Posts Tagged ‘Elena Romanello’

:: La legge dell’oblio, Luca Simioni (Limana Umanìta Edizioni, 2015) a cura di Elena Romanello

14 gennaio 2016
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Nella Marca Occidentale di un impero di un mondo alternativo, con echi sia medievali che della società europea prenindustriale, vive il popolo dei Wadi, un’etnia guerriera con gli occhi rossi e la capacità di vedere durante la notte. La loro comunità, dove vivono anche persone di etnie diverse, viene attaccata da un misterioso nemico che arriva dal deserto che si stende poco lontano dalla marca. Un fatto inaudito, visto che il deserto è un luogo disabitato secondo le mappe, dove ci sono solo resti di civiltà scomparse. Mado, uno dei Wadi, con una lunga esperienza come soldato alle spalle, viene incaricato di pattugliare il deserto per capire cosa c’è dietro queste nuove minacce, con un gruppo di cinque individui, molto diversi tra di loro come estrazione sociale e appartenenza etnica.
Insieme scopriranno quanto di falso è stato loro detto, e che là fuori ci sono insidie e una guerra possibile, su pensiero e stili di vita, che può schiacciare la vita di un mondo che per generazioni aveva vissuto in maniera tranquilla e autosufficiente.
Curioso e originale: questi sono i primi due aggettivi che possono venire in mente leggendo le pagine di un libro che si pone nella tradizione del fantasy epico, anche se è molto diverso e molto lontano da autori come Tolkien, Terry Brooks, Terry Goodkind, George R.R. Martin. Se si vuole trovare qualcosa di simile nel mercato straniero, il nome che viene in mente è quello di Joe Abercrombie, da cui Luca Simioni riprende ambientazioni e toni, compreso il tema della ricerca e del viaggio, più da western che da fantasy, al centro per esempio di Red Country dell’autore statunitense.
Nel mondo fantasy scelto da Luca Simioni ci sono comunque anche echi del genere steampunk, ma tutto l’insieme è insolito, un universo fantastico formato da tante suggestioni, e non tutte di stampo irreale e fuori dal mondo.
Attuale: questo è l’altro aggettivo che richiamano le pagine del libro. Perché, certo, la storia raccontata è irreale, certo ci troviamo nei territori del fantasy epico e steam, ma ci sono forti echi del mondo di oggi e delle sue contraddizioni e problemi. La storia de La legge dell’oblio parla di incontro tra diversità, a livello globale nella vicenda narrata ma anche a livello individuale con la squadra di Mado che va in cerca di una possibile salvezza per il loro modo di vivere, facendo i conti con problemi di comprensione spesso insormontabili. Senza contare poi i giochi di potere e lo scontro di civiltà che c’è sotto tutta la storia, molto realistico e molto metaforico dell’oggi, con il deserto visto come non luogo ma anche luogo universale, un po’ come sono i deserti nel mondo reale.
La legge dell’oblio, pubblicato dalla casa editrice indipendente Limana Umanìta che ha inaugurato così una collana dedicata ai romanzi di genere, è quindi una storia avvincente di genere fantastico che piace e piacerà ai cultori del genere, soprattutto a chi cerca vicende insolite e non ripetizione trita e ritrita di modelli noti. Ma è anche uno specchio deformante di tanta attualità, dalla convivenza tra persone diverse all’incontro tra mondi opposti passando per il desiderio di imporre uniche ideologie. Un libro quindi con più livelli di lettura che rivela una nuova voce di casa nostra.

Luca Simioni, originario di Cittadella, in provincia di Padova, è laureato in Storia dove si è specializzato in nazionalismi e movimenti di massa. Ha scritto vari racconti, uscite in antologie edite da Limania Umania, come Time Warp e I mondi del fantasy. Nel 2014 ha fatto uscire il suo primo romanzo E ora, con l’aiuto del sole. La legge dell’oblio è la sua seconda prova letteraria a lungo raggio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Le ateniesi, Alessandro Barbero (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

13 gennaio 2016
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Atene, 411 a.C.: la cittadinanza si appresta ad assistere alla nuova commedia di Aristofane, Lisistrata, che racconta una ribellione di donne contro il potere patriarcale degli uomini che pensa solo a fare la guerra. In parallelo, nelle campagne vicine alla città, le due giovanissime Charis e Glicera sognano una vita diversa che quella di lavoratrici indefesse nelle piccole fattorie dei rispettivi padri, una vita che per loro sembra rappresentata dal ricco coetaneo Cimone, figlio di Eubolo, che sta tramando con altri qualcosa contro la democrazia di Atene. Mentre in città gli abitanti di Atene assistono alla presa in giro graffiante, scurrile ma molto realistica di Aristofane, Charis e Glicera in campagna vanno da Cimone per concludere la vendita dei fichi coltivati dai padri, senza immaginare che conseguenze tragiche potrà avere la loro azione.
Alessandro Barbero ci porta in un’antica Grecia ritratta in uno dei suoi momenti e luoghi di massimo splendore, la classicità di Atene, per raccontare una storia eterna e molto attuale, di violenza contro le donne e soprusi classisti. Una violenza derisa ma denunciata da Aristofane, che sconvolge i benpensanti ateniesi convinti di essere al centro del mondo, mettendoli davanti ai propri vizi e limiti, ma una violenza vissuta e subita da due ragazzine troppo curiose, in un’escalation brutale, restituita dall’autore con uno stile sobrio da cronista che però non risparmia niente al lettore, senza gratuità.
Una Grecia metafora del presente, visto che classismo e maschilismo continuano ad essere prerogativa dell’oggi: Alessandro Barbero, oltre a omaggiare Aristofane, ha dichiarato con questo libro di aver voluto ricordare uno dei fatti italiani di violenza contro le donne più gravi e orrendi, il delitto del Circeo, dove due ragazze di estrazione modesta furono sequestrate, torturate, stuprate e una uccisa da tre rampolli di famiglie bene. Un fatto vergognoso, che ha segnato la generazione di chi, come l’autore, era adolescente al momento dei fatti, ma che è rimasto come eco anche anni dopo, simbolo, nella realtà e anche nel libro, di sopraffazione verso le donne ma anche di oppressione classista verso chi è più povero, supportata da ideologie estremiste che sono sempre uguali.
La donna che rappresenta di più la sopraffazione è Aglaia, fatta schiava a Melos, evento vergognoso della guerra tra Atene e Sparta che non appare nei libri di scuola, costretta a diventare schiava con il nome di Andromaca. Da lei viene la soluzione della vicenda e un messaggio di ribellione, ieri come oggi, contro ogni forma di oppressione, violenza e prevaricazione. Un libro duro, questo di Alessandro Barbero, durissimo, forse non indicato per parlare di Grecia ai giovanissimi, ma su cui leggere e meditare comunque se si ha qualche anno in più.

Alessandro Barbero, torinese, classe 1959, è docente universitario di Storia medievale presso l’Università del Piemonte orientale. Collabora con la Rai, dove è un volto noto e popolare di Rai storia e della trasmissione Il tempo e la storia. Ha scritto sia libri di saggistica che di narrativa: tra i suoi maggiori successi nell’uno e nell’altro campo ricordiamo Lepanto. La battaglia dei tre imperi (Laterza, 2010), Donne, madonne, mercanti e cavalieri. Sei storie medievali (Laterza 2012), Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo (Mondadori, 1995, vincitore del premio Strega 1996) e Gli occhi di Venezia (Mondadori, 2011).

Source: prestito in biblioteca SBAM.

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:: Oversight, Charlie Fletcher (Fanucci, 2014) a cura di Elena Romanello

12 gennaio 2016
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Nella Londra vittoriana, luogo iconico per tante storie che non cessa di affascinare anche se è ormai distante decenni, la società segreta Oversight ha come compito quello di proteggere gli esseri umani dalle scorribande delle creature fatate, che non sono certo benevole. Per motivi vari, non ultimo il crescente scetticismo della società ottocentesca, alla Oversight sono rimasti solo in cinque, in mezzo a problemi che aumentano, anche perché uno dei loro compiti più difficili è quello di proteggere la Chiave, un oggetto magico che mantiene l’equilibrio tra le dimensioni e i tempi diversi.
Oversight è il primo romanzo rivolto ad un pubblico adulto di Charlie Fletcher, autore di diversi romanzi di genere fantasy per ragazzi, con cui l’autore ha iniziato una saga di cui è già uscito in lingua originale il seguito, Paradox. Per questa sua fatica, l’autore si è rivolto alla grande tradizione narrativa dell’Ottocento inglese, formata da autori come Charles Dickens, Charlotte Bronte, Elizabeth Gaskell, Thomas Hardy, Willie Collins. Ovviamente il suo stile è più moderno, ma il fascino di quella narrativa e di quella Londra cupa e dove entrava il gotico e il paranormale c’è tutto.
L’universo fantastico messo al centro di tutto non è formato dalle creature classiche del gotico, a cominciare dagli un po’ troppo inflazionati vampiri, ma è legato al Piccolo Popolo, le cosiddette Faeries che non vanno rese in italiano come Fate, ma sono creature maligne e temibili, presenti per secoli nella cultura irlandese e celtica a cui l’autore si ispira.
Un libro quindi che parte da molto lontano, da un folklore remoto e dalla letteratura ottocentesca, ma con echi anche di romanzi, film e telefilm attuali, da Neil Gaiman a Susanna Clarke, senza dimenticare Penny Dreadful, ma anche un Torchwood o un X-Files in salsa vittoriana: il risultato è un romanzo complesso e affascinante, originale in tempi in cui il gotico è diventato sinonimo di storielle d’amore per quindicenni amanti di vampiri luccicanti, pronto a far riscoprire o scoprire, in chiave moderna, una tradizione fondamentale per l’immaginario non solo fantastico.
Il tutto con al centro una lotta tra bene e male che non si può esaurire in 600 pagine dense e nella migliore tradizione del romanzo a capitoli capaci di avvincere pagina dopo pagina: un libro per gli amanti del genere fantastico ma anche per chi cerca storie avvincenti, con dietro tradizioni antiche ma sempre valide.

Charlie Fletcher, classe 1960, è laureato in letteratura inglese e ha iniziato la sua carriera lavorando come sceneggiatore alla BBC. Si è poi trasferito in California dove ha collaborato con case cinematografiche come Tri-Star, MGM, Paramount e Warner Bros, ma ha svolto anche attività di giornalista di vario genere, dallo sport all’enogastronomia. Autore della serie Stoneheart, sta ora lavorando alla saga iniziata con Oversight e vive con la sua famiglia a Edimburgo.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: La bambina e il sognatore, Dacia Maraini (Rizzoli, 2015) a cura di Elena Romanello

11 gennaio 2016
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Nani Sapienza, maestro in mutua, rimasto solo dopo la morte per leucemia della sua bambina Martina e l’abbandono della moglie che non ha retto al dolore, fa uno strano sogno in cui vede una bambina con un cappottino rosso che somiglia alla sua morta. Una volta sveglio, sente al notiziario che è sparita una piccola nel suo sonnolento paesino della provincia italiana, la piccola Lucia, che tra l’altro frequenta la scuola dove lui insegna, anche se in un’altra classe.
Nani non si rassegnerà a chi dà Lucia scomparsa per sempre, i suoi genitori in testa, e cercherà di capire cosa è successo veramente, in mezzo ad allievi entusiasti dei suoi metodi educativi non convenzionali, superiori che lo criticano, difficili rapporti tra etnie, altre bambine che spariscono, poliziotti che cominciano a sospettare di lui, misteri che vengono svelati.
Il nuovo libro di Dacia Maraini si presenta e può essere letto come un giallo, in fondo c’è un enigma da risolvere, legato ad uno dei fatti più devastanti che possono accadere, la scomparsa di una persona senza motivo, ancora più tragica quando si tratta di una bambina o bambino. Ma a questo, come avveniva anche già in un altro suo libro degli anni Novanta che si presentava come un giallo, Voci, si aggiunge molto altro, riflessioni sulla vita e sulla nostra società.
La bambina e il sognatore parla di lutto, di perdita, di cosa succede dopo che è morto qualcuno di caro, magari troppo giovane come era la piccola Martina, ma parla anche di non rassegnazione, di ricerca della verità, di proposta, soprattutto ai più giovani, di ideali diversi e anche non conformi a quello che si vuole che si dica.
La violenza contro le donne e soprattutto contro chi è più fragile, le bambine, è al centro del libro, che sia una scomparsa dettata dall’ossessione di chi ha una psiche malata (ma non anticipiamo lo svolgimento) o il traffico di bambine per i bordelli che c’è in certi Paesi, che emerge da un episodio collaterale in cui si trova coinvolto anche Nani nella sua ricerca di Lucia e di un nuovo senso alla sua vita, o ancora le bambine di etnie diverse a cui anche qui in Occidente vengono negati diritti come l’istruzione in vista di un ruolo sottomesso all’uomo.
Tra le pagine del libro si parla di anticonformismo ma anche di radicalizzazione integralista, di discriminazione e convivenza e Dacia Maraini fa centro ancora una volta tracciando un quadro universale della nostra società, usando il filtro popolare e molto amato da varie generazioni di lettori e lettrici del racconto di indagine poliziesca, comunque condotto in maniera originale e non trita e ritrita.
Interessante che, dopo anni di protagoniste donne, stavolta sia protagonista un uomo, con fragilità e difetti, un eroe moderno in cerca della sua verità e che crede ad un mondo migliore, aiutato tra l’altro da un suo allievo, per certi versi emarginato come lui, che nella ricerca di Lucia forse troverà un modo per migliorare una vita che sembra già condannata da schemi sociali sbagliati.
La bambina e il sognatore, storia avvincente che si fa leggere tutta d’un fiato, contiene tanto su oggi, su noi, sulle cose per cui bisogna lottare: Dacia Maraini non ha certo bisogno di conferme per il suo talento, ma la sua è una di quelle storie di cui comunque si ha un gran bisogno, oggi più che mai.

Dacia Maraini, classe 1936, figlia dell’orientalista Fosco, è considerata una delle più grandi autrici italiane viventi. Nei suoi romanzi e racconti ha raccontato storie autobiografiche e non, di donne e non solo. Oltre all’attività di scrittrice Dacia Maraini è anche poetessa, drammaturga e articolista. Tra i suoi libri ricordiamo L’età del malessere (1963), Memorie di una ladra (1972), La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990), Voci (1994), Colomba (2004), Il treno dell’ultima notte (2008), Chiara d’Assisi. Elogio della disobbedienza (2013).

Source: letto in prestito presso la Biblioteca di Torino Villa Amoretti, in vista del gruppo di lettura del progetto Leggermente.

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:: Il gatto che aggiustava i cuori, Rachel Wells (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

28 dicembre 2015
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Di libri dedicati ai migliori amici degli esseri umani, cani e gatti, ce ne sono ormai tanti, e per lo più sono storie agrodolci di convivenza dal punto di vista dei bipedi, con finale non sempre lieto, per abbracciare una vita più o meno lunga in comune con fine sempre triste.
Il gatto che aggiustava i cuori, libro d’esordio della gattofila Rachel Wells, racconta una fiaba perfetta per il Natale che arriva e non solo, quella di Alfie, gatto speciale di un’anziana signora, che un giorno la vede sparire per sempre. Trascurato dagli eredi che vorrebbero metterlo in un gattile, Alfie intraprende un viaggio tra i sobborghi di Londra, tra mille peripezie, in cerca di qualcuno di cui prendersi cura, desideroso di non limitarsi ad una sola persona, ma di cercare più persone da amare in modo da non ritrovarsi solo un domani.
In Edgar Road Alfie conoscerà Claire, abbandonata dal marito e in cerca di una nuova vita nella capitale britannica, Jonathan, rimasto disoccupato dopo aver vissuto in capo al mondo, Polly, in preda alla depressione dopo la nascita del primo bambino, Franzishka con la sua famiglia, arrivati dalla Polonia e alle prese con difficoltà e discriminazioni. E tra mille problemi forse Alfie riuscirà a trovare una sua cuccia dove stare di nuovo al caldo, tra fughe tra una casa e l’altra per dividersi e moltiplicare il suo amore e la sua presenza.
Una fiaba gattofila, certo, ma mai stucchevole e melensa, senza le facili commozioni e i facili drammi di tanta narrativa in tema, pronta a parlare non solo del rapporto tra gli esseri umani e i gatti, ma di tante questioni di oggi, l’immigrazione, il crescere, i tradimenti, il reinventarsi, le relazioni violente e altro ancora. Il tutto in maniera leggera e non retorica, visto dagli occhi di un gatto ironico e in cerca di affetto, che vede il mondo umano dalla sua prospettiva, con pregi e difetti, e che non sa smettere comunque di amare questi strani bipedi che millenni fa avvicinarono uno degli animali più liberi e indipendenti, che diventò uno dei più affezionati.
Un libro che scorre in maniera facile senza essere banale, per amanti dei felini quindi ma non solo, con un microcosmo di umanità nella via in cui Alfie sceglie di vivere che diventa simbolica di tutto un genere umano che si relaziona con i gatti. E chi non ama i gatti in questo libro fa una figura pessima e viene giustamente castigato da chi preferirà il piccolo Alfie a imposizioni e violenze di persone sbagliate.
Se si cerca un libro da regalare a un gattofilo, senz’altro Il gatto che aggiustava i cuori può essere il titolo giusto, sempre che uno non ce l’abbia già, i gattofili sono simili ai cani da tartufo in quanto a stanare le novità editoriali. E se si è gattofili, questo libro non può mancare, su uno scaffale che comprenda guide al comportamento e alla psicologia felina, altre storie di gatti tra realtà e fantasia, leggende e libri illustrati.

Rachel Wells, che ha sempre desiderato scrivere e ha sempre amato i gatti come animali domestici, è riuscita a combinare queste due passioni nel suo romanzo d’esordio. Vive nel Devon con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Gli ipocriti, Eleonora Mazzoni (Chiarelettere, 2015) a cura di Elena Romanello

26 dicembre 2015
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Oltre tre anni dopo il suo romanzo d’esordio, Le difettose, che trattava l’argomento attuale della ricerca della maternità che non arriva, Eleonora Mazzoni torna con un nuovo romanzo, Gli ipocriti, usciti presso Chiarelettere.
Anche stavolta si tratta di una storia al femminile, ma con una protagonista molto diversa: Manu, un’adolescente che si trova non bella e un po’ sfigata, divisa tra una famiglia ultra religiosa e i suoi coetanei che vede a scuola, molto diversi e che le suggeriscono che c’è un mondo fuori dalle imposizioni che ha in casa.
Un giorno Manu apre un cassetto di suo padre e trova una scatola di preservativi, proprio da parte di una persona che le ha inculcato una visione assolutamente rigida sul sesso, motivo del suo isolamento dalle compagne di classe. Da quel momento Manu inizia a spiare i genitori anche con una videocamera, scoprendo i loro sotterfugi, le loro bugie, la loro ipocrisia, e in parallelo rivede il suo rapporto con il prete, don Ettore, stringe amicizia con Linda, tenta l’amore o meglio il sesso con Sam, si confronta con la sorella Valeria.
Due sono quindi i temi di questo romanzo, scritto con un linguaggio diretto, che a qualcuno potrà anche ricordare un ormai classico che fece scalpore come Porci con le ali: la ricerca di sé tipica di un’adolescente e l’ipocrisia del mondo adulto e soprattutto di certo mondo adulto.
Il ricercare se stessi e saper andare oltre ai paletti imposti da famiglia, coetanei, scuola e società è un tema eterno e presente in ogni epoca, oltre che un processo senza il quale non si superano certi problemi nemmeno in età adulta: questa parte è quella meglio trattata dall’autrice, che si mette nei panni di questa ragazza di oggi, che cercherà ancora una sua strada di compromesso tra due mondi inconciliabili ma che le appartengono entrambi.
L’ipocrisia del mondo adulto non è nuovo come tema, qui riguarda tra l’altro alcuni gruppi su cui si parla poco, tranne quando contestano innovazioni sociali con un integralismo religioso non diverso da quello di altre etnie: qui forse sarebbe stato bello approfondire un problema che c’è e che soprattutto per chi lo vive suo malgrado come Manu non è proprio una passeggiata. Il tutto poi senza contare l’ipocrisia che regna sovrana in certi ambienti, che farà da molla per la nostra protagonista per reagire e provare a crescere malgrado tutto e anche sbagliando.
Gli ipocriti è un libro per giovanissimi senza peli sulla lingua ma anche per meno giovani per raccontare situazioni che alla fine si ripetono, sia pure con qualche cambiamento.

Eleonora Mazzoni è scrittrice e attrice. Nel 2012 ha esordito per Einaudi con il romanzo Le difettose, messo in scena da Serena Sinigaglia al Festival della Mente di Sarzana nel 2014 e attualmente in tournée nei teatri di tutta Italia. Come attrice ha lavorato in teatro, in televisione e al cinema, dove debutta con Citto Maselli in Cronache del terzo millennio (Festival di Venezia, 1996). Diretta da Maselli ha recitato anche ne Il compagno (1999). È nel cast, tra gli altri, di Tutta la conoscenza del mondo di Eros Puglielli (Festival di Berlino, 2001), Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio (Festival di Venezia, 2004) e L’uomo che verrà di Giorgio Diritti (Festival di Roma, 2009 e vincitore del David di Donatello come miglior film, 2010).

Source: copia fornita al recensore dall’autrice.

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:: Quel fantastico peggior anno della mia vita, Jesse Andrew (Einaudi, 2015) a cura di Elena Romanello

23 dicembre 2015
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Greg Gaines è all’ultimo anno di liceo ed è quello che a varie latitudini è considerato lo sfigato della classe, con la passione per il cinema amatoriale e autoprodotto, un nerd però nemmeno tanto brillante a differenza di altri. Il suo migliore nonché unico amico è Earl, un ragazzo afroamericano con alle spalle una famiglia molto più modesta e problematica di Greg, che lo aiuta nei suoi sogni di regista in erba.
Greg vorrebbe solo starsene il più tranquillo possibile, visto che a scuola non è un massimo e bisogna scansare gli scherzi degli altri ragazzi e che trovare una ragazza è una missione impossibile, ma sua madre ha altri progetti per lui e gli chiede di tenere compagnia a Rachel, una sua compagna di scuola che sta lottando contro la leucemia. Greg accetta e con l’aiuto di Earl chiede alla ragazza di poter realizzare un film sulla sua vita, che verrà fuori folle, sconclusionato, ma che sarà alla fine un atto di affetto per una persona che non potrà godersi la vita e fare progetti, che sia finire al college o andare a lavorare.
Il filone con al centro storie di giovanissimi affetti da mali incurabili sembra essere tornato in auge, dopo una prima affermazione quarant’anni fa con Love story, ma Quel fantastico peggior anno della mia vita ha diverse carte a suo favore da giocare, che lo mettono decisamente al di sopra di altri titoli. Innanzitutto, non è patetico e frignone a tutti i costi e non esiste nemmeno il ricatto di far nascere una storia d’amore tra i due protagonisti con tanto di strazianti e allucinanti addii al capezzale.
Greg, Earl e Rachel sono ragazzi reali, con le loro paranoie, il loro essere politicamente scorretti, le loro vite da adolescenti di oggi ma alla fine di sempre, non sono eroi, santini, martiri, e la storia raccontata del libro alla fine non è edificante o noiosamente moralistica, è solo il ritratto di cosa succede quando ti devi confrontare con la morte e sei troppo giovane, non ci pensavi e reagisci con gli strumenti che hai in mano in quel momento, fosse anche un film amatoriale. Uno spaccato di vita di liceo negli Stati Uniti oggi, con le sue pecularietà, alcune descrizioni e interazioni gustose e molto tipiche del luogo (i vari gruppi etnici e culturali, le varie attività), che senz’altro piace ai coetanei, ma che non è sgradevole nemmeno per chi ha vissuto la sua adolescenza qualche anno fa, e che qui può ritrovare qualcosa. E il merito di Jesse Andrews è quello di parlare di giovani e malattia senza sbavature e piagnistei e di raccontare una storia toccante senza far frignare tre volte in una pagina. Una cosa non da poco.
Da Quel fantastico peggior anno della mia vita è stato tratto l’omonimo film diretto da Alfonso Gomez-Rejon vincitore del Premio della Giuria e del Premio del Pubblico al Sundance Film Festival, sceneggiato dallo stesso Jesse Andrews. Traduttore: A. Sarchi.

Jesse Andrews ha qualche anno in più dei protagonisti della sua storia, ha lavorato a lungo come sceneggiatore anche per conto di altri e sta scrivendo il suo secondo romanzo. Nato a Pittsburgh, ha frequentato la Schenley High School e l’Università di Harvard. Abita a Boston. Il suo sito ufficiale è http://www.jesseandrews.com/

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Pirati. Culture e stili dal XV secolo a oggi, Matteo Guarnaccia (24 Ore Cultura, 2015) a cura di Elena Romanello

22 dicembre 2015
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Se c’è una figura che periodicamente torna nell’immaginario popolare è quella del pirata, tornato nei romanzi popolari, da Salgari in poi, nelle figurine, al cinema, nei fumetti, nei serial. I pirati dell’immaginario a volte ricalcano come erano davvero, in quanto a ferocia e violenza (o meglio come sono, visto che nel Sud del mondo esistono ancora, come insegnano le vicende di Paesi come la Somalia o l’India), altre volte sono un emblema di romanticismo e avventura oltre ogni limite, gente che si ribella ad una società ingiusta in nome della libertà.
Ai pirati è dedicata una delle proposte del Sole 24 ore Cultura, Pirati, un volumone illustrato più che scritto, che racconta appunto il mito dei pirati nelle arti figurative, mescolando copertine di dischi e di antichi libri, moda e travestimenti ispirati ai pirati (ritornato in auge con Jack Sparrow), cartoline e ritratti di pirati veri, immagini da film e incisioni dell’epoca della pirateria. Nei testi si citano canzoni, film, realtà storiche, anche se questo è un libro che parla per immagini, a differenza di altre pregevoli e interessanti storie della pirateria che sono uscite nel corso degli anni, presso vari editori nel corso degli anni.
D’altro canto qui si vuole parlare di come una figura è rimasta tra realtà e fantasia, e per farlo si lascia spazio all’arte visiva, tra alto e basso, cultura popolare e Storia, per un risultato curioso e interessante, dove convivono David Bowie, Vivien Westwood, Barba Nera, sir Walter Raleigh, il corsaro nero e Capitan Harlock. Un omaggio a come è stata interpretata la figura del pirata, ribelle con una causa e un codice d’onore, che magari lottava contro i pirati cattivi o più spesso contro dittatori, re e simili. Un immaginario spesso inventato ma molto efficace e duraturo.
Un libro per chi si è appassionato per le storie di pirati, magari fin da bambino, storie che sono cambiate ma hanno mantenuto lo spirito dell’avventura e della ribellione, magari combinandoli con ambientazioni fantastiche o per contro con un recupero della realtà storica. Ma anche un libro per chi ama le arti in tutte le loro forme, come testimoni della realtà in tutti i suoi aspetti e come capaci di reincarnare sogni, aspirazioni, immaginari.

Matteo Guarnaccia, classe 1954, ha dedicato la sua vita e il suo lavoro allo studio dell’arte e delle controculture mondiali, occupandosi di hippy e sciamanesimo, realizzando mostre, collaborando con il mondo della moda e con quello della musica, scrivendo libri e realizzando reportage. Tra le sue opere: Paradiso psichedelico, Amsterdam 1967 – 1974: La Mecca degli Hippies (AAA Edizioni), Magickal Mystery Book. Visioni esoteriche intorno ai Beatles (Apogeo – Urrà), Underground Italiana ( (Shake edizioni), Ribelli con stile. Un secolo di mode radicali (Shake edizioni).

Source: mandato materiale documentario in tema dalla casa editrice.

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:: Un’ intervista con Carola Blasi, a cura di Elena Romanello

8 dicembre 2015

caroCarola Blasi ha scritto il libro Alla ricerca della felicità, non un diario autobiografico, ma la storia di un cervello in fuga italiano a Barcellona, divisa tra lavoro, amiche, sogni, amore per gli animali. La abbiamo incontrata per parlare del suo libro ma anche di quello che c’è dietro.

Come è nata l’idea della storia che racconti?

Qualche anno fa viaggiavo molto per lavoro e tra treni, aeroporti e notti solitarie in hotel avevo più tempo libero di quello che mi sarebbe piaciuto…così cominciai, quasi per scherzo, a mettere nero su bianco (esagerando un po’, diciamoci la verità) tutto ciò che non mi piaceva del mio lavoro e i vari dubbi che mi frullavano per la testa. Prima quasi di rendermene conto mi ritrovai con pagine e pagine scritte…a quel punto decisi di creare dei veri e propri personaggi, tracciare una storia e trasformare le mie lamentele in un vero e proprio libro 🙂

Il tuo libro si svolge quasi tutto a Barcellona: che rapporto hai con questa città?

Vivo a Barcellona! Proprio come la protagonista del libro ho vissuto quasi tutta la vita a Torino e a 24 anni mi sono trasferita in Spagna, in una delle città che amo di più al mondo.

Uno degli argomenti del tuo libro è l’animalismo: tu ti dichiari animalista e se sì cosa fai in tal senso e come sei arrivata a fare questo percorso?

Lavoro in una ONG di protezione animale, quindi possiamo dire che dedico tutte le mie energie a questa causa. Sia io che il mio compagno inoltre siamo vegani e nelle nostre scelte quotidiane cerchiamo di essere il più coerenti possibili con la nostra decisione di rispettare tutti gli essere viventi.

Uno dei temi del libro è la possibilità, malgrado la crisi, di porsi degli obiettivi da realizzare: tu cosa consiglieresti ad un ragazzo o ragazza in tal senso?

Per quanto sia difficile (so che lo è!), gli/le direi di cercare di dimenticarsi un pochino della crisi e continuare a lottare per realizzare i suoi sogni, perché tutti abbiamo il diritto di averne! E se questo significa lavorare il doppio o rinunciare a parte del suo tempo libero…il sacrificio varrà sicuramente la pena!

Prossimi progetti?

Fare la mamma a tempo pieno fino a fine gennaio e poi ritornare al lavoro più carica di prima 🙂

:: Le serenate del Ciclone, Romana Petri, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

7 dicembre 2015
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Dopo aver raccontato storie di personaggi d’invenzione, stavolta Romana Petri si confronta con la reale vicenda di suo padre, Mario Petri, cantante lirico e attore caratterista in tanti film tra spaghetti wester e peplum nella Cinecittà del boom economico.
Un padre eccessivo, bellissimo, attaccabrighe, sbruffone, con delle intransigenze politiche e su alcune persone, e con non poche fragilità, soprattutto quando la carriera cominciò ad andare male e una vita da sogno e da divo diventò presto una dura lotta per la sopravvivenza: una vita che si è dipanata dal 1922 al 1985, e che l’autrice racconta con i toni dell’epica, restituendo il destino di un padre che lei ha comunque amato tantissimo e che ci ha messo decenni prima di ritrovare nelle pagine del libro.
Le serenate del ciclone (ciclone era il soprannome di Mario Petri) è diviso in due parti: nella prima si ricostruisce l’infanzia, adolescenza e giovinezza picaresche del protagonista, tra fascismo, lotta partigiana, scoperta di due passioni, il pugilato e il canto lirico, con toni romanzeschi. Nella seconda parte arriva la figlia, Romana, bambina che cresce in un ambiente ricco e pieno di stimoli, per poi assistere pian piano alla decadenza di un papà che lei non smette di amare, ricambiata, mentre restano esclusi da questo rapporto unico la mamma, che affronta nel corso degli anni vari problemi di salute, e il fratello minore, nato in un momento non più di auto sportive, villa, soldi, ma di ristrettezze.
Un libro che racconta vari decenni di storia italiana, dalla dittatura fascista alla guerra, e soprattutto del boom culturale del dopoguerra, con la Hollywood sul Tevere a Cinecittà in cui tanti attori, spesso imprestati da altre arti, come la musica lirica nel caso di Mario Petri, in quello che fu un momento magico e poi molto rimpianto dopo: senz’altro è interessante per chi ha vissuto quell’epoca, ma anche per chi, più giovane, non ha conosciuto questi momenti, e magari ha sentito solo alcuni nomi, come quello di Sergio Leone, grande amico di Mario Petri e a cui l’autrice dedica alcune delle pagine migliori e più curiose.
La storia di Mario Petri racconta un eroe per sua figlia, senza nascondere però i difetti di un padre a cui l’autrice dedica alla fine alcune frasi lapidarie e strazianti, mostrando l’incapacità di superare per sempre il lutto per la perdita degli affetti più stretti: ma il libro non è comunque patetico, è gustoso, divertente, eccessivo, boccacesco e chiunque sia vissuto in quegli anni, anche da giovanissimo, troverà qualcosa di suo, anche solo la citazione di un programma tv.
Non una storia universale dell’amore filiale e paterno, ma una vicenda personale, eccezionale e unica, universale e particolare: Le serenate del ciclone non vuole essere né esemplare né agiografico, ma raccontare una realtà, una famiglia, un momento, un lutto. E non è poco.

Romana Petri è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con Tuttolibri La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo.

Source: libro proposto al gruppo di lettura Neri Pozza.

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:: Liberi junior – Berlin I fuochi di Tegel, di Fabio Geda, Marco Magnone (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

5 dicembre 2015
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Tempo di fantascienza distopica per gli autori italiani: dopo Lidia Ravera con Gli scaduti e Niccolò Ammaniti con Anna, è la volta della serie di Berlin, scritta a quattro mani da Fabio Geda, diventato famoso con storie realistiche, in testa Nel mare ci sono i coccodrilli, e Marco Magnone, grande amante di storie ambientate nelle città e di Berlino in particolare.
Berlin I fuochi di Tegel è il primo libro di una serie di fantascienza distopica, anzi di ucronia, Storia alternativa, rivolta ad un pubblico di adolescenti, ma in realtà interessante anche con qualche anno in più, come succede con la buona narrativa di genere fantastico e non solo.
In una Berlino degli anni Settanta ancora divisa dal muro, un’epidemia misteriosa ha ucciso tutti gli adulti, e nella città abitata solo da giovanissimi imperversano bande, non ci sono più regole e sopravvivere è l’unica cosa che conti. Un gruppo di ragazzi, in cui spiccano Theo, Christa e Jacob, i tre protagonisti della vicenda, lotta per la sua salvezza e deve confrontarsi con la banda peggiore di Berlino, che vive nell’aeroporto di Tegel, luogo dove tra l’altro sono state girate alcune scene dell’ultimo capitolo di Hunger Games.
L’idea di fondo non è forse nuovissima, ci sono echi di un classico come Il signore delle mosche di William Golding e del recente The young world di Chris Weitz, ma la trama è interessante, avvincente e presenta un sogno di molti quando si è giovanissimi, non dover più rendere conto agli adulti di quello che si fa, diventato un incubo in un mondo non spiegato del tutto (vedremo nei prossimi libri), con un buon ritmo cinematografico e una serie di colpi di scena che fanno entrare a buon titolo il libro in un filone che oggi come oggi sembra essere uno dei più importanti della narrativa fantastica.
Interessante la scelta di una città come Berlino, non le più glamour Londra o Parigi o New York, non posti italiani come Roma, Milano o Torino, ma un luogo di intolleranza passata, divisione per decenni e oggi capace di reinventarsi e di diventare simbolo di integrazione e accoglienza, oltre che di riflessione sugli errori passati:qui il momento scelto è gli anni Settanta, in un’epoca alternativa, e i ragazzi lasciati a loro stessi ricorderanno ai meno giovani i giovanissimi perduti e realistici di Noi i ragazzi dello zoo di Berlino.
Berlin I fuochi di Tegel coniuga comunque la vocazione d’evasione e d’intrattenimento con la proposta di tematiche serie, presenti in tanta narrativa fantastica, che non è certo mera fuga dalla realtà.

Fabio Geda si è occupato per anni di disagio minorile, esperienza che ha spesso riversato nei suoi libri. Nel mare ci sono i coccodrilli, il suo terzo romanzo, ha venduto quattrocentomila copie, è stato tradotto in ventotto paesi, è letto nelle scuole un po’ ovunque e ne sono stati tratti diversi spettacoli teatrali. Ha sempre desiderato scrivere una saga per ragazzi. Ora l’ha fatto.

Marco Magnone è nato nel 1981 ad Asti, dov’è vissuto fino a quando si è trasferito a Torino per l’università. Berlino l’ha scoperta grazie all’Erasmus ed è stato amore a prima vista. Tornato in Italia ha iniziato a lavorare nell’editoria e a scrivere occupandosi soprattutto di narrazioni urbane. Un pezzo del suo cuore però è rimasto sotto la torre di Alexanderplatz.

Source: libro omaggio dell’editore.

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:: Shirley, Charlotte Brontë (Fazi, 2015) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2015
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Fazi editore continua la sua riproposta di classici ottocenteschi inglesi con un libro meno noto di Charlotte Brontë, Shirley, suo secondo romanzo dopo Jane Eyre, assente dalle librerie dagli anni Novanta, quando ci furono un paio di edizioni per gli Oscar Mondadori e per la Newton Compton.
Si tratta di una storia abbastanza diversa da quella di Jane Eyre, romanzo di formazione con elementi gotici: qui l’autrice abbraccia infatti un registro più sociale, ambientando la vicenda nello Yorkshire dell’inizio Ottocento, in piene guerre napoleoniche, e incentrando il tutto su Shirley, giovane ereditiera, che si trasferisce nel villaggio in cui c’è parte della sua ricchezza, tra terreni, casa, quote in un’azienda, un po’ come succederà ad un’altra famosa eroina inglese, la Bathsebea di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy. Qui diventa amica di Caroline, orfana e piena di debiti, innamorata di Robert Moore, imprenditore in difficoltà e desideroso di riscattare il buon nome della sua famiglia. Robert non può permettersi, per motivi economici, di seguire il cuore e scegliere Caroline, mentre sarà attratto dai soldi di Shirley, che però preferirà qualcun altro, tra altri gentiluomini che si contenderanno i suoi favori, attratti comunque dalla sua insolita situazione che la rende la parte forte all’interno di una possibile coppia.
Shirley è un romanzo in cui tornano gli interessi femministi dell’autrice, visto che ancora una volta traccia due ritratti di donne anticonvenzionali, due amiche agli antipodi ma capaci di sostenersi a vicenda. Anche l’intreccio sentimentale non è melenso, ma realistico e soprattutto insolito, riproponendo di nuovo la ricerca di un sentimento moderno e maturo e non dettato dalle convenzioni sociali.
Quello che colpisce poi più di tutto è il contesto storico e sociale, che ricostrruisce un’epoca fondamentale come eventi esterni e interni della Gran Bretagna, alla base della costruzione poi di una società che durò per tutto l’Ottocento.
Per questo motivo Shirley è un classico da riscoprire, con forti elementi di modernità e di interesse, oltre che essere il libro a cui molte donne e ragazze, da allora in poi, dovettero il loro nome, ancora oggi abbastanza diffuso in ambito anglosassone.

Charlotte Brontë (1816-1855) è una delle maggiori personalità della letteratura inglese dell’Ottocento. Sorella delle scrittrici Anne ed Emily Brontë, compì studi irregolari e si dedicò quindi all’insegnamento. I suoi romanzi, dal celebre Jane Eyre al più tardo Villette, ottennero un clamoroso successo che dura tuttora.

Source: prestito bibliotecario delle Civiche torinesi.

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