sulle labbra. Lei gli sorrideva. Sorrideva davanti alla sua pelle squamata, alle gambe rinsecchite ….
… Si distese vicino al fuoco, rannicchiato in posizione fetale, e chiuse gli occhi. Gli piaceva la neve. Attutiva il rumore della battaglia tanto da non fargli più sentire gli uomini che combattevano a nord della città nel tentativo di contenere la pressione russa ….”

Ogni libro ha un’anima propria, parla una lingua nuova e unica e nasconde sentimenti profondi, qualche volta oscuri. Davanti ad un libro, quindi, il lettore si trova spesso a dover sostenere un compito gravoso, per niente divertente, quando il tema in trattazione è il dolore puro. Difficile scorrere le lettere che compongono le parole, la parole che scrivono le frasi, le frasi che si uniscono per formare le pagine senza farsi troppo male. Anzi, sarebbe praticamente impossibile farlo quando si affronta il tema della guerra e di tutto ciò che essa rappresenta.
Questo mi è accaduto quando ho aperto la busta che mi è stata recapitata contenente il primo romanzo (e mi auguro, sinceramente, primo di una lunga serie ) dell’esordiente Audrey Magee edito da Bollati e Boringhieri nella collana “Varianti”.
L’immagine in copertina anticipa in parte il dolore che ci si appresta a vivere: l’editore italiano ha scelto un fiore a gambo lungo, dal bulbo rosso scarlatto pronto alla fioritura, incorniciato da lugubri fili spinati. Questo è sicuramente il primo scontro obbligato per il lettore curioso che non può far a meno di porsi una domanda preliminare: cosa ci fa un simbolo di così immensa purezza accanto ad uno che sa rappresentare solo morte?
D’obbligo anche l’analisi del titolo che per noi italiani diventa “Quando tutto sarà finito”. Per il lettore si apre un varco. Un’illusione. Una vana speranza. Perché, forse, dopo il male nasce il bene.
Forse.
Le prime righe del primo breve capitolo ci presentano Peter Fabel, insegnante diventato soldato per garantire l’espansione del regno tedesco, e Katharina Spinell, dolce fanciulla figlia di genitori ossessionati dal potere del Fuhrer, che si sposano. Non si tratta di uno dei tanti matrimoni tra innamorati perché questo è semplicemente un atto di convenienza tra due giovani travolti dal vento di guerra che si è abbattuto sulle loro vite, una contratto stipulato solo per accedere a delle agevolazioni, economiche per lei in caso di vedovanza,  per l’ottenimento delle tanto attese licenze per lui. Peter e Katharina non si sono mai conosciuti. Non si incontrano nemmeno nel giorno che li rende marito e moglie. Ma, anche se le premesse di amore e rispetto non vengono attese, il momento del loro incontro segna le loro vite, per sempre. Katharina si aggrappa al ricordo di quei giorni di quotidiana serenità che ha trascorso con lui per provare ad accettare un padre pronto a sacrificare tutto, anche la propria famiglia, per il bene del partito. Perer si stringe al petto l’immagine di lei e la lettera nella quale apprende la sua paternità per cercare di non morire sotto il fuoco dei cecchini durante la terribile battaglia di Stalingrado. Katharina e Peter arrancano nella loro disperazione forti della promessa che si sono scambiati (da qui probabilmente il titolo originario “The Undertaking”).  Per loro esiste solo il futuro armonioso che li attende quando la guerra sarà finita e il popolo tedesco avrà conquistato il mondo.
Il libro della Magee ha ricevuto numerosi riconoscimenti anche per la scelta di affidare la narrazione dei fatti attraverso pagine intere di dialoghi, nonché fitti e crudi scambi di battute tra i protagonisti.  In aggiunta a questa coraggiosa prova di scrittura, peraltro riuscita egregiamente,  mi permetto di dire che non è questo il solo aspetto che rende il romanzo particolarmente interessante. Mi riferisco al fatto che, a mio giudizio,  il vero protagonista che apre e chiude le trecentoventi pagine in questione non è un personaggio bensì  un insieme di sentimenti: il dolore, la disperazione, la vendetta.
La scrittrice ci trascina violentemente al fianco di chi non ha più occhi per vedere la distruzione, di chi non riesce più a respirare quell’aria gravida di morte e sangue, di chi è costretto a fuggire per vivere, di chi non ha più la forza di accettare il suo ruolo di assassino, di chi non trova risposte alle domande che inevitabilmente sorgono di fronte a tanta feroce crudeltà, di chi non ha modo di difendere la propria innocenza, di chi crede che sia giusto sottomettere ed eliminare. E poi, con estrema naturalezza, ci consegna la morte. L’atto finale. La fine di tutto, del fiume di male e delle briciole di bene.
Altro aspetto particolarmente incalzante del libro, è la voglia di normalità, di quotidianità, di serenità che spira marcatamente in parallelo a tanta sofferenza.  E naturalmente, la voglia di amare e di vivere che aleggia in ogni singolo dialogo.
Un romanzo forte, di straordinaria bellezza, di inestimabile autenticità che, attraverso una scrittura semplice ma estremamente efficace, riesce ad affrontare un tema particolarmente complesso come quello della violenza e degli effetti che essa causa. Un argomento decisamente attuale, purtroppo. Traduzione di Carlo Prosperi.

Elena Romanello

Dopo altri scrittori e scrittrici, anche la giornalista irlandese Audrey Magee si confronta con la Seconda guerra mondiale, conclusasi settant’anni fa e ben prima che lei nascesse. Anziché raccontare le vicende dal punto di vista degli Alleati, come sarebbe abbastanza normale tenendo conto della sua provenienza, Audrey Magee sceglie di parlare dei vinti, dei tedeschi, per decenni odiati, dei loro errori e anche delle loro sofferenze.
Quando tutto sarà finito è una storia d’amore insolita e amara, ma anche un affresco d’epoca, attraverso la vicenda di Peter Faber, insegnante in attesa di partire come soldato sul fronte orientale, e Katharina Spinell, ragazza berlinese oppressa da genitori invadenti e da un lavoro che detesta. I due, come capitava all’epoca, si sposano per convenienza, senza conoscersi, ma per avere lui una licenza e lei una pensione di reversibilità nel caso rimanesse vedova. Tra i due è però amore a prima vista, ma la felicità breve, Peter sparisce nell’assedio di Stalingrado, mentre Katharina rimane ad attenderlo per anni nella capitale tedesca, vedendo la vigliaccheria dei genitori, filo nazisti, la morte del fratello vittima delle idee dei genitori, la disfatta del nazismo e la punizione smisurata dei vincitori contro i vinti.
Quando tutto sarà finito è scritto con l’immediatezza di una sceneggiatura, tanti dialoghi, poche descrizioni, per raccontare il dramma di due vinti dalla Storia e dagli eventi, non eroici, che rimangono vittime di eventi che rivivono senza orpelli ma in tutta la loro ferocia. La ritirata di Russia è stata raccontata tante volte dal punto di vista degli italiani, che hanno saputo, grazie ad autori come Mario Rigoni Stern, rielaborare un dramma e un errore madornale, ma meno dalla parte tedesca e Audrey Magee ricorda sia la ferocia dell’esercito di Hitler contro la popolazione civile sia poi l’internamento dei sopravvissuti nei campi di prigionia in Siberia, da cui tornarono anche anni dopo. Un altro fatto di cui si è parlato poco, tranne Ken Follett e pochi altri, e che torna nel romanzo, sono le violenze contro le donne tedesche da parte dell’Armata Rossa, che per decenni non hanno trovato un narratore come Alberto Moravia con La ciociara per parlare di un dramma che distrusse vite e creò drammi insanabili.
Quando tutto sarà finito racconta il dramma di un mondo e di una società che sbagliò, scegliendo la banalità del male e la tranquillità senza rendersi conto in che follia stava andando a mettersi, e anche l’impossibilità di un amore che nasce per caso ma che si scontra con gli eventi della grande Storia, capaci di cambiare, modificare e distruggere e che non sa trasformarsi in qualcosa di più duraturo.
Un libro secco, tagliente, non lungo come invece spesso sono i romanzi storici, per raccontare uno dei tanti drammi della guerra, la storia di due persone a caso, rappresentative dei tanti Peter e Katharina che ebbero la vita distrutta dalla guerra. Un romanzo interessante su un argomento che a tratti può sembrare inflazionato ma su cui, a quanto pare, c’è sempre qualcosa di nuovo da raccontare, anche a settant’anni di distanza.

Audrey Magee
lavora da dodici anni come giornalista per, tra altre testate, The Times, The Irish Times, The Observer e The Guardian. Ha conseguito un Bachelor of Arts in tedesco e francese all’University College di Dublino e un master di giornalismo al Dublin City College. Vive a Wicklow con il marito e le tre figlie. Quando tutto sarà finito è il suo primo romanzo.

:: Al via il conto alla rovescia per il Salone del Libro di Torino 2015, a cura di Elena Romanello

21 febbraio 2015

saloneDal 14 al 18 maggio torna al Lingotto di Torino il Salone del libro e fervono ormai i preparativi e il conto alla rovescia, ricordando che grazie all’iniziativa Salone off 365 ormai tutto l’anno Torino è la città del libro, con incontri in biblioteche e luoghi vari che vanno oltre i giorni del Salone.
Un’edizione che si presenta con conferme e novità, come è ormai nella tradizione di quella che è la più grande kermesse in tema sul mondo del libro e della cultura italiana: tornano ovviamente tutti gli appuntamenti di sicuro successo, come il Bookstock Village con un angolo sulle graphic novel nel Padiglione 5, lo spazio Officina editoria di un progetto, nel Padiglione 1, a cura di Giuseppe Culicchia sull’editoria indipendente, l’iniziativa Adotta uno scrittore, Nati per leggere, il Concorso Nazionale Lingua Madre, lo spazio Incubatore per i nuovi nati in ambito editoriale, lo spazio goloso Casa CookBook e tutti gli incontri del Salone Off, che quest’anno si allargheranno ancora ad altri Comuni e luoghi. Confermata la presenza di tutti i più importanti stand editoriali italiani nei padiglioni, con un’ampia scelta di proposte di libri di tutti i tipi.
Il tema quest’anno, dopo vari tentennamenti perché si pensava di avvicinarlo all’Expo, sarà le Meraviglie d’Italia, diverso e complementare con Milano, e si parlerà di arte, architettura, letteratua, musica, lingua, paesaggio, moda, cinema, cucina e di tanto altro ancora, partendo tra le altre cose da un compleanno illustre, il 750esimo di Dante Alighieri. Tra gli ospiti che parleranno di questo ci saranno Flavio Caroli, Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi, Salvatore Settis e uno degli argomenti caldi sarà la gestione dei beni culturali, vero tesoro italiano.
Il Paese ospite d’onore è la Germania, già al centro delle iniziative di Torino incontra Berlino, con vari nomi come Markus Garbriel, Wolfgang Streeck, Gunther Walrauff e l’egittologo Jan Assmann, oltre ad una presenza cospicua all’IBF di editori tedeschi. La Regione italiana ospite d’onore è invece il Lazio, con la presenza fissa dell’Assessore alla cultura e politiche giovanili Lidia Ravera e vari momenti interessanti, tra cui spicca un ricordo di Pasolini nel quarantennale della morte, oltre a colazioni e apericena letterari con ospiti e discussioni.
Tanti i temi trattati, come il far leggere a scuola, la situazione in Medio Oriente, con la presenza di esperti come Domenico Quirico, i vari aspetti della letteratura oggi, le eccellenze italiane, il rapporto con la Germania e altri Paesi, i nuovi media e gli editori emergenti.
Non resta quindi che tenere d’occhio il sito www.salonelibro.it per gli aggiornamenti in tempo reale e le aggiunte man mano da qui a maggio, con ospiti, eventi, fino al calendario completo.

:: Un’ intervista con Michela Tilli, a cura di Elena Romanello

20 febbraio 2015

OgniIn Ogni giorno come fossi bambina, già recensito da Liberi di scrivere, Michela Tilli ha raccontato la storia di due donne, una ragazza di oggi e una ragazza di ieri, che si incontrano e si aiutano a vicenda. Ma è interessante sapere come sono nati questi personaggi e protagonisti, dalla voce stessa dell’autrice.
I personaggi di Argentina e Arianna sono ispirati a qualcuno di reale?

Mi piace scrivere storie che siano totalmente inventate e per creare i miei personaggi cerco di non ispirarmi mai a persone reali. Questo perché nel mio mondo immaginario mi piace godere della massima libertà. Naturalmente, che io lo voglia o no, echi di esperienze passate, caratteristiche di persone incontrate e sprazzi di vita si insinuano tra le righe e spesso mi capita, alla fine, di dover riconoscere che un personaggio assomiglia a qualcuno. Ma sono sempre tratti del carattere slegati dal contesto, che quindi alla fine non appartengono a nessuno. In questo caso, Argentina è divertente come lo era mia nonna e Arianna è complicata come me alla sua età.

Argentina rappresenta il volto dell’Italia di ieri, quella dell’immigrazione, mentre Arianna quello dell’Italia di oggi, giovani che si sentono senza prospettive e evadono in un mondo reale. Perché ha scelto questi due aspetti?

L’Italia dei giovani d’oggi ce l’ho sotto gli occhi tutti i giorni e devo ammettere che mi preoccupa molto il mondo che stiamo preparando per i nostri figli. D’altra parte credo che i giovanissimi, come Arianna, abbiano una marcia in più e spero sinceramente che un giorno ci stupiranno.
Per quanto riguarda l’Italia dell’immigrazione, quella di Argentina, io sono convinta che sia un po’ nel nostro dna e non appartenga solo a un’epoca passata. Come molti, io stessa mi sono trasferita a Milano per lavoro, perché la Liguria non offriva opportunità. E benché i miei due luoghi siano vicini, vivo ugualmente lo sdoppiamento che crea nostalgia ma apre nuove strade. E quanti ragazzi si apprestano oggi a partire per l’estero? Arianna e Argentina hanno molte cose in comune.

Lei non appartiene né alla generazione di Argentina nè a quella di Arianna: chi sente più vicina a sé?

Di certo sento più vicina Arianna, perché ho vissuto la sua condizione di disagio adolescenziale. Ero molto diversa da lei, per esempio amavo molto la scuola, ma la sensazione di non essere compresa e riconosciuta era la stessa. Comunque mi piace trovarmi in mezzo a queste due donne e invecchiando mi piacerebbe mantenere uno spirito bambino come quello di Argentina.

Nel libro ci sono riferimenti alla Basilicata e all’opera di Carlo Levi: che rapporti ha con questa Regione e questo scrittore?

Sia a scuola sia in famiglia sono stata educata all’amore per la libertà e i valori più profondi che mi porto dentro da sempre sono quelli sui quali si fonda la nostra Costituzione, antifascismo e laicità. Quando moltissimi anni fa lessi Cristo si è fermato a Eboli, mi colpì soprattutto l’incontro tra un uomo tenuto al confino a causa delle sue idee liberali e una terra che sembra sprigionare uno spirito ribelle potentissimo. La Basilicata mi ha affascinato subito per la bellezza dei suoi paesaggi che si associa a qualcosa di selvaggio, non contaminato dal potere politico né da quello religioso.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Sto scrivendo un nuovo romanzo che ha al centro due famiglie strette da grande amicizia, fino a quando un tragico incidente non farà precipitare tutto. Parlerò ancora di adolescenti e della paura materna di vederli crescere.
Poi ho molti progetti che riguardano il teatro. Scrivere per il teatro mi arricchisce tantissimo, mi dà energia e mi stimola ad ascoltare gli altri, ad aprirmi, a confrontarmi. E tra Monza e Milano ho la fortuna di poter frequentare un ambiente molto stimolante da questo punto di vista.

Che cosa vorrebbe dire alle Argentine reali ma soprattutto alle Arianne reali con il suo libro?

Ad Arianna, chiunque sia, vorrei dire che è bellissima così com’è e che non deve mai lasciare che i modelli che la società le propone abbiano il sopravvento sulla sua personalità. A un’Argentina reale vorrei chiedere di raccontarmi la sua storia, perché credo che, oggi più che mai, ci sia un gran bisogno di ascoltare le narrazioni di chi ha vissuto prima di noi.

:: Semina il vento, Alessandro Perissinotto, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

19 febbraio 2015

sePiemme ripropone, a qualche anno dalla sua uscita ma sembra trascorso un secolo e l’argomento è diventato di grande attualità oggi più di ieri, Semina il vento di Alessandro Perissinotto.
Un libro profetico già quando è uscito la prima volta, adesso presentato in una nuova edizione, per raccontare quella che è innanzitutto una storia d’amore, straziante e attuale, ma non solo.
Giacomo, cervello in fuga a Parigi dal Piemonte, incontra Shirin, esule iraniana atea, disinibita, colta e in cerca di radici: è il grande amore, e quando lui decide di tornare a vivere nel paesino piemontese in cui è nato lei lo segue in cerca di sicurezza. Sulle montagne, così lontane dall’Iran e dalla cosmopolita capitale francese, Shirin si scontrerà con pregiudizio e razzismo, un mix infernale che la porterà a fare scelte che non aveva mai pensato di fare, lei così lontana da ogni fondamentalismo e anzi critica verso quel mondo, fino ad una decisione estrema, che distruggerà la vita sua e di Giacomo.
Interessante che una storia del genere sia stata scritta, tempo prima che queste cose diventassero cronaca comune, da un italiano e non da uno statunitense o da un francese o da un inglese e che si sia deciso alle nostre latitudini di riflettere su razzismo, pregiudizi, sogni infranti e derive integraliste, per cercare almeno di capire certi meccanismi, quelli che stanno portando ragazzi e ragazze nati in Occidente, totalmente digiuni e menefreghisti fino ad un certo punto di ogni impegno religioso, spesso non più discriminati dei loro coetanei con i bisnonni occidentali, nelle braccia di una guerra santa che ormai fa paura e che non può più essere ignorata.
Alcuni anni fa Semina il vento era un thriller realistico e un ritratto sociologico di una possibile Italia di oggi, visto che tra le righe si parla di vita di coppia, condizione della donna, immigrazione, fuga dei cervelli, razzismo, integralismo. Oggi sembra una storia profetica, una denuncia, un modo per cercare di entrare in meccanismi che sembrano inviolabili, come fa Giacomo, testimone di una caduta agli inferi di una persona che amava profondamente, con cui aveva comunanze intellettuali e sentimentali e che alla fine credeva di conoscere.
Un libro da leggere e su cui riflettere, in cui l’autore non trancia giudizi, né contro gli uni né contro gli altri, si limita a raccontare con il piglio del cronista d’antan una storia di oggi, appassionante fino all’ultima pagina e capace di gelare il sangue perché terribilmente vera e realistica.

Alessandro Perissinotto, è nato a Torino nel 1964 e insegna Teorie e tecniche delle scritture all’Università di Torino. Ha esordito come narratore nel 1997 ed è autore di undici romanzi. Le sue opere sono state tradotte in numerosi paesi europei e in Giappone. Con Piemme ha pubblicato Semina il vento, Le colpe dei padri, secondo classificato al Premio Strega, e Coordinate d’Oriente.

:: “Nowcomics”, il nuovo marchio di 001 Edizioni a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2015

imLa 001 edizioni di Torino, casa editrice leader nel fumetto d’autore di varia provenienza (o se si preferisce delle graphic novel) lancia una nuova collana, Nowcomics, che coniuga qualità e prezzo nel campo della narrativa disegnata, proponendo storie che si rivolgono all’appassionato e al neofita, con tavole a colori e spazio dato ad approfondimenti su storia e autore, a ricordare che anche il fumetto è un’arte e una forma letteraria, e che spesso la vicinanza tra fumetto e letteratura avviene anche nel campo degli scambi di miti letterari e personaggi.
I singoli titoli, che si alterneranno ogni mese, usciranno varie volte durante l’anno a coprire l’arco narrativo di singole storie senza troppa attesa tra un’uscita e l’altra, croce e delizia spesso degli appassionati di fumetti. Il filo conduttore di NowComics è l’avventura, in tutte le sue accezioni, che sia fantascienza, thriller, paranormale, viaggi, steampunk, tutte proposte a 4 euro e 90, prezzo decisamente basso tenendo conto della veste editoriale e delle storie.
Si inizia con un’icona letteraria del giallo riletta in chiave fumettistica, e cioè Sherlock Holmes e i vampiri di Londra, sceneggiatura di Sylvain Cordurié e disegno dell’artista serbo Laci, gotico di ambientazione vittoriana che unisce miti letterari impareggiabili. Un’altra serie proposta è Scotland Yard, di Dobbs e Stéphane Perger, anche qui thriller ottocentesco che si unisce al gotico, con una caccia all’uomo nelle nebbie di Londra che riserverà più di una sorpresa. Altri miti letterari che si incontrano in Mr. Hyde contro Frankenstein di Dobbs di nuovo con il nostro Antonio Marinetti, per rileggere uno scontro tra titani del genere gotico, in una corsa contro il tempo nell’Europa ottocentesca. Questi tre titoli fanno parte di una collana più ampia che si chiama 1800 NOW e che ospiterà man mano il meglio del fumetto di ambientazione ottocentesca.
In parallelo parte anche la collana SCI-FI NOW, dedicata alla fantascienza, genere che sta tornando di moda (ma forse per chi lo ama non era mai passato..) con Universal War One, saga spaziale in stile space opera classica di Denis Bajram tra astronavi e federazioni planetarie del futuro, che è stata opzionata per il cinema.
Una collana da tenere d’occhio, come in generale tutte le pubblicazioni della casa editrice che, dalla sua sede nel cuore di Cit Turin, sa sempre stupire chi ama il mondo delle nuvole parlanti e non lo considera secondo a niente.

:: Il libro dell’amor perduto, Lucy Foley, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

11 febbraio 2015

amorAnni Ottanta: la giovane fotografa Kate scopre che sua madre June, celebre ballerina da poco scomparsa, non era la vera figlia di sua nonna Evie, insegnante di danza.
Kate parte alla ricerca della sua vera nonna, la misteriosa Celia, scoprendo una storia d’amore che risale agli anni Venti, quella tra l’artista Tom e la ribelle ragazza di buona famiglia Alice, scoprendo segreti e avventure, sullo sfondo di un ventennio tra i più densi della Storia europea, e trovando una parte della sua famiglia che non sapeva che esistesse, anche solo per un ultimo saluto, scoprendo che in fondo esistono tanti modi di amare.
Il tema del ragazzo o ragazza di oggi che cerca notizie sui nonni non è nuovo, ma non per questo è brutto rileggerlo, anzi. La Storia europea dell’ultimo secolo ha sempre il suo fascino, soprattutto se riguarda persone che fanno professioni creative, un tema molto amato e che torna nei libri editi in italiano dalla Neri Pozza. Il punto è che questo romanzo, scritto comunque con garbo e con una scrittura lineare e non dozzinale che si lascia leggere, è già troppo sentito.
Tutto, nel libro, è già stato raccontato, in altri libri, e se senz’altro Il libro dell’amore perduto, pessima traduzione del migliore originale Book of lost and found, è ad un altro livello rispetto a vari romanzetti rosa anni Ottanta, comunque resta poco incisivo e troppo già visto, in una sorta di bignami del Secolo breve che non aggiunge niente a chi conosce già quei fatti, che ci sono praticamente tutti, dalla Grande Depressione alla Resistenza, dalla Guerra civile spagnola alla campagna nel Mediterraneo degli Alleati.
Tra le pagine ci sono anche elementi interessanti, a cominciare dai richiami ad una pagina rimossa della Storia britannica, e cioè le simpatie che molti membri dell’aristocrazia avevano per il fascismo e nazismo, ma tutto rimane troppo sullo sfondo, in un libro che non sa decidersi tra romanzo rosa, rispetto al quale ha più pretese e senz’altro più numeri, e narrativa più di qualità, rispetto alla quale il tutto è un po’ troppo superficiale, un accumulo senza molta organizzazione e rilettura.
Lucy Foley dissemina il suo libro di tante cose e eventi, ma alla fine non approfondisce niente, a cominciare dalle atmosfere e dai tempi descritti, con elementi interessanti a tratti ma con tutto che rimane in maniera embrionale, più simile ad un’occasione perduta che ad un libro veramente riuscito. E gli ingredienti c’erano, non è questo che manca, ma a tratti l’aggettivo superficiale emerge tra le righe e nelle descrizioni. Peccato.
Una cosa curiosa è la scelta di ambientare i tempi recenti negli anni Ottanta, forse per motivi di tempistica (chi era ragazzo negli anni Venti oggi non c’è proprio più), peccato che quel decennio rimasto nel cuore di chi oggi ha cinquant’anni e potrebbe essere un lettore o meglio una lettrice potenziale non viva di vita propria.
Tra le righe, però, un po’ di stoffa nell’autrice emerge, e no, non è Liala o Delly o la Mc Cullough di Uccelli di rovo. Speriamo che in una futura opera l’autrice sappia mettere a frutto le idee buone e conquistare qualcuno in più rispetto a chi cerca solo l’ennesima, commovente storia d’amore non a livello Harmony.

Lucy Foley è laureata in Letteratura inglese alla Durham University e specializzata in Modern Fiction alla UCL. Ha lavorato a lungo come editor presso la casa editrice inglese Hodder & Stoughton. Attualmente vive a Londra. Il libro dell’amore perduto, i cui diritti sono già stati acquistati in tutto il mondo, è il suo primo romanzo.

:: La fabbrica delle meraviglie, Sharon Cameron (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello e Federica Spinelli

6 febbraio 2015

fabElena Romanello

Gran Bretagna, epoca vittoriana: in una notte di nebbia la giovanissima Katharine arriva in uno sperduto maniero con l’incarico dato dalla sua famiglia di origine di controllare che lo zio George, eccentrico ma benestante parente, non stia dilapidando il suo patrimonio, unica possibilità per lei e soprattutto per il fratello di avere una vita decente.
Dopo alcuni spaventi iniziali Katharine scopre che lo zio George non è assolutamente pazzo, ma è un geniale inventore di macchinari incredibili, pesci meccanici, bambole che suonano strumenti, orologi dalle mille funzioni. Inoltre ha dato ospitalità nella sua casa a varie persone, provenienti da situazioni di disagio, che con lui hanno trovato lavoro e una ragione di vita.
Katharine conosce anche uno di questi amici dello zio, il giovane Lane, ma capisce anche che deve scegliere tra quello che conosce da sempre, anche se forse non è la cosa giusta per lei e per tutti, e un nuovo modo di vedere la vita, che dà fastidio a non poche persone.
La fabbrica delle meraviglie di Sharon Cameron, presentato come romanzo young adult, ha non pochi elementi di interesse e non pochi livelli di lettura. I bibliofili ci troveranno vari riferimenti a quell’epoca impagabile nella produzione letteraria che è l’Ottocento inglese, che ha prodotto autori e autrici del calibro di Dickens e delle sorelle Bronte, da cui l’autrice riprende le atmosfere di suspense e le tematiche sociali.
Inoltre ci sono richiami al filone steampunk, la fantascienza nel passato, che ha nell’Ottocento inglese il suo periodo favorito, anche se va detto che gli automi sono una realtà documentata, che ebbe il suo momento d’oro nel Settecento, ma che era presente anche nel secolo successivo.
La fabbrica delle meraviglie è una storia di formazione, con colpi di scena e avventure, con protagonisti in anticipo sui tempi e un apologo a favore della diversità e dell’anticonformismo, sempre attuale.
L’unica cosa che forse stona un po’ è la scelta della protagonista, troppo anacronistica: nell’Ottocento una ragazza di nemmeno diciotto anni non avrebbe mai avuto tutta la libertà di movimento e di visita di Katharine, diverso era il caso di Jane Eyre che si trovava a dover vivere le sue avventure spinta dal lavoro che svolgeva per necessità, qualche anno in più sarebbe stato più credibile per spiegare il viaggio e la pemanenza a casa di zio George.
Detto questo il romanzo è interessante, sia all’interno del filone young adult, dove non sempre le proposte sono all’altezza e originali, sia da leggere se si ha qualche anno in più. Katharine è un personaggio inventato, ma zio George è ispirato ad una figura storica, quella del duca di Portland, uomo schivo che detestava l’aristocrazia e i suoi riti e che fece costruire nella sua dimora un’enorme biblioteca, una centrale a gas, spazi per praticare sport, case per gli operai all’avanguardia, dando da lavorare e da vivere oltre milleseicento persone per decenni, anticipando esperimenti di personalità come Leumann e Adriano Olivetti.

Federica Spinelli

L’incontro con questo libro è avvenuto un po’ per caso. Ammetto che dietro la mia decisione di recensirlo sicuramente ha giocato un ruolo importante la mia simpatia per la letteratura per ragazzi e il fatto che ormai da qualche tempo non mi misuro più con la materia. Ricordo che la prima cosa che mi colpì fu proprio la copertina, devo dire assolutamente sobria e ben scelta. Sul fronte della sovraccoperta è disegnato un profilo femminile, con uno stile che ricorda chiaramente un cammeo, circondato da una oggetti che richiamano il mondo degli orologi che come il lettore scoprirà in seguito, sono un elemento tematico ricorrente insieme il tempo. Pochi e semplici elementi ben distribuiti e delineati da una grafica chiara e da un disegno pulito rimandano ad alcuni tratti della trama e danno al lettore le prime indicazioni sull’atmosfera della storia.
La fabbrica delle meraviglie racconta la storia di Katharine, orfana che vive con la ricca e tirannica zia Alice, inviata da quest’ultima nella tenuta di Stranwyne, per accertarsi dell’instabilità mentale di suo zio George, sorpannominato Tully, e permettere così al figlio di mettere le mani sull’immenso patrimonio di famiglia. Quando la ragazza arriva in questa oscura e polverosa villa, l’accoglienza non è delle migliori. L’atmosfera cupa e gli ambienti sinistri convincono la ragazza a chiudere la faccenda il prima possibile e tornare a Londra e alla sua vita, ma ovviamente il destino ha ben altri progetti e i piani iniziali della ragazza verranno stravolti da una serie di scoperte e dall’evolversi degli eventi che la porteranno a scoprire una verità diversa da quella che si era aspettata. Nonostante il difficile inizio, una casa deserta e piena di stanze buie e polverose, di scricchiolii sospetti e di risatine nel buio e la diffidenza palese degli abitanti del villaggio, la ragazza riuscirà con pazienza a farsi conoscere e ad andare a fondo al mistero che circonda il mondo in cui è stata catapultata. A rendere ancora più difficile la situazione della ragazza ci saranno una serie di incubi che sembreranno perseguitarla arrivando a mettere in dubbio la sua stessa sanità mentale. Katharine, attraverso un percorso di crescita, arriverà a diventare una paladina e a liberare non solo la tenuta da un oscuro piano ma la sua vita dall’ingombrante presenza della zia e riuscirà a riconquistare la libertà. La ragazza nella veste di una novella Jane Eyre scoverà tutti i segreti rimasti intrappolati nella tenuta per portare alla luce un progetto di generosità e buon cuore che ruota intorno alla figura eccentrica dello zio George. Il romanzo ambientato durante l’epoca vittoriana, mescola molto sapientemente la suspance del mistery e la libertà narrativa del fantasy, e affonda le sue radici narrative in un fatto realmente esistente: la scrittrice si ispira alla storia di Welbeck Abbey, la tenuta del duca di Portland che aveva dilapidato il patrimonio di famiglia facendo costruire una galleria sotterranea ma garantendo vitto, alloggio e un lavoro a centinaia di persone. Da questa traccia prende spunto e si dipana la storia de La fabbrica delle meraviglie. Questo libro ha tutte le carte in regola per rendersi interessante agli occhi di un giovane lettore in quanto si presenta scorrevole, avvincente e sorprendente nella trama con una giusta dose di suspance e mistero con molti punti in comune in quanto ad atmosfera e ambientazione con due “big” della letteratura per ragazzi: Hugo Cabret e Alice nel Paese delle Meraviglie. La curiosità che spinge ad andare avanti nella lettura è ben retta da una trama strutturata e accattivante e in definitiva ben scritta. La bravura dell’autrice è stata però anche quella di renderlo interessante anche agli occhi di un lettore adulto che sia predisposto a lasciarsi incantare dalla storia. Insomma un romanzo a tutto tondo dedicato a chi ha voglia di farsi sorprendere e farsi un po’ prendere in giro dalla finzione letteraria.

Sharon Cameron Insegnante di pianoforte, appassionata di teatro, è sposata e ha un figlio. Adora la Scozia, le storie in costume e gli indovinelli. Vive negli Stati Uniti, a Nashville, Tennessee.

:: Colleen McCullough, molto più che Uccelli di rovo, a cura di Elena Romanello

5 febbraio 2015

i-giorni-del-potereLa vita è strana e spesso non dà quello che uno merita, in positivo e negativo. Almeno, questa è la sensazione che si è avuta qualche giorno fa, vedendo come è stata accolta, dai giornali italiani ma anche da quelli stranieri, australiani in particolare, la notizia della dipartita, a 77 anni e dopo una lunga malattia invalidante, di Colleen McCullough.
Medico, insegnante di neurologia all’Università di New Haven, articolista e autrice di una trentina di romanzi di vario genere, l’autrice è stata ricordata sui nostri periodici solo per il polpettone Uccelli di rovo, scritto da lei a metà anni Settanta e di cui da anni non voleva più parlare, storia d’amore considerata piccante tra un prete e una ragazza e poi donna, che ispirò uno sceneggiato con cui Canale 5 batté per la prima volta la Rai come indici d’ascolto.
In Australia, anziché rievocare padre Ralph, di cui il suo interprete Richard Chamberlain, protagonista di un coming out dopo aver dovuto per anni nascondere la sua omosessualità per non spiacere alle fan del suo personaggio non vuole più sentire parlare, hanno voluto essere spiacevoli in maniera diversa, stigmatizzando l’aspetto fisico non proprio longilineo dell’autrice che tra l’altro da anni appunto era malata e su una sedia a rotelle.
Tutto questo è davvero un peccato: per fortuna librerie e biblioteche, anche nostrane, di tutta la produzione di un’autrice che ha spaziato dal romanzo storico al thriller, dalla cronaca sociale alla distopia, e che non può essere ricordata solo come una Liala più osé, che tra l’altro ha sfruttato un tema, quello dei preti cattolici che fanno sesso, presente nella letteratura dai tempi almeno di Boccaccio.
Sugli scaffali si possono prendere e leggere libri come il femminista Le signore di Missolungi (1987), il fantasy mitologico Il canto di Troia (1998), il fantascientifico La passione del Dr. Christian (1985), la commedia umana La casa degli angeli (2004), il seguito che stravolge i miti austeniani L’indipendenza della signorina Bennett (2008), ma anche la saga monumentale dedicata all’antica Roma, tra caduta della Repubblica e avvento dell’Impero, con il personaggio chiave di Giulio Cesare, antieroe con vizi e virtù. Senza dimenticare inoltre l’ultima fatica dell’autrice, di cui devono ancora uscire in italiano gli ultimi titoli, i thriller su Carmine Delmonico, detective italo americano che negli States degli anni Sessanta si confronta con serial killer, tensioni sociali, problemi razziali.
Parafrasando altri slogan per altri personaggi, su Colleen McCullough si può dire davvero all’inglese So much more than Thorn Birds. Chi considera l’autrice come quella che ha scritto quella polpetta potrà ricredersi con le altre sue storie, e chi ha apprezzato comunque di Uccelli di rovo fluidità narrativa e perizia nel costruire una vicenda potrà scoprire tutto quello che saputo dire e inventare poi un’autrice eclettica e capace di sperimentare e mettersi in gioco. Il mondo senza Colleen è meno colorato e vario hanno commentato i vertici della Harpers & Collins, la casa editrice che ha pubblicato tutti i suoi libri, ed è il caso di dare davvero loro ragione.
In Italia Colleen McCullough è stata pubblicata per anni da Bompiani e poi da Rizzoli, quasi tutti i suoi libri sono disponibili in edizione tascabile e molti si trovano su bancarelle e nel mercato dell’usato, in attesa degli ultimi tre su Carmine Delmonico, che si spera non tardino.

:: Ogni giorno come fossi bambina, Michela Tilli, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

30 gennaio 2015

OgniArgentina è anziana, ma vive ogni giorno con l’entusiasmo di quando era bambina, ricordando il paesino in Basilicata che lasciò all’inizio degli anni Cinquanta per venire a vivere a Milano con il marito ormai morto. Arianna non ha ancora diciotto anni, soffre per il suo sovrappeso e bullismo e bocciature l’hanno portata a chiudersi in casa davanti al pc e in mezzo ai libri.
Due persone più diverse tra di loro non potrebbero esistere, ma quando Arianna viene praticamente costretta dai genitori ad accettare un lavoro come dama di compagnia di Argentina pena il non poter più usare il pc per rimanere in contatto con i suoi amici e scrivere sul suo blog letterario, tra queste due donne di età diversa nasce qualcosa di indescrivibile, che le porterà a rivoluzionare le loro vite, Argentina per quello che le resta, Arianna per trovare un nuovo inizio.
Il tema del rapporto tra generazioni è un evergreen e un qualcosa che torna molto nei romanzi di questi anni, soprattutto nelle storie al femminile. Nella storia che Michela Tilli racconta però sono tanti gli elementi interessanti e attuali, oltre che un’ambientazione per una volta italiana e non straniera, tra le metropoli del Nord e i paesini da cui tante persone sono partite anni e anni fa, per non tornare ma lasciando lì una parte del loro cuore.
Argentina, capace di raccontare storie appassionanti e di avere ancora sogni nel suo cuore, è un’anziana, che la figlia in carriera sopporta a fatica, perché è lontana anni luce dagli standard di efficienza della nostra società ed ormai è ai margini della vita. Arianna rappresenta un altro problema di oggi, l’emarginazione dei giovani soprattutto di genere femminile che non si adeguano ai canoni e ai modelli familiari e sociali, perché è sovrappeso, intelligente ma timida, persa in un suo mondo tra pc e libri da cui è difficile uscire e in cui lei sta bene e che i genitori non capiscono.
Da due marginalità, nate in maniera diversa ma sempre marginalità, nasce complicità e amicizia, perché Argentina darà a Arianna considerazione e stima, e Arianna darà ad Argentina la voglia di dare un’ultima svolta alla sua vita, perché non c’è un’età giusta per inseguire i propri sogni.
Tutto questo non è scontato né retorico, in una società come la nostra che discrimina anziani e diversi, dove aumenta il numero di ragazzi e ragazze, per la crisi ma non solo, che decidono di chiudersi in casa perché il mondo fuori ragiona per stereotipi: si chiamano hikikomori, termine giapponese perché nel Paese del Sol levante ci sono stati i primi studi su di loro, ma ormai ci sono in tutto il mondo occidentale.
Un libro che parla di ieri e di oggi, della vita nei decenni passati e di come si vive oggi, di amicizie improbabili ma vere, della difficoltà ma anche della ricchezza di essere diversi, dell’importanza di saper capire cosa si vuole e qual è il nostro posto nel mondo, anche se non si ha la fortuna di incontrare una Argentina nella propria vita.

Intervista con Michela Tilli qui.

Michela Tilli è nata a Savona e vive a Monza con il marito e i due figli. Dopo gli studi in filosofia ha intrapreso la carriera di giornalista che ha poi lasciato per dedicarsi alla scrittura narrativa. È stata autrice per la TV e attualmente lavora per il teatro.